Caregiver Whisper 88

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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13 aprile 2018

G: «Marco, sei arrivato a casa? Mi puoi chiamare per favore?»
Ascolto il messaggio registrato venti minuti prima su whatsapp e la voce di Giorgia sembra essere piuttosto agitata. Ho la batteria del telefono quasi scarica, così tolgo la connessione e la richiamo subito, per capire cosa stia succedendo. Mi chiede se posso raggiungerla di corsa nella piazzetta che si trova in fondo alla via. Poi attacca, senza dire altro.
La richiamo, perché inizio a preoccuparmi un po’, e le chiedo se almeno è tutto a posto.
G: «Ma tu dove sei?»
M: «Sono davanti alla porta di casa ma non ho le chiavi, credo di averle dimenticate sulla scrivania in camera.»
G: «No, devi venire subito qui, davanti al gelataio. Subito!»
M: «Due minuti e arrivo.»
Prima che si chiuda la linea, riesco a sentire Giorgia dire: «Lucia, sta arrivando. Hai visto che mi ha telefonato? Ora però devi cercare di stare tranquilla.»

Quando arrivo, dopo qualche minuto, noto che mia madre è tutta rossa in volto. Giorgia mi spiega che Lucia è arrabbiata da morire e da oltre mezz’ora si è ancorata a questo palo in Piazza Morbegno e non ne vuole sapere di muoversi. Urla che vuole andare a casa sua e insulta la badante, prendendola a pugni ogni volta che prova ad avvicinarsi.
G: «Mi ha anche detto che, se non la smetto, chiama i Carabinieri e poi mi fanno vedere loro, mi rimandano al mio paese», dice con un sorriso amaro.
Io, anche se ritorno con la mente all’estate di due anni fa, quando era un continuo delirio dietro l’altro, un volto così cattivo non ricordo di averglielo mai visto. Tra l’altro, mia madre è più arrabbiata di prima perché, anche se la badante le ha detto che a breve sarebbe arrivato Marco, alla fine al suo posto mi sono presentato io.
M: «Uè, Lucia, come stai?»
L: «Lassame perde
M: «Vogliamo andare a casa?»
L: «Nooooo», urla a pieni polmoni.
Mi giro, guardo le persone che ci osservano, sforzandomi di non perdere il sorriso, e intanto cerco di prendere tempo per capire cosa rispondere. Poi mi volto di nuovo verso Lucia e con una calma che prima della sua demenza non conoscevo, chiedo: «E allora che facciamo, vogliamo restare qui?»
Intanto, alcune persone ci passano accanto e si girano a guardarci, commentando qualcosa che non riesco a decifrare.
L: «No, voglio andare a casa!»
M: «Ah, scusa, allora se vuoi andare a casa andiamo a casa», le dico indicando la direzione della via in cui abitiamo.
L: «Nooo, cristoeleison! Non è di lì casa mia», grida mia madre.
M: «Scusami Lucia, mi devi proprio aiutare perché in questo periodo ho davvero una pessima memoria; da che parte si deve andare per andare a casa tua? Andiamo forse di qua?», chiedo indicando un’altra strada.
Lucia fa un cenno di conferma con due dita della mano destra e poi tutti e tre iniziamo a camminare.
Giorgia, come se Lucia non fosse nemmeno accanto a noi, racconta che il delirio aumenta sempre di più. Le dico che lo so, perché ieri notte alle 3 e alle 5 si è svegliata per le repliche del teatrino Alzheimer: «Andiamo a casa? Ho detto a quelli che sarei tornata. Mia madre mi aspetta. Se non mi vede tornare, chissà che succede. Che cazzo fai, te ne vuoi venire, mannaggia la madosca!». Bisogna cambiare la terapia ma purtroppo, visto che qualche parente è andato dalla neurologa a criticare il suo operato, in questo momento mia madre si trova senza un medico di riferimento.

Giorgia continua dicendo che, quando sono arrivate all’altezza del macellaio, mia madre si è bloccata di colpo e ha iniziato a urlare. Così, di punto in bianco, in mezzo alla via. Una signora ha anche detto alla badante che doveva lasciare in pace la signora, mia madre, immaginando chissà che cosa. Così Giorgia, visto che mia madre non si riusciva a calmare, si è fatta da parte e ha iniziato a seguirla, cercando ogni tanto di convincerla a tornare a casa. Il problema, però, non era tanto nel convincerla a tornare a casa, quanto nella differente idea che hanno di casa.

Lungo la strada, inizio a dire a mia madre che abbiamo la cena già pronta, che ci sono i peperoni che piacciono a lei, che domani mattina mio cugino passa a prenderci con la macchina e ci porta a casa sua e via dicendo, cercando di trovare un modo per entrare in contatto con lei. Per tutta risposta, mia madre mi guarda e chiede: «Ma ora ce ne andiamo?»
M: «Sì, adesso mangiamo, poi ci riposiamo e domani mattina ce ne andiamo.»
Ma lei, come se nemmeno mi ascoltasse, chiede: «Mi dai una mano ad andarcene?»

Prima di risponderle, in un tempo di pochi secondi che si dilata fino a diventare notte, penso fra me e me: “Come posso fare per darti una mano ad andartene? E poi, una volta che te ne vai, dove te ne vai? Magari, se riuscissi ad andare anch’io in questo dove che riconosce solo lei, potrei riuscire a capire come ci si deve sentire al posto suo, senza avere più punti di riferimento, una madre con cui parlare, un figlio da riconoscere appena rientra a casa”.

M: «Certo che ti aiuto, domani ce ne andiamo subito, tu ora non ti preoccupare.»
L: «E tu che fai, vieni a casa nostra?»
M: «Certo, vengo a casa vostra.»
Poi, una volta a casa, in quella casa che non riesce più a riconoscere, prende in braccio Cicciobello e sembra ritrovare un po’ di quiete: «Lo sai che non ne posso più? Tu adesso però comincia a dormire, che dopo andiamo a casa e lasciamo tutti qui. Ti capì

© Marco Annicchiarico

 

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