Caregiver Whisper 79

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

– – –


30 giugno 2019

L: «Banana a casa può andare?»
M: «Certo che può andare.»
L: «E sta pure buono quello di cicce?»
M: «Sì, sta proprio perfetto.»
L: «Ah, meglio così.»
Poi, dopo diversi minuti di trattative, mia madre si decide e si siede sulla carrozzina. Poi mi guarda e mi dice che devo stare attento che ha paura.
M: «Lucì, e di cosa hai paura?»
L: «Tu mi fai scì a terra.»
Rido e le dico di stare tranquilla, che non la farò cadere. Certo, aggiungo, se passa un grosso camion, magari mi viene qualche brutto pensiero e lì allora deve stare davvero attenta.
L: «Statti accorto tu che scendo, ti prendo e ti butto giù… là sotto!» dice ridendo, indicando le ruote di una macchina.

Una volta arrivata indenne al parco inizia a salutare tutti gli anziani che incontra e due persone che io non vedo ma lei evidentemente sì, si sporge due volte a chiamare Marco ad alta voce, dice “forza” ai bambini che giocano a palla, “bravo” a quelli che vanno in bicicletta e “mori” ai ragazzi che corrono (le ragazze passano nella più totale indifferenza e quindi ci penso io a salutarle una per una).
Poi ci sediamo su una panchina all’ombra, bevo un po’ d’acqua e penso a come sia cambiato questo parco rispetto a quando da piccolo mio padre mi portava a fare dei giri in bicicletta.
L: «Quando andiamo?»
M: «Tra poco ce ne andiamo.»
L: «E Marco?»
M: «Marco arriva dopo.»
L: «Sì sicur
M: «Sì, è andato a prenderti qualcosa da mangiare per stasera ma poi torna.»
L: «Ah, bravo.»
M: «Lucì, la vuoi un po’ d’acqua?»
L: «Chi?»
M: «Tu.»
L: «No, non mi serve.»
M: «Aspetta che ti faccio bere un po’ d’acqua fresca. È buona. L’ho fatta io.»
L: «E tienatilla tu
Così mi alzo, le passo la bottiglietta sulle braccia e lei prima mi invita a viaggiare verso un paese ignoto e dopo si mette a ridere.
L: «Com’è calda», dice.

Riprendiamo verso casa e, strada facendo, non trovando ganci in mezzo al cielo, le prendo un gelato ma lei non ha nessuna voglia di mangiarlo e mi dice che se proprio ne voleva uno se lo comprava coi suoi soldi. Poi Marta esce dalla gelateria e le si piazza davanti, iniziando a fare l’aeroplanino. In questo modo, dopo nemmeno dieci minuti, l’intero gelato è atterrato nello stomaco di Lucia.
M: «Era buono?», le chiedo una volta finito.
L: «Sì, sì, ma non mi va.»

Tornando a casa, arriviamo in piazzetta e, seduti in un angolo all’ombra, troviamo la sua amica Bianca insieme al marito, ognuno con il suo girello. Non si vedono da sette mesi ma, anche se nota il netto peggioramento, la sua amica si comporta come se fosse tutto normale, anche quando mia madre dice che Marco oggi non è con lei.
B: «E arriverà più tardi Marco, lo sai che lui viene sempre.»
L: «Sì, sì, lo so.»
B: «Madò, da quanto tempo che non ci vediamo, Lucia!»
L: «Eh, sono stata al paese.»
B: «Ma lo sai chi è lui?», chiede Bianca indicando il marito.
L: «Lui è il fidanzato», risponde mia madre.
B: «No, lui è il padrone», e poi scoppiamo tutti a ridere.
L: «Dici il fidanzato. Meglio che dire… Adesso di là da noi piantano… le cose… leddare. Invece fanno per… Non lo dicono perché se no se lo portano via tutto.»
B: «E lascia che se lo portano, se non ti serve è pure meglio.»
L: «Sì, l’ho detto anche a mio marito, andiamo e poi vediamo» dice indicandomi.
La signora racconta della loro amica alle prese con un tumore allo stomaco, di quanto sia dimagrita, quasi come mio padre aggiunge, e poi se ne esce con un episodio che mia madre commenta con: «Benerica, ti ricordi sempre tutto.»

Quando metto a letto Lucia, ce ne stiamo seduti per quasi un’ora. Lei non vuole restare da sola perché c’è qualcosa che la preoccupa ma che non riesce a dire. Giro frasi su frasi, cercando di trovare quella che le possa trasmettere tranquillità. Nei mesi scorsi, ci sono state sere in cui siamo rimasti così, seduti sul letto, anche per tre ore, lei con un’ansia che la divorava da dentro e io alla ricerca affannata delle parole giuste per scacciare quel suo malessere e finalmente andare a riposare, ormai senza più energie.
Poi, a un certo punto, ha sorriso e toccandomi la mano ha detto: «Toronto solo per i panni?»
M: «No, non solo ma sì, solo per i panni», ho risposto cercando di restare sul vago e fornire una risposta che potesse essere di suo gradimento.
L: «Allora mi metto qua.»
M: «Sì stai pure qua.»
L: «E tu dove vai?»
M: «Io vado di là, che c’è già il letto pronto.»
L: «E mamma ciappa come una strenga?»
M: «Diciamo di sì, ma ha sistemato già tutto.»
L: «Davvero?»
M: «E allora no?»
L: «Ah, sto contenta. Allora mi metto qua?»
M: «Sì, stai pure qui che adesso finisco un lavoro e poi mi metto lì accanto», dico indicando l’altro letto.
L: «Buono, così poi ti butto giù.»

© Marco Annicchiarico

 

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