Caregiver Whisper 55

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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3 gennaio 2019

Quando entro nel Villaggio di A, dopo aver controllato che Lucia non stia girando nel corridoio, mi dirigo verso la sua camera per fare la conta dei vestiti e vedere se manca qualcosa. L’oggetto che a mia madre viene sottratto più spesso è una mantella blu che negli anni ottanta aveva realizzato ai ferri mia nonna Filomena. Segue a ruota Cicciobello che, per questo motivo, ha dovuto assumere come guardia del corpo Giorgia che, in ben tre occasioni, si è presa qualche pugno dagli ospiti intenzionati ad appropriarsi indebitamente del bambolotto.
Quando finisco il controllo della camera, vado verso la sala da pranzo. Anche se non è l’ora dei pasti, le “ragazze” sono tutte riunite attorno al tavolo, in silenzio. Ogni tanto qualcuna dice una frase, il più delle volte sconnessa, e di nuovo ritorna il silenzio. L’equilibrio di una sala con quindici, venti malati di demenza, è molto fragile: è come ritrovarsi a camminare con un fiammifero acceso su una polveriera. A volte basta poco, davvero molto poco.
Lucia sorride e ha fra le mani Cicchinello: «Lo sai che se fai il bravo dopo ti porto a casa? Ci andiamo insieme. Sei contento, sì?»
Lui sorride e non risponde. La signora Giulia, nell’altra ala del Villaggio, ne ha uno quasi simile che parla. Ieri, mentre passeggiavano insieme, l’ho sentito dire “mamma” e “ti voglio bene”. Giulia sembra innamoratissima. Com’è successo a Lucia, anche a lei qualche componente dei NAR (Nucleo Alzheimer Rivoluzionario) ha rapito il bambolotto, non una ma ben due volte. Alla fine, però, è sempre stato ritrovato dai GIS (Gruppo Infermieri Speciali) in meno di 48 ore.
G: «Lucia, hai visto chi è arrivato?», chiede Giorgia, la badante, a mia madre.
L: «E chi è arrivato?»
M: «Lucì, sono io.»
L: «E chi ti vuole a te?» Poi ride e mi mostra Cicciobello. A sentire la mia voce, Teresina, famosa nel villaggio per la sua simpatia e la sua dolcezza, mi guarda e dice qualcosa che non riesco a capire. La saluto e lei, che si trova proprio alle spalle di mia madre, per essere sicura che io possa comprendere bene, in modo lento mi ripete il suo dolce saluto: «Sei un farabutto. Vigliacco.»
Sorrido e mi volto verso Giorgia, come a dire “hai visto? oggi la Teresina è più socievole del solito”. Intanto lei, sempre alle spalle di Lucia, continua con i suoi complimenti, facendomi sentire quasi “in famiglia”.
T: «Ti devi lavare che fai schifo. Sparisci dalla mia vista, barbone”.»
Io chiedo scusa e le dico che mi laverò appena torno a casa. Ma, mentre io reagisco con tranquillità, mia madre ha una reazione del tutto scomposta, si gira di lato e, dopo averla guardata storto, inizia: «Ma tu che cazzo vuoi? Brutta zoccola che non sei altro, lascia stare mio figlio che se no ti butto giù.»
A me viene da ridere perché siamo al piano terra ma poi quasi mi commuovo perché Lucia, che non mi riconosce da quasi due anni, mi difende dagli insulti altrui perché sono suo figlio. Mi sorprendo a chiedermi, dopo tutto questo tempo, come si faccia a ritornare a essere figli. Io proprio non me lo ricordo.
La Teresina, però, che ha un caratterino tutto pepe, vuole avere l’ultima parola: «Farabutti! Allora, ve ne andate a casa vostra o no?»
L: «Non sono cose tue. Sono mie. Mie e di mio figlio.»
M: «Lucì, lascia perdere.»
L: «Non ti vergogni a dire che siamo qua, siamo là?»
M: «Lascia stare Lucì, non ce l’aveva né con te né con me.»
L: «Ma perché non te ne vai da un’altra parte?»
A questa domanda, però, non interviene la Teresina ma la signora R, visibilmente contrariata: «Ma cosa vuoi?»
T: «Cosa gridi a fare?»
L: «Ma statt zitt tu! Che parl affà
R: «No, tu devi stare zitta. Non parlare più.»
L: «Perché, se no?»
M: «Lascia perdere, lasciala stare. Vieni, spostiamoci di qua.»
L: «No, lasciami stare. Se no che fai tu?»
R: «Adesso devo pure abbassare la testa.»
T: «Quanti ladri che ci sono. E vigliacchi.»
L: «Eh, pure tu.»
R: «Io sto qua e arriva ‘sta zoccola e dice sta’ zitta e non parlare.»
Lucia si gira verso la signora R e la guarda male, così mi metto in mezzo tra le due e dico a mia madre che non ce l’ha con lei, di stare tranquilla, che ce l’aveva con quell’altra. Ma Teresina mi guarda e pensa che io voglia rubare qualcosa e così riprende a urlare, scatenando l’altra signora.
T: «Lasciatela stare, non rubate, non rubate!»
R: «Non guardare a mio marito. Vai di là a guardare, gira la faccia.»
T: «Tu stai zitta…»
R: «No, io non sto zitta. La bocca è fatta per parlare e tu sei una puttana». Poi imita il suono di uno sputo e Teresina risponde con una frase che voglio rivendermi con i miei amici: «Hai dei torti però non hai delle ragioni.»
R: «Non ti preoccupare, vado a chiamare i Carabinieri, pettegola.»
T: «Chi è pettegola?»
R: «Io non ho fatto niente e tu sei sempre la solita.»
T: «Come sei ordinaria. E brutta.»
R: «Io ormai quello che ho fatto ho fatto. Tu invece sei una porca schifosa.»
Teresina ride: «Hai fatto anche la sporcacciona.»
R: «Mai – altro finto sputo -. Non ho fatto mai niente. Fai schifo.»
T: «Ma smettila.»
R: «Ora stanno arrivando i Carabinieri e ti portano via.»
T: «Sì, a me?»
R: «Ora arrivano, zoccola.»
T: «Ma piantala», e prende un bicchiere di plastica come per tirarglielo addosso.
R: «Non ti permettere quel gesto che mi alzo e ti butto all’altra testa. Porca, zozza, puzzolente e chiavica che sei.»
T: «Ma guarda un po’», replica quasi divertita.
R: «Hai visto il gesto che ha fatto?»
T: «Le vigliaccherie cadono tutte sulle spalle degli altri.»
R: «E tu fai schifo.»
Poi arrivano gli infermieri e si portano via le due litiganti. In sala ritorna il silenzio. Ogni tanto, una frase sconnessa. Ogni tanto il suono di un bacio che mia madre dà a Cicciobello. Porto entrambi al bar e, anche se mia madre non vuole nulla perché oggi ha male alle feste, si mangia una brioche. Quando torniamo, si addormenta sulla poltrona. Prima, però, mi chiede adesso cosa faccio.
M: «Resto un po’ qui.»
L: «Ma no, vai pure. Basta che poi torni.»
M: «Va bene, allora tra poco vado e poi torno.»
L: «Bravo. Torna, così ti butto giù.»

© Marco Annicchiarico

 

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