Caregiver Whisper 9

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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2 febbraio 2016

La prima volta che mio padre è arrivato a Milano, proprio come in un film di Totò, aveva con sé una valigia legata con lo spago e i soldi nascosti nei calzini; glieli diede suo nonno Nicola il giorno prima di partire.
Hai tempo cinquantamila lire, gli disse: «Se non trovi un lavoro, quando finiscono te ne torni qui al paese e mi dai una mano a lavorare la terra.»
Mio padre non aveva idea di quello che sarebbe successo ma sapeva che al paese non ci voleva tornare; soprattutto, sapeva che non voleva tornarci per mettersi a lavorare la terra.
Aveva in tasca un indirizzo per un colloquio di lavoro e molte speranze. Quando si presentò per il posto, fece passare avanti gli altri candidati, quarantanove in tutto, così da poter entrare per ultimo. Si mostrò sorridente e spavaldo, cercando di parlare un perfetto italiano. Gli dissero che sembrava sveglio e che, a breve, sarebbe iniziato un corso per programmatori.
«Ha qualche esperienza?», chiesero.
Pensò “Eh, è una parola!” ma rispose senza esitazione: «Certo!», convinto che avrebbe imparato tutto grazie a quel corso.
Così, dopo aver superato un secondo colloquio e l’esame finale, diventò programmatore alla IBM di via Tolmezzo.
«Vedi? Quando venivo a lavorare qui, al posto di questi palazzi c’era solo il verde; oggi invece è tutto cambiato.»
«Quindi aveva proprio ragione Celentano quando cantava là dove c’era l’erba ora c’è una città», dico.
«Sì. E pensa che casa nostra era ai confini della città. Chi ha vissuto Milano in quegli anni sa perfettamente cosa voleva dire con “Il ragazzo della via Gluck”.»
Così camminiamo uno di fianco all’altro verso casa, mentre lui continua a raccontare la sua storia.
Poi, di colpo, ha iniziato a parlare della preoccupazione per quei tumori che aveva al polmone e allo stomaco; non era ottimista e io cercavo di fargli coraggio, nascondendo la mia paura. Cercava di non parlarne, mi disse, per fare in modo che non gli venisse l’ansia e quella sensazione allo stomaco che gli faceva mancare l’aria. Come il mese precedente, quando eravamo andati al Pronto Soccorso per un dolore epigastrico persistente che, in realtà, non era altro che una scusa per nascondere un semplice attacco di panico. È stata l’unica volta che Sebastiano ha affrontato l’argomento di sua spontanea volontà. La cosa che più lo preoccupava, mi disse, era come avrebbe reagito la mamma. La cosa che più lo preoccupava era il non potersi più prendere cura di lei come aveva fatto fino a quel momento: nella buona e nella cattiva sorte.
«Mi prometti che te ne prenderai cura tu, qualunque cosa succederà?»
«Scusa se te lo dico papà, ma mi hai appena fatto una domanda del cazzo: c’è bisogno di chiederlo?»
Poi si è girato dall’altra parte.
Abbiamo continuato a camminare senza dire nulla, uno accanto all’altro, come se entrambi, senza avvertire, avessimo deciso di iniziare il gioco del silenzio. Dopo qualche minuto, chiama mia madre per sapere quando saremmo tornati a casa e cosa avrebbe dovuto fare da mangiare. Quella sarà una delle ultime volte in cui Lucia riuscirà a usare il telefono senza nessun aiuto.
Mio padre risponde di non preparare nulla, che avremmo mangiato una pizza fuori.
«Però prepara la borsetta», le dice.
«E perché?»
«E scusa, non ci paghi tu la cena?», replica mio padre a mo’ di sfottò.
«Ma che, scherzi? Non pensi a che brutta figura ci fate voi due che siete uomini se lasciate pagare a una donna?»

© Marco Annicchiarico

 

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