redazione

I poeti della domenica #168: Giuseppe Dessì, Penelope

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PENELOPE

Ho visto Penelope scolpita in un atto di noia.
Non canto di gallo
non sogno che squarci le notti
non urlo di cani.
Sono i sonni pieni e profondi.
Non voce mal nota al destarsi.
Non copre ella il petto cadente
nel solitario mattino.
Nel volto un’impronta di pace
come chi attende a lungo
in silenzio
e in un pensiero costante
arresta nel corso del tempo
il lento
sfiorir della carne.
Voci a basso nelle chiuse sale
s’attenuano all’aprir delle porte.
Rabbrividisce ben desta e sorge nel manto regale.
Vaga lontano l’eroe finché il cerchio si rompa,
risuonano ancora i nomi d’ignoti mari.

Villacidro 1931
da
Il Campano, maggio-giugno 1935 a. XIII

.

da Giuseppe Dessì, Poesie. A cura di Neria De Giovanni, Nemapress, 1995

#Capogatto di Emilia Barbato (di C. Tosetti)

Con Capogatto (puntoacapo Editrice, 2016; prefazione di Elio Grasso) Emilia Barbato è alla sua terza fatica, dopo Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) e Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014). È inoltre presente in diverse antologie (Fusibilialibri, Ursini, Aletti, Fondazione Mario Luzi Editore).
La silloge in esame si apre con una poesia (Quel modo di essere luoghi, pag. 11), che cita il romanzo di Christina Stead (L’uomo che amava i bambini, Adelphi, 2004, o – nella prima edizione italiana – Sabba familiare, Garzanti, 1978). La composizione è un sussurrato sprone ad imitare la capacità del luogo di resistere, accogliere, di fare da sostrato passivo e cautamente compassionevole allo svolgersi di eventi, sia umani che legati al divenire delle cose, inevitabili; il romanzo citato ne evocherebbe anche di dolorosi, violenti, ma i versi di Emilia Barbato sono quanto di più lontano possa esistere dalla violenza, e la poesia sopra citata ne è l’emblema, in quanto vi è un palpitare sommesso, una tensione delicata, un pioppino tremore, descrivendo l’ineluttabile sfacelo della materia trascurata ed il tedio della vita nell’abitudine; gli attori sono pervasi e pervadono di malinconia, ma le parole vengono filtrate dalle maglie della levità, caratteristica della poetica dell’autrice, maglie la cui lega – all’interno della raccolta – contiene metafora e allegoria e, per l’appunto, luoghi.
Ecco un altro tratto distintivo: il luogo, che, nella poetica dell’autrice, appare un elemento fondamentale, anche quando un preciso luogo è assente. Funzionalmente alle poesie di Emilia Barbato, il luogo (in un senso molto ampio: luogo è la vigna, ma anche il cuore) è però da intendere nell’analitica accezione aristotelica, non quindi ecosistema, o piazza o città (benché, nella raccolta, vesta di volta in volta gli abiti del mare, della foresta, della città, di una stagione) ma in quanto limite immobile, contenente degli eventi o dei contenenti nei quali i fatti si svolgono, dove “gli enti si muovono”; anche una riflessione in versi, avulsa da una collocazione spaziale precisa, ha in questa assenza di luogo uno degli strumenti mediatori della Barbato. Non vi sono incantate descrizioni di paesaggi e fiori; questi due elementi, che assumo ad esempio, appaiono come strumenti retorici. In questo senso, i luoghi sono “contenenti i fatti” e permettono la descrizione indiretta degli stessi.
Non mi pare casualità, allora, che il vocabolo “contenere” compaia nella poesia sopra nominata:

Quel modo di essere luoghi

Quello che dovremmo recuperare con cautela
è il nostro modo di essere luoghi,
di raccoglierci e languire riflettendo l’aggressiva
decadenza delle cose, delle case, dei muri,
il progressivo franare dei margini delle strade,
dovremmo ammettere di contenere
la popolazione stanca di una baia
e il fastidio della sua aria salmastra, la noia
dei rami, capire di essere la riva dove si ripetono
le acque tristi e la terra, la solitudine
del bastione di Spa House che resta nell’incuria
e nel romanzo di quell’uomo che amava soltanto i bambini.

Emilia Barbato sceglie il verso libero e, nella prima sezione del libro (BASTÌA), compaiono anche due brevi prose e delle composizioni che sconfinano nella prosa poetica. Ciò, al lettore, potrebbe suggerire eterogeneità, ma la visione d’insieme del libro pare tratteggiare un percorso preciso: il “resistere accogliendo” della prima lirica pare un desiderio, una speranza, che si densifica avanzando fra le pagine, si intravede nella seconda sezione, sezione di riflessione e bilancio (CAPOGATTO), fruttifica nell’ultima (VIA DEI TRANSITI), in cui il fremito muliebre (sempre percepibile) lascia trasparire una scrittura più distesa, la visione di una certa serenità, o il superamento di un periodo di difficoltà. (altro…)

Sarah Manguso, Il salto

Sarah Manguso, Il salto, trad di Gioia Guerzoni, NN editore, 2017; € 16,00, ebook € 7,99

*

Ci sono molti modi di raccontare il dolore, tutti quanti sono personali; è molto probabile che si tratti di racconto parziale, di qualcosa che non riesca né a contenere né a dire tutto. Il dolore è un fatto privato, personale, ed è – per necessità e forza di cose – un racconto limitato. Il dolore poi non è né quello che mostriamo agli altri, né quello che gli altri credono di comprendere dai nostri comportamenti. Il dolore è un’altra cosa.

Il dolore, e malinconia, e nostalgia, può essere certo dell’assenza se parliamo della perdita definitiva di una persona cara, della morte così come accade ne Il salto di Sarah Manguso; oppure può essere rimozione, se si può far finta che non ci sia. Eppure il dolore c’è, va e viene, si nasconde dove vogliamo ma torna quando non ce lo aspettiamo. Possiamo sopportarlo ma non possiamo batterlo.

Se Harris, il protagonista della storia fosse partito invece di saltare sul binario della metropolitana all’arrivo del treno? Partito, così come ha fatto Sarah, la sua più cara amica, che se ne è stata per un anno all’estero. Anno in cui, dopo aver condiviso tutto, non si sono sentiti, cosa sarebbe accaduto? Harris, però, quel salto l’ha fatto e proprio nelle ore in cui Sarah rientrava a New York.

Il dolore che porto con me ora, e che a volte si attenua senza preavviso, non è il suo. Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo. Lascio che ricopra tutto. Urlo in casa. Piango in metropolitana. Dico a tutti quelli che conosco che il mio amico si è buttato sotto un treno.

(altro…)

I poeti della domenica #158: Liliana Zinetti, Il pomeriggio d’aprile ripete l’inverno

perché ho cercato troppo ciò che ho perso.
Philipp Jacottet

Il pomeriggio d’aprile ripete l’inverno.
Non potrai essere felice se cammini tra le ombre.
La felicità ha un’età breve.
Hai guardato troppo a lungo.
No, sono risalita e la luna
era la stessa luna,
rifletteva l’identica disperazione.
Le stelle sono cumuli di gas e detriti
solo i vermi non mentono.
Dobbiamo imparare la distanza,
subirla è il dolore.
Guarda, la siepe del giardino
delimita un piccolo mondo
d’insetti sotto un tetto d’erbe,
il sorprendente azzurro di una farfalla
è cielo.
Il gesto del contadino che apre
il ventre molle della terra,
la mimesi del fiore che sfoglia ricordi
del colore
sono la liturgia del minimo
a cui soggiace la vastità del mondo.

.

© da Liliana Zinetti, Improvviso il mare, L’arcolaio, 2012

Su “L’ospite” di Elisa Biagini (di D. Campanari)

Elisa Biagini, L'ospite (Einaudi, 2014)

Elisa Biagini, L’ospite

di Daniele Campanari

.

Un detto popolare dice che al terzo giorno di permanenza nello stesso spazio anche l’ospite più prestigioso puzza. Si tratterebbe dello stesso odore clandestino prodotto dal pesce abbandonato in frigorifero.
Anche L’ospite (Einaudi, 2014) di Elisa Biagini emana un odore. Sia chiaro da subito, non si tratta dello stesso cattivo odore di cui sopra, ma di un sorprendente profumo che arriva al punto più alto dell’emozione.

Tra noi la voce non
conduce e arriva, come
phon dentro l’acqua
ma si ferma come d’interruttore […]

Soltanto qualche verso dopo c’è il blackout, per una logica sentimentale prima che di tecnologia.
In questi versi, gli stessi che appaiono sulla copertina del libro, la Biagini introduce l’ospite che vive l’intera raccolta. Volendo essere curiosi, si chiede quale sia la sessualità dell’ospitato. Ebbene, questo sembra essere l’unico desiderio esaudibile alla richiesta: potrebbe trattarsi di cugina, madre o sorella; comunque è una donna.

A noi ci lega
un altro ramo
di questo albero
[…]
Ho i tuoi pezzi di
corpo
[…]
certo te, ma non tutta […]

La poesia di pagina 67 è stata fatta volutamente a pezzi – e non è un crimine –  per capire come alcuni passaggi poetici, seppure divisi, abbiano un legame. Lo stesso legame di cui parla l’autrice quando vede – oppure immagina – l’albero che ha di fronte. Che questo albero assuma sembianze umane, poi, è soltanto una ridefinizione usuale della natura.

Se ogni volta che
sudo ti perdessi sarei
a buon punto:
non torneresti in
gola la mattina ma
sindone di te nel mio
lenzuolo

In quest’altro caso tracciato l’autrice offre una perla rara, un’immagine ancora una volta corporale guardando il sudore che cadendo diventa persona. E prosegue trasformando questa essenziale fonte in sacralità ricordando il volto di Cristo spalmato sul famoso lenzuolo.
Quella di Elisa Biagini è una dedica continua, a una voce sola, che spesso ha a che fare col cibo: fra noi, come/ la panna del/ latte, la pausa/ troppo lunga/ di ghiaccio che/ cede, il bianco/ che ci beve.
Niente di strano pensando a questo come elemento fondamentale per la sopravvivenza tenuta in casa, all’ospite come soggetto ambientato tra le stesse quattro mura.
L’Ospite non è quindi un’intimità segreta che svolazza su luoghi insicuri. Tutt’altro, l’Ospite di Elisa Biagini è una precisa certezza.

 

Estratti

ed io che sono
senza vista ai
raggi x, dovrò
sfogliarti per
vederti davvero,
dovrò
sbucciarti
per trovarti
la polpa.

.

*

mi hai fatta
a maglia,
per
questo il mio
biancore, il
non reggermi in
piedi, no anemia:

per vedermi meglio
dentro, per entrarmi,
attraverso queste maglie
troppo larghe.

.

© Daniele Campanari

I poeti della domenica #154: Alda Merini, Ogni mattina il mio stelo…

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avvrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

.

© da La Terra Santa [1984], ora in Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, Mondadori, 2010

I poeti della domenica #153: Daria Menicanti, Vento e vino

Vento e vino

Di nuovo il vento. In corsa via dal fondo
di via Tadino insaziabile snida
le foglie spente
e lettere e giornali
dando una vita di farfalla a cose
finite;
si insacca con un gemito
lungo le trasversali.
Rieccolo. Furtivo
come un amante rade alle pareti
di questa valle stretta
di pietre e vetrine
di lampade inquiete,
allarga fischiettando le persiane
che esclusero da poco
il buio vivo a manciata di stelle.

Poi quella forma tenera di vecchio
solo, ubriaco. Teso incontro al vento
con amicizia (ha trovato nei vini
l’esilio da se stesso)
cammina.
Ha un repertorio
di tre parole che ripete a breve
scadenza tra gli scoppi della voce.
Il giulivo paléo del suo discorso
gli rimbalza davanti di continuo
tra i muti applausi croscianti.
È un vecchio solo. Un felice.
.       Delle stanze
nel caldo buio dignitosi e tetri
noi, a gara coi respiri,
vigilando aspettiamo la luce.

novembre 1961

.

© da Città come [1964], ora in Daria Menicanti, Il concerto del grillo. L’opera poetica completa, Mimesis, 2013

Omaggio a Giorgio Bàrberi Squarotti

2009 14 bàrberi squarotti gli affanni

Giorgio Bàrberi Squarotti, 14 settembre 1929 – 9 aprile 217

Sul balcone

Sul balcone è rimasto salvo solo
un geranio rosato al suo ritorno
dopo le settimane d’altre stelle
esanime e la luna troppo accesa
sopra i canali incerti e il soffio, forse,
di un fiume in mezzo a monasteri e chiese
e i fremiti di canne e di campane.
Un po’ piegata, nuda nel candore
veemente del mattino, le tettine
dolcemente tremanti, la poca acqua
versava impietosita e molto erronea
sulla terra brulla, ma più ancora
sull’indorato seno e sui capezzoli
induriti, fino alle cosce subito
nervose. Sui capelli, aridamente
le cadde un petalo dal cielo, e giunsero
allora merli e passeri e colombi
a beccarle per allusione e gioco
la pelle desiderata; ed appena
qualche piccolo segno rosso, dopo,
le rimaneva, come un dono ironico
o un avvertimento del suo tempo
che si è fatto troppo breve, e allora
non si allontani dalla tanta luce
della sua nudità della ringhiera,
che la fa rabbrividire e ridere.

Torino, 19 giugno 2003

*

Sul Tanaro, Afrodite

Sul Tanaro? Afrodite? e chi può credere
che davvero nell’ampia conca, al margine
delle rocche di tufo (ed è profonda
l’acqua e cupa, ma la fa viva il verde
delle foglie dei pioppi cge, leggere,
si agitano nel lentissimo vento)
ci sia la grande conchiglia rosata
che la corrente minima trasporta
dall’una all’altra riva, e sopra, nuda,
la ragazza bionda con i capelli
inanellati che allontana a tratti
dal volto con la mano, imbarazzata
e sorridente? E una lunga ed esigua
nuvola nera all’orlo del vigneto
nel primo culmine di una collina
sia un giovane rosso in viso, grasso,
e, sboccato, guardi attento ed avido
nell’attesa che la ragazza sbarchi
nella golena, dove sono salici
e pietre tonde e una sabbia banchissima,
fine, e più in là le more violacee
come i dritti capezzoli, e un serpente
che sollevi la testa e, incuriosito,
la contempli? C’è sempre una vicenda
che si rinnova altrove, dove meno
è inevitabile: la dea che ora un vento
animato sospinge nelle acque
infine infinitamente ampliate,
come un mare, canuto, un poco ondoso.

Torino, 9 gennaio 2004

.

da Gli affanni, gli agi e la speranza, L’arcolaio, 2008

proSabato: Camillo Sbarbaro, Scampolo #17

17

.  A volte, seduto di fronte a me, vedo il mio io che mi guarda senza voce; o in una stanza improvvisamente mi sento eguale a quel vestito appeso a quell’attaccapanni.
.  E se, a illudermi d’essere vivo, di là mi scrollo ed esco, avverto camminando il meccanismo del corpo, e, come la caverna dell’eco, l’anima mi si riempie del frastuono della via.
.  Dura cosa non avere bisogni. È allora che si mangia senza fame, si trangugia vino e si mendica di prostribolo in postribolo un poco di foia. Il mondo è limitato da un muro scialbo orribilmente vicino; e il nostro io ci fa ribrezzo, vagamente, come il fantoccio la cui mano, sollevata, ricade.
.  Oh io voglio finalmente vestito di rosa tenero mostrarmi per le vie più affollate o commettere qualche freddo delitto!

.

@ Camillo Sbarbaro, Trucioli, ora in L’opera n versi e in prosa, Garzanti, 1985

I poeti della domenica #150: Angelo Maria Ripellino, Apologo

Apologo

Signori, odora di trucco la vita!
Quando, attraverso fragili orizzonti,
mi spruzza d’improvviso sulle guance
la risata omerica del mare,
quando una rana scoppia nel pantano,
quando dagli astri sgorga sangue d’oro,
nell’aria annuso il trucco, la nebbia
perlacea della scena, la colla e il cartone.
Dietro le quinte incrostate di muffa,
come nel guercio cavallo di Troia
si nascondono turbe di parole,
bambole e le larve vocali che un giorno,
rinchiuse in globi di fiamma,
volarono dal grido degli attori.
I suoni, cuciti con fili di paglia,
con rossi legacci, con strisce fangose,
privi di parte, spogli di conflitto,
gelidi stanno tra le umide quinte,
pronti al Giudizio Finale.
Nei tempi del pretempo, oltre il diluvio,
dormivano i suoni in un letto di crine,
ma con pennelli e scatole di trucco
venne una rosa a destarli, giuliva,
seguìta da perfide trombe. Una rosa.

ignori.

da Non un giorno ma adesso [1960], ora in Angelo Maria Ripellino, Poesie prime e ultime, Nino Aragno Editore, 2006

I poeti della domenica #148: Guido Mazzoni, Rogoredo

 

Rogoredo foto gianni montieri

Rogoredo

Con una strana durezza, fra tutti quei colori, riguardavo
le nuvole basse e il sole
sempre sopra di me illuminare il finestrino

e la sequenza dei palazzi usciti dal vapore
azzurri fra muri di siepi e pochi colori tutt’intorno
«questi sono corpi», mi dicevo, «e questo è il mio
dove il sole e un treno troppo riscaldato mi disegnano le vene».

*
da Guido Mazzoni, I mondi, Donzelli, 2010

I poeti della domenica #147: Anna Maria Carpi, I meglio sono loro (inedito)

 

Kandisky, esposizione Mudec Milano, 2017

I MEGLIO SONO loro, e c’è Kandinsky.

Sono fioriti in bianco per le strade
qui intorno a casa, non tutti, ché i restii
come me preferiscono l’inverno,
i rami nudi e nulla che si muove.

Gente che va, che va a far due passi
e quanti i cani
questa domenica di primavera.
Ultimamente l’uomo si sente solo,
più che mai solo, io non so perché.
Erdogan raccomanda fate figli,
almeno cinque a coppia,
mangiate, consumate, e che le femmine
portino il velo, meglio se integrale.

E di piccini se ti guardi intorno
in braccio in carrozzina
per mano ai grandi
non c’è penuria, mini-italiani
dai visetti tondi, una bellezza,
nati dopo il 2010 o l’altro giorno.
Ma in mezzo quanti vecchi
no non vecchi, decrepiti,
ancora vivi e avidi di vita –
con che diritto?

Io non so a chi appartengo,
cerco di non saperlo.
Quando sono vissuta?
Io guardo i bimbi e i cani.
Piangono abbaiano, sono loro la vita.
E perché la vita?
Per me è solo fatica, solo dubbio.

Ma al MUDEC c’è Kandinsky,
cinquanta quadri e accanto una delizia:
dei miniesempi del folklore russo –
anni terribili del ‘900, che lui
non ha sofferti: dentro a trent’anni
gli è esplosa l’arte. Mai più l’oggetto, dice,
solo il suo riflesso
nello spirito umano,
il suono è giallo, ogni colore suona.
E ciò che fa del mondo è uno splendore.

*

© Anna Maria Carpi, 20/03/2017