redazione

Luca Benassi, poesie da “La parola del nemico”

 

Luca Benassi pubblica in Macedonia l’antologia Зборот на непријателот – La parola del nemico (PNV Publishing, Skopje, Macedonia 2019), in edizione bilingue italiano-macedone, a cura di Julijana Velichkovska e nella traduzione di Dario Todorovski e Katarina Velichkovska, con una nota critica di Vladimir Martinovski, poeta e professore di letteratura comparata all’Università Cirillo e Metodio di Skopje. Il libro, oltre a far conoscere il poeta romano nei Balcani (sempre nel 2019 la casa editrice Alma ha pubblicato un’antologia delle sue poesia in serbo (Очи и звезда – Gli occhi e la stella, Belgrado, Serbia 2019), offre l’occasione di ripercorrere la sua produzione dal 2005 al 2012, con una sezione inedita di testi scritti fra il 2013 e il 2015. La selezione, curata dallo stesso poeta che ha riorganizzato i testi per nuclei tematici che solo in parte ripropongono la scansione temporale delle pubblicazioni, consente una panoramica complessiva sulla sua poesia.

 

1

Io sbaglio sempre
e forse dovrei tenere un segno
acceso nella carne come un faro
inciderlo sulla mano come una croce
una lettera indecifrabile
dell’alfabeto del dolore
che dica il qui e l’ora
dei miei sbagli:
tu lo sai, mi perdo
(o ci perdiamo entrambi
-ci perdiamo tutti)
smarrisco la via
della nostra quiete
che conduce al bacio
lieve del ritorno.

секогаш грешам
и можеби треба да држам знак
што ќе свети во месото како фар
да го врежам во дланката како крст
како недешифрирано писмо
на азбуката на болката
којшто ќе кажува, ова е времето
на моите грешки:
го знаеш ти тоа, се губам
(или се губиме двајцата
– се губиме сите)
ми се губи патот
на нашиот спокој
што води до нежниот бакнеж
на враќањето.

 

2

Bisogna aspettarli al varco i salmoni
al collo di bottiglia della foce
spauriti, mentre accalcano l’acqua
bisogna tendere la rete dove
la superficie si increspa di pinne
le branchie annaspano quel desiderio
che riproduce il transito di nuove
generazioni. Allora è il momento
di calare la rete, di tendere
alla gola il laccio, l’arpione aguzzo.
All’uscita della metro noi siamo
salmoni ignari verso la mattanza.

Лососите треба да се пречекаат на преминот
на грлото од устието, во тесно,
уплашени, додека во јато ја препливуваат водата
треба да се фрли мрежата
таму каде што површината се препелка со перки,
а жабрите трепетат од внатрешниот порив
да создадат премин за новите
генерации. Сега е моментот
да се фрли мрежата, да се затегне
гајтанот кај грлото, да се забоде остриот харпун.
На излезот од метрото лососи сме
несвесно во колеж што одат.

(altro…)

Enrico Barbieri, tre poesie inedite

 

La poesia di Enrico Barbieri viene da lontano, da una ferita che non riesce a sanarsi, non può, forse non deve. Deserto e sole sono qui nel testo a parlarci di solitudini che brillano, magnifiche e spaventevoli. La ferita la vediamo nel taglio che il verso istituisce, nell’a-capo che impone alla lingua perché debba cadere e dettarsi di lì in un ritmo alimentato da scosse, terribile e tremante. Lo sentiamo questo ritmo pieno di tagli, ci attrae.
Ed eccoci, fraternamente «uguali e uguali» a nuvole e ferro e ruggine. Insieme vaghiamo o stiamo fermi – è la stessa cosa – sotto i colpi di questa terribilità e del nostro tremore.
È un termine sacro alla poesia, “tremore”; è in noi eppure indirizza ad altro, al «brusio antico / dell’Eterno». La poesia sa custodire questo paradosso: vuole dar voce a ciò che è in noi e a ciò che è fuori di noi, l’alto e il basso, materia e non materia. Ricordiamo un verso di Mario Luzi, in Aprile-amore: «quello che è in noi oppure non esiste»: è questo il terribile, sentire il fuori, «l’altro eterno deserto», e lì specchiarsi e perdersi. Barbieri sa farlo, con l’onestà e l’umiltà di dirlo. Altrimenti sarebbe viltà. Allora dovrà essere un culmine, nudo e gelido trionfo; sarà «pietra benedetta nel buio», nient’altro. Finalmente. (Cristiano Poletti)

 

La prima centuria
armata dietro
il cancello e i rampicanti
gridavano al vento
ritirandosi, fuori
le nuvole marciavano
uguali e uguali
al ferro e alla ruggine
dei navigli, soli
coperti di macchie
attendono adesso
il Nostro Pensiero.
Fuori da noi esiste
l’altro eterno deserto.

 

Che qualcuno là fuori
oltre la fascia di asteroidi
prima del confine magnetico del sole
si accorga del brusio antico
dell’Eterno altro da sé stesso che
brucia tutto dell’esistere e poi
sarà pietra benedetta nel buio.

 

Niente, se non i cani ora
in una corsa solenne
e il vento tra le lame del
rostro da guerra tra le scapole,
sventrando i cavalli di
chi voleva accecarci e
dei vili di là del deserto.

 

Donato Zoppo, Something, il 1969 dei Beatles e una canzone leggendaria (rec. di Raffaele Calvanese)

Something, il 1969 dei Beatles e una canzone leggendaria.

(Donato Zoppo / GM Press 2019 100 p.)

La più grande canzone d’amore di tutti i tempi. Così l’ha definita The Voice, non uno qualunque, Frank Sinatra. La cosa più interessante è che la cover di Sinatra non era nemmeno in cima alla lista delle preferite del suo ombroso autore George Harrison. Questo già basterebbe a far capire un po’ del mondo Harrisoniano.
Leaving in a material World, il bellissimo documentario sul Beatle più ombroso ne restituisce un bello spaccato, ma Something di Donato Zoppo in qualche modo riesce a mettere una bella lente d’ingrandimento su questo brano, finito in Abbey Road, probabilmente l’album più tormentato della storia dei quattro ragazzi di Liverpool.
Una storia di pesi e contrappesi, una storia di persone che crescono e che cambiano, di rapporti che maturano, che si incrinano, che si tengono appesi a fili sottili, a cerotti macchiati di sangue su ferite vecchie e nuove.
Non è facile per nessuno spuntarla su due dei songwriter più importanti della storia della musica di tutti i tempo come Lennon e McCartney, eppure George un po’ alla volta ci prova, difficile credere fino in fondo in sé stessi quando hai vicino due musicisti che davanti ai tuoi occhi scrivono la storia della musica moderna. Tanto è vero che la prima apparizione di Something, di cui questo libro del giornalista musicale e speaker radiofonico Donato Zoppo celebra i 50 anni, finisce su un disco di Joe Cocker. (altro…)

Caregiver Whisper 91

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Nataša Sardžoska, Attesa

 

Nataša Sardžoska
Attesa

alla stazione Bellaterra al bar Bonaparte
ti aspetterò ogni giorno dalle 17 alle 19
dopo il nuoto
con un calice di vino
scavato dal vulcano della tua terra
e un dolce secco che nessuno ha comprato
senza tacchi senza trucco
senza ironia senza rimproveri
con i capelli ancora bagnati
sfidando il vento
sfidando il raffreddore
sfidando te

[da me ti porteranno le linee S2 e S6 che partono
dalla piazza Catalonia
collegata all’aeroporto El Prat
collegato a Fiumicino
con vari voli al giorno:
Roma e Barcellona sono davvero lontane]

in questa città ostile
non ho voglia degli ambienti letterari né di quei tangheri
né di connessioni wifi [tanto so che non ci sei]
sono una pianta e solo voglio respirare
sono un pesce in via d’estinzione
e solo voglio nuotare nell’acqua
sprofondare fino a non poter più
sopportare la pressione dell’aria:
l’aria che non respiri più tu

in questa città con i suoi turisti noiosi
che calcolano i posti ancora non visitati
le donne disperate i baci mai ricevuti
il mondo intero che non sa amare
se non solo per se stesso
solo quello che non gli appartiene
e non lo merita nemmeno
così come io non merito te
ma ti aspetto lo stesso
con la pena della cameriera

[ha capito: speravo di bere il vino con te]
che mi offre una Estrella
anche se non è più la tua
Stella
che cade nel mio lavandino
pieno di sangue e mascara e saliva: (altro…)

Mario Melis, Rendiconto di viaggi incompiuti

Mario Melis, Rendiconto di viaggi incompiuti, Edizioni Cofine 2019

L’immagine di copertina, una riproduzione di La firma in bianco di Magritte, introduce in misura efficace ai “viaggi incompiuti”, il cui compte-rendu in molteplici versioni costella questa nuova raccolta di Mario Melis. Delle sue Notizie dall’isola serbo un ricordo chiaro e caro.
Il quadro di Magritte anticipa ed evoca, a mio parere, un aspetto centrale del volumetto di poesie, un aspetto che viene coniugato dall’autore in una successione di testi che egli stesso, nella nota intitolata A mo’ di scusa, definisce “difficili”, un aspetto al quale possiamo conferire i nomi – pur sapendo del rischio di mendacità e di effimero sfioramento che già la sola pronuncia dei nomi può provocare, come Melis ci avverte in Come se pronunciare il nome fosse conoscere – di parvenza, simulacro, ombra, apparizione, fantasma.
Fin dalla prima lettura di questo libro, che esige ritorni e riflessioni anche – ma non solo! – per la fittissima rete di richiami, alcuni esplicitati, altri lasciati ‘in cifra’, il mio pensiero è andato alla seconda parte del Faust di Goethe, in particolare, al terzo atto di Faust II, all’incontro di Faust con Elena. Simulacro potentissimo, e pur sempre simulacro. Ecco, i “viaggi incompiuti” di Mario Melis sembrano provenire proprio da un lutto perpetuato, da una perdita che ha causato una cesura insormontabile, come da un Faust mai più ripresosi dalla sparizione e dalla definitiva assenza di Elena. Sappiamo che nell’opera di Goethe non è così, Faust trasforma il lutto in attività benefica per la comunità che avrà la ventura di conoscere; in Rendiconti di viaggi incompiuti, invece, il trauma diventa l’occasione, la scintilla, il terreno fertile per l’infinito poema del rimuginare, del ritornare, del ripescare, del rimestare, del riflettere.
Non a caso ho scritto “terreno fertile”, perché la trama complessa che ne risulta è ricca di spunti e ha il fascino del pungolo a ricercare. In questo pungolo perenne alla ricerca sta un altro punto di contatto tra il Faust di Goethe e Rendiconti di viaggi incompiuti di Melis. E così, proseguendo nella lettura, ritroviamo, in Il femminicidio e Il lamento di Elena, nella ripresa della leggendaria palinodia di Stesicoro – una sorta di ammenda dopo un precedente poema che accusava la donna di adulterio, poema per il quale era stato punito con la cecità – la vera Elena che vive in Egitto durante la guerra, mentre è il suo fantasma quello che gli altri vedono a Troia.
Terzo e rilevante punto di contatto è senz’altro la centralità rappresentata dalla guerra di Troia, topos formidabile e tremendamente attuale. All’inizio del testo Il lamento del guerriero, la prima parte del Dittico di un altrove, l’asserzione è inequivocabile: «La guerra di Troia non finisce mai./ Tardi il guerriero ha compreso in sé stesso il proprio nemico/ e spera di ricevere uguale comprensione.» ¿Porque piensas a la guerra de Troya?, Perché pensi ancora alla guerra di Troia?, testo già presente in Notizie dall’isola e ribadito qui in due lingue, spagnolo prima e italiano poi, sottolinea, più avanti, la valenza plurale dell’evento narrato dall’epos antico, la sua natura di catalizzatore di solitudini e di cecità permanenti, così come di confronti con la Storia.
La guerra di Troia, insieme ad alcuni personaggi (oltre a Elena già menzionata, ricorrono di frequente Ulisse e Penelope; anche Ettore e Andromaca fanno la loro apparizione), riporta a Omero, poeta, voce che non può,  che non deve essere ignorata, perenne pietra di paragone.
Insieme a Omero, altre voci poetiche sono nominate, voci maestre e anime affini, primo tra il “colonnello”, vale a dire il poeta Ferdinando Falco; poi il poeta catalano Salvador Espriu, il poeta neogreco Jorgos Seferis; poi, ancora, Thomas Stearns Eliot. (altro…)

Francesca Del Moro, Due poesie per Isabella Viola (e per un film di Daniele Vicari)

Acquerello di Francesco Barnabei

 

Due poesie per Isabella Viola

 

Canzone per Isabella

Passa puntuale
la metro di Roma
ma la giovane donna
non sale.

Si accosta una signora
le chiede che cos’ha
e poi se ne va
senza avere risposta.

Spalle al muro, seduta,
con in grembo la borsa
la giovane donna
neppure si volta.

Stamani la serranda
del bar si alzerà tardi,
non ci saranno dolci
fragranti sul bancone.

“L’ho chiarito al colloquio”
le ha detto il padrone
“Sette giorni su sette,
non uno di riposo.
Mi spiace se stai male,
prendi una decisione.”

E intanto passa ancora
la metro di Roma
sotto lo sguardo assente
della giovane donna.

Non tornerà stasera
a casa a Torvaianica,
non mangerà da sola
la pasta riscaldata
non metterà a dormire
i suoi quattro bambini
non fumerà in balcone
insieme a suo marito.

Non sentirà la sveglia
alle quattro del mattino
non guarderà più l’alba
da dietro il finestrino.

Il suo cuore ha deciso
e, seduta, occhi chiusi,
nascosta tra la folla
che marcia al suo lavoro*
la giovane donna
finalmente riposa
mentre passa e ripassa
la metro di Roma.

* verso tratto da La ragazza Carla, di Elio Pagliarani

 

 

Isabella ha il viso fragile
di mattina
e un cappotto rosso.
Prima dell’alba cammina
con gli altri pendolari
sul ciglio della strada.
L’autobus si è rotto
ne aspetteranno un altro
faranno tardi al lavoro
sono già stanchi.
Spalla contro spalla,
ciascuno è solo
cammina a testa bassa,
si chiude nelle braccia
per proteggersi dal freddo.
Se solo alzassero gli occhi
per un momento
e si riconoscessero
le loro mute bestemmie
diventerebbero rivolta.

Potrebbero
cambiare il mondo
col loro odio.

Queste poesie nascono da due scene di un film, Sole cuore amore per la regia di Daniele Vicari, uscito nel 2016 e recentemente riproposto in televisione. Il film è a sua volta ispirato a una vicenda salita brevemente agli onori della cronaca nel 2012: la morte di Isabella Viola, stroncata da un infarto a 34 anni proprio la mattina del 18 novembre, sulla banchina della metro A di Roma. (altro…)

Bustine di zucchero #22: Ivan Lalić

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Lalic- Copia

Una sentenza attribuita a Catone il Censore, riferita all’arte oratoria, dice che se possiedi i fatti, le parole seguiranno da sole, questo per significare che, conoscendo a fondo un argomento, emerge con spontaneità la capacità di esporlo in un discorso gradevole e con le parole giuste. Credo che il detto possa ritenersi valido anche per la poesia. Le parole consegnate alla pagina sono il risultato di una sedimentazione avvenuta tempo prima nell’introspezione del poeta, un depositarsi “negli anfratti” in un processo di cura, attenzione, trasformazione, che riflette l’assiduità e la consuetudine con un argomento o un’esperienza diretta. Per questo la poesia – tanti poeti l’hanno dimostrato – non può prescindere da un particolare momento della coscienza che viene continuamente a contatto con la “cosa”. Nel caso dell’uomo e poeta serbo Ivan Lalić, egli fu visitato da due momenti traumatici; alla sua porta bussarono la guerra con un raid aereo a Belgrado nel 1944 e, in seguito, la morte della madre per tubercolosi, ragion per cui la sua scrittura frequentò un mondo fatto di specchi, morte, pericolo, ricordi, luoghi, ma sempre riportati nella veste del canto e nel desiderio di evocare l’esistenza nel suo respiro più lirico e ricco, respiro che si riflette in maniera naturale, ma non meno raffinata, nel linguaggio. Nell’indicare la via verso la verità del suo tempo, Lalić interpreta l’esistenza come una lotta fra il visibile e l’invisibile, rimarcata con frequenza in diverse poesie; se al visibile è fedele perché è la realtà a parlare, all’invisibile dedica la sua ricerca più insistente, tradurlo in immagini, perché non diventi vano sforzo, vana speranza, essendo la finalità coraggiosa, ovverosia «vestire di carne l’astrazione» (Nota sulla poetica), dare sostanza umana e vibrante alla metafisica. Questo atteggiamento ricorda molto il poeta bosniaco Izet Sarajlić: «Ecco, fintanto che il vento non disperde le nuvole gonfie,/io non riesco in alcun modo a occuparmi di qualcosa di concreto,/io guardo – le rondini» (Alla maniera di Heine). È l’attitudine a fare spazio alla vita sulla pagina nonostante il dolore che abita l’essere umano. Rem tene, verba sequentur. Tenere, come fra le mani, quanto conosci e vivi, per saperlo dire, per dargli un nome.

Bibliografia in bustina
Ivan Lalić, Poesie, Milano, Jaca Book, 1991, p. 143
Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte, Torino, Einaudi, 2012, p. 61

I poeti della domenica #410: Nicanor Parra, Preguntas a la hora del té/Domande all’ora del tè

 

PREGUNTAS A LA HORA DEL TÉ

Este señor desvaído parece
Una figura de un museo de cera;
Mira a través de los visillos rotos:
Qué vale más, ¿el oro o la belleza?,
¿Vale más el arroyo que se mueve
O la chépica fija a la ribera?
A lo lejos se oye una campana
Que abre una herida más, o que la cierra:
¿Es más real el agua de la fuente
O la muchacha que se mira en ella?
No se sabe, la gente se lo pasa
Construyendo castillos en la arena:
¿Es superior el vaso transparente
A la mano del hombre que lo crea?
Se respira una atmósfera cansada
De ceniza, de humo, de tristeza:
Lo que se vio una vez ya no se vuelve
A ver igual, dicem las hojas secas.
Hora del té, tostadas, margarina,
Todo envuelto en una especie de niebla.

 

DOMANDE ALL’ORA DEL TÈ

Questo indistinto signore assomiglia
A una figura da museo di cere;
Guarda attraverso le tendine logore:
Che vale di più, l’oro o la bellezza?
Vale di più il ruscello che si muove
O la pianta ben salda sulla sponda?
In lontananza si ode una campana
Che apre un’altra ferita, o che la chiude:
È più reale l’acqua della fonte
O la ragazza che si specchia in essa?
Non si sa, ormai la gente non fa altro
Che costruire castelli di sabbia:
Conta di pù il bicchiere trasperente
O la mano dell’uomo che lo crea?
Si respira una fragile atmosfera
Di cenere, di fumo, di tristezza:
Ciò che è stato una volta non sarà
Più così, dicono le foglie secche.
Ora del tè, pane tostato, burro,
E tutto avvolto come in una nebbia.

 

da © Nicanor Parra, L’ultimo spegne la luce, Bompiani Capoversi 2019

I poeti della domenica #409: Nicanor Parra, Advertencia/Avvertenza

 

ADVERTENCIA

Yo no permito que nadie me diga
Que no comprende los antipoemas
Todos deben reír a carcajadas.

Para eso me rompo la cabeza
Para llegar al alma del lector.

Déjense de preguntas.
En el lecho de muerte
Cada uno se rasca con sus uñas.

Además una cosa:
Yo no tengo ningún inconveniente
En meterme en camisa de once varas.

 

AVVERTENZA

Io non permetto a nessuno di dirmi
Che non capisce le mie antipoesie
Tutti devono ridere a strafottere.

Per questo io mi spremo le meningi
Per arrivare all’anima del pubblico.

Basta fare domande.
Fin sul letto di morte
Ognuno con le unghie sue si gratta.

E infine un’altra cosa:
Io veramente non ho alcun problema
A stare a un gioco più grande di me.

 

da © Nicanor Parra, L’ultimo spegne la luce, Bompiani Capoversi 2019

Rinasce un’impresa. Su “Poesia e destino” di Milo De Angelis

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Rinasce un’impresa. Impavida per essenza e improrogabile per amore.

di Cinzia Thomareizis

 

Poesia e destino è percorso da un unico fremito, da un solo obiettivo, dall’imperativo categorico di buttarsi nell’impresa, di ubbidire all’impresa, di realizzare l’impresa. Ogni sezione, ogni capitolo, voce, racconto fluisce lì: se non fosse Poesia e destino il suo titolo sarebbe L’impresa.
Non per caso è coevo di Millimetri (1983), che fonda consapevolmente, rivendica poeticamente proprio l’impresa: con grido calmissimo e ardore pietrificato, con un’urgenza tanto assoluta e indiscutibile da gettarsi direttamente nel centro di quella circonferenza cui ogni poeta mira. E forse (ripeto, forse…) questo richiamo o desiderio o mito dell’impresa, porta con sé anche un’eco di Franco Fortini, non nei contenuti che furono osteggiati, ma nel tono che non ammette repliche, nella postura da combattente – che innegabilmente si respira e che somiglia all’accento temibile che scorre talvolta in Fortini, frequentato con continuità da Milo De Angelis per anni.

Ma colui che scrive è un giovane uomo, che investe il testo dell’inflessibilità adamantina dei suoi anni. Un poeta con l’udito teso e una mappa da tracciare per riconoscere l’impresa. Non si può definire però un libro di fondazione. Più volte l’autore ha chiarito che la sua è una poetica dello svelamento, che ha radici, tra gli altri, in Cesare Pavese e come lui non sceglie la via della fondazione (…) ma di svelare – attraverso un cammino obbligato e rituale, magico e propiziatorio – qualcosa che già esisteva e che ci aspetta da sempre. Poesia e destino indica questo cammino obbligato e, con la forza assertiva della giovinezza, colloca i suoi punti cardinali senza inseguire un processo di invenzione, senza la volontà di fondare un nuovo linguaggio – come in seguito è stato chiarito e ripetuto anche dallo stesso De Angelis: mostra piuttosto quanto già è in essere e attende il poeta, il quale con orecchio affilato lo accoglie e lo riconosce come origine e bersaglio dell’impresa. Il libro svela questo. (altro…)

Renato Fiorito, Andante con pioggia

Quale può essere la cadenza di un canzoniere, Andante con pioggia, che attraversa più epoche di composizione nel percorso poetico di un amato amante della poesia come Renato Fiorito?
Non può essere, quella cadenza, che mutevole, e non per volubilità dell’autore, quanto piuttosto per un armonico voler assecondare le diverse fasi, le variate condizioni, i paesaggi in movimento così come i paesaggi dell’animo differenti.
Le variazioni della cadenza – nel suo duplice movimento del risuonare e del trafiggere, così come si manifesta compiutamente in Cadono le parole – si accordano, inoltre, al variare di interlocutori e destinatari in questo canzoniere che, per essere precisi, è ‘canzoniere all’amore’ ancor più che ‘canzoniere d’amore’.
Se infatti sono in gran numero i componimenti rivolti a un’amata, non mancano, tuttavia, canti d’amore a paesaggi (Squarcio, Azzurrità, Le nuvole), a scorci urbani (Inverno leccese, Caruggi, Lungotevere, Vicoli), a epifanie che si addensano attorno a visioni (Una donna-cigno) oppure a incontri fortuiti (Treni).
Cadenza varia, dunque, alternarsi di accelerazioni e rallentamenti, cambio di tempi, dal moderatamente lento dell’andante del componimento – Andante con pioggia, appunto – che dà il titolo alla raccolta, al moderatamente veloce di un ‘allegretto’, alla rapidità di un Vivace con brio, come recita il titolo di una delle sezioni che compongono la raccolta.
Così come cambiano i tempi, cambiano anche le tipologie dei singoli brani, nei quali l’aspirazione a fondere musica e poesia – «De la musique avant toute chose»! – si incontra con un lavoro rigoroso sulla nitidezza del dettato, che si distende tra la profusione delle immagini e il coraggio della sottrazione. Così, tra sezioni e composizioni singole, troviamo Notturni, Rapsodie, pastorali, ballate, romanze, Chiaro di luna.
È qui, nel variare le tipologie così come nella ricerca attenta e appassionata della perfetta esecuzione, che l’amato amante della poesia dispiega la sua fidata e fedele consuetudine all’ascolto delle voci altre.
Se dunque, e non soltanto per le origini partenopee dell’autore, più di una volta risuonano echi della poesia di Salvatore Di Giacomo, non di rado ci imbattiamo in suggestioni provenienti da altre lingue, da altre culture: Paul Verlaine poc’anzi menzionato, Wilhelm Müller di Fiori secchi da La bella mugnaia e Heinrich Heine di Quieta è la notte dal Libro dei canti (entrambi i componimenti furono musicati da Franz Schubert). Inatteso e tanto più sorprendente è, rivelato già dal titolo di un componimento, vale a dire Azzurrità, il risuonare di passaggi e paesaggi della poesia di Georg Trakl. Di un testo di Trakl, in particolare, il suono affine giunge con particolare intensità. Quel testo è Canto della sera e i due versi conclusivi, che riporto nella mia traduzione, sembrano essere stati interiorizzati e messi a frutto da Renato Fiorito: «Eppure quando scura melodia l’anima affligge,/ Bianca tu appari nel paesaggio autunnale dell’amico.»
Appaiono degne di nota, accanto alle scelte su cadenza, timbro, velocità e coloritura della parola, quelle su linee prospettiche, inclinazioni dei raggi, moti complementari nel velare e nel disvelare la luce.
Si tratta di scelte oltremodo efficaci nel rendere sia i rari trionfi, sia le frequenti sconfitte d’amore, nella tensione e nella tenzone dell’incontro e dello scontro, nel travaglio dell’abbandono come distacco, separazione, e nell’appagamento donato da un altro tipo di abbandono, quello fiducioso a un’entità che si riconosce come oltreumana, oppure al cosmo, dove  immergersi, smarrirsi felicemente, è motivo di gioia (e se non di gioia, almeno di acquietamento del dolore, come in Più nulla ci serve), o, ancora, alla meta, al bersaglio, all’approdo del sentimento amoroso.
La poesia passa, e non può fare altrimenti, per la cognizione del dolore: di questa universale constatazione l’opera tutta di Renato Fiorito ha fatto tesoro di espressione. Sotto questo aspetto Andante con pioggia è nel segno della continuità, non della rottura.
Nonostante la consuetudine con lo scomodo, aspro, cocente compagno inseparabile, il dolore, la poesia non si insabbia, non si disperde. Così, dal parco a Piedigrotta, dove riposano Virgilio e Leopardi, la poesia riparte, consapevole del mutare delle sue vesti, delle sue visioni e delle sue cadenze, con uno slancio considerevole. Essa si nutre e si fa grande, non uguale nel tempo eppure fedele alla sua forza di testimonianza: «Per questo la poesia, se si fa grande/  non resta uguale nel corso dei decenni/  ma si riempie del dolore altrui,/  di quelli che leggendola hanno pianto./ Allora è la poesia che si rigonfia/ come un fiume che cresce con la pioggia,/ diventa forte e tumultuosa e bella/ si fa parola in bocca della gente» (Piedigrotta).

© Anna Maria Curci

 

Lungotevere

Tra il fiume e la gente
passa senza rumore
la vita sotto i platani.
Risuonano segrete le parole
che un tempo mi dicevi.
Ci ritroveremo una sera
a raccontarci con gli occhi
il dolore di questa vita
passata senza cercarci.
Un fanale si accende contro la notte
e questo ci basta o ci uccide.

 

Andante con pioggia

Cade in baci
la piccola pioggia di marzo,
ha bocche di gelo
che inzuppano il cuore.
Alza le mani la sera
e le passa tra i capelli.
Tira fuori i remi la luna
per attraversare il cielo.
Accartoccio il mio amore
e ne faccio una bolla
per conservarne la luce.
I miei piedi
incontrano i tuoi
e se ne vanno via
senza voltarsi. (altro…)