redazione

Giorgio Bocca, Dalla montagna alle Langhe

Reparti organici partigiani appartenenti alla I ed alla II Divisione Alpina «Giustizia e Libertà» hanno effettuato, nel periodo che corre dal 1° al 10 gennaio del ’45, un trasferimento dalle vallate alpine alle Langhe, attraversando per oltre cento chilometri la pianura presidiata dai nazifascisti.
Nelle poche righe che assumono la forma di bollettino militare sono contenuti gli elementi necessari e sufficienti per giudicare una fra le più significative operazioni militari compiute dei Volontari della Libertà. I termini «inverno» «partigiani» «centinaia di chilometri» «presidi nemici» possiedono tale evidenza espressiva da provocare con immediatezza, anche in chi ha vissuto al di fuori dell’episodio, pensieri ed idee.
È opportuno però sviluppare in una visione più completa il ricordo di quella, che per usare un’immagine di un nostro compagno, è stata l’anabasi partigiana. Ricordarla non solo dal lato tecnico militare perché sarebbe cosa fredda ed unilaterale così come troppo soggettiva sicuramente sentimentale, ma ricordarla nelle caratteristiche che la contraddistinguono da tutte le altre, nello spirito partigiano che dà coesione ai fatti ed alle date, che non è solo un aspetto, ma il vero nucleo centrale.
Già dall’estate del ’44 il comando centrale piemontese delle G. L. unitamente a quelli delle due divisioni prese in esame la possibilità di un trasferimento di reparti nelle Langhe.
Quale scopo principale si poneva un più vasto ed intenso sfruttamento di tutte le energie capaci di organizzare e rafforzare la resistenza. Non era solo per G. L. che si voleva dar modo ad una parte degli uomini della montagna di inquadrare e suscitare nuove forze, ma perché il movimento partigiano tutto diventasse più solido e più forte. Il piano non poteva essere attuato e nemmeno messo in cantiere per ragioni di forza maggiore: a causa cioè delle sopraggiunte operazioni tedesche. Solo coll’avvicinarsi del secondo inverno il problema Langhe ritornò con interesse ingigantito.
Da Torino, Filippo, commissario delle G. L., inviava lunghe lettere esaltanti i vantaggi della pianurificazione; da Gerbido e Pentenera giungevano brevi biglietti con scritto: «Abbiamo finito la farina e la carne». Le missive divise in partenza, si riunivano in una cooperazione non preordinata, ma efficacissima.
Tuttavia la cosa non era ancora matura, forse proprio perché nelle formazioni alpine si era formato uno spirito in un certo senso conservatore, difficile da penetrare.
«La guerra partigiana si fa in montagna» era il concetto, anzi il sentimento di coloro che dai primi giorni di lotta avevano trovato nei boschi e nelle rocce, nelle grangie pietrose i loro rifugi. Ma la realtà si dimostrò un’altra: la guerra partigiana si fa dove si può. Una di quelle verità lapalissiane cui l’uomo giunge solo dopo penosa ricerca.
Penosa ricerca rappresentata per noi dal grande rastrellamento pre-invernale. Tedeschi e fascisti in alcune migliaia si concentrarono, rastrellando le valli adiacenti, nella Val Grana, unica arteria funzionante e libera del nostro sistema sanguigno. I nostri reparti, dopo aspri combattimenti, scivolarono fra le maglie nemiche e aggrappandosi alle rocce del Cauri e del Bram, vissero per quattro giorni all’addiaccio, quasi senza mangiare, tenendo duro sino a quando la valle fu abbandonata.
Le formazioni erano in piedi, ma tutti, comandanti e uomini, si erano convinti che un’altra prova, in quelle condizioni, non era più possibile affrontare. Le brigate erano divenute nell’estate e si erano mantenute nell’autunno forti numericamente, troppo pesanti e massicce per affrontare il periodo cruciale dell’inverno. Nelle Langhe, svaporato il tripudio estivo, si era fatto posto anche per una parte di quelli della montagna, c’era pane, carne e vino anche per i partigiani della Vermenagna, della Gesso, della Grana, della Maina e della Varaita. C’erano colline e colline su cui allargarsi, in cui riparare, un posto per vivere insomma e per continuare la lotta.
C’era la possibilità di organizzare nuove energie, di dare agli uomini della collina il mordente dei vecchi della montagna, di restituire il partigianato delle Langhe ad una forma più cosciente e seria.
Con lentezza forse, come è proprio di tutti gli organismi maturi, ma con progressione costante, la necessità di compiere il grande passo entrò nell’anima collettiva delle due divisioni alpine, quell’anima collettiva nata dai comuni ideali, dal comune terreno di lotta, città del ceppo d’origine.
E fummo certi della maturità del problema quando si udì nei discorsi degli uomini, per cui non è mai esistito alcun segreto militare, parlare con naturalezza di Langhe e di pianura. La sincerità era carattere proprio al nuovo spirito partigiano. Gli uomini sapevano che la vita, laggiù, era più dolce che in montagna.
Quando era limpido, di sera, mentre l’ombra gravava giù sulle valli spingendosi sui campi e sulle case del piano, le Langhe apparivano come uno sfumo di grigio rosato, la nuova terra promessa.
Di lontano non si vedevano il fango ed i tedeschi.
Gli uomini desideravano star meglio e lo dicevano. Non ne vedemmo mai alcuno preoccupato di salvare la tinta del martire e del perseguitato. Ma gli uomini sapevano anche che la lotta continuava e sapevano, senza che alcuno dei comandanti l’avesse loro detto, che si andava nelle Langhe anche come G. L., che si doveva tenere alto un prestigio faticosamente costruito.
Mentre nei distaccamenti si preparava il secondo natale di montagna, e su per le mulattiere saliva il vino delle grandi solennità e la carne per i celebri arrosti bruciati e la farina per i micidiali gnocchi elastici di ogni festa partigiana, i comandanti scendevano dalle loro valli alla capitale dei ribelli, la nostra Pradleves. Era necessario portare a termine le ultime ricognizioni, e decidere la partenza e il nome dei reparti destinati a migrare. Meglio partire la notte del primo dell’anno, ché forse fascisti e tedeschi avrebbero dimenticato noi per lo spumante.
Ultimo natale di montagna, natale per chi partiva. Triste perché le nostre baite nella neve erano più care che mai, di pino, di fumo e di parole, triste perché le montagne di Varaita, di Maira e di Grana erano più belle di ogni altra volta e amici i montanari vestiti a festa e noti i sentieri, gli alberi, i boschi. Triste natale pieno di pensieri e di dubbi. (altro…)

Anticipazione: Tommaso Giartosio, “Come sarei felice” (Einaudi, 2019)

Uscirà il prossimo 30 aprile la prima raccolta di poesie di Tommaso Giartosio, Come sarei felice. Storia con padre. Questa che offriamo oggi in lettura è un’anticipazione tratta dal poemetto La stellina. Buona lettura. (la redazione)

da La stellina

Poiché ogni promozione ha un evidente
riflesso punitivo, ti avevano
spostato in un ufficio, come se
la più spaziosa delle scrivanie
potesse mai competere col ponte
di una nave; o sulla fuga di porte
di una corsia ministeriale come
sul mare si potesse spaziare.
Quando ci andavi, al mare, adesso era in
borghese (e con che strano, disperato
sollievo ripetevi: «Dopotutto
non è mica un insulto, “borghese”!»).
In spiaggia ti fermavi al bagnasciuga –
lo chiamavi «battigia»: le parole
sono importanti, o forse no; ma essendo
le sole a rendere giustizia ai fatti,
quando tutto si disfà sono tutto
ciò che resta, che non possiamo perdere.
Per un poco guardavi dall’esterno
i flutti, come il naufrago dall’isola
guarda l’inferno del suo paradiso,
e già pensa a scambiarli. In fondo il mare
era un principio d’ordine, il più vasto
degli schemi di cui hai fatto parte,
il pullulante cortile d’onore
del ministero della vita; ti sentivi cive
di un deserto che vive, ed è così che ti veniva,
puntuale, una gran voglia di farti,
cascasse il cielo, una bella nuotata
(lo stesso suffisso di “spaghettata”
e “scopata”). Da solo, fuori, al largo,
disegnavi un trapezio rettangolo
come un agrimensore degli oceani
con il tuo crawl leggero e ligio, nulla
di più lontano da uno stile libero.
Però sul punto di tornare, in un punto
x del mare, ti sembrava di arrivare
al cuore di un crocicchio di correnti
(d’istinto prima ancora che per fede
ti piaceva, la croce: per la sua
metafisica affidabilità:
buon nostromo e sapiente falegname,
Dio padre aveva incrociato due assi
coordinati e indicato in quale punto
pungere suo figlio) – e in controtempo
lì ti fermavi, papà. Lì, nel cuore
della grande scala della natura,
un gradino si spezza se uno cede
per la prima volta nella sua vita
al richiamo della naturalezza. (altro…)

Caregiver Whisper 68

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Eros e retorica. Nota sulla poesia di Silvia Secco (di Giuseppe Martella)

1. Equilibrismi

Quella di Silvia Secco è poesia delicatamente, intensamente erotica dall’inizio alla fine. Da una parte, e dall’altra è una costante riflessione sui principi di composizione del verso. Eros e retorica sono gli argomenti trattati nei due grandi dialoghi platonici: il Simposio e il Fedro. Dovremo dunque tenerli presenti in questa disamina delle tre raccolte finora edite della poeta. Eros e retorica vanno qui intesi come i principi complementari di riproduzione rispettivamente del mondo e del discorso. E siccome il linguaggio verbale è il mezzo principale per rappresentare il mondo, la retorica risulta un ausilio indispensabile per l’operare stesso dell’eros. Nel Simposio di Platone, Eros viene rappresentato come un grande demone, figlio di Poros e di Penia, cioè dell’abbondanza e della mancanza, e dunque da un lato capace di indicare la strada e fare grandi doni agli umani ma dall’altro essenzialmente inquieto e instabile. Nella educazione greca e nella erotica socratica poi, come è noto, l’eros risulta un ingrediente efficace proprio in quanto è unilaterale: da una parte c’è l’erastés, l’amante maturo ed esperto del mondo, e dall’altra c’è l’éromenos, l’amato adolescente, ansioso di apprendere, vulnerabile e inquieto. Nella varietà dei termini che indicano l’amore in greco (eros, filia, agape, ecc.) e nelle loro rispettive sfumature semantiche, solo philia, l’amicizia, ha carattere di reciprocità. Questa drastica ricapitolazione di un’intera visione del mondo, diversa dalla nostra, ci servirà per orientarci nelle osservazioni che seguono.
La lirica europea, come si sa, è pervasa e dominata dal tema dell’amore, più o meno idealizzato, dai Provenzali ai Siciliani, dallo Stilnovo a Petrarca, e così via. La poesia di Silvia Secco è intimamente e cosmicamente poesia d’amore, nelle varie sfumature e ambivalenze che questo sentimento comporta. Nella grana fine dei suoi versi, in cui dimostra una vera e propria sapienza artigianale, ella ci consegna tutte le tonalità di un erotismo tanto appassionato quanto astuto. D’altra parte, quelli dell’amore e della scrittura poetica sono temi esplicitamente ricorrenti nei suoi versi: in un discorso che spesso evoca una minuta, vivace, curata tessitura vegetale, il cui ordito è costituito da procedimenti poetici ricorrenti, micro e macrotestuali, che vanno dalla “conta delle sillabe” alla fusione di parole in corsivo, alla ripresa e sviluppo di alcuni temi chiave che attraversano tutta la sua opera. La sue trame o filature orizzontali, che sull’ordito si reggono, ci raccontano poi della ricerca indefessa da parte un io poetico che si studia sempre di apprendere e cambiare pur rimanendo fedele a se stesso. I suoi libri si presentano pertanto come figure di una araldica sottesa, minuscoli manoscritti miniati, oggetti scolpiti in punta di penna, come i piccoli segnalibri che lei suole donare agli amici nelle ricorrenze e nei simposi poetici. Per questa natura del suo artigianato e della sua immaginazione, preferisco parlare di ordito e trama piuttosto che di struttura e intreccio come sarebbe tecnicamente più semplice e corretto.
Nelle prime poesie da lei diffuse e reperibili in rete, e fino alla sua prima raccolta edita che ha per titolo azzeccatissimo L’equilibrio della foglia in caduta (CFR, 2014), si insiste soprattutto sul ricordo e sulla nostalgia di figure e paesaggi appartenenti alla sua infanzia e giovinezza nell’alto vicentino, anche con alcune toccanti liriche nel dialetto materno. Si insiste sullo stupore aurorale per la scoperta del mondo, talvolta simulando anche un punto di vista e un linguaggio infantili, pescando ovviamente nella propria memoria ma mettendo a tema espressamente lo statuto e il valore della finzione poetica come elemento salvifico, supplemento della originaria angoscia dell’esserci. Un artificio che compensa il male di vivere, come il trucco della foglia in caduta che non guarda mai verso il basso e volgendo gli occhi al cielo si illude di poter volare per sempre. Anche questo elemento, più o meno consapevolmente, è di derivazione platonica. Nel Fedro infatti Socrate parlando dell’invenzione della scrittura la definisce come un “farmaco”, cioè un rimedio-veleno per la memoria e per l’arte del discorso. Da una parte, infatti, essa potenzia enormemente la sua forza comunicativa ma dall’altra indebolisce la memoria organica, cioè quella virtù dell’anamnesi di richiamare alla mente le idee eterne che l’anima immortale ha pur contemplato volando al seguito degli dei “sul dorso del cielo”, ma che ha poi dimenticato cadendo nei cicli delle sue reincarnazioni. Il famosissimo mito della Biga Alata e dell’auriga come mediatore fra le opposte pulsioni, spirituali e materiali, dei due cavalli dell’anima, il bianco e il nero, presuppone infatti l’adesione alla antica teoria orfico-pitagorica della metempsicosi. Il “non plus ultra del mito” lo chiamava Schopenhauer, perché la rinascita senza memoria della vita precedente, il gioco fra memoria e oblio, la trasfigurazione edificante dell’esperienza nella finzione, è il principio generatore di tutti i miti, di tutta la poesia del mondo.
Una rappresentazione analoga del rapporto fra Eros e scrittura, in quanto principi cosmogonici complementari, la ritroviamo fin dall’inizio nei microcosmi di Silvia, nella prospettiva anamnestica e nella finzione poetica che tendono a recuperare la meraviglia e lo stupore dei primordi, di quell’epoca della vita cioè quando è ancora fluido il rapporto fra linguaggio e mondo e a noi tocca di dare un nome alle cose. Tutto ciò sempre attraverso la pratica di una revisione certosina che affianca un peculiare, innato taglio prospettico su quello che si potrebbe chiamare, in ossequio alle sue stesse trame carsiche, una costante corrispondenza fra testo e territorio, nonché una oscillazione feconda fra il lavoro di scavo della formica e il libero canto della cicala nel pieno di una estate. (altro…)

Isabella Vincentini, Il codice dell’alleanza (rec. di Emiliano Ventura)

Isabella Vincentini, Il codice dell’alleanza. Prefazione di Sotirios Pastakas. Postfazione di Elio Grasso, La Vita Felice 2018

Isabella Vincentini ha da poco pubblicato una raccolta poetica dal titolo Il codice dell’alleanza, edizioni La Vita Felice (2018). Bisogna esserle grati, in quanto Isabella ha scritto un libro necessario, come pochi altri, ha tracciato la via per una cura, il codice di Vincentini è salutare.
Partita dal mito modernismo della scuola di Giuseppe Conte, lo ha totalmente superato nella fusione tra logos e mythos; la sua poesia gioca una partita essenziale, è il pensiero e il fondamento europeo più autentico ad essere in ballo, è attestato il destino ettorico della sconfitta, ma è consapevole di aver affrontato Achille.
La Gloria che si fa memoria e canto, una qualità della luce, si ottiene dalla perdita senza sconfitta: «Io Ettore e mai Achille, io sconfitta sulle mura di Troia,/ io nel Tartaro a cercare la luce, io “maniacale”,/ io paziente, tu dottore, tu…»
Mai come in questa raccolta la poesia si fa cura e salvezza, consapevole che dove finisce la poesia inizia la preghiera (lo attestava anche Mario Luzi) «dentro il piccolo astuccio c’è la preghiera?/ Mezuzà, preghiera…/cosa c’è scritto nella preghiera?».
Prima dell’incarnazione di Cristo la salvezza appartiene alla filosofia, alla cura dell’anima, così come per la prima volta la vede Socrate, nelle sue ultime parole un rito di ringraziamento ad Asclepio “dobbiamo un gallo ad Asclepio”, ovvero “sto per morire ma la filosofia ha salvato la mia anima e ringrazio il dio per avermi guarito”. Vincentini non dimentica di citare Epicuro :«Vano è il discorso di quel filosofo che non cura le passioni dell’uomo», ci ricorda proprio la prossimità tra medicina e filosofia, ci si ritrova nella familiare tradizione stoica, da Zenone a Marco Aurelio, passando per Epitteto e Seneca.  «Furono respinte tutte le dottrine e tu, Scolarca, cosa potevi promettere a chi chiedeva da te protezione e benessere? Non lo chiesi, ti raccontai le parole dei Sapienti: “ciò che si muove deve giungere alla meta prima che al termine del tragitto”. Noi non avevamo meta e la meta era il tragitto, ma l’antica dicotomia di Zenone celava che ogni attimo e ogni spazio sono uguali solo a se stessi e la freccia di Achille non raggiungerà la tartaruga».
Il tratto distintivo e dominante dell’Europa è la filosofia, come per l’Oriente il sacro. Anche la ‘prepotenza’ della tecnica e il predominio delle scienze provengono dal logos dei filosofi greci; un pensiero che attraversa il Mediterraneo, arriva a Roma dopo essere stato in Nord Africa e in Asia minore, nelle varie polis e scuole della Magna Grecia. Come ha affermato Heidegger, citando Hölderlin: «dove maggiore è il pericolo cresce anche la salvezza». Quindi che la filosofia torni ad essere cura dell’anima, preghiera come salvezza, logos come farmaco: «Ma se mescoli il bene e il male/ senza il farmaco omeopatico/ che Avicenna prescrisse ad Antioco/ che ne sarà del mio male». (altro…)

I poeti della domenica #350: Umberto Saba, Nella sera della domenica di Pasqua

Nella sera della domenica di Pasqua

Solo e pensoso dalla spiaggia i lenti
passi rivolgo alla casa lontana.
È la sera di Pasqua. Una campana
piange dal borgo sui passati eventi.

L’aure son miti, son tranquilli i venti
crepuscolari; una dolcezza arcana
piove dal ciel sulla progenie umana,
le passioni sue fa meno ardenti.

Obliando, io penso alle leggende
di Fausto, che a quest’ora era inseguito
dall’avversario in forma di barbone.

E mi par di vederlo, sbigottito
fra i campi, dove ombrosa umida scende
la notte, e lungi muore una canzone.

 

da Poesie dell’adolescenza e giovanili, Il Canzoniere, Mondadori, “I Meridiani”

I poeti della domenica #349: Mario Luzi, “Pasqua, ora, nuovamente”

Pasqua, ora, nuovamente

Pasqua, ora, nuovamente,
festosa pigolante
negli alberi del mondo,
fredda,
ruvido-erbata

qui, ma erompe
in chiarità,
tempra in azzurro
ed ametista
la lontananza delle sue colline.
Non è fuga quella
laggiù all’orizzonte
e neppure inseguimento. S’apre
a sé risorta
la terra dopo il gelo
e dopo il travaglio,
si corre incontro, da sé
a sé, si estende in un abbraccio
avido alla sua infinità
o corre in quelle linee
l’onda
leggera e travolgente
della resurrezione, si propaga,
trabocca la sua vinta angoscia,
e la riconsacrata sua potenza?

 

da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, Garzanti, 1994

Carmelo Cutolo: quattro poesie

Suono incauto s’insinua
simile a ostili rumori d’acciaio.

Innocente si aggira
tra i timori di antichi adolescenti,
nei fumi intorno a boccali rossastri
e profumate sete
rigonfie e verdeggianti.

Un alto strepito odo
ed il frusciar di carte,
innocuo gioco di vecchi felici.

E balena rimbomba
brucia. Come una lama
trafigge e mi smarrisce.

 

Il chiostro di San Marcellino

Svettano nell’alba, ci difendono
dal tempo, le colonne, e da sguardi
indiscreti. Le celle sussurrano
ancora le mistiche preghiere,
ricordano l’ascesi. Le mani
bruciano ansano frugano senza
peccato.

Mi sfiora e come un respiro pulsa
il verde fruscio fra le fronde.

 

Il bosco di Capodimonte

Porti l’aroma lieve ed inebriante
di onde sfiorate dal sole e dal vento.
Sei l’erba soffice bagnata
dalla brina di labbra
tumide ed infuocate.
Sei il cotone che fruscia e accende gli occhi
d’inesauribile folle lussuria:
giaci riversa, su un’ara di mirto,
tra i rami consacrati
alla bella Afrodite.

Dov’è il mondo? Il sangue
è qui, nelle cortecce,
batte qui, nella carne.
E che fanno le dita
che tra le labbra indugiano?
Non bastano gli ininterrotti baci
che fanno invidia persino ad Amore?

Mi chiedo dove siano
la terra e il cielo. Ovunque sia,
piú non esiste il mondo.

 

Quasi si ode l’eclissi
che batte lieve l’antro luminoso
e sbircia ombre affettuose e curiose
verso la notte nuova e misteriosa.

Scorgo una luce che sporge e scintilla
e già si spinge nei sogni piú arditi,
e lungo affilate falci
si figge e si nasconde,
e traccia, infine, un cerchio.

 

© Carmelo Cutolo

 

Carmelo Cutolo vive a Napoli, dove è nato nel 1985. Si è addottorato in filologia classica presso l’Università di Messina e insegna discipline letterarie. La spuma del tempo (Oèdipus 2019) è la sua prima raccolta di poesie (in corso di stampa).

Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello, SUD… ario

Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello, SUD… ario.  Prefazione di Angela De Leo, SECOP edizioni, 2019

Insudiciarsi di passione: è questa la sorte di chi nasce al Sud. Le parole poste in epigrafe a SUD… ario, la più recente raccolta di Vincenzo Mastropirro nel dialetto di Ruvo di Puglia e, nella traduzione dello stesso autore, in italiano, appena pubblicata per SECOP edizioni con disegni di Giuseppe Fioriello, introducono sia ai quindici testi che ne costituiscono la tessitura, sia alla Weltanschauung di riferimento, una visione del mondo che caratterizza sin dai primi volumi tutta la sua produzione poetica.
Ecco dunque l’epigrafe completa, prima in dialetto ruvese, poi in italiano:

…ci nasce au Sud se zezzàisce de passiàune
e cunnànne l’àneme all’ètérnetò.

…chi nasce al Sud s’insudicia di passione
e condanna l’anima all’eternità. 

Si macchia, si colora di rosso, infittisce le maglie e, ancora, si lacera e si squarcia questo sudario, sipario e telone, sostrato e immagine di una Passio Christi che culmina con i riti della settimana santa ed è, pure, quotidianamente, Passio Hominis.
Raggiunge una sintesi esemplare, in SUD…ario, la capacità di Vincenzo Mastropirro di portare il dialetto ruvese, ruvido e aspro, a una valenza espressiva universale, cosicché personaggi, momenti, carri e processioni, costumi e simbologie che precedono la Pasqua nel paese delle Murge, elementi pur radicati in una determinata dimensione geografica e culturale, diventano pietra di paragone immediatamente percepibile e trasferibile ad altre realtà esistenziali, ad altro patire, ad altri tormenti, così come – bene fa a sottolinearlo Angela De Leo nell’ampia prefazione – ad altre speranze.
La rievocazione della Passione di Cristo nelle stazioni della via Crucis dal monte degli Ulivi al Calvario assume dunque la veste concreta della passione degli umani in tutti i Sud del mondo.
È una passione plurisensoriale, che si arricchisce delle sollecitazioni del tratto d’inchiostro di china dei disegni di Giuseppe Fioriello, così come del ritmo e delle armonie impresse dalla banda che accompagna le processioni con le sue marce funebri. Vincenzo Mastropirro è, tra l’altro, musicista in quel progetto di rilevanza internazionale che è la Banda di Ruvo di Puglia diretta da Pino Minafra; ricordo bene che la prima volta che vidi il suo nome, diversi anni fa, qualche mese prima di conoscerlo personalmente e prima di conoscere la sua poesia, fu tra gli strumentisti citati – il suo nome era riportato per primo – sul libretto di accompagnamento di un CD della Banda, un album doppio che ricevetti in dono e di cui scrissi con curiosità e riconoscenza, menzionando una processione, la processione degli Otto Santi a Ruvo di Puglia, che riveste un ruolo importante sia nella coscienza di tutti i ruvesi sia tra le pagine di questo libro.
È una passione nella quale, come ha avuto modo di scrivere Mastropirro, «u fiòte s’accàrne», «il fiato s’accarna»; i sensi sono sollecitati, ancora una volta, da termini dialettali che donano straordinaria corporeità alla condizione umana, insudiciata dal male e dalla pena, con il prevalere del suono della zeta: «’nzevote», «zezzàuse», dolente nel prolungato lamento, che si incarna nelle coppie di vocali -ie, (reso talvolta come -je), -iò, -iu, -ue, -uò: «figghje figghjemeje», «streppiòte», «niute», «striusce», «àrue», «ruòbbe».
È una passione, infine,  che unisce i connotati – aperture di luce, ombre sul territorio e sulle esistenze – di una poesia che si è abbeverata ai testi di Vittorio Bodini, a quella giusta collera di cui si era fatto cantore, e raccoglitore di canti, Gianmario Lucini, che fu editore e amico di Vincenzo Mastropirro.

© Anna Maria Curci

 

U munne sotte-saupe

Assèise ‘ngope a re scole de la chisje
tremìénde u munne sotte-saupe.

Inde, stuonne statue de criste e madunne
ca s’onne stangote de danne adìénzie
e s’arrùocchene inde a re nicchje aschiure.

Da-ffore, u munne cange a chelaure ogn-e matèine
ma u core de la gìénde sbiadisce sìémbe de cchjue.

Mo, me vìédene desperòte e ìéssene chione-chione
s’assidene au custe e m’ambàrene a dèisce re reziìune.

Il mondo sottosopra

Seduto in cima alle scale della chiesa
guardo il mondo sottosopra.

Dentro, stanno statue di cristi e madonne
che si sono stancati di darci retta
e si nascondono in nicchie oscure.

Fuori, il mondo cambia colore ogni mattina
ma il cuore della gente sbiadisce sempre di più.

Ora, mi vedono disperato ed escono piano piano
si siedono a fianco e m’insegnano a pregare.

(altro…)

Guido Fauro, poesie da “è il Tramonto il mio Oriente”

Guido Fauro, da: è il Tramonto il mio Oriente (Roma, 2013)

 

è solo il cielo un fazzoletto
che azzurro dalla finestra vedo

ma lo ricama
————–– se ho fortuna –
la flessa riga nera d’un uccello

 

e un mattino
ci destammo sconosciuti
– le stanze le abitudini:
—————passeggeri

che parlano:
del tempo o nel silenzio:
—-attraversano gallerie.

Uscivo se potevo
– come per una sigaretta
che non rechi disturbo –

———-mi interrogavo:
su quando saresti scesa.

 

se finestre Primavera

(piumata da farfalle
e da ghirlande d’edera
con strascico di sole
– come fu bianco, Inverno –
con ali di fiori,
che in alto lanciano i profumi
e di cristallo ancor più in alto,
ma poi sul marmo infranti,
————vessilli, le fontane;
mentre una dama pallida
nubi frangiate, per un brivido,
a sé annoda
———-e lenta in cielo vaga)

se almeno una finestra
– a invadere il tuo silenzio:
—————————–eterno –
in questa stanza,
——————aprisse Primavera

(altro…)

Maria Pia Quintavalla, Quinta vez

Maria Pia Quintavalla, Quinta vez, Edizioni Stampa 2009, 2018

La scrittura di Maria Pia Quintavalla si caratterizza per una intensa dialettica di incontro e commiato, come ebbi modo di scrivere nel 2012, allorché presentai presentai, per il «Giardino dei poeti» di Cristina Bove, due testi allora inediti di Quintavalla. È una dialettica che sa essere struggente e sorvegliata nell’espressione, temeraria e raffinata.
Quinta vez ha e offre il fascino di un confronto che si riallaccia in questa raccolta al narrare in versi della figura di China, quale i lettori conoscono almeno fin da China del 2010 (Edizioni Effigie).
Con una particolarità: questo ritorno – un vero e proprio Volver nel senso del film di Almodóvar, con l’avvicendarsi di figure femminili, madre, figlia, sorella, nipote, di ricordi, ruoli, riflessi e riflessioni – approfondisce ed estende il movimento non solo in direzione del complesso e del profondo, ma anche dell’universale, come archetipo eternamente ricorrente.
Ecco, dunque, che la dialettica si arricchisce di ulteriori nodi e snodi, di reti e di melodie, di epifanie e di passaggi, nei quali i verbi riversarsi e confluire sembrano suggerire, se non addirittura imprimere, la direzione all’incontro, al commiato, al ritorno, alle vicende individuali così come alle epoche storiche: Quinta vezvez significa “volta” in spagnolo – racchiude insieme la prima parte del cognome dell’autrice e il moto perpetuo del volgersi e del ritornare.
Lingue storiche, linguaggi e stilemi letterari, registri linguistici si riversano e confluiscono anch’essi, conferendo, nella pluralità, significati che pungolano chi legge e chi ascolta a indagare, a ritornare, a meditare sul testo, o anche, semplicemente, a farlo cantare e decantare:

Che tu emanavi musica, ricordo bene, è stata la prima
immagine di te avuta al mondo.
Di questa musica avremmo spostato insieme le altezze,
la durata, la curva della melodia, forse anche un canto
era possibile.

In una articolazione così composita occorre essere disposti a leggere non solo tra le righe, ma anche a essere continuamente spiazzati circa la dialettica, ad esempio, tra il titolo della singola sezione e il suo sviluppo.
Nella prima sezione, infatti, dal titolo Pre-natale, è contenuto il dialogo con la madre morta, o ancora meglio, con l’evocazione e la rievocazione dei suoi detti, dei suoi gesti insieme lievi e incisivi, del suo emanare musica.
Mater  e Mater II presentano la figlia della prima sezione come madre di una figlia che irrompe a sua volta con la voglia di cambiare, trasformare, capovolgere, perfino:

Lei non ascolta, se cammina non ti vede più
sei tu alle spalle, la conosci
dal silenzio dei passi, lei non corre
più accanto alla tua vita ma davanti,
la sospinge e spinge via.
Lei non sa nulla
ma se la guardi appena, dietro al viso
c’è ancora quel sorriso e gesto pieno
della mano ha il volo di un gabbiano
nato intorno al seno, ne aumenta le parole
nate dal futuro. (altro…)

Caregiver Whisper 67

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)