redazione

Caregiver Whisper 51

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Dite, sette secoli dopo. Su “Apocalisse pop!” di Lorenzo Allegrini

Apocalisse pop! di Lorenzo Allegrini (Edizioni IlViandante 2018) risponde innanzitutto alla domanda: come immaginare l’Inferno oggi se qualcuno ripetesse il viaggio di Dante? Fatta salva l’idrografia infernale essenziale (Acheronte e Flegetonte continuano a scorrere come se nulla fosse), è la città di Dite ad essersi allargata fino a occupare tutto lo spazio, creando così un iperbolico paesaggio simile a quello contemporaneo delle “ciniche metropoli” in cui “ci si perde senza via d’uscita” (p. 21), ormai molto più facilmente che in una selva più o meno allegorica. Se insomma Eliot aveva portato Dante dentro la città moderna, Allegrini impianta la città moderna nell’inferno dantesco, sfruttando a sua volta l’associazione immediata tra folla urbana e massa per lo più anonima e indistinta dei dannati. È già questo un elemento di grande fascino, il fatto di aver reso con immagini vertiginose il senso di una metropoli incommensurabile: lo stadio che appare “come elefante che svetta” (p. 65), in cui vengono giustiziati i dittatori; la zona industriale, con “la cimiteriale/ vastità delle fabbriche e dei sili” (p. 95), dove passeggia la moltitudine alienata degli operai; la periferia “che trita tutto nei cariati denti!” (p. 207); la metropolitana che buca l’inferno quale “tana/ di treni in un abisso subalterno” (p. 234, e come a Bruxelles raggiunge il comune di Molenbeek, qui divenuto distesa dei corpi dilaniati di terroristi kamikaze); l’epicentro di Dite, il groviglio dei palazzi, il grattacielo di Satana “che come un artiglio/ impugnava la sua arcuata antenna” (p. 204) e sfidava il cielo “come un proiettile diretto a Dio” (p. 242); e quindi Dite vista dall’alto, dalle vetrate del palazzo centrale, “una distesa di luci e budelle” (p. 251). Il modello della Commedia è però scosso, fin dal titolo, da un altro modello, quello biblico dell’Apocalisse di S. Giovanni. Proprio Giovanni l’Evangelista sarà la guida del poeta, il Virgilio della situazione, pronto però ad azzuffarsi anche fisicamente con i diavoli, al punto da eliminare Malacoda (ai due si aggiungerà dal canto XVII Brahma, il cane di Schopenhauer, che appare sub specie di un pupazzetto della Trudy nell’intelligente e ironica campagna promozionale creata sui social dallo stesso autore). E mentre il mondo terreno viene sconvolto e distrutto per sempre (il protagonista assiste allo show apocalittico davanti a uno schermo nel monastero di Dite), lo stesso Inferno con le sue leggi immutabili risulta essere attraversato da un fremito destinato a crescere: è l’enorme rivolta che si prepara contro Satana, sintesi di tutte le grandi rivoluzioni sociali del passato. Tra le tante ovvie differenze, questa è forse quella che marca più profondamente la distanza tra un poeta di oggi e Dante: non è il vento di Dio che soffia in questo poema, ma il vento impetuoso della Storia. (altro…)

I poeti della domenica #312: Antonia Pozzi, La vita/La vie

Antonia Pozzi, Une vie irrémédiable. Poèmes, écrits. Édition établie par Matteo Mario Vecchio. Traduction de Camilla Maria Cederna, Lille, Éditions Laborintus, 2018

La vita

Alle soglie d’autunno
in un tramonto
muto

scopri l’onda del tempo
e la tua resa
segreta

come di ramo in ramo
leggero
un cadere d’uccelli
cui le ali non reggono più.

18 agosto 1935

La vie

Au seuil de l’automne
dans un coucher de soleil
muet

tu découvres la vague du temps
et ta reddition
secrète

comme de branche en branche
légère
une chute d’oiseaux qui tombent
quand leurs ailes ne les portent plus.

18 août 1935

I poeti della domenica #311: Antonia Pozzi, Canto della mia nudità/Chant de ma nudité

Antonia Pozzi, Une vie irrémédiable. Poèmes, écrits. Édition établie par Matteo Mario Vecchio. Traduction de Camilla Maria Cederna, Éditions Laborintus, Lille, 2018

Canto della mia nudità

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color d’avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non mi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.

Palermo, 20 luglio 1929

Chant de ma nudité

Regarde-moi : je sui nue. De l’inquiète
languer de ma chevelure
à la tensoion souple du pied,
je suis toute d’un maigreur acerbe
engainée dans une couleur d’ivoire.
Regarde : pâle est ma chair.
On dirait que le sang n’y coule pas.
Le rouge n’y transparaît pas. Seul un faible
battement d’azur s’estompe dans ma poitrine.
Tu vois comme j’ai le ventre creux. Incertaine
est la courbe de mes hanches, mais les genoux
et les chevilles et toutes les jointures,
je les ai maigres et fermes come un pur-sang.
Aujourd’hui, je me cambre nue, dans la clarté
du bain blanc et nue je me cambrerai
demain sur un lit, si quelqu’un
me prend. Et nue un jour, seule,
allongée sur le dos sous trop de terre,
je resterai, quand la mort aura appelé.

Palerme, 20 juillet 1929

proSabato: Luigi Cecchi, Screech

©Luigi Cecchi

 

 

SCREECH

Massimo riprese coscienza prima di Elena, e prima ancora di aprire gli occhi tossì liberandosi del grumo di sangue che gli si era formato in gola. La cintura gli aveva salvato la vita, anche se forse qualche costola aveva risentito dello strattone, almeno a giudicare dal dolore terribile che provava ogni volta che inspirava, e peggio ancora dopo aver tossito. Schiuse gli occhi e si voltò verso sua moglie che era ancora priva di sensi, accasciata sul sedile del guidatore. Il suo airbag si era attivato, schiacciandola contro lo schienale. Era svenuta, ma sembrava meno acciaccata di lui. L’auto era ferma in mezzo alla provinciale. Erano le due di notte. Mentre percorrevano quel lungo rettilineo, qualcosa si era lanciato davanti alla vettura. Il fischio della frenata ancora riecheggiava nei timpani di Massimo, e lo scontro era stato devastante. D’altronde, anche se il limite era di 90 km orari, poteva giurare che Elena stesse correndo un po’ troppo. Di quel grosso animale, forse un cervo o più probabilmente un cinghiale, non doveva essere rimasto granché. Sul cofano ammaccato c’erano tracce di sangue e sebbene uno dei fari si fosse spento, l’altro illuminava abbastanza la strada da scorgere una sagoma nera proprio di fronte alla macchina. Una sagoma nera che dapprima sollevò un grosso braccio, poi l’altro, e infine si rialzò in piedi, barcollando. (altro…)

Questioni della mia lingua – di Alexandrina Scoferta

TESTO 1

I fiori mi piacciono di campagna, come me, strappati, come sono stata strappata io. Mi hanno spezzato la vita in due e poi me ne hanno data un’altra, intera, più bella e mi hanno detto – Toh, prenditela e vivila. Anche rinunciare ad una vita è appassire dentro, quando la lingua ti dice che i tuoi pensieri non stanno in piedi, non sono adatti, devi cambiare pensieri se vuoi parlare, devi cambiare gesti se vuoi essere capito, devi rinunciare a te stesso se vuoi essere visto. Gli occhi di una paese non vedono cose che erano viste altrove. Non li vedete nelle stazioni che muoiono? Che quando si ribellano urlano dal dolore perché stiamo spezzando loro tutte le dita, perché con la nostra mano entriamo nella loro bocca e gli strappiamo quel muscolo rosso e pulsante che è la loro cazzo di lingua? Ci fanno proprio ribrezzo quando non rinunciano, quando li vediamo lì a bofonchiare e urlare al telefono senza una ragione che possa essere una nostra ragione. Ma faranno in tempo, fidatevi, a venire a patti con il contratto funebre che voi chiamate integrazione. Io ho cominciato a rispettarlo tanti anni fa, quando tutti dicevano che per me sarebbe stato facile, ero solo una bambina, era poca la vita da uccidere dentro di me. Passavano gli anni e la mamma non capiva, avrebbe dovuto essere facile per me, ero una bambina, e mi chiedeva perché non parli, perché non è facile per te? Volevano tutti che io parlassi la loro cazzo di lingua ma non capivano cosa mi accadeva dentro, volevano che io offrissi al mondo il cadavere freddo delle mie parole, le volevano morte, stese su una bara in bella mostra. Ad un certo punto ho imparato a farlo e l’ho fatto. Così quando hanno capito tutti che dopotutto sono una bambina educata, integrata, ho finalmente potuto cominciare a morire dentro senza essere notata. Ancora adesso sto morendo, perché hanno torto gli adulti, non è poca la vita da uccidere dentro un bambino, che io ancora quando penso al ciliegio della nonna, piango, piango il ciliegio e piango l’uccisione di quella bimba che piange.

TESTO 2

Accade qualcosa di meraviglioso quando si scopre che la lingua esiste. Il mondo diventa all’improvviso un foglio bianco che finalmente si lascia sfiorare. Ricordo con cura la mia prima filastrocca in italiano e il disegno che feci quel giorno: mia madre camminava con il suo vestito verde su una terra marrone come il suo sguardo e stringeva la mano a papà che aveva il mare disegnato negli occhi.

“Mia mamma è bella
come una stella
Mio papà di più
Come il cielo blu.”

Improvvisamente smisi di fantasticare d’essere una principessa che cantava leggiadra mentre un principe si innamorava di lei; avevo cominciato a sognare di poter dire tutte le cose con voce calda e spontanea. Mentre la maestra Rosetta parlava di Don Chisciotte della Mancia, io la osservavo e sognavo di poter parlare, niente più di come faceva lei, che usava tutte le parole e le coniugazioni come fossero una coreografia e ballava, oh sì, lei saltellava di qui e di là con la punta della lingua come se fosse su un palco, ma era immobile dietro alla sua scrivania e l’unico movimento che si vedeva, meraviglioso, era quello della bocca. Alla fine delle lezioni volevo saltare in piedi, alzarmi ed applaudire « BRAVA! BRAVA!», ma non avevo neanche il coraggio di muovere un ciglio, non fosse mai qualcuno s’accorgesse di me. Mi sarebbe bastato poter parlare almeno come il più fesso della mia classe, poter dire almeno una cosa, un lamento, un commento, mi sarebbe bastato avere appena il coraggio di ridere ad una battuta, ma niente usciva dalla mia bocca, nulla che non fosse un << non parlo italiano>>. I mie compagni mi chiedevano perché non parlavo ed io sussurravo di non sapere l’italiano, qualcuno mi chiedeva come stavo ed io rispondevo di non sapere l’italiano, mio padre mi chiedeva perché non avevo amici ed io gli spiegavo che non conoscevo l’italiano.
L’italiano era il sole che abbaglia ed io ero dietro alla muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, Ecco! Ecco cos’è l’italiano! Ho sussultato sulla sedia sbarrando gli occhi e sono scoppiata a piangere, la professoressa Vecchioni ha interrotto improvvisamente la lezione su Montale chiedendomi se stavo bene «Sì porca vacca, sto bene. Sto sanguinando tutta per via dei cocci di bottiglia, ma sto da Dio » ho pensato. Ero entusiasta, perché finalmente avevo capito dov’ero e dove dovevo cercare le mie parole, avevo finalmente trovato qualcosa che poteva finalmente, sì finalmente (FINALMENTE, FINALMENTE, FINALMENTE!), farmi sentire a casa: la metafora.
Caro Montale, con i tuoi gialli limoni avevi salvato tutte le parole della mia vita, avevi detto loro d’esistere seppur in un universo che non poteva essere questo, ma chi se ne importa? Non c’è nulla di più doloroso per un uomo del dubbio se è vivo o morto. Concorderai con me che è meglio essere una metafora piuttosto che non essere, d’altronde come potrei definire me stessa con un linguaggio terrestre? (altro…)

Cliquot, la casa editrice del recupero

Cliquot ha iniziato le pubblicazioni nel 2015 e fino al febbraio 2016 ha proposto dieci titoli nel solo formato ebook. Successivamente ha intrapreso la strada del cartaceo.
L’obiettivo di Cliquot è quello di mettere in discussione la scala di valori che l’editoria del Novecento ha come scolpito sulla roccia per via dei limiti del supporto cartaceo. Come diciamo anche nel nostro manifesto, la storia della letteratura è fatta anche di grandi classici mancati, di creazioni trascurate per la difficile reperibilità (perché magari pubblicate in poche copie da un editore minore e poi dimenticate), per la disattenzione degli editori maggiori o per una sensibilità culturale mutata nel tempo. La linea editoriale è dunque animata da questo intento di riscoperta e rivalutazione. In catalogo abbiamo, per esempio, Riso nero di Sherwood Anderson, libro fortemente voluto in Italia da Cesare Pavese che ne curò la traduzione nel 1932 e che, dopo essere stato per anni in catalogo di grandi editori come Einaudi e Adelphi, da trent’anni era fuori stampa e introvabile. Oppure la raccolta di racconti La cosa marrone chiaro di Fritz Leiber, nella quale abbiamo inserito la migliore narrativa breve dell’autore, negli anni sfuggita al colosso Mondadori. (altro…)

La Bibbia. Simon Reynolds, Post Punk 1978-1984

In principio Dio creò il rock, pensò di riposarsi col progressive ma mentre dormicchiava sereno, in un angolo del pianeta qualcuno si prese le mele più marce cadute dall’albero e diede origine al punk. Mettiamola escatologicamente così e non per scherzo, perché per noi adolescenti del 1978 senza Internet e senza Ryan Air era difficile capire cosa stesse succedendo in un luogo lontano lontano che immaginavamo abitato da musicisti in divisa da college concentrati per 15 minuti circa su mellotron, dodici corde e flanger e da dove invece improvvisamente cominciavano ad arrivare scariche elettriche e cortocircuiti di basso inferiori ai 4 minuti. Come era possibile tutto ciò? Ricordo qualcosa di quei giorni confusi: i servizi di Michael Pergolani corrispondente londinese per l’Altra Domenica, gli articoli di Popster (il suddetto Dio protegga nei secoli a venire Carlo Massarini), le trasmissioni di Radio Montevecchia quando la meteorologia lo permetteva e le gite alla fiera di Sinigaglia alla caccia dell’ultimo bootleg. I nomi ce li giocavamo poi tra di noi. Le gite di classe dove nel solare Re-La-Sol di “le bionde trecce gli occhi azzurri e poi…” si cercava la dissolvenza al drammatico Mi minore di “Three imaginary boys” (e anche in questo caso resterà nella memoria il compagno che portò quella cassetta c90). Ma le nostre conoscenze erano frammentarie, legate a rare trasmissioni radiofoniche e televisive o agli articoli che comparivano sul Mucchio Selvaggio e Rockerilla. Conoscevamo i nomi dei gruppi, spesso introvabili e ci affidavamo più al gossip che a una conoscenza del fenomeno. Sì, certo sapevamo che tra il Pop Group e le Slits c’era qualche legame affettivo, (qualcuno ci vedeva anche un’emulazione negli italici Kaos Rock e Kandeggina gang), tutti sapevamo che Robert Smith era stato il chitarrista di Siouxsie, ma oltre questo non si andava. Era difficile vedere un legame antropologico, culturale, progettuale tra i vari gruppi; qualcosa magari lo si intuiva dai cambi di formazione, dalle note di copertine, ma molto molto poco. Abbiamo avuto pazienza però e 40 anni dopo ecco la rivelazione. Simon Reynolds per mano di Minimum Fax ci ha consegnato la BIBBIA: 776 pagine di ricerca minuziosa sui 6 anni che hanno ribaltato la storia della musica, ma soprattutto noi. Pagine dove quei solchi e quei nastri si inseriscono in situazioni culturali ben più complesse e strutturate di quello che ai tempi ci poteva arrivare. Fanzine, case discografiche, manifesti, biglietti di concerti, performance, articoli di giornali, cassette in edizioni limitate, tutto viene scandagliato per raccontare a noi poveri umani da dove usciva e si diffondeva quel verbo. Dai P.I.L. ai Propaganda attraverso Pere Ubu, Lydia Lunch, Devo, Raincoats. (altro…)

Pietà – inedito di Piergiorgio Morgantini

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(foto di Alessandro Margnetti)

Un «poeta di Polonia» è chiamato a difesa di questo testo. Come se Piergiorgio Morgantini volesse stabilirne un orizzonte tanto ampio e profondo da darci sollievo, nonostante il peso specifico dell’enunciato. È un sollievo che accarezza tutta la poesia e ne abbraccia il senso. È Czesław Miłosz il maestro venuto in suo soccorso, in un rapimento di pensiero. Mutuato pensiero dunque, in grado davvero di farsi custode: ogni parola è un uomo, ogni poesia è una persona. C’è infatti “un lamento sopra il loro destino”, dice il poeta; la citazione di Miłosz è tratta dal libro Il cagnolino lungo la strada.
Bisogna sentirli, i volti, cos’hanno da dirci. Capire cosa sta lì dentro, lì dietro. Ecco: i mondi, che in parte i volti nascondono e in parte manifestano. Ognuno nel suo, ognuno in sé. E dall’interno di ciascun mondo, sempre, ogni volta, si alza e si rialza quel lamento. “Sopra il loro destino”, dice il poeta. Il loro? Il nostro: è lo stesso, di un uguale segno. Lo sappiamo per necessaria empatia, obbligata immedesimazione: come non capirli questi mondi se a parificarci c’è «il sole nuovo e lucido e sempre uguale»? Il sole, e lo scatto della visione: «Dice che lavorare dodici ore / (…)»: questa poesia entra in modo diretto nel pieno della materia di vita che è il lavoro, ed è un grande merito.
Viene dalla terra l’anima della poesia, è nella pelle del protagonista, è in questa pizzeria, entra in un coro di figure dentro un’attualità che morde: parla di una storia di immigrazione e di durezza; evoca un fondo di vita venuto così in superficie. Una lotta per la vita, aspra. La conosciamo da tanto: una lotta che strappa dalla terra, fa reinventare una casa, ci tiene stretti in un nodo di «presenza e mancanza sovrapposte». Ma per fortuna c’è quel sollievo, un lamento che può diventare canto. E vera partecipazione, immersa tra le forze fondanti della realtà, proprio come la pietà pretende. (Cristiano Poletti)

 

Dice che lavorare dodici ore
in alberghi dove la gente
del pollo preferiva le alette
era sempre meglio
che sentirsi la terra nelle pieghe della pelle
fin dentro le vene;
parla degli anni andati:
una folla di stelle e punte
e figli da tirare grandi
in una pizzeria, in un altro paese.
Lì in questo preciso istante
tra i tavolini e i pensionati del mattino
il sole nuovo e lucido e sempre uguale
saluta come quello della sua terra distante:
presenza e mancanza sovrapposte.
Poco lontano scivolano studenti sulle ali
verso un mestiere o un amore,
e sull’ultimo sorso di caffè
penso al poeta di Polonia
nella nona decade della sua vita:
se si potesse ricominciare da capo
se si potesse
ogni poesia -scriveva-
sarebbe il profilo di una persona
volti e figure sentiti dall’interno
un lamento sopra il loro destino.

 

Caregiver Whisper 50

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Sabino Caronia, La consolazione della sera

 

Sabino Caronia, La consolazione della sera, Schena Editore, Fasano 2017

C’è una parola, nel titolo di questo romanzo di Sabino Caronia, che induce a una serie di ragionamenti e di fili conduttori che da un lato indirizzano l’interpretazione verso determinati sentieri e dall’altro, tuttavia, allargano e rendono più complessa e accattivante la ricerca di collegamenti. Questa parola è la parola “consolazione”.
Consolazione, conforto: è sollievo in una situazione di disagio, di sofferenza, è riparo da un contesto ostile. È sollievo, dunque, è riparo. Non è più – e forse non sarà mai – felicità. Che la felicità – intesa come pienezza, come baluardo a qualsiasi rimpianto – sia una condizione avvertita sì come aspirazione, ma come aspirazione utopistica, in una stupefacente triangolazione dialettica di scetticismo, abbandono fiducioso a dispetto di ogni dato sensibile, sospensione del giudizio nell’attesa, è testimoniato, fin dalle prime righe, dalla presenza preponderante di personaggi principali che nella vita sono stati defilati, oppure emarginati, oppure, ancora, messi nell’angolo dagli ‘sgomitatori’ di turno, dai dediti al successo per il successo. Emergono, allora, i collegamenti con le testimonianze umane nella Storia e nelle vicende personali, così come i riferimenti letterari, a partire da quello su cui si basa l’intera architettura di questo “sogno di Sabino”: la vita e l’opera di Franz Kafka, gli episodi di cui abbiamo notizia attraverso amici e conoscenti, nonché i carteggi con più destinatari e le tracce sparse in tutta la produzione narrativa.
Il primo riferimento per questo romanzo così squisitamente letterario e così efficace nel rendere le peregrinazioni dell’animo e i vagabondaggi di una mente aguzza e inquieta non è esplicitato. Per essere più precisi, si tratta di un riferimento che ho voluto vedere io, e che ha come ancoraggio principale proprio il legame con la consolazione, concetto presentato in apertura di questo contributo. Si tratta della Storia meravigliosa di Peter Schlemihl, racconto ad alto contenuto autobiografico, eppure tanto sublime da elevarsi a narrazione universale della figura dell’Außenseiter (solitario, emarginato, outsider), di Adelbert von Chamisso. Non è superfluo ricordare che il nome Schlemihl viene dalla lingua yiddish e sta a designare la persona segnata da un destino sfortunato. L’esito, nel racconto del tardo Romanticismo tedesco, è la consolazione del protagonista, privo dell’ombra e con essa di qualsiasi identità sociale, nel mondo della ricerca naturalistica.
Nel romanzo di Sabino Caronia la consolazione giunge dal ripercorrere à rebours la propria vita e la Storia intrecciandola con la vita e le narrazioni di Kafka, e non soltanto con esse. In peregrinazioni che sono anche pellegrinaggi, il romanzo-sogno agevola l’incontro di chi legge non solo con l’io narrante e con lo scrittore praghese, ma con tante altre persone, a cominciare dal poeta catalano Gabriel Ferrater, traduttore di Kafka (El Procés, 1966), con l’omaggio al quale si apre il romanzo, per proseguire con Italo Alighiero Chiusano, germanista e scrittore conosciuto nel 1986, anno della cometa di Halley, alla presentazione di Il vizio del gambero, a pochi passi da Montecitorio (e dunque presumibilmente nella libreria tedesca Herder, chiusa purtroppo alcuni anni fa), Chiusano del quale troppo poco si è scritto e si scrive, come fa giustamente notare Caronia, che con questo romanzo ha ai miei occhi il merito di rilanciarne gli studi, Chiusano come studioso di Kafka; tra le personalità che appaiono in questo romanzo vanno menzionate ancora quelle di Max Brod e di Italo Calvino, di Walter Benjamin e di Jim Morrison.
Le figure femminili rivestono un ruolo di primo piano in quest’opera. I loro nomi sono altamente evocativi nell’immaginario inteso come bene comune, e la loro capacità di evocazione è raddoppiata dal legame con la biografia dell’io narrante: Diana, innanzitutto, la moglie con la quale il rapporto affettivo si rafforza, si consolida nel tempo, e l’omonima principessa triste, della quale vengono ricordate perfino le ultime parole, poi Laura, Noemi, Ottla, Felice, Milena, Dora. Non manca neppure la signora Tschissik, l’attrice yiddish, e la storia tragicomica del mazzo di fiori e di una insolita (e sbeffeggiata) devozione di Kafka ventottenne che sembra un diciottenne e che si invaghisce di una trentenne «che forse nessuno giudica carina». (altro…)

Leggo per legittima difesa – Colapesce e Rosa Cavaliere a teatro

Leggo per legittima difesa
presenta
 
Colapesce e Giulia Cavaliere
 
Romantic Italia
DI COSA PARLIAMO QUANDO CANTIAMO D’AMORE
 
Lunedì 3 dicembre, ore 21:00
Teatro Biblioteca Quarticciolo

Via Ostuni 8, Roma

All’interno della rassegna “Diffondersi: i luoghi del possibile” una serata speciale di musica e parole al Quarticciolo.

Le canzoni di Colapesce e la scrittura di Giulia Cavaliere chiamate a incontrarsi nell’intimità di un teatro.
Un viaggio nella canzone d’amore italiana tra gli anni ’50 e il 2018, un dialogo tra scrittura e musica per raccontare l’ossatura sentimentale della nazione che canta; a partire dal libro “Romantic Italia” di Giulia Cavaliere, fin dentro alle canzoni di Colapesce.
 
Giulia Cavaliere è una critica musicale che da anni dedica particolare attenzione alla canzone italiana. In Romantic Italia, attraverso 80 canzoni, esplora le varie sfumature dell’amore, ma anche la trasformazione della società e della cultura italiana dagli anni 50 a oggi. Romantic Italia è un appassionato invito all’ascolto e alla comprensione anche di quella «musica leggera» che la critica italiana ha forse troppo a lungo ignorato. È tempo di riappropriarsi delle canzoni d’amore, senza eccessiva nostalgia né banali ironie, e di raccontare una storia ricchissima, emozionante e collettiva.
Cantautore e “cantastorie”, Colapesce si porta dietro sin dagli esordi tutta la tradizione melodica e cantautorale italiana, ma si nutre anche di influenze internazionali. Considerato uno dei più talentuosi artisti della sua generazione, ha sempre affiancato una forte passione per il rock d’oltremanica e l’elettronica. Nei suoi dischi ha sempre cercato un punto di incontro fra la modernità e la tradizione, l’elemento nazionalpopolare con quello internazionale, abbinando la sperimentazione a melodie immediate.
 
I due portano al Teatro Quarticciolo una performance di parole, chitarra e voce, che rivela l’aspetto più intimo e suggestivo musica del cantautore siciliano.
 
Per info e prenotazioni:
Tel. 06 69426222‬ – 06 69426277‬ 
FB: LEGGO PER LEGITTIMA DIFESA / TEATRO BIBLIOTECA QUARTICCIOLO
 

Biglietti: € 3,00
Per l’acquisto: http://www.biglietto.it/newacquisto/titoli3.asp?ide=1802

 

“L’iniziativa è parte del programma di Contemporaneamente Roma 2018 promossa da Roma Capitale-Assessorato alla Crescita culturale e realizzato in collaborazione con SIAE”
Rassegna “Diffondersi (i luoghi del possibile)”