redazione

proSabato: Cesare Zavattini, Allalì

proSabato: Allalì di Cesare Zavattini

Ah, Signori, vorrei davvero abolire i giornali. Nei vani delle finestre di questa casa di sfollati, di fronte alla mia si vedono sempre testoni curvi sui giornali. Qualcuno alza la testa ogni tanto, si guarda intorno − con mestizia perché non riconosce negli alberi e nelle cose che lo circondano gli alberi e le cose care alla cronaca − poi, come i pesci che per un attimo sporgono la bocca fuori del pelo dell’acqua, si rituffa nelle righe ingannatrici creduto specchio della vera vita di cui la sua sarebbe soltanto un’ombra. Bevono le parole, le trasformano in un liquido perché il bere è un’operazione più rapida del mangiare. Appartengono a quella specie acquatica che finisce col farsi scannare pur di non masticare ovverosia riflettere. Con una sorsata ingoiano le più complicate notizie, l’eco delle quali dura delle menti meno dell’eco di un’ostrica in un palato giovane; perciò insaziabili non rinunciano a una sillaba delle migliaia che compongono un quotidiano.
Se non leggono, litigano. Un manovale litiga per umiliare il portinaio praticante: “noi siamo m…”. Il manovale mostra i buchi della sua giacca come fossero osceni: «toh, guarda, tu non li hai, puoi iscriverti a un partito.»
[…] non si preoccupano dei graffi e del dente perduto certi che qualche mutamento avverrà nella vita appena accettata la baruffa. Invece trovano la mia faccia che si ritira lenta come una luna dalla finestra lasciandoli soli per sempre.
Oggi ho preso una decisione che nutrivo da tempo: parlare con qualcuno dei miei dirimpettai. Verso l’ora di cena vanno a prendere fiaschi d’acqua in una fontanella vicina: uno di loro scendeva per via Merici, sempre più sassosa, e incespicava di continuo senza tuttavia sollevare mai gli occhi dal giornale. Buon giorno, gli dissi. Chissà se per lui ero un uomo di quelli straordinari appena abbandonati tra le colonne del giornale o un elemento consueto del suo paesaggio. “Quando aggiusteranno la nostra strada?”. Lo invitai a fare alcuni passi lungo il viottolo che dalle nostre case giunge alla ferrovia. “Io lo ammiro da lungo tempo”, gli dissi. “Come?” rispose. Sospettava che fossi pazzo. “Lei è un uomo potente” e gli strinsi la mano a suffragio della mia dichiarazione. Per la verità ero agitatissimo: temevo che mi rispondesse a bruciapelo con il motto romanesco che comincia con vallo. Sari morto. Restò zitto, deve aver sentito subito che non scherzavo. “Quante cose meravigliose lei può fare”; lo guardavo dalla testa ai piedi. Poi “lei può uccidere un uomo. Due. Tre.” Feci una lunga pausa. “Me, per esempio, me”. Presi l’aire: “può rubare, sì, e ingravidare donne. Guardi quei ragazzi” erano una trentina seminudi arrampicati sulla ramata che difendeva l’orto delle Orsoline, ma apparve il cappello di una suora e rotolarono tutti giù per il pendio. Dissi che qualcuno li aveva fatti e si trattava di ragazzi negli occhi di ciascuno dei quali non entrava lo stesso numero di cose e parecchi non potevano affermare di vedere una cosa diversa di quella che vedeva il compagno. E continuai il mio elenco: “Può dire no, quando voglia, a un ministro. Al re” enumerate molte autorevoli persone alle quali poteva dire no, finalmente mormorai: “lei può dire no anche al Papa”. Non ebbi il coraggio di guardarlo in faccia, spaventato dalle mie parole. Egli stava cercando tabacco con le dita timide nel taschino del panciotto. Si fermò. Avevo esagerato? Feci un fulmineo esame di coscienza e trovai conforto alla mia tesi nello spigolo dell’armadio della stanza da letto di mia madre, immagine che mi apparve dopo un miscuglio di altre immagini, collegata a un certo pensiero del 1943, da cui era defluito apparendo e scomparendo attraverso valli e vallette il convincimento in questione. “Al Papa obbediscono milioni di creature, il Papa alto e grande, con gli ori le sete gli incensi i santi i martiri la morte. Educatamente, lei può dire di no al Papa”. Sopra di noi fluttuavano bandiere di uccelli. I ragazzi rimettevano la testa fuori dall’erba adagio adagio, come fanno gli indiani. “Gridi allalì” lo pregai. Non voleva saperne. Insistei. Mi indicò alcuni uomini fermi sul cavalcavia. “Deve gridarlo subito, di fronte a chicchessia”. Concitatissimamente, gli spiegai che il fumo del treno che in quel momento avanzava come un’onda nera lungo l’orlo dl muraglione avrebbe impiegato a dileguarsi il tempo strettamente necessario, anche se lui avesse gridato allalì. “Allalì” gridò. Gli uomini si voltarono dalla nostra parte mentre il fumo del treno chiarendosi si apriva per ridare il giorno ai prati di fronte a noi.

© in «La Fiera Letteraria», Anni I, n. I, aprile 1946, p. 3.

Giorgia Meriggi, “Riparare il viola” (di I. Grasso)

meriggiGiorgia Meriggi, Riparare il viola (Marco Saya Edizioni, 2017)

Recensione di Ilaria Grasso

 

 

Riparare il viola è l’intrigante titolo della raccolta di Giorgia Meriggi, finalista al Premio Internazionale di Letteratura della città di Como.
Prima di leggere queste poesie mi sono interrogata sulla natura di questo colore viola e mi erano venuti in mente solo i raggi ultravioletti e ammalanti del sole o a versi impregnati di un femminismo un po’ agé. Immaginate lo stupore che ho provato ascoltando l’io lirico della Meriggi che mi cantava di un mondo vegetale dotato di una grande capacità evocativa. In passato l’unica cosa di vagamente affine era stata per me Fiori fantasma di Ronald Fraser, edito qui in Italia da Edizioni di Atlantide.
La bellissima prosa del libro di Fraser ci racconta di Judy, una giovane botanica “insofferente delle regole della società maschile in cui vive e di un fidanzamento che le sta troppo stretto”. Insomma una fanciulla tutto pepe che reagisce a questo genere di costrizioni attraverso l’atto di immaginare i fiori come esseri dotati di interazione anche erotica con gli uomini che la fa approdare persino a una dimensione mistico-spirituale.

Cominciò a perdersi in lunghe riflessioni, i suoi occhi fissi sulle verdi aste acuminate della thalia genicolata al bordo dell’acqua, pennellate accese nel mezzo di quel mondo smeraldo […] la sua immaginazione si allontanò mentre lei riposava e cominciò a vagare nel mondo delle piante, ma senza troppa audacia, perché la sua anima era diventata troppo sensibile alla percezione di presenze che la osservavano e la studiavano. L’atmosfera umida si era fatta opprimente con il suo carico di essere invisibili. E l’immaginazione dei fiori? Era possibile che anch’essa fuoriuscisse da loro per entrare in comunicazione con una qualche parte di lei, liberata in un anomalo sonno del corpo o della mente?

Nell’io lirico della Meriggi trovo qualcosa di diverso rispetto al personaggio di Judy. Nei testi della Meriggi sono infatti presenti riferimenti culturali e filosofici ben precisi. D’altronde ha studiato filosofia e si percepisce in maniera forte la speculazione che sottende ai suoi versi. La parola usata dalla Meriggi non appartiene a una descrizione bucolica e ingenua del mondo vegetale, anzi ciò che incontriamo nei suoi versi è sì nominato utilizzando il linguaggio del botanico e dell’entomologo ma anche arricchito di un significato nuovo:

So di due coleotteri smarriti
che non sanno niente del vetro.

Di calligrafie rigorose, quiete
di pioppi, risaie fatte a maglia,
no.

La poeta sviluppa, tramite i fiori, i grandi temi del femminile partendo proprio dalla calla, fiore simbolo del fascino femminile che con eleganza essenziale e forza delicata esprime tutta la sua solida bellezza. Alla calla appartiene inoltre una iconica bellezza (viene da kalos cioè bellezza) e una purezza divina. È infatti un fiore utilizzato sia nei bouquet delle spose sia nelle corone funebri dei giovanissimi. Ma la calla era associata, nella mitologia romana, a Venere, la quale si sarebbe risentita della bellezza del fiore, della sua fertilità e del suo ardore e gli fece nascere un lungo e vistoso spadice per abbruttire quel fiore. Di questa leggenda si respira la traccia in questa bellissima poesia:

Recidiva la notte chiude il palmo
fino a combaciare interno delle linee.

Si dischiude la calla, si abbevera
la raganella.

La fortuna è nel contegno del cuore
quando si corica di lato al buio.

(altro…)

I poeti della domenica #200: Cristina Alziati, È salita sui prati, ti diranno

È salita sui prati, ti diranno
che è morta, non dispera.
A volte se ne va per la sassaia
di versi accartocciati, lungo un greto
bianchissimo, che acceca.
Osserva rotolare dentro l’acqua
mille tracce, di quanto non annota
e scorda. Quando si incagliano in un’ansa
prende uno stecco e le sospinge un poco.
Tuffa a caso le mani.
Fa conca con i palmi, chiude gli occhi, beve.

da Cristina Alziati, Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano 2011

I poeti della domenica #199: Guido Gozzano, L’intruso

Le tre sorelle dalla tela rozza
levano gli occhi sbigottite, poi
che una voce pervade i corridoi
come d’uno che irride o che singhiozza.
Il vento in casa! Il vento cresce, cozza,
sibila, mugge come cento buoi.
Ogni sorella pensa ai casi suoi,
l’altra chiamando con la voce mozza.
In breve dai soppalchi al limitare
discacciano il nemico, nell’assedio
invocando a gran voce tutti i santi.
Ognuna torna poi ad agucchiare,
ed accompagna il ritmo del suo tedio
all’orchestra dei tremoli svettanti.

“I detective selvaggi”: un romanzo sulla poesia (di C. Trombetta)

bolano-detective-selvaggiI Detective Selvaggi: un romanzo sulla poesia

di Chiara Trombetta

 

Che si ami o che si detesti Roberto Bolaño, I detective selvaggi resta un romanzo incredibile. Quasi 700 pagine che tirano il lettore per la collottola da un capo all’altro del mondo sulle tracce di Ulises Lima e Arturo Belano. Due poeti, un messicano e un cileno. Nient’altro che spacciatori di marijuana, ladri di libri, perdigiorno senza speranza, forse. Due ingenui fuori di testa allucinati dalla droga. Due ombre inafferrabili, oggi in Messico, domani nel Sonora e poi in Europa, a Parigi, Berlino, Londra. Un libro su due poeti fantasmi che a loro volta inseguono poeti e poesie perse nel nulla. La povera Laura Damián, morta giovanissima, Cesárea Tinajero, di cui tanto si parla ma di cui nessuno riesce a ricordare un singolo verso. Assenze che riempiono la bocca di fiumi di parole in piena. C’è di tutto in questo romanzo: letteratura, politica, sesso, amicizia, ossessioni, magnaccia inferociti e ospedali psichiatrici. Ma scompaiono sempre dietro l’angolo, quei due, Ulises e Arturo, all’inseguimento della Poesia.
E alla fine la trovano, l’unica poesia di Cesárea mai pubblicata. Finalmente scovano la Poesia. È una notte di Gennaio del ’76, nel DF di Città del Messico, in Calle República de Venezuela, vicino al Palacio de la Inquisición. Tra una bottiglia di mescal e una di tequila, Amadeo Salvatierra, vecchio scrittore ubriacone e un po’ sentimentale, mostra loro l’unica copia sopravvissuta della rivista Caborca, sulle cui pagine figura Sión, la sola testimonianza del passaggio di Cesárea sulla Terra:

trombetta

La Poesia si svela in una sola occhiata, in tutta la sua semplicità. «Qual è il mistero?» chiede loro Amadeo, che da quarant’anni spreme le meningi su quell’enigmatica pagina. I ragazzi lo guardano. «Non c’è nessun mistero, Amadeo». È proprio questo il punto. È uno scherzo, la poesia è uno scherzo che nasconde qualcosa di molto serio. Nessun mistero, è facilissima da capire. E non è, forse, simile alla vita? Tutti i santi giorni a lambiccarci il cervello nella pretesa di capire la vita, i giorni, le ore che passano. I fatti, gli eventi intono a noi sembrano spesso intrisi di un’aura misteriosa, segni incomprensibili di un codice sconosciuto e imposto dall’alto, da accettare e decifrare con la minuzia di un chirurgo in sala operatoria. E se ciò che rende tale un uomo fosse semplicemente il suo essere dotato di vita, di qualsiasi forma, misura e consistenza essa sia? Allo stesso modo di una poesia che, dicono Lima e Belano, non deve per forza significare qualcosa, eccetto il fatto che essa è una poesia, a prescindere dalle parole, dai tratti che la compongono. Del resto, è ciò che anche Julio Cortázar, che per Bolaño è «il migliore», afferma nel ’63 in Rayuela: «Non esistono messaggi, esistono messaggeri, e questo è il messaggio, così come l’amore è colui che ama».

Una linea retta, una linea ondulata e una spezzata. Mare calmo, mare mosso, tempesta. Tranquillità, inquietudine, dolore. Naturale. Trasparente. La poesia è poesia. La vita è vita. Non c’è inganno in attesa nel buio.

 

© Chiara Trombetta

“Aspettare la rugiada” di Damiana De Gennaro (di R. Canaletti)

aspettare_la_rugiadaDamiana De Gennaro e il palmo aperto della poesia
Su Aspettare la rugiada (Raffaelli Editore, 2017)

di Riccardo Canaletti

 

[…]
cos’è questa danza a cielo spento
che ferisce con i fiori
e costringe a camminare?

Man mano che si avanza nella lettura si compila l’inventario delle sorprese; in ogni misura la poesia di Damiana de Gennaro sorprende. Una delicatezza tutta orientale (la stessa di quel “aspettare la rugiada”) si intreccia alla chiarezza realistica della poesia italiana di un certo Novecento (quello di Pasolini, quello – in qualche forma – di Penna). Così l’intero libro, appunto Aspettare la rugiada, va costruendo un tessu­to denso a cavallo tra il sogno, o contemplazione, e la vita reale, o la registrazione. C’è infatti tutto, un’idea di viaggio prima di tutto; e l’idea, in particolare l’idea di viaggio, è tutta umana e legata ad un es­sente, ad un esserci qui e ora dai quali non si prescinde. Si aggiunge poi la “danza”, ovvero la pittura ae­rea, dunque più delicata, del concetto, il medium atto modellare la parola e l’idea piegandole ad un uni­co peso, quello della raffinatezza. Nella poesia assolutamente musicale di Damiana De Gennaro manca la vena narrativa, anzi potremmo definirla spoglia della greve masticazione che è il racconto. C’è la se­gnalazione, l’intuizione, la percezione che definisce lo spazio e la memoria, nessun “c’era una volta”, nessuna sovrastruttura. Tutto è sensibile e fermo al primo sguardo. Poi si rielabora, certo, lo si nota nel­la posa tecnicamente notevole dell’Haiku, ripresa qui non come struttura metrica, ma come cadenza ritmica.

taglia l’autunno di fianco
camminando nell’aria
e sulle labbra mi preme dei vuoti
che non so partorire

Ma la sua non è poesia icastica, né poesia concettosa. In Aspettare la rugiada Damiana De Gennaro asse­conda il gesto di ogni oggetto (ovvero la loro postura nello spazio) descrivendo l’ambiente con preci­sione clinica, eppure utilizzando una terminologia apparentemente lontana e di rimando. Forse in que­sto impianto “analogico” possiamo ritrovare il più importante riferimento occidentale: quello a una cer­ta poesia simbolista che, volendo o meno, esce dal libro.

ho visto lo spezzarsi delle albe
tra i cavi elettrici del cielo
almeno mille volte
per scivolarle dalle dita –

Il libro si presenta ben costruito e si apre all’interpretazione pur rimanendo nel suo assetto lineare da “gialloismo”, come a dire “non ci sono interpretazioni”. Infatti la poesia di De Gennaro è discreta, mo­desta seppur limpida, mai sovraccarica, mai eccessiva. È una poesia che come lei, anche con un po’ di malinconia (che altro non è che la “felicità di essere tristi”, Hugo), può essere appoggiata al lato senza dar fastidio: “depositami dove non ingombro”. Ma una volta letta non si può accantonare, anzi si rima­ne a riflettere sulla forza di ogni singolo termine, cucito addosso ad un qualunque oggetto, ereditando la tradizione della Szymborska e delle sue “pillole” e dei suoi “libretti per le istruzioni”. E in qualche mi­sura la poesia in Aspettare la rugiada funziona così: non pretende di insegnare nulla, ma si rivela un vero e proprio manuale di osservazione e di silenzio, un libro tecnico sul come costruire la propria architettura di acqua limpida sopra la realtà di ogni giorno, sopra quella realtà che Damiana De Gennaro ha saputo fotografare con folgorante autenticità.

© Riccardo Canaletti

“Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano” di Lafcadio Hearn. Anteprima

Pubblichiamo stamane in anteprima un brano da un volume che esce oggi per Exorma Edizioni. Vi auguriamo buona lettura.

Da LIBELLULE

Uno degli antichi nomi del Giappone è Akitsushima, vale a dire “isola delle libellule”, e viene scritto con un carattere che rappresenta una libellula – il quale insetto, ora chiamato tombo, era anticamente denominato Akitsu. Forse il nome Akitsushima, “isola delle libellule”, è stato suggerito, foneticamente, da un nome ancora più antico del Giappone, pronunciato anch’esso Akitsushima, ma scritto in caratteri diversi, che significava “la terra dei ricchi raccolti”. Comunque stiano le cose, esiste una tradizione secondo cui l’imperatore Jimmu, qualcosa come duemilaseicento anni fa, nell’ascendere una montagna per contemplare dall’alto la provincia di Yamato, fece osservare ai suoi accompagnatori come la configurazione del territorio somigliasse a una libellula che si lecchi la coda. Per via di quell’augusta osservazione, la provincia di Yamato venne in seguito designata come la terra della libellula; e in seguito il nome venne esteso a tutta l’isola. E la libellula rimane un simbolo dell’Impero ancora oggi.

[…]

In periodi diversi si vedono differenti tipi di libellule; e le varietà più belle, con poche eccezioni, sono le ultime a comparire. Le libellule giapponesi sono state raggruppate dagli antichi scrittori in quattro classi, a seconda del colore predominante – libellule gialle, verdi (o blu), nere (o scure) e rosse. Si dice che gli insetti macchiati di giallo siano i primi a manifestarsi; che le varietà verdi, blu e nere si facciano vedere solo nel periodo di maggior caldo; e che le specie rosse siano le ultime a mostrarsi e anche a scomparire – svanendo solo alla fine dell’autunno. In un senso vago e generale, queste nozioni possono essere intese come derivate dall’osservazione. Cionondimeno, la libellula è normalmente considerata una creatura autunnale: e infatti uno dei suoi tanti nomi, Akitsu-mushi, significa “insetto d’autunno”. E l’appellativo è davvero appropriato, giacché è solo alla fine dell’autunno che le libellule compaiono in moltitudini tali da farsi notare. Tuttavia per il poeta la vera libellula d’autunno è quella rossa:

Che si dia inizio
all’autunno,
viene decretato dalla libellula.

Oh la libellula!
Si è tinta il corpo
con i colori autunnali!

È colorata con le tinte
delle giornate d’autunno –
la libellula rossa! (altro…)

Ivonne Mussoni, La corrente delle ultime cose (di Ilaria Grasso)

Ivonne Mussoni
La corrente delle ultime cose
Giulio Perrone Editore, 2017

 

Ivonne Mussoni nella sua raccolta La corrente delle ultime cose ci descrive con enorme garbo un tema molto delicato, quello delle partenze. Nell’elemento dell’acqua l’io lirico si fa porto. Da lì numerose figure partono o arrivano senza mai essere giudicate. Sono scie leggere ma con un’enorme forza e coraggio i versi che mi ritrovo a leggere; rassomigliano alle dita di una mano nel momento esatto in cui si apre dal fondo dell’acqua salata del mare per lasciare libero di emergere l’oggetto dapprima contenuto nel suo palmo. Sono versi di una purezza e di una grazia fuori dal comune. No, non sto parlando di uno smielato descrivere le cose ma di quella grazia utile per trovare un senso o meglio una umanità in grado di farci accettare i vuoti che lasciano certe presenze nella vita che viviamo. Sono versi che si misurano non con i principi della metrica tradizionale ma con il principio di Archimede per far emergere la vera natura di chi li legge.

E non è tua la fame, l’abbandono
non sono tuoi i diluvi,
gli sbagli, le cadute della terra
ma sei ad ogni precipizio,
spalancato nell’abisso delle facce stanche.
Se non puoi stringerle
aprile bene queste mani
che diventino nido, approdo, radici

Esortano infatti, in maniera diretta, a non aver paura di lasciare e lasciarsi andare o ancora, in maniera più grande, di essere lasciati. I messaggi contenuti nella raccolta hanno una forte carica spirituale verso un bene e un amore che coinvolgono se stessi e gli altri, come qui:

Per i mai arrivati, per quelli senza approdo
bisogna rallentare,
unire al respiro il tempo delle onde
il silenzio, la fiducia nella cosa che già c’era.
E tu c’eri prima dei coralli, dei delfini,
prima delle barche con i remi
torni primitiva all’elemento,
bella alla gioia selvaggia dell’essere già stata,
esserci sempre.

(altro…)

I poeti della domenica #196: Franco Fortini, L’ora delle basse opere. #Centenario

The Italian literary critic Franco Fortini (Franco Lattes) reading a newspaper at home. Italy, 1970s
Credits: Getty Images

Rubrica domenicale dedicata per intero a Franco Fortini nel giorno del centenario della nascita.

*

L’ora delle basse opere

È tutto chiaro ormai,
le parole dei libri diventate
tutte vere. Tutti gli altri lo sanno.
T’hanno detto di fare due passi avanti
in mezzo al cortile d’acqua e vento,
di lumi gialli prima dell’alba.
Vedi cani maestri con grembiali di cuoio
scaricare quarti umani per le celle
refrigerate e crusca
sotto i ganci cromati. Gli scontrini
li timbrano alla porta
dove a battenti aperti aspetta un camion.
Era giorno, i postini
sgrondavano gli incerati nelle guardiole.

*

da © Franco Fortini, Versi scelti, ora in Tutte le poesie, Mondadori, 2014.

I poeti della domenica #195: Franco Fortini, Agli amici. #Centenario

 

Franco Fortini dal corriereonline

Rubrica domenicale dedicata per intero a Franco Fortini nel giorno del centenario della nascita

*

Agli amici

Si fa tardi. Vi vedo, veramente
eguali a me nel vizio di passione,
con i cappotti, le carte, le luci
delle salive, i capelli già fragili,
con le parole e gli ammicchi, eccitati

e depressi, sciupati e infanti, rauchi
per la conversazione ininterrotta,
come scendete questa valle grigia,
come la tramortita erba premete
dove la via si perde ormai e la luce.

Le voci odo lontane come i fili
del tramontano tra le pietre e i cavi…
Ogni parola che mi giunge è addio.
E allento il passo e voi seguo nel cuore,
uno qua, uno là, per la discesa.

*

da © Franco Fortini, Poesia e errore (1959), ora in Tutte le poesie, Mondadori, 2014.

 

Poetarum Silva a Festivaletteratura di Mantova

Anche quest’anno Poetarum Silva sarà al Festivaletteratura di Mantova, arrivato alla sua ventunesima edizione. Ci sarà nella persona di un’entusiasta Giovanna Amato, che inforcherà la fedele bicicletta cui come ogni anno darà u nome tratto da Agatha Christie e tenterà di essere ovunque e dappertutto, per condividere al meglio il ricco programma della manifestazione con dirette twitter e un post quotidiano.
Per consultare e scaricare il programma completo, qui.
Non dimenticate, nell’attesa, di rinfrescarvi la memoria con le cronache della scorsa edizione!
A seguire, il comunicato stampa. A presto con il Festivaletteratura, dal 6 al 10 settembre. (altro…)

Electro Camp V: arti performative a Forte Marghera, dal 7 al 10 settembre

ELECTRO CAMP 5
a cura dell’associazione culturale Live Arts Cultures
e della netlabel electronicgirls
 
Quando:
Dal 7 al 10 settembre 2017
Attività diurne di formazione e dialoghi
Percorsi installativi e speciali, festival di video-danza
Spettacoli: dalle 20.30 alla mezzanotte e notturni
 
Dove:
C32 performing art work space
Forte Marghera, via Forte Marghera, Mestre (VE)
 
 
Electro Camp è una piattaforma aperta a nuove produzioni – anche in veste di lavori in fieri – dedicate alla ricerca delle relazioni tra suono e movimento, danza, musica e spazio scenico. 
Curato dall’associazione culturale Live Arts Cultures e dalla netlabel electronicgirls, il progetto giunge quest’anno alla sua quinta edizione e si terrà da giovedì 7 a domenica 10 settembre 2017 presso C32 performing art work space, all’interno di Forte Marghera, Venezia-Mestre. 
Electro Camp si propone come momento di riflessione, diffusione, pratica e studio di alcune arti performative e include, nella sua quinta edizione, innovazioni nella programmazione tese a favorire l’avvicinamento della comunità del territorio ai linguaggi delle arti performative dal vivo. Il “format” Electro Camp si trasforma così in un appuntamento sia dedicato ad artisti che intendano approfondire la loro pratica sia accogliente verso la pubblica partecipazione alla scoperta del contemporaneo.
 
Il programma per questa quinta edizione prevede attività diurne e – vera novità – speciali e notturne, che avvicineranno il pubblico ancora di più a musica e danza, linguaggi universali attraversabili da chiunque. Il festival ospiterà, come sempre, giornate di formazione pensate anche per il mondo dell’infanzia, dell’adolescenza e degli adulti; inoltre ospiterà percorsi installativi ed eventi serali. 
 
Electro Camp V è un invito a rendere tutti partecipi delle pratiche dell’artista performativo per cancellare le apparenti distanze, proponendo attività che stimolino la consapevolezza del corpo e dello spazio, l’ascolto, la generazione di azioni performative. Le esperienze proposte desiderano nutrire il potenziale espressivo di ciascuno e condividere strumenti critici per l’osservazione delle opere contemporanee.
 
 
LABORATORI E ATTIVITÀ DIURNE SPECIALI
 
Venerdì 8 e sabato 9 (15.30-17.30) un laboratorio di fiabe sonore elettroniche per bambini condotto dalla musicista Patrizia Mattioli e Ilaria Pasqualetto – educatrice e attrice –, per il progetto Concerto per alberi dall’omonimo libro di Laëtitia Devernay. Un modo diverso di leggere le fiabe per avvicinare i più piccoli (dai 5 ai 10 anni) al mondo della musica elettronica attraverso ambientazioni fantastiche; la musica viene rappresentata grazie a un volume illustrato, dove uccelli, alberi e piume si fanno elementi musicali. 
 
Ancora venerdì 8 e sabato 9 “Teenleader”, danza per giovanissimi condotta da due giovani danzatrici: Tania Lo Duca e Federica Marcoleoni.
Lo studio del movimento come mezzo espressivo, vissuto nella relazione con gli altri include la dimensione del ‘gioco’ come strategia compositiva. A condurre questa proposta saranno due giovanissime danzatrici, abituate da anni allo studio del movimento: il parlare tra coetanei auspica un maggior coinvolgimento di teenagers che non dovranno avere esperienze pregresse per poter seguire gli incontri proposti.
 
Sabato 9 e domenica 10 (11.00-17.00 con pausa pranzo) un laboratorio per performer, “La natura dell’atto”, condotto da Silvia Rampelli – Habillé d’eau.
Il laboratorio indaga appunto “la natura dell’atto”. Ne pratica i fondamenti: materia, tempo. Focalizza l’emergere dell’esperienza del corpo, approfondisce in modo specifico il transito alla cognizione. È il luogo della consegna al qui e ora dell’accadere, dell’ampliamento percettivo dell’attitudine critico-conoscitiva. 
 
Durante le stesse giornate (ore 17.30-20.30) la “Crowdance” condotta dalla coreografa Laura Moro, appuntamento di “danza per tutti” che vuole offrire a tutti, senza nessuna esclusione di età, abilità, conoscenze, la possibilità di soffermarsi sul potenziale espressivo del corpo attraversando suggerimenti accessibili e immediati.  
 
Un incontro aperto a tutti su pietre sonore, sculture e litofoni con Giulio Escalona domenica 10 (ore 14.00-16.00). Giulio Escalona è psicologo e artigiano di suoni non convenzionali. Da anni impegnato nei campi di musica ed ecologia, la sua attenzione si concentra sui suoni ambientali e sugli strumenti realizzati con elementi naturali: foglie, piante e pietre. Durante l’incontro si conosceranno e praticheranno i suoni e gli strumenti utilizzati dall’artista.
 
 
INSTALLAZIONI, PERCORSI E SPETTACOLI
 
L’identità di “Electro Camp” è quella che conferma il dare spazio alla sperimentazione, favorire nuove collaborazioni tra gli artisti, invitare il pubblico ad assistere a composizioni in tempo reale, a lavori freschi e leggeri che aprano a personali interpretazioni valorizzando il potere evocativo dell’opera dal vivo.
 
Ogni giorno tre percorsi di ascolti nella natura di Forte Marghera, costeggiando i canali d’acqua, permetteranno al visitatore di conoscere contributi poetici, musicali e teorici. La passeggiata fonde paesaggio, ascolto e informazione in un unico stimolo percettivo; i brani saranno ascoltabili attraverso auricolari grazie a dispositivi forniti appositamente.
Saranno presenti la voce e le poesie di Mariangela Gualtieri da lei stessa interpretate, apporti e citazioni di Valentina Valentini, docente dell’Università La Sapienza, a proposito del mondo della performance e di opere installative della contemporaneità, e ascolti di brani selezionati dalla storia della musica elettroacustica ed elettronica.
Lungo il tragitto del percorso la performer londinese Ashley-Louise McNaughton abiterà un luogo portando alla nostra fantasia nuove visioni e percezioni, con una performance permanente.
 
Per il secondo anno consecutivo, Electro Camp ospita “Espressioni – Rassegna itinerante di video-danza” ideata da Perypezye Urbane. “Lo Spaesamento e le forme di re-azione” è il tema dell’edizione 2017.
 
***
 
Saranno due o tre performance a sera a comporre il programma del festival. I lavori presentati si distingueranno in creazioni che indagano la relazione suono-movimento coinvolgendo danzatori e musicisti, e creazioni di musica in live che incontrano le nuove tecnologie, l’azione performativa e l’installazione sonora. 

(altro…)