Caregiver Whisper 84

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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22 ottobre 2016

Da circa una settimana ho attivato per Sebastiano, mio padre, le cure palliative tramite la Vidas. Anche se so benissimo che mio padre non ha ancora risolto con i suoi tumori, il mio ottimismo mi fa pensare che sia solo un atto dovuto, qualcosa che si fa per dare dei servizi in più al malato, per farlo stare meglio. Qualcosa che, di certo, non significa che ci stiamo avvicinando alla fine.

Oggi è passato a salutarlo/visitarlo Edoardo, l’infermiere. Quando lui inizia a controllare che i parametri siano tutti sotto controllo, mio padre attacca a raccontare qualcosa. È anche per questo che Edoardo cerca di passare sempre quando ha finito il giro, per non avere fretta di dover andare da un’altra parte. Oggi mio padre gli racconta di quando è andato a fare il campeggio in Puglia, vicino al suo paese.

S: «Sai, quando eravamo piccoli andavamo con i preti e ci facevano fare il campeggio. Noi mangiavamo le scatolette e loro si mangiavano i polli. Andavano dai contadini e si facevano dare polli, conigli e uova fresche. Noi, invece, andavamo avanti con le scatolette di tonno a mezzogiorno e con una scatoletta di Simmenthal alla sera.»
E: «Eh, sono belle zone quelle lì. Cioè, oggi lo sono non quando ero piccolo io.»
S: «Noi andavamo lì con l’Oasi di Maria Immacolata. Sai, quella che c’è a Montecalvo Irpino», dice guardandomi.
M: «Ma vi davano solo scatolette, nient’altro?»
S: «Solo scatolette.»
M: «E nemmeno un po’ di pasta?»
S: «No, no. Anzi, il martedì e il sabato ci davano la minestrina con un po’ di pastina dentro.»
E: «Insomma, proprio che erano cattivi questi preti qua, porca miseria.»
S: «Hai voglia! Io ero già stato in collegio e sapevo come ci avrebbero trattato. E quando lo dicevo agli altri, i primi giorni, tutti mi dicevano “ma va’, che ne sai, ma scherzi, qui ci danno da mangiare, altroché”. Quando abbiamo visto che si batteva la fiacca, io e un altro ragazzo ci siamo fatti amico uno che stava alla colonia dei ferrovieri, che lì mangiavano bene. Così, ogni tanto ci dava qualcosa e andava bene anche per noi.»
E: «Adesso in Puglia è andato il turismo di massa e quelle zone lì si sono un po’ riprese, ma mi ricordo ancora nell’entroterra, quando andavamo a San Giovanni Rotondo. Lì mio nonno aveva dei poderi che si trovavano in piena campagna. Prima che iniziasse tutta la storia di Padre Pio, la gente era povera ma di una povertà che non si può descrivere. C’era la pastorizia e le vie di comunicazione erano molto incasinate. Cioè da San Giovanni Rotondo a San Marco in Lamis che è il paese prima, se dovevi arrivarci con il carrettino, hai voglia. Quando c’è stato il fenomeno di Padre Pio, si è rianimato tutto. Ora la nuova chiesa sembra il pentagono. Anzi, ha una struttura fantascientifica che sembra calata dall’alto e con la storia di Padre Pio sono iniziati ad arrivare anche i soldi.»
S: «Io a Padre Pio l’ho conosciuto che avevo undici anni. Ero in fondo che stavo parlando con un altro ragazzino. A un certo punto sento gridare: “Uagliò! La vuoi smettere di parlare o no?”. Io ero l’ultimo in fondo al corridoio. E quando sono arrivato davanti a lui, mi ha detto “uagliò, la prossima volta vengo lì e ti prendo a calci che qui non si parla. Avete capito?”»

In quel momento si affaccia mia madre e ci guarda sorridente. Chiede a Edoardo se la capa – mio padre, che lei pensa sia l’amante di suo padre – sta bene, fa una battuta e poi se ne torna in cucina. Faccio segno a mio padre che vado di là e la raggiungo. Anche se abbiamo finito di mangiare da poco più di mezz’ora, mia madre ha di nuovo apparecchiato la tovaglia. Così, prendo il computer e decido di provare a distrarla mettendo un po’ di musica.
M: «Lucì, come va? Tutto a posto?»
L: «Sì, sì, tutto a posto.»
Poi mi chiede cosa deve fare, che lei non può mica aspettare i nostri comodi. Lo fa all’improvviso, con un tono calmo. Io le dico di non preoccuparsi e poi prendo il telefono e le faccio vedere alcune fotografie che ho scattato ieri sera, per il compleanno di mio padre: «Mà, guarda qui.»
L: «Che aggià uardà
M: «Sai chi sono questi due nella fotografia?»
L: «Aspè, famme verè…»
M: «Fai con calma.»
Lucia prende gli occhiali, guarda per qualche secondo e poi risponde: «Ma sai che quei due li conosco?»
M: «Lo so che li conosci. Ti viene in mente chi sono?»
L: «Se non sbaglio sono due attori. Sì, mi pare che sono quei due attori…» e poi si ferma, guardandomi per capire se è sulla strada giusta.
M: «Quindi, secondo te sono due attori?»
L: «Sì. Questa non è…», dice indicandosi con il dito. «Aspè, lei chi è?»
M: «Questa si chiama Lucia.»
L: «Mavafangul!»
M: «Guarda che è vero. Questa si chiama Lucia e questo è il marito di Lucia, cioè Sebastiano.»
L: «Ma sì sicur
M: «Vedi il quadro che è qua dietro?», le chiedo indicando il quadro che si trova alle spalle di mio padre nella fotografia. «Ecco, è quel quadro lì davanti.»
L: «È bruttino.»
Rido, perché una volta ero io quello che diceva sempre che quel quadro fosse davvero brutto. Un giorno le chiesi: «Ma perché non lo cambiate?». Così, lei mi prese in parola, e andò in cameretta. Prese il quadro che c’era lì e lo scambiò con quello in cucina. Il problema è che le dimensioni e l’autore erano gli stessi. Così come la bruttezza delle due tele.
L: «E di quand’è? Quando l’hai pigliata ‘sta foto?»
Le spiego che ieri sera abbiamo festeggiato il compleanno di Sebastiano: «E poi, quando ti sei alzata per andare a dargli un bacio e fargli gli auguri, mi sono messo a scattare alcune fotografie.»
L: «Bravo, hai fatto bene a farle. Così ci siamo io e mio marito, che bello!»

Chi vive accanto a un malato di demenza, quando questo ritorna nel presente – anche se per un solo solo istante -, è un po’ come se si trovasse nel giorno di Natale con quel parente a cui vuole bene ma che vive dall’altra parte del mondo.

Mentre dice “che bello”, mia madre smette di sorridere e si commuove. Poi riesce a dire solo: «Oh, signore», prima di iniziare a piangere.
M: «Che fai? Non c’è niente da piangere! Siamo qui tutti e tre: tu, Sebastiano e io.»
L: «Quindi quelli lì siamo noi due?»
M: «Sì. Cioè, non siamo io e te. Siete tu e Sebastiano.»
L: «Io e lui. Sì, ho capito, mica sono scema. È che non l’avevo mica riconosciuto.»
M: «E adesso ci sei riuscita, hai visto?»
L: «Oh, madonna.», replica con le lacrime agli occhi.
M: «Due attori», le dico sorridendo, cercando di farla sorridere.
L: «Quasi», risponde. «Però, se guardi bene, lei è cchiù bella re iss

© Marco Annicchiarico

 

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