Caregiver Whisper 68

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

– – –

18 aprile 2019

L: «Quello ha scalato due volte mia madre perché non ci sta.»
M: «Davvero?»
L: «Eccome, no?»
M: «Sai che non lo sapevo?»
L: «Nemmeno io, me l’ha detto quello che passava ra sotto.»
M: «L’importante è che alla fine è andato tutto bene.»
L: «Davvero?»
M: «Sì, è tutto a posto. L’ha detto anche Carmela.»
Lucia mi guarda e sorride. Forse è contenta di sapere che, nonostante qualcuno abbia scalato sua madre Carmela, alla fine tutto sia andato per il meglio.

Solo poche ore fa, quando si è svegliata, con la badante abbiamo portato Lucia in bagno per provare a farle la doccia. La cosa più semplice, ogni volta, è convincerla a farsi spogliare. Una scusa per togliere i vestiti e farla entrare nella doccia, infatti, riusciamo sempre a trovarla. Il problema è quando apriamo l’acqua. In quel momento, Lucia cambia espressione e mostra una cattiveria che, prima della malattia, non ha mai avuto. Tutte le volte mia madre ci fa sapere che c’è un motivo più che valido se lei oggi non si vuole lavare. I più ricorrenti sono un semplice no, oggi non mi va, la faccio domani o l’ho già fatta ieri. In alternativa, a seconda delle stagioni, il repertorio delle scuse prevede “ho freddo” oppure “fa caldo”. Quando vede che queste giustificazioni non funzionano, allora inizia a elencare i vari malanni del giorno, dal mal di stomaco al mal di testa, passando per il classico “mi fa male la gola”, che usa anche quando non ha voglia di mangiare (cosa che, ultimamente, non avviene mai). Oggi, invece, per perorare la sua causa ha detto che lei è sposata e queste cose non le fa, chiedendo cosa cercassimo da lei.
Quando abbiamo aperto l’acqua, Lucia ha iniziato a insultarci, mandando a quel paese me e mia madre. Poi, quando la badante ha iniziato a insaponarla, agli insulti si sono aggiunti anche i pugni: “Lieve ‘ste mani r merda e vafancul“, ha detto urlando con tutta la forza che aveva. Poi mi ha tirato un pugno in testa ed è uscita dalla doccia, rischiando di cadere. Il malato di Alzheimer, quando non vuole fare una cosa, non la fa, c’è poco da girarci attorno. Riesce a trovare una forza che non sospetti. Durante il ricovero in struttura ha picchiato e tirato per i capelli diverse infermiere e da una come lei, piccolina e all’apparenza docile, non ti aspetteresti mai una forza del genere. Stamattina, quando finalmente è uscita dal bagno, tutta arrabbiata, dopo averle detto aspetta che ti aiutiamo a vestirti, ha risposto bestemmiando e mandando a quel paese, di nuovo, me e quella stronza di mia madre.

Poi, una volta vestita, si è messa in cucina, la musica di Enrico Musiani in sottofondo, e ha iniziato:
L: «Mannaggia chi ne ave causa.»
M: «Che c’è Lucia?»
L: «Quello che m’hanno fatto.»
M: «E che t’hanno fatto?»
L: «Mamma dove sei?»
M: «Adesso ci sono qua io, stai tranquilla. Carmela arriva più tardi.»
L: «Povera a me.»
Poi si è quasi messa a piangere perché costringerla a fare la doccia è un sopruso, e nessuno dovrebbe essere costretto a fare qualcosa controvoglia. Così ho preso la vaschetta di gelato e le ho chiesto se ne voleva un po’.
L: «Lassame sta, pe’ piacere
Poi ho avvicinato il cucchiaino e ha aperto la bocca, nonostante avesse tentato di dimostrare tutto il suo disappunto.
M: «Ti piace?»
L: «È buono.»
M: «Ne vuoi ancora?»
Non ha risposto ma con la testa ha fatto un segno di approvazione. Dopo altri due cucchiai, mi ha detto: «È da ieri che si è vestita da oggi.»
M: «Sì, ho visto.»
L: «Sta bene.»
M: «Anche noi, alla fine, no?»

Nel pomeriggio, la badante ha riprovato a farle la doccia, con l’aiuto di mia zia. Questa volta ci sono riuscite, seppure a fatica. Quando sono rientrato dall’incontro con la counselor, per le scale si sentivano le grida di mia madre. Io, che non sapevo del secondo tentativo di lavarla, pensavo che stesse succedendo chissà che cosa. Mi sono precipitato in casa e ho rivisto la stessa scena di questa mattina: due persone fuori dalla doccia, mia madre che si aggrappava alla porta per uscire e tutta l’acqua a terra. Alla fine, però, dopo gli insulti e le bestemmie, una volta asciugata ha ripreso a sorridere, tutta contenta e soddisfatta. Ha mangiato uno yogurt con la terapia e poi si è girata verso di me.
L: «Povera Lucia.»
M: «E perché povera, cosa è successo a Lucia?»
L: «È successo tutto.»
M: «Tutto tipo che cosa?»
L: «Non sono capace di fare più niente.»
M: «Non è vero. Sei ancora capace di tirarmi i pugni.»
L: «Come devo fare?»
M: «A tirarmi i pugni?»
L: «No, a fare la “chianghella”.»
M: «Facciamo che ti diamo noi una mano, va bene?»
L: «Eh, ma chi mi aiuta?»
M: «Io sono qui per aiutarti.»
L: «E come faccio senza di te?»
M: «Ma io sono qui, non sei senza di me.»
L: «Sì, lo so, ma se tu vieni a mancare, io poi sono da sola.»
M: «Scusa, ma perché devo venire a mancare proprio io?»
L: «E tu ci stai qui, chi altro?»
M: «Eh, ma ci sei anche tu.»
L: «Ma io non posso, se no tu chi aiuti?»

© Marco Annicchiarico

 

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