Caregiver Whisper 8

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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Small Mama + Big Shoes di Orimoto Tatsumi (Gangemi Editore, 2007)

17 maggio 2016

Da due settimane mio padre è ricoverato in ospedale per una sepsi e, seppur lentamente, adesso sembra essere fuori pericolo. Mia madre, invece, continua a peggiorare. Oramai, quando lo vede, non lo riconosce più. Lo chiama mamma, forse perché le torna in mente il ricordo di mia nonna Carmela (morta sedici anni prima) in ospedale. A rafforzare la sua tesi c’è il fatto che, nel letto accanto a quello di mio padre, hanno ricoverato una signora siciliana, con un tumore oramai in fase più che avanzata.
«Ma che cazzo dici? Hai mai visto un ospedale in cui mettono un uomo nella stessa camera con una donna?», ha chiesto mia madre la prima volta che ho provato a farle capire che in quel letto c’era suo marito.

Lucia segue sempre un ragionamento logico. Errato, ma logico. Per capirla, bisogna entrare nel suo delirio e usare il suo stesso linguaggio; è l’unico modo per riuscire a mantenerla tranquilla. In questo oggi sono diventato bravo ma, a maggio del duemilasedici, non sapevo ancora bene come rapportarmi con lei e con le sue allucinazioni, anche a causa di una neurologa, poi cambiata, che non ci ha dato nessun tipo di consiglio, suggerimento o indicazione.

Così, mentre io parlo con il primario per conoscere le condizioni di mio padre, Lucia chiede a un infermiere notizie di sua madre. Quest’ultimo, come in una commedia degli equivoci, pensando che si riferisca alla vicina di letto, spiega a mia madre le condizioni della donna siciliana.
Una volta tornati a casa, abbiamo passato una decina di minuti a cercare le ciabatte di mia madre; le aveva nascoste dentro un cassetto del mobile della camera da letto, avvolte dentro la federa di un cuscino. Dopo aver riposto le scarpe in ripostiglio, è tornata in cucina e si è seduta, mi ha guardato seria e poi ha iniziato a scuotere la testa.
«Io davvero non lo so come devo fare.»
«Che è successo?»
«Mia madre.»
«Tua madre?»
«Sì, mia madre. È buona e cara ma io metto a posto le cose e lei, poverina, mette tutto in disordine. Anche la mia roba! Hai visto dove mi aveva messo le ciabatte?»
«Scusa, ma se lei è in ospedale, come ha fatto?»
«E a me lo chiedi? Chiedilo a lei domani. Adesso che torna dall’ospedale non voglio proprio immaginare che cosa mi combinerà. Non si rende conto che ormai ho una certa età e non posso mica starle dietro passo passo.»
Io non rispondo e mi avvicino al frigorifero; lo apro e provo a cambiare argomento, chiedendo cosa voglia mangiare per cena. Lei, invece, continua.
«Ma senti un po’, ti posso fare una domanda?»
«Chiedi pure.»
«Io non ho ancora capito se mi sei cugino, fratello o cosa.»
«Tu che diresti?»
«Dimmelo tu; a chi sei figlio?»
«Se ti dico che sono Marco, il tuo secondo figlio, cosa mi rispondi?»
«Ah, che stupida. È vero, adesso mi ricordo!»
Sorrido, mentre lei mi guarda tutta contenta, ma solo pochi secondi dopo riprende:
«Ma per capire: prima, i tuoi genitori, quelli veri, quali erano?»

© Marco Annicchiarico

 

Ordine cronologico:
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14 agosto 2017
11 dicembre 2017
30 gennaio 2018

3 comments

  1. Grazie per questa bella testimonianza. Che effetto ti fa se io, sconosciuto, sorrido insieme a te leggendo le ultime due righe?
    Mi viene in mente che, anche se i ricordi e i pensieri si smarriscono, resta una traccia emotiva legata ai ricordi e ai pensieri con la quale ci si può sintonizzare, grazie alla quale ci si può sentire vicini, anche senza parole. Anche ascoltare insieme, in silenzio, una musica legata a quei ricordi, talvolta aiuta.

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    1. Ciao Tommaso, grazie a te.
      Posso dirti che in questi racconti brevi sono racchiuse le ultime tracce di mia madre, i suoi sorrisi e le battute che ancora riesce a fare. Lei che oggi è la malattia di cui parlo, prima era quelle ultime due righe. Quindi, è un po’ come se le restituissi la dignità che l’alzheimer le ha tolto a sua insaputa.
      Per il resto, sì, cerco sempre di sintonizzarmi con quel poco che resta dei suoi ricordi, attraverso le canzoni (soprattutto anni sessanta) o vecchi film (Totò su tutti). A volte, quando pensa io sia un estraneo e non un parente qualsiasi, le parlo in dialetto campano (con un pessimo accento, credo) solo per cercare di instaurare un “legame”; è un reinventarsi ogni giorno. Per entrambi.

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