Francesco De Napoli, Ventilabro – Scotellariana (rec. di Tommaso Di Brango)

 

Francesco De Napoli, Ventilabro – Scotellariana. Prefazione di Emerico Giachery, Roma, Edizioni Graphisoft, 2019

Al termine di Ventilabro – Scotellariana (Roma, Edizioni Graphisoft, 2019) si legge: «Cervaro, 2012-2019». Si tratta di un’annotazione paratestuale molto interessante: con essa, infatti, Francesco De Napoli mostra che questo pur agile poemetto lo ha impegnato per un lungo periodo di tempo e comunica indirettamente l’importanza che gli attribuisce.
I temi toccati in Ventilabro, del resto, sono tra i più ricorrenti e problematici dell’ormai lungo percorso letterario del poeta lucano-cassinate. Il rapporto con la Lucania e il modello costituito da Rocco Scotellaro animano infatti la scrittura di De Napoli almeno dagli anni Ottanta. Con questo poemetto, tuttavia, l’autore non si limita a far ritorno a questi problemi, ma al contrario intende risolverli una volta per tutte.
Finora, infatti, la Lucania era apparsa a De Napoli come una sorta di “terra di mezzo” tra realtà e fantasia, mentre Scotellaro era stato parte di un suo personale ed eterogeneo Pantheon etico-civile e letterario. Con Ventilabro, viceversa, il poeta non ha più dubbi: l’universo antropologico che lui finora aveva identificato con la sua terra natale ha consistenza esclusivamente nella sua fantasia («In labirinti di svelati non luoghi l’anima vinta / si perde e si sazia. Placata, è resa alla terra»), mentre a Rocco Scotellaro occorre riconoscere una priorità rispetto agli altri, pur valenti maestri incontrati lungo il cammino (e da questa presa d’atto deriva il sottotitolo di Ventilabro).
Per ciò che concerne la Lucania, il discorso consegnato a Ventilabro affonda le sue radici nel vissuto biografico di un autore deciso a non recidere il legame con la sua terra natale ma, al tempo stesso, costretto dalle circostanze a non essere partecipe delle sue vicende («“È il Sud”, / sbagli. T’ingannò / il lungo errare», Carte da gioco). Ricondurre il tutto entro il recinto del biografismo, tuttavia, sarebbe un errore perché comporterebbe un’indebita sottovalutazione della densità ideologica e storico-antropologica della riflessione di De Napoli, che in Ventilabro trova significative consonanze con l’accorata denuncia del genocidio culturale in atto nella società dei consumi fatta dall’ultimo Pasolini.
La condizione di fatto fantasmatica che egli attribuisce alla Lucania è infatti diretta conseguenza di una globalizzazione capitalistica che ha spazzato via le antiche identità locali – con tutte le loro contraddizioni, ma anche con tutto il loro spirito comunitario – per sostituirle con un’umanità spaesata, priva di punti di riferimento culturali e valoriali. In proposito penso soprattutto al Canto II del poemetto, dove De Napoli offre una vera e propria panoramica dei veleni prodotti dal Terzo Millennio nella sua terra: dai «gratta e vinci» rifilati da una «discinta megera» ai «naviganti gai // terracquei e satellitari» fino ai «tossici // sversamenti» della malavita organizzata, dai «cascami di petroli e acque minerali» ai «pronipoti / dei briganti scolalagane» che si atteggiano a «borgatari industriosi» ed esibiscono «abiti griffati, unghie curate, dorati bracciali». La Lucania post-bellica, rimasta impressa «sulle oleate tele e fruttate carte di Levi Carlo», è, insomma, solo un ricordo d’infanzia: di essa non rimane traccia nel presente.
In merito a Rocco Scotellaro, il favore riconosciuto da De Napoli ha una matrice essenzialmente etico-civile. Come emerge chiaramente dall’incipit del Canto I di Ventilabro, infatti, il poeta di Tricarico appare ai suoi occhi come un modello culturale e valoriale da contrapporre a un’umanità rapace e priva di scrupoli, stolidamente dimentica della sua lezione: «La terra noi consumiamo da protervia / infame appagati, indegni e vili mietitori, // dissipatori incauti di memorie e valori / senza espiazione né remissione. // Taccio se mi figuro la tua sorte, d’idee / e carne a sembianza dei padri, // esempio numinóso d’inconsunti tributi».
Quella in favore di Rocco Scotellaro non è però, per De Napoli, una scelta indolore. L’immaginario poetico e civile dell’autore de La dinamica degli eventi (1983) ha infatti sempre attinto a una gran quantità di fonti e modelli, tra cui figurano personalità del calibro del già menzionato Pier Paolo Pasolini, di Paolo Volponi, Evgenij Evtushenko, Cesare Pavese ecc. Ma, soprattutto, a contendere il ruolo di nume tutelare al poeta di Contadini del Sud c’è Leonardo Sinisgalli, che oltre a essere l’altro grande poeta lucano del Novecento è, agli occhi di De Napoli, un modello a tutti gli effetti alternativo a quello di Scotellaro.
Potrà essere utile, in proposito, tenere in considerazione i versi del Canto III di Ventilabro. In essi, infatti, manifestando l’indole del critico letterario che da sempre accompagna la sua vocazione di poeta, Francesco De Napoli ragiona intorno al ruolo avuto da Scotellaro e Sinisgalli nella cultura lucana del secolo scorso prendendo le parti del primo e deplorando il mancato dialogo avvenuto tra i due: «Rocco e Leonardo per sempre insieme, maturi frutti / d’abdicati ideali – lo certifica l’umo d’ognuno -, // prodromi cantori di squassate arti: calzolai e sarti. / Ceppi da ricucire con cura, come abiti e calzature. (…) Incarnò il genio delle Muse lo spirito lucano, prodigo / e riservato, estroso e silente, paziente e ostinato. // Ma sei tu la lucana anima di luce: stentaste a confidarvi, / a intendervi, a sostenervi. A fatica v’incontraste…». Sinisgalli, insomma, è il maestro di «algebriche poetiche alchimie» che silenziosamente lavora nei templi della modernità industriale. Ma, nel momento di operare una scelta, De Napoli resta legato a Scotellaro, che con la sua poesia e il suo impegno civile ha mostrato la volontà di costruire un futuro capace di germinare dallo stesso humus lucano.
Come ha poi rilevato Emerico Giachery nella preziosa Prefazione al libro, un’operazione come quella di Ventilabro esige un non irrilevante impegno «anche sul piano del linguaggio». Il tentativo di chiudere i conti con alcuni dei principali problemi a monte della sua ricerca poetica, infatti, impone a De Napoli un surplus di lavoro linguistico che lo porta ad adottare un lessico assai eterogeneo, pronto ad accogliere forme dialettali e aulicismi in un impasto che conferisce un’aura ieratica al discorso. Del resto non poteva essere altrimenti, specie per un poeta che intende cantare i valori perduti di una terra che riconosce ormai viva solo nel suo cuore.

©Tommaso Di Brango

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