Caregiver Whisper 59

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

– – –

13 maggio 2016

Da quando io e mia madre abbiamo iniziato a percorrere ogni giorno lo stesso tragitto per andare a trovare mio padre ricoverato in ospedale, ho finito con il ritrovare familiari anche i volti delle persone che incontro lungo il viaggio. Gli orari sono sempre gli stessi, per noi e per loro. So chi sale alla fermata di Piazza Cincinnato e chi, invece, salirà davanti alla Stazione Centrale. Qualche fermata dopo sale anche una ragazza bionda che, ogni volta, sorride quando tiro fuori una caramella per mia madre. Quando Lucia fa per prenderla, io la tiro via. Anche mia madre sorride e, a volte, si gira verso chi le sta seduto vicino per dire che sono proprio dispettoso come una scimmia.
Quando il tram si ferma in Viale Fulvio Testi, so già che le persone che restano sul tram sono quasi tutte dirette in un reparto dell’ospedale. E, mentre il tram si svuota, queste persone iniziano a riconoscersi e a salutarsi. Oggi, per dire, una di queste signore ha attaccato bottone con mia madre.
S: «Buongiorno signora.»
L: «Ah, salve.»
S: «Come va?»
L: «Bene grazie, e lei?»
S: «Bene. L’ho vista anche ieri che andava a trovare suo marito.»
L: «No, non era mio marito, era mia madre.»
S: «Allora ho visto male», replica sorridendo.
L: «Capita! In ospedale c’è anche mio padre, ma ieri sono andata a trovare solo lei.»
S: «Ah, ho capito.»
L: «Lei invece chi è andata a trovare?»
S: «Mia sorella. Sa, è caduta.»
L: «Mi dispiace. E si è fatta male?»
S: «Sì, perché non è proprio caduta, è scivolata. E lo scivolamento è peggio della caduta.»
Mentre io mi giro di scatto a guardare in faccia la signora, mia madre fa presente che alla fine si cade uguale.
S: «Eh no, scivoli e non cadi. È peggio.»
Mia madre sorride mentre io inizio a prendere appunti, curioso di conoscere questa nuova teoria.
S: «Eh sì, perché se cadi ti rialzi ma se scivoli stai scivolato e hai bisogno di aiuto, no?»
Anche se credo ci possa essere una logica in quello che dice, per la prima volta penso che chi ascolta dall’esterno questa conversazione, tra le due, non direbbe che sia mia madre la persona malata.
L: «Ora ho capito» le risponde e io penso beata te.
S: «E poi, se va bene, ti tieni il femore sano. Se no te lo tieni come è è. Mia sorella se lo tiene com’è.»
La conversazione continua tra altre frasi di circostanza, il tempo che fa quello che vuole, la salute che è meglio avercela come compagna e i tram che per fortuna riescono a portarti dappertutto, nonostante quei gradini alti alti che a me fanno venire in mente i papaveri di Nilla Pizzi.
Poi, arrivati al capolinea, si salutano mentre io finisco di scrivere le ultime frasi. Mando un messaggio veloce a un’amica dicendole che “se cadi ti rialzi ma se scivoli stai scivolato e hai bisogno di aiuto”. Lei chiede se è di mia madre e io rispondo di no, che oggi c’è chi le faceva concorrenza: «Perché non ci scrivi su qualcosa?»
Intanto il semaforo diventa rosso e mia madre fa per attraversare. La fermo con una mano e le dico di aspettare che non è ancora il nostro turno. Le chiedo se vuole un’altra caramella e intanto gliela allungo. Lei non risponde nulla, la prende tra le mani e inizia a scartarla.

Ieri, mentre eravamo in ospedale, per mia madre ero suo fratello. Sebastiano, invece, era sua madre. Quando siamo tornati a casa era tutta contenta: «Sai – mi ha raccontato -, il dottore mi ha detto che domani torna a casa. Sei contento?»
M: «Certo, se torna a casa sono contento sì.»
L: «Così tu puoi andare.»
M: «E dove?»
L: «Al paese.»
M: «Ah sì?»
L: «Sì. Così puoi tornare al tuo paese a lavorare la terra…»

Ogni volta che arriviamo in ospedale, è come se mia madre superasse una barriera che le altera la percezione di quello che la circonda. Quindi, ai suoi occhi, ognuno di noi cambia fisionomia e diventa altro: mio padre diventa sua madre, io divento un cugino o un fratello e tutto slitta indietro nel tempo. Credo sia dovuto allo stress che le procura entrare in questa struttura. Il problema è che non siamo mai riusciti a tenerla a casa.
M: «Lucì, aspetta ancora un po’, che tra poco il semaforo diventa verde. Tanto è ancora presto e non abbiamo mica fretta.»
L: «Quindi non è che arriviamo e lui se n’è andato via?»
M: «Lui chi?»
L: «Lui chi? Tuo padre, no?»
M: «No, stai tranquilla, Sebastiano ci aspetta anche oggi.»
L: «Ah, ok. Speriamo che mi riesca a riconoscere. Oggi ho messo questo giubbotto nuovo e magari si confonde, chissà.»
Già, chissà.

© Marco Annicchiarico

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