Caregiver Whisper 11

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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30 gennaio 2018

Le vie, a quest’ora della sera, sono piuttosto deserte. In lontananza si sente il rumore del veicolo che tra poco passerà sotto casa per il lavaggio delle strade. Solo quando attraversiamo sulle strisce pedonali mi accorgo che davanti ai pochi locali rimasti aperti ci sono ancora dei gruppi di persone. Da quando sono tornato a vivere alle spalle dei miei genitori, come qualcuno ha avuto modo di dire, nel quartiere hanno aperto diversi nuovi locali; anche se sono passati già due anni, ne ho visitati meno della metà. Quelli che mi piacciono di più hanno un nome particolare: parlo del “Ghe pensi mi” (ci penso io in milanese) e di “Hug” (abbraccio in inglese). Quest’ultimo è stato ricavato in una ex fabbrica di cioccolato abbandonata; quando entri in quella corte del 1924, sembra quasi di attraversare un posto dove tutto è rimasto sospeso.
«Che ne dici, andiamo a farci una birretta?», chiedo in tono scherzoso.
«A quest’ora?»
«Tanto, per quello che abbiamo da fare…»
«Ma con questo freddo?»
«Dai che sto scherzando!»
«Ma senti un po’, ma stiamo tornando a casa?»
«Ancora qualche minuto e ci siamo, dobbiamo arrivare in fondo alla via e poi girare l’angolo.»
Ma quando arriviamo davanti al portone, anche se cerco di distrarla parlando di una sua amica che vive ancora al paese, Lucia si ferma, mi guarda e mi fa presente che quella non è casa sua.
È da poco passata la mezzanotte e in tutto, dalle 19:00 alle 3:00, questa sera metterò a letto Lucia per ben dieci volte. Lei, in nove occasioni, si alzerà, proverà a vestirsi a modo suo (anche usando come calze le maniche di un maglione, finendo per strapparne una) e poi verrà da me per sapere se a questo punto possiamo finalmente andare a casa.

«È che io avevo detto a chir che sarei andata a casa, che figura ci faccio? Se vado ando stanno ‘sti ragazzi, poi fra un po’ vengo, se no chissà quante ne rinne

«Eh, mannaggia la miseria, sono stata scema a non pigliare la chiave. Dovrei andare vicino a mia mamma, li saluto e basta.»

«Tu forse non ci credi ma domani mattina chiedono se io… Perché vengono dietro… e mi dicono che tu… sei andata là e tu sei andata qua.»

Ogni volta ho cercato di tranquillizzarla, usando tutte le “tecniche” che ho letto nei libri e quelle che mi hanno spiegato la terapista e il centro alzheimer; con Lucia, però, non funzionano.
Ad esempio, se le faccio notare degli oggetti a lei familiari, risponde che è logico che siano lì: li ha portati questa mattina quando è venuta a trovarmi. Mobili compresi.
O ancora, se provo ad abbracciarla, se sposto l’attenzione o cambio argomento, Lucia si incazza perché vuole andare a casa sua, non vuole certo essere abbracciata, guardare fuori dalla finestra o fare conversazione.
Così, quasi tutte le volte, la rivesto per poi portarla in cucina. Una volta ha chiesto di chiamare Linella, sua cognata, un’altra le ho fatto mangiare un biscotto, la volta successiva un tarallo, poi un mandarino, sempre con l’intento di provare a farle bere un po’ d’acqua con delle gocce di Talofen, un antipsicotico prescritto dalla neurologa. Invano.

Solo una volta, forse la sesta, un po’ esasperato le ho chiesto: «Lucì, che aggia fà? Aggia chiamà lu mierc
«Eh, se pensi che mi serve, chiamalo.»
Mia madre, quando sente parlare di dottori e di pastiglie, diventa violenta e aggressiva come Regan ne L’esorcista, inizia a imprecare non in latino ma in dialetto campano e tu la guardi aspettando che da un momento all’altro ruoti la testa di 360°. Così, quando ha risposto in quel modo, ho capito il suo stato d’animo e allora l’ho rivestita e le ho detto di non preoccuparsi, che saremmo andati a fare un giro per poi tornare a casa sua, sperando che quell’ansia che la stava opprimendo potesse svanire con un po’ di aria fresca.

Ha la voce incerta e angosciata, tipica di chi ha capito che qualcosa non torna.
«Non lo ricordavo», continua a ripetere, ma non si sa che cosa perché le manca il fiato per parlare.
«Tranquilla, sanno tutti che dormiamo qua, puoi stare tranquilla.»
Poi provo a fare qualche battuta, ma lei non sorride e non replica. L’unica cosa che fa è non capacitarsi del fatto che ci siano così tante cose che non le tornano.
«Ma perché non metti una foto mia invece di tenere a quello lì?», le dico indicando una foto di Padre Pio. «Alla fine – aggiungo – abbiamo tutti e due la barba; perché la sua va bene e la mia non ti piace?» ma lei, a differenza delle altre volte in cui glielo dico, continua a non sorridere.
«Io lo so che questa è casa mia e che ho solo questa casa qui ma niente, volevo andare all’altra casa mia.»
Poi aggiunge che ha mal di testa e inizia ad accendere tutte le luci di casa per vedere se c’è qualcuno; andiamo fino alla sala e torniamo indietro. Prima, però, scambia la poltrona per una persona e chiede se quella dorme con lei; quando si accorge che è solo un cuscino, sospira.

«E allora cosa devo dire?», mi chiede.
«Non capita, ma se qualcuno ti dice qualcosa, tu dai la colpa a me, dì’ che ti ho costretta a restare qui a farmi compagnia, ma solo per questa notte.»
«Va bene. Grazie, dai.»
«Cinque euro e siamo a posto.». Finalmente sorride, per la prima volta nella giornata di oggi.
«Quelli di domani quando vengono domani o quando?»
«Quando.»
«Ok. Mannaggia la miseria. Ti chiedo scusa.»
«Non devi chiedere scusa.»
«Ma domani quando si va?»
«Domani quando ci svegliamo andiamo.»
«Ma c’è qualcuno?»
«Viene la Giorgia e andiamo con lei.»
«Eh, chiamala che andiamo adesso.»
«No, ora è andata dal figlio piccolo, facciamo domani mattina.»
Intanto, mentre penso che è venuto mal di testa anche a me, riprende:
«Oh, vieni a dormire di sopra con me. Dai andiamo di là. Tu da un lato e io dall’altro, così poi ti do un pugno.»
«Eh, lo so che aspetti solo quello.»
«No, no, dico così ma non lo faccio. Poi cosa farei senza di te?»
Così le do il bacio della buonanotte e mi siedo sulla sedia, aspettando che chiuda gli occhi, in attesa del sonno. Poi, abbasso il volume del telefono e metto “Buonanotte” di Renato Carosone, canzone che fino a qualche settimana fa citava sempre quando la mettevo sotto le coperte.
Buonanotte, le corde si son rotte, e adesso che si fa?

© Marco Annicchiarico

 

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