Caregiver Whisper 17

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

– – –

5 novembre 2016

A teatro, applaude a comando.
Mio padre, prima ancora che finiscano di porre la domanda, risponde subito: «La claque!»
Io lo guardo e mi viene in mente una cosa che aveva detto parecchi mesi fa.
M: «Scusa, ma ricordo male o anche tu in passato hai fatto la claque?»
Dal televisore la voce di Fabrizio Frizzi, in sottofondo, conferma la risposta della concorrente ma precisa: “Claque. La claque, con la Q”.
S: «Sì, al Manzoni. Ci pagavano 250 lire a persona. Se c’era una coppia, come Pippo Franco e Laura Troschel, ci davano 50 lire in più. All’epoca quei due non erano ancora sposati. Tra l’altro, forse non lo sai, ma il papà di Pippo Franco era di Villanova del Battista.»
L: «Ah, steva accanto a nuje
S: «Sì, ma anche lui poi se n’è andato via da giù; lì non c’era nulla.»
M: «E come funzionava quando lavoravi al Manzoni?»
S: «Ti dovevi presentare in Teatro alle venti e non potevi sgarrare. Ti davano un tesserino e con quello ritiravi al bar un panino con la bibita che, di solito, era il Chinò o la cedrata Tassoni. Appena iniziava l’intervallo, scendevamo giù di corsa per mangiare e fumare una sigaretta.»
Spiega che in tutto erano venticinque persone e venivano chiamati a rotazione, a sere alterne, il martedì, il giovedì, il sabato e la domenica.
Dovevano essere presenti tutti quanti solo quando c’era un nome importante in cartellone e, in quel caso, venivano chiamati per ogni replica.
Gli spettacoli preferiti di mio padre erano quelli in cui c’era Johnny Dorelli perché spesso li invitava a mangiare con la sua compagnia teatrale. In quel periodo, aggiunge, era insieme a Lauretta Masiero.
S: «Sapevi che aveva l’alzheimer anche lei?»
M: «Onestamente no.»
S: «È morta dopo dieci anni di malattia.»
Io guardo mia madre e, con un sorriso di circostanza, rispondo con un laconico: «Non mi ci far pensare.»

Lei, che in questi giorni è davvero ingestibile, ora è seduta vicino a noi tutta tranquilla e sorridente. Ascolta i racconti di mio padre ma non sa che è lui. Solo verso la fine, quando Sebastiano ricorda i mezzi che prendeva per spostarsi, Lucia riconosce che si tratta di suo marito. O meglio, non riconosce lui ma ne riconosce i racconti. Oggi, infatti, per la maggior parte della giornata, ai suoi occhi è stato la suocera mentre io, da circa una settimana, sono un cugino che proprio non riesce a sopportare. Appena ne ha l’occasione, mi denigra e offende. Io, diceva questa mattina, devo ringraziare suo padre se vivo in questa casa con lei. Ma quando tornerà suo figlio, quello piccolo, me ne devo andare e anche di corsa. Come dire, di sicuro questi non sono giorni in cui ci si annoia.

La disposizione in teatro prevedeva cinque addetti alla claque in prima fila, seduti nella postazione centrale, e gli altri nelle postazioni laterali, sparsi in mezzo al pubblico. Non sempre l’applauso partiva spontaneo e così, da dietro una botola, c’era il suggeritore che li “richiamava” a fasi alterne.
Era tutto molto rigoroso e capitava, a volte, che si facessero prendere la mano. Così, quando qualcuno applaudiva fuori dai segnali stabiliti, doveva sperare di non essere visto da uno dei “controllori”, altrimenti lo cazziavano.
S: «Poi – continua – ho fatto anche un mese alla Scala come controfigura, vestito da Centurione.»
M: «Ma dai, questo non lo sapevo.»
S: «Pensa che ho lavorato solo per un mese ma mi davano 500 lire per ogni spettacolo.»
M: «Ma come li trovavi questi lavori?»
S: «Mi è andata bene perché avevo conosciuto un pugliese che aveva il cugino che lavorava con Paolo Grassi, quello del Piccolo Teatro; lui gli diceva sempre dove stavano cercando.»
Mio padre lavorava fino alle 19.30. Per spostarsi da Brusuglio prendeva El Gamba de Legn (“ti faceva male la schiena a star seduto, altro che i tram di oggi”) e in cinque minuti si arrivava in Piazzale Maciachini.
Dove adesso c’è il pronto soccorso del Niguarda, in quegli anni c’era solo verde. Da lì poi prendeva un tram che lo portava in teatro. Aggiunge che cercava sempre di partecipare anche agli spettacoli del “trio” formato da Gino Bramieri, Raffaele Pisu e Marisa Del Frate.
S: «Anche loro ci portavano spesso a mangiare. Erano dei signori, nel vero senso della parola.»
L: «Ma fammi capire: allora se domani ti porto fuori a mangiare dici pure a me che sono una signora?»
S: «Seee, proprio tu.»
L: «Perché? Che vuless ric
S: «E mò mangio se aspetto a te che mi porti fuori.»
L: «Ti porto, ti porto, che ti credi? Però paga questo qua accanto che io sono vecchietta e i soldi non mi bastano.»

© Marco Annicchiarico

 

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4 comments

  1. Anche per me è un appuntamento irrinunciabile… Lucia, nel suo dramma, ha lampi di smisurata ironia… mi strappa sempre un commosso sorriso.

    A te, Marco, grazie per la scrittura e per quello che fai.

    Anna

    Mi piace

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