Caregiver Whisper 25

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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31 dicembre 2015

La prima volta che hanno detto a mio padre che aveva un tumore, in realtà non gliel’hanno detto in modo diretto ma ci è dovuto arrivare per deduzione.
«Vede, Signor Annicchiarico, il problema è che si sta chiudendo l’esofago. C’è una lesione eteroproduttiva cardiale sanguinante.»
Io e mio padre ci siamo guardati, senza riuscire a capire se fosse una buona notizia o meno.
«Quindi il problema è l’esofago?»
«Sì e si deve intervenire subito.»
In quel momento, entrambi abbiamo pensato con sollievo che, tutto sommato, non era così grave come ci saremmo aspettati.
«Guardi, si tratta di una cosa seria e non bisogna perdere altro tempo. Perché se l’esofago si chiude, lei non riesce più ad alimentarsi e quindi… Ha capito, no?»
Nemmeno il tempo di rispondere che il dottore fa un cenno col dito, si allontana per tornare dopo pochi secondi con un numero di telefono e una faccia di circostanza.
«Vi conviene andare all’istituto, questo è il numero.»
«Scusi, quale istituto?», chiedo.
«Quell’istituto.»
Mentre la sensazione di sollievo provata poco prima si dileguava lasciando spazio all’ansia, mio padre se ne stava zitto. Allora ho provato a rompere il silenzio e quell’atmosfera sinistra facendo una domanda con la speranza di avere una risposta diversa da quella che, a quel punto, stavamo immaginando.
«Ma l’istituto in che via si trova?»
«Parlo dell’Istituto di Via Venezian.»
Solo in quel momento abbiamo capito che il problema non era tanto l’esofago quanto quello che si trovava sotto all’esofago.
Siamo usciti dal corridoio dell’ambulatorio senza che nessuno avesse trovato il coraggio di usare il termine tumore. Non ricordo molto delle frasi finali, dei volti, dei saluti, ma ricordo perfettamente le uniche due parole ripetute da mio padre nei cinque minuti successivi: è finita. Fermo, davanti alla porta dell’ascensore e dopo, con lo sguardo perso appena uscito dall’ospedale, in quei cinque minuti le uniche parole che mio padre ha pronunciato sono state sempre e solo quelle: è finita.
Ricordo di avergli detto di stare tranquillo e di non pensare a nulla, non adesso. Ce l’avremmo fatta anche questa volta.
«Domani ho l’aereo per la Sicilia ma non me la sento di partire.»
«No, non ti preoccupare, non è necessario che resti qui, in qualche modo io e tua madre faremo.»
«Se mi dici che non hai bisogno, parto. Altrimenti resto perché adesso, più che pensare alla mamma, devi pensare a te stesso.»
Mi ha guardato e ha risposto con un silenzio che mal celava paura e incertezza.
Mi sono sempre chiesto se l’angoscia che ho provato in quei momenti, quel sentirsi cadere dentro, fosse in minima parte la stessa sua.

[Ricordo ancora, qualche mese dopo, quando il tumore all’esofago era stato rimosso con l’intervento chirurgico e quello al polmone aveva generato diversi piccoli noduli attorno all’altro polmone, il momento in cui gli chiesi a bruciapelo se avesse paura. Sorrise in modo mesto e rispose che sì, aveva paura; aggiunse che, probabilmente, il tesserino sanitario che gli avevano appena rinnovato sarebbe durato molto più a lungo di lui.
«Ora però cerco di non pensarci, se no mi viene l’ansia e non riesco più a respirare dall’angoscia.»
Anche in quel momento, con l’angoscia che lo attanagliava, ripeteva sempre: «Mi dispiace, per te e per la mamma». Io gli dicevo che non era colpa sua e non aveva nulla per cui chiedere scusa.]

Mentre a tutti i parenti Sebastiano ha raccontato esattamente come stavano le cose, a Lucia ha detto solo che doveva fare delle altre visite, dei piccoli accertamenti, il tutto per cercare di tenerla tranquilla. L’ha fatto in tram, fingendo una tranquillità che non avevamo, al supermercato e, ovviamente, a casa: «Si tratta solo di normali controlli; ricordi che mi facevano male le gambe? Per quello, stai tranquilla.»
Poi una sera, in cucina, mi ha chiesto: «Hai visto come si chiama il dottore?»
«Se non ricordo male il cognome è Beretta, come la pistola.»
«Esatto. Tu forse non te lo ricordi ma Beretta era anche il cognome del dottore che mi ha operato al cuore; uno mi ha fatto rivedere la luce e l’altro me l’ha spenta».

[Mio padre è sempre stato un po’ melodrammatico e, nei suoi ultimi mesi di vita, abbiamo scherzato molto su quest’aspetto. Tipo quando chiamavano i suoi cugini e lui, dopo essersi lamentato di chi l’ha abbandonato al suo destino, diceva (ma senza crederci più di tanto, credo solo per esorcizzare la situazione): «Guarda, non lo so se la prossima volta avremo modo di sentirci.»]

Intanto Lucia, in piedi davanti al televisore ride a una battuta di Renato Pozzetto. Poi si gira; deve aver visto le nostre facce tese e scure perché subito ha chiesto: «Uagliù, ma cherè? E fatevi una risata.»
Nessuno dei due ha detto nulla. Sebastiano ha aperto il giornale, sulle pagine della cronaca locale, e io ho mandato un messaggio a chi mi aspettava in Sicilia, per dire che non sarei partito.
Poi Lucia si è seduta accanto a noi e ha iniziato a parlare di sua nonna Maria, detta Patiella.
L: «Sai, prima avevamo le cose di legno con l’acqua dentro.»
S: «Quando dice la cosa in legno intende il barile.»
L: «Ricordo che quando mammanonna faceva la pasta con le patate, chi lavorava da mio zio a volte girava il barile e faceva andare dell’acqua nella pasta, per allungare il tutto. E mia nonna diceva sempre: “la prossima volta lo mando a prendere cinque lire di tozzabancone”.»
M: «Tozzabancone? E che cos’è?»
Sebastiano ha riso e ha raccontato che anche suo nonno, quando lui era piccolino, gli diceva sempre “guarda che se non la smetti ti do 5 lire così vai al negozio e ti faccio comprare il tozzabancone”.
S: «Sai, te lo dice una, due, tre volte e poi inizi a essere curioso, anche perché nessuno ti dice mai di che si tratta. Così un giorno sono andato in uno dei negozi di alimentari che c’era in paese e ho chiesto “papanonn mi ha detto di prendere cinque lire di tozzabancone, ma di quello buono”. Quello ha sorriso, poi ha fatto il giro del bancone, mi ha preso la testina e l’ha pigiata contro il bancone degli alimentari», dice battendo tre volte la mano sul tavolo.
L: «Ma me lo stai raccontando perché lo devo fare con lui?», chiede Lucia indicando nella mia direzione.
S: «No, sono io che dopo lo devo fare con la testa tua.»
L: «Ma qui non ci sono banconi. Facciamo che vi prendo io testa a testa, a te e a iss. Mavita ringrazià. Io lo faccio per voi, così vi mettete a posto chera capa sciacqua ca tenite. Giusto o no?»

© Marco Annicchiarico

 

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