Caregiver Whisper 22

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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12 gennaio 2017

Questa mattina sono morto due volte, una in meno di mio padre. Lucia, quando lo racconta, soffre come se fosse accaduto davvero; l’unica cosa che riesco a fare, in questi momenti, è distrarla, cercando di cambiare argomento. Rivivere il lutto, infatti, non è una cosa che l’aiuta a stare meglio, anzi.
La prima volta racconta che, prima di andarmene via per sempre, ho lasciato il letto sfatto e la camera in disordine, un po’ come capita in questi giorni; non si sa bene come sia successo, ma mia madre ha sentito dire dai vicini che sono finito sotto a una macchina, investito in pieno centro.
La seconda volta, addirittura, sembra che sia andato via di casa in piena notte, senza nemmeno salutarla. Lei, al risveglio, dopo aver appreso dal telegiornale della mia scomparsa, ha pianto seduta sul letto perché non era riuscita a salutarmi per l’ultima volta.
Lucia, però, non ha mai assistito al mio funerale. Dice che avrebbe sofferto troppo e, così, nei giorni successivi si è fatta raccontare tutto dagli altri parenti.
Tra l’altro non ha mai voluto svuotare il mio armadio e, visto che mi vuole bene, mi ha dato il permesso di poter usare i vestiti di Marco.
L: «Avete la stessa taglia e, alla fine, è come se fossi mio figlio anche tu.»
M: «Scusa, allora a questo punto ti posso chiamare mamma?»
Ci pensa e poi dice che va bene.
L: «Però fallo quando siamo da soli, altrimenti pensano che hai preso il posto di mio figlio. Sai, quelli sono gelosi.»

Sorrido, anche se è tutta la giornata che parla di me come se davvero non ci fossi più. Anche oggi, seguendo le indicazioni della terapista occupazionale, cerchiamo di fare con Lucia un po’ di “stimolazione cognitiva”. Questo tipo di intervento aiuta a rallentare il decorso della malattia e si può fare chiedendo al malato di svolgere un’attività che ha sempre amato e che quindi risulti piacevole, in grado di fornirgli un riscontro positivo da parte di chi sta intorno. Così, ho chiesto a mia madre se poteva fare delle polpette al sugo; in questo modo, visto che la cucina è sempre stato il suo regno, lei mantiene attive le sue abilità residue e svolge un’attività importante che aumenta la sua autostima. La cucina è l’unico modo in cui riusciamo a coinvolgerla. Con l’avanzare della malattia, le polpette di mia madre assumono una forma sempre meno tonda e più ovale, diventando ogni volta più grandi. Proprio come le dimenticanze nella sua testa.

Poi, dopo aver messo anche l’ultima polpetta nella pentola, poco prima di togliersi il grembiule, con una voce malinconica si guarda intorno e sussurra “a Marco le mie polpette ci piacevano molto“.
Così, un po’ per gioco e un po’ perché parlare di me la rende tranquilla e quasi la diverte, inizio a chiedere se mi può parlare di questo Marco.
M: «Lucì, è possibile che ne parli sempre?»
L: «Sai, è che a lui volevo molto bene.»
M: «E perché?»
L: «Perché lui era sempre gentile e mi diceva tutto. E poi si faceva voler bene da tutti.»
M: «Ma dai! Possibile? Io sapevo che Marco aveva un brutto carattere.»
L: «Ma quale brutto carattere? Non era lui quello col brutto carattere! Gli volevano tutti bene al piccolo. E poi chiamava tutti i giorni, non come quegli altri.»
M: «Io sapevo diversamente.»
L: «Ma che sapevi tu, che sapevi? Sua nonna lo portava anche all’asilo. Sai, era così attaccato con la nonna e anche con me, era attaccato con tutti.»
M: «Ho anche sentito dire che fosse una persona cattiva, che fingeva di fare il buon samaritano per fregare gli altri.»
L: «Dai non dire cazzate», dice ridendo.
M: «Ma almeno era bello?»
L: «Sì. Perché non ho le fotografie se no ti facevo vedere. E poi era anche un bonaccione, più di tutti gli altri.»
M: «Quindi non era cattivo come dicono?»
L: «Ma no, chi te l’ha detto? Da chi l’hai sentito? Dal culo tuo l’hai sentito.»
Scoppiamo a ridere. Intanto Giorgia mi guarda, incuriosita da queste domande strane. Poi Lucia riprende:
L: «Marco era un bonaccione ma non te lo voglio dire io.»
M: «Eh, dici che non vuoi dirlo tu ma continui a farlo.»
L: «Se lo vuoi sapere, quando viene Linella te lo faccio dire da lei.»
M: «Lo conosceva anche Lina?»
L: «Te l’ho detto, lui si faceva voler bene da tutti. Pensa che con la nonna era lu meglio nipote, guai se lo toccavano.»
Squilla il telefono e Giorgia va a rispondere.
L: «Quando trovi a Linella ce lo chiedi. E se adesso è lei, te lo faccio dire subito, così capisci.»
Al telefono, invece, è una ex collega di mia madre; Giorgia le passa il telefono e Lucia inizia a raccontare che tutto va bene, che proprio oggi è rientrata dall’Irpinia, dov’è andata a trovare i suoi genitori.
L: “Sì, i miei! Adesso stanno bene, grazie a Dio. E i tuoi, invece, come stanno i tuoi?”
Intanto Giorgia, cercando di soddisfare la sua curiosità su queste mie domande, si avvicina e a bassa voce mi chiede perché gliele stia facendo.
G: «Fa parte della terapia?»
M: «No.»
G: «Ah, non serve per aiutarla a ricordare qualcosa o a stare più calma?»
M: «No, assolutamente.»
G: «E perché le hai fatto tutte queste domande su di te?»
M: «È solo che, anche se non ha la più pallida idea di chi sia, ogni tanto mi piace sentirle dire che mi vuole ancora bene.»

© Marco Annicchiarico

 

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