Caregiver Whisper 7

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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04 novembre 2016

Anche questa settimana il picco massimo della mondanità nel nostro ricomposto equilibrio familiare si raggiungerà grazie a una gita tra le corsie e l’umanità varia dell’Esselunga di Viale Piave. Non so ancora che questa sarà l’ultima volta che andremo tutti e tre insieme a fare la spesa. Come sempre, entriamo in fila indiana: mio padre seduto davanti, nella carrozzina, io dietro a spingere e mia madre a seguire.
«Mamma, ci sei?», chiedo.
«Cammina che non mi perdo.»
Mio padre allunga la mano per prendere una busta di spinaci, l’appoggia nel sacchetto che ha sulle gambe, e riprendiamo il cammino.
Più avanti, quasi in fondo alla corsia, un uomo della sicurezza aiuta un’altra signora in carrozzina a prendere qualcosa da uno scaffale.
«Mà, ci sei?», chiedo sempre senza voltarmi.
«Vai avanti e pensa per te, che non sono fatta deficiente! E smetti di chiamarmi mamma ché non sei mica mio figlio. Figurati se facevo un figlio come te.»
Sorrido, ormai per abitudine, e continuo a spingere la carrozzina, mentre mio padre guarda prima a destra e poi a sinistra i cartelli con gli sconti, senza trovare altro di suo interesse.
Ci fermiamo davanti ai funghi, ma anche quelli non vanno bene, e così riprendo a spingere.
«Lucia, ci sei?»
Silenzio.
Non faccio in tempo a girarmi che lei ci supera con un grappolo d’uva in mano e, come se niente fosse, acino dopo acino, continua a mangiare, passando davanti al tipo della sicurezza.
Lui la guarda e chiede con voce ferma: «Signora, è buona?”»
«Non male – risponde mia madre continuando a masticare – ma tanto non la compriamo perché l’abbiamo già presa questa mattina al mercato.»
L’uomo la guarda mentre, di spalle, continua a camminare, tutta sorridente. Io, intanto, inizio a pensare che adesso la fermerà e dovrò avvicinarmi, tutto rosso in faccia, per chiedere scusa e spiegare anche a lui tutta la storia, che è colpa dell’alzheimer e che, se a lui sta bene, adesso la metto in un sacchetto e la pago alla cassa.
Lui, invece, scuotendo la testa, si gira dall’altra parte e poi ci passa accanto brontolando qualcosa.
Io fingo indifferenza totale mentre mio padre inizia a ripetere come un mantra: «che vergogna, che vergogna!»
Poi mia madre si ferma in fondo al reparto di frutta e verdura e, quando la raggiungiamo, chiede se vogliamo assaggiare un po’ d’uva.
«Lucia, ma non lo sai che non si prende l’uva così?», la rimprovera a voce bassa mio padre.
«E chi te l’ha detto? Dovevi vedere quante persone se la portavano via nei sacchetti…»

© Marco Annicchiarico

 

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