Caregiver Whisper 5

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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caregiver05

11.12.2017

Tra due giorni mia madre compie ottant’anni. Le ultime sono state settimane piuttosto complicate. La malattia continua ad avanzare e, oltre a confonderle i ricordi, riportandola sempre più indietro nel tempo, inizia a danneggiarla anche nel fisico. La notte, quando va a letto, le devo sollevare la gamba destra, perché da sola ci riesce a fatica. A volte diventa irascibile perché non può fare quello che vorrebbe, come andare a trovare i suoi genitori o tornare a casa sua. Così, se provo a dirle qualcosa, qualunque cosa, tipo “mettiamoci il giubbotto che fa freddo”, si arrabbia perché fuori c’è il sole e io devo farmi i cazzi miei.
Credo si comporti così perché, come ha detto nei giorni scorsi, a volte è nervosa e sente il bisogno di sfogarsi con qualcuno. E io, come è capitato spesso negli ultimi due anni, mi prendo le colpe di tutto, facendo il Malaussène della situazione.
«Ma perché sei nervosa?»
«Perché mi passano per la testa tante cose e a volte non capisco.»
«Non capisci cosa?»
Qui si è fermata e non ha aggiunto altro. Neanch’io ho insistito; so che in questi momenti la cosa migliore da fare è cambiare argomento e cercare di strapparle una risata.
Anche ieri mattina, quando le ho detto in modo tranquillo di non mettere i collant rotti, ho scatenato in lei una brusca reazione.
«Devi farti i cazzi tuoi, ché non sono mica fatta deficiente», ed è stata scontrosa per tutto il giorno.
Allora la sera, mentre la stavo mettendo a letto, le ho ricordato che mercoledì 13 avrebbe compiuto gli anni. Questo è riuscito a generare in lei una reazione tipica da bambina.
«Ma quindi mi compri la torta?»
«Sì, domani andiamo a prenderne una piccola.»
«E perché una piccola?»
«Siamo solo noi due e Giorgia, è inutile prenderne una grande, no?»
Mi guarda e sorride.
«Se la prendi grande però possiamo darla anche a Linella ed Eugenio; lui mi chiama tutti i giorni, figurati se non mi fa gli auguri, che figura ci faccio?» (Linella è mia zia, sua cognata, ed è la mamma di Eugenio).
«Allora ne prendiamo una media, così ne diamo un po’ anche a loro.»
«E come la prendiamo?»
«Quando andiamo in pasticceria la scegli tu.»
Mi guarda silenziosa e poi chiede:
«Ma senti un po’, e chi la paga?»
«Il compleanno è il tuo, no?»
«Sì, e quindi me la devi offrire!»
Poi è scoppiata a ridere e io con lei. Mia madre, quando ride, spesso lo fa in silenzio, usando solo il volto e aprendosi in una risata che contagia.
Le ho detto che è molto furba e ho continuato a prenderla in giro, mentre lei rideva divertita.
Quando l’ho messa sotto le coperte e le ho dato il bacio della buonanotte, è diventata seria, si è girata dall’altra parte e ha detto:
«Mi spiace, ho rovinato anche a te.»
Io le ho detto di stare tranquilla, che non è vero, e che non ha rovinato nulla, se non un paio di collant che tanto si possono comprare nuovi al mercato.
«Adesso dormi e pensa che oramai mancano ancora poche ore per i festeggiamenti.»
Le ho augurato la buonanotte e sono andato in camera mia.
Dopo qualche minuto, nel buio, ho sentito la sua voce che mi chiamava.
«Uagliò, uagliò!»
«Dimmi»
«Ma fammi capire: la torta me la paghi tu, no?»

© Marco Annicchiarico

 

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