Caregiver Whisper 20

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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30 dicembre 2015

Quando su Antenna 3 partono le note di Chitarra vagabonda e viene inquadrato Enrico Musiani, mia madre sorride e ricorda la prima volta che l’ha sentita cantata da mio padre, più di cinquant’anni fa.
L: «Forse non lo sai ma quando era giovane tuo padre lo chiamavano Tajoli.»
M: «Ma Tajoli come il cantante?»
L: «Sì, proprio come Luciano Tajoli.»
M: «E perché lo chiamavano così? Mica gli somiglia.»
L: «Perché gli piaceva cantare; andava ai matrimoni con mio zio e faceva anche le serenate.»
M: «Ma dai?»
L: «Sì e si divertiva anche a canticchiare tutte le canzoni di quel periodo.»
M: «Vastià, e non mi dici nulla? Che cantavi?»
S: «Soprattutto canzoni napoletane, ma non solo.»
M: «Allora è per questo che avevi quei vecchi spartiti che mi hai regalato quando ho iniziato a suonare la chitarra?»
S: «Sì ma quelle erano solo alcune delle canzoni che avevamo in repertorio.»
M: «Cioè, hai buttato le lettere che scrivevi alla mamma e hai conservato gli spartiti?», aggiungo ridendo.
S: «No, no, le lettere sono andate smarrite durante qualche trasloco, figurati se le buttavo.», replica con un sorriso.
M: «Se, vabbè. E cos’altro suonavate?»
S: «Facevamo anche qualcosa di Claudio Villa e di Renato Carosone. Poi Domenico Modugno, Enrico Musiani e appunto Luciano Tajoli.»
Poi, le loro voci si alternano nel racconto e iniziano a scambiarsi sorrisi e sguardi complici.
S: «Per farla breve, quando in paese qualcuno si sposava, chiedevano a Zio Antonio di suonare il giorno del matrimonio, al ricevimento.»
Come oggi, anche in quegli anni il ricevimento veniva fatto in un ristorante. Una volta “presa” la data, mio padre si metteva d’accordo con lo zio di mia madre.
S: «Lui entrava per primo e poi faceva entrare anche me, a volte di nascosto.»
L: «Hai capito? Con la scusa di cantare i due facevano il pieno e mangiavano tutto quello che potevano. E li pagavano pure, che ti credi?»

Mia madre, anche prima della malattia, ha sempre cercato di infilare una battuta in ogni discorso; in questo, di sicuro ho preso da lei. Con il progredire del decadimento cognitivo, la sua ironia ha perso qualsiasi tipo di inibizione e, spesso, si ritrova a fare battute a sfondo sessuale, in casa o in strada, con persone che conosce o con perfetti sconosciuti, poco importa. Dopo i primi momenti di disagio e imbarazzo, mio e di mio padre, oggi le sue battute sono qualcosa che aspetto quasi con piacere, perché sono l’unica cosa di lei che è rimasta viva, almeno per adesso.

In quegli anni, racconta mio padre, si faceva la fame. E quando nei paesini qualcuno si sposava, gli invitati cercavano di fare “la scorta”. Lui e lo zio di mia madre venivano chiamati per i concertini dal giovedì alla domenica. Facevano una pausa circa a metà del pranzo e ne approfittavano per andare di corsa in cucina a mangiare insieme alle persone che lavoravano nel ristorante. Altre sere, invece, si spostavano tra le strade del paese e andavano a fare la serenata sotto la finestra della promessa sposa.
L: «Sai, Zio Antonio si sedeva davanti alla porta della casa in cui dormiva la sposa e iniziava a suonare delle canzoni napoletane mentre tuo padre cantava. Poi, arrivata una certa ora, si ritiravano.»
M: «Ma vi pagavano anche per le serenate?»
S: «Certo, non lo facevamo gratis. Ma ci divertivamo e ci saremmo divertiti anche senza essere pagati.»
L: «Pensa che una volta si sposò una coppia che venne a dormire da Gesummina, vicino casa nostra. Prima hanno ballato alla casa dei genitori e poi, quando sono andati a letto, fuori dalla porta si sono trovati mio zio e tuo padre che facevano le suonate.»
S: «Dovevi vederla: quella volta tua madre è rimasta tutto il tempo affacciata alla finestra ad ascoltare e continuava a guardarmi.»
L: «Sì, guardavo proprio a te», dice ridendo.
S: «Pensa che certe volte, quando iniziavamo a suonare, i parenti non aprivano mica la porta; anzi, a volte qualcuno sembrava pure infastidito.»
Mia madre lo guarda e sorride.
Io intanto mi alzo, preparo la caffettiera, la metto sul fuoco e poi ritorno a tavola.
L: «Sai, all’epoca tuo padre aveva proprio voce e fascino. Sembrava uno di quegli attori uscito da quei film che andavano di moda tra la fine degli anni quaranta e gli inizi degli anni cinquanta.»
M: «Intendi film tipo Ladri di biciclette
L: «Sì, come quello. Aveva anche la faccia da ladro di biciclette», aggiunge ridendo.
Poi lo guarda di nuovo e aggiunge che “comunque era proprio affascinante”.
Mio padre le sorride, senza immaginare che mia madre debba ancora finire la sua frase.
L: «Anche se, lo so, a guardarlo adesso uno fa davvero fatica a crederlo possibile.»

© Marco Annicchiarico

 

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