Caregiver Whisper 47

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

– – –

03 aprile 2016

L: «Ti ricordi quando abitavamo alla casa di Amilcare?»
M: «Ricordo che me ne hai parlato ma io non ero ancora nato.»
L: «Vabbuò, ma ti ricordi?»
Sorrido e le dico che sì, me lo ricordo. In questo momento stiamo finendo di mangiare nel ristorante pizzeria che c’è in piazzetta; anche oggi abbiamo trascorso mezza giornata in ospedale da mio padre. Ieri ha ripreso a bere (anche se solo del tè) e sembra che la nuova protesi, quella che serve a ripristinare il transito esofageo, questa volta abbia aderito. Quando siamo tornati a casa, mia madre non aveva voglia di cucinare e ha chiesto se potevamo uscire per mangiare una pizza. Alla fine, però, si è presa la salsiccia con le patate al forno.
L: «Ecco, io abitavo là abbasc e quando mi trovavo fuori dalla porta di casa, a volte mi trovavo a tuo padre che passava da quelle parti.»
M: «Ma passava di proposito o per caso?»
L: «Lui doveva scendere quei due o tre scalini ché andava a imparare a fare il ciabattino da Ciuffetto che era proprio lì, vicino alle scuole elementari.»
M: «Sì, questo me l’avete già raccontato.»
L: «Davvero? Ne sei sicuro?»
M: «Sì, almeno in tre occasioni. Una volta mi hai raccontato anche del ciuccio che ha scalciato papà e l’ha fatto cadere faccia a terra.»
L: «Ah, quanno carese!». Poi scoppia a ridere e inizia a mangiare quello che resta nel piatto con le mani.
M: «Continua. Dicevi che passava davanti casa per andare da Ciuffetto
L: «Eh, allora lui lo sai cosa faceva? Cominciava a scendere le scale e dopo un po’ faceva qualche passo indietro e mi guardava.»
Sorride, dolcemente, poi mi guarda e aggiunge: «Mi è rimasto impresso a me.»

[Anche se io lo capirò solo l’anno successivo, la frase che ha appena detto, questo “Mi è rimasto impresso a me”, rivela senza ombra di equivoci quello che sta capitando nella testa di mia madre. I suoi discorsi, i suoi racconti, girano tutti attorno a quello che ancora rimane impresso nella sua memoria. Tutto il resto, invece, piano piano sta svanendo, inizia a non essere più, come se davvero non fosse mai esistito. In questo momento, però, nessuno di noi lo sa ancora e nemmeno lo può immaginare. Io stesso, a volte, inizio a chiedermi fino a quando continuerò a esistere nella sua testa.]

M: «E tu a lui non lo guardavi?»
L: «Sì che lo guardavo ma volevo stare ancora un po’ scapola…»
M: «E perché?»
L: «E me lo chiedi proprio tu che ancora non ti sei sistemato?»
La guardo e ricambio il suo sorriso. Mia madre, l’ha raccontato diverse volte in questi mesi, voleva restare ancora un po’ libera, senza avere accanto qualcuno che le dicesse cosa fare e cosa non fare; era ancora giovane e non voleva la responsabilità di una famiglia. In questo, la capisco.

Quando rientriamo a casa, tutto sembra tranquillo: io entro in bagno per fare una doccia e mia madre se ne va in camera a spostare i fazzoletti dalla borsa al comodino. Quando sono in camera e mi sto rivestendo, sento Lucia lamentarsi di qualcosa, anche se non riesco a capire di cosa. La raggiungo e chiedo se è tutto a posto.
L: «Sì, è che pensavo a quelli.»
M: «A chi?»
L: «Hai presente quella coppia che non vedo più?»
M: «Scusa, quale?»
L: «Quella che incontravo sempre quando uscivo con tuo padre?»
M: «Ma qui in zona?»
L: «Sì, qua abbasc
M: «No, non ce l’ho presente.»
L: «Non ti ricordi quel signore che ogni tanto incontravo in Viale Monza?»
M: «Prova a spiegarmi quale e ti dico se lo conosco.»
L: «Quello che sta sempre seduto.»
M: «Ah, intendi quello che troviamo sempre seduto al bar?»
L: «No, dico quello sulla carrozzina.»
M: «Ah, no. Allora non ce l’ho presente.»
L: «Possibile che non te lo ricordi? C’è sempre la moglie che gli sta accanto e a volte esce con loro anche la badante.»
M: «No, mi spiace. A dire il vero non so proprio di chi stai parlando.»
Lei mi guarda, abbassa lo sguardo e dopo un po’ si alza. Senza aggiungere altro se ne va in corridoio e dopo pochi secondi ritorna con l’elenco del telefono di Milano. Io la guardo e non capisco cosa voglia fare.
Così, apre l’elenco (che in tutto è composto da oltre 15.000 pagine) e inizia a leggere dall’inizio, scendendo lentamente con l’indice prima su una colonna e poi su quella successiva.
M: «Ma’, scusa se te lo chiedo, ma che stai facendo?»
L: «Sto guardando qui sopra.»
M: «E che stai guardando?»
L: «Sto guardando se trovo come si chiama quello lì.»
M: «Ma intendi quello in carrozzina che mi chiedevi prima?»
L: «Sì, lui.»
M: «Ah, ma allora ti sei ricordata come si chiama di cognome!»
L: «No.»
M: «E scusa, ma se non sai il cognome, come fai a cercarlo?»
L: «E che vuol dire? Lo conosco, so chi è.»
In quel momento devo aver fatto una faccia stranita perché lei mi ha guardato come se stesse facendo la cosa più naturale al mondo.
L: «Ancora non hai capito? Sto cercando quello lì; mi basta leggere il suo cognome qui sopra e subito me lo ricordo.»
M: «Sì, ho capito che stai cercando il cognome, ma se non sai qual è che fai? Ti metti a leggere tutto l’elenco?»
L: «Ma a te che te ne frega? So cazz li tuje? So che abita in Viale Monza, basta che guardo chi abita in Viale Monza e subito lo trovo; che ci vuole?»
Lo dice in un modo brusco e con un tono cattivo a cui non sono abituato. La prima reazione che avverto è un moto di rabbia ma in realtà, sotto a questa rabbia, si nasconde solo la sofferenza perché inizio a capire che sto perdendo mia madre.
Lei continua a scorrere con l’indice l’elenco e, dopo un paio di minuti, saltando qualche pagina, mi guarda e mi sbatte l’elenco davanti.
L: «Ecco, guarda qua.»
M: «L’hai trovato?», chiedo quasi incredulo.
L: «Non ancora, ma hai letto chi c’è?»
M: «Chi c’è, scusa?»
L: «C’è il nome di tuo padre.»
M: «E quindi?»
L: «E quindi, se ho trovato a lui che abita qui, vuoi che non ti trovo a quello che vive solo a pochi metri da qua?»

© Marco Annicchiarico

 

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