Rubriche

Caregiver Whisper 90

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Bustine di zucchero #21: Ingeborg Bachmann

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Bachmann - Copia

Dire, in generale, il senso della poesia non è facile. Ancor meno spiegarlo. E quando si tenta di spiegarlo, come le vele di una nave, cercando di trovare nei segni delle pieghe una parte del discorso, un suo significato “apocrifo”, ecco accorrere il simbolo e la metafora che, se da un lato lasceranno intravedere la crepa da dove passa la luce, dall’altro formuleranno un nuovo mistero. Allora, in vista di quest’altro senso nascosto, avremo bisogno di un ulteriore percorso per farne scaturire un’altra illuminazione, e così via in un processo senza fine che procede di testo in testo. Il testo, Barthes insegna, è “incriminato” di essere infinito proprio per il movimento fluido delle parole sotto le lettere statiche, perché esprime l’impossibilità di vivere al di fuori di esso, perché sta in continua risonanza con altri. Non a caso lo strutturalista francese prende, a modello del meccanismo citato, l’esempio del dizionario: parole spiegate con altre parole in un moto vertiginoso e irriducibile. Alla stessa maniera, portando la chiave di lettura in ambito poetico, non esiste un poema assoluto, in sé perfetto – ce lo ricorda Celan nel discorso al Premio Büchner – bensì poemi che ricercano l’assolutezza e s’incrociano in una fitta rete di mutui richiami. La poesia si sviluppa quindi in uno spazio, un luogo vero ma virtuale, forma una strada fatta di sapienza e sentimento: è un meridiano – l’unica certezza di cui si dispone, una linea per tracciare un cammino. La scrittura di Ingeborg Bachmann ritrova affinità con la formulazione di Celan. I versi della poetessa si accendono e partono verso l’infinito, il nascosto; partenza non concepita come una pretesa, ma un’avventura sostenuta da un «intelletto lirico» (Mandalari, Mittner) con un linguaggio terso, archetipico, che tiene dialetticamente insieme i poli della ragione e del sentimento. Il discorso bachmanniano si avvia con un monito («Non varcare le nostre labbra» e, di seguito, «Non raggiungere le nostre orecchie») e si conclude con una preghiera («O mia parola, salvami!»), eppure l’autrice vuole al tempo stesso dare salvezza alla parola. La sua diventa denuncia e condanna di un presente storico inumano in cui «l’aria è soffocante»; la poetessa si brucia la mano perché narra l’esistenza del mondo, e lo fa invocando una parola non degradata, non una parola «per immolare uno stolto», ma una parola di speranza, dal suono e dal timbro puliti, specchio fulgido, chiaro e libero per riflettere un tempo, presente ed eterno, e una mistica del linguaggio nel tentativo di dire l’indicibile.

Bibliografia in bustina
I. Bachmann, Poesie (a cura di M.T. Mandalari), Parma, Guanda, 1978 (2006) p. 125.
P. Celan, La verità della poesia (a cura di G. Bevilacqua), Torino, Einaudi, 1993 (2008), pp. 3-22.
M.T. Mandalari, “Confini tempo esistenza in Ingeborg Bachmann” su Belfagor, vol. 39, no. 2, Leo S. Olschki, 1984, pp. 204–212.
L. Mittner, Storia della letteratura tedesca, Vol III tomo 3, Torino, Einaudi, 1978, pp. 1695-1703

I poeti della domenica #407: Vladislav Chodasevič, L’acrobata

 

L’ACROBATA
Didascalia per una silhouette

Da tetto a tetto il canapo è teso.
Leggero e sicuro l’acrobata avanza.

Nelle mani un’asta lo fa bilancia,
la folla da giù alza il naso all’insù.

Si piglia, bisbiglia: “Adesso cadrà!” –
ciascuno con ansia attende qualcosa.

A destra: una vecchia sbircia dalla finestra,
a sinistra: un balordo col gotto di vino.

E il cielo è limpido, solido il canapo.
Leggero e sicuro l’acrobata avanza.

Ma se, scivolando, cadrà il giocoliere,
e falsa la folla farà un segno di croce –

poeta, tu passa con volto incurante:
non vivi forse dello stesso mestiere?

1913, 1921

 

da @ Vladislav Chodasevič, Non è tempo di essere, Bompiani Capoversi 2019

proSabato: Cristiano Poletti, Jähn

 

NOTA AL TESTO:

Sigmund Jähn è stato il primo tedesco nello spazio. Con la missione denominata Sojuz 31 raggiunse la stazione speciale Saljut 6, il 26 agosto 1978. Divenne per questo eroe della DDR ed eroe sovietico.

Uno dei fondamenti necessari alla costruzione ideologica della Repubblica Democratica fu il riferimento allo spirito comunitario espresso durante la Guerra dei contadini (1524-26), rivolta popolare scoppiata in seno al Sacro Romano Impero.

In tedesco, «in den Köpfen steht die Mauer noch» significa: «il muro è ancora nelle nostre teste».

La prosa è tratta da “Temporali” (Marcos y Marcos, 2019).

proSabato: Milena Milani, Il cielo su di noi

Un pomeriggio, al mare, quando l’estate è finita e si è rimasti soli, sembra che il cielo sia lontano, non ha colore, addirittura una lastra inerte, che pesa su di noi sdraiati; gli alberi sulla collina risultano nello sfondo, sono pochissimi, sette, otto, con esili tronchi e una chioma larga, forse sono pini.
Hanno portato sulla sabbia una barca a vela, bianca, una vela più grande, una più piccola, ma la tela non è unita, è tutta a strisce regolari, ben cucite le une alle altre.
I bagnini sono due, stanno smontando le cabine, sono scontenti perché c’è stato il freddo, la pioggia, molta gente è partita, ha abbreviato le vacanze, ma ora, in questi ultimi giorni, anche se l’aria è più fresca, altra gente è giunta al mare, sono villeggianti diversi, più calmi direi, più composti, ci sono molti stranieri, soprattutto tedeschi, e anche famiglie con due o tre bambini, di solito piccoli, e qualcuno persino lattante, che lo portano in carrozzina.
Oggi ne è venuto uno che dorme beatamente sotto un ombrellone non molto distante dal mio; passando gli ho dato un’occhiata: è chiaro di pelle, colore della cera, ma bello; accanto gli sta una balia vestita di roso sgargiante, con il grembiule bianco e una cuffia sui capelli. La balia è seduta su uno sgabello e guarda davanti a sé, tranquilla. I suoi occhi non hanno espressione, contemplano il vuoto o il mare.
Da queste parti, in questa solitaria spiaggia, non succede mai niente, uno sta sdraiato e basta, o qualche volta si getta in acqua e nuota, ma non sa perché nuota, perché sia caldo, perché si getti in acqua: qui le azioni non hanno motivi speciali, tutto si fa perché si deve fare.
Io pure, da anni, continuo a far quelle stesse cose, che sono proprio queste stese di ieri o di oggi; per esempio, sto qui seduta e guardo, o poco fa dormivo, la testa appoggiata alla poltrona, persino un cuscino per conciliarmi meglio il sonno.
Ottobre è un mese dolce, le sue giornate venute fuori da burrasche, hanno questa trasparenza quasi casta, tutto è come il cielo, pesa su di noi, sul nostro corpo, e noi non abbiamo la forza di una ribellione, oppure di evasione.
Del resto, dove si dovrebbe andare?
Dove ci porterebbero treni, macchine, aerei?
In quale altro posto che non sia questo, potremmo avere questa singolare pace con noi stessi?
Perché bisogna sapere prima di tutto una cosa: questo è il luogo dove siamo nati, tutti ci è ritornato familiare, ogni passo risuona come un passo che avvenne molti anni fa e che si ritrova con quella stessa leggerezza.
Pure, ci fu un tempo, e c’è tuttora, lontano da qui, in cui i passi furono pesanti, e ognuno incideva nel cuore, come un segno difficile da cancellare. Qui, no, tutto è diverso, le giornate sempre uguali non hanno che la storia di se stesse, un cerchio semplice che non si offusca, che non è da rompere: sono giorni in cui ritroviamo i nostri sentimenti dimenticati, certe nostre illusioni di ragazzi mal cresciuti, e forse qualche volta la voglia di continuare. (altro…)

Caregiver Whisper 89

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Bustine di zucchero #20: Primo Levi

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Primo Levi - Copia

In principio fu il poeta. La notorietà di Primo Levi è di certo legata a opere come Se questo è un uomo e La tregua. Tuttavia la dimensione poetica scaturisce, sebbene in misura minore in termini di quantità, con una tensione vertiginosa (ne Il sistema periodico narra che, dopo il suo ritorno dai campi di concentramento, scriveva «poesie concise e sanguinose») in anticipo sul narratore. Nonostante le due uniche pubblicazioni – L’osteria di Brema è del 1975, edito da Scheiwiller, e Ad ora incerta (che raccoglie le poesie della prima raccolta più quelle scritte fra il 1978 e il 1984) è del 1984, pubblicato da Garzanti – e qualche poesia degli anni 82-87 apparsa su La Stampa di Torino, Levi ha coltivato una lunga fedeltà alla scrittura in versi dal 1943 fino a pochi giorni prima della morte, una fedeltà vissuta nella discrezione e nell’understatement (G. Tesio). Una poesia “a margine”, intermittente, non ostentata, donata al lettore con diretta semplicità («conosco male le teoria della poetica»). Levi, dal profondo della sua esperienza, anche in veste lirica sceglie la chiarezza, confermando così la sua avversione «per gli angoli torbidi della coscienza» (C. Segre), preferendo l’ordine al caos, la ragione all’ambiguità. Come un marinaio coleridgiano, Levi racconta il dramma perché non se ne perda la memoria; un dramma che, prima, è Auschwitz, per poi dilatarsi fino a comprendere una dimensione persino cosmica. Nel principio – il titolo riprende le prime parole del libro della Genesi (Bereshit barà Elohim, “In principio Diò creò”) e quindi l’origine della creazione biblica –, definita un «piccolo capolavoro di cosmogonia materialista» (E. Zinato), denota un’aggiunta sul piano tematico, all’argomento concentrazionario di inflessione parenetica si affianca quello della materia generatrice, del Big Bang da cui tutto s’è irradiato, violenza generatrice e annientatrice insieme, da cui non è esclusa l’umanità, gli animali. Eppure il moto di distruzione dell’uomo ad opera dell’uomo non può non riportare ancora in filigrana l’esperienza, mai cancellata nel ricordo di Levi, della Shoah. Il poeta, con lucidità ma non senza sgomento, ha guardato nel gorgo del mondo, considerando inaccettabile quel limite oscuro, «il pozzo buio dell’animo umano». Riscopriamo, fra le finalità della poesia, quella di testimoniare, puntare il dito sui momenti tragici, sugli abissi terribili e ripugnanti della storia, diventando così un’antenna per cogliere i segni della degradazione umana.

Bibliografia in bustina
Primo Levi, L’osteria di Brema, All’insegna del pesce d’oro, 1975.
Primo Levi, Ad ora incerta, Garzanti, 1984, p. 37.
G. Tesio, Primo Levi tra ordine e caos, in Primo Levi: un’antologia della critica, a cura di E. Ferrero, Einaudi 1997, p. 49.
C. Segre, Introduzione a Primo Levi, Opere, II vol. Romanzi e poesie, a cura di C. Segre, Einaudi, 1988, p. VII.
E. Zinato, Primo Levi poeta-scienziato: figure dello straniamento e tentazioni del non-senso, contenuto in E. Zinato, Letteratura come storiografia? Mappe e figure della mutazione italiana, Quodlibet, 2015, p. 149-163.

I poeti della domenica #406: John Ashbery, River/Fiume

RIVER

It takes itself too good for
These generalizations and is
Moved on by them. The opposite side
Is plunged in shade, this one
In self-esteem. But the center
Keeps collapsing and re-forming.
The couple at a picnic table (but
It’s too early in the season for picnics)
Are traipsed across by the river’s
Unknowing knowledge of its workings
To avoid possible boredom and the stain
Of too much intuition the whole scene
Is walled behind glass. “Too early,”
She says, “in the season”. A hawk drifts by.
“Send everybody back to the cisy.”

 

FIUME

Si ritiene ben superiore a
queste generalizzazioni e ne
viene sospinto. L’altro argine
è immerso nell’ombra, questo
in autostima. Ma il centro
continua a crollare e a riformarsi.
La coppia al tavolo da picnic (ma
non è stagione, è presto ancora per i picnic)
viene calpestata lentamente dal fiume
con la sua inconsapevole conoscenza dei propri congegni
per evitare una possibile noia e la macchia
di un eccesso d’intuizione l’intera scena
è murata sottovetro. “È presto ancora,”
dice lei, “non è stagione.” Un falco passa planando,
“Rispedisci tutti in città.”

 

da @ John Ashbery, Autoritratto entro uno specchio convesso, Bompiani Capoversi 2019

I poeti della domenica #405: John Ashbery, Farm/Fattoria

FARM

A protracted wait that is also night.
Funny how the white fence posts
Go on and on, a quiet reproach
That goes under as day ends
Though the geometry remains,
A thing like nudity at the end
Of a long stretch. “It makes such a difference.”
OK. So is the “really not the same thing at all,”
Viewed through the wrong end of a telescope
And holding up that bar.

Living with the girl
Got kicked into the sod of things.
There was a to-do end of June,
Comings and goings
Before the matter is dropped.
But it stays around, like her faint point
Of frown, or the dripping leaves
Of pie-plant and hollyhock,
Also momentary in defeat.
No one has the last laugh.

 

FATTORIA

Un’attesa protratta che inoltre è notte.
Fanno ridere i paletti della staccionata bianca
che vanno e vanno e vanno, silenzioso rimbrotto
che si ferma mentre il giorno finisce
anche se la geometria rimane,
una specie di nudità alla fine
di un lungo rettifilo. “Fa un’enorme differenza.”
OK. E così è il “davvero niente affatto la stesso cosa”,
vista dal capo sbagliato di un cannocchiale
mentre si tiene alta quell’asticella.

Vivere con la ragazza
venne gettato a pedate nella zolla delle cose.
Ci fu una gran scenata a fine giugno,
gente che va e viene
prima che si lasci perdere la faccenda.
Ma rimane, come lei che accenna appena
ad accigliarsi, o le foglie che sgocciano
di rabarbaro e malvone,
anch’esse temporanee nella sconfitta.
Nessuno ride ultimo.

 

da @ John Ashbery, Autoritratto entro uno specchio convesso, Bompiani Capoversi 2019

proSabato: Pier Paolo Pasolini, Dopocena nostalgico

In occasione dell’anniversario della scomparsa di Pier Paolo Pasolini, mancato il 2 novembre del 1975, proponiamo una sua prosa degli anni quaranta, tra quelle da lui pubblicate allora in riviste e quotidiani.

UNA SERA, nella solita curva di San Floreano, mi si presentò un gioco di rapporti − tra un mio coetaneo in piena e fragrante giovinezza e il mondo serale del suo borgo − così maturi che non potei non sentire dentro di me l’obbligo, proprio l’obbligo perentorio, di coglierli ed esprimerli, oh non come poetico cronista, ma come spirito interiore e nascosto di quel ragazzo e di quel mondo, come intenditore trasformato nell’oggetto della propria passione.
Il ragazzo sedeva su un mucchio di ghiaia al margine della strada e accanto, con i raggi luccicanti, era distesa la bicicletta; l’aria verdecupa riverberava intorno a lui, dentro il fosso, lungo i recinti, nelle chiome degli alberi, i chiarori gialli e troppo lucidi del vespro piovoso e appena rasserenato. Sulla svolta in cima al palo, luccicava, già ben rilevata contro il verde e il viola della vegetazione e dei muri anche contro il giallo serale, una lampadina gialla, lacrima prematura e tenera della notte. Ora, il mucchio di ghiaia, il giovane, la bicicletta, il palo della luce, le case patinate dal vespro, si trovavano già fra loro in un rapporto felice, erano toccati da una grazia non rara ma certo emozionante, che poteva servire a una prima penetrazione nel significato umano di quella scena, in quell’abisso di sensazioni e sentimenti dove quella scena poteva trovare un equivalente inimitabile, essere assimilata con la golosità innocente di chi vi partecipa come inconscio protagonista. (altro…)

Caregiver Whisper 88

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Bustine di zucchero #19: Natan Zach

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Zach - Copia

L’usignolo è volato via. Come in esilio volontario e, nel pieno significato della locuzione latina attribuita al filosofo Biante, portando con sé tutto quello che ha: se stesso, la sua dignità. Ci si accorge ora dell’assenza quasi più della passata presenza, considerata ormai abituale, addirittura scontata. Un bene di comodo per allietare i momenti col suo canto? Ma, dietro la leggiadria, ne abbiamo ascoltate davvero le inflessioni, le modulazioni, la cadenza, la dizione? Siamo sicuri che, nella dolcezza della melodia, non vi fosse tristezza? Forse, col senno di poi (ma perché sempre poi?), qualcuno si rende conto dell’importanza di quest’uccello che, ci ricorda Pausania, quando era tempo di nidificare, si posava sulla tomba di Orfeo, e allora il suo verso si faceva più forte. Altri invece, come leggiamo nei versi di Natan Zach, non prestando molta attenzione alla dipartita dell’usignolo, criticano persino la sua dote naturale, si chiedono della sua utilità per poi concludere che se ne può fare benissimo a meno. Si può fare a meno del canto? Si può fare a meno dei poeti? Definita da Ariel Rathaus una “poesia del disagio” quella dell’ultima fase dell’autore israeliano (L’usignolo non abita più qui dà il titolo ad una raccolta del 2004), la scrittura di Zach esprime il dolore, il malessere «nei confronti della società in cui il poeta si sente sempre più isolato, disagio per la spirale di violenza che travolge in Medio Oriente tutto e tutti e che sembra ormai essere l’unico linguaggio politico possibile, per la crisi della poesia in un mondo irretito dai volgari incantamenti della comunicazione di massa». Nell’affrontare i temi attinenti alle sue origini e alla sua cultura (la ricerca irrisolta della patria, il conseguente senso di sradicamento e di esilio, la lingua quale luogo di verità), egli impiega uno stile scarno, essenziale, tagliente come il filo di una lama, ma vi riporta dentro un profondo e tormentato carico di umanità, per cui dietro la liricità si scopre un’ironia attraversata dall’amarezza e dalla commozione, senza rinunciare a fare della poesia la voce della coscienza. Se l’usignolo sceglie di migrare, e nella migrazione possiamo ravvisare simbolicamente il silenzio del poeta, figura talora inascoltata dai più, Zach sceglie al contrario di dar timbro e suono a questo silenzio. Ancora una volta, è la necessità impellente di trovare una via per riscattare l’uomo dalla sua fragilità. Si può, quindi, fare a meno dei poeti?

Bibliografia in bustina
N. Zach, Sento cadere qualcosa, Torino, Einaudi, 2009, pp. xii, 173.