Rubriche

proSabato: Dino Buzzati, Lo scarafaggio

Dino Buzzati, Lo scarafaggio

Rincasato tardi, schiacciai uno scarafaggio che in corridoio mi fuggiva tra i piedi (resta là nero sulla piastrella) poi entrai nella camera. Lei dormiva. Accanto mi coricai, spensi la luce, dalla finestra aperta vedevo un pezzo di muro e di cielo. Era caldo, non riuscivo a dormire, vecchie storie rinascevano dentro di me, dubbi anche, generica sfiducia nel domani. Lei diede un piccolo lamento. «Che cos’hai?» chiesi. Lei aprì un occhio grande che non mi vedeva, mormorò: «Ho paura.» «Paura di che cosa?» chiesi. «Ho paura di morire.» «Paura di morire? E perché?»
….Disse: «Ho sognato…» Si strinse un poco vicino. «Ma che cosa hai sognato?» «Ho sognato ch’ero in campagna, ero seduta sul bordo di un fiume e ho sentito delle grida lontane… e io dovevo morire.» «Sulla riva di un fiume?» «Sì» disse «sentivo le rane… era era facevano.» «E che ora era?» «Era sera, e ho sentito gridare.» «Be’, dormi, adesso sono quasi le due.» «Le due?» ma non riusciva a capire, il sonno l’aveva già ripresa.
…..Spensi la luce e udii che qualcuno rimestava giù in cortile. Poi salì la voce di un cane, acuta e lunga; sembrava che si lamentasse. Salì in alto, passando dinanzi alla finestra, si perse nella notte calda. Poi si aprì una persiana (o si chiuse?). Lontano, lontanissimo, ma forse mi sbagliavo, un bambino si mise a piangere. Poi ancora l’ululato del cane, lungo più di prima. Io non riuscivo a dormire.
…..Delle voci d’uomo vennero da qualche altra finestra.
…..Erano sommesse, come borbottate in dormiveglia. Cip, cip, zitevitt, udii da un balcone sotto, e qualche sbattimento d’ali. “Florio!” si udì chiamare all’improvviso, doveva essere due o tre case più in là. “Florio!” pareva una donna, donna angosciata, che avesse smarrito il figlio.
…..Ma perché il canarino di sotto si era svegliato? Che cosa c’era? Con un cigolio lamentoso, quasi la spingesse adagio adagio uno che non voleva farsi sentire, una porta si aprì in qualche parte della casa. Quanta gente sveglia a quest’ora, pensai. Strano, a quest’ora.
…..«Ho paura, ho paura» si lamentò lei cercandomi con un braccio. «Oh, Maria» le chiesi «che cos’hai?» Rispose con una voce sottile: «Ho paura di morire.» «Hai sognato ancora?» Lei fece un piccolo sì con la testa. «Ancora quelle grida?» Fece cenno di sì. «E tu dovevi morire?» Sì sì, faceva, cercando di guardarmi, le palpebre appiccicate dal sonno.
…..C’è qualcosa, pensai: lei sogna, il cane urla, il canarino si è svegliato, gente è alzata e parla, lei sogna la morte, come se tutti avessero sentito una cosa, una presenza. Oh, il sonno che non mi veniva, e le stelle passavano. Udii distintamente in cortile il rumore di un fiammifero acceso. Perché uno si metteva a fumare alle tre di notte? Allora per sete mi alzai e uscii di camera a prendere acqua. Accesa la triste lampadina del corridoio, intravidi la macchia nera sulla piastrella e mi fermai, impaurito. Guardai: la macchia nera si muoveva. O meglio se ne muoveva un pezzetto (lei sogna di morire, ulula il cane, il canarino si sveglia, gente si è alzata, una mamma chiama il figlio, le porte cigolano, uno si mette a fumare, e, forse, il pianto di un bambino).
…..Vidi sul pavimento la bestiola nera spiaccicata muovere una zampina. Era quella destra di mezzo. Tutto il resto era immobile, una macchia di inchiostro lasciata cadere dalla morte. Ma la gambina remava flebilmente come per risalire qualche cosa, il fiume delle tenebre forse. Sperava ancora?
…..Per due ore e mezzo della notte – mi venne un brivido – l’immondo insetto appiccicato alla piastrella dalle sue stesse mucillagini viscerali, per due ore e mezzo aveva continuato a morire, e non era finita ancora. Meravigliosamente continuava a morire, trasmettendo con l’ultima zampina un suo messaggio. Ma chi lo poteva raccogliere alle tre di notte nel buio del corridoio di una pensione sconosciuta? Due ore e mezzo, pensai, continuamente su e giù, l’ultima porzione di vita spinta dentro alla superstite gambina per invocare giustizia. Il pianto di un bambino – avevo letto un giorno – basta ad avvelenare il mondo. In cuor suo Dio onnipotente vorrebbe che certe cose non succedessero, ma impedirlo non può perché è stato da lui stesso deciso. Però un’ombra giace allora su di noi. Schiacciai con la pantofola l’insetto e fregando sul pavimento lo spappolai in una lunga striscia grigia.
…..Allora finalmente il cane tacque, lei nel sonno si quietò e quasi sembrava sorridesse, le voci si spensero, tacque la madre, nessun sintomo più di irrequietezza del canarino, la notte ricominciava a passare sulla casa stanca, in altri punti del mondo la morte si era spostata a gonfiare la sua inquietudine.

© Dino Buzzati, in La boutique del mistero, Mondadori, 1968.

Questa prosa è stata scelta dal poeta Carlo Tosetti.

I poeti della domenica #204: Piero Jahier, Silenzio

Silenzio

Tutto il giorno questo scansarsi reverente
tutto il giorno questi lunghi saluti:
tre passi prima la mano alla visiera,
quattro passi lungo lo sguardo fitto in cuore.
E chi sono io, superiore?
Questi saluti chi li ha meritati?
Ma la sera, giornata finita,
traversando i cortili annerati
son io che sull’attenti, rigido,
la mano alla tesa,
tutti e ciascuno
per questa notte e questa vita
vi saluto, miei soldati.

© in Con me e con gli alpini, Roma Edizioni de «La Voce», 1920

I poeti della domenica #203: Mario Tobino, Davo noia a tutti

 

Ero fiero, ero cupo, davo noia a tutti,
il mio pensiero strozzava
calando giudizi,
e nominavo invano il nome di Dio.
E ora guardo con malinconia
la bellezza che fugge.

 

© in Due epigrammi in «La Fiera Letteraria», Anno IV, n. 14, 3 aprile 1949.

proSabato: Pier Paolo Pasolini, ‘Siamo belli, dunque deturpiamoci’

«ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece»

Se è giusta la mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei «obbedienti» trovino posto, e per primi, «coloro che erano destinati a morire» − cioè coloro che la scienza medica ha salvato dalla «mortalità infantile», e sono quindi dei «sopravvissuti» − quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano col semplice loro essere e comportarsi?
La loro caratteristica prima − ti ho detto − è il sentimento inconscio che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento inconscio di essere «a carico» e «in più». Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità, la loro adesione totale e senza riserve all’orda, la loro volontà non solo di non apparire diversi ma nemmeno appena distinti.
Dunque ciò che essi prima di tutto ti insegnano è vivere il conformismo aggressivamente: cosa questa che − come vedremo − ti è insegnata da quasi tutte le categorie dei tuoi coetanei «obbedienti». E dunque la analizzeremo meglio andando avanti col nostro discorso. Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile).
Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione. Essi dovevano morire; o meglio, in altre circostanze sociali, sarebbero di sicuro morti. Essi devono istintivamente ridurre al minimo lo sforzo per vivere: il che in termini sociali significa appunto rinuncia. È vero che come dice un mio amico di Chia − un ragazzetto che ricorda i proverbi dei vecchi − «il mondo è dei bravi, e i cojoni se lo godono». È una delle più grandi verità che le mie orecchie abbiano mai ascoltato. Tuttavia, io, vecchio borghese razionalista e idealista, cioè «bravo», continuo sempre a detestare con tutte le mie forze lo spirito di rinuncia. Che è poi ansia di integrazione e qualunquismo. Non temere di essere ridicolo: non rinunciare a niente. Lascia che i cojoni si godano il mondo, e invidia pure come me, struggentemente, per tutta la vita, la loro felicità.
La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi − tuoi coetanei − hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. A quanto pare, non ci sono più cojoni: se non a Napoli o a Chia. Tutti sono bravi: e dunque tutti hanno la loro brava faccia infelice. Essere bravi è il primo comandamento del potere dei consumi (nel cui universo mentale e di comportamento tu, povero Gennariello, sei nato): bravi cioè per essere felici (edonismo del consumatore). Il risultato è che la felicità è tutta completamente falsa; mentre si diffonde sempre di più una immediata infelicità.
Sappi, invece, Gennariello, che, contrariamente al proverbio sublime di Chia, c’è anche una felicità dei bravi. Il proverbio di Chia dice infatti che «il mondo è dei bravi», alludendo decisamente al possesso, al potere. Ma allora va aggiunto che oltre al possesso del mondo da parte dei padroni, c’è anche un possesso del mondo da parte degli intellettuali, e questo è un possesso reale: com’è del resto quello dei cojoni. Si tratta soltanto di un diverso piano culturale. È il possesso culturale del mondo che dà felicità.
Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro.
La terza cosa che ti viene insegnata dai «destinati a morire» è la retorica della bruttezza. Mi spiego. Da alcuni anni i giovani, i ragazzi fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati o deturpati, non sono contenti. Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi, dovuta appunto al candore della giovinezza, si vergognano della bellezza del loro corpo. Chi trionfa in tutta questa follia sono appunto i brutti: che sono divenuti i campioni della moda e del comportamento. I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.
Ho imperversato un po’ contro questi «destinati a esser morti», col rischio di apparire un po’ vile e razzista: di creare cioè una categoria di persone da proporre alla condanna. No. Tra i «destinati a esser morti» ci sono esseri adorabili per lo meno come te, cosí vistosamente destinato alla vita. Se ho polemizzato con particolare violenza contro gli insegnamenti che ti impartiscono i «destinati a esser morti», è perché ho preso questa categoria a simbolo della media: media che ti insegna, appunto, queste stesse cose, e senza quel tanto di disperato che le corregge, le giustifica, le rende umane.

© Pier Paolo Pasolini, Siamo belli, dunque deturpiamoci, in Lettere Luterane. Il progresso come falso progresso, introduzione di Alfonso Berardinelli, Torino Einaudi 2003Prima edizione: collana «Supercoralli», Einaudi, 1976.

I poeti della domenica #202: Alfonso Gatto, Inverno a Roma

 

I bambini che pensano negli occhi
hanno l’inverno, il lungo inverno. Soli
s’appoggiano ai ginocchi per vedere
dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
Di là da sé, nel cielo, le bambine
ai fili luminosi della pioggia
si toccano i capelli, vanno sole
ridendo con le labbra screpolate.
Son passate nei secoli parole
d’amore e di pietà, ma le bambine
stringendo lo scialletto vanno sole
sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
gocciola sugli uccelli della gronda.

*

Alfonso Gatto, Inverno a Roma, da Osteria Flegrea (1962), Tutte le poesie (edizione ampliata), Mondadori, 2017

I poeti della domenica #201: Mario Benedetti; Per un fratello

Mario Benedetti
(nessun copyright presente sul web)

Per un fratello

Nel viale penso che guardiamo insieme
ancora una volta dopo nostra madre i fiori.

Il tuo bambino è nato.
Alla distanza del telefono cellulare
ha la sua voce, tra la natura delle macchine
ripiegata nel poco universo, nel poco correre,
con gli uomini nei sedili a imitarla.

Obliquamente, dopo un tetto uno alto
con la fonte di luce dietro,
del sole incendiato sul parco, come un’origine,
uno squillo, a parlare ancora in confidenza.

Mentre ci sentiamo come dopo,

con i piedi impacciati, la presenza stralunata. A brevi scatti
si fa sera e densa come fosse una nuova cosa
dove le nostre voci, la nostra gioia, i nostri corpi…

*

Mario Benedetti, Per un fratello, da Umana gloria (Mondadori 2004), in Tutte le poesie, Garzanti, 2017

proSabato: Cesare Zavattini, Allalì

proSabato: Allalì di Cesare Zavattini

Ah, Signori, vorrei davvero abolire i giornali. Nei vani delle finestre di questa casa di sfollati, di fronte alla mia si vedono sempre testoni curvi sui giornali. Qualcuno alza la testa ogni tanto, si guarda intorno − con mestizia perché non riconosce negli alberi e nelle cose che lo circondano gli alberi e le cose care alla cronaca − poi, come i pesci che per un attimo sporgono la bocca fuori del pelo dell’acqua, si rituffa nelle righe ingannatrici creduto specchio della vera vita di cui la sua sarebbe soltanto un’ombra. Bevono le parole, le trasformano in un liquido perché il bere è un’operazione più rapida del mangiare. Appartengono a quella specie acquatica che finisce col farsi scannare pur di non masticare ovverosia riflettere. Con una sorsata ingoiano le più complicate notizie, l’eco delle quali dura delle menti meno dell’eco di un’ostrica in un palato giovane; perciò insaziabili non rinunciano a una sillaba delle migliaia che compongono un quotidiano.
Se non leggono, litigano. Un manovale litiga per umiliare il portinaio praticante: “noi siamo m…”. Il manovale mostra i buchi della sua giacca come fossero osceni: «toh, guarda, tu non li hai, puoi iscriverti a un partito.»
[…] non si preoccupano dei graffi e del dente perduto certi che qualche mutamento avverrà nella vita appena accettata la baruffa. Invece trovano la mia faccia che si ritira lenta come una luna dalla finestra lasciandoli soli per sempre.
Oggi ho preso una decisione che nutrivo da tempo: parlare con qualcuno dei miei dirimpettai. Verso l’ora di cena vanno a prendere fiaschi d’acqua in una fontanella vicina: uno di loro scendeva per via Merici, sempre più sassosa, e incespicava di continuo senza tuttavia sollevare mai gli occhi dal giornale. Buon giorno, gli dissi. Chissà se per lui ero un uomo di quelli straordinari appena abbandonati tra le colonne del giornale o un elemento consueto del suo paesaggio. “Quando aggiusteranno la nostra strada?”. Lo invitai a fare alcuni passi lungo il viottolo che dalle nostre case giunge alla ferrovia. “Io lo ammiro da lungo tempo”, gli dissi. “Come?” rispose. Sospettava che fossi pazzo. “Lei è un uomo potente” e gli strinsi la mano a suffragio della mia dichiarazione. Per la verità ero agitatissimo: temevo che mi rispondesse a bruciapelo con il motto romanesco che comincia con vallo. Sari morto. Restò zitto, deve aver sentito subito che non scherzavo. “Quante cose meravigliose lei può fare”; lo guardavo dalla testa ai piedi. Poi “lei può uccidere un uomo. Due. Tre.” Feci una lunga pausa. “Me, per esempio, me”. Presi l’aire: “può rubare, sì, e ingravidare donne. Guardi quei ragazzi” erano una trentina seminudi arrampicati sulla ramata che difendeva l’orto delle Orsoline, ma apparve il cappello di una suora e rotolarono tutti giù per il pendio. Dissi che qualcuno li aveva fatti e si trattava di ragazzi negli occhi di ciascuno dei quali non entrava lo stesso numero di cose e parecchi non potevano affermare di vedere una cosa diversa di quella che vedeva il compagno. E continuai il mio elenco: “Può dire no, quando voglia, a un ministro. Al re” enumerate molte autorevoli persone alle quali poteva dire no, finalmente mormorai: “lei può dire no anche al Papa”. Non ebbi il coraggio di guardarlo in faccia, spaventato dalle mie parole. Egli stava cercando tabacco con le dita timide nel taschino del panciotto. Si fermò. Avevo esagerato? Feci un fulmineo esame di coscienza e trovai conforto alla mia tesi nello spigolo dell’armadio della stanza da letto di mia madre, immagine che mi apparve dopo un miscuglio di altre immagini, collegata a un certo pensiero del 1943, da cui era defluito apparendo e scomparendo attraverso valli e vallette il convincimento in questione. “Al Papa obbediscono milioni di creature, il Papa alto e grande, con gli ori le sete gli incensi i santi i martiri la morte. Educatamente, lei può dire di no al Papa”. Sopra di noi fluttuavano bandiere di uccelli. I ragazzi rimettevano la testa fuori dall’erba adagio adagio, come fanno gli indiani. “Gridi allalì” lo pregai. Non voleva saperne. Insistei. Mi indicò alcuni uomini fermi sul cavalcavia. “Deve gridarlo subito, di fronte a chicchessia”. Concitatissimamente, gli spiegai che il fumo del treno che in quel momento avanzava come un’onda nera lungo l’orlo dl muraglione avrebbe impiegato a dileguarsi il tempo strettamente necessario, anche se lui avesse gridato allalì. “Allalì” gridò. Gli uomini si voltarono dalla nostra parte mentre il fumo del treno chiarendosi si apriva per ridare il giorno ai prati di fronte a noi.

© in «La Fiera Letteraria», Anni I, n. I, aprile 1946, p. 3.

I poeti della domenica #200: Cristina Alziati, È salita sui prati, ti diranno

È salita sui prati, ti diranno
che è morta, non dispera.
A volte se ne va per la sassaia
di versi accartocciati, lungo un greto
bianchissimo, che acceca.
Osserva rotolare dentro l’acqua
mille tracce, di quanto non annota
e scorda. Quando si incagliano in un’ansa
prende uno stecco e le sospinge un poco.
Tuffa a caso le mani.
Fa conca con i palmi, chiude gli occhi, beve.

da Cristina Alziati, Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano 2011

proSabato: Goffredo Parise, ‘Vietnam’ da ‘Guerre politiche’

GOFFREDO PARISE
GUERRE POLITICHE
VIETNAM

…….Un marine mi crede francese e comincia a parlarmi in un francese di New Orleans, quasi incomprensibile. Quando dico che sono italiano mi raggiunge un ragazzo che si chiama Carmelo Cipollone, siciliano. Ha diciannove anni. Mi parla fittamente e i marines che fanno cerchio intorno a noi dicono ridendo: − Mafia, italian mafia −. Infatti Carmelo mi offre tutto quello che ha. Parla ancora quasi perfettamente il suo dialetto perché è in America soltanto da undici anni. Gli chiedo se ha già partecipato a qualche combattimento. Mi dice che la sua compagnia ha già avuto quattro imboscate. A questa parola, che anche gli altri capiscono, molti si avvicinano e vogliono raccontare.
…….Capisco, ascoltandoli, che per loro la guerra si svolge in un’atmosfera di dissociazione molto simile al sogno. Tutti quelli con cui ho parlato hanno voluto dirmi subito i mesi, i giorni, le ore che mancano al ritorno in America. Ho tentato di parlare più a fondo sui perché di questa guerra. Non sanno nulla di nulla, non fanno che pensare all’America, per loro il Vietnam è come una specie di luna popolata di VC, cioè di qualcosa di piccolo, sempre nascosto, il diavolo che prolifera in folletti e coboldi medievali. Non si fanno domande, il loro modo di obbedire è buono, umile, infantile come quello di certi sordomuti. Grava su tutti una frustrazione che è la frustrazione endemica americana. Qualcuno ha nel sacco un libretto da leggere, sono pocket books, con donna nuda, ufficiali nazisti con frusta in mano, western, Il tormento e l’estasi. Non un solo soldato ha con sé un libretto sul Vietnam, che è il paese dove si trova. Uno era un benzinaio della Amoco su un’autostrada del Nebraska. Non si è mai mosso dal Nebraska. È partito di lì ed è arrivato qui, non ha visto Saigon, non ha la minima idea di come e dove sia il Vietnam, non si è mai occupato di politica, non legge i giornali. Del Vietnam sa che è un paese dove ci sono “many, many VC” da prendere. Ci alziamo da terra perché il capitano sta formando le pattuglie. Procediamo a pettine tra gli sterpi, i boschetti e i crateri delle bombe che sono arrivate prima di noi per farci strada. Cammineremo per circa tre ore fino a congiungerci con le altre pattuglie che vengono verso di noi dalla direzione opposta. L’aria è quella di un bagno turco.

© Goffredo Parise, da Guerre Politiche – Vietnam, Biafra, Laos, Cile, Einaudi, Torino, 1976

Questo testo è stato gentilmente scelto per la rubrica da Cristina Fiore, artista/performer e curatrice. Il suo sito qui.

I poeti della domenica #198: Umberto Saba, Tre momenti

Immagine mostra. Umberto Saba. La poesia di una vita

*

I poeti della domenica #196: Umberto Saba, Tre momenti (da Cinque poesie sul gioco del calcio in Parole, Carabba, 1934

*

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune.
Poi, quello che nasce poi,
che all’altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come sentinella.
Il pericolo lontano è ancora.
Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessuna offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida ch’eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste.

*
© Umberto Saba

I Poeti della domenica #197: Francesca Genti, Mia zia è un drone impazzito

Opera di Ettore Sottsass, foto gianni montieri

Francesca Genti, Mia zia è un drone impazzito (poesia inedita)

*

getta bombe all’idrogeno sulle feste di matrimonio,
umilia i bambini, prende a squali in faccia i camerieri.
avvolta in una nuvola di peste e brillantini
da una sperduta galassia leggendaria,
lancia il segnale luminoso:
voi non mi amate, e io mi ucciderò,
ma prima di farla finita ruberò il ciuccio a quella palla di lardo
che gioca felice nella piscinetta, accanto alla pineta.

mia zia è un caccia in fiamme in picchiata verticale su bagnini,
baristi, ristoratori e giardinieri, e in generale tutti le maestranze del pianeta,
con particolare propensione per i concierge improvvisati.
sa come trattare con la guardia costiera,
avanza senza paura e all’ urlo bestiale del leinonsachisonoio
mette in riga i ricchi stronzi delle barche e la loro spazzatura di lusso.
il popolo della playa la onora e lei ricambia
e nessun ridicolo giacobino ha mai pensato, si è mai azzardato
ad avvicinarsi, a toccarla, a ghigliottinarla.

mia zia è una tankette T-27,
avanza astuta nelle nevi del sestriere.
intorno a lei tragedia e topi, stelle danzanti e caos nicciano,
sonagli ai piedi della servitù, un bel regalo di natale sotto l’albero.
racconta lugubre di come le fiabe di andersen
abbiamo plasmato per sempre il suo immaginario di bimba prodigio:
a tre anni letto da sola tutti i grimm, tutto oscar wilde,
il novellino, sacchetti e il cunto de li cunti.
barattato presto innocenza e conoscenza.
diventata paranoica, malinconica, lisergica.

mia zia è una treccani apocrifa scritta da un frate pazzo medioevale
in preda a una visione mistica post demone meridiano
e se ne fotte delle verità storicamente assodate.
quello che lei dice è Verbo, è Mito, è Leggenda.
al matrimonio di mia cugina (sposo israeliano)
ha confuso i pogrom con i kibbutz
e ha ingaggiato una lotta nel fango con mia madre
per la giusta pronuncia di samuel beckett.
all’ultimo pranzo di pasqua ha lottato indomita contro orde di parenti
per sostenere la vittoria dei romani a canne.

Mia zia è kālī vestita in sartoria,
iniziazione violenta all’immaginazione,
è shivaismo vecchio piemonte:
irrealtà ultima di tutte le mie estati
terrore e mistero dei mie giorni di bambina.

se scrivo poesie probabilmente è colpa sua.

*

© Francesca Genti

 

proSabato: Virginia Woolf, Una casa stregata

proSabato: Virginia Woolf, Una casa stregata

A qualunque ora ci si svegliasse c’era una porta che si chiudeva. Da una stanza all’altra andavano, mano nella mano, sollevando qua, aprendo là, guardando ancora − una coppia spettrale.
«È qui che l’abbiamo lasciato» diceva lei. E lui aggiungeva «ma anche qui!». «È di sopra» mormorava lei. «E poi in giardino» sussurrava lui. «Piano» dicevano, «o li sveglieremo.»
Ma non ci svegliavate, no. «Lo stanno cercando; stanno scostando la tenda» potevamo dire, e leggere ancora una pagina o due. «Ora l’hanno trovato», sentirlo con certezza e fermare la matita sul margine della pagina. E poi, magari, stanchi di leggere, ci alzavamo ed eravamo noi a cercare, la casa tutta vuota, le porte aperte, solo i piccioni selvatici che gorgogliavano soddisfatti e il ronzio della trebbiatrice che risuonava dalla fattoria. «Cosa sono venuto a fare? Cosa volevo trovare?» Le mie mani erano vuote. «Forse di sopra, allora?» C’erano mele nel solaio. E così giù di nuovo, il giardino silenzioso come sempre, solo il libro era scivolato tra l’erba.
Ma l’avevano trovato in salotto. Mai tuttavia che li potesse vedere. I vetri della finestra riflettevano mele, riflettevano rose; tutte le foglie nel vetro erano verdi. Solamente, se loro passavano nel salotto, la mela girava per mostrare il suo lato giallo. Eppure, appena un attimo dopo, se si apriva la porta, sparso sul pavimento, attaccato alle pareti, pendente dal soffitto − cosa? Le mie mani erano vuote. L’ombra di un tordo attraversò il tappeto; dalla più remota profondità del silenzio il piccione selvatico trasse la sua goccia di suono. «Al sicuro, al sicuro, al sicuro.», il polso della casa batteva morbidamente. «Il tesoro sepolto; la stanza…» Il polso si fermò all’improvviso. Oh, era quello il tesoro sepolto?
Un momento dopo la luce era svanita. Fuori in giardino, allora? Ma gli alberi catturavano un raggio di sole nella loro rete di oscurità. Così delicato, così prezioso, nascosto nella frescura, il raggio che cercavo ardeva sempre dietro al vetro. Il vetro era morte; morte era tra di noi; giungendo prima alla donna, centinaia di anni fa, lasciando la casa, sigillando tutte le finestre; le stanze erano state immerse nell’oscurità. Lui aveva lasciato la casa, lasciato lei, era andato a nord, a est, aveva visto le stelle rovesciate nel cielo meridionale; andando in cerca della casa l’aveva trovata sprofondata tra le dune. «Al sicuro, al sicuro, al sicuro», il polso della casa batteva gioiosamente. «Il tesoro è vostro.»
Il vento ruggisce su per il viale. Gli alberi si chinano e si piegano di qua e di là. Raggi di luna sguazzano e schizzano all’impazzata attraverso la pioggia. Ma il raggio della lampada cade dritto dalla finestra. La candela brucia rigida e immobile. Errando per la casa, aprendo le finestre, sussurrando per non svegliarci, la coppia spettrale va in cerca della sua gioia.
«Qui abbiamo dormito» dice lei. E lui aggiunge «Baci senza fine». «Svegliarsi al mattino.» «Argento tra gli alberi.» «Di sopra.» «In giardino.» «Quando venne l’estate.» «Nei giorni invernali della neve.» Le porte si vanno chiudendo in lontananza, colpi delicati come il battito di un cuore.
Vengono più vicini; si fermano sulla soglia. Il vento è caduto, la pioggia versa argento sui vetri. I nostri occhi si oscurano; non sentiamo passi accanto a noi; non vediamo la signora stendere il suo mantello spettrale. Le mani di lui schermano la lanterna. «Guarda» sospira. «Dormono profondamente. Amore sulle loro labbra.»
Chinandosi, tenendo la loro lampada d’argento sopra di noi, a lungo guardano e profondamente. A lungo sostano. Il vento soffia diritto; la fiamma si inchina lievemente. Folli raggi di luce lunare attraversano il pavimento e le pareti e, incrociandosi, macchino i volti chini, i volti assorti, i volti che indagano i dormienti e ne cercano la gioia nascosta.
«Al sicuro, al sicuro, al sicuro» il cuore della casa batte orgogliosamente. «Lunghi anni» − sospira lui. «Ancora mi hai ritrovato.» «Qui» mormora lei, «mentre dormivo; leggendo in giardino; ridendo, rotolando le mele in solaio. Qui abbiamo lasciato il nostro tesoro.» Chinandosi, la loro luce mi fa aprire gli occhi. «Al sicuro, al sicuro, al sicuro!» il polso della casa batte all’impazzata. Svegliandomi, grido «Oh, è questo il vostro tesoro sepolto? La luce nel cuore».

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© Virginia Woolf, in Oggetti soliti. Tutti i racconti e altre prose, Trad. it. di Adriana Bottini e Francesca Duranti, Roma, Racconti edizioni, 2016