Caregiver Whisper 49

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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15 ottobre 2016

Quando la voce di mia madre mi sveglia, sospiro seccato e guardo l’ora sul telefono: da pochissimi minuti sono passate le sei. Anche questa mattina sta cercando i soldi nella sua borsa. Lo capisco perché continua a ripetere come un mantra «Non ho una lira, non ho una lira, non ho una lira. Sai cosa vuol dire che non ho una lira?».
La domanda, retorica, è rivolta alla persona che divide con lei il letto; io so che si tratta di mio padre, suo marito, ma da come urla capisco che anche questa mattina Lucia crede di avere a che fare con l’amante di suo padre.

Siamo nella fase in cui le diamo ancora dei soldi, di solito solo pochi euro, perché tende a nasconderli nei posti più improbabili e non riusciamo mai a capire dove si trovino. A quest’ora del mattino, Lucia inizia a lamentarsi di proposito ad alta voce per poterci svegliare e far valere le sue ragioni.
Mio padre, esasperato, dopo pochi minuti scende dal letto, rispondendo a mia madre con il suo mantra quotidiano: «Oi mamma, che croce». Poi, si avvia in cucina. Io mi rassegno, scendo dal letto e raggiungo Sebastiano per preparargli la colazione; quando avrò finito cercherò di portare fuori Lucia, provando a farla calmare.

L: «Pare che pensi che sei nella casa che ho lavorato io e non tu? Questo non ti viene in mente? Io mi alzavo alle cinque per andare a lavorare, per comprare questa casa e lei fa la bella vita.»
Mio padre serra i pugni mentre gli dico di lasciar perdere, di non rispondere. Così si limita a ripetere solo un rabbioso e sfinito «Oi mamma, e chi me lo doveva dire?»
Mia madre, invece, nell’altra stanza, continua a lamentarsi ad alta voce e, da come grida, sembra quasi che si trovi qui accanto a noi, alle nostre spalle. Indossa un vestito tipicamente estivo e non c’è verso di farle mettere qualcosa di più adatto alla stagione.
L: «E che cazzo, veramente vi credete che sono fatta di ferro? Non ho una lira, sai cosa vuol dire non ho una lira?»
S: «Oi mamma, e quanno la finisce?»
L: «Oi mamma un cazzo. Non ho una lira perché ve li siete fregati vuje. Una lira non ce l’ho vai a vedere nel coso. Quando mai? La contessa del cacchio. Hai trovato a chiru scem che t’ha pigliat, muort e bbon. Non hai mai fatiat, è meglio che te stai citt, che tu non hai mai lavorato. Ti sei messa sulle sue spalle…»
S: «Embè, ha lavorato solo lei», sbotta mio padre, oramai esausto e del tutto insofferente.
L: «Sì. Io ho sposato uno bravo che mi ha aiutato a lavorare e tu invece hai trovato uno che ha lavorato lui per te e per sé. E non puoi dire di no, perché l’hanno detto pure le tue amiche. Hai trovato a patrm e hai fatto la signora.»
Invece il mio, di padre, si prende la testa fra le mani.
M: «Guarda l’aspetto positivo – gli dico – ha sposato uno bravo. Quindi non sa chi sei ma continua a parlare bene di te.»
L: «Mia madre fatiav e lei ha fatto la signora del cacchio. E parla pure. T’aviss sta zitt
S: «Oi mamma…»
L: «Chere si capace, oi mamma oi mamma, ma non dice quello che deve dire.»
S: «Adesso capisco quello che ha ammazzato la moglie», dice mio padre bestemmiando.
L: «Una volta tanto si può dire senti Lucia è andata così, niente, lei si arrabbia e io che devo fare?»
S: «Oi mamma.»
L: «Faccio solo la serva e basta, quello faccio. Non vado neanche ando aggia scì. Faccio solo la serva. E poi si lamenta pure, almeno stai zitta e dici, bè mi aiuta a fare qualche cosa e invece no.»
M: «Papà scusa, però qui ha ragione, senza che stai a lamentarti; cosa ci aiuti a fare in casa?»
Lui tossisce, mi guarda e sorride ma il nostro è un sorriso triste.
L: «Si è alzata di buona voglia stamattina. Sono fatta veramente la stupida? Eh no.»
A questo punto, l’urlo di mio padre riporta il silenzio. Lucia resta ferma fuori dalla porta della cucina e ci guarda. Allunga la mano, per indicarci, e la faccia che fa credo sia un modo per dire: “Mi fate schifo”. Poi, si avvicina, guarda me e riprende con più calma: «Siamo andati sempre d’accordo. Lei diceva la sua, io dicevo la mia, ma stamattina non so cosa le è venuto, eh? Sta contro di me. Va bene tutto ma però un po’ di buonsenso…»
Mio padre resta zitto e inizia a spezzare con fare nervoso due fette biscottate nel tè; a questo punto Lucia, non ricevendo alcuna risposta, ritorna a gridare e cerca di prendersela anche con me.
L: «Tu gridi di una manera, lei di un’altra, ma chi cazz v cririt ca si? Chi? Di andarmene non me ne vado, meglio che lo sapete, e non faccio più la serva per nessuno, ve la verit vuj, non mi interessa, stamattina vedrai.»
Poi continua, più o meno con lo stesso copione, aggiungendo che «Non è possibile andare avanti così»: questa è l’unica frase che ci trova d’accordo tutti e tre.
L: «La cretina che sono. Ho fatto tanto per poter andare d’accordo, faccio quello che posso fare e loro quando devono dire qualcosa la devono dire e basta, perché loro sono i re pipì, io son da sola ma sta canzone addà finì
A questo punto, mentre mio padre continua a invocare sua madre, io convinco la mia a uscire per andare a prendere un caffè fuori, in modo da lasciarlo in pace a riposare un po’. Penso che potrei portarla in chiesa per la messa, sperando che a vedere il crocifisso quel demone che se la sta mangiando giorno dopo giorno possa uscire dal suo cervello, ma so che non è così che funziona.
Dopo aver attraversato la strada, Lucia cambia espressione e smette di parlare contro quella zoccola che vive alle nostre spalle; sembra calmarsi e mio padre ritorna a essere mio padre.
L: «Vedi, non capisco che succede. Una volta parlavamo. So che lui non sta bene, ma è un periodo di tempo che mi dice le parole e a volte faccio finta di niente perché ha la sua età ma io pure sto invecchiando non è che sono sempre giovane.»
M: «Tu cerca di portare pazienza.»
L: «Eh, dici facile tu, mica se la piglia cu tte
M: «Pensa che non sta bene e cerca di fare quella superiore.»
L: «Insomma, è che ci sono i giorni buoni e i giorni cattivi, questa non è una novità.»
M: «Ma tu sai chi sono io?»
L: «Marco ma che c’entra adesso? Che è, mi hai preso proprio per una deficiente?»
M: «Scusa, era così, per sapere…»
L: «Ma dico io, ma mio padre doveva mettere al mondo proprio un fratello stupido come a te?»

© Marco Annicchiarico

 

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