Caregiver Whisper 80

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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18 giugno 2016

Da qualche settimana, ogni volta che mia madre entra in cucina per preparare qualcosa da mangiare, devo starle vicino per controllare ogni sua mossa ai fornelli. Per non destare sospetti, fingo di avere voglia di imparare a cucinare qualcuno dei suoi piatti. Il menù di questa sera prevede minestrone, insalata con carote e manzo ai ferri. Bisogna starle vicino perché, come il protagonista di Memento, Lucia inizia ad avere seri problemi con la memoria a breve termine e chiede di continuo delle conferme. Non amando però i tatuaggi, sul suo corpo non segna alcun promemoria ma si rivolge a me (o a mio padre), chiedendo conferma di quello che ha fatto o che ancora deve fare.

A volte succede con il sale.
L: «Uagliò, ma ho già messo il sale?»
M: «Sì, l’hai già messo.»
L: «E se ne metto un altro pizzico?», chiede. Lo fa perché lei non ricorda di averlo fatto e, di conseguenza, è convinta che il sale non l’abbia messo davvero, nonostante le mie parole.
M: «No, lascia stare, altrimenti poi mi si alza la pressione.»
L: «Eh, almeno ti si alza qualcosa.»

Altre volte capita con l’olio:
L: «Come olio va bene se uso questo?», chiede mostrando la bottiglia con il detersivo per lavare i piatti.
M: «Meglio di no, prendi questo che è più buono, arriva dalla Sicilia», le dico prendendo la bottiglia d’olio.
L: «Ma sì, tanto uno vale l’altro.»
M: «È vero, ma è meglio se usiamo questo qui, è anche più facile da digerire per Sebastiano.»

Altre volte ancora il dubbio è sulla cottura della pasta:
L: «Mi sa che la pasta è già cotta, ora la tolgo» dice solo due minuti dopo averla buttata nella pentola.
M: «Ma no, lasciala cuocere ancora un po’.»
L: «E quanto adda coce
M: «Ancora un po’, la vogliamo cotta perché se no non riusciamo a mangiarla.»

Ogni volta mia madre mi guarda un po’ stranita, perché lei in cucina “ci è cresciuta”, ha le sue abitudini, e sentirsi dire cosa fare da uno come me che è capace solo di mangiare non è che le vada proprio a genio. Per fortuna, però, riesco quasi sempre a convincerla.

La memoria a breve termine di mia madre inizia a mostrare seri cedimenti. Ad esempio, pochi minuti fa è entrata in camera con il grembiule addosso e ne è uscita senza. Quello era l’ultimo rimasto “visibile”. Da due giorni, infatti, ha spostato tutti i grembiuli dal cassetto della cucina e non sono ancora riuscito a trovarli. Una volta, dopo una settimana di ricerca, ho scoperto che li aveva messi sotto al materasso. Quando non li trova, si arrabbia e inizia a imprecare contro quella zoccola con cui si è messo suo padre. Lei, oltre a essere vecchia, è pure analfabeta e quando mia madre si distrae, entra di nascosto nella sua camera a rubare le cose. Questa faccenda a mia madre dà proprio ai nervi e prima o poi gliela deve far pagare.
Oggi però, a differenza dei giorni scorsi, sembra essere molto più quieta. Tanto è vero che, quando ha iniziato a cercare il grembiule, senza trovarlo, non si è minimamente scomposta. In silenzio ha preso un sacchetto di plastica verde, le forbici, e poi ha tagliato, aperto e adattato la busta.
Il problema maggiore, oggi, è che continua a non riconoscere mio padre e, in base alla persona che lei vede quando gli parla, cambia modi e atteggiamenti.
Da qualche ora, ad esempio, scambia Sebastiano per sua madre Carmela ed è del tutto amorevole.
Sappiamo, però, che questa fase non durerà molto e, nelle prossime ore, di sicuro tornerà a urlare e a dare addosso a Sebastiano, scambiandolo o per l’amante di suo padre o per qualche parente che le sta antipatico. Un po’ come le capita di fare con me.
Ci sediamo a tavola e iniziamo a mangiare, guardando distrattamente un programma televisivo.
Durante le cene capita sempre di sentire una frase che ricorda qualcosa a uno dei due. Quello è lo spunto per iniziare un nuovo racconto che durerà fino al momento in cui mia madre farà i capricci per non prendere le pastiglie.
M: «Vastià, le tue pastiglie le appoggio qui», dico a mio padre. «A te, Lucia, le metto qui sul tappo blu della bottiglia, così non si perdono.»
A quel punto mia madre mi guarda, poi si gira verso di lui e risponde: «Mamma, glielo dici tu che io sto bene e le pastiglie non mi servono a un cazzo?»
Nessuno replica. Sappiamo che rispondere adesso servirebbe solo a innervosire mia madre, facendola diventare più aggressiva.
Così, continuiamo a mangiare mentre lei, fingendo indifferenza, cerca di nascondere le pastiglie dentro il tovagliolo.
L: «Carmela, ne vuoi ancora un po’?»
S: «Guarda che sono tuo marito.»
L: «Mannaggia, è vero. Ma sai che non mi ricordo proprio che ci siamo sposati? Tu te lo ricordi?»
Mio padre guarda prima lei e poi me, abbassa lo sguardo nel piatto e risponde: «Lucì, me lo fai ricordare tutti i santi giorni.»
L: «E non sei contento?»
S: «Come no!»
L: «Beh, alla fine ci siamo sposati, quindi se non eri contento non mi sposavi.»
S: «In questo momento non so se rifarei la stessa scelta…»
Mia madre sorride e guarda prima mio padre e poi me: «E che scelta dovresti fare?»
Sebastiano tace e mi guarda. Io, nel frattempo, ho rimesso le pastiglie sul tappo blu della bottiglia. Lucia le prende, le porta alla bocca, beve e poi si asciuga con il tovagliolo di carta, sputandoci dentro le pastiglie, cercando di non farsene accorgere.
M: «Lucì, ma le pastiglie?»
L: «Stanno bene.»
M: «Eh, ma non le hai prese però.»
L: «Come no? Le ho anche messe in bocca.»
M: «Sì, ma poi le hai sputate.»
L: «Perché non è lo stesso? Tanto non mi servono, me l’ha detto il dottore.»
M: «E quando?»
L: «Quando tu eri a farti i cazzi tuoi. Ma non te li fai mai?»

© Marco Annicchiarico

 

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