Caregiver Whisper 3

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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14.08.2017

Da qualche giorno mia madre è ricoverata nell’ospedale di Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Come tutti i malati di Alzheimer, trovandosi da sola in un posto che non conosce, senza nessun volto familiare al suo fianco, ha iniziato a dare di matto, strappandosi la flebo e i vari aghi, provando anche a scavalcare le sbarre del letto. Alla fine, l’hanno dovuta legare. Per questo motivo in ospedale hanno chiesto di fare i turni, per cercare di tenerla tranquilla il più possibile. Così, mentre gli altri partono per andare al mare, a fare i turni ci sono solo io e, da questa sera, Giorgia, la badante, in modo da riuscire a coprire quasi l’intero arco della giornata.
Ieri è entrata in camera una donna che quella sera è stata ricoverata in unità coronarica insieme a mia madre. Quando sono passati a trovarla dei cugini, la degente ha raccontato loro di quella signora meridionale che bestemmiava e urlava contro le infermiere e i medici, al punto che hanno dovuto chiamare il figlio perché venisse a calmarla. Raccontava, divertita e in perfetto accento bergamasco, che quella signora gridava: “se siete qui è perché non siete capaci di fare un cazzo, puttane che non siete altro.“.
Io, che sapevo vagamente di questo episodio, ho guardato mia madre e, per un attimo, ho pensato che sarebbe stato comico rivelare che quella signora meridionale che bestemmiava e imprecava da dietro una tenda era proprio lei. A vederla adesso in questo letto, tutta tranquilla e pacifica, difficilmente mi avrebbe creduto.

Dal paese dove mi trovo, per arrivare in ospedale devo prendere due pullman; il viaggio dura quasi due ore. Ho fatto amicizia con gli autisti che, i primi giorni, mi hanno spiegato gli orari corretti e come fare per arrivare a destinazione ottimizzando i tempi.
In questi giorni, mentre resto in attesa del primo pullman in direzione Bergamo, vedo spesso passare una famiglia che si siede all’ombra degli alberi. Li osservo e inizio a farmi alcune domande, sui genitori e sui due figli, sul loro attraversare avanti e indietro il paese per poi fermarsi sempre negli stessi identici posti, agli stessi identici orari.
Oggi, mentre li guardavo, di colpo mi sono tornati in mente gli anni settanta. Ricordo ancora come se fosse ieri quella svogliatezza che mi accompagnava, la noia delle giornate in provincia, le vacanze al mare coi miei genitori, quel tempo languido fatto di una spensieratezza che non appartiene più alla quotidianità di questi miei ultimi venti mesi.
Forse è un caso ma, mentre facevo questi pensieri, indossavo un paio di pantaloni di mio padre che ho trovato nell’armadio qui in montagna. Quando sono salito sull’autobus, il solito autista mi ha guardato con fare divertito mentre prendevo posto alle sue spalle, in un pullman ancora completamente vuoto.
«Ehilà, oggi sei vestito alla moda?»
«Diciamo di sì», ho risposto con un po’ di imbarazzo.
«Fossimo negli anni settanta, sono sicuro che faresti una strage.»
Gli sorrido e non aggiungo nulla ma ci pensa lui, ridendo, solo pochi secondi dopo:
«Sì, eh, ma non una strage di cuori. Con quella barba lunga mi sembri più uno stragista da molotov.»

© Marco Annicchiarico

 

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