Caregiver Whisper 29

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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15 gennaio 2018

«Buonasera Signora. Come sta? Tutto bene?»
Mia madre sorride e, tra una domanda e l’altra, lascia passare quattro o cinque secondi. Ci troviamo in un negozio, io alla cassa, lei davanti a uno specchio. Giorgia è nel camerino a piegare i vestiti di Lucia. Approfittando degli ultimi giorni di saldi, siamo venuti per acquistare qualche abito nuovo. Da alcune settimane, infatti, mia madre ha preso l’abitudine di svegliarsi intorno alle cinque del mattino per poi vestirsi da sola. Avendo però perso anche questa “abilità” (non avrei mai pensato si potesse definire così l’arte del vestirsi), finisce sempre per mettersi come gonna una maglia che, in base al tessuto, o si deforma o si rompe del tutto.
In questo momento Lucia si guarda riflessa nello specchio ma non si riconosce. Anzi, pensa che quella che la sta fissando sorridendo sia una signora che vive al paese in cui è nata. Non è la prima volta che capita e, per fortuna, ogni volta che si specchia le viene il buonumore. Anche adesso, mentre si guarda, quel sorriso ricambiato le mette allegria e inizia a farla ridere, divertita.

Da quando Lucia ha avuto un nuovo peggioramento, ho dovuto modificare l’ambiente intorno a lei, cercando di togliere, poco per volta, tutto quello che poteva causarle delle allucinazioni. È la soluzione più semplice perché mettersi lì a rassicurarla e a spiegarle come stanno le cose spesso serve davvero a poco; talvolta, addirittura, la indispone. Ho iniziato togliendo prima le bottiglie intagliate messe sopra i pensili della cucina, per poi passare ad alcuni soprammobili e a delle vecchie lampade a olio. L’unica cosa che non ho potuto togliere sono i piedi del mobile, che Lucia cerca sempre di scalciare via o di togliere con le mani; con loro ingaggia quotidianamente una lunga e dura battaglia, che non la vede mai vincitrice.
Nella demenza, di solito, uno dei primi oggetti a essere sacrificato è proprio lo specchio: crea paure e scatena comportamenti aggressivi. Il malato crede di trovarsi in casa con degli sconosciuti e non riesce a controllare la situazione. Nemmeno Lucia si riconosce allo specchio o nel riflesso di una finestra, un po’ perché crede di essere molto più giovane e un po’ perché quelle sono tutte persone che vengono a cercare sua madre per farsi fare un nuovo vestito. Però, a volte ammette, quella signora anziana che passa sempre da casa «ha davvero un volto simpatico.»

Quando mia madre si avvicina allo specchio del negozio e allunga la mano per stringerne un’altra che in realtà non esiste, lascio il bancomat alla commessa e mi avvicino, mettendomi in mezzo tra Lucia e lo specchio. Anche se non è la prima volta che parla con la sua immagine riflessa, non ho la più pallida idea di come potrebbe reagire se si dovesse accorgere che dall’altra parte non c’è davvero una persona.
Così, volto le spalle a mia madre e, in modo convinto, guardo lo specchio e dico «Salve signora!», salutando con la mano alzata. Poi mi rigiro verso Lucia e la prendo sottobraccio, dicendole di venire con me che così paghiamo la gonna e le maglie che ha comprato.
«Ma sai che sei cafone? Ra chi hai pigliat’
«E perché, Lucì, che agg’ fatt’
«Non hai visto che stavo per salutare quella signora, ma si fa così?»
«Ah, scusami. Ma hai visto che ti ha sorriso quando ci siamo allontanati, no? Lei se ne stava andando e anche noi dobbiamo andare perché si sta facendo tardi.»
Lucia si gira a guardare di nuovo in direzione dello specchio ma, ovviamente, di quella signora simpatica non c’è più traccia, così si mette il cuore in pace.
La commessa mi guarda un po’ perplessa mentre mi chiede di inserire il pin del bancomat che, nel frattempo, aveva iniziato a suonare. Giorgia si avvicina a mia madre e le sistema il cappotto.
«Mi perdoni. È che mia madre è malata, non ci faccia caso se fa o dice qualcosa di strano.»
«Ah, capisco. È per questo che si è messo a parlare allo specchio?»
Faccio un sorriso di circostanza pensando che, in effetti, sono l’unico a essersi accorto di quello che stava succedendo, quindi devo essere sembrato io quello che aveva un comportamento strano. Ma non ho molta voglia di spiegare, quindi tronco di netto la conversazione e attendo di poter riprendere il bancomat.
Chiedo alla commessa se possiamo lasciare i vestiti addosso a Lucia, visto che si tratta della cosa più semplice: l’idea di aiutarla a rivestirsi, infatti, mi fa già immaginare la sua reazione scontrosa. La commessa fa un cenno col capo, prende le forbici da un cassetto e si avvicina a mia madre per tagliare il cartellino dei prezzi.
«Signora, però deve stare ferma.»
«Ma sono i miei vestiti, che vuò fà
«Lucia – le dico sorridendo – stai ferma un attimo perché bisogna togliere il prezzo dal vestito, se no uno può pensare che li hai rubati.»
«Che cazzo aggià arrubà se sono i miei?»

Una volta usciti le chiedo se sia contenta dei nuovi acquisti.
Poi aggiungo, per scherzare, che ora dobbiamo solo prendere una maschera da metterle in faccia, così non ci spaventiamo per quanto sta diventando brutta con la vecchiaia. Lei ride e fa una smorfia, prima di cambiare discorso.
L: «Certo che oggi fa proprio freddo!»
M: «Eh, ancora uno o due mesi e vedrai che riprende a fare caldo.»
L: «Hai visto? Hanno tutti freddo», dice mia madre indicando una coppia di anziani che ci passa accanto.
M: «Eh, sì.», replico io sorridendo.
L: «Ma non fa freddo ovunque, vero Giorgia?»
Io e la badante la guardiamo, senza capire cosa intenda. Dopo poco, però, ci chiarisce il concetto: «Infatti c’è la bernarda che non ha freddo e resta bella calda. Vero Giorgetta? E la tua com’è, è calda abbastanza?»

© Marco Annicchiarico

 

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