Caregiver Whisper 91

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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03 novembre 2016

Dopo essersi sposata con Sebastiano, nel 1965 Lucia è venuta ad abitare a Milano. Aveva 28 anni. I miei genitori vivevano in un appartamento in affitto in Via Marco d’Agrate. Da lì, per andare al lavoro, mio padre percorreva Via Romilli, Viale Ortles e poi arrivava al palazzo dell’Amplifon, in Via Ripamonti.
S: «Mannaggia la miseria. Quando sono tornato dalla licenza matrimoniale e mi sono presentato al lavoro, la guardia mi chiede cosa ci faccio lì, visto che la Mondadori ha traslocato la settimana precedente. “Come il trasloco? E dove sono andati?»
Alla fine, racconta, erano andati a finire in Via Mecenate, all’Atlantic. Davanti a loro c’era la ditta Geloso, quelli delle radio. Anche se io non l’ho mai sentita nominare, Sebastiano mi dice che all’epoca la Geloso era ovunque: radio, amplificatori, trasmettitori, radioricevitori, televisori, magnetofoni a valvole o a transistor, condensatori e tanto altro ancora.
M: «E tu che hai fatto a quel punto?»
S: «Porca puttana, sono tornato indietro. Ho preso il 24 e quando sono arrivato all’amministrazione del personale mi sono incazzato. Gli ho detto: Scusate, ma vi costava tanto scrivere due righe alla gente che era fuori? Io come un pirla sono andato lì questa mattina e la guardia si è anche messa a ridere.»
M: «E loro, che hanno risposto?»
S: «Che non ci avevano pensato. Alla fine siamo stati lì circa un anno e poi ci hanno mandato in Via Carlo Poma, vicino Piazza Emilia.»
L: «Ma tu Sebastiano nun lo veriv là
M: «Lucì, guarda che è lui Sebastiano.»
L: «No, dico lì, dove lavorava. Vi videvate con Sebastiano?»
S: «Lucia, Sebastiano sono io.»
Poi segue il silenzio. Mio padre guarda in modo stanco mia madre che gli sorride e replica: «Io dico quando Sebastiano steva pur’iss allà, cumme l’hai chiamato, non mi ricordo…»
M: «Dici alla Mondadori?»
L: «A parte la Mondadori, come si chiama ‘ndo sceva
S: «Alla Mondadori, ‘ndo scevo
L: «Nooo! Dove steva lì, come ha detto adesso, lu paese
M: «Piazza Emilia?»
L: «Sebastiano conosceva a… mmm diversi… ehm…»
S: «Ho conosciuto Jodice, ho conosciuto la signora di Marco D’Agrate, ne ho conosciuti parecchi.»
L: «Eh, la sarta che c’era in quella via.»
S: «In Via Finocchiaro Aprile?»
L: «Eh, io là sono andata a lavorare.»
M: «Dove?» chiedo, convinto che mia madre stia dicendo qualcosa di sbagliato.
S: «In Finocchiaro Aprile.»
M: «Come sarta?»
L: «Sì, da sarta.»
M: «Ma dai? Questo non lo sapevo.»
L: «Non te l’ho mai detto. Perché c’erano amici di Sebastiano ma ora non ricordo come si chiamavano.»
S: «Lei si chiamava Carmelina, era di Cava de’ Tirreni.»
L: «Sì. Allora c’era la sarta che abitava lì e cercavano una per lavorare. Allora io gliel’ho chiesto se mi prendeva, mi ha preso e…»
M: «E alla fine sono falliti?», chiedo io per strappare una risata. Anche se ridono entrambi, poco dopo in coro rispondono di no, che non hanno mica chiuso, anzi.
S: «Quella signora lì, la sarta, era amica della signora dove abitavo io. Allora le ho detto che mia moglie aveva la mamma sarta e a volte l’aiutava. Mi chiese in dialetto: “È capace di buttà lu soprammano?”. Così andò a fare una prova. Nemmeno a farlo apposta, era andata via la figlia e cercavano qualcuno.»
L: «E allora sono andata a lavorare da questa signora qui.»
S: «Ricordi che a quell’altra l’ha mandata via subito?»
L: «Perché ha preso a me e io sapevo qualcosa.»
M: «Per quanto hai fatto la sarta?»
L: «Per quasi sei mesi. Ti teneva a lavorare ma ti poteva anche mandare a casa se non c’era lavoro. Per fortuna però ce n’era.»
S: «Allora pagavano a settimana. Io dissi alla signora Laura che non mi interessava che la mettesse a posto, ma che almeno garantisse duemila lire a settimana.»
M: «E quanto pagavate di affitto?»
S: «Ventottomila lire al mese, compreso di spese.»
L: «Comunque quella signora lì subito mi ha preso in simpatia. Poi le ho portato qualcosa da Zungoli e gli è piaciuto», dice prima di scoppiare a ridere.
S: «Dissi alla signora Laura che ci eravamo appena sposati, avevamo le cambiali da pagare e compagnia bella.»
L: «Lei era bella ciotta ciotta», continua a ridere mia madre.
Poi mio padre prova a cambiare discorso, raccontando che all’epoca il 20 faceva capolinea a Greco e faceva tutto il giro fino a Piazzale Corvetto, ma mia madre riprende: «Però senti un po’, tu le hai conosciute quelle donne che stavano lì a lavorare? Erano di dove, che non me lo ricordo?»
S: «Di Cava de’ Tirreni.»
L: «Erano vicine di Napoli, erano sorelle.»
S: «Che poi Rita si sposò con Antonio, il mio amico siciliano.»
L: «Ma io sono stata poco perché poi avevo trovato.»
M: «All’Alemagna?»
L: «Sì, ma il lavoro più sicuro.»
S: «Io prendevo 70mila. Allora con mille lire facevi la spesa di carne per la domenica, il lunedì e il martedì.»
L: «Quella signora lì, la sarta, le piaceva le cose di giù. Una volta le portai qualcosa non ricordo neanche. Con lei c’erano anche due ragazze napoletane, di Cava dei Tirreni.»
S: «Marco, allora c’era da arrangiarsi. Io mi ero fatto amico una della lavanderia. La camicia lavata e stirata costava 150 lire e io la cambiavo tutti i giorni. Erano soldi…»
L: «Tu non lo sai ma a mio marito le lavavo io. Avevi conosciuto a una famiglia napoletana?»
S: «Ancora?»
L: «No, per dire che loro volevano sempre qualcosa. Pensa che una volta portai alla sarta qualche cosa di Zungoli, madonna come rimase contenta». Poi scoppia a ridere e aggiunge: «Disse che buoni, come li fate, come li fate?»
S: «Allora non è mica come adesso.»
L: «Eh sì, adesso è tutto diverso.»
S: «Allora non si conosceva nessuno. Eri da solo e dovevi pensare a tutto, dalla A alla Z.»
L: «Oddio, però io stetti poco perché trovai l’altro lavoro. Ti ricordi quella signora com’era cicciottella? E di te non mi ricordo di averti visto là. Quelle però me le ricordo. Sarà che a te forse non ti ho conosciuto bene. A quelle portai il pane e parecchie cose, ma non una volta sola.»
S: «Anche dopo che non andava più, ogni tanto le portava qualcosa.»
L: «Eh sì, a loro piaceva e allora. Ma poi non passai più di là e niente. Era bonacciona quella signora, il marito era un po’… te lo ricordi il marito? Me lo ricordo anch’io. Si lamentava ogni tanto che aveva tre figlie di Napoli mi sembra.»
S: «Di Cava de’ Tirreni. Sono dodici volte che l’hai detto e basta adesso.»
L: «Eh, sì. La padrona era bella cicciottella. Ti ricordi che c’erano tre ragazze napoletane?»
S: «Ancora?»
L: «No, per dire che loro se potevano ingappà qualcosa… Ma tu sei stato là parecchio?»
S: «Oi maronna, che croce!»
L: «Possibile che a Sebastiano non l’hai mai visto? Stava là pur’iss
S: «No, non l’ho mai visto.»
L: «Peccato. Secondo me ti sarebbe piaciuto.»

© Marco Annicchiarico

 

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