Caregiver Whisper 14

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

– – –

da Calando di Roger Olmos (Logos, 2015)

22 agosto 2016

Mia madre guarda l’orologio e resta con le braccia incrociate. Ogni tanto si gira verso di me per controllare cosa sto facendo, se sono ancora sveglio. Sono quasi le 22:30 e, a quest’ora, di solito è già andata a dormire da un’ora, un’ora e mezza. Questa sera, invece, se n’è rimasta seduta in silenzio per tutto il tempo, senza fare nemmeno una delle sue solite battute, guardando distrattamente la tivù e lanciando sguardi interrogativi in direzione di mio padre. Immagino che, come al solito, Lucia non abbia alcuna idea di chi sia. Dall’espressione cupa e seriosa del volto sembra quasi che, da un momento all’altro, debba fare qualcosa. Mi aspetto una domanda bizzarra o uno dei soliti gesti denigratori alle spalle di mio padre, uno di quelli che ripete ogni volta che scambia Sebastiano per l’amante di suo padre. Per ora, invece, si limita a restare in silenzio.
In televisione trasmettono un vecchio film con Jack Lemmon e Walter Matthau, due attori che le sono sempre piaciuti, ma sembra non curarsene. Ogni tanto mi guarda, accenna un sorriso e nulla di più.
Diverse volte le ho chiesto se aveva sonno e ha sempre risposto di no, senza mai guardarmi direttamente in faccia. Solo quando mio padre si alza per andare in bagno, lei lo segue con lo sguardo e si alza a sua volta per venirmi vicino. Mette l’indice davanti alla bocca, facendo segno di non dire nulla, e a bassa voce inizia a chiedere:
«Scusa, ma questo qui dove dorme?»
«Chi?»
«Questo che era seduto qui in cucina.»
«Guarda che è tuo marito, dorme nel letto con te.»
«Ma no, non è lui.»
«E chi pensi che sia, allora?»
«Un altro.»
«Quindi non riconosci che si tratta di Sebastiano?»
«Ma va’. E se si tratta di Sebastiano, non è quello che conosco io, è un altro.»
La guardo e cerco di pensare a qualcosa da dire che possa sembrare logico, una risposta alternativa che la possa tranquillizzare. Ma non c’è il tempo, perché lei riprende subito:
«Ma è da tanto che vive qui?»
«Direi di sì.»
«E perché non l’ho mai visto prima?»
«Di sicuro l’hai visto altre volte ma magari adesso non ti viene in mente.»
«Ma secondo te sono deficiente che mi scordo se qualcuno vive in casa con me?»
La guardo in silenzio e non riesco a replicare nulla.
«Comunque questo dove deve dormire?»
«Dovrebbe dormire in camera con te.»
«E perché in camera con me? Dove ci sei tu non ci sono due letti?»
«Sì ma uno ha la rete rotta. Mica lo facciamo dormire a terra?», chiedo fingendo che sia vero.
«E perché no?»
In quel momento mio padre esce dal bagno e torna in cucina per bere un bicchiere d’acqua mentre mia madre finge di andare in bagno e mi fa segno di seguirla in corridoio. Sebastiano la guarda, scuote la testa e ripete sottovoce che guaio, Signore che guaio mentre io allargo le braccia e la raggiungo.
«Si può sapere questo qui dove deve dormire?»
«Questa mattina abbiamo rifatto il letto per farlo dormire in camera con te.» rispondo, cercando di essere il più convincente possibile.
«E fammi capire, quanti anni ha?»
«Ne ha quasi settantasette.»
Lucia mi guarda, fa una faccia strana, quasi soddisfatta, e poi sorride. Sembra sollevata quando mi dice che allora va bene.
«In che senso va bene?»
«Va bene, può dormire di là con me; tanto a quell’età non gli tira più.»

© Marco Annicchiarico

 

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