Caregiver Whisper 51

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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06 settembre 2016

Sono le sette e mezza del mattino e, da pochi minuti, sono uscito di casa con Lucia. Sebastiano, prima che chiudessi dietro di me la porta, mi ha guardato e ha detto “Buona fortuna”. Io ho sorriso e gli ho lasciato credere che era tutto sotto controllo, facendogli cenno di non preoccuparsi. Sto cercando di portare mia madre a fare gli esami del sangue in Piazzale Loreto. Il primo tentativo, cinque giorni fa, non è andato molto bene. Quando mia madre ha chiesto dove fossimo diretti e io, un po’ stupidamente, le ho detto la verità, è montata su tutte le furie. In mezzo alla strada, dopo gli insulti, mi ha tirato due pugni per poi tornarsene indietro, brontolando. Le ho detto di aspettarmi ma lei mi ha mandato a quel paese e poi ha attraversato di corsa senza nemmeno guardare la strada. Per poco non si è fatta investire da una macchina. L’autista, dopo aver frenato di colpo, mi ha guardato gesticolando in modo agitato. Io, ancora spaventato, ho chiesto scusa e ho attraversato a mia volta.
Questa mattina, allora, su suggerimento di mio padre, non le ho detto nulla: ci giochiamo l’effetto sorpresa. Mentre stiamo camminando, però, a un certo punto deve aver riconosciuto la strada perché ha iniziato a imprecare di colpo, urlando a piena voce che devo imparare a farmi i cazzi miei, che lei sta bene e sono io quello che si deve far curare. L’aggettivo “stronzo” chiude tutte le frasi che pronuncia e lo rivolge nei miei confronti con una cattiveria che non le riconosco.

Pensare che Lucia sia ancora mia madre, certe volte risulta davvero difficile. Se escludiamo l’aspetto fisico e il modo che ha di sorridere, il suo atteggiamento e la sua violenza sono caratteristiche che non le sono mai appartenute. Lei che ha sempre cercato di riportare la calma, di far ragionare mio padre, adesso non è più in grado di elaborare pensieri sensati. O, almeno, sensati per noi. Ma, anche se non sa chi siamo, anche se non sa chi sono, io ricordo perfettamente che lei è mia madre. In nome di questa consapevolezza, cerco di farmi scivolare ogni nuovo capriccio, ogni nuovo comportamento violento o bizzarro, ma non sempre ci riesco.

Mentre siamo in coda per pagare il ticket, Lucia continua a insultarmi a intervalli regolari mentre io fingo indifferenza totale, aspettando il nostro turno. Ogni tanto, quando alza un po’ troppo la voce, le dico di stare tranquilla che faremo presto e tutto andrà bene. Il fatto è che Lucia ha paura dell’ago e, forse, si vergogna anche perché ha il braccio sporco: non riusciamo a farle fare una doccia da quasi tre mesi. L’ultima volta che con mio padre abbiamo provato a convincerla, ha iniziato a gridarci contro i peggiori accidenti, e poi ci ha tirato dietro le ciabatte.

Quando ci sediamo nella sala d’attesa, la cantilena non cambia di molto: mia madre, a bassa voce, continua a ripetere che sono uno stronzo, che devo farmi i cazzi miei e che la prossima volta mi sbatte fuori di casa, così mi imparo a stare al mondo. Le persone sedute vicino a noi, in attesa del loro turno, ci guardano.
A fare il prelievo c’è Dante, che ho già avuto modo di conoscere: lui è un esperto della Terapia del Soffio e riesce a mettere Lucia a suo agio senza troppe difficoltà. Io, intanto, le prometto che, appena fuori da lì, andremo a fare colazione. Così si tranquillizza di nuovo e mi chiede se dopo posso anche portarla all’Upim. Rispondo di sì, senza precisare che quel negozio non c’è più e, al suo posto, ora c’è un megastore cinese.
Dopo aver fatto colazione, con mia madre che ha ripreso un minimo di buonumore, infiliamo il sottopasso della metropolitana per sbucare all’angolo con Viale Brianza. In cima alle scale, quando Lucia e io ci troviamo davanti all’ingresso del negozio che ha sostituito l’Upim, ci viene incontro una ragazza con una minigonna molto corta, la camicetta sbottonata e il cappotto aperto, a sfidare il primo freddo della stagione. Cammina veloce e ci passa accanto.
Mia madre la guarda, fischia in stile trapattoniano e, ad alta voce, esclama: «Ehilà, oggi ce l’hai proprio infuocata, eh?».
Io mi allontano e fingo di guardare una vetrina. Sembra quasi uno dei commenti che farebbe uno dei miei vecchi amici. E invece si tratta di mia madre che, per colpa dell’Alzheimer, ha perso completamente i freni inibitori e usa un imbarazzante linguaggio da scaricatore di porto.
Dopo qualche secondo mi giro e vedo Lucia che si sta avvicinando sorridendo. Quando mi raggiunge, tutta soddisfatta, chiede: «Uagliò, ma l’hai vista a quella?»
M: «No, non ci ho fatto caso», replico sempre più imbarazzato.
L: «Ma dico io, invece di guardare le vetrine, guarda un po’ quanta figa che c’è intorno. Che ti credi? Mica ti posso tenere in casa a vita!»

© Marco Annicchiarico

 

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