Caregiver Whisper 69

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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3 febbraio 2016

L: «Sai, quando ero piccola facevo da mangiare e pulivo la casa. Mia madre se ne stava sempre dietro alla macchina da cucire e io facevo tutto il resto. A me andava bene perché così imparavo a fare i mestieri di casa. All’inizio avevamo tre locali poi abbiamo preso una casa più grande. Quando loro si sono sposati, vivevano vicino ‘ndo steva il Geometra Castagnozzi. La casa era piccola e quando è nato anche Giggino abbiamo preso quella di Amilcare, vicino al forno, che era più grande.»
Sono le sedici e ci troviamo tutti e tre in cucina: io bevo un caffè e mia madre sta preparando i peperoni ripieni, con l’aiuto di mio padre. Doveva farlo questa mattina, quando Sebastiano e io siamo andati in ospedale per ritirare degli esami, ma se n’è dimenticata. Così, mentre prepara l’impasto chiedendo conferma su cosa serve, Lucia mi racconta che all’epoca suo padre aveva portato a casa la macchina per lavare i panni.
L: «L’ha portata da lì, da dove stava lui.»
M: «Da lì dove, dall’Arabia Saudita?»
L: «Sì, da là. Dopo la prigionia lavorò lì in Arabia Saudita per fare un po’ di soldi e tornarsene a casa.»

Mio nonno Magno, durante la seconda guerra mondiale, infatti, fu uno dei tanti soldati italiani prigionieri in Africa. Come suo fratello. Gli andò bene perché si spacciò per cuoco e, così, ebbe una corsia preferenziale; imparò a cucinare proprio durante la prigionia. Vivevano in tende, al freddo e senza scarpe.
A suo fratello Francesco andò meno bene e finì nel campo di concentramento di Zonderwater, in Sud Africa, il più grande campo di concentramento per italiani all’estero. Le tende erano sorrette da pali d’acciaio e capitava spesso che alcuni prigionieri morissero folgorati dai fulmini. Dopo la guerra, restò a vivere in Sud Africa.

L: «Vastià, come si chiamava quella macchina per lavare i panni?»
S: «Ma dici la lavatrice?»
L: «Eh, grazie, la lavatrice – risponde in modo sarcastico mia madre -. A quello ci arrivo pur’io. Ricordo che la chiamavamo con un altro nome.»

Questo, ho scoperto, è un difetto che colpisce molto spesso i caregiver. Soprattutto all’inizio, ci si dimentica di avere a che fare con una persona e ci capita di trattare il malato da malato. Si dà per scontato che sia sempre in errore, anche quando invece in errore non è. Quindi, come in questo caso, se mia madre chiede come si chiama la macchina per lavare i panni, mio padre (che fino a pochi giorni prima era stato il caregiver di mia madre, pur non sapendolo), le risponde pensando che mia madre non ricordi che quella macchina si chiama lavatrice.

Mio padre sorride e inizia a spiegarmi che all’epoca le lavatrici non erano come quelle di oggi.
S: «Quella là lavava e basta. Aveva l’apertura dall’alto e poi c’era una manopola che dovevi girare se volevi strizzare i panni. Adesso la centrifuga ce l’hanno tutte; all’epoca, invece, c’erano due pezzi di legno. Tu mettevi in mezzo i panni lavati e li strizzavi.»
L: «L’abbiamo usata sempre. Poi, quando siamo andati a vivere nella casa vicino al forno, sotto si raccoglieva l’acqua piovana e andavamo lì a lavare i panni una o due volte a settimana. C’era chi usava la cenere e l’ammoniaca e chi il sapone. Guarda che da ragazzina io ho lavorato tanto, cosa credi?»
S: «C’era anche la cisterna con il motorino per tirare su l’acqua.»
L: «Eh, ma quello l’hanno messo dopo, all’inizio facevamo tutto a mano. E io lavavo, stiravo, pulivo la casa. Mica come voi», aggiunge ridendo.

Intanto mio padre mi mostra un referto, facendomi notare che il medico di turno ha messo una “c” sola. Una delle cose a cui siamo oramai abituati, noi Annicchiarico, sono le storpiature del nostro cognome. Una volta, al pronto soccorso, durante una giornata in cui l’allergia mi aveva creato grossi problemi di respirazione, sono riusciti a chiamarmi in cinque modi diversi. Il momento più divertente è stato quando l’infermiere del triage è uscito fuori per sapere dove fosse finita la signora Anna Chiari. Ci ho messo un po’ a capire che stava cercando proprio me.

L: «Pensa che quando avevo finito di pulire aiutavo anche mamma a fare i suoi lavori. Non è che me ne stavo con le mani in mano, e lui lo sa. Io facevo anche il pane e lo portavo al forno, non credere. Sono stata costretta ma ho imparato. In confronto alle mie amiche che non facevano un cacchio, io sgobbavo. Mica come voi che avete fatto la vita da pascià. Cominciando da patrt
Sebastiano la guarda, sorride e fa un verso che in dialetto si traduce con ‘nzucchete.
Mia madre ride: «Eh, sì, perché, nun è luvero? Sai cosa faceva tuo padre? Veniva verso di qua, dove c’era la piazza. Quando poi doveva scendere che andava dal suo compagno per imparare a fare il calzolaio, ma non ha imparato nu cacchio, allora sai cosa faceva? Vedeva me davanti alla casa mia, si faceva un po’ indietro, mi guardava e poi se ne andava. Ti ricordi? Dì che non ti ricordi? Che facevi un coso indietro per guardare me.»
S: «E dille: ma tu come facevi a vedere che io tornavo indietro? Vuol dire che mi guardavi anche tu!»
L: «Certo che ti vedevo. Andava da Ciuffetto a imparare il mestiere, ma chiedi cosa ha imparato. Ha imparato a guardare le donne.»
Poi scoppia a ridere e aggiunge: «E adesso statte zitto. E fai il bravo bimbo, se no ti taglio chissà che cosa. Ancora aggia pensà che cosa t’aggia taglià, ma qualcosa là sotto lo trovo di sicuro.»

© Marco Annicchiarico

 

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