racconto breve

Daniela Scuncia, Etichette

Daniela Scuncia, Etichette

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Le etichette. Ecco quello che adoro leggere. E non ne sono mai sazia. Mi spiegano nel dettaglio composizioni, percentuali, la famosa RDA giornaliera, e poi mi piace rintracciare tra le righe, particolari insidiosi che mi diverto a diffondere. E così tra le amiche dirò: ”Ma lo sai che quei biscotti contengono il 3% di amido geneticamente modificato?” o ancora meglio “I grassi saturi di quella merendina sono di tipo indigeribile, si depositano sul fegato e non te li togli più per tutta la vita!”.  Amenità salutistiche  o pseudo, ricercatissime come tartufi e più preziose dell’oro. E le etichette dei vestiti? Viscosa- elastam- poliammide, o cotone-alpaca, alpaca dico io? E poi lana, ma non pura lana vergine quella è un’altra cosa. Questo è un mondo a parte. Tutto da scoprire con la lente d’ingrandimento da Sherlock  Holmes.  Così mi aggiro in un mondo qualificato, certificato nel minimo dettaglio, pronta a scoprire la magagna sotto gli occhi di tutti, proposta in modo che ognuno possa leggerla, ma forse non tutti capirla.

Tuttavia, l’altro giorno mentre mi aggiravo tra i banchi del supermercato, ho cominciato a vedere le etichette attaccate alle persone: avvocato, insegnante, maestra, elettricista, disoccupato. È stata la mattina dei mestieri. Tutti andavano con la loro targhetta scritta sulla spalla, sulla fronte o sulla schiena e la propria qualifica. Mi bastava girare attorno a qualcuno per scoprire: idraulico, ladro, marchettaro. Studente, bancario, assistente, commesso, sarta, operaio, impiegato, segretario, dattilografo, imbianchino, badante, tutti proprio tutti mi sono passati davanti agli occhi: medico, chirurgo, infermiera, ammalato, pensionato. Con i loro cartellini multicolori mi si presentavano muti nel loro essere nella società. Tutti segnalati, chiari, semplici, nella qualità di: dallo spacciatore al professore.

Questa cosa veniva notata esclusivamente da me. Provavo a coinvolgere qualcuno in una specie di gioco per provare di non avere allucinazioni solitarie ma invano.

A – gli altri erano immuni da quelle visioni;

B – chiedendo con discrezione e circospezione, effettivamente le etichette corrispondevano a verità.

Quindi:

-ero impazzita: sì;

– la cosa aveva un fondo di autenticità sociale;

-sulle prime mi era parsa divertente (per esempio spesso il volto e il corpo corrispondevano al mestiere o invece risultavano assolutamente incompatibili, così il chirurgo sembrava un macellaio e il professore, un muratore).

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Elisabetta Meccariello, False finestre n. 7: La Donna che respirava sott’acqua

foto di Elisabetta Meccariello

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La Donna che respirava sott’acqua aveva dei polmoni eccezionali. Un prodigio evolutivo che gli scienziati non riuscivano a risolvere. C’era chi spasimava il complotto governativo, chi bramava leggende metropolitane, chi alimentava la corrente della colonizzazione aliena. Molti furono gli esperimenti a cui la sottoposero, è straordinario, ripetevano, saremo in grado di curare malattie che ancora non conosciamo, acclamavano, il suo dna può svelare il mistero della vita, incensavano, potremo certamente diventare immortali! Un giorno uno spettabile esimio ecclesiastico illustrissimo eminente stabilì che non c’era niente da indagare, che era così e basta e tutti si inchinarono, si cosparsero il capo di cenere, deliberarono che era vero, non c’era niente da indagare, era così e basta e ben presto si dimenticarono della Donna che respirava sott’acqua. Nessuno ne sentì più parlare.

Si archiviarono i fascicoli, si bruciarono le foto. Ma chi è la Donna che respira sott’acqua, si interrogavano, non c’è nessuna Donna che respira sott’acqua, non è scientificamente possibile, è un’invenzione, è un’immaginazione, è pura fantasia. Così la Donna che respirava sott’acqua tornò nel suo acquario. Un bilocale in periferia fornito di tutti i comfort, meticolosamente arredato con materiali idrorepellenti. Vani erano i suoi tentativi di socializzazione. Quando i vicini scorgevano dallo spioncino la sua pelle raggrinzita, il volto rugoso, le mani squamose ecco che sprangavano i portoni, chiudevano a doppia mandata le serrature, fingevano di aver traslocato per sempre in un altro Stato. Iniziarono ad etichettarla come quella strana, quella diversa, quella che chissà cosa faceva, chissà cosa teneva in casa, chissà cosa faceva per vivere, quella da evitare, quella da nascondere alla vista dei bambini. Allora la Donna che respirava sott’acqua si sedeva accanto alla finestra e aspettava con affanno le giornate di pioggia. Si catapultava giù per le scale e correva correva correva nelle strade deserte, con la faccia al cielo, con la bocca aperta e finalmente respirava.

Respirava con ogni cellula del suo corpo, respirava con le inquietudini, respirava con le paure, respirava con le sue domande, con i suoi perché. Si abbandonava completamente e si lasciava trasportare dal fluire dell’acqua. Attraversava i canali, gli scoli, passava sotto i ponti, entrava nel terreno, nelle falde e scorreva scorreva scorreva fino a quando la corrente non la portava al mare. E una volta piombata nell’oscurità i pensieri le uscivano dalla testa, tutte le voci, tutti i sussurri si dissolvevano, tutti i tumulti che le comprimevano il cervello, tutti i mostri che le sbraitavano oscenità si vaporizzavano, semplicemente. Io non sarò, singhiozzava, io non sarò. L’oscurità la purificava. L’oscurità la nutriva. Un fluido nero attraversava i tessuti, le vene, gli organi, rigenerava le membra stanche. E l’oscurità la annientava. Disperdeva la sua unicità, il suo talento. La Donna che respirava sott’acqua evaporava, tornava al suo stato aeriforme, occupando tutti gli spazi. Evaporava. Evaporava e si ricongiungeva ai suoi pensieri, alle voci, ai sussurri, ai tumulti, ai mostri, le molecole si riunivano, si avvinghiavano, si legavano e piovevano di nuovo sulla terra, nelle strade deserte. La Donna che respirava sott’acqua tornava alla vita, iniziava una nuova straordinaria esistenza. Di solitudini, di assenze, di rimpianti. In un bilocale in periferia fornito di tutti i comfort, meticolosamente arredato con materiali idrorepellenti.

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© Elisabetta Meccariello

proSabato: Imre Oravecz, E dopo di te

Imre Oravecz, E dopo di te, da Settembre, 1972; Edizioni Anfora 2008, traduzione di Vera Gheno

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E dopo di te andarono e vennero i giorni, le settimane, i mesi e gli anni, e venni e andai anch’io, di paese in paese, di città in città, di stanza in stanza, e vennero e andarono anche le donne, le belle e le brutte, le alte e le basse, le abbondanti e le magre, le bionde e le more, le prosperose e le piatte, le pelose e le rasate, le forti e le deboli, le allegre e le tristi, le estroverse e le misteriose, le disinvolte e le impacciate, le intelligenti e le stupide, le profonde e le superficiali, le giudiziose e le sconsiderate, le sensibili e le indifferenti, le determinate e le caotiche, le bollenti e le gelide, le pudiche e le licenziose, le pure e le corrotte, le maestre del piacere e le dilettanti del godimento, le beniamine della sorte e le sventurate, e tutte hanno dato e hanno preso, hanno detto il vero e hanno mentito, mi hanno eccitato e mi hanno raffreddato, mi hanno soddisfatto e hanno lasciato un senso di vuoto, hanno risvegliato il desiderio e hanno provocato disgusto, hanno recato gioia e mi hanno straziato, mi hanno divinizzato e mi hanno maledetto, mi hanno accolto e mi hanno respinto, mi hanno liberato e mi hanno schiavizzato, mi hanno innalzato e mi hanno calpestato nel fango, mi hanno reso migliore e peggiorato, mi hanno infuso speranza e mi hanno fatto disperare, hanno giurato fedeltà e sono state infedeli, si sono messe al mio fianco e mi hanno abbandonato,e io ho fatto a loro stesso che loro hanno fatto a me, e ti ho tradito con ognuna di loro, perché ti amavo ancora, mentre cercavo di convincermi che ormai non ti amo più.

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© Imre Oravecz

proSabato: Imre Oravecz, Era un mattino ordinario

Imre Oravecz, Era un mattino ordinario, da Settembre, 1972; Edizioni Anfora, 2008, traduzione di Vera Gheno

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Era un mattino ordinario, né presto né tardi, una specie di transizione tra la notte e il giorno, anche se in esso già c’era il desiderio della realizzazione delle speranze di quel giorno e la previsione del dileguamento delle speranze di quel giorno, ma poiché eri a casa, con la tua presenza addolcivi tale transizione, e questo mi mise un po’ scioccamente di buon umore, ed eccezionalmente sentivo che quando afferravo qualcosa, la maniglia, il rubinetto, la tazza, lo spazzolino, o il coltello, allora ero io a tenerlo, e non quello a tenere me, mi vestii in fretta, dovevo andare da qualche parte, sbrigare una faccenda, tu, chinata, stavi montando i pezzi del tubo dell’aspirapolvere e, precedendomi nel compiere le cose da fare, ti stavi preparando a fare le pulizie quando, all’improvviso, mi venne in mente qualcosa, anzi, non mi venne in mente qualcosa, quindi così com’ero, in mutande e canottiera, montai sulla poltrona davanti alla libreria, per cercare e tirare giù quel libro in cui controllare quel qualcosa, e mentre stavo lassù in piedi con le costole sporgenti, con la pancia incavata, al bordo superiore del tuo campo visivo, nella luce storta che entrava in casa, inaspettatamente mi guardasti da sotto e inaspettatamente vedesti quant’ero dimagrito, e come chi vede qualcosa di spaventosamente nuovo, che prima non c’era ancora, e ora invece semplicemente c’è, inorridisti, eppure non era una cosa nuova, anzi, era molto vecchia, lo stigma del mio dibattermi tra il desiderio della realizzazione delle speranze, che era comparso e divenuto visibile anche sul mio corpo, come una qualche evidente anomalia che ormai non si poteva non notare.

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© Imre Oravecz

 

Giuseppe Ceddia Bestiario n. 10: Rapaci notturni

 

Pablo Picasso, Gufo su sedia e tre ricci di mare

BESTIARIO #10 – RAPACI NOTTURNI

Uccelli predatori detti anche strigiformi, si dividono in due famiglie: quella degli Strigidi (che comprende la civetta, il gufo, l’allocco, l’assiolo) e quella dei Titonidi (riferita alle molteplici tipologie di barbagianni).
Le famiglie comprendono varie sottofamiglie che, a loro volta, si dividono in svariate tribù; le tipologie di civette e gufi sono davvero moltissime.
Animali notturni e gotici per eccellenza, come non immaginarne l’ombra che si staglia immobile su un muro mentre l’animale su un ramo, immobile come certe volte il tempo, attende di attaccare la preda che ad esso sfugge! O meglio, tenta di sfuggire. Occhi che sono finestre sulla notte, ali che accarezzano il vento facendogli capire la loro dignità, becchi che squarciano e artigli che acciuffano, teste fisse di statue di un tempo ma lucide come i sicari con molta esperienza.
Simpatia catartica dello spessore umoristico, quelle teste ferme o scattanti sono come i bambini curiosi e dinamici, come la notte stessa, che ama chi l’ama e non la teme, detesta e schiaffeggia dolorosamente i nemici moralisti, coloro che non comprendono l’oscurità senza luna e senza stelle.
Vista e udito assai sviluppati, spesso i cimiteri sono la loro casa, non per confermare l’aspetto sepolcrale che portano a spasso come un mantello di dignità, ma per la tranquillità notturna dei luoghi in questione (i morti son da essi sorvegliati e dormono il sonno giusto della ragione) che rende favorevole la caccia a piccoli roditori, purtroppo senza scampo.
Dell’assiolo si occupò foneticamente il Pascoli nella raccolta Myricae («veniva una voce dai campi: chiù…»); sempre Pascoli scrisse della civetta («E sopra tanta vita addormentata dentro i cipressi, in mezzo alla brughiera sonare, ecco, una stridula risata di fattucchiera»); del gufo ne rammentò il carattere Thoreau in Walden («Il gufo mi faceva la sua serenata. Da vicino poteva sembrare il più triste suono della Natura, come se intendesse, a quel modo, stereotipare e rendere permanenti nel suo coro i rantoli di un essere umano»); i poveri allocchi nel Medioevo venivano inchiodati fuori dalla porta; si pensava infatti che tenessero lontani gli spiriti maligni. I suoi occhi fissi han fatto sì che il suo nome divenisse sinonimo di sciocco per alcuni umani che restano pietrificati di fronte a certe evenienze. E poi c’è il barbagianni, questo clown della notte dalla risata bambina, che desta i morenti e appisola i viventi.
Quante storie segrete contengono i cuori dei rapaci notturni, quante nenie dolci o mortali hanno in mente questi animali, amici con gli amici, nemici con gli stolti, poetici con tutti, saggi con la luna.

©Giuseppe Ceddìa

Giuseppe Ceddia, Bestiario N. 9: Cavallo

“Mercato di cavalli al palo” di Théodore Géricault

Giuseppe Ceddia, Bestiario N. 9: Cavallo

Fascio di muscoli tesi allo spasimo che saettano schiaffeggiando il vento, zoccoli che risuonano come treni sulle rotaie quando il terreno delle praterie consente guizzi magici e meravigliosi, possente delizia degli occhi e nobile andatura storica, il cavallo si erge come un imperatore nella valle dei dominatori.

Ce ne sono di leggendari, quelli che hanno concesso di essere cavalcati da grandi personaggi della storia, quelli che hanno donato o donano il loro seme da campione per lo sviluppo e la continuazione ereditaria di alto rango, quelli che – senza sella – son stati domati dai nativi americani prima che questi venissero sterminati dall’uomo bianco, ce ne sono di grandi e piccoli, di chiazzati e di tinta unica, da tiro pesante o da trotto.

Da sempre compagno di avventure dell’uomo, con lui ha diviso gioie e dolori, intense avventure reali o oniriche (come non rammentare il Ronzinante di Alonso Chisciano, alias Don Chisciotte della Mancia!), ha cavalcato nel sangue delle guerre e nei boschi per la caccia, ha servito fedelmente imperatori e fuorilegge, ha subito il sacrificio della morte tramite esecuzione con arma da fuoco quando, azzoppato, è ormai inutile e sarebbe solo sofferenza il restare in vita.

Ne hanno cantato le gesta molte ballate della tradizione, di questo animale si conosce il prestigio e la rettitudine, la fedeltà e il coraggio, lo schiumoso sudore che copre il manto come una coperta di sacrificio, dopo estenuanti corse per luoghi selvaggi e dimenticati dagli dei.

Con un colpo dello zoccolo posteriore ha ucciso molti stupidi umani che l’hanno provocato, potenza equina del disappunto; è animale dell’inconscio, freudiano simbolo fallico per chi con esso sviluppa contatti spirituali ma anche ossessivi (da rivedere il film Equus di Sidney Lumet, 1977, tratto dall’omonimo dramma del 1972 di Peter Shaffer, storia di un uomo che ama i cavalli e ne è ossessionato al punto tale da accecarne sei); d’altra parte anche l’accecamento è una forma di evirazione, come ben sapeva il caro Edipo.

Qui al sud, del cavallo, si usa mangiarne la carne; un sapore forte e deciso al contrario della carne bovina. Molti storcono il naso, si fanno buonisti per la nobiltà equina. Eppure ogni paese ha le sue usanze, vorremmo forse condannare i mangiatori di cani, di coccodrilli o di scarafaggi? Ogni animale ha dignità, dunque non credo abbia senso gerarchizzare.

Ricordiamolo protagonista dei romanzi cavallereschi e anche della destrutturazione parodica degli stessi; celebriamolo per la polvere che il suo passaggio alza nei deserti rocciosi, ricordiamolo per la grande lucidità e il possente spirito. Chi dorme in piedi (in senso reale e non per modo di dire) ha una storia che andrebbe raccontata.

 

 

©Giuseppe Ceddìa

Giuseppe Ceddia, Bestiario #8: Allodola

“Campo di grano con allodola” di Vincent Van Gogh

Giuseppe Ceddia, Bestiario #8: Allodola

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L’autore senese Federigo Tozzi apriva la sua raccolta di sessantanove frammenti, dal titolo Bestie (anno di grazia 1917), con l’allodola; lo stesso passeriforme chiude il testo nell’ultimo frammento, dimostrando in tal modo la struttura circolare dell’opera. Così scriveva Tozzi: «Che punto sarebbe quello dove s’è fermato l’azzurro? Lo sanno le allodole che prima vi si spaziano e poi vengono a buttarsi come pazze vicino a me? Una mi ha proprio rasentato gli occhi, come se avesse avuto piacere d’impaurirsi così, fuggendo».

Forse, in effetti, l’allodola conosce il punto esatto in cui si ferma l’azzurro, ciò che a noi umani non è dato sapere; umani che, come avrete notato, sono contraltare di questo bestiario, il quale dimostra – in molti casi – la loro inferiorità e la poca destrezza di fronte agli eventi, alla natura, alla stessa vita. L’animale sa vivere meglio!

Semi e vegetali sono i suoi pasti, a volte esagera con qualche insetto e si concede un meritato relax.

In passato questo uccello fu identificato con la figura di Cristo, soprattutto – come racconta Plutarco – nell’isola greca di Lemmo; il motivo derivava dal fatto che l’allodola si cibava di uova di locusta (che, in determinate simbologie, è emblema maligno).

Molto presente nella letteratura antica e moderna, l’allodola gioisce in cuor suo di tanta importanza e considerazione, a noi piace crederlo e ne sentiamo la sicurezza. Scriveva Baudelaire: «Felice chi può con un colpo d’ala vigoroso slanciarsi verso campi luminosi e sereni; colui i cui pensieri, come allodole, verso i cieli al mattino spiccano un volo – che plana sulla vita e comprende senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute».

Potremmo andare avanti di molto, rimanendo in ambito letterario. Il canto armonioso di questo animale ha stregato le streghe stesse; non a caso il suo verso è suono e immagine, è il suono che osserva gli amanti nella separazione («Il grido dell’allodola domani | dall’amor nostro ci disgiungerà», D’Annunzio) ma anche il motivo del gonzo che dallo “specchietto per le allodole” si fa traviare.

 

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 7: Cervidi

dipinto di Franz Marc

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Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 7: Cervidi

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Elencare tutte le specie che appartengono a questa famiglia di mammiferi artiodattili (alimentazione vegetale, zoccoli e corna “alberate”, molari assai sviluppati) sarebbe un’impresa enorme; tra le più conosciute, che a loro volta comprendono varie sottospecie, vi sono l’alce, il capriolo, l’huemul, il mazama, il cervo, la renna, il daino, il muntjak.

Li si trova in Europa, nelle Americhe, in Asia e in Oceania; in Africa risultano invece estinti. La renna, che spesso i fanciulli – nel loro immaginario – legano alla figura di Babbo Natale, ha un suo fascino particolare, traina la slitta del vecchio bonaccione che porta i doni e scende dal camino. L’alce, tra le specie più grandi della famiglia, assume a volte lo sguardo di un vecchio saggio mentre magari osserva il mondo che lo circonda; i caprioli sono alpinisti naturali, eretti sui monti come se poggiassero su superfici piane; il cervo ha l’occhio benevolo e quasi piangente mentre intuisce la presenza del cacciatore che dietro un albero, silenziosamente, lo fissa al fine di impallinarlo.

Esistono cervidi giganti e cervidi nani, sempre presenti da venticinque milioni di anni, ossia dall’epoca geologica dell’Oligocene; animali particolari, si guardano attorno sempre con circospezione, “fatatamente” – le specie più agili –  riescono a svanire in un batter di ciglia, quasi fossero creature misteriose venute fuori da un libro di esseri meravigliosi.

Attraggono per possanza e maestosità… e poi quelle ramificazioni, quelle corna incredibili, che sono alberi e antenne con cui si captano le stazioni universali e le lontane galassie sconosciute all’uomo. Nel detto comune della vulgata si definisce “cornuto” colui che viene tradito dal/lla proprio compagno/a; chissà cosa ne penserebbero i cervidi nell’apprendere che una parte così importante della loro fisionomia è stata utilizzata per definire sfortunati (e spesso stolti o ingenui) alcuni esseri umani. Forse riderebbero, forse proverebbero “dostoevskijana” compassione.

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© Giuseppe Ceddia

Paolo Triulzi, Filosofia Barbara #1

foto di Paolo Triulzi

PANTALONI CHIARI

Indossavo dei pantaloni chiari comprati un paio di anni prima e già andati fuori moda. La cosa mi metteva a disagio. Passavo il tempo a guardare compulsivamente i pantaloni chiari degli altri. Consideravo di non essere mai riuscito a somigliare a niente. Quando compro le cose che vedo in giro, poi su di me fanno sempre un’altra figura. Il risultato non raggiunge mai l’effetto desiderato.

È il punto di vista soggettivo che cambia la prospettiva. Mi ostinavo a cantilenarmi in testa questo. La settimana precedente l’avevo trascorsa considerando se suicidarmi, il problema di questa erano i pantaloni.

Mi misi in coda a uno dei bancomat presenti in stazione per prelevare cinquanta euro. Mentre ero in coda venivo pian piano avvolto dall’odore di alcol economico e fumo rancido dei barboni che campeggiavano sotto le tettoie della stazione. La mattina si mettevano a far colazione con birra e sigarette seduti sulle sedie smaltate di verde all’interno. Investivano con le loro folate quelli che arrivavano dai tornelli dei binari.

Presi i soldi dalla fessura di metallo e me li infilai in tasca. Me ne andai reprimendo un conato di vomito. Un barbone grasso con una gran barba nera, dopo essersi seduto a due metri da me, si era tolto le scarpe.

Uscito sul piazzale della stazione considerai se bere un caffè, ma avevo la gola sigillata dalla nausea. Soffiava finalmente un venticello fresco. Mentre attraversavo la piazza mi aspettavo che qualcuno mi fermasse per parlarne. Erano tre settimane che faceva costantemente un caldo afoso e impossibile e la gente non parlava d’altro. Ora che stava smettendo non fregava più a nessuno.

Attraversai la strada cercando il mio riflesso nelle vetrine circostanti. Volevo controllare ancora come mi stavano i pantaloni. Di merda, mi sembrava. Considerai se comprare un pacchetto di sigarette.

Arrivai in ufficio con dieci minuti in anticipo, la palazzina era vuota. Subito arrivò anche il mio collega. Non hai la cravatta, mi disse per prima cosa. L’ho dimenticata. Andiamo a bere un caffè, mi disse per seconda cosa. Al bar mi informò che il capo non ci sarebbe stato. Manco a farlo apposta, risposi. Programmi? Ho un paio di cose da sbrigare, per il resto pensavo di farmi i cazzi miei. Benissimo, risposi.

Dopo quattro ore ero di nuovo nella piazza della stazione. Volevo mangiare un panino. Forse un gelato. Camminai piano fino al centro della piazza, dove c’erano degli alberi e dei tavolini pubblici con le sedie.

A uno dei tavolini stava seduto un barbone piegato in due. Lui era seduto sul sedile mentre la sua faccia stava appoggiata al tavolo. Non si capiva se era vivo o morto. Inoltre fra la sua faccia e il tavolo c’era una pizza. Una pizza da asporto dentro un cartone aperto. Evidentemente la stava mangiando quando qualcosa era successo e lui ci era finito dentro con la faccia. In testa aveva ancora un cappello con la visiera.

Mi fermai a guardare la scena, domandandomi se l’uomo fosse vivo o morto. Considerai se non fosse il caso di chiamare il 118. Poi vidi che come me c’erano diverse persone in piedi intorno ai giardinetti a guardare.

Pensai, come probabilmente chiunque in quel parchetto, che l’ambulanza l’avrebbe potuta chiamare qualcun altro. Mi misi a studiare i dettagli della scena. Tipo quanti morsi mancassero dalla pizza. Oppure il grado di penetrazione della visiera nello strato di formaggio. Incredibile come il cappello fosse rimasto perfettamente calzato sulla testa. Mi distrassi un paio di volte sui pantaloni chiari di un tizio lì a fianco.

Poi il barbone tirò su la testa di scatto. Dei filamenti di formaggio gli pendevano dalla faccia rossa. Prese una gran boccata d’aria e starnutì. Le palpebre gli rimasero a mezz’asta. Tutti se ne andarono via.

Mi avviai verso la vetrina in cui mi ero specchiato la mattina. I pantaloni mi stavano ancora una merda. Forse  la settimana successiva forse avrei ricominciato a pensare al suicidio.

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Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

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È canide tra i felini; può essere bruna, maculata o striata. Il suo riso imita la voce umana da bambino isterico, la carne fresca ancora zampillante sangue attira il suo micidiale olfatto.

Questo animale, che certo non ha dalla sua un bell’aspetto – il buon Rosenkranz (allievo di Hegel) ne avrebbe potuto scrivere nell’Estetica del Brutto – è caratterizzato dal muoversi in branco, il quale fa paura anche ai felini più grossi; per parallelo un’unica iena può mettere in fuga anche un branco di lupi o sciacalli.

Con organizzazione matriarcale, questi netturbini della savana (al pari degli avvoltoi) amano rifugiarsi in tane altrui.

Estetica orrorifica, ghigno granguignolesco, stridente metallo infuocato della voce, passo claudicante di vecchio lussurioso e sconcio, viscido cane ingigantito, sozzo predatore del deserto, la iena si muove come se i suoi giorni fossero gli ultimi; non ha l’eleganza dei felini. Se questi ultimi danzano sulla terra, la iena inciampa tra le sue stesse zampe, eppur sublime è la sua apparenza; come sublime è l’ossimorico terrore piacevole che lo spettatore di cui parla Burke prova di fronte a un maestoso paesaggio montano o come il lettore di Lucrezio (tramite Blumenberg) sente a immaginar il naufragio nel De rerum natura.

Cane grosso, grasso e libidinoso, malato di lascivia che odora di sangue e carne maciullata, la iena ridens o macchiata (crocuta, crocuta) digerisce pelle e ossa delle carogne come un malato frullatore metà ferro e metà carne.

Come già ho detto, il loro è un clan, di quelli solidi e inquietanti, di quelli che non vorresti mai incontrare ma che, invece, nelle strade buie di periferia – sotto forma di uomini – ogni tanto si fan beffe del poveraccio di turno, della carcassa sanguinolenta non ancora morta ma già in spirituale decomposizione.

Pipistrello terrestre di dimensione maggiore, non ha ali ma solo mandibole che frantumano le ossa innocenti, spesso di bestie già morte… cadaveri già freddi.

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© Giuseppe Ceddia

 

Elisabetta Meccariello, False finestre n.5: Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre

foto di Elisabetta Meccariello

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Elisabetta Meccariello, False finestre n.5: Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre

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Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre. L’anno non lo ricordo. Ma in fondo che importa. Vogliamo davvero dare un senso al tempo? A chi interessa. Potrei essere morto in qualsiasi tempo e luogo. Adesso sono disteso in questa bara che nemmeno mi piace. Non è adatta alla mia fisicità. Non mi valorizza. Mi aspettavo una cassa più solenne, un legno più scuro. Non è cambiato niente in questa stanza. Gli antenati sono sempre lì penzolanti alle pareti. Mi fissano nelle loro cornici d’argento, mi giudicano, forse mi disprezzano. Mi aspettano. Per tutta la vita ho osservato quei sorrisi emblematici, quegli indici puntati, cosa cercavano di dirmi, cosa mi sussurravano la notte. E adesso dove sono. I loro volti sono così formali, si sporgono dalle intelaiature, posso scorgerne i lineamenti, i profili, i nasi aquilini, posso sentirne il respiro freddo sull’orecchio. Il colore delle stampe si sgretola, la polvere si disperde nell’aria. Mi parlano ma non riesco a comprenderli. E chi sono queste persone. Mi stanno tutti addosso. Hanno certe facce. Alcune non le ho mai viste. O forse non le ricordo. Forse non sono così importanti. Si rivolgono a me come se io avessi le risposte, come se con un cenno potessi dare un senso alle loro esistenze. Come se potessi risolvere le loro esistenze. Non ho deciso nemmeno la mia. O non lo ricordo più.

Mi guardano, qualcuno mi sfiora una guancia, mi tocca una mano. Ma prima? Mi hanno mai guardato così? Mi hanno mai toccato così? E io l’ho fatto? Posso percepire i polpastrelli che mi accarezzano, l’epidermide si squama, le cellule si dissolvono. – Tacete! Stanno dormendo tutti! – Tacete! Stanno dormendo tutti! Vorrei sapere chi ha scelto queste scarpe. Le odio. Sono scomode. Stringono sull’alluce. E chissà quanto tempo dovrò starci in queste scarpe. Ho un armadio traboccante di scarpe. Mi fanno indossare delle scarpe che detesto in una bara che nemmeno mi piace. Un uomo è immobile accanto a me. Mi scruta, muove le mani. Sta mimando qualcosa? Cosa vuole dirmi? Lo guardo attraverso le palpebre serrate. Adesso vedo tutto. Adesso vedo tutti. L’uomo non ha occhi e non ha bocca. È qualcuno che non ricordo più? È qualcuno che non voglio ricordare? È qualcuno che la mia coscienza ha strappato dalla mente? O forse sono io stesso, che mi sono perso, che non mi riconosco più, che non ricordo chi sono. Sei venuto a prendermi?, vorrei chiedergli. Sei venuto a ritrovarmi?, vorrei chiedergli.

Non sta succedendo davvero eppure è tutto vero. Il legno della bara scricchiola, si aprono le prime crepe. Un treno sfila sopra al ponte e io resto fermo a guardare le luci dal finestrino. Tutte le cose che ci siamo detti. Tutte le cose che ci siamo detti solo guardandoci. Dove sono finite. Sono morto quando ho scelto la strada in cui non c’eri tu. Anche se ho continuato a respirare, a mangiare, a dormire, ad amare. Sono morto tante volte. Continuo a morire in ogni tempo, in ogni luogo. Mi chiedo cosa resti. Di quello che facciamo, di quello che pensiamo. Io non voglio lasciare niente. Niente a nessuno. Nessun impegno, nessuna aspettativa, nessun segno. Non riesco a fermare i pensieri. Ne farei volentieri a meno. Dev’esserci un luogo in cui finiscono i pensieri. Un archivio immenso nel sottosuolo di un palazzo di periferia. Buio, umido. Gestito da qualcuno con spessi occhiali di tartaruga che usa Windows 95. Chi sono queste persone. Mi stanno tutti addosso. Piangono. Piangono. Le lacrime scavano i volti, riesco già a vederne le ossa. La pelle si scioglie, i frammenti colano sul pavimento. Cosa resta di quello che facciamo di quello che pensiamo, di quello che siamo. Dei frammenti che colano sul pavimento? Lo chiedo all’uomo senza occhi e senza bocca, lui non mi risponde, muove le mani, l’aria intorno a lui si sposta, con pesantezza, lo ingloba, io lo cerco, non lo trovo più, vedo solo le sue dita che ancora gesticolano, fino a sparire del tutto. Le cornici alle pareti si sbriciolano, gli antenati si polverizzano, le pareti stesse crollano, non c’è più niente, tutto intorno a me si dissolve, non c’è più niente, non c’è più nessuno. Apro gli occhi. Ai piedi ho delle scarpe che detesto. Sono scomode. Stringono sull’alluce. Potevano almeno lasciarmi scalzo.

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© Elisabetta Meccariello

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

 

La lunga e muscolosa coda rende agile il salto di questo marsupiale, il quale è sia bipede che quadrupede, a seconda dell’eventualità. Animale erbivoro, può pesare da uno a novanta chili.

Il mistero che, soprattutto nei bambini, suscita il suo marsupio è uno dei più antichi. Questa tasca addominale nella quale i cuccioli terminano il loro sviluppo accende sempre la curiosità, quella umana che assai spesso non comprende il mondo animale.

Esempio perfetto di mamma, il canguro lascia impronte giganti per tutta l’Australia, qualcuno dice che il colmo per questo animale è avere le borse sotto gli occhi; nel marsupio c’è una vita che si impadronisce dei piccoli, un’esistenza astratta di multiformi tenerezze, un’esperienza che rende estraneo il formicolio esterno.

Questo animale, poderoso ma simpatico, rivela un mistero nel suo nome; si dice che ai tempi delle spedizioni di Cook qualcuno chiese agli indigeni il nome di questo animale e loro risposero “can-gu-ru” (che nel dialetto indigeno significa “non capisco”).

La leggenda fu sfatata negli anni settanta del Novecento, quando la linguistica ha rintracciato l’etimologia del nome, ossia Guugu Yimithirr “gangurru”; da allora si sa che l’animale “boxeur” – simpaticamente ritratto con i guantoni in più di una vignetta – ha natali assai nobili e che i deserti, le steppe, sono i suoi regni.

Regni di pace dove l’erba è gustosa, dove i piccoli canguri giocano alla vita nel marsupio materno, dove l’ostilità esterna non penetra la crescita innocente di questi cuccioli che saranno, un domani, grandi divinità saltanti; riposano come guerrieri stanchi della battaglia.

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Giuseppe Ceddia