racconto breve

Caregiver Whisper 85

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Caregiver Whisper 84

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

proSabato: Gianni Rodari, La giostra di Cesenatico

Una volta a Cesenatico, in riva al mare, capitò una giostra. Aveva in tutto sei cavalli di legno e sei jeep rosse, un po’ stinte, per i bambini di gusti più moderni. L’ometto che la spingeva a forza di braccia era piccolo, magro, scuro, e aveva la faccia di uno che mangia un giorno sì e due no. Insomma, non era certo una gran giostra, ma ai bambini doveva parere fatta di cioccolato, perché le stavano sempre intorno in ammirazione e facevano capricci per salirvi.
«Cos’avrà questa giostra, il miele?» si dicevano le mamme. E proponevano ai bambini: – Andiamo a vedere i delfini nel canale, andiamo a sederci in quel caffè coi divanetti a dondolo.
Niente: i bambini volevano la giostra.
Una sera un vecchio signore, dopo aver messo il nipote in una jeep, salì lui pure sulla giostra e montò in sella a un cavalluccio di legno. Ci stava scomodo, perché aveva le gambe lunghe e i piedi gli toccavano terra, rideva. Ma appena l’ometto cominciò a far girare la giostra, che meraviglia: il vecchio signore si trovò in un attimo all’altezza del grattacielo di Cesenatico, e il suo cavalluccio galoppava nell’aria, puntando dritto il muso verso le nuvole. Guardò giù e vide tutta la Romagna, e poi tutta l’Italia, e poi la terra intera che si allontanava sotto gli zoccoli del cavalluccio e ben presto fu anche lei una piccola giostra azzurra che girava, girava, mostrando uno dopo l’altro i continenti e gli oceani, disegnati come su una carta geografica.
«Dove andremo?» si domandò il vecchio signore. In quel momento gli passò davanti il nipotino, al volante della vecchia jeep rossa un po’ stinta, trasformata in un veicolo spaziale. E dietro a lui, in fila, tutti gli altri bambini, tranquilli e sicuri sulla loro orbita come tanti satelliti artificiali.
L’omino della giostra chissà dov’era, ormai; però si sentiva ancora il disco che suonava un brutto cha-cha-cha: ogni giro di giostra durava un disco intero.
«Allora il trucco c’era, – si disse il vecchio signore. – Quell’ometto dev’essere uno stregone».
E pensò anche: «Se nel tempo di un disco faremo un giro intero della terra, batteremo il record di Gagarin». Ora la carovana spaziale sorvolava l’Oceano Pacifico con tutte le sue isolette, l’Australia coi canguri che spiccavano salti, il Polo Sud, dove milioni di pinguini stavano col naso per aria. Ma non ci fu il tempo di contarli: al loro posto già gli indiani d’America facevano segnali col fumo, ed ecco i grattacieli di Nuova York, ed ecco un solo grattacielo, ed era quello di Cesenatico. Il disco era finito. Il vecchio signore si guardò intorno, stupito: era di nuovo sulla vecchia, pacifica giostra in riva all’Adriatico, l’ometto scuro e magro la stava frenando dolcemente, senza scosse.
Il vecchio signore scese traballando.
– Senta, lei, – disse all’ometto. Ma quello non aveva tempo di dargli retta, altri bambini avevano occupato i cavalli e le jeep, la giostra ripartiva per un altro giro del mondo.
– Dica, – ripeté il vecchio signore, un po’ stizzito. L’ometto non lo guardò nemmeno. Spingeva la giostra, si vedevano passare in tondo le facce allegre dei bambini che cercavano quelle dei loro genitori, ferme in cerchio, tutte con un sorriso d’incoraggiamento sulle labbra.
Uno stregone quell’ometto da due soldi? Una giostra magica quella buffa macchina traballante al suono di un brutto cha-cha-cha?
– Via, – concluse il vecchio, – è meglio che non ne parli a nessuno. Forse riderebbero alle mie spalle e mi direbbero: «Non sa che alla sua età è pericoloso andare in giostra, perché vengono le vertigini?».

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

Caregiver Whisper 83

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

proSabato: Milena Milani, Diario inutile

Bisogna riabituarsi a scrivere.
È una cosa spaventosa, ma bisogna farlo. Quando si sono trascorsi giorni e giorni in cui il pensiero taceva, il cervello dormiva, ed era bellissimo esaurire se stessi gettandosi per esempio in mare, nuotare, scrutare l’acqua con la testa sommersa, magari con una di quelle maschere per pescare che si usano adesso; quando il tempo dell’estate è volato e sta volando, un pomeriggio, mentre sono le due, la spiaggia è deserta, ed io mi sono guardata al grande specchio dello stabilimento, ed ho avuto pietà di me, di quella tinta bruna che ho sul corpo, e sono diventata tristissima (il mare a onde grosse mi fa paura, se mi ci butto certamente annego), un pomeriggio, allora, ho ricominciato a scrivere.
Altra gente fa altre cose, le donne lavorano come gli uomini, io non ho che questo in mente, scrivere perché mi piace, e anche quando sembra che non mi piaccia più, non è vero, se materialmente non scrivo, accumulo sensazioni in me.
Sono seduta sulla sedia a sdraio della cabina, oggi c’è il vento, il mare ha un rumore fortissimo, piacevole ad udirsi. È difficile poter scrivere con un foglio sulle ginocchia, ripiegato in quattro e un libro come tavolino; anche la stilografica è una complicazione, ogni tanto l’inchiostro manca, ma oggi ho previsto tutto, ed ho portato un Botteghino speciale, nel suo astuccio brevettato, con una bella etichetta che dice «Flacon de voyage». Da stamattina ho detto: «Oggi scrivo».
Io sono una ragazza con molte idee, ma assai spesso svagata.
Ora, il fatto di avere vicino quest’inchiostro, e intanto di respirare l’aria, di sentire il vento sui capelli ogni tanto alzando gli occhi a guardare il mare, di scoprirlo verde smeraldo, con laggiù in fondo una lunga fascia blu, dove corrono veloci quattro barche a vela: tutte queste piccolezze danno alla mia mano una lievità, che se seguissi sino in fondo le teorie dello spazio in letteratura, direi con lasciare la pagina bianca, perché in questo bianco è già detto tutto.
Il sole va e viene, due nuvole giocano a nasconderlo, sono due di numero, rotonde e minacciose, il vento le sospinge, le nuvole ben volentieri si adattano al divertimento.
Io non ho nessuno davanti, solo il mare a una distanza di un metro, sono così vicina che se le onde aumentano dovrò tirarmi indietro. A sinistra c’è una barca di colore azzurro, si chiama Anita, accanto sono sdraiati due ragazzi, fumano, hanno maglie con maniche corte, uno porta un berretto blu elettrico. Vedo che quello del berretto al collo una sottile catena d’oro; sono due ragazzi rozzi e ben piantati; qualche volta fumando fanno anelli di fumo con le labbra.
Non è affatto difficile scrivere di cose vere che si vedono con veri occhi.
Il cuore, mentre la mano scrive, si limita a battere, ma io lo sento anche nella mano. Sento anche nel piede destro che ho passato perché sono caduta mi sono fatta male, il cuore è dappertutto e il suo palpito è particolarmente intenso quando io fingo di non intenderlo. I miei pensieri non sono solamente in testa: oggi mentre le nuvole, nel tempo che io scrivo, da due sono aumentate a quattro, a dieci, è dura verso la città, formano addirittura una muraglia cupa che il sole si sforza di forare, io sento che i pensieri, acuti come punte d’ago, sono scivolati in ogni zona remota del mio corpo, non ho potuto fermarli. Vagheranno sotto la pelle, per affiorare non so quando, in piaghe lontane.
Non sono fatta con braccia e gambe, come lo fui nei giorni scorsi o come ritornerò probabilmente ad esserlo. Guardo il bagnino con il berretto a visiera, si chiama Giovanni, e roseo, biondo; passa a chiudere gli ombrelloni. Gli chiedo: «C’è burrasca in vista?». Socchiude gli occhi, risponde: «Può darsi».
Vedo le ragazze con le cuffie gialle e rosa che si sono tuffate senza timore; il mare, da verde, sta diventando grigio. Un ragazzo ha raggiunto la boa, vi è salito, si è allungato lì sopra come se il mare fosse calmo. Oggi non verranno i bambini degli ombrelloni accanto al mio. Ho visto soltanto Silvio, che non si è spogliato, e correva con un secchio appeso a tracolla gridando: «Gelati».
«Mi dai un gelato?» gli ho chiesto.
Silvio ha vergogna e non si avvicina, guarda di sotto in su con gli occhi furbi e continua a gridare «gelati». Passa parecchie volte davanti alla mia poltrona, è un bambino con i capelli rasati, la pelle chiara. Ha quattro anni, è molto bello.
Decido di lasciare questo inutile diario marino; improvvisamente mi alzo, mi metto a correre per prendere Silvio, senza riuscirvi però.

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In «Nuova Stampa Sera», 16 settembre 1953.

Cesare Zavattini, Notturno 1960

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) nell’anniversario della nascita è dedicata la prosa proposta oggi e, per il mese di ottobre, la rubrica proSabato di «Poetarum Silva».

NOTTURNO – 1960 – Talvolta l’insonnia è la punizione per aver prolungato indebitamente il piacere del leggere, un piacere immediato a danno del sonno che è invece risparmio per dopo e non godi durante. Avevo guardato a lungo l’alluce, che usciva da in fondo al lenzuolo coi suoi movimenti in proprio. Non riuscivo a riempire lo spazio tra me e l’alluce, c’era una valle di assenza. Tirai su la gamba reinserendo l’alluce nel resto e la coperta assunse la forma di una montagna attraversata da un insetto, di cui cerco il nome da anni o meglio desidero cercarlo ma non metto in atto niente di risolutivo, non più grande del segno che fa la punta aguzza di una matita calcata su un foglio, non è facile catturarlo, con la vista si può scambiare per le… (parola che sapevo e si nasconde quando lo cerco; nel cercare le parole si compiono operazioni intraducibili in parole; con le parole si pensa secondo quelle che hai, se le avessi tutte a disposizione ne parlerei dalla mattina alla sera fino ad essere il giorno stesso ma c’è già il giorno); di fronte al mio dito, col quale per distrarmi gli impedivo di proseguire, l’invisibile puntolino si arrestava, deviava, retrocedeva, si gareggiò a lungo, finché il dito lo schiacciò, o meglio lo toccò involontariamente e lo rintracciai a stento sul polpastrello. Un sonnellino di una ora fu angustiato dal sogno che mi trovavo su un palcoscenico inopinatamente di fronte a un pubblico di occhi, nemici e amici aspettano che io apra bocca e non so la parte, ma perché lo accettano? e spero di essere un altro.

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Cesare Zavattini, Notturno 1960, in Straparole, Milano, Bompiani, 1967.

Caregiver Whisper 82

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Racconti per l’Alzheimer Fest #7

 

È possibile mettere insieme un Festival – fatto di risate, gioia e commozione – con l’Alzheimer? Qualcuno potrebbe pensare che sia un affronto, un’offesa, che le famiglie soffrono e che c’è ben poco da festeggiare. Beh, posso assicurarvi che non è così.
Quando ho partecipato all’edizione dello scorso anno, per la prima volta da quando mi occupo di mia madre Lucia, mi sono sentito “a casa”. Sapevo che lì, in quel parco, in mezzo a quelle persone, parlavamo tutti lo stesso linguaggio. Non c’era bisogno di raccontare nulla, perché per capirsi bastava uno sguardo. Per qualche giorno, per qualche ora, ci siamo divertiti, ci siamo rilassati, abbiamo vissuto la fatica e la sofferenza in una condizione di condivisione, lontano dall’abituale isolamento delle pareti domestiche. E, lo ammetto, mi sono anche commosso nel guardare il sorriso dei malati e di chi li accompagnava.
Un festival sull’Alzheimer serve proprio a questo: per dare sollievo a chi è rimasto impigliato e per far conoscere meglio questa sindrome, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni affinché possa spezzarsi lo stigma che colpisce il malato e i familiari che se ne prendono cura. È un tentativo di reagire al dolore, senza minimizzarlo. È un modo per dire che insieme, uniti, è possibile andare avanti, senza paura e senza vergogna. Perché insieme è possibile vivere la demenza con la leggerezza di una festa. Perché, come dice bene lo slogan di quest’anno, c’è un filo che ci lega e che ci scioglie: è che di amore non siamo vecchi.
Vi aspettiamo da giovedì 12 a domenica 15 settembre a Treviso. Consulta o scarica il programma definitivo.

Marco Annicchiarico

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Ti aspetto di là

Nell’esatto momento in cui è mancato il nonno, suo marito, mia nonna ha deciso che era ora di mollare. Qualche segno di Alzheimer già lo aveva dato: si dimenticava le cose, si arrabbiava con la badante, usciva di casa senza dire niente e noi a cercarla come dei matti in giro per il paese. In fondo, però, teneva duro. Il nonno era fisicamente sempre più debole e lei cercava, orgogliosamente, di essergli vicino a modo suo.
Poi si è spenta, quando lui si è spento. Non che sia morta, ma una parte del suo cuore si, se n’è andato insieme al suo Mario, quello che ha amato per 60 anni.
Ricordo ancora che di fronte alla bara aperta, gli si avvicinava dandogli un pizzicotto sul naso e dicendogli “io vado a dormire, ti aspetto di là” con una serenità disarmante. Forse per abitudine, forse perché l’amore non si spegne quando uno muore.
Dopo 3 mesi difficili a cercare di arginare la rabbia improvvisa, 3 mesi a sorvegliarla di giorno e di notte, decidiamo che la scelta migliore è trovare una casa di riposo adatta a lei.
Per fortuna si trova bene da subito nel nuovo ambiente, coccolata da tutti. È il ritratto della felicità. Ride e sorride continuamente, mangia (tanto!) diventando presto una delle preferite di tutte le infermiere presenti nel suo reparto.
Io e mia mamma, sua figlia, spesso anche mia sorella, andavamo a trovarla. Abbiamo sempre cercato di farle sentire la nostra presenza, tutti i giorni.
Festeggiamo i suoi 90 anni con una torta (ne mangia due fette, sempre stata golosa), le facciamo fare piccole passeggiate nel giardino attorno alla casa, la facciamo partecipare agli eventi della casa di riposo: balli, canti, gite. Dipinge, legge, colora.
Il declino è stato lento: prima la fatica a scrivere anche il suo nome, le gambe che non rispondono ai comandi semplici del camminare, la fatica a deglutire e mangiare da sola. Si scorda di noi, dei suoi figli, di suo marito, delle sue sorelle. Non sa più riconoscere chi siamo, alza le spalle quando le dico sono tua nipote, quando le mostro la foto di suo marito dice che è un bell’uomo.
Quello che più mi è rimasto impresso è stato vedere i suoi occhi azzurri che lentamente diventavano vuoti. Mi guardava, mi sorrideva, annuiva e rideva di ciò che dicevo. Ma non mi riconosceva più, non ero più la sua nipote.
La sua morte arriva una mattina di giugno, all’improvviso. Ero lì, con lei. Le ho tenuto la mano, ho pianto, le ho dato baci e carezze, cercavo di tranquillizzarla mentre le prendeva una crisi respiratoria, l’ennesima.
Quando mia mamma mi ha detto “è morta”, il mio cuore si è spezzato in mille pezzi.
Prima di morire le ho fatto ascoltare una canzone degli Afterhours, Grande. Diceva “bella, si”. Chissà se l’ha capita realmente. Chissà se ha capito che la dedicavo a lei.
Nel mio cuore resterà sempre il ricordo di quella nonna dai capelli argento e gli occhi azzurri. Quella nonna che cantava divinamente ma di ballare proprio non era capace. Quella nonna che ci rattoppava i pantaloni, ci attaccava i bottoni, che provava ad insegnarci a cucire ma senza riuscire a trasmettere la passione a nessuno dei suoi 5 nipoti.
Quella nonna che mi ha amata incondizionatamente, che mi ha aiutata a diventare, appunto, grande.

(C.B.)
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proSabato: Luigi Pirandello, Candelora – La carriola

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio a o non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia
dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno più serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento più sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un
tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei più gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tu i i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non
indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di più lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai più a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tu o intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue. (altro…)

Racconti per l’Alzheimer Fest #6

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Questi i primi due racconti.
Marco Annicchiarico

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Come Scarface

Nella mia città è presente un centro diurno che accoglie esclusivamente i malati di Alzheimer e di demenza senile. Un luogo di fiducia dove i familiari dei malati possono accompagnare i loro cari e distrarsi un po’ dal mondo in cui vivono a causa dell’Alzheimer. È un luogo dove gli stessi malati vengono stimolati attraverso la musica, con attività ludiche e ricreative, dove è presente un bel giardino e tanti volontari che se ne prendono cura. Insomma un vero e proprio asilo per bambini, destinato agli adulti.
Con mia madre avevamo stabilito dei turni: lei accompagnava il mio papà tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, e io lo andavo a prendere dopo pranzo. Ogni mattina gli facevamo la doccia e veniva preparato con la camicia stirata, pronto per recarsi “all’asilo”.
Aveva preso molto bene questa iniziativa: dispensava bacini e bacetti alle operatrici più giovani e faceva improbabili proposte di matrimonio a quelle più adulte.
Un giorno lo andai a prendere ma era più nervoso del solito. Non ho mai capito se riusciva ancora a riconoscermi, se capiva che io fossi sua figlia, ma sicuramente vedeva in me una persona di fiducia, qualcuno di cui potersi fidare. Forse, come qualcosa di sua proprietà.
Dopo averlo aiutato a indossare il cappotto e il cappello, mentre ci stavamo dirigendo verso l’uscita, mano nella mano, un’altra signora affetta da Alzheimer e ospite del centro ci sorpassò spingendoci un po’ di lato. Lui mi tirò la mano facendomi cenno di avvicinarmi e, con un tono degno di una scena del film “Scarface”, mi sussurrò: “Hai visto a quella lì? Lasciala perdere: è una pazza!”

(G.C.)
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Racconti per l’Alzheimer Fest #5

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Questi i primi due racconti.
Marco Annicchiarico

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La piscina

Oggi siamo andati a fare degli esami di controllo. Mia madre fa fatica a camminare, così decido di chiamare un taxi. Quando saliamo, il tassista dice che questo caldo non si può proprio sopportare.
Mia madre risponde che è proprio vero, che non vede l’ora di tornare in montagna, dove ha una villetta bella fresca, con il camino, la tavernetta e la piscina.
– Cavoli, anche la piscina? risponde il tassista.
– Certo, se no d’estate come si fa con questo caldo?
Io resto zitto, per non contraddirla, ma quando scendiamo le chiedo perché ha detto al tassista che abbiamo una villetta con piscina quando in realtà abbiamo solo un appartamento.
Lei prima sorride ma poi, quando capisce che ha raccontato qualcosa che non corrisponde al vero cambia espressione e dice a muso duro che devo imparare a farmi i cazzi miei.
– Cosa te ne frega a te di quello che dico? Ma devi sempre stare dietro a correggere se sbaglio qualcosa? E poi, se proprio lo vuoi sapere, questo qua quando lo rivedremo mai? Quindi, che cazzo ne sa lui se ho o no la villetta? E se lo rivediamo, la prossima volta gli dico che accanto ho anche il bosco con l’orto, va bene? E a te ti metto in quell’orto a zappare, almeno ti stanchi e la finisci di parlare.

(C.M.) (altro…)

Racconti per l’Alzheimer Fest #4

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Ecco altri due racconti.
Marco Annicchiarico

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Io e lui

Lui, mio marito, ha 86 anni e la demenza vascolare.
Io, sua moglie da 34 anni, ne ho 64.
Noi stiamo insieme da 43 anni, nel bene e nel male.
Noi due e una figlia meravigliosa.
Io che non sono più sua moglie, ma ora sono diventata sua madre.
Io che lo lavo tutti i giorni, che gli faccio il pediluvio per quei suoi piedi delicati.
Io e lui che restiamo seduti, lui sul water e io sul bidet, io e lui che aspettiamo.
Io che gli faccio il bidet, che lo asciugo bene e gli metto la polvere di riso per scongiurare decubiti e irritazioni.
Lui che adesso ha anche il fuoco di Sant’ Antonio, sulla pancia, sui fianchi e sulle natiche, perché il peggio è sempre in agguato.
Io che lo rado tutti i giorni e gli metto il dopobarba, perché mi è sempre piaciuto profumato.
Lui che mi guarda con quegli occhi, ormai di nessun colore, e mi chiede: quando viene Marina?
Lui che la sera non mi fa nemmeno sentire la tv, perché la sera è il momento in cui parla, parla, parla senza alcun senso.
Lui che non mi fa dormire la notte e non mi fa vivere il giorno.
Noi che facevamo tutto insieme, sempre con la valigia pronta.
Noi che ci piaceva ballare, sciare, nuotare, andare in bici, avere la casa piena di amici.
Io che amavo cucinare.
Io che non ho più una vita ma una sopravvivenza.
Io che in vita mia non avevo mai preso così tanti farmaci.
Io che sono quella che aspetta un giorno migliore.
Io che ho bella e pronta la domanda per il suo inserimento nella Rsa, una Rsa con i posti liberi.
Io che non ce la faccio a portarcelo.
Io che devo fare i conti solo con me stessa.
E i conti non tornano mai.

(M.M.) (altro…)