racconto breve

Caregiver Whisper 5

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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Caregiver Whisper 4

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 13: Formica

fonte sognipedia.it

 

FORMICA

Quando la si vede portare un pezzo di pane, grande il doppio del proprio corpo, ci si chiede se questo animale risparmiatore e operaio, non sia reincarnazione di un vecchio contadino dal naso rosso, buona forchetta e ancor più buon bicchiere di vino. In Walden − Vita nei boschi, Henry David Thoreau differenziava le formiche in rosse (repubblicane) e nere (imperialiste), le quali si danno battaglia; una battaglia che dura quattro pagine di libro. Ma la formica è anche esempio da seguire, saggezza estrema e grande senso del risparmio, è la mamma di tutti, quella che sa cosa fare per tirare avanti e non rischiare la fame improvvisamente, quella che pesca i prodotti più economici – non per questo inferiori – dalle mensole del droghiere, quella che accudisce e nutre i propri figli con la sua stessa carne.

Tuta blu del piccolo mondo, il grasso della fabbrica ha trasformato il blu in nero e la sua uniforme da lavoro è simbolo ancestrale della fatica del vivere. A quante formiche dovrebbe chiedere scusa un solo essere umano per averne uccise, anche involontariamente, a migliaia? Forse a tutte. In gruppo sono il quarto stato degli insetti, la resurrezione del marxismo, il pane caldo a cena; formiche alla riscossa, formiche senza sosta, apparecchiano il terreno di pane e lavoro, non oziano ma… negoziano, con la vita e i suoi stenti.

© Giuseppe Ceddia

 

Caregiver Whisper 3

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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Caregiver Whisper 2

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Caregiver Whisper

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer e sembra ormai a un passo dall’impossibilità di continuare una gestione “casalinga”.
Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre.
Se chiedo a Lucia «sai chi sono io?», risponde che non ne ha idea ma sa che con me si trova bene perché le ricordo suo figlio Marco. Da quando mio padre è stato operato, sono la persona che si prende cura di lei; sono il suo caregiver. (altro…)

proSabato: Luigi Malerba, La scoperta dell’alfabeto

Luigi Malerba, La scoperta dell’alfabeto

Al tramonto Ambanelli smetteva di lavorare e andava a sedersi davanti a casa con il figlio del padrone perché voleva imparare a leggere e scrivere.
“Cominciamo dall’alfabeto”, disse il ragazzo che aveva undici anni.
“Cominciamo dall’alfabeto”.
“Prima di tutto c’è A”.
“A”, disse paziente Ambanelli.
“Poi c’è B”.
“Perché prima e dopo?” domandò Ambanelli.
Questo il figlio del padrone non lo sapeva.
“Le hanno messe in ordine così, ma voi le potete adoperare come volete”.
“Non capisco perché le hanno messe in ordine così”, disse Ambanelli.
“Per comodità”, rispose il ragazzo.
“Mi piacerebbe sapere chi è stato a fare questo lavoro”.
“Sono così nell’alfabeto”.
“Questo non vuol dire”, disse Ambanelli, “se io dico che c’è prima B e poi c’è A forse che cambia qualcosa?”
“No”, disse il ragazzino.
“Allora andiamo avanti”.
“Poi viene C che si può pronunciare in due modi”.
“Queste cose le ha inventate della gente che aveva tempo da perdere”.
Il ragazzo non sapeva più che cosa dire.
“Voglio imparare a mettere la firma”, disse Ambanelli, “quando devo firmare una carta non mi va di mettere una croce”.
Il ragazzino prese la matita e un pezzo di carta e scrisse “Ambanelli Federico”, poi fece vedere il foglio al contadino.
“Questa è la vostra firma”.
“Allora ricominciamo da capo con la mia firma”.
“Prima c’è A”, disse il figlio del padrone, “poi c’è M”.
“Hai visto?” disse Ambanelli, “adesso cominciamo a ragionare”.
“Poi c’è B e poi A un’altra volta”.
“Uguale alla prima?” domandò il contadino.
“Identica”.
Il ragazzo scriveva una lettera alla volta e poi la ricalcava a matita tenendo con la sua mano quella del contadino.
Ambanelli voleva sempre saltare la seconda A che a suo parere non serviva a niente, ma dopo un mese aveva imparato a fare la sua firma e la sera la scriveva sulla cenere del focolare per non dimenticarla.
Quando vennero quelli dell’ammasso del grano e gli diedero da firmare la bolletta, Ambanelli si passò sulla lingua la punta della matita copiativa e scrisse il suo nome. Il foglio era troppo stretto e la firma troppo lunga, ma a quelli del camion bastò “Amban” e forse è per questo che in seguito molti lo chiamarono Amban, anche se poco alla volta imparò a scrivere la sua firma più piccola e a farla stare per intero sulle bollette dell’ammasso.
Il figlio dei padroni diventò amico del vecchio e dopo l’alfabeto scrissero insieme tante parole, corte e lunghe, basse e alte, magre e grasse come se le figurava Ambanelli.
Il vecchio ci mise tanto entusiasmo che se le sognava la notte, parole scritte sui libri, sui muri, sul cielo, grandi e fiammeggianti come l’universo stellato. Certe parole gli piacevano più di altre e cercò di insegnarle anche alla moglie. Poi imparò a legarle insieme e un giorno scrisse “Consorzio Agrario Provinciale di Parma”.
Ambanelli contava le parole che aveva imparato come si contano i sacchi di grano che escono dalla trebbiatrice e quando ne ebbe imparate cento gli sembrò di aver fatto un bel lavoro.
“Adesso mi sembra che basta, per la mia età”.
Su vecchi pezzi di giornale Ambanelli andò a cercare le parole che conosceva e quando ne trovava una era contento come se avesse incontrato un amico.

(1963)

 

Monica Dini. High-Tech

Napoli, metro Garibaldi, foto gm

Monica Dini. High-Tech da Angoli acuti, Tra le righe libri, 2017

Davanti al cancello guardò la casa nuova. Era verde. Una foglia di tiglio avresti detto. Era ostile, con larghe finestre, inferriate e siepi geometriche in un giardino troppo illuminato. Era sera, il freddo scricchiolava sotto le scarpe sporche di fango rappreso. Il ghiaccio irrigidiva l’erba come stecchi. Beppe stava davanti al cancello. Aveva suonato e aspettava che qualcuno gli aprisse. Tornava dal lavoro. Tornava a casa dopo una giornata di duro lavoro al freddo. Sui capelli, sulla giacca, sui pantaloni, una polvere chiara di calcina e schizzi d’intonaco erano testimoni. Solo la borsa del pranzo conservava intatto il celeste originario. Aveva le mani secche, rattrappite. Aspettava davanti al cancello che i suoi gli aprissero. Alzò gli occhi sulla facciata verde. Si sentì un ospite. Avevano traslocato da poco. Suonò di nuovo. Nessuna risposta. Aprì il cancello. Fece girare la chiave nella porta. Dopo un signorile e ben oliato cloc-cloc, la porta si aprì mostrando l’ingresso sfavillante di marmi e mobili high-tech. Beppe abbassò gli occhi. Un cane si arrabbiò nella strada. «Nessuno… come al solito…» Pensò. Guardò il riflesso delle pesanti scarpe antinfortunistiche sullo specchio del pavimento. Il fango formava rivoli di argilla rossa. Senza toglierle percorse il corridoio. Camminava curvo con le gambe un po’ allargate. Era per colpa della stanchezza che camminava così. Si vide grigio e spento nella specchiera scintillante.

Entrò nel salone. Più di dieci luci erano accese e rimbalzavano sui cristalli, sugli smalti, sugli acciai della casa nuova. Tanta luce era come un forte rumore. Guardò ancora le grosse scarpe sporche, percorse tutto il salone girando intorno all’appuntito tavolo di cristallo. Si voltò a guardare. Aveva lasciato un sentiero di orme rosse sui marmi lucidi. Tolse le scarpe senza slacciarle e le calciò via. Caddero in un angolo schizzando il muro smaltato. Presto si formò un mucchietto di fango lì accanto. Andò a farsi la doccia. Anche la stanza da bagno era lucida di cristalli e acciaio. L’acqua rimbalzava sul suo corpo, pungeva. Non somigliava al caldo abbraccio delle gocce rotonde della vecchia casa, là c’era poca pressione nei tubi e l’acqua arrivava con calma, un po’ fredda, un po’ calda, andava conosciuta. Regolata. Prese un accappatoio di spugna nuova. Era morbido, non asciugava. Era bianco intonato. Si strusciò bene e lo sporcò con i residui di calcina che non era riuscito a lavare via. Non funzionava ma era intonato. Prima di andare nella casa nuova sua moglie aveva buttato, in grandi sacchi neri, tutta la biancheria vecchia e, con piacere, soprattutto l’accappatoio viola fiorentina che asciugava tanto bene. L’ aveva vinto a carte al suo vicino di casa tifoso, era stata una bella sera da ubriachi. Camminando scalzo gocciolò fino in cucina, si versò un po’ di prosecco macchiandolo con il Campari. Il bicchiere era ovale. Quando bevevi ti cadeva sempre qualche goccia dai lati. Come ai vecchi. Un bicchiere che andava capito. Lo alzò e brindò alla sua immagine distorta nell’acciaio del frigorifero.

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Danilo Laccetti, La luminanza

foto gianni montieri

Danilo Laccetti, La luminanza

*

Nel punto in cui si trova illumina un quadrato; decisamente angusto, a metà tra il termine, piuttosto cupo, d’una rampa sotterranea e un lungo, basso, stretto passaggio di cemento che va a morire nel buio, non sa dove; resta accesa giornate intere a volte; a volte si spegne per ore. Chiunque passi è assai raro che le rivolga lo sguardo; non è malanimo, non crede affatto voglia comunicarle disinteresse o, peggio, disprezzo: svogliatezza, solo svogliatezza. Sulle scale i passi, ora frettolosi, ora annoiati, quando affrontano la lunghezza del corridoio, li avverte nervosi, direbbe quasi spauriti. Un profondo, interminabile silenzio segue.

       Ci sono giorni in cui avverte rumori di cui ignora significato e provenienza: fruscii si prolungano, s’animano soffi, ticchettii in mezzo a rabbiosi sbuffi; interrotti accelerano e di nuovo muoiono. Certi grumi di polvere sono capaci, a un tratto, di vorticare, formare mulinelli, che via via perdono forza, vanno ad adagiarsi da un lato, restando silenziosi per del tempo, salvo all’improvviso riprendere vita per una nuova, oscura forza che li muove. Crepe camminano sulla parete di fronte, brevi, capricciose; in un angolo una screpolatura ampia s’è aperta, lasciando precipitare in terra pochi frammenti di sé. In quel punto rivela una macchia; qualcosa di poco chiaro ha iniziato a gocciolare.

       Una sera eccolo, uno straccio di carta; scarto rugoso, biancastro. Rotolava lungo le scale, cosa fosse, non si sa; uno, due passi, si fermava. Le passò sotto, piroettò; un urto contro la parete e lì è rimasto. Ancora adesso.

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proSabato: Grace Paley, Desideri

Desideri

.   Vidi il mio ex marito per la strada. Ero seduta sui gradini della nuova biblioteca.
.  Ciao, vita mia, gli dissi. Il nostro matrimonio era durato ventisettenni, mi sentivo giustificata.
.  Lui disse, Come? Quale vita? Non la mia.
.  Io dissi, Ok. Non è mia abitudine discutere, quando le posizioni sono inconciliabili. Mi alzai ed entrai in biblioteca per vedere quanto dovevo.
.  La bibliotecaria disse 32 dollari giusti giusti, e ce li deve da diciotto anni. Io non negai. Perché non mi rendo conto del passare del tempo. Li ho avuti, quei libri. Ci ho pensato spesso. La biblioteca è appena a due isolati da casa.
.  Il mio ex marito mi seguì fino al banco della restituzione. Interruppe la bibliotecaria, che aveva ancora da dire. Per tanti versi, disse, attribuisco la colpa del fallimento del nostro matrimonio al fatto che tu non abbia mai invitato a cena i Bertram.
.  È possibile, dissi io. D’altra parte, se ben ricordo: primo, quel venerdì mio padre stava male, poi sono nati i bambini, poi ho cominciato ad andare a quelle riunioni del martedì sera, e alla fine è scoppiata la guerra. Dopo mi sembrava di non conoscerli più, i Bertram. Comunque hai ragione avrei dovuto invitarli a cena.
.  Diedi alla bibliotecaria un assegno di 32 dollari. Subito tornai a godere della sua fiducia: dimenticò il passato, lo cancellò dalla mia scheda, che è proprio quello che gli altri impiegati comunali e/o statali non avrebbero mai fatto.
.  Prelevai i due libri di Edith Wharton che avevo appena restituito perché era passato un sacco di tempo da quando li avevo letti e mi sembrava il momento giusto per rileggerli. Capitavano a proposito. Erano La casa della gioia e I ragazzi, che racconta di quanto sia cambiata la vita americana a New York nel corso di ventisette anni, cinquant’anni fa.
.  Ho un bel ricordo della prima colazione, disse il mio ex marito. Rimasi sorpresa. Prendevamo solo caffè. Poi rammentai che in fondo all’armadio a muro della cucina c’era un buco che si apriva nell’appartamento dei vicini. Loro mangiavano sempre pancetta affumicata. Questo conferiva alle nostre colazioni un’aura di grandiosità, senza peraltro procurarci difficoltà di digestione.
.  Quando eravamo poveri, dissi.
.  E quando mai siamo stati ricchi? Disse lui.
.  Oh, col passare del tempo, e l’aumentare delle responsabilità, non ci siamo mai trovati nel bisogno. Tu non ci hai mai fatto mancare niente, dal punto di vista finanziario, gli ricordai. I bambini passavano quattro settimane al campeggio, una volta all’anno, avevano dei poncho decenti, i loro bravi sacchi a pelo e gli scarponcini, proprio come tutti gli altri. Erano molto carini. La nostra casa era calda in inverno, e avevamo dei bei cuscini rossi e altre cose.
.  Io volevo una barca a vela, disse lui. Ma tu non volevi niente.
.  Non prendertela, dissi io. Non è mai troppo tardi.
.  No, disse lui, con molta amarezza. Può darsi che me la comperi, la barca. In realtà ho già versato una caparra per un sette metri. Quest’anno le cose mi vanno bene, e in futuro andranno anche meglio. Per te invece è troppo tardi. Tu non vorrai mai niente. (altro…)

proSabato: Aldo Buzzi, Spaghetti stracotti al ragù

aldo buzzi kok

Spaghetti stracotti al ragù

 

Quando ero piccolo, i denti d’oro, gli occhiali, la pancia mi sembravano segni di importanza, di bellezza. Al posto della pancia degli adulti avevo un buco, simbolo del fatto che non contavo niente, non avevo peso, autorità.
Alla una i primi bagnanti cominciavano a avviarsi verso la pensione. L’uomo con la pancia, denti d’oro e occhiali chiamò con un cenno il bagnino e si fece portare, lì in poltrona, sulla riva del mare, un piatto di pastasciutta. Abbondante. Al pomodoro. Con molto formaggio.
Forse gli spaghetti che il bagnino serviva sulla spiaggia non erano al dente. Ma che importava, con la fame che veniva dopo il bagno? Seguivo con gli occhi sbarrati ogni forchettata che, arrotolata a perfezione, passava dalla fondina ai denti d’oro; sentivo il sapore del pomodoro come se lo avessi avuto in bocca…
Poi è venuta l’età della conoscenza (degli spaghetti al dente) e infine quella delle crisi.
Ogni tanto sono preso da una violenta nostalgia della cucina delle mense (collegio, caserma, ufficio, ospedale), di un piatto di pasta «alla rovescia».
Corro in una trattoria qualunque, mi siedo, e senza nemmeno leggere la carta ordino uno spaghetto al ragù. Non lo chiedo espresso, e questo significa che sarà stracotto; e lo chiedo al ragù, che di solito considero un sugo da evitare, perché in quel momento è il sugo che desidero. Vorrei perfino gridare al cameriere «Mi raccomando, nel piatto freddo!» ma non ce n’è bisogno, il piatto arriverà gelato.
Divorati gli spaghetti stracotti al ragù − con piacere, devo dire − la crisi è passata. Per un bel pezzo tornerò a chieder gli spaghetti espressi, al dente, e a protestare se non lo saranno.
Qualcosa, in questa storia, ricorda lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Se un amico (il dottor Lanyon) entrasse nella trattoria sorprendendomi a mangiare avidamente gli spaghetti stracotti al ragù, l’analogia sarebbe ancora più forte.

 

da L’uovo alla kok, Milano, Adelphi, 1979 (2010 edizione di riferimento)

Monica Dini, Fuori dal mondo

Monica Dini, Fuori dal mondo

Racconto contenuto nella raccolta Angoli acuti , Tra le righe 2017; € 14,00

 

C’è un noce secolare nel campo davanti alla casa sulla collina. Ha un grande ombrello di foglie meno verdi ai primi di settembre. È sera. Sotto il noce la ciccia di un vecchio straripa dai fili di plastica rossa di una sdraio. Ha la canottiera arrotolata macchiata di sugo. Ha i piedi gonfi e sporchi, si vedono i segni scuri lasciati dalle ciabatte. Lo chiamano Sante. C’è anche sua moglie su una sedia a dondolo. Indossa una tunica chiara. Si chiama Ancilla. Li vedete? Lei prende il tabacco da una scatola di metallo che ha in grembo, carica con sapienza la pipa. Lui si toglie di bocca il sigaro lo gira per vedere se è ben acceso, ci soffia su per ravvivarne la brace. Scorreggia a lungo alzando un po’ la gamba.
«Ah… Bene!» – esclama girandosi verso la vecchia signora.
Lei agita un attimo un ventaglio di carta gialla. Poi senza guardarlo accende la pipa con un fiammifero di legno.

«Ti sono sempre sfuggiti i piccoli piaceri della vita. – dice lui sputando fumo a singhiozzi – Questo è il tuo problema. Non avremmo tutto quello che abbiamo se io fossi stato tanto schizzinoso. Se tu avessi levato merda tutto il giorno, per tutta la vita, avresti meno seghe. È certo.» Lui aveva avuto una piccola impresa di levatura pozzi neri. Lei aveva lavorato alle Poste.
Adesso sono in pensione. Ancilla ha accanto a sé un cesto di fogli colorati. Il ventaglio è un origami. Lei è brava a creare forme con la carta. Fiori, uccelli, giochi. Le ha insegnato una signora cinese che faceva le pulizie alla posta. E anche a tenere accesa la pipa è brava. Non è banale saper fare queste cose. Il canto dei grilli è un muro buio. Sante si alza a fatica dalla sdraio, si stira, si gratta il solco tra le natiche.
«Vado a pisciare e prendo il vino – dice rivolto alla moglie – Ne vuoi? No vero?»
«Sì … grazie …»
Ancilla guarda il cielo e fuma. È una sera diversa. Aspetta di vedere la Stazione Spaziale orbitante. Ne hanno segnalato il passaggio al telegiornale. Lei l’ha vista altre volte ma questa è speciale. Dovrebbe essere molto più luminosa del solito. Una rapida stella che incide la notte. Sante torna portando la carriola della legna. Dentro ha messo la bottiglia del vino e dei
bicchieri.
«Mi sembrava comodo – dice guardando la moglie – Così abbiamo un piano d’appoggio.»
«Come mai tanti bicchieri? – chiede lei versando il vino – Aspettiamo qualcuno?»
Il vecchio si lascia cadere sulla sdraio che cigola e oscilla.
«Vengono Lino e Mario. L’ho visti in piazza stamani.»

Ex colleghi di lavoro.
La pipa diffonde un aroma di pasticcini. È un tabacco da donne. La vecchia signora sorseggia il vino. Sa di ruggine. Rovina anche il tabacco.
«Potremmo provare a prendere il vino a quella cantina che ci ha segnalato mia sorella. Per cambiare.»
«Perché? Senti che vinello. Bello leggero. Non c’è verso che tu ci capisca nulla. Tutte le volte che ti decidi a berlo c’è qualcosa. Non ti piace la bevanda in sé è inutile … rassegnati io non cambio fornitore. C’è tanta acqua …»
Si sente vociare. Arrivano gli ospiti. Bisogna riceverli.
«Benvenuti – dice Ancilla – Tutto bene? Accomodatevi. » Non le rispondono.
«Sedete, prendete un bicchiere – dice Sante – Non c’è nulla da mangiare moglie? Salatini, patatine. Qualcosa.»
«Buono Sante! Abbiamo cenato ora – risponde uno dei compari.»
La vecchia signora è preoccupata. Sa che la stazione attraverserà il cielo in un istante. Non l’aspetterà se non sarà pronta. Porta agli ospiti dei salatini. Poi trascina la sedia al centro del campo. Da lì può vedere tutto il suo cielo. La pipa fuma ancora.
«Allora cosa mi raccontate di bello?» – incalza il vecchio.
«Sempre le solite storie di merda …» E giù tutti a ridere. Sono le loro battute. Ogni volta uguali.

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