Caregiver Whisper 90

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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16 agosto 2019

Qualche settimana fa Marta è venuta a casa per cucinare qualcosa di buono per Lucia. Non che la mia cucina sia pessima. Solo che, quando si mette Marta ai fornelli, alla domanda “com’è?”, mia madre risponde sempre aggiungendo una certa esclamazione alla sua risposta classica, che è “buono”.
M: «Lucia, com’è?»
L: «Buono, cazzo!»
Quando Marta si è messa ai fornelli, mentre tagliava a dadini peperoni e zucchine con una velocità che non mi è mai appartenuta, ha sorriso e mi ha detto: «Sai, pensavo che quest’estate potremmo portare tua madre in vacanza per una settimana.»
Io devo averla guardata un po’ di traverso, perché lei ha subito aggiunto: «Prima che tu dica di no, almeno senti cosa stavo pensando. Dopo puoi rispondere tutto quello che vuoi.»
Marta, in realtà, aveva già definito tutto. Aveva trovato sul Lago di Como due appartamenti, uno per Lucia e la badante e uno per noi due, entrambi quasi sul lungolago, a pochi passi dal mercatino, da un bar e dal supermercato. Per mangiare avremmo alternato dei pranzi a casa con dei pranzi al ristorante.
Mo: «Guarda, non lo so – le ho risposto appena ne ho avuto la possibilità -. Prima di decidere qualunque cosa, devo chiedere all’amministratore di sostegno se posso portare Lucia in vacanza. E comunque, visto che non ci sono molti soldi sul conto di mia madre, non mi va di spenderli per andare al lago.»
Ma: «Ma infatti non devi spendere i soldi di tua madre. Le facciamo un regalo e dividiamo le spese noi due. Secondo me Lucia si troverà bene.»
Mo: «Ti ricordo che l’anno scorso in montagna, nella casa dove è stata in vacanza per oltre vent’anni, il secondo giorno se ne voleva già andare via. Figurati in un posto nuovo cosa non andrà a combinare. Io non ho nessuna voglia di stare tutto il tempo dietro di lei, cercando di tranquillizzarla. Vorrei restarmene tranquillo almeno questa estate.»
Ma: «Ma se non provi, non puoi sapere come reagirà tua madre. Ci hai pensato che può essere l’ultima volta che riesci a portarla da qualche parte? Se no, cosa fai, la lasci tutto il mese di agosto a Milano con questo caldo?»
Ricordo che ho provato ad accampare altre giustificazioni, un eventuale parere contrario della neurologa, il mio stress grave, i ricoveri degli anni precedenti ma alla fine – in realtà – mi sono accorto che si trattava soltanto di scuse. Così, davanti all’esposizione entusiasta di Marta e all’organizzazione fin nei minimi dettagli, mi sono lasciato convincere. Anche perché quel può essere l’ultima volta che riesci a portarla da qualche parte continuava a risuonarmi dentro. Il caregiver vive sempre di sensi di colpa. Così, ho iniziato a pensare che, se fossimo partiti, almeno avrei evitato di vivere anche con il senso di colpa di non averla portata in vacanza un’ultima volta.
Ma: «Tanto – ha aggiunto, cercando di trasmettermi la sua positività -, se alla fine Lucia non si dovesse trovare bene o desse i numeri, la possiamo sempre riportare a casa. E pazienza se ci rimettiamo qualche soldo.»

Così, abbiamo preso un’auto a noleggio e siamo partiti in direzione del lago, con Lucia che ogni due minuti raccomandava a Marta di fare pinino o di andare piono che chi ci aspetta non scappa ma aspetta. Lei, seduta alle mie spalle, guardava il panorama e ci faceva sapere che per mangiare era più che disponibile ma per farsi un bagno nel lago, mi spiace, ma non era proprio cosa, visto che lei era già a posto: e poi, per dirla tutta, le faceva male la statua. E si sa che, quando una statua fa male, non c’è bagno che tenga.

Nei primi giorni, siamo andati a fare la spesa al supermercato, dove mia madre ha dimostrato di non aver perso la sua agilità nel furto dei chicchi d’uva. Ci ha provato anche al mercato ma, visto che la bancarella era sul marciapiede, non arrivandoci, ha allungato la mano per poi dire «Chella llà, chella llà». Così, il fruttivendolo le ha dato tre chicchi d’uva. E, mentre lui chiedeva se era buona, lei rispondeva che ne voleva ancora un po’ per riuscire a capirlo. Le abbiamo comprato anche un cappellino, per evitare che si prendesse un colpo di sole: ne ha provati di ogni forma e colore ma, alla fine, ne ha scelto uno azzurro, come il vestito che indossava in quel momento.
A differenza di quello che credevo, la vita di lago è piaciuta molto a Lucia. Anche se nell’appartamento mancava un corridoio da percorrere in lungo e in largo, la signora che incontra ogni giorno nella casa di Milano l’ha seguita e, così, hanno potuto continuare a dialogare allo specchio, una davanti all’altra.

Oggi, invece, abbiamo deciso di andare a mangiare al Ristorante La Cucina della Marianna che, in questi giorni, ci ha aiutato a fare in modo che durante i pasti Lucia potesse usare una certa esclamazione dopo l’aggettivo “buono”. Per farlo, però, vista la distanza, abbiamo deciso di prendere un trenino turistico, chiamato Trombetta Express. Siamo usciti di casa e ci siamo diretti verso il lungolago dove ho chiesto a Lucia se le andava di fare un bagno insieme.
L: «No, oggi l’acqua è fredda, aspettam dimane che magari è più calda.»
Dopo pochi minuti, abbiamo preso posto nella prima fila e abbiamo aspettato che partisse il trenino. Mia madre ha avuto da ridire anche sullo stile di guida dell’autista, tra un «Vai piano» e un «Ma che cazzo corri?». Per fortuna, però, lui non ci poteva sentire mentre noi, insensibili, ci siamo ritrovati a ridere insieme a lei, la mano sul cappellino per non farglielo volare via.

Una volta scesi, siamo andati a sederci nel giardino del ristorante. Lì, Lucia ha iniziato a mangiare senza fermarsi un attimo. Ha preso le olive, portate come antipasto, e ha preso a tirarmi in faccia i noccioli, uno dopo l’altro. Trovava la cosa divertente e così l’ho lasciata fare per un po’, prima di dirle che se continuava così non ci avrebbero più portato nulla da mangiare. Ogni tanto prendeva qualcosa anche dal mio piatto o da quello della badante, ovviamente con le mani, ché a volte le posate devono restare tali (cioè posate sul tavolo).
L: «Tu, vecchio, ne vuoi?», ha chiesto rubandomi delle girelle di melanzane e menta. Poi mi ha spiegato che ieri Marco l’ha portata qui e lei ha pianto tanto perché poi se n’è andato via. Pensava che non tornasse più ma, alla fine, sembra sia tornato da lei.

Sono stati giorni strani, una vacanza insolita e piacevole. Quando mia madre non ci sarà più, questi giorni al lago saranno una delle cose più belle a cui ripensare, nonostante la demenza che la sta spegnendo poco alla volta. E Marta, per questo regalo che mi ha fatto, non saprò mai ringraziarla abbastanza.

© Marco Annicchiarico

 

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