Variazioni bianche #5: testa da ponte

(tutte le citazioni da Moby Dick traduzione Cesare Pavese, Adelphi 1987)

«Ora, siccome l’occupazione di stare sulle teste d’albero a terra e in mare è molto antica e interessante, diffondiamoci qui un tantino.»
C’è in questo romanzo di vertiginose profondità marine qualche brusca virata in altezza, che contribuisce allo stordimento. Non basta rollare e beccheggiare, leggendo Moby Dick. Bisogna seguire creature colossali in fondo all’abisso e alzare la faccia vesto la testa d’albero della vedetta, da dove si ha il compito di osservare, fino all’ultimo istante dell’ingresso in porto, qualche balena da cacciare.
Ma la più alta delle altezze, da cui si rischia di fracassarsi le ossa cadendo, sono i monologhi di Achab. Preso l’abbrivio di una di queste letture, basta staccare gli occhi dal foglio per sentire la terra mancare sotto il piede.
Sono a Napoli. Ho ventiquattro, venticinque anni e per un anno vivo qui. È la prima volta che leggo Moby Dick: ogni tanto mi prende la frenesia di comprare libri enormi, I Miserabili è ancora lì che aspetta nonostante io giuri di amare Hugo sopra ogni cosa (c’è Notre-Dame, dico io, c’è Novantatré). Quindi ho questo libro enorme e un’estate torrida napoletana, e vorrei incontrare di persona chi dice che le stagioni a Napoli sono miti, ho appena finito un post laurea alla Federico II e ho consegnato la mia tesi, non mi resta che fare avanti e indietro per la sirena Partenope, ogni tanto mi schianto sulla sedia di un bar e tiro fuori questo chilometrico libro. Di cosa è successo una volta precisa ho un preciso ricordo: sono a piazza Bellini, do le spalle alla finestra dove qualcuno prova un brano al pianoforte (non ho idea di cosa sia), ho rifiutato un caffè troppo bioesoticamente elaborato e all’improvviso il capitano parla. I monologhi di Melville non andrebbero paragonati ad altre esperienze della letteratura, ma a qualche improvviso fenomeno di bradisismo, a un’avvisaglia di disastro naturale. La sapienza con cui Melville tratta la materia della scrittura si intensifica, quando Achab prende la parola con se stesso contro il suo nemico, in maniera quasi incandescente. Quando non è ben chiaro con quale lingua di fuoco sta parlando. Quando i suoi marinai hanno per lui un’ammirazione mista alla pietà che si prova per uno schiavo. Senza che mai le sue parole siano isteriche o acuminate. Il controllo, l’ipotassi. Come un condannato a morte con le idee ben chiare sull’aldilà.
Il pomeriggio canicolare è diventato una non meglio specificata sera con un fuoco in cima a un pennone.
Mi sono guardata attorno, rabbrividendo.
Tutto qui.
Non parlarmi di empietà, uomo. Colpirei anche il sole, se il sole mi recasse offesa.

© Giovanna Amato

2 comments

  1. Una pagina-impressione molto bella.
    Io a 41 anni ancora non l’ho finito. Ogni tanto ci provo, ogni tanto lo ricomincio, alcune pagine mi rapiscono per bellezza ma non riesco a completarlo. Un mostro troppo grande per me. Prima di morire se Dio vuole lo farò. E intanto gli altri romanzi, di ogni fattezza e genere scorrono, scorrono a decine, 50-60-70 romanzi all’anno letti per puro piacere… e questo continuo ad inseguirlo come Achab il suo mostro.
    Un saluto.

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