Living with Wolves: Hélène Grimaud, un’impressione

Documentario di Reiner E. Moritz, EMI 2002

C’è qualcosa di selvatico, nell’incipit del documentario Living with wolves dedicato a Hélène Grimaud, girato da Reiner E. Moritz nel 2002 per la EMI. Potrebbe essere l’ululato con cui la pianista aizza al dialogo i “suoi” lupi. Potrebbe essere il Rach2, che sotto le sue mani avanza montante nella sua straordinaria, irripetibile entrée prima che gli archi ne raspino il tema. Potrebbero essere proprio le sue mani, che artigliano gli accordi con un improvviso forte perché siano stabili come perni di un cardine: sono mani che articolano poco rispetto alla resa sonora, come se la forza fosse tutta interna alle falangi, tutta stipata tra il polso e il polpastrello. Sono mani che, durante la Chaconne in Re minore di Bach, corrono come insetti con una prodigiosa pulizia di suono.
Bambina curiosa e inquieta, Hélene Grimaud mette a dura prova l’inventiva dei genitori nel trovarle un’attività che canalizzi le sue energie. Dopo vari sport e la danza, che la impegnano “per un paio di lezioni, non di più”, il colpo di fulmine con la musica. Da qui il Conservatoire di Parigi, fino al concerto che la porta al decisivo incontro con gli Stati Uniti, verso cui prova per la prima volta un senso di “appartenenza e pace”. Ed è qui che si è “consacrata ai lupi”, fondando il Wolf Conservation Centre, dove oltre a ospitare esemplari diffonde attraverso incontri la consapevolezza che parlare della natura non è parlare dell’uomo all’interno della natura ma ragionare in termini di ecosistema e ambiente. E il rischio preso coi lupi assomiglia, in un’intervista, a quello preso ogni volta che ci si approccia a un concerto da studiare (bisogna arrivare a “trasportare le persone, o a irritarle”), a un’esecuzione, al semplice lavoro mentale che va fatto nell’avvicinarsi a un pezzo fino a conoscerlo cerebralmente molto più che con le dita.
“A undici anni”, traduco il meno liberamente possibile, “lavoravo al Preludio e Fuga in fa diesis maggiore di Bach, e vedevo una massa indistinta di rosso. Ero certa che tutti potessero vederla. […] Un brano può avere un colore corrispondente alla tonalità generale, altre volte accade nota per nota”.
Non è avara, Hélène Grimaud, nel farci entrare nella sua testa, come quando racconta il flow (così lo chiamerebbe forse qualche osservatore) dell’esperienza di registrazione: una forte eccitazione prima, e dopo una “nostalgia senza fine”, che ricorda con vividezza ogni passaggio, ogni cambiamento di spirito attraversato.
Il documentario è del 2002, prima che accadessero molte cose nella vita privata e professionale di Hélène Grimaud, come la celebre rottura con Abbado. Il punto focale della vita pianistica – e non solo – di Hélène Grimaud è adesso il Primo Concerto di Brahms, pezzo “necessario alla mia sopravvivenza, e non ce ne sono molti, due o tre forse. […] Un testamento per me, un requiem, denso e grave […], di potenza bruta”.
Un’esperienza personale, così come sul personale, sul corpo e sulla mente, si gioca la partita di ogni brano e di ogni scelta musicale della pianista. Così come in ogni intervista c’è spazio, come una biglia che prende la via di una strada di sabbia, per fare del pianismo, della costruzione di un repertorio e della carriera musicale una questione strettamente privata.
La tecnica, racconta in chiusura, va al di là della meccanica: “è architettare un brano e dargli vita durante l’esecuzione”. Molti possono mettere a curriculum un repertorio, spiega ancora. Ma pochi possono creare l’impatto. E non c’è dubbio, lungo le esecuzioni formali e informali che il documentario regala con o senza l’Oslo Philarmonic Orchestra, non c’è dubbio che Hélène Grimaud sia tra questi.

© Giovanna Amato

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