Gli Arcani Maggiori #14: LA TEMPERANZA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Temperanza, carta dell’armonia.

Temevo che non si sarebbe mai arrabbiata. Davvero, fino a stamattina avevo il dubbio che in lei non esistessero gli enzimi della rabbia, tanto riesce a mantenersi composta e gentile anche nelle occasioni ad alto tasso di pericolosità. Ha il dono mimico e facciale del disgusto, questo sì, ed è facile capire quando qualcosa la disturba. Ma i suoi nervi non hanno scatti, le sue parole non hanno violenza. È la vestale del controllo, la sacerdotessa della quiete e della buona educazione.
È la mia amica più cara, in una maniera che attinge ad altri tipi di rapporti e li fa suoi, come se il perimetro dell’affetto amicale non bastasse a definirmi le molteplici carte che a vicenda gettiamo sul tavolo della nostra familiarità: è la sorella che ha la mia dimestichezza, la madre che mi protegge, perfino la figlia per la quale ritrovarsi a pregare in silenzio anche senza avere il dono della fede. Ed è la maestra che fallisce a insegnarmi la dote della pacatezza, perché il mio cuore è tutta una baruffa, e la mia mente non assorbe nessuna scheggia molesta del reale senza dare in incandescenza nel giro di qualche istante.
La mia rabbia non si risparmia neanche con lei. Le ho inventate di tutte, per farla impazzire nel tempo. È alta e luminosa, per me, e tanta è la meraviglia di essere stata scelta alla sua confidenza che anche se sta parlando di aerodinamica delle noci io improvvisamente penso di essere uno scoiattolo e che lei mi stia giudicando per come le faccio ruotare per immagazzinarle nel mio buco di abete.
«Tu non sai cosa ho passato nella mia vita!», le dico, e vado giù a sciorinare i miei dolori stiracchiatamente attinenti alla questione da lei sollevata, umiliata dall’idea preconcetta che non possa capirli fino in fondo e attenta a mantenere su qualcuno di loro un alone di mistero per farli sembrare più sontuosi.
Lei alza gli occhi al cielo, parla più piano, o semplicemente smette di parlare. Aspetta che io rientri. Io rientro sempre, strisciando, non tanto perché ho contestualizzato la questione ma perché sono allo stadio appena precedente del sentirmi una cretina per averla aggredita.
«Sono come l’istrice di quel filosofo», le dico tanto spesso. «Ho freddo lontano dalla tua amicizia, ma se mi avvicino per riscaldarmi i tuoi aculei mi pungono.»
Lei non ha fretta, è una che agli appuntamenti arriva puntuale, non mezz’ora prima come me per essere sicura di poter fumare sette sigarette nell’attesa. Rispetta le scadenze, non mangia scatolette di tonno per una settimana perché non ha il tempo di cucinare o non consegnerà i documenti in anticipo di tre giorni. Porta rancore, ma il rancore non le brilla negli occhi anche mentre spegne la luce per andare a dormire. È diplomatica, e non sta zitta per molti secondi dopo una domanda nel terrore di dire qualcosa che la comprometterà per sempre. E soprattutto i suoi nervi non hanno scatti, le sue parole non hanno violenza, almeno non che io abbia mai avuto modo di vedere fino a stamattina.
Quando è arrivata in redazione, il mondo le ronzava attorno come un favo caduto dal ramo. Ognuno sembrava volere qualcosa da lei, l’universo si sarebbe sgretolato, se lei non avesse fatto la sua parte e quella di tutti gli altri insieme. La guardavo da lontano, dalla mia postazione, la sapevo immersa in problemi che loro non potevano conoscere, in paure che non li riguardavano e per i quali loro, infatti, non avevano la minima considerazione. Avevo chiara la sua interezza, mentre loro avevano chiara solo la sua apertura, le sue capacità, quel talento innato nel risolvere il regno delle bozze arretrate e degli inviti stampa da mandare e degli incontri con questo o quell’autore.
Mi sono alzata dal mio computer e mi sono avvicinata lentamente al capannello di persone.
«Puoi venire un secondo?», ho detto.
Ho avuto l’onore di essere la goccia che faceva traboccare il vaso. Mi ha guardata con un astio tale che ho sorriso, ho sorriso alla sua rabbia finalmente chiara e lucida come una mela.
«Che vuoi pure tu?»
Le ho messo una mano sul braccio perché lei capisse che ero solo io, esattamente io, che il perimetro all’interno dei nostri arti era una zona sicura.
Una minuscola piega delle sue sopracciglia strette denotava senso di colpa, il resto del suo sguardo era chiaro: le dovevo togliere quella cazzo di mano dal braccio, o se la sarebbe mangiata.
Non credo di averle mai voluto bene a quel modo. Finalmente si avvicinava così tanto ai miei aculei da pungersi con me.

© Giovanna Amato

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.