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Lettera all’autore #2: Anna Toscano – Una telefonata di mattina

 

Cara Anna,

è un po’ che volevo scriverti a proposito del tuo libro, sin da quando lo presentasti a Napoli da ‘Io ci sto’ con Antonella Cilento, ma i miei tempi di gestazione, il trasformare le impressioni che le letture mi suscitano in idee compiute e articolate, si stanno facendo sempre più lunghi e la loro messa a fuoco può durare anche molti mesi, ma tant’è.

La sensazione che la tua raccolta mi ha dato e mi dà, in questo lungo tempo in cui l’ho letta e ripresa più volte, è quella di un libro al cui centro vi sia lo stato d’animo dell’attenzione, attenzione verso tutto ciò che c’è, senza però mai disperdersi dall’io lirico che osserva e sente l’esistenza, anche sintatticamente è la centralità del tuo scrivere ad essere ben evidenziata. La sensazione è quella, dunque, di uno sguardo commosso e partecipe verso la vita e i suoi dettagli anche minimi, un’estetica, nel senso di percezione, del quotidiano che diventa un vero e proprio percorso esistenziale sino a farsi etica della parola e del vissuto (Non ditemi sempre/ l’ovvietà del male// lo vedo lo vedo/ il nero catrame dei nostri giorni// cerco un pertugio dove trovare/ l’ovvietà della decenza/ come uno specchio oblungo/ infallibile nel suo porsi). Mi sembra che le tue poesie, volutamente e dichiaratamente brevi, abbiamo tutti i pregi della brevitas – precisione, concisione, limpidezza – senza averne i difetti, oscurità ed eccessiva allusività. Ecco, per dirla in altri termini, nel tuo verso vi è un respiro breve, che quel che non ha in estensione, guadagna in intensità, in profondità del dettato. La tua antologia, pur nella varietà di scrittura e momenti di occasioni e di luoghi, mantiene una coerenza d’ispirazione e di visione che si fa cifra stilistica netta. I vari temi, quello del rapporto tra la parola e la cosa, reso esplicito sin dalla prima poesia in maniera paradossale e senza la presunzione di poterlo sciogliere del tutto, quello del viaggio e dei luoghi di volta in volta da te vissuti (Venezia, Milano, San Paolo, Bologna, Istanbul, Baires), la dimensione della distanza come cifra esistenziale (Una telefonata di mattina, appunto), quello della memoria personale (E poi ci sono le persone) – sotterraneo e persistente in quasi tutti i testi, un vero e proprio sentimento del tempo – la letteratura come vocazione e scelta esistenziale, la pratica rituale della lettura e della scrittura, sono resi con tocco impressionistico (nel senso alto del termine) e anche quando affrontano il dramma della malattia, del dolore e della morte sono risolti con levità d’immagini che riscattano anche il vissuto più doloroso. Una trattenuta ironia e, cosa rara nei poeti, autoironia in molti testi riesce a parlare al lettore con tono confidenziale, riducendo la distanza tra i testi e chi legge. Eppure vi è un sottofondo cupo, una consapevolezza che la parola, la scrittura, la lettura, la memoria, l’amore, gli affetti sono solo una parantesi, una sospensione rispetto al corso della vita senza perché, una vita, insomma,/ con dei perché, è quella che tu desideri. Il ‘buon tempo’ di cui tu parli, in uno dei testi più belli dell’intero libro, mi sembra essere una faticosa conquista, un’oasi di pace dopo una tempesta e prima di un futuro che si mostra incerto e imprevedibile. La tua parola vuole dire questo ‘buon tempo’, è essa stessa il buon tempo che la vita può concedere a se stessa (Portami dove sono già stata/ dove c’è un buon tempo/ tenerezza di cuore.// Portami dove sono già stata/ dove tutto ha un senso/ dove non c’è bisogno di.// Portami dove sono già stata). Forse l’aspetto che più mi ha colpito dei tuoi testi è la capacità di rivelare il dettaglio apparentemente marginale, casuale, che a un occhio distratto, impoetico, non si manifesterebbe, accostandolo, in alcuni versi, senza mediazione, all’immenso, a una visione che proietta il quotidiano in una sfera straniante e folgorante: la fatica e la gioia,/ le tue frittelle un’epifania. Quell’attenzione di cui parlavo all’inizio è la capacità di salvare il più piccolo dettaglio dall’oblio e dal vuoto che incombe. La tua poesia riesce a descrivere una traiettoria che nel suo procedere raccoglie e salva ciò che incontra per portarlo con sé. Dove? Apparentemente in un viaggio con infinite tappe e quasi dispersivo, ma, a ben vedere, in un luogo ben preciso geografico ed esistenziale. Non a caso l’ultima poesia del libro è intitolata Venezia, la tua città, la traiettoria quindi si mostra essere un ritorno, dove già sei stata, un viaggio accidentato, ma sicuro verso casa e con te, con le tue parole, i tuoi amori, le tue paure porti, per un attimo, anche noi che ti leggiamo. Grazie.

Francesco Filia

Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La vita felice, 2016, € 12,00

I poeti della domenica #224: Stefan Heym

Ma io passai il confine…

Ma io passai il confine.
Su per i monti, là dove c’era ancora la neve
su cui ardeva il sole traversando l’aria sottile.
E la neve penetrò nelle mie scarpe.

Nulla presi con me
se non il mio odio.
Lo coltivo, ora.
Ogni giorno lo innaffio
Con piccole notizie dai giornali
di piccoli omicidi,
sevizie secondarie
e innocue vessazioni.

È così che sono ora.
E non dimentico.
E torno a passare
su per i monti, che ci sia neve,
o che il verde della primavera copra le alture,
o il giallo dell’estate, o il grigio scuro
dell’autunno che attende l’inverno.

Allora sto nel paese che voglio liberare
con una fronte divenuta ghiaccio
negli anni in cui attesi.
Allora sono duri i miei occhi, solcata la mia fronte,
ma la mia parola è ancora lì, la forza del mio linguaggio
e la mia mano, che sa come guidare
la bocca di ferro della rivoltella.

Per le strade vado della città natale,
passando per i campi, che mi andarono persi,
su e giù, su e giù.

Stefan Heym
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Ich aber ging über die Grenze…

Ich aber ging über die Grenze.
Über die Berge, da noch der Schnee lag,
auf den die Sonne brannte durch die dünne Luft.
Und der Schnee drang ein in meine Schuhe.

Nichts nahm ich mit mir
als meinen Hass.
Den pflege ich nun.
Täglich begieße ich ihn
Mit kleinen Zeitungsnotizen
von kleinen Morden,
nebensächlichen Misshandlungen
und harmlosen Quälereien.

So bin ich nun einmal.
Und ich vergesse nicht.
Und ich komme wieder
über die Berge, ob Schnee liegt,
oder das Grün des Frühlings die Höhen bedeckt,
oder das Gelb des Sommers, oder das dunkle Grau
des Herbstes, der den Winter erwartet.

Dann steh ich im Lande, das sich befreien will,
mit einer Stirn, die zu Eis geworden
in den Jahren, da ich wartete.
Dann sind meine Augen hart, meine Stirn zerfurcht,
aber mein Wort ist noch da, die Kraft meiner Sprache
und meine Hand, die des Revolvers
eiserner Mündung zu führen versteht.

Über die Straßen geh ich der Heimatstadt,
über die Felder, die mir verloren gingen,
auf und ab, auf und ab.

Stefan Heym (da: Ich aber ging über die Grenze. Frühe Gedichte. Herausgegeben von Inge Heym, C. Bertelsmann Verlag, München 2013; prima pubblicazione su “Deutsche Freiheit”, Saarbrücken, 19 luglio 1933)

I poeti della domenica #223: Cees Noteboom, Figuur

 

Figuur

De bloem van de hibiscus duurt een dag,
ster van korstondig vuur in tegenspraak
van tuin en hemel, de man daarin een lichaam
dat zich weert, als elke bloem.

Wat hij niet weet: hoe waar dit alles is.
Is deze figuur wel echt
die in de laatste schijn van sterren buiten zit,
de bloem niet ziet, zich schroeit
aan het koud licht en in de tijdelijke
ochtend bloemen raapt van
zwarte grond en wijkt voor het geweld
van zonlicht?

De zin van row die in hem woekert
herdenkt een vriend, een virendshap
ie zijn maat verliest
tussen zo veel vergaan.

Wat zit daar nu, een man of een gedicht?

De postman in zijn gele hemd fietst tot het hek,
vertelt de wereld, geeft zijn brief af
aan een levende, weet niets van row of ziel.
Hij ziet de rode bloemen op de grond,
zegt het wordt heet vandaag,
verdwijnt dan in het licht

en dit gedicht.

 

Figura

Il fiore d’ibisco non vive che un giorno,
stella di fuoco fugace nel contrasto
tra giardino e cielo, l’uomo all’interno un corpo
che si difende, come ogni fiore.

Quel che non sa: quanto tutto ciò sia vero.
È reale questa figura
seduta fuori all’ultima luce delle stelle,
che non vede il fiore, si brucia
alla fredda luce e nell’effimera
mattina raccoglie fiori
dalla terra nera e cede alla violenza
della luce del sole?

Il senso di lutto che si espande in lui
ricorda un amico, un’amicizia
che perde misura
tra tanto perire.

Chi sta lì seduto, un uomo o una poesia?

Il postino in camicia gialla arriva al cancello,
racconta il mondo, consegna la lettera
a un vivo, ignora lutto e anima.
Vede i fiori rossi per terra,
dice: farà caldo oggi,
svanisce poi nella luce

e in questa poesia.

 

© Cees Noteboom, Luce Ovunque, Giulio Einaudi Editore, 2016 (traduzione di Fulvio Ferrari) – poesia proposta da Silvia De Marco

proSabato: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo

proSabato: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo

LA MACCHINA PER TRADURRE POESIE

Un poeta dei cosiddetti maggiori riceve una lettera con una poesia. È un mattino un po’ ventoso e la poesia è sua: una rivista gliel’ha tradotta in una lingua vicina. Il suo intuito linguistico gli suggerisce che la traduzione è pessima. Per cui, con la sincera intenzione di capire se si sbaglia, decide di mandare la versione straniera a un amico, professore, traduttore, poeta, miope. L’accompagna con un biglietto gentile in cui lo prega di tradurre quel testo nella loro comune madrelingua. Il poeta sorride, si direbbe malizioso: naturalmente ha omesso di menzionare l’autore della poesia.

Poiché il suo amico appartiene alla vecchia scuola delle poste, dopo neanche una settimana il poeta trova nella cassetta delle lettere una busta vergata con cura, contenente la risposta sollecitata. Dentro, il mittente non può fare a meno di notare con un certo stupore che si tratta di un testo relativamente semplice da capire per una persona sagace come il suo amato poeta, che oltretutto è un profondo conoscitore delle lingue, e tuttavia è molto felice di proporgli, sperando che sia di suo gradimento, una versione autoctona insieme ai sensi del suo più grande affetto. Senza perdere un secondo, il poeta comincia a leggere la traduzione. Il risultato è disastroso: analizzata con attenzione, questa terza poesia non ha più nessuna attinenza né con il ritmo né con il tono né con le immagini evocative dell’originale. Generalmente, lui si considera un lettore comprensivo verso le licenze poetiche altrui. Ma, in questo caso, non è che il suo amico si sia permesso qualche libertà, piuttosto sembra essersele prese tutte insieme. Le sottigliezze sono andate perdute. La dizione sembra poco chiara. Della sonorità, non è rimasta traccia. (altro…)

da ‘Quaderno di bordo’ di Franco Barcella (2014)

IL LUPO DI MARE

Con il fuoco azzurro negli occhi
narravo d’essere un lupo di mare
capace di pilotare un cutter
nell’acqua nera a fondovalle del cielo.

Fasciato nel mio nimbo di forza
senza un perché seguivo la rotta
che si traguarda sottovento
senza l’ausilio del loran e delle carte:
intanto anche nell’infinitudine
quel che è appare.

 

IN PORTO

Non riesco più a navigare
per le rotte nuove della vita.
Ho la testa sulle carte della morte!

Le donne e e gli uomini, a terra,
intanto continuano ad andare avanti
senza approdi ad una nuova sorte!

 

(altro…)

Caregiver Whisper 5

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

(altro…)

Michele Joshua Maggini, Esodo

Michele Joshua Maggini, Esodo, Round midnight edizioni, 2017

 

Zama

Dimentica delle piante i nomi,
il sangue si perpetua nelle spire del lignaggio,
come una semiretta perduto il punto.
Essendo padre e padre, legionario
perito nell’avvolgersi dei secoli,
ti attendi nelle risposte già veci
del tuo qualcuno.

Era a Zama la sconfitta
nella trappola del tuo stesso amplesso:
ma non scostasti il baricentro:
la finta di Canne: eri approdato
anche tu al punto immobile
per cui ogni volto ha il proprio volgere
nel perpetuarsi delle stagioni.
Già fummo polvere dispersa
nei polmoni della pietra.

 

Uomo, abbiamo chiesto altari per i nomi:
nominare è una religione che accorda una morte.
Uomo è un nome che richiama la terra
non scalfita dal tempo
tempo in cui abbiamo stipulato nuove
alleanze con la pietra e la materia.

Più mentre non c’è, perché attenda tu l’ora
della gestazione dell’idea, allora t’incunei
nel grembo delle madri: nel groviglio
di radici l’essenza
prematura di cui ti rendi padre.

E si è padre e figlio.

 

Ecco noi che fummo
per la nostra corsa all’uno:
immolati milioni; ed uno
è due sempre con organi in comune.
A perpendicolo, il nome che porti
della giada divenne l’istante e il punto
dell’asse, meridiano che sprofonda
nell’arteria di questa vita.

 

Nell’attesa che da un ieri ti confina, tutto
si trasforma e diviene:
l’acqua in sale, ferro in ruggine, verbo carne
e s’accetta, ma non è una rassegnazione.

Non è del mondo il dolore tuo che ti confina.
E, vedi, in fondo al buio c’è una luce
smorzata che irradia un buio più veloce del buio
dove si è tutto, ammassati.

 

Età dell’oro

(Ad ogni risveglio si compie l’omicidio
di ciò che ero ieri.)
Oro è ciò ch’è perso:
e si ricostruisce il passato, rovine
con le rovine, mito con altri miti e
così si immortala il nostro giorno stirpe era.

 

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora dal 2016 con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive articoli per la testata online «Midnight». È stato tra i menzionati, per la sezione inediti, del premio “Elena Violani Landi” 2016. Sue poesie sono risultate finaliste in altri concorsi come “PoverArte”. Esodo è la sua opera prima, vincitrice del concorso “Poié – le parole sono importanti” di Gallipoli.

Maria Borio, L’altro limite

Maria Borio, L’altro limite, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 76, € 13,00

La poesia di Mario Borio, dell’ultima raccolta edita da Lietocolle di cui ci occupiamo oggi, è una poesia che resta dentro la dimensione della densità, ossia della pregnanza di significati, in grado anche di addensare o ‘rendere fitta’ la trama che lega tra loro gli stessi. Programmaticamente l’autrice stabilisce una struttura non flessibile, anzi: ne riconosciamo l’impalcatura e, in seguito, la forma finita mano a mano che leggiamo; tentiamo, da lettori, di entrare in questa casa-poesia, di osservarne le fondamenta, lo scheletro e solo infine vediamo la casa stessa. L’invito è della poeta (p. 18):

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra,
statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini
nella mia mente. La forma è, non è ciò che volete
io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.

L’addensamento procede proprio tra parola, corpo e luogo; e prosegue così:

L’altro limite, solo l’immagine, mi hai detto, ma lo cancello
e lo riscrivo: lettere, vi dico, pensatele, in ogni lettera
guardate una parola come un piede di bambino
appoggiato alla mano della madre, quella mano
alla pancia e la pancia a un pensiero.

A volte seguo questo percorso perché una scena accada
e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede
che non vedete, anche nelle immagini
disordinate nell’etere sempre vi seguo,
un aereo silenzioso che rientra nell’hangar
o il cieco che arriva all’ultimo segno del braille.

Mi hanno detto di nuovo di fermarmi sulla forma,
la forma che se scrivi o vivi non è mai lo stesso.
Con i pensieri come unghie lego vite
disunite a schermo.

«L’altro limite» non è «solo l’immagine» suggerita dal tu ma sarebbe anche l’immagine dell’immagine dell’altro. La persuasione (del tu) di avere controllo sulle proiezioni che si hanno dell’altro; la necessità (dell’io) di un rovesciamento, di una cancellazione per ‘fare’ dello scrivere il nuovo centro focale da cui osservare la nascita della poesia. Questa nascita avviene, secondo la poeta, nel corpo; non nella forma-corpo ma nel corpo come (sempre) impalcatura da cui tutto nasce.
Diversa la sintassi, diverso è anche l’esito poetico per autori che utilizzano non la metafora della casa-spazio quanto lo spazio della casa come luogo poetico, con le appendici che diventano integralmente struttura; urbanesimo, paesaggio naturale e città, radunati insieme diventano testo. Questo è segno che alcune voci contemporanee si leggono e si influenzano a vicenda. Parlo, in relazione a Borio − come mi è già capitato di affermare per gli stessi che vado a citare − della poesia di Davide Valecchi, di Simone di Biasio e soprattutto di Carmen Gallo. In quest’ultima mi pare che il procedere (e la misura) siano diverse dalla forma del verso lunga che notiamo in Borio, ma che tematicamente vi siano forti affinità, a segnalare una congiunzione. (altro…)

Giada Giordano: tre inediti

 

Non averti e saperti comunque
saperti a giudizio
e alla notte chiedere consiglio
dei tuoi anni.

Sono stata nelle attese
che abbiamo dimenticato di vivere
alla tua porta, forse sull’uscio di casa
si è a stento visibili
senza una poesia.

 

*

La strada tu me la indicasti in salita,
v’era un cumulo di letame e agli angoli
stavano stagni di cherosene, liquefatta la noia
imputridiva dietro il grigiore delle abitudini
sussurrava oltre il sagrato e accorreva ai Salmi
la speranza, come il chiarore che insegue
l’alba o l’auto che fugge.
Allora fosti tu a districare i grovigli
e ad illuminare il giorno, sulla via
in capo al cielo coperto.

 

*

Poi ho lasciato la carta al termine della corsa
era in gioco in via dei Coronari un’eresia
costringersi così come a sciogliere un nodo
“siamo la corda e avviluppiamo all’esca”
le braccia persino ci stringono
a flettere la mano al suo indirizzo
sentirsi come l’anima retrocedere
quasi a sorreggere lo stipite, la porta,
un tuo sorriso.

.
© Giada Giordano

 

Giada Giordano nasce a Roma nel 1989. A tredici anni vince la Menzione d’Onore al Concorso Nazionale di Poesia “Un fiore per voi”, indetto dal Comune di Cervia. A diciotto anni scrive Sintomatologia e Simbolismo nella Visione Estetico-Decadente del XXI Secolo, che rappresenta, per lei, l’interfacciarsi con il mondo della saggistica. Nel 2014 viene selezionata per il corso di scrittura creativa indetto da Rai-Eri. Nel 2015 vince il Poetry Slam al Roma Fringe Festival. Suoi testi sono apparsi sulle riviste on line e cartacee «Voce Romana», «Euterpe», «Patria e Letteratura», «Our Poetry Archive», «Galaktica Poetike Atunis» e sul «Journal of Italian Translation». Alcuni suoi testi sono in attesa di pubblicazione sul prossimo numero di «Arcipelago Itaca blo-mag». Un ulteriore suo componimento poetico figura negli «Archivi del Centro Nazionale Studi Leopardiani». È risultata finalista in vari premi di poesia.

Antonio Lillo, Rivelazione (rec. di Clery Celeste)

Antonio Lillo, Rivelazione
(illustrato da Raffaele Fiorella)
Pietre Vive Editore

 

Rivelazione di Antonio Lillo (Pietre Vive editore, 2014), di cui è appena uscita una seconda edizione ampliata, è un libro che si scopre pagina per pagina, si rivela con pazienza nel suo susseguirsi di prose poetiche e poesie versificate. Un libro che richiama all’ascolto, come è la stessa delicata copertina del libro a suggerirci: un uomo di profilo con un enorme orecchio-cranio. Perché l’ascolto è una questione di pazienza e di costanza. Il tema centrale del libro è la malattia e la morte del nonno, contornata però da testi che analizzano anche il tessuto sociale, di una crisi che si accenna ma che è sempre costante, non solo a livello economico – lavorativo ma dell’esistenza propria, di una netta separazione tra un passato rurale faticoso ma certo come quello del nonno e una quotidianità fatta di sogni messi in scatole. Esemplari sono questi versi «Poi ha trovato il coraggio di prendere i suoi sogni e chiuderli in una valigia, li ha issati sulle altre scatole nel ripostiglio e si è trovato un lavoro» che parlano della scelta del fratello di andare via a lavorare e lasciar perdere il canto lirico, ed ecco il confronto con un passato duro ma certo come la terra «L’orgoglio di mio nonno/ è il suo lavoro la sua giovinezza/ selvatica nei campi./ Noi non eravamo mai stanchi/ mi ripete noi: lui/ e la sua generazione di braccianti.»
Lillo ha la capacità di affrontare qualsiasi tema, anche i più scomodi come la crisi o il sesso o il deterioramento quotidiano del corpo e della mente di un malato, ha la rara qualità di utilizzare l’ironia senza eccedere nel grottesco, di affrontare la vita con disillusione ma mai disincanto, con la possibilità di lasciarsi stupire sempre. Dice semplicemente le cose come stanno, non le abbellisce inutilmente, la verità prima di tutto. Ma questo non rende i testi meno delicati, anzi, è proprio quel suo sguardo diretto che nei testi si esprime con delicatezza e rispetto, per chi sta osservando.
I testi di Rivelazione sono dunque popolati di persone, dalla famiglia, la madre, il nonno, il fratello ai personaggi caratteristici del suo paese. È una poesia che guarda fuori, che osserva per poi tornare dentro. Ci si sente partecipi ma senza invasione dell’altro, quella cosa meravigliosa che si chiama empatia, dove guardando l’altro ci riconosciamo. La vera Rivelazione quindi è scoprirci in una dimensione tanto ferina quanto umana, nei piccoli gesti e in una poesia che appartiene al quotidiano, fatta di versi e prose poetiche che ci parlano con confidenza, con un linguaggio preciso ma comprensibile. E qual è la rivelazione del libro ce lo dice lui stesso con i versi della prosa che dà il titolo: «Ma non c’era niente da immortalare, nessuna rivelazione. Una creatura del buio, piccola e sporca ma senza difese, stava lì e fissava dall’alto tutti quei nemici che digrignavano i denti e provavano a ammazzarla, per il solo fatto d’essersi mostrata.»
La poesia quindi nasce dove gli altri non vedono niente, appunto nessuna epifania, mentre il poeta ci vede qualcosa, che sta lì e osserva tutti e dal buio si mostra.

© Clery Celeste

proSabato: Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia

proSabato: Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia

Quando un italiano, spinto da una inconsueta e incoercibile voglia, desidera legger un libro, ricorre a uno dei modi seguenti:
1) Lo chiede in omaggio, con un pretesto qualunque, all’editore.
2) Lo chiede in grazioso dono all’autore.
3) Cerca di farselo regalare da qualcuno che l’abbia ottenuto gratis dall’editore o dall’autore.
4) Lo chiede in prestito a un amico, col segreto proposito di non restituirlo mai più.
5) Lo prende in prestito da una biblioteca pubblica.
6) Lo cerca in una biblioteca circolante.
7) Lo ruba, se gli riesce, in casa d’un conoscente o nella bottega di un libraio.
Sol quando tutti questi sette modi falliscono o si dimostrano impraticabili e impossibili, sol quando ogni tentativo di ottenere il libro senza spendere un centesimo è frustrato, soltanto allora il nostro italiano, se il desiderio o la necessità l’assillano, prende una decisione eroica o sceglie l’ultimo e disperato mezzo: compra il libro con i suoi denari.
[…]

Lo sterminato esercito di coloro che, in Italia, non comprano libri, è composto così:
1) Dagli analfabeti.
2) Dagli imbecilli, mentecatti e dissennati.
3) Dalla turba dei marrani arricchiti, «al vil guadagno intesa».
4) Dai mondani ottusi che si contentano dei cocktails, delle canaste, dei cinematografi, dei campi di corse e simili per ammazzare il tempo che li ammazzerà.
5) Dai politicanti che si cibano soltanto di giornali di partito e di verbali di congressi.
6) Dai parassiti di vocazione e di professione, che pretendono di avere i libri gratis et amore Dei.
7) Dai piccoli borghesi e dai proletari, che trovan sempre il modo di spendere centinaia di migliaia di lire per vedere un film o per assistere a una partita di calcio ma che, a sentir loro, non hanno in tasca un lira quando si tratta di comprare un bel libro che darebbe un po’ di luce e di riposo alle loro povere anime.
A quale di queste non invidiabili categorie appartieni tu, gentile lettore?
.

© Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia, Firenze, Vallecchi, 1954

 

Barbara Pumhösel, da ‘In Transitu’

 

Ancora

il filo di tela di ragno
mantiene l’equilibrio
sospeso nell’aria. Il vento
muove soltanto un dito
……………………e l’acero
manda la prima foglia
a chiamare l’autunno.

 

*

L’amore è brina.
Alfonso Gatto

Favola

io sono la volpe
……………….tu sei l’uva
la mia lingua s’allunga
di giorno in giorno
il mio sguardo
è fosforescente ormai
sulle mie tracce
ciocche di pelo
vienimi incontro non posso
non voglio più tentare
di sfiorarti con versi
verticali in alto lassù
vienimi incontro sto
ardendo per un poco
di fresco per la prima
brina sulla tua pelle

prima che arrivi l’inverno (altro…)