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proSabato: Cesare Zavattini, Il solito passo e Alla porta

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

IL SOLITO PASSO – ottobre 1953 – Il solito passo lungo via Vasi, legnano eventi questo passo alle cinque in punto, un passo calmo e sonoro che sparisce verso la Nomentana; non sapevo chi era, sarebbe bastato alzarsi dalla sedia o dal letto e dare un colpetto al nastro delle tapparelle guardare attraverso le fessure, ma la pigrizia mi ha trattenuto fino a due mesi fa circa. Era un tale sui 40 anni il quale, siccome camminava in salita, faceva passi lunghi e lenti verso la gamba che stava avanti ed aveva una faccia di bucato appena lavata e forse mi sembrava tanto serena, perché la mia non era serena; aveva scarpe gialle pulite, calzini marron e una camicia bianca aperta, avrei voluto sapere dove lavorava, poi me ne sono dimenticato.
Che notte quieta malgrado la pioggia. Una notte vidi i ladri, quattro, uno col sacco vuoto sulla spalla e guardavano le finestre come fanno gli spazzacamini o i suonatori ambulanti ma appena videro me che credevo di essere nascosto nell’ombra fuggirono così veloci che con le loro scarpe felpate fecero il rumore delle pernici quando si alzano.

*

ALLA PORTA – 1953 – Ho visto un povero che suona alla porta, domanda se gli danno qualche cosa e la serva va dai padroni che stanno mangiando, padre madre e prole, la moglie dice che sono i soliti, o forse no, dice il figlio maggiore, la serva dice che l’uomo ha detto che ha un braccio paralizzato e uno di figli col tovagliolo davanti va a vedere, finge di aggiustare i libri nello scaffale dell’anticamera, dà un’occhiata al povero; anche a lui sembra e non sembra, più no che sì, il padre ci va lui, l’anno scorso Uno faceva lo zoppo e poi siccome il diavolo fa le pentole non i coperchi, dice, per caso il figlio l’aveva visto che se ne andavano più zoppo e contento con duecento lire in mano, il padre avrebbe voglia di testare il braccio all’uomo, gli fa qualche domanda ma in fondo ne sa come prima, non si presentano impreparati, questi tipi, certi si sfregano gli occhi con la cipolla per sembrare piangenti. La moglie, passata anche lei per l’anticamera, rientra in camera da pranzo per un’altra parte manifesta nuovi dubbi. Diamogli qualche cosa. Quanto? Ha una carta da cinquecento, è troppo, uno dei figli ne ha una da cento e la moglie dice che secondo lei bastano cinquanta mentre il figlio maggiore dice con spregio cosa sono cinquanta lire? Il padre trova stupida la frase del figlio, alza la voce, la serva porta le cento lire all’uomo che sta là.

Quando l’amore arde al condizionale: «La morte di Penelope» (nota di Paolo Steffan)

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Venezia, Marsilio, 2019, 95 pp., 12 euro.

Racconto all’apparenza leggero ma subito penetrante, La morte di Penelope di Maria Grazia Ciani (Marsilio 2019) gioca sulla superficialità di un velo per dare profondità al mistero dell’animo di una donna straordinaria: è Penelope, sposa di Odisseo e presidio incrollabile in quell’Itaca sprofondata nelle gozzoviglie dei Proci, perché rimasta da vent’anni senza Re. Tutti la ricordiamo infaticabile e insonne tessitrice, nel suo fare e disfare la tela grazie alla quale procrastinare la propria scelta e, così, pur assediata dai Pretendenti, mantenere la propria fedeltà a un uomo distante, forse morto. Nel nostro immaginario la conserviamo ferma nella sua immobilità, «pietrificata (…), prigioniera» di un «ruolo» (p. 27). Nessuno di noi ricorda una sua parola: solo il gesto della tessitura, per seguire semmai il filo di qualche lacrima rigarle la pelle non più fresca delle gote, ancora capaci d’altronde di affascinare chi sappia cogliere – dietro gli occhi maturi di Penelope – il suo cuore predisposto all’amore, la sua «bellezza senza tempo». Ma già questa è una soglia oltre cui la lettura di Omero ci impedisce di andare, se non con l’immaginazione.
Così Maria Grazia Ciani, dopo una vita da grecista, traduttrice raffinatissima di Omero (sue le belle edizioni Marsilio dell’Iliade e dell’Odissea), ci fa dono di ciò che da lei desideravamo: sapere come «potrebbe (…) o meglio: avrebbe potuto» (p. 95) tessere la propria tela Penelope, se per un momento si fosse tolta la «maschera austera di sposa fedelissima» (p. 9), quel velo che può renderla agli occhi di un gagliardo Antinoo «misteriosa e sfuggente» (p. 7) e perciò ancor più fascinosa. Così, tutta la prima metà del racconto è all’ottativo: lui e lei sono rapiti egualmente da un fatale desiderio. La felice soluzione narrativa – già impiegata in Mentre morivo da un Faulkner estremamente omerico – è di offrire brevissimi capitoli aventi per titolo il nome del narratore in prima persona, ora Penelope, ora Antinoo: in questo modo siamo facilitati nell’auscultazione di pulsioni che sono attimi, sguardi, che conosciamo all’origine, dalle viscere del sentimento che segretamente i protagonisti covano l’una per l’altro, da noi osservati pedissequamente attraverso un duplice punto di vista interno. Ecco che ci è svelato di pagina in pagina un «pensiero tormentoso» fatto di interrogativi («potrò mai vederla da solo a sola?», p. 19), un «pensiero dominante» (p. 48) che riconosciamo già leopardiano con la nostra sensibilità di posteri. E par proprio talvolta di star leggendo il canto omonimo, quando Antinoo, rapito dall’amore, si sente prigioniero di quel pensiero che non lascia requie:

Da che ti vidi pria,
di qual mia seria cura ultimo obbietto
non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
ch’io di te non pensassi? ai sogni miei
la tua sovrana imago
quante volte mancò? Bella qual sogno,
angelica sembianza,
nella terrena stanza,
nell’alte vie dell’universo intero,
che chiedo io mai, che spero
altro che gli occhi tuoi veder più vago?
Altro più dolce aver che il tuo pensiero?

(Giacomo Leopardi, Canti, XXVI, Il pensiero dominante, vv. 136-147) (altro…)

I poeti della domenica #398: Antonino Caponnetto, Senza titolo

 

Senza titolo

La verità che tante volte inseguo
è quella inafferrabile
di un dormiveglia quando è quasi l’alba,
perturbante pensiero e desiderio
che il risveglio cancella in un istante.
La cerco sul tuo viso mentre dormi.
E tu ti sveli come un singhiozzo.
Un nodo in gola, un vuoto, una morte.

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Antonino Caponnetto, in Agonie della luce, prefazione di Beppe Costa, Pellicano 2015

I poeti della domenica #397: Ferruccio Brugnaro, Non si può spegnere

 

NON SI PUÒ SPEGNERE

Il mio grido è una ferita angosciosa
.                   una grande ferita.
Il mio grido è un acido
.                   forte, deciso
entro una quiete millenaria
.                             di frustrazioni
una quiete piena di delitti.
Non chiedetemi, non chiedetemi
.                   di soffocarlo.
È dolore antichissimo
.         di profonde differenziazioni
.                   divisioni
.                   morti.
Non chiedetemelo, non chiedetemelo più.
Il mio grido è amore viscerale
.                   uguaglianza
di tutti gli uomini e i popoli.
Non si può, non si può spegnere.

.

da Ferruccio Brugnaro, Le follie non sono più follie, Seam 2014 e Pellicano 2017.

proSabato: Cesare Zavattini, Il contadino – 1950

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica «proSabato» sul nostro blog.

 

IL CONTADINO – 1950 – Un contadino arava e pensava: bevo o no? Il bottiglione dell’acqua era fra l’erba, all’ombra. Berrò quando avrò fatto il giro del campo, proverò più piacere, va’, disse alla mucca, e non guardò i tre aeroplani che passavano. Uno si staccò dagli altri come un’anguilla e il contadino non fece in tempo ad accorgersene che ta ta ta ta gli sparò addosso e quando il contadino si buttò a terra era già in alto. Le pallottole avevano fatto una riga di fumo a pochi metri da lui, il bue non si era mosso. Passavano tante volte, dopo qualche minuto si alzava del fumo a Viterbo. Sentì il bisogno di sedersi, ma il rumore dell’aeroplano cresceva invece di calare. Allora torna. Si mise a correre verso la quercia, male nella terra smossa. La mitraglia fece risuonare la quercia come una cassa. Teneva gli occhi chiusi e il naso schiacciato contro la scorza della quercia, da una finestra della casa gridavano il suo nome, sulla strada passava un ciclista che andava forte, forse adesso sparerà contro il ciclista, un passerotto volò dalla siepe alla quercia. Come poteva vederlo da lassù? Lo vedeva, infatti stava arrivando per la terza volta con un frastuono che cavava i visceri. Il contadino accennò un pianto falso, da bambino, con l’illusione di difendersi. Era passato dall’altra parte della quercia senza guardare l’aeroplano con la faccia vicino a un lumacone. Eccolo ancora. Ma era solo un effetto acustico, che sparì com si fossa chiusa una porta. Aprì gli occhi, cominciò a cercarlo nel cielo e non lo trovò subito, era un punto. Lasciò passare parecchio prima di muoversi.

 

© Cesare Zavattini, in Straparole, Bompiani, 1967.

I poeti della domenica #396: Roberto Lamantea, t’innevi/ in azzurri lacustri e rari

 

.                                    t’innevi
in azzurri lacustri e rari,
fiumi di cere e nevi
in lumi e ori,
da rive m’inorli,
da luce azzurra invaghita,
là nel selvoso manto
di neve smarrita, e di gioielli il bosco
contempla rami e pini;
t’innamori d’aria appassita
come un ciclamino.

.

Roberto Lamantea, in Xilofonie, 1994

I poeti della domenica #395: Roberto Lamantea, Se la dolcezza è delicata mimosa

 

Se la dolcezza è delicata mimosa
la ferita sanguinerà quarzo,
la memoria oscillerà da rèsine e cere.
La bellezza si specchia in pugnali d’oro.
L’alba gelata, le rose selvatiche,
i cardi velenosi lo sanno.
.

31-XII-1978 ore 21.35

 

Roberto Lamantea, in Xilofonie, 1994

proSabato: Gianni Rodari, La giostra di Cesenatico

Una volta a Cesenatico, in riva al mare, capitò una giostra. Aveva in tutto sei cavalli di legno e sei jeep rosse, un po’ stinte, per i bambini di gusti più moderni. L’ometto che la spingeva a forza di braccia era piccolo, magro, scuro, e aveva la faccia di uno che mangia un giorno sì e due no. Insomma, non era certo una gran giostra, ma ai bambini doveva parere fatta di cioccolato, perché le stavano sempre intorno in ammirazione e facevano capricci per salirvi.
«Cos’avrà questa giostra, il miele?» si dicevano le mamme. E proponevano ai bambini: – Andiamo a vedere i delfini nel canale, andiamo a sederci in quel caffè coi divanetti a dondolo.
Niente: i bambini volevano la giostra.
Una sera un vecchio signore, dopo aver messo il nipote in una jeep, salì lui pure sulla giostra e montò in sella a un cavalluccio di legno. Ci stava scomodo, perché aveva le gambe lunghe e i piedi gli toccavano terra, rideva. Ma appena l’ometto cominciò a far girare la giostra, che meraviglia: il vecchio signore si trovò in un attimo all’altezza del grattacielo di Cesenatico, e il suo cavalluccio galoppava nell’aria, puntando dritto il muso verso le nuvole. Guardò giù e vide tutta la Romagna, e poi tutta l’Italia, e poi la terra intera che si allontanava sotto gli zoccoli del cavalluccio e ben presto fu anche lei una piccola giostra azzurra che girava, girava, mostrando uno dopo l’altro i continenti e gli oceani, disegnati come su una carta geografica.
«Dove andremo?» si domandò il vecchio signore. In quel momento gli passò davanti il nipotino, al volante della vecchia jeep rossa un po’ stinta, trasformata in un veicolo spaziale. E dietro a lui, in fila, tutti gli altri bambini, tranquilli e sicuri sulla loro orbita come tanti satelliti artificiali.
L’omino della giostra chissà dov’era, ormai; però si sentiva ancora il disco che suonava un brutto cha-cha-cha: ogni giro di giostra durava un disco intero.
«Allora il trucco c’era, – si disse il vecchio signore. – Quell’ometto dev’essere uno stregone».
E pensò anche: «Se nel tempo di un disco faremo un giro intero della terra, batteremo il record di Gagarin». Ora la carovana spaziale sorvolava l’Oceano Pacifico con tutte le sue isolette, l’Australia coi canguri che spiccavano salti, il Polo Sud, dove milioni di pinguini stavano col naso per aria. Ma non ci fu il tempo di contarli: al loro posto già gli indiani d’America facevano segnali col fumo, ed ecco i grattacieli di Nuova York, ed ecco un solo grattacielo, ed era quello di Cesenatico. Il disco era finito. Il vecchio signore si guardò intorno, stupito: era di nuovo sulla vecchia, pacifica giostra in riva all’Adriatico, l’ometto scuro e magro la stava frenando dolcemente, senza scosse.
Il vecchio signore scese traballando.
– Senta, lei, – disse all’ometto. Ma quello non aveva tempo di dargli retta, altri bambini avevano occupato i cavalli e le jeep, la giostra ripartiva per un altro giro del mondo.
– Dica, – ripeté il vecchio signore, un po’ stizzito. L’ometto non lo guardò nemmeno. Spingeva la giostra, si vedevano passare in tondo le facce allegre dei bambini che cercavano quelle dei loro genitori, ferme in cerchio, tutte con un sorriso d’incoraggiamento sulle labbra.
Uno stregone quell’ometto da due soldi? Una giostra magica quella buffa macchina traballante al suono di un brutto cha-cha-cha?
– Via, – concluse il vecchio, – è meglio che non ne parli a nessuno. Forse riderebbero alle mie spalle e mi direbbero: «Non sa che alla sua età è pericoloso andare in giostra, perché vengono le vertigini?».

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

‘Il rumore del mondo’ di Benedetta Cibrario (nota di Patrizia Grassetto)

Benedetta Cibrario, Il rumore del mondo, Milano, Mondadori, 2018, pp. 756, euro 22

“Benedetta Cibrario sembra aver vissuto completamente immersa nella prima metà dell’Ottocento”. Questa è una dichiarazione spontanea che si può pronunciare dopo la lettura di questo romanzo ambientato nel Risorgimento e che meritatamente è arrivato tra i finalisti del prestigioso Premio Strega, romanzo le cui immagini costruite dall’autrice passano innanzi come in uno spettacolare film in costume.
La narrazione si svolge sciolta, con levità nella sua ricchezza di eventi, dove il filo della vita scorre con il filo della seta. È d’interesse la capacità di raccontare ambientando con precisione la storia, nei fatti realmente accaduti, nell’evolversi del tempo storico risorgimentale della vita contadina ma anche dell’industria che sta nascendo, in particolare nelle filande, trattando di riflesso anche i temi di una nuova nascente economia con un approfondimento che stupisce.
Pur essendoci una protagonista dichiarata, tutti i personaggi sono sviluppati in modo tale da non risultare secondari: ne viene descritto l’aspetto fisico ma soprattutto l’aspetto caratteriale, il lato emotivo, la sensibilità interiore mostrando i comportamenti con una ricchezza di particolari da farli sembrare reali, in carne ed ossa, e quasi filmici.
È evidente quanto l’autrice si sia documentata e immedesimata, quanto abbia indagato le fonti e quanta ricerca ci sia dietro un romanzo così completo che, pur essendo corposo nel testo, si legge senza attese, da subito, anche per la capacità di toccare con la narrazione temi diversi, ad esempio quelli dell’educazione femminile e del ruolo della donna all’epoca.
Anne Bacon è una fanciulla inglese cresciuta, assieme alla sorella, da una istitutrice democratica, convinta che qualcuno avrebbe dovuto sollevare il tema dell’istruzione femminile e che le ha aperto gli occhi sul mondo. Anne e Grace sono figlie di un ricco mercante di seta rimasto vedovo in giovane età; impegnato nel suo lavoro − che anche la figlia Anne imparerà a conoscere − è però molto amoroso con le figlie.
Divenuta adulta Anne conoscerà l’ufficiale piemontese Prospero Carlo Carando de Vignon, i due si innamoreranno decidendo di convolare ben presto a nozze. L’ufficiale verrà però richiamato in Italia per cui la moglie dovrà affrontare il viaggio verso la nuova casa a Torino da sola, con la fida cameriera Eliza e l’accompagnatrice Therese Manners, donna viaggiatrice, dalle mille curiosità, tanto da affermare: «Il viaggio è il più filosofico dei piaceri, perché si può viaggiare tanto sulle strade carrozzabili, tanto sui propri pensieri». Ne risulta una figura moderna, attuale, per l’epoca una donna evoluta, che pensa con la sua testa senza costrizioni, aperta verso il mondo.
Durante il viaggio Anne contrarrà il vaiolo. Dovrà sospendere il percorso e fermarsi per affidarsi alle cure premurose di un medico di paese. Si salverà dalla malattia, dopo sofferenze nel corpo ma anche nello spirito; questa le lascerà delle cicatrici deturpando la delicatezza della sua bellezza, mettendo addirittura in crisi la sua unione coniugale. Nulla sarà infatti come sperato per lei.
Giunta a Torino conoscerà il suocero burbero e tradizionalista con il quale dovrà convivere sotto lo stesso tetto. Percepirà lì come i segni lasciati dalla malattia, che poi nel tempo si affievoliranno, siano per tutti un problema, eppure la saggia Therese le suggerirà «che la bellezza è uno strumento che manovrato malamente può essere di impaccio più che di aiuto. Non fate affidamento sull’avvenenza, appoggiatevi a qualche altra cosa». Una sorta di presagio, questo suo, e un augurio: per guardare “dentro e fuori” dal rumore del mondo. (altro…)

proSabato: Milena Milani, Diario inutile

Bisogna riabituarsi a scrivere.
È una cosa spaventosa, ma bisogna farlo. Quando si sono trascorsi giorni e giorni in cui il pensiero taceva, il cervello dormiva, ed era bellissimo esaurire se stessi gettandosi per esempio in mare, nuotare, scrutare l’acqua con la testa sommersa, magari con una di quelle maschere per pescare che si usano adesso; quando il tempo dell’estate è volato e sta volando, un pomeriggio, mentre sono le due, la spiaggia è deserta, ed io mi sono guardata al grande specchio dello stabilimento, ed ho avuto pietà di me, di quella tinta bruna che ho sul corpo, e sono diventata tristissima (il mare a onde grosse mi fa paura, se mi ci butto certamente annego), un pomeriggio, allora, ho ricominciato a scrivere.
Altra gente fa altre cose, le donne lavorano come gli uomini, io non ho che questo in mente, scrivere perché mi piace, e anche quando sembra che non mi piaccia più, non è vero, se materialmente non scrivo, accumulo sensazioni in me.
Sono seduta sulla sedia a sdraio della cabina, oggi c’è il vento, il mare ha un rumore fortissimo, piacevole ad udirsi. È difficile poter scrivere con un foglio sulle ginocchia, ripiegato in quattro e un libro come tavolino; anche la stilografica è una complicazione, ogni tanto l’inchiostro manca, ma oggi ho previsto tutto, ed ho portato un Botteghino speciale, nel suo astuccio brevettato, con una bella etichetta che dice «Flacon de voyage». Da stamattina ho detto: «Oggi scrivo».
Io sono una ragazza con molte idee, ma assai spesso svagata.
Ora, il fatto di avere vicino quest’inchiostro, e intanto di respirare l’aria, di sentire il vento sui capelli ogni tanto alzando gli occhi a guardare il mare, di scoprirlo verde smeraldo, con laggiù in fondo una lunga fascia blu, dove corrono veloci quattro barche a vela: tutte queste piccolezze danno alla mia mano una lievità, che se seguissi sino in fondo le teorie dello spazio in letteratura, direi con lasciare la pagina bianca, perché in questo bianco è già detto tutto.
Il sole va e viene, due nuvole giocano a nasconderlo, sono due di numero, rotonde e minacciose, il vento le sospinge, le nuvole ben volentieri si adattano al divertimento.
Io non ho nessuno davanti, solo il mare a una distanza di un metro, sono così vicina che se le onde aumentano dovrò tirarmi indietro. A sinistra c’è una barca di colore azzurro, si chiama Anita, accanto sono sdraiati due ragazzi, fumano, hanno maglie con maniche corte, uno porta un berretto blu elettrico. Vedo che quello del berretto al collo una sottile catena d’oro; sono due ragazzi rozzi e ben piantati; qualche volta fumando fanno anelli di fumo con le labbra.
Non è affatto difficile scrivere di cose vere che si vedono con veri occhi.
Il cuore, mentre la mano scrive, si limita a battere, ma io lo sento anche nella mano. Sento anche nel piede destro che ho passato perché sono caduta mi sono fatta male, il cuore è dappertutto e il suo palpito è particolarmente intenso quando io fingo di non intenderlo. I miei pensieri non sono solamente in testa: oggi mentre le nuvole, nel tempo che io scrivo, da due sono aumentate a quattro, a dieci, è dura verso la città, formano addirittura una muraglia cupa che il sole si sforza di forare, io sento che i pensieri, acuti come punte d’ago, sono scivolati in ogni zona remota del mio corpo, non ho potuto fermarli. Vagheranno sotto la pelle, per affiorare non so quando, in piaghe lontane.
Non sono fatta con braccia e gambe, come lo fui nei giorni scorsi o come ritornerò probabilmente ad esserlo. Guardo il bagnino con il berretto a visiera, si chiama Giovanni, e roseo, biondo; passa a chiudere gli ombrelloni. Gli chiedo: «C’è burrasca in vista?». Socchiude gli occhi, risponde: «Può darsi».
Vedo le ragazze con le cuffie gialle e rosa che si sono tuffate senza timore; il mare, da verde, sta diventando grigio. Un ragazzo ha raggiunto la boa, vi è salito, si è allungato lì sopra come se il mare fosse calmo. Oggi non verranno i bambini degli ombrelloni accanto al mio. Ho visto soltanto Silvio, che non si è spogliato, e correva con un secchio appeso a tracolla gridando: «Gelati».
«Mi dai un gelato?» gli ho chiesto.
Silvio ha vergogna e non si avvicina, guarda di sotto in su con gli occhi furbi e continua a gridare «gelati». Passa parecchie volte davanti alla mia poltrona, è un bambino con i capelli rasati, la pelle chiara. Ha quattro anni, è molto bello.
Decido di lasciare questo inutile diario marino; improvvisamente mi alzo, mi metto a correre per prendere Silvio, senza riuscirvi però.

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In «Nuova Stampa Sera», 16 settembre 1953.

Cesare Zavattini, Notturno 1960

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) nell’anniversario della nascita è dedicata la prosa proposta oggi e, per il mese di ottobre, la rubrica proSabato di «Poetarum Silva».

NOTTURNO – 1960 – Talvolta l’insonnia è la punizione per aver prolungato indebitamente il piacere del leggere, un piacere immediato a danno del sonno che è invece risparmio per dopo e non godi durante. Avevo guardato a lungo l’alluce, che usciva da in fondo al lenzuolo coi suoi movimenti in proprio. Non riuscivo a riempire lo spazio tra me e l’alluce, c’era una valle di assenza. Tirai su la gamba reinserendo l’alluce nel resto e la coperta assunse la forma di una montagna attraversata da un insetto, di cui cerco il nome da anni o meglio desidero cercarlo ma non metto in atto niente di risolutivo, non più grande del segno che fa la punta aguzza di una matita calcata su un foglio, non è facile catturarlo, con la vista si può scambiare per le… (parola che sapevo e si nasconde quando lo cerco; nel cercare le parole si compiono operazioni intraducibili in parole; con le parole si pensa secondo quelle che hai, se le avessi tutte a disposizione ne parlerei dalla mattina alla sera fino ad essere il giorno stesso ma c’è già il giorno); di fronte al mio dito, col quale per distrarmi gli impedivo di proseguire, l’invisibile puntolino si arrestava, deviava, retrocedeva, si gareggiò a lungo, finché il dito lo schiacciò, o meglio lo toccò involontariamente e lo rintracciai a stento sul polpastrello. Un sonnellino di una ora fu angustiato dal sogno che mi trovavo su un palcoscenico inopinatamente di fronte a un pubblico di occhi, nemici e amici aspettano che io apra bocca e non so la parte, ma perché lo accettano? e spero di essere un altro.

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Cesare Zavattini, Notturno 1960, in Straparole, Milano, Bompiani, 1967.

Poesie da ‘Non essere’ di Alberto Cellotto

Esistono i cavalli vicino ai fiumi. Esistono le strade e hanno
rispetto, esistono i colli nei pollai nascosti tra le lamiere
di questo mattino diviso: il sole, l’ultima nebbia accecante.
Esistono le onde i doganieri gli spettri i sogni che cambiano
pegno ai giorni. Gli specchi no, non esistono più. L’igiene
del mondo poteva essere un colore infranto sullo spazio
sempre più sottile sempre più verosimile
fino a farci sbucare nel bianco.

*

Il filo tra la casa vecchia e quella abitata portava
corrente e di notte sempre un topo al terrazzo. Lì
a un passo infilò mio papà una latta d’olio e il topo
non venne più. Non so se la tosse degli anni condurrà
ancora topi oltre la ringhiera amaranto tra i panni
e le scope, ma la lotta resiste la ruggine quando piove
il senso la spartizione e l’altezza tra le due case
che vengono con noi come fossero
l’estremo disprezzo del mondo.

*

 

Quello vecchio lo bruciamo noi o lo tiene per ricordo? mi ha chiesto
senza pensare stamattina l’addetto in questura al rilascio
di un passaporto nuovo. Senza pensare ho detto lo tengo
ma dire per ricordo non potevo. Non penso però
lo riaprirò, non credo sfogliare timbri datati di paesi
sia ritrovare viaggi, passaggi o coincidenze perse magari.
Dovrei bruciare io, con tutto quello che per niente tengo
tengo e tengo per pensarmi più lento a perire.

* (altro…)