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Le “Coppie minime” di Giulia Martini (di Roberto Lamantea)

 

Più che un libro, è un concerto. E dà gioia scoprire un’altra autrice (giovanissima, ha 25 anni) che non solo ha “qualcosa da dire”, ma lo dice con l’abilità di una tessitrice raffinatissima. Coppie minime (InternoPoesia, 2018, 136 pagine) gioca già nel titolo – Francesco Vasarri nella prefazione ricorda che «con coppia minima si intende, in linguistica, una coppia di parole che si differenziano soltanto in virtù di un fonema» ma “coppia minima” è anche, naturalmente, la coppia di innamorati, anche se in questo libro domina l’amore non ricambiato – con l’ambiguità della lingua (cara vecchia parola di un classico libro di William Empson), la sua seduzione. Giulia Martini lo fa anche giocando con la tradizione letteraria, con innesti e variazioni foniche: Dante, Boccaccio, Petrarca, Poliziano, la liturgia cattolica. Più che citazioni, sono come l’eco di una musica che continua a danzare nella mente, “coppie minime” di scatti fonici che rovesciano la scrittura del senso: non più o non solo scrivo per dire (un concetto, un’immagine, un contenuto) ma scrivo ciò che la lingua dice (la forma è il contenuto: in tempi grami per la cultura e un’editoria appiattita sul consumo massmediatico bisognerebbe rileggere lo strutturalismo e la semiologia).
Sempre Vasarri nella prefazione scrive benissimo che i testi oscillano «tra la concisione epigrammatica e il riecheggiamento del sonetto» e che Coppie minime è un libro «ricco di movimenti che dalla lingua puntano alla sua ombra». Verrebbero in mente certe tensioni teoriche del Gruppo 63, ma Giulia non fa un’operazione d’avanguardia, non nega la tradizione ma, zanzottianamente, la riscrive, l’innesta nella lingua del reale, compresi gli anglolemmi dell’informatica (neolingua?): ed ecco che il verso si nutre anche di parole come desktop, pixel, app, password, pdf, hardware, che sono il nostro paesaggio quotidiano (esemplare il testo di pagina 21, che è in realtà molto amaro).

Calendimaggio d’un maggio d’antan,
Mi cali lemme lemme nel lemmario
chanson di gesta. Quale calicanto
del Getsemani tieni tra le mani?

[…]

lacuàle per irrigarti chance.
Nel deserto, la quale ti battezza,

Versi che tra allitterazioni e rime interne sono esemplari della scrittura e della riscrittura del senso (pagina 18). E accanto (19):

Con quanti giri di parole giro
l’isolato dove pianeggi e abiti

oppure (20):

è notte, è notte, è notte, è notte e non te.

E anche (70):

Un foro nel Fosforo.
Un neo nel Neon.

Magnifico il testo, ispirato al Vangelo (Mt 4, 1-4), di pagina 24:

Ti prendo per lacerti in questi giorni
di magra, di magnificat.
Mi mitigo
il tuo deserto con moti per luogo –
diverto ogni tuo niente in desinente
di caso e numero, nome persona
e tempo nel verbo,
se è vero il Verbo
che non di solo pane vivrà l’uomo
ma d’ogni diavolo di parola.

(E così via, e così via dicendo). (altro…)

Audre Lorde, da ‘D’amore e di lotta. Poesie scelte’ (2018)

A Litany for Survival

For those of us who live at the shoreline
standing upon the constant edges of decision
crucial and alone
for those of us who cannot indulge
the passing dreams of choice
who love in doorways coming and going
in the hours between dawns
looking inward and outward
at once before and after
seeking a now that can breed
futures
like bread in our children’s mouths
so their dreams will not reflect
the death of ours;

For those of us
who were imprinted with fear
like a faint line in the center of our foreheads
learning to be afraid with our mother’s milk
for by this weapon
this illusion of some safety to be found
the heavy-footed hoped to silence us
For all of us
This instant and this triumph
We were never meant to survive.

And when the sun rises we are afraid
it might not remain
when the sun sets we are afraid
it might not rise in the morning
when our stomachs are full we are afraid
of indigestion
when our stomachs are empty we are afraid
we may never eat again
when we are loved we are afraid
love will vanish
when we are alone we are afraid
love will never return
and when we speak we are afraid
our words will not be heard
nor welcomed
but when we are silent
we are still afraid.

So it is better to speak
remembering
we were never meant to survive.

Litania per la Sopravvivenza

Per quelle di noi che vivono sul margine
ritte sull’orlo costante della decisione
cruciali e sole
per quelle di noi che non possono lasciarsi andare
ai sogni passeggeri della scelta
che amano sulle soglie mentre vanno e vengono
nelle ore fra un’alba e l’altra
guardando dentro e fuori
e prima e poi allo stesso tempo
cercando un adesso che dia vita
a futuri
come pane nelle bocche dei nostri figli
perché i loro sogni non riflettano
la fine dei nostri;

Per quelle di noi
che sono state marchiate dalla paura
come una ruga leggera al centro delle nostre fronti
imparando ad aver paura con il latte di nostra madre
perché con questa arma
questa illusione di poter essere al sicuro
quelli dai piedi pesanti speravano di zittirci
Per tutte noi
Questo istante e questo trionfo
Non era previsto che noi sopravvivessimo.

E quando il sole sorge abbiamo paura
che forse non resterà
quando il sole tramonta abbiamo paura
che forse non sorgerà domattina
quando abbiamo la pancia piena abbiamo paura
dell’indigestione
quando abbiamo la pancia vuota abbiamo paura
di non poter mai più mangiare
quando siamo amate abbiamo paura
che l’amore svanirà
quando siamo sole abbiamo paura
che l’amore non tornerà
e quando parliamo abbiamo paura
che le nostre parole non verranno udite
o ben accolte
ma quando stiamo zitte
anche allora abbiamo paura.

Perciò è meglio parlare
ricordando
che non era previsto che sopravvivessimo. (altro…)

Rosetta Loy, Cesare

 

Rosetta Loy, Cesare, Einaudi, 2018, pp. 132, € 17,00

È uscito da pochi mesi il volume Cesare di Rosetta Loy dedicato all’opera di Garboli, in cui l’autrice attraversa una parte della saggistica del “critico” legando le pagine edite a brevi e intensi momenti in cui la sua voce si intrecciava alla vita quotidiana. Matteo Marchesini, in una recensione apparsa a settembre su «Radio Radicale» (qui), ha indicato la natura di difficile definizione di questo nuovo libro del tutto slegato da un progetto antologico e, allo stesso tempo, non “intimo” e personale, non biografico in senso stretto. I legami di Garboli con Delfini, Penna e Longhi, i saggi su Pascoli e Molière − per ripercorrere qualcosa di noto −, quelli con la Ginzburg e la Morante tra gli altri (tutti menzionati da Marchesini anche) rendono ciò che è già stato proposto nel caso della prima autrice: un “ritratto a figura intera”. C’è da dire, tuttavia, che Rosetta Loy compie un’operazione necessaria quanto dinamica, dentro l’amalgama dei momenti e fuori dalla struttura del ricordo, memoriale tout court. Non muove affatto verso il tributo: re-impasta invece gli ingredienti fondamentali del lessico garboliano, li ripresenta; fornisce la ricetta “rinnovata” di una voce che si impose con una diversa indole nel proprio panorama intellettuale.
L’interesse rivolto a Garboli ha fatto sì che, negli ultimi anni, uscissero almeno tre volumi che insistono sulla necessità non di riscoprirlo − sarebbe ingenuo − ma di rileggerlo, ri-osservare e ri-comprenderne l’opera seguendo percorsi interni ai suoi scritti che non siano stati considerati prima. Garboli. La critica impossibile è il titolo della raccolta a cura di Silvia Lutzoni con prefazione di Massimo Onofri uscito nel 2014 per i tipi di Medusa mentre, nel 2016, Adelphi ha pubblicato La gioia della partita a cura di Domenico Scarpa e Laura Desideri; in entrambi, anche se considerati i ‘diversi movimenti’ che hanno portato alla loro stesura, si segnalano scritti rari, sparsi, interviste che vanno a ri-popolare la costellazione della più larga Bibliografia di Cesare Garboli edita nel 2008 dalle Edizioni della Scuola Normale Superiore di Pisa.
La direzione sino a qui tracciata permette di considerare il lavoro di Rosetta Loy come imprescindibile dal momento che, nel quadro delle pubblicazioni e ripubblicazioni che tengono conto di articoli “andati perduti”, dimenticati o solo finiti per essere trascurati, mancava un passaggio a fondo nei volumi editi in vita, un passaggio che seguisse una cronologia ragionata e, attraverso essa, proponesse nuove relazioni testuali. Esse si intessono anche guardando e “sentendo” la vita di Garboli, collocandola nel tempo e nelle ragioni del suo lavoro, come Rosetta Loy fa, svolgendo quel compito che Garboli stesso ha insegnato a chi accoglie la sua opera, ossia l’avvicinarsi sempre alla vita, del “critico” (termine che, come sappiamo, non amava affatto attribuire a sé) e degli autori da lui frequentati, per amicizia e per il suo lavoro. Ed è fondamentale, in questo senso, rileggere le lunghe prefazioni ai libri che Garboli fa, riannodando domande e questioni anche a distanza di alcuni anni dalla scrittura. Non un Garboli che glossa sé stesso ma accoglie una nuova possibilità di rielaborazione ‘sopra’ i suoi testi o di allargamento degli orizzonti entro cui gli stessi si muovono. (altro…)

I poeti della domenica #308: Silvia Salvagnini, Caramelle

 

caramelle

 

“se parli ti spacco la testa con il tombino
ti faccio nera ti rovino fino a sera
se parli ti spacco la testa
e muori impiccati vai fuori:
ti faccio nera ti rovino fino a sera”
.
.
lecco le caramelle e le incarto
incarto ancora caramelle
e lecco lo specchio con la lingua
con insistenza chiudo il tuo dentifricio
lecco il bordo del tubetto
se sono stata capace di leccarti
ogni sotto, di fotterti ogni fotto
sono capace di leccarti il piatto
.
.
la forchetta che ti ho portato
leccarti la merda del cuscino dormito
leccare abbondantemente i bordi
delle finestre, le mutande che ti raccolgo
ogni mattina, il lembo del lenzuolo
che ti piego accurata
leccare la carta scritta che ti scrivo
per dirti amore non dormo non dormivo
per dirti amore sono sveglia sono viva
sono respiro impulso vivo
ti lecco il polsino della camicia
stirata appesa al manichino
ti lecco il calzino che lasci alla porta dello sgabuzzino
.
.
lecco le chiavi che usi e nascondi e
solo tu usi
lecco l’imbuto del vino, lascio tracce
come quando ti piaceva il collo
l’ascella e infilarmi il coltello.
.
.
tutta in silenzio la casa riposa
mentre sei al lavoro e io sono sola
prima del distacco dello scappare
dello scacco.
.
.
“se parli ti spacco la testa
e muori impiccati vai fuori”: (altro…)

Andrea Breda Minello, da “Yellow”

 

Anche quando ti neghi
persisti a incidere
il sentiero alchemico
primordiale
…………..del nostro corpo astrale

Anche quando il sole
mi denuda,
fugge, s’invola
verso vette e nebulose
malcelate dalla sua ombra

Risplendi nel respiro delle cose
presenti.

 

Sia lieve

(non tutti hanno
il dono
della parola)

accetti
lo sguardo e il desiderio
dell’anima animale

in autunno faremo l’amore
per istinto

e destino inscritto nell’atomo

 

Come luce piena irrompi nella notte

.

Andrea Breda Minello, Yellow, Oedipus edizioni, 2018.

Inediti di Davide Valecchi

 

Mi hai detto di fare attenzione al profumo del granturco
appena tagliato, al connubio di terra secca, erba e olio combusto
che per te è la dolcezza del lavoro semplice, la promessa
di un riposo senza oscurità, di una convergenza di nature.

Capisco alla fine del giorno quando sono stanco
e mi circonda l’idea di un rifugio raggiunto senza pena
che facciamo ancora parte della stessa dimensione
perché il nostro linguaggio tocca tutto il visibile
e dove non arriva cambia e si rinnova senza sosta.

 

Quando per il ritorno scegliemmo un sentiero diverso,
riscoperto dopo anni perché battuto soltanto dagli animali,
era in gioco una fedeltà al dolore, la superbia di conoscere il mondo
e l’illusione che la letteratura si trovasse in qualche posto naturale.

Ma durante il tragitto tutto è caduto nell’arco di una sosta
con la certezza di essere dentro al respiro di vita e morte
e di condividere un continuo alzarsi e abbassarsi
insieme alle entità di ogni luogo terrestre.

 

Prepararsi alla trasformazione o al riconoscimento
significa dare cittadinanza alla trama delle pietre sul tetto
o alle bolle d’aria cresciute al sole
sulla vernice protettiva delle imposte,
magari indugiando sui concetti di universo interno e di confine,
mettendo in conto il conio di qualche neologismo
da mormorare come una profezia non creduta del tutto
o come una formula che accompagni lo scorrere
del giorno sopra il giorno cancellandone l’attrito.

(altro…)

Ida Travi, da Tasàr. Animale sotto la neve

(ti ricordi le rose?)

Ti ricordi le rose? Ti ricordi
quando c’erano le rose?

La ragazza se ne stava
appoggiata allo steccato
aveva le guance rosa, il ragazzo
le passava la foglia sulla fronte
il cane lì vicino, sdraiato
all’ombra dell’automobile

Il cielo era celeste, su di loro, su di loro
− non sono fratello e sorella − dicevi tu
si sono incontrati qui
Uno d est, l’altra da ovest
sono i nostri misteri dolorosi

E la cintura, il giubbotto per terra
perché era primavera, Kraus
era primavera.

 

(tu lo sai)

Tu lo sai come stanno le cose, Tasàr
i figli li amavo sopra ogni cosa
dovevo scriverlo, ma dove…

il foglio rosso, è sparito, Tasàr, è sparito

Nella neve, sotto la neve
sopra e sotto la neve
nella casa, in casa, fuori
i figli che avevo li amavo
li amavo sopra ogni cosa

Dovevo scriverlo, Tasàr
ma dove… se anche sapessi scrivere
Tasàr, dove, dove…

(altro…)

I poeti della domenica #304: Marco Papa, Il tuo sguardo da dove proviene?

Il tuo sguardo da dove proviene? Chi guarda?
Chi ascolta? Ogni letto ha le sue rughe.
Il muro prega stando zitto, l’aria filtrando
nelle narici. Il corpo ha molti centri
di gravità: la tua parola, chi la chiama?
E la mia lingua ha un osso, non è
senza osso. Lo scambio di sguardi
tra la parete e il capo reclinato
non ha prezzo, costa troppo e poco.
La vita quotidiana è la via. Se qualcuno
sarà felice soltanto quando avrà
un tesoro da perdere intanto
lava la sua futura ricchezza nel ghiaccio.

I figli, un figlio: il nostro coma,
un prolungato zampillo esaurisce la vena.
L’attesa è gialla. Chi succhia il vento
come una pietra? I nostri corpi erano
gli ultimi gradini. (Anche l’anima, forse,
è fatta di mattoni, di quark?) I segreti
lasciano sulle labbra il loro grano
– tutto costa, ogni cosa è una lettera.

 

Marco Papa in contrAppunti perVersi, Pellicanolibri, 1991.

I poeti della domenica #303: Marco Papa, Se quando nacquero il pane scivolò

 

Se quando nacquero il pane scivolò
in acqua e nessun animale ne assaggiò
il tremore, se l’infanzia rifiutò
la lima e non fuggì, se la moneta
non galleggiò sul palmo della mano
e Dio non pagò il suo debito,
se due bambini ingobbirono dormendo
sulla fenditura al centro del tavolo,
in cucina, nel frastuono celestiale
dello stomaco divino, se le campane
non furono che dita picchiate fino
a sanguinare sulle stoviglie,
se tutti i sogni percorsero la loro
schiena come ratti e non trovarono
una tana scabra nel liscio specchio
del loro riposo, se la casa non fu aperta
dallo schiocco di un ruscello,
è inutile che i tuoi pensieri si immergano
nelle ceneri, ora, di Lourdes,
se tu non vibri come un canna sbucciata
dalla sua propria vergogna, se non
nascondi gli occhi come gioielli
in una più fida bisaccia, se non ti
precipiti attraverso le condutture
come un chicco di grandine
che ha perso il suo gregge.
.

Marco Papa in contrAppunti perVersi, Pellicanolibri, 1991.

I poeti della domenica #302: Daniela Attanasio, Davvero è nulla questo procedere

da Roma verso il mare

Davvero è nulla questo procedere
null’altro che il magnifico succedersi
degli alberi, per me la riprovata consuetudine
a smaltire ogni passione in una sorsata di vino

limite della strada, rettilineo cuneiforme
sono le lunghe file delle processionarie
l’alveare nascosto dietro i pini di quel
gran panettone che mi si mostra al sole la
mattina ammantato di cielo la sua cupola verde
è un perimetro certo circoscritto dal gelo
dei suoi assi portanti

altri colori intorno infittiscono l’aria
slittando verso il mare agognato e mai
raggiunto simile a un velo di semplicissimo
azzurro divinizzato a forza come il corredo
della mia fantasia repertorio di resti
ammaestrati un surplus di miseria
e atomi di sazietà

poca misura nella scelta del luogo
così veloce e loquace di versi, sterro di
odori da siepi maleodoranti e chiasmi
di oleandri falciati a metà

a questo in me si contrappone per
siciliana memoria lo stesso fermo
percorso di motori sempre verso una
scuola ordita di presenze traditore là verso
il mare in condizione avversa come
un eterno andare a ritroso e tornare a
questo nulla insensato procedere

Non è lo stesso mare che il mare
di Mondello indora mentre di Sunion
o quello che ricordo era biancore
simile a una benda frettolosa lungo
la liscia parete e la colonna
bianca più delle fasce bianche del mare

diffuso oltre la linea fiacca d’orizzonte
l’amore era memoria o sogno di memoria
inarrestabile scontro di risacca
l’aria pastosa e calda che non manca
d’impietosire perché per caso sono
costretta a subire questo passo caldo
solo perché lo voglio solo perché
da me rimane aperto uno spiraglio di
sufficiente amore, niente mi basta
nessuno sguardo nessun occhio febbrile
la derelitta rotta di vele appuntate
ormai fatte a giochi e a colori è
un insinuante appiglio lo straziante

ritorno a una sola parola

.

In © AA. VV. contrAppunti perVersi, a cura di Beppe Costa, Roma, Pellicanolibri, 1991.

I poeti della domenica #301: Edith Bruck, Ti nascondi nell’uovo di struzzo

Ti nascondi nell’uovo di struzzo
dietro la pergamena kopta
tra i libri allineati
nella bocca chiusa di tua madre
sul ritratto appeso nel soggiorno
nell’urna etrusca all’ingresso
che non avrà mai le tue ceneri!
Abiti nella mente quando lavoro
penso o dormo,
risiedi nei miei occhi
quando piango
rido parlo o taccio.
Sei nel mio sangue che circola male
ti fai vivo spesso
con una fitta al fegato
con l’emicrania
gli spasmi intestinali
finché sali sali
verso lo stomaco
per fermarti all’altezza
della gola,
la tua presenza diventa indigesta
la tua assenza mi dà la nausea,
vomitando spero in un sollievo,
dello stimolo del parto
nasce un vuoto
che di sera non si addormenta
e la mattina si risveglia.
Non pensarci dicono tutti:
resto in silenzio abbasso lo sguardo
la morte mi strizza l’occhio.

.

In © AA. VV. contrAppunti perVersi, a cura di Beppe Costa, Roma, Pellicanolibri, 1991; già in Il tatuaggio, presentazione di Giovanni Raboni, Parma, Guanda, 1975.

Poesie di Emilia Vetere (da “Colline”, Ensemble 2018)

 

Nei campi urbani

Le porte automatiche dell’Inverno
fuori dalla stazione; ciò che prima
ha condito la mia vita, vita mia
Non ne hai lasciato nulla.

Sarà più Primavera?

Nei campi urbani della Tiburtina
la gente loda il respiro dell’aria
“Finalmente verde”, e i palazzi
sghignazzano a braccetto, in lontananza.

La vittoria del freddo
incalza, noncurante,

E io che vago, senza più una meta,
Scrivo;
Il blu del buio
mi si addensa addosso.
Sfrigolano le logoranti
frustrazioni altrui
ingoiate dalla città, Roma mia,
che ne ridi.

 

Termini

Definisci i Termini
delle mie notti instabili
E di giornate sature,
svuotate in un flacone.
Non c’è altra direzione che
sappia dare ai miei passi,
Tu, strada, Termini nella stazione.

Ragazze, amici, occupazioni e amore
languono sul filo della spada
Che rende ognuno dei miei sogni inerme,
atrofizzato tra le vie di Termini.

(altro…)