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proSabato: Milena Milani, Gatto matto

Ogni tanto vado a vedere se c’è Mucci.
Ieri lo ritrovai su una pianta qui sotto, si era arrampicato tra le foglie e di lì guardava passare la gente. La pianta è una di quelle sempreverdi che stanno nelle cassette di legno; ce ne sono quattro, due di qua e due di là, ai lati della porte dell’albergo. Mucci è un soriano stupendo, con gli occhi gialli le zampe davanti un po’ storte, perché è ancora troppo piccolo, ha solo qualche mese.
La prima volta che lo vidi era mezzanotte passata, io stavo rincasando, ero triste, c’era il vento e la notte sembrava gridare con quella voce. Avevo freddo e paura, camminavo rasente alle case, con il cuore che mi batteva forte sul petto. Il mio soprabito svolazzava, non potevo tenerlo chiuso, le gambe ancora senza calze rabbrividivano e i capelli volavano sopra gli occhi. Mentre cercavo la chiave del portone, sentii qualcosa di caldo vicino alle gambe, era Mucci che si strofinava; ancora non si chiamava Mucci, era un gatto senza nome.
Mi seguì per le scale, faceva i gradini di corsa e mentre io salivo mi guardava dall’alto, come a dire: «Ho fatto più presto di te».
Entrò in casa da padrone, miagolava imperioso, gli diedi un po’ di latte avanzato nella pentola, lo bevve avidamente. Dormì tutta la notte su un cuscino.
L’indomani lo pettinai, gli diedi il nome Mucci, gli misi un nastrino rosso al collo. Non protestava affatto, come fosse cosa normale portare un nastro, essere diventato un gatto casalingo invece di un gatto di strada o tutt’al più di albergo. Infatti glielo dissi, mentre mi era saltato sulla schiena e si divertiva a tirarmi i capelli: «Vorrei sapere da dove vieni. Sei fuggito da qualcuno, o sei nato qui sotto in albergo?».
Mi ero intanto affacciata alla finestra e vedevo la gente che passava, l’albergo che è accanto a casa mia aveva messo i tavoli fuori perché la giornata si annunciava splendida. I tavoli avevano tovaglie bianche a quadri gialli e rossi, due signore anziane facevano la colazione, i gondolieri seduti sulla panca di legno leggevano il giornale.
Io vedevo l’acqua di un colore di perla, solcata da rare imbarcazioni, perché era ancora presto; a destra in fondo brillava la grossa cupola di San Simeone.
Mucci sembrava felice e quando lo posi sul cuscino, di nuovo mi saltò sulle spalle per giocare. Ma dopo un poco si avvicinò alla porta miagolando: voleva uscire.
Così incominciai ad insegnargli la strada, su e giù per le scale, dentro e fuori il portone, e mi toccò lasciarlo aperto. (altro…)

Venezia Novecento: per un resoconto critico

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani

Per un resoconto critico

Occasioni come quelle del Convegno Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani (Università Ca’ Foscari Venezia, 17-18 ottobre 2019) si rivelano propizie per ricostruire due profili di autrici, analizzate secondo diversi approcci scientifici. La giornata di studi, infatti, ha contribuito a porre in luce molteplici e sottesi punti di contatto tra le letterate in questione, sia dal punto di vista biografico che da quello della poetica: entrambe espressioni di un’immagine femminile indipendente, votata all’utilizzo della scrittura come mezzo per delineare un ritratto di donna – e, più in generale, della società secondo un’ottica estranea a ogni luogo comune o conformismo –, vivranno un rapporto profondo con Venezia, città d’arte e di incontro con letterati e intellettuali, e spunto per diverse pagine di scrittura anche privata.
Nel caso specifico di Paola Masino (1908-1989), voce letteraria soggetta a una notorietà non sempre lineare nel tempo, gli interventi ne hanno esplorato la produzione e il rapporto con il capoluogo lagunare, spesso complesso e colmo di tensione: nonostante una relazione non idilliaca con l’ambiente – sede di un esilio dorato per lei e il compagno Massimo Bontempelli – e gli abitanti, gli anni veneziani (1938-1950) si rivelarono prolifici da un punto di vista letterario. Risale a quel periodo, infatti, la stesura del più noto romanzo masiniano – Nascita e morte della massaia – edito da Bompiani nel 1945, ora riproposto in una nuova edizione da Feltrinelli. Senza contare i vari scritti della pubblicistica, contraddistinta da un nutrito numero di contributi indirizzati ai periodici locali secondo alcune ricerche condotte da Arianna Ceschin, la quale ha ricostruito il disarmonico legame vissuto dall’autrice con uno scenario sentito come estraneo, criticabile e poco accogliente. Significativi, a tal proposito, sono parsi alcuni passi delle missive indirizzate alla madre Luisa, colmi di singolari aneddoti dedicati specialmente alle veneziane, velatamente accusate da Paola Masino di scarsa consapevolezza e indipendenza emotiva.
Un viaggio, quello nell’universo masiniano, proseguito poi nell’esperienza al Festival del Cinema di Venezia, con pezzi di critica cinematografica che svelano il piglio ironico e l’abilità scrittoria dell’autrice – come emerge dagli esempi riproposti da Cecilia Bello – nonostante la letterata stessa lamentasse sia ai propri cari, che a se stessa in varie occasioni, la seria preoccupazione di non riuscire a mantenere viva la vena creativa e il timore di non essere in grado di ricoprire perfettamente il ruolo di padrona di casa tra le mura dello splendido palazzo Contarini, di cui Marinella Mascia Galateria ha fornito una suggestiva testimonianza fotografica degli interni.
Preoccupazioni del tutto infondate, a giudicare dalla qualità delle opere e degli scritti di quegli anni, densi di abilità stilistica ed esempi di una qualità di scrittura tuttora attuale e dallo stile divenuto il tratto distintivo di una voce letteraria non sempre valorizzata dalla critica e dal canone. Fortunatamente, le pagine di Paola Masino hanno saputo scrollarsi di dosso la polvere del tempo e dell’oblìo di alcuni periodi, giungendo intatte sino ai giorni nostri e conservando vivo lo spirito di un’autrice in grado di esprimere se stessa e la propria poetica, nonostante tutto. (altro…)

proSabato: Milena Milani, Il cielo su di noi

Un pomeriggio, al mare, quando l’estate è finita e si è rimasti soli, sembra che il cielo sia lontano, non ha colore, addirittura una lastra inerte, che pesa su di noi sdraiati; gli alberi sulla collina risultano nello sfondo, sono pochissimi, sette, otto, con esili tronchi e una chioma larga, forse sono pini.
Hanno portato sulla sabbia una barca a vela, bianca, una vela più grande, una più piccola, ma la tela non è unita, è tutta a strisce regolari, ben cucite le une alle altre.
I bagnini sono due, stanno smontando le cabine, sono scontenti perché c’è stato il freddo, la pioggia, molta gente è partita, ha abbreviato le vacanze, ma ora, in questi ultimi giorni, anche se l’aria è più fresca, altra gente è giunta al mare, sono villeggianti diversi, più calmi direi, più composti, ci sono molti stranieri, soprattutto tedeschi, e anche famiglie con due o tre bambini, di solito piccoli, e qualcuno persino lattante, che lo portano in carrozzina.
Oggi ne è venuto uno che dorme beatamente sotto un ombrellone non molto distante dal mio; passando gli ho dato un’occhiata: è chiaro di pelle, colore della cera, ma bello; accanto gli sta una balia vestita di roso sgargiante, con il grembiule bianco e una cuffia sui capelli. La balia è seduta su uno sgabello e guarda davanti a sé, tranquilla. I suoi occhi non hanno espressione, contemplano il vuoto o il mare.
Da queste parti, in questa solitaria spiaggia, non succede mai niente, uno sta sdraiato e basta, o qualche volta si getta in acqua e nuota, ma non sa perché nuota, perché sia caldo, perché si getti in acqua: qui le azioni non hanno motivi speciali, tutto si fa perché si deve fare.
Io pure, da anni, continuo a far quelle stesse cose, che sono proprio queste stese di ieri o di oggi; per esempio, sto qui seduta e guardo, o poco fa dormivo, la testa appoggiata alla poltrona, persino un cuscino per conciliarmi meglio il sonno.
Ottobre è un mese dolce, le sue giornate venute fuori da burrasche, hanno questa trasparenza quasi casta, tutto è come il cielo, pesa su di noi, sul nostro corpo, e noi non abbiamo la forza di una ribellione, oppure di evasione.
Del resto, dove si dovrebbe andare?
Dove ci porterebbero treni, macchine, aerei?
In quale altro posto che non sia questo, potremmo avere questa singolare pace con noi stessi?
Perché bisogna sapere prima di tutto una cosa: questo è il luogo dove siamo nati, tutti ci è ritornato familiare, ogni passo risuona come un passo che avvenne molti anni fa e che si ritrova con quella stessa leggerezza.
Pure, ci fu un tempo, e c’è tuttora, lontano da qui, in cui i passi furono pesanti, e ognuno incideva nel cuore, come un segno difficile da cancellare. Qui, no, tutto è diverso, le giornate sempre uguali non hanno che la storia di se stesse, un cerchio semplice che non si offusca, che non è da rompere: sono giorni in cui ritroviamo i nostri sentimenti dimenticati, certe nostre illusioni di ragazzi mal cresciuti, e forse qualche volta la voglia di continuare. (altro…)

O n d e – di Mirco Salvadori

Ecco cos’erano quelle onde, quelle sciabolate d’acqua che colpivano i fianchi cocciuti della solida imbarcazione adibita a trasporto pubblico. I sommovimenti schiumanti che continuamente increspavano i canali da decenni preda della confusione, ecco cos’erano.
Le osservava dal bordo del vaporetto e finalmente le riconosceva, onda dopo onda, schiuma infinita che si diffondeva nell’invisibilità della notte lagunare. Le onde erano domande, quelle continue e ostinate domande che andavano ad infrangersi contro la caparbietà del suo agire.
Lo sai cosa vuoi? Allora è questo che ti basta? E tu che provi per me? E poi giù ad ascoltare il respiro del motore, il suo ansimare affinché la prua andasse a spezzarle prima che terminassero la loro corsa, disperdendole nell’indefinito buio compiacimento di chi sceglie la velocità evitando la lenta spossante attesa del coagulo. Lo terrorizzava il passaggio che trasforma il rovente rosso fiamma in un’indurita e gelida chiazza porpora sulla quale scarabocchiare in tutta fretta e con un punteruolo spuntato la parola non detta, quel vocabolo che ora dondolava pericolosamente sul bordo del precipizio. Quel termine usato senza cautela e una volta pronunciato, conduce dal furore della passione alla placida quiete dell’affetto.

Il garage era uno scrigno che custodiva il prezioso silenzio delle decine di auto immobili nel loro sonno meccanico. Accese il motore impostando il navigatore verso una destinazione sconosciuta, vaga come vaga era la sua voglia di viaggiare nella notte. Brentonico 1ora e 54minuti pedaggi obbligatori, recitò una voce asettica dopo aver agganciato il segnale del satellite che invisibile solcava il cielo stellato. Si sentiva spaesato, svogliato, privo della magia che una volta gli permetteva di toccare, annusare, gustare, sentire la stretta di quel corpo molto prima di averlo tra le proprie braccia. Accese la radio sintonizzata su un canale a caso, da anni aveva rinunciato alla registrazione delle playlist, appartenevano al passato che a sua volta apparteneva al tempo, quel meccanismo che aveva la facoltà di cambiare le cose e le persone.

Guardava il nero asfalto illuminato dai fari e sentiva una morsa allo stomaco. Rivedeva sua moglie che lo accoglieva al rientro dal lavoro con il solito abbraccio contraccambiato con inquietudine. Marito e moglie stretti come due scalatori appesi nel vuoto, solo uno era armato di coltello, pronto a tagliare la corda prima della sua fatale rottura e del conseguente volo nel baratro. Lei lo stringeva a sé convinta che quella corda tenesse, fosse salda e resistente, mentre il suo sguardo fissava la cima della montagna perfettamente innevata, elegantemente illuminata dal sole. Non si curava affatto delle gambe che scalciavano nel vuoto.

Marta l’aveva conosciuta mentre stava rotolando lungo il dirupo dell’affetto, aveva impiegato mesi prima di allungare la mano stringendo saldamente l’appiglio che lei le offriva, bloccando così una caduta che lo avrebbe irrimediabilmente lasciato sul fondo di una fossa senza vie d’uscita. La loro era stata una storia adulta, come la definirebbe chi ha bruciato tutta la passione giovanile e continua a riscaldarsi con il ricordo delle braci ancora ardenti. Un rapporto iniziato classicamente sui social e proseguito via chat, nella calma paziente di un’età che sa mantenere la memoria degli errori. Non una pazzia, non un comportamento sopra le righe. Niente scenate o finti tentativi di suicidio, solo un lento percorso di consapevolezza e affinità di pensiero seguito da furiosi scontri carnali che permettevano a due corpi oramai privi di gioventù di fondersi confondendo il tempo e le sue regole. Ad osservarla con il microscopio, la loro relazione sembrava la perfetta simbiosi tra due cellule che pulsano all’unisono in un mare di loro simili scosse nel tremore infinito della scissione. (altro…)

Cinque inediti di Micol Bez

Micol Bez, foto di © Lilia Carlone

 

I

Ho le impronte digitali pulite
mi dicono il mio colonialismo
il passaporto dato in un giorno
e il mare chiamato a testimonio
del passo da ventre a fosso.
Come non chiedere perché io
posso passare il porto?

.

II

«Lolita, my sin my soul»
Vladimir Nabokov

So che i bambini sanno
la contingenza del mondo.

Conto ora le ore sole
a slegare cosa e nome.
Perché chiamiamo sole
il sole? E se potessimo
cambiare? Se il sole lo
chiamassimo mare?

Poi tu mi hai chiamato
il tuo peccato e non ho
avuto la prontezza
di slegare me
dal nome, eppure
mi ero tanto esercitata.

Forse l’infanzia finisce
per necessità.

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‘Il filo di mezzogiorno’ di Goliarda Sapienza. Una lettura a cinquant’anni dalla prima edizione

Goliarda Sapienza, Il filo di mezzogiorno, La Nave di Teseo, 2019, pp. 200, € 15

È una nuova edizione quella che La Nave di Teseo propone per Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, a cinquant’anni dalla prima uscita per Garzanti (nel maggio del 1969) e dopo quelle per La Tartaruga (2003²) e Baldini e Castoldi (2015³). Il secondo romanzo che l’autrice pubblicava in vita, come ricorda Angelo Pellegrino nella sua prefazione (e che di questa versione è anche il curatore) ha a che fare con l’«analisi selvaggia» ed è una “coraggiosa” critica alla psicanalisi freudiana, vero «monstrum» del Novecento come lo definisce lo stesso Pellegrino.
Nei quarantuno capitoli in cui la narrazione è scandita troviamo alcuni dei suoi principali temi autobiografici già annotati nella quarta di copertina: il rapporto con la famiglia e soprattutto con la madre Maria (Giudice); la follia materna; il fascismo e il periodo dell’occupazione romana; il rapporto con Citto (Maselli); la sopravvivenza agli elettroshock e la terapia con Ignazio Majore.
Se Goliarda Sapienza nasce poeta, come già sostenuto da Anna Toscano e da Fabio Michieli, anche questo è un libro che si fa parola dentro la poesia e il folklore siciliano, e che pone in epigrafe un’avvertenza:

«Non andare fra le viti nel filo di mezzogiorno: è l’ora
che i corpo dei defunti, svuotati della carne, con la pelle
fina come la cartavelina, appaiono fra la lava. È per
questo che le cicale urlano impazzite dal terrore: i morti
escono dalla lava, ti seguono e ti fanno smarrire il sentiero
e: o morirai di sete fra gli sterpi disseccati dal sole − sterpo
secco pure tu − o penserai sempre a loro smarrendo il senno.»

La possibilità di “uscire di senno” nelle ore più calde del giorno secondo una credenza popolare siciliana, in Ancestrale (La Vita Felice 2014) la ritroviamo in un testo poetico: «Posso rievocare il tuo sorriso/ i tuoi tratti accostati al mio respiro/ la tua voce smorzata/ dall’onda del mare/ posso rievocare/ la tua figura nel filo di mezzogiorno/ fra le viti./ Eppure temo/ guardarti ora che taci/ accanto a me raccolta/ dal tuo silenzio.» Che fosse la figura materna − per ipotesi − la destinataria di questa poesia può avere importanza poiché la poesia di Sapienza comincia nell’opera di Maria, come “canzoniere in morte” secondo Fabio Michieli¹ e come diretta citazione letteraria di Goliarda Sapienza secondo chi scrive.² (altro…)

proSabato: Pier Paolo Pasolini, Dopocena nostalgico

In occasione dell’anniversario della scomparsa di Pier Paolo Pasolini, mancato il 2 novembre del 1975, proponiamo una sua prosa degli anni quaranta, tra quelle da lui pubblicate allora in riviste e quotidiani.

UNA SERA, nella solita curva di San Floreano, mi si presentò un gioco di rapporti − tra un mio coetaneo in piena e fragrante giovinezza e il mondo serale del suo borgo − così maturi che non potei non sentire dentro di me l’obbligo, proprio l’obbligo perentorio, di coglierli ed esprimerli, oh non come poetico cronista, ma come spirito interiore e nascosto di quel ragazzo e di quel mondo, come intenditore trasformato nell’oggetto della propria passione.
Il ragazzo sedeva su un mucchio di ghiaia al margine della strada e accanto, con i raggi luccicanti, era distesa la bicicletta; l’aria verdecupa riverberava intorno a lui, dentro il fosso, lungo i recinti, nelle chiome degli alberi, i chiarori gialli e troppo lucidi del vespro piovoso e appena rasserenato. Sulla svolta in cima al palo, luccicava, già ben rilevata contro il verde e il viola della vegetazione e dei muri anche contro il giallo serale, una lampadina gialla, lacrima prematura e tenera della notte. Ora, il mucchio di ghiaia, il giovane, la bicicletta, il palo della luce, le case patinate dal vespro, si trovavano già fra loro in un rapporto felice, erano toccati da una grazia non rara ma certo emozionante, che poteva servire a una prima penetrazione nel significato umano di quella scena, in quell’abisso di sensazioni e sentimenti dove quella scena poteva trovare un equivalente inimitabile, essere assimilata con la golosità innocente di chi vi partecipa come inconscio protagonista. (altro…)

Paolo Steffan, In deserto. Nota di lettura

Paolo Steffan, In deserto. Prefazione di Flavio Ermini, Osimo, Arcipelago itaca, 2018, pp. 80, € 13,00

È tutta piena, concentrata e vibrante pur volgendo la propria piega al “limite” − indicato da Flavio Ermini nella sua prefazione − la parola di Paolo Steffan nella raccolta In deserto, pubblicata da Arcipelago itaca (2018). Ogni affondo e riaffondo coglie la misura e riaccoglie, (da) dentro, la lingua poetica della tradizione a risalire, fino a immergere nella parola delle sacre scritture, nel latino, nell’inglese (per inserti) e poi, ancora indietro, nel mito. Paolo Steffan rivolge l’orecchio a Zanzotto, ma c’è anche in lui la nostra tradizione più antica, da Pascoli fino a Petrarca.
E il suo poetare costruito, meditato, non si rivela per opposizione ad un presente ma, forse, per assenza di un presente in cui riconoscersi; per questa ragione l’autore sceglie di lavorare anche dentro il proprio dialetto, che non risulta soltanto un intimo ritorno all’origine o un facile rimando e neppure un ancoraggio diretto al passato: si tratta invece di un’autentica assimilazione che ‘fa corpo’, di una lingua che scandisce il quotidiano di quella terra di provenienza i cui ritmi di lavoro, la cui natura e la comunità di appartenenza si connota soprattutto grazie alla lingua che parla; è una lingua di produzione, di sistema, che manovra il commercio ma anche la responsabilità individuale, e per questo motivo risulta utile all’autore.
Se questo può essere vero per ogni dialetto è specificamente culturale la singola realtà di Steffan così com’è simmetrica ma non congruente la sua sinistra Piave (nella provincia di Treviso) dalla Pieve di Soligo zanzottiana. L’autore non è in debito e non è epigono: stacca il maestro trovando la propria misura e soprattutto misurando la propria memoria linguistica dentro a versi in cui − appunto − il dialetto emerge piano eppure diretto (“rùspego”, infatti, significa “ruvido”):

2.

Borgo, nel tuo malfermo sdrucciolente
esistere, l’impura verità
del pezzo ti conferma

C’è nella rigida pace
nata dal sangue, un lento infertilirti
e la Volontà viva mi trasmetti

C’è nella tua durezza, nel profilo
scabro rùspego di Alpi
rimbombanti, il tuo grigio
.                        a rinfrancarmi, a parlarmi per verde
.                        che persiste che innalza che pronunzia

.                        «Nel globale deserto, nel disgiunto
.                        riede quel punto: che poggia sull’erto»

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Concordanze e approssimazioni di Francesca Marica. Nota di lettura

Francesca Marica, Concordanze e approssimazioni, Chioggia, Il leggio, 2019, € 15,00

Fare poesia nel significato di edificare verbalmente sciogliendo le libertà − autoriali e scrittorie − dentro qualcosa di più alto, senza dimenticare un tratto tensivo che sia anche iconico: laddove l’immagine si staglia, allora, ritornare alla complessità della vita, della parola e dello sguardo in quest’ordine che apre al fuori, al lettore. È questo che Francesca Marica sembra produrre con la propria poesia in Concordanze e approssimazioni (Il leggio 2019): uno spostamento interno tra “l’esatta corrispondenza” e “l’avvicinamento”, i due poli del titolo che convergono tematicamente all’unisono in alcuni nodi di ritorno nei testi della sua raccolta, nodi che si espandono sulla pagina senza invasioni o accrediti. Laddove le altezze figurative sorgono per poi ritirarsi si addensa una complessità che agisce tra realtà e mimesi − tra corrispondenza e avvicinamento, appunto. Ecco allora che i temi − forse i più sentiti sono la storia, l’inverno, il bianco, le presenze umane, la misura, il silenzio − già rilevati in alcune poesie proposte sul nostro blog (qui) rendono resiliente non soltanto il “fare” ma la ragione poetica fondante (o almeno così intesa) dello scrivere per Marica: una ragione che dilaziona e differisce restando estranea a condizionamenti, e in questo dimostrante la propria levità anche dove i contenuti non volgono verso uno scioglimento. Francesca Marica ricorda una linea e direzione entro cui riconosciamo anche altri nomi, tra cui quelli di Davide Valecchi (qui) e, per altri motivi, di Elisa Biagini (qui). Non soltanto un comune sentire il loro agli occhi del critico ma una convergenza ideale di intenzioni che rianimano e ritessono all’infinito le possibilità di dire (e dirsi), fuori dalle maglie di una liricità egotista. Questi autori riconvertono secondo canoni propri le derive e gli approdi che in poesia oggi si possono praticare a raggiungere.

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© Alessandra Trevisan

Il libro di Francesca Marica insieme a In giardino di Viviana Fiorentino (di cui si è trattato qui), saranno ospiti, il prossimo 6 novembre, al Caffé letterario Colibrì di Milano per una presentazione pubblica insieme a chi scrive; info su http://www.colibrimilano.it/

 

proSabato: Cesare Zavattini, Verdi

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

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VERDI – 21 ottobre 1956 – Dentro la Villa di S. Agata dove Verdi ha lavorato trent’anni, il silenzio è rotto dai maligni geroglifici delle zanzare, due visitatori hanno infilato il cancelletto di uscita in punta dei piedi per non dare la mancia al custode. Ho provato piacere vedendo in un lettera di Verdi un errore di grammatica e in un’altra che dice al suo fattore: nei fondi ben amministrati la paglia e lo strame bisogna farli in casa e non spendere per comperarne. C’è una spinetta cariata e qualche pelo di barba vera rimasto attaccato alla sua maschera di gesso, ma non sento niente di ridicolo o di macabro neppure nei velluti e nelle pergamene commemorative dei comuni italiani che inneggiano al cigno di Busseto. Si prova in mezzo a questo vecchiume solo la soddisfazione infinita, da pianura, di lodare un uomo. Me ne sono andato verso sera dalla bassa parmense lasciando alle mie spalle la polvere dei trattori Fiat e Fahar e galline come tante mezzelune a beccare sulle concimaie fumanti. L’automobile attraversava campagne civili forse viste da Verdi, chissà se c’erano queste siepi di dalie davanti alle abitazioni di contadini che trattengono la luce del giorno fin dopo che le biciclette hanno acceso i fanali. Gruppi di ragazze frantumavano con le zappe frettolose i blocchi di terra troppo grossi smossi dall’aratro, qualcuna si mette i guanti durante il lavoro affinché il ballerino poi non senta ruvide le sue mani. Dopo Parma arrivò il buio e qualche folata di nebbia. Qui nei campi lavorano anche di notte, il motore di un aratro faceva il rumore cupo, non si vedeva né l’aratro né il guidatore, ma i due fanali traballanti. Guadagnano tempo perché le macchine sono poche e la stagione della semina sta per finire. Arriverà tempestiva la pioggia, speriamo, a impastare bene il seme nelle zolle. A Reggio Emilia lo scorso martedì di mercato ho visto degli erpici in vetrina come gioielli. Non sono mai stato tanto a lungo d queste parti, tre mesi di seguito, e ogni contatto mi sembra emblematico. Cerco d’inserirmi negli usi e costumi più comuni, volgari, col rimpianto d’aver tardato ad avere difetti e pregi locali, perciò precipito volentieri nel baratro dei canti e delle bestemmie battendo il tempo sui tavoli delle osterie che hanno alle pareti i calendari dei concimi chimici e il manifesto della chiamata alle armi del 1935. Le donne vibrano come corde alle esclamazioni maschili.

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© Cesare Zavattini, in Straparole, Bompiani 1967

proSabato: Cesare Zavattini, Una raccomandazione

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

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UNA RACCOMANDAZIONE – 27 giugno 1960 – Sono corso al paese per il funerale di un amico morto troppo giovane. Sarebbe facile amare Dio se sapesse niente di quanto succede, ma sa tutto. Le suole delle scarpe si mischiavano in una poltiglia di foglie che le suole sollevavano dell’asfalto con uno schiocco; qualcuno ai lati della strada ci guardava come fossimo morti anche noi. Di quando in quando scopriva nel corteo gente che non vedevo da venti o trent’anni, da prima mi facevano o i loro padri o i loro zii, e ne ho ritrovato uno così rattrappito Cos’ha avuto supporre che anche nella mia faccia devono cominciare a farsi cadenti le guance come quelle dei bracchi. Pur essendo qualche persona velata, qualche altra piangente oppure tacita incurva la stavano dei movimenti appena percettibili, incontri di occhi alle svolte tra la parte davanti alla parte indietro del corteo, rivedere l’intesa segreta di vivere che agitava gli accompagnatori. Emergeva la testa di uno che mi aveva raccomandato di far lavorare nel cinema un parente e con la testa voleva ricordarmelo. Provavo il ragionamento che gli avrei fatto fra poco per convincerlo delle difficoltà che incontra chi vuole entrare nel mondo degli attori. Ma quando, usciti dal cimitero, ci mettemmo a chiacchierare tra compaesani lungo il viale, alzando poco poco la voce non pareva passato un giorno dalla volta remota che ci eravamo incontrati, malgrado l’involucro diverso della carne di cui funerale ci aveva appena dato il peso come una bilancia.

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© Cesare Zavattini, in Straparole, Bompiani, 1967.

Piero Simon Ostan da Il verde che viene ad aprile

 

da Attesa

III mese

in questa ora zero mi sono
svegliato monocellulare
e neanche il ricordo di essermi
addormentato dentro i sogni
di mamma e papà: un attimo
e sono molto più di un’idea.
Ho un sacco di cellule in cantiere
con un sacco come cameretta
e tavolo di lavoro per
sistemarle in sicurezza.
Adesso sono un germoglio
ma so già dei capelli la sfumatura
e che colore gli occhi

 

IV mese

sono il centimetro con dentro il mondo
una misura senza misura
sono del mondo la sola misura
sono presenza, essenza, sostanza
sono l’ennesima potenza

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