Maria Del Vecchio, da ‘Arimanere’

 

Conserva

Dormivamo poco lontano
dalle terre dei nostri padroni.
I nostri meriggi erano
canti d’uccelli volati al riposo.
Squartavamo pomodori nel cortile antico,
qualcuno cadeva, altri profumavano
bottiglie con la pianta del re.
Tutti avevamo vestiti odorosi
di gioie sconosciute a chi vuole insegnarmi.

 

Sgranamento

Tra me e te è passata solo una
vita, stipata nell’armadio del padrone
della mia casa. Smarrita, una domenica pomeriggio,
fra le pieghe dell’ombrello abbandonato al museo.
Perduta, scivolata, nel fiume, a Firenze,
assieme all’orecchino del millenovecentodiciannove.
Quanto peso oggi? Farfalla sgranata prima del tempo;
Il tempo di un volo innestato (tra piede e cemento)
……………………………………………………………..nel cortile
della scuola dei bimbi, per le ali di cartapesta.
Venuta ad essere insetto volante,
seppure creatura ingombrante, seppure petrosa.
Ora, seduta in sospensione accanto a te, raggiungo,
senza necessità di volo, gli alberi che tu stesso hai
……………………………………………………………..tessuto.
Porto un topazio fra le mani, acceca il suo colore
quanto le diffrazioni sulle mie vecchie squame.
M’incantano le questioni del cielo, ancora, lo so,
ma trovo la forza d’essere felice, di scoprire la
…………………………………………difficoltà della gioia
contro la facile tristezza:
perché la pianta del mio piede calpesta,
perché il cappotto mi copre dal freddo,
perché sbadiglio per il sonno,
perché ho fame.

 

Case di mare per perfetti ricordi

Non è accaduto nulla pressappoco;
è che siamo diventati grandi.
Ricordi? Il rumore delle zanzare
che morivano fulminate.
E io t’aspettavo.
Il cuore spalmato sugli occhi,
aspettavo tu arrivassi
col treno vecchio per immergermi
nell’acqua, aspettavo il tramonto
sicura d’averti a mare calmo
quando i bimbi tornano
a casa per cena.
E i cortili tutti fiori
docce, colori, pomodori tagliati.
E gli odori delle creme
dell’origano selvatico, dei limoni impazziti
m’entravano nella testa mentre
ti vedevo andare via.
I gechi m’accompagnavano
a casa e sola ridevo
dei nostri baci, delle tue mani
sul mio corpo pulito.
Il cuscino fresco m’ammutoliva
fino a farmi sognare pure le rose.
Come fessura d’un muro
all’alba era l’amore,
pieno di luce immacolata.
Ora no: colpa tua, mia,
nostra, loro.
Ora i gechi non mi sembrano
più coccodrilli.
Torno a casa da sola,
qualche volta.
Dei muri (senza fessure) ho imparato
il calore della controra.
Quello forte che soffoca,
ma se una volta respiro
riconosco l’odore della malva.
Tanto vale, tanto valevi
ed io te ne sono grata.
Resto sveglia:
non è attesa questo mio non dormire
è riconoscermi negli occhi
degli altri, di un altro.

.

Maria Del Vecchio, Arimanere, prfazione di Maria Grazia Calandrone, Interno poesia, 2018, pp. 66.

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