Maria Benedetta Cerro, La congiura degli opposti (nota di Giuseppe Varone)

 

La congiura degli opposti ossia la traducibilità del silenzio

La volubilità dell’anima basta a reprimere, ad alterare la forza del poeta, che nella sua natura riconosce il segreto della mai effimera brevità di ogni illuminazione lirica, evanescente ma non transiente, giacché permanente nella sua inappagabile perpetuità, come fosse controfigura dell’oblio e memoria che brucia nel gelido fuoco della solitudine.
Nell’opera di Maria Benedetta Cerro – La congiura degli opposti (LietoColle, 2012) – si individua il timbro netto e la forma sciolta, la linea nitida e leggera, come pure la temperanza espressiva che finemente contorna il profilo dell’Es, raggiunto nel senso squisito del suono e del modellato ottenuto in esistenza di pena, sorella della creazione. Ogni stanza possiede un tempo entro il quale appare agevole l’ardua permanenza dell’artificio, che vela e non accompagna le disarmanti virtù, vigorosamente irroranti l’indefinita proiezione dell’esistente.
La Nostra è poetessa che indulge senza tregua alla meditazione sul mondo e le sue sfumature, sull’uomo e le sue molteplici apparenze, nonché sui principi che plasmano il vivente, contemplati dal di fuori e poi serbati nell’enigma della parola: la brevitas e la risonanza trainante di un canto silenzioso, evocativo leggende senza perimetro, narrano la mitopoiesi del suo universale soggettivismo, sussistente nell’istinto della propria diversità.
La tenuità dei sentimenti riecheggia nella pronuncia poetica di ogni segno accorto, ritrovato nell’abisso, dove altri non inclinano; ascesa e amorevole elevazione in un’indicibile lontananza che avvince e ammanta. La realtà scompare e rivive il suo senso, senza regole precorse, vergine come lingua di donna, primordiale e autentica come grandi occhi d’infante.
L’illusione è ascosa nella filigrana della pagina ingegnosa, vertigine di un labirinto nutrito di letture, temperate e sciolte oltre l’orpello esorcizzato in una sempreverde peregrinazione entro ogni sussulto, rilucente nella sua rassicurante oscurità mitologica, destinato a farsi deserto per chi, come la Nostra, lo attraversa da esploratrice di pianure proibite, al di là di vette dove la parola contrae ogni spessore e il suo senso dilata.
La parola, fuggevole e industriosa, rinnega la totalità e si adagia sull’invisibile delle temperature dei corpi, degli oggetti e dei paesaggi: luci e suoni, ossia la vocazione alla libertà dello spirito che infrange i limiti del materiale. Un inquieto trapasso, mai doloroso, nell’abbandono alla poesia come suprema forma di conoscenza spirituale.
La Cerro vede, ascolta e dà voce alla proiezione dell’indefinito; nella leggerezza del suo pentagramma lirico si compone in divenire l’uomo nel suo infinito vivere nella più sublime di tutte le vicissitudini: il racconto del silenzio, della sua solitudine in assenza di grevità, del suo sovra-senso senza peso in assenza di gravità.
Serena, al di là delle nuvole, confusa e debole nel tristo, indecoroso e insidioso mondo di là dalle vagheggiate Dimore sonore. 
Il silenzio è una melagrana acerba dove le parole sperano di crescere. O forse è un grido che ha perso l’acuto e si esprime per assenza. È un frutto di scarlatto dolore.
Senza rete, in volo libero, l’estasi e l’immensità di una promessa echeggiante la fuga in un altrove di rinnovata primavera.

© Giuseppe Varone

 

da (ASTUZIA DELLE FONTI)

Chi paga i vostri concerti? Forse la fame pigolante che vi sgrida le piume. Chi al poeta i suoi deliri? La febbre, l’impervia tenerezza che preserva dall’infamia. Sillabe aperte, avventurose concertano la partitura delle cose.

A quale luce ho aperto gli occhi stamani? Chi mi difenderà dalla morte altrui? Sul perno della resa ruota con fermezza la mia desolazione. L’inseguita bellezza, la sua categoria. Intollerabile l’eccesso, ferito il paradosso.

Le promesse hanno nomi ingiustamente lunghi. Scritti nel più disabitato silenzio.

Inclemente è la veglia, rapida volge la dinamica del sogno. Ossessiva ma non ribelle scava nel fango degli anni. L’acqua che lambiva la gola allenta al respiro la morsa.

Il silenzio è una melagrana acerba dove le parole sperano di crescere. O forse è un grido che ha perso l’acuto e si esprime per assenza. È un frutto di scarlatto dolore.

Gli anelli spergiuri pagano le cicatrici del profondo. Emergenza è vivere per gli uomini che hanno scritto e affisso con uncini da beccaio frasi elementari che sanguinano.

 

 

Da (DIMORA DEELE SPADE)

 

Non dormire.
È il giorno che passa.
Una volta
per l’ultima volta.
Ascoltalo.
Arrestalo.
Guardalo negli occhi.
Riconoscilo. È il tuo tempo.
Non lasciarlo andare senza una parola.

Io sono colei che ama tutte le tue fibre
che le ascolta cantare come un pianoforte.

Ecco
la faretra in spalla
esco per incontrarti.

Non passare senza sfiorarmi.
Sono colei che se l’ignori
sguaina lo strale.

 

 

Le parole sono calamite
che tolgono agli occhi la ragione del divergere.
Di notte le inseguo.
Sosto.
Cammino.
Se le perdo rincorro a perdifiato
stampelle tristi e ubriachi destrieri.
Sotto le torri commuovo guardiani
che non mi aprono.

Poi divento piccola.
Mi commisero
mi abbraccio.
Mi soccorrono i morti che non si rassegnano.
Poi mi lascio in quel buio e torno indietro.

La distanza è una palpebra
che mi scaglia nel sole delle forme.

 

 

Cosa ti scrissi un giorno
che non ricordo.
Le parole aprivano varchi in attesa
sentieri di vita sospesa.
Annunciò tre volte il gallo
l’alba dalle banderuole.
E vennero dai pioli sconnessi dell’io
i camminanti
tre volte battendo sull’uscio.

L’amore ha il cuore duro
spranga
sferza.

A volte sul tamburo del sangue
richiama la dispersa mente.
L’amore spacca l’interezza.
Dura
persino la tenerezza.

 

 

Hai fatto il nido nelle mie ferite
nel mio spazio diurno.
Tuttavia
per la neve benedicente delle margherite
ti ringrazio.
Per il breve dialogo
che l’insidia e la fiducia hanno in me intrapreso.
Quale invidia
così a lungo ti aveva allontanato.
Quale peso ebbe per te il saluto
che l’amica soleva
prima di andare
stretta la vita con un braccio
la bocca accostare all’orecchio
Non sperare
– dicendo –
che a lungo ti lascio.

 

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