Variazioni bianche #4: Direzioni

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

«Tutto, tutto ciò che so lo so perché amo», diceva probabilmente Tolstoij, dove la probabilità è nel fatto che ho trovato la frase su internet e non mi sale alla memoria nessuno scritto da cui potrebbe essere tratta. Vi sarei grata se approfittaste dello spazio qui sotto per chiarirmi le idee.
So perché amo. È il motivo per cui Mozart mi scorre sereno ma non riesco a suonare Chopin. Per cui mi perdo andando a fare la spesa ma conosco la Merulana fino ai suoi civici (a patto di non arrivarci da Piazza Vittorio, perché Piazza Vittorio ruota di notte, non c’è altra spiegazione). Non molto tempo fa ho dato indicazioni al millimetro a una signora torinese, indicazioni bastanti per un’ora di passeggiata nel quartiere, ma quel quartiere era Testaccio. Amo Testaccio con le viscere: la casa di Elsa Morante, la tomba di Amelia Rosselli. Prima di doverlo raggiungere ogni giorno per due anni per questioni lavorative, il quartiere era per me solo il cimitero e la strana bianchezza della sua piramide, l’aria di paese e la facciata splendida della sua chiesa. Ora lo amo e lo so, nella sua aria pigra e sfrontata che sembra fare spallucce ai suoi stessi motivi di pregio, come un ragazzo incompiuto che mastica un filtro di sigaretta con la scarpa sporca appiccicata al muro.
Ishmael non ama la terra, si vede dal suo modo goffo di ricevere indicazioni:

Ma le indicazioni che ci aveva dato come tenere alla nostra dritta un magazzino giallo finché avvistassimo alla sinistra una chiesa bianca e poi tenere questa alla sinistra finché avessimo fatto alla dritta un angolo di tre quarti, dopo di che dovevamo domandare la strada al primo che incontrassimo: queste sue indicazioni involute c’imbarazzarono un poco in principio, specialmente per il fatto che all’inizio Quiqueg sosteneva che il magazzino giallo, il nostro punto di partenza, dovevamo lasciarcelo alla sinistra, mentre io avevo capito che Peter Coffin diceva alla dritta. Tuttavia, a forza di gironzare così allo scuro e bussare ogni tanto a qualche pacifica abitazione per chiedere la strada, giungemmo infine a un risultato che non poteva lasciare dubbi.

È più a suo agio con le cose di mare, con quelle indicazioni che vengono fornite con la medesima ironia, come quando è invitato a guardare oltre la prua la spianata del mare aperto, “monotona e repulsiva”, dopo il suo breve colloquio a bordo del Pequod:

«Ora, ti senti uomo, tu, da piantare un rampone giù per la gola di una balena viva e poi saltargli dietro? Rispondimi, su!»
«Sì, signore, posto che sia positivamente indispensabile farlo: che non se ne possa fare a meno, voglio dire, il che non credo.»

La determinazione con cui Ishmael deve andare a balene è un bruscolo a confronto dell’ostinazione di Achab, celebre anche a chi non abbia letto una pagina. Quella forza che è vera protagonista del libro, che spinge il desolato cacciatore verso la bestia piena di grazia, per una vendetta che somiglia sempre di più a una sfida al divino. Così che proverbialmente si può dire di Moby Dick, dell’enorme mole di pagine e divagazioni di cui è composta in modo quasi compulsivo, indicando quella forza, la sua direzione. È la pretesa di aver compreso quello che da più di un secolo dà grattacapi a gente ben più strutturata. Dire: forse è questo che è, Moby Dick. Né il romanzo allegorico che finge di non essere, né la storia d’avventura che certo non è, ma un’opera sulla direzione, la freccia che una volta per tutte si conficca nel costato di qualcuno e lo costringe a proseguire, come Achab si scaraventa incontro alla balena. Una storia non sull’ossessione, ma sul talento. Posto che sia positivamente indispensabile farlo: che non se ne possa fare a meno, voglio dire, il che non credo.

© Giovanna Amato

3 comments

  1. Ricordavo una frase di Agostino in verita’ che ho letto ne “Le diverse questioni” quando dice che si conosce solo cio’ che si ama.

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