Goliarda Sapienza o dell’«essere outsider»

Goliarda Sapienza Telerama

dal sito © Telerama.fr

Vi sono molti modi di narrare la vita e l’opera di Goliarda Sapienza perché sono tante le modalità con cui si può approcciare quanto ha scritto e ci ha lasciato. Su questo blog sono stati numerosi i post e i saggi a lei dedicati ma, prima di ritornare a ricordarli in questo periodo di passaggio − vedremo perché − e nell’anno del ventennale della morte (avvenuta appunto nel 1996) si renderà necessario menzionare e citare chi, con attenzione critica, si è dedicato a studi su Sapienza nell’ultimo decennio e da prima. Si parla qui e da subito di una transizione in questo maggio 2016 che ha visto un compleanno non festeggiato (il 10, giorno di nascita di Sapienza secondo la biografia e un articolo di Fabio Michieli che rimanda ad Ancestrale) e un agosto che ci ricollegherà all’anniversario della scomparsa. Ma è soprattutto nel maggio del 1951 che Goliarda Sapienza debutterà a Roma al Teatro Pirandello, in Vestire gli ignudi dell’omonimo autore siciliano, nella parte della protagonista Ersilia Drei, ottenendo un successo di critica senza precedenti − e sarà in quel frangente, come la biografia ricorda, proprio Silvio D’Amico (direttore della Regia Accademia d’Arte Drammatica all’interno della quale lei si formò) a definirla «la nuova Duse». Una consacrazione simbolica cui desideriamo fare riferimento a sessantacinque anni da quel momento; un passaggio che segnerà un successo emblematico ma anche di lì a poco rifiutato, privo di un’aderenza vitale che invece, in Sapienza, si esprimerà sempre nella scrittura.

A seguire un quadro non esaustivo dell’impegno critico di cui si è debitori, come preannunciato. Si parta dal cinema e dai documentari che, dal 1996 a oggi, sono riusciti a riportare agli occhi del lettore un’immagine limpida della scrittrice, del personaggio, dell’attrice, della docente di cinema e della donna che è stata: si fa particolare riferimento qui a Frammenti di Sapienza di Paolo Franchi (1995), al documentario L’arte di una vita di Loredana Rotondo (in «Vuoti di memoria», RaiEducational, 2000) e a l’Anti-Gattopardo. Catania racconta Goliarda Sapienza di Alessandro Aiello e Giuseppe Di Maio (2012) − viaggio sentimentale ma non romantico. Non sono mancate escursioni più recenti tra cui si annoverano I fantasmi di San Berillo di Edoardo Morabito (2010) e Le belle di San Berillo della registra Maria Arena (2013). Se Paolo Franchi ha colto precocemente la forza lieve di Sapienza, anche il teatro l’ha notata e portata in scena più volte, come in una doppia restituzione del mestiere d’attrice da lei incarnato: in questo senso i lavori di Cristiana Raggi, approfonditi e dedicati (tra cui ricordiamo Goliarda. Spettacolo cineteatrale tratto da L’arte della gioia e Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, 2013) creano un ponte fra testi e autobiografia, attingendo dal lavoro prezioso della biografa Giovanna Providenti che, con il volume monografico La porta è aperta (Catania, Villaggio Maori, 2010) ha ricostruito per prima la vicenda dell’autrice. Aiello e Di Maio, così come Maria Arena, partecipano a un lavoro più ampio iniziato dalla Società Italiana delle Letterate già nel 2008, e che ha visto dapprima l’uscita del volume Appassionata Sapienza a cura di Monica Farnetti (Milano, La Tartaruga, 2011) cui si lega anche l’organizzazione di un convegno omonimo del 2009 tenutosi a Ferrara. Farnetti per prima ha proposto un titolo alternativo a L’arte della gioia − il grande romanzo uscito postumo −: Arte del desiderare (all’interno del volume per La Tartaruga e anche in numerosi interventi pubblici, tra cui quello durante la rassegna Soggettiva a Bologna nell’ottobre del 2013). Un’altra Giornata di Studi che ha avuto luogo invece a Genova nel 2011 dal titolo L’invenzione delle personagge (trattasi del convegno nazionale di SIL) ha dato origine a un volume recentissimo curato da Roberta Mazzanti, Silvia Neonato e Bia Sarasini (Roma, Iacobelli, 2016) con interventi di Farnetti, Laura Fortini e Claudia Priano che riguardano il romanzo L’arte della gioia e si concentrano sul personaggio di Modesta. Del 2012 è invece la miscellanea «Quel sogno d’essere» di Goliarda Sapienza. Percorsi critici su una delle maggiori autrici del Novecento italiano a cura di Providenti (editore Aracne) in cui si codificano i termini di una lettura critica secondo le cifre del “dubbio” e della “contraddizione”. Esse poi sono state riprese nel 2013, anno in cui si è tenuto a Londra il primo convegno internazionale sull’autrice: Goliarda Sapienza in context − quello è anche l’anno d’uscita di una nuova edizione per Einaudi di Le certezze del dubbio (romanzo edito nel 1987 da Pellicanolibri di Roma). Sono moltissime le studiose che si sono occupate dell’opera di Sapienza e del suo mestiere di attrice e di “cinematografara” nel mondo; non si desidera qui procedere con ulteriori elenchi, ma è doveroso esprimere la necessità di guardare a chi continua a indagare i testi in ambito accademico e nell’ambito della critica militante, non esaurendo mai le motivazioni di studio che concernono l’autrice: dal suo rapporto con la terra-madre Sicilia alle comparazioni con autori coevi e non; da una lettura secondo gli Studi di Genere a tagli che considerano i luoghi della formazione e molto altro. Si ha perciò a oggi uno sguardo ad ampio spettro di un decennio di studi approfondito, in cui non manca mai l’attenzione (e la dedizione) di Angelo Maria Pellegrino, vedovo di Sapienza e curatore dell’opera e dell’archivio Sapienza-Pellegrino, autore di prefazioni, postfazioni, articoli e interviste che riguardano l’autrice ma anche del volume monografico per i tipi di Le Tripode Goliarda Sapienza telle que je l’ai connue, di cui abbiamo parlato qui.

Numerosi continuano a essere gli omaggi dedicati all’autrice, in forme varie e non sempre capaci di integrare rimandi agli studi editi − oltre che utili si direbbe imprescindibili. Il nostro blog ha spesso segnalato, a tal proposito, Voce di donna. Voce di Goliarda Sapienza che vede l’invenzione, la curatela e la partecipazione di Anna Toscano, Fabio Michieli e Alessandra Trevisan; un ‘racconto’ in cui si attesta una lettura peculiare dell’opera frutto di un’indagine che ciascuno dei tre studiosi mette in campo. Lo stesso Michieli ha dedicato − esclusivamente − alla poesia della raccolta Ancestrale (Milano, La Vita Felice, 2013) due saggi nel 2013 e 2016 (qui e qui); si tratta di due scritti che, per primi nell’ambito della critica odierna, includono Sapienza nel novero degli autori di poesia italiana del Secondo Novecento, da cui fu esclusa per sessant’anni. Del 2011 è invece un articolo che si focalizza sui racconti degli anni Cinquanta (come le poesie): Il destino coatto di Goliarda Sapienza, a cura di Trevisan; uno, più recente, è stato dedicato al romanzo Appuntamento a Positano, che di quel decennio e del successivo parla (qui), facendo riferimento anche ai “luoghi dell’essere” di Sapienza. Se Lettera aperta (Milano, Garzanti, 1967) e Il filo di mezzogiorno (ivi, 1969) sono stati esclusi dall’analisi testuale operata sul nostro blog non si può non invitare il lettore a conoscerli: in essi − secondo la cronologia che stiamo seguendo − il personaggio di Goliarda narra la storia della sua rocambolesca famiglia non omettendo il rapporto complesso con i genitori Giuseppe Sapienza e Maria Giudice, socialisti, anarchici e impegnati in lotte politiche cruciali del secolo scorso. Di Giudice sempre Trevisan, prendendo le fila da quanto già espresso da Giovanna Providenti nella biografia, ha ripercorso la vicenda storica e umana in questo articoloDue post di taglio scientifico sono stati dedicati da Michieli e Trevisan all’opera teatrale e cinematografica di Sapienza contenuta nel volume Tre pièces (Milano, La vita Felice, 2014) curando l’aspetto di riconnessione al corpus e l’importanza del genere letterario scelto in una prospettiva che considera precipua la biografia. Dall’analisi restano fuori anche il già citato romanzo del 1987 e il precedente L’università di Rebibbia (Milano, Rizzoli, 1983) con relative riedizioni, ma anche i Taccuini editi da Einaudi nel 2011 e 2013 che presentano un valore biografico di notevole interesse.

L’«essere outsider», come Sapienza si auto-definiva nel 1979, anno di scrittura di Io, Jean Gabin (Torino, Einaudi, 2009), è costitutivo della sua forza vitale, che cattura, «insegna» (Farnetti), dice: non un’etichetta ma una direzione, una spinta non priva di “contraddizioni” di cui è cosparsa la sua autobiografia romanzesca e non solo. E si hanno di nuovo e nuove ragioni di credere che la «coerenza» (anch’essa contraddittoria) già espressa da Pellegrino in più occasioni circa l’opera e il lavoro di Sapienza resista nella «bellezza» dei testi fuori-tempo, cosa che la critica francese ha evidenziato con precisione. Leggere Goliarda Sapienza sul filo di questa “bellezza-coerenza” che (quasi mai) sazia è uno dei tanti motivi grazie a cui si scopre o si rinnova la «gioia» viva del suo scrivere.

© La redazione di Poetarum Silva

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