prosa

proSabato: Federico De Roberto, Un incontro

 

Federico De Roberto, Un incontro

… Nella mattinata d’un giorno nuvoloso, al largo delle Baleari, con un mare infuriato sotto la sferza del maestrale, un avvenimento imprevisto scosse la monotona calma della crociera. Alla prima livida alba il tenente di vascello Ettore Fulgenzi dava il cambio sulla plancia al compagno Alessandro Moschetti, quando la voce della vedetta sulla coffa gridò:
«Scoglio di prora!».
I due ufficiali si guardarono, poi guardarono nella direzione indicata, poi tornarono a guardarsi con un sorriso. Quel marinaio doveva avere le traveggole: non si scorgeva nulla, nulla poteva scorgersi in quei paraggi, in quelle acque libere e senza fondo, lontane da ogni riva.
Comunque, per dovere di precauzione, Fulgenzi telegrafò in macchina “A mezza forza” e spedì un graduato sull’albero, a verificare. Giunto sul posto d’osservazione, il sotto-capo gridò a sua volta:
«Non è uno scoglio, è uno scafo».
L’allarme si era diffuso col rallentarsi delle pulsazioni della macchina, con l’attenuarsi del rombo. Da tutte le parti gli sguardi frugarono nella direzione indicata, tra le pieghe delle ondate spumose, e ognuno disse la sua:
«È una barca capovolta… È una zattera… È una botte.. È una torpedine… È un pescecane!…».
Quest’ultima supposizione diede la stura ad altre più allegre:
«È una foca!… È il serpente di mare!… È una balena!… È un pallone sgonfiato».
Le facezie, non tutte castigate, cominciarono ad incrociarsi, il buonumore si diffuse tra quei grandi fanciulli attratti ed interessati dalla novità; mentre il comandante Ardani, salito sulla plancia al primo annunzio, ordinava che la corsa fosse senz’altro arrestata ed esaminata col cannocchiale l’apparizione sospetta.
«È una boa.»
Quand’egli ebbe definito la natura dell’oggetto, tutti lo riconobbero. Era una boa, una di quelle grosse boe a forma di trottola, che sorreggono una campana od un fanale: accertarne la precisa destinazione non si poteva, perché il colpo di mare che l’aveva strappata dalla sua catena e sbalestrata chi sa da quale porto o spiaggia fino a quelle acque, l’aveva anche capovolta. E poiché, pingue e ferrea com’era, poteva riuscire pericolosa, il comandante disse:
«Conviene affondarla».
A un tratto l’avvenimento si complicò. Distolta da ogni altro segno, l’attenzione di tutti si era fermata sull’oggetto fino a quel momento misterioso, e nessuno ancora si accorgeva che uno scafo, un vero e proprio scafo, questa volta, era rapidamente emerso dalla linea increspata dell’orizzonte: nessuno, tranne il comandante, a cui l’annunzio, finalmente gridato dalla vedetta, nulla apprese di nuovo.
«Nave da diporto», spiegò anzi ai suoi ufficiali, additando la forma che il suo vigile sguardo aveva già scoperta.
«Bella goletta!», commentò Fulgenzi, ammirando a sua volta lo sveltissimo taglio dello yacht, dipinto dal candore delle spume, e con esse e con l’albore del cielo fino a poco innanzi confuso.
Quale ne era la nazione? E di dove veniva? E dove era diretto?… In navigazione, ammainate tutte le bandiere, ogni legno chiude in sé il mistero del suo nome e del suo destino, si distingue bensì, dal taglio, il guerresco dal mercantile e dal signorile, ma come, scorgendo per una via deserta avvicinarsi una figura umana, appena se ne può comprendere la condizione dalla foggia e dalla qualità dell’abito, restandone ignoto l’intimo essere, così le navi che s’incontrano nell’ampia solitudine dei mari presentano una fronte chiusa e impenetrabile. Un moto di curiosità istintiva fa che gli sguardi si volgano e si fermino dall’uno all’altro di quei piccoli mondi sospinti dall’ignoto verso l’ignoto, animati non si sa da quali interessi, carichi non si sa di quali derrate né di quali passioni.
Tutti gli ufficiali, sulla plancia e sul ponte del Tritone, spianati i cannocchiali o aguzzati gli sguardi, fissavano ora lo yacht filante a tutto vapore, ed aspettavano che secondo le buone norme invergasse la propria bandiera per salutare la nave da guerra, quando il comandante osservò:
«Ma che fanno? Non hanno avvistato il pericolo?».
La rotta della goletta, infatti, tagliando ad angolo retto quella del Tritone, era tale da sospingerla diritto contro la boa. (altro…)

ProSabato: Michele Mari, Io venía pien d’angoscia a rimirarti

9 febbraio 1813

Se il mio signor Padre sapesse che sono ormai alcune settimane ch’io vo disertando la Santissima Scrittura del Diodati per attendere a coteste carte, oh allora sì che sarei servito! Quanto alla signora Madre, nemmen oso pensare al tremendo castigo cui mi serberebbe, chè certo saprebbe scovarne uno buono de’ suoi! Ma in cotesta casa è sempre andato e sempre andrà che si debba vivere come sorvegliati da’ birri, e che non s’abbia pace neanche nel chiuso della propria stanza.
Tardergardo sta studiando in Biblioteca. Dover tener celati cotesti fogli anche a’suoi occhi è un affanno che si aggiunge al precedente, a tacer che osservarlo cosìun po’ da lungi, e secretamente (io che gli ho sempre aperto le porte del mio cuore, fidandomi seco non come a un fratello, ma come a un altro me stesso), m’equivale a carpirne la fede, e a far di me un terzo birro che s’aggiri per casa. Ma come svelargli il mio animo, senza distruggere lo scopo della mia osservazione? Se l’oggetto di questa non è altri che lui, e il suo comportamento sempre più strano da qualche tempo in qua? o infingere, simulando, e tradirlo, e rinunciare a giovargli, non se ne esce. Sento de’ passi. Addio.

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ProSabato: Marisa Fenoglio, Vivere altrove

 

Per molto tempo a Niederhausen non andai a un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quel paese nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla, né di bello né di brutto. Dipendeva da me che ero l’ultima arrivata e non parlavo una parola di tedesco. Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse, che avesse conosciuto mio padre o mia madre, che avesse in comune con me un solo, unico ricordo. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto.
A Niederhausen arrivai a suonarmi io stessa il campanello di casa per sentire come avrebbe suonato se mai qualcuno fosse venuto a trovarmi: una voce nota sulla mia porta, qualcuno dei miei che fosse passato lì, semplicemente, per raccontarmi qualcosa, qualunque cosa, si fosse seduto sul sofà e avesse giocato coi miei bambini…
Con loro ho fatto da nonna, da zia, da cugina. Quelle vere le hanno viste raramente. Chi parla male della parentela non è mai stato all’estero, intendo per restarci.
Chi nelle sue vicinanze non ha almeno una vecchia zia non sa cosa voglia dire sentirsi a casa. Può essere anche una discreta scocciatrice, una che ti scomoda, che ti infastidisce coi suoi acciacchi, le sue chiacchiere, i suoi lamenti, ma è una persona del tuo sangue, la cui vita si è svolta in quel paese, in quella lingua, e di quel paese conosce le pietanze, le canzoni, le storie. La patria è una vecchia canzone, l’odore di una pietanza. A Niederhausen se per un caso miracoloso avessi potuto dimenticare dov’ero, il solo odore dell’hessische Wurst sarebbe bastato a farmelo dolorosamente ricordare.
L’estero incomincia un giorno ben preciso, quello dell’arrivo, e finisce irgendwann in un tempo lontano, sperduto nel futuro, quando un nipote o un pronipote con aria solo più indifferente dirà: «Sai, la mia bisnonna veniva dall’Italia… dicono che parlasse bene il tedesco… che scrivesse addirittura…». A quel punto ci saranno parecchie zie sul territorio, l’estero sarà diventato patria, e si vivrà felici o infelici senza imputarlo al posto.
Fu la prima cosa che sentii dire di Niederhausen, da un tedesco che sapeva l’italiano: è un posto dove al crepuscolo le volpi si incontrano, per darsi la buona notte. E a Niederhausen se qualcuno della parentela trovò la voglia di venirci una volta, per tornarci una seconda non trovò mai più una ragione sufficiente.
Quando ci arrivammo noi, nel 1957, era un piccolo paese rurale, di una ruralità fatta di boschi di prati e di campi di patate, che cercava di far dimenticare al più presto di essere stato, durante la guerra, sede di fabbriche di munizioni tra le più grandi del terzo Reich, scoperte dagli americani solo a guerra finita e fatte saltare in aria. Un paese sprofondato da secoli nella nicchietta di uno dei suoi prati che adesso, per un colpo di fortuna – per chiamare così una politica di agevolazioni fiscali atte a rivitalizzare la zona depressa – stava mettendo su i panni di un futuristico centro industriale. (altro…)

Testi da ‘Abbiamo fatto una gran perdita’ di Alberto Cellotto

 

Hotel Misa, Marzabotto
Domenica 28 settembre pomeriggio

Caro Lucio,
non credo resterò qui a dormire stanotte. Sono partito ieri,
ho dormito in Veneto, e stamattina ho voluto visitare ancora
la città etrusca e la necropoli. Mi soffermo sempre
sulle ciotole e sugli aghi. Ho ripensato a Montreux e al
museo della città, dove c’è una collezione bellissima di ditali:
vacci una volta quando torni a Losanna. All’esterno
ho osservato l’erba e la strada che passa sopra la necropoli.
Quando sono andato al bagno ci sono rimasto a lungo,
seduto su una sedia in plastica. Non che mi sentissi male,
ma quella sedia era in una posizione perfetta, orientata secondo
l’asse che quella necropoli dispone e inclina ancora
oggi sulla faccia della terra. Posizione, orientamento e
inclinazione: se li trovi ci sei quasi. Quando è entrata una
giovane donna non ha evitato di chiedermi se stessi male e
mi servisse aiuto. Le ho risposto che poche volte ero stato
meglio in vita mia e sono quindi uscito di nuovo sull’erba,
alla penombra del boschetto dell’acropoli, diversa da
quella che avevo lasciato, più chiara, mentre più densa
scorreva l’aria dentro il petto.
Questo hotel è perfetto, ma mi ha preso l’ansia, aumentata
alla visione della fantasia animale dei copriletto, e sento
che è meglio se non rimango qui stanotte. Pagherò la
stanza tra poco e cercherò qualcos’altro vicino a Codigoro,
ma prima volevo scriverti che sarò in giro per una ventina
di giorni e ripasserò per Bologna prima di tornare a casa.
In quell’occasione ti chiamerò senz’altro. Ti scrivo così,
ho il telefono con me ma non il computer. Immagino tu
sia uno che ha scritto un sacco di lettere da giovane. Mi
sbaglio?
Ho stazionato sulla sensazione di essere torturato, qui
da solo, in questa stanza. Quel che vivo non è un rituale
di tortura e nemmeno l’ubbia che ci sia qualcuno che mi
perseguita da lontano con qualche maleficio. La tortura è
quella che mi porto in serbo da troppi anni, è essere attorcigliato
tra dire e non voler dire più nulla. Una postura
insulsa che ormai è diventata il mio tono di voce. A volte è
il desiderio di togliermi dalle spese, sebbene io non sia mai
andato vicino al suicidio. Di qua passa questo stordimento
che avanza come un’auto di notte in una strada di campagna,
tra le rane, le bisce e i ricci investiti che provocano
una lieve scossa sotto i pneumatici.
Che cosa resta da confessare, Lucio? Che cosa possiamo
confessare senza la tortura? E quanto dobbiamo
torturare ancora o essere torturati affinché le confessioni
accadano? Io non lo so dire meglio, ma credo che dovremmo
arrivare presto a essere tutti in preda a una foga di
confessione. Voglio che rimaniamo ben lontani da quelle
confessioni che ci capitano spesso, quell’espressione capace
solo di vuotare un sacco, lo sfogo, altrimenti facciamo
bene a continuare a diffidare delle confessioni, a sentirle
come estrema forma della malafede.
Il tempo oggi è buono, faceva un gran caldo e sono rimasto
a lungo nell’acropoli che è più in ombra e sopraelevata
rispetto al piano vasto dove si sviluppa la necropoli.
Ci dovresti andare anche tu un giorno. Poco fa sono passato
davanti a una trattoria vuota. Una cameriera sfaccendata
con la polo arancione del locale leggeva un quotidiano
e sono ripiombato nell’immagine della strada che per anni
ho percorso per andare al lavoro, con la collina davanti
tanto vicina che m’immaginavo spesso di andare a sbatterci
contro. Mi sono sempre chiesto in quale punto un’auto
può schiantarsi su una collina senza la dolcezza di una
strada in salita che prevenga lo scontro, come se la collina
fosse un muro a piombo dove si può finire a sbattere giungendo
da lontano a gran velocità.
Ti riscrivo presto.
Martino

*

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proSabato: Ermanno Rea, Napoli Ferrovia

Ognuno ha le amicizie che merita. Si chiama Caracas e io sono felice che a un certo punto le nostre strade si siano incrociate. È un uomo piuttosto imprevedibile, a essere sincero. Di sicuro, non è una persona dozzinale, di quelle che passano e non lasciano alcun segno. li suo regno è il pianeta Ferrovia: la sera è sempre lì, ai piedi di quella specie di rampa di lancio che è la statua di Garibaldi, un po’ soprappensiero come si addice a chiunque stia per intraprendere un viaggio verso l’ignoto. La Ferrovia è una sconfinata ragnatela siderale e Caracas assomiglia a un astronauta perennemente impaziente di scoprire nuovi mondi.
Una volta mi condusse nella strada dove gli piacerebbe abitare, dove anzi da tempo cerca un alloggio benché senza fortuna. Caracas non ha casa, vive ora qua ora là, per lo più ospite di un vecchio amico che però non mi ha mai presentato (esisterà davvero?). Possiede in compenso uno “studio”: un sottoscala dalle parti di Posillipo dove qualche volta si ferma anche a dormire, benché scomodamente, a suo dire.
La sua strada del cuore si chiama Tristano Caracciolo ed è a un passo dalla mia piazza Principe Umberto. Via Tristano Caracciolo è stata interamente colonizzata dagli extracomunitari (arabi e neri, e perciò niente cinesi che si guardano bene dall’avere rapporti sia con gli uni che con gli altri). C’è un ristorante tunisino bianco e azzurro – piano terra e sottoscala – e, poco oltre, una specie di club per soli neri dove Caracas non è mai riuscito a ficcare il naso, sempre scacciato con fermezza nonostante le sue insistenze.
Ha un’aria da segugio in stato di mobilitazione permanente: si ferma davanti a ogni basso, a ogni portone, entra in tutti i negozi – arabi, cinesi, ucraini – si informa, si intrufola, stringe mani, acquista cianfrusaglie, ostenta familiarità: fino a indurre sospetto e irritazione di cui non sempre si rende conto.
Non so perché quella intestata a Tristano Caracciolo l’incanti più di altre strade di questa città nella città, Forse per i suoi palazzi ottocenteschi e monumentali ormai neri di una fatiscenza che si è fatta cenere, abito a lutto. Quando lo seguo nei suoi momenti di maggiore frenesia cerco invano, per farmene una ragione, di penetrare negli ingranaggi più nascosti del suo immaginario laddove germogliano fantasie e pulsioni. Caracas per me rimane essenzialmente un mistero.

da: Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Rizzoli, Milano 2007, pp. 9-10

proSabato: Cristina Campo, Nota #3 sopra la Liturgia

sotto falso nome

   Liturgia – come poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia ed appare inevitabile che, declinando la poesia da visione a cronaca anche la liturgia abbia a soffrirne offesa. Sempre il sacro sofferse della degradazione del profano.
La liturgia cristiana ha forse la radice nel caso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla Cena. Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: «Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me» – parola terribile che mette in guardia l’uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c’è sempre e non rimane a lungo e quando c’è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso – ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra i giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a colore che ispira.
   «E l’odore si sparse per l’intera dimora». Il nardo di Maria Maddalena profuma l’intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, tutte intrise di aromi e di fiori. Al nardo viene giustamente comparato l’incenso, che ha il potere di disperdere l’angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L’incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l’aroma dell’eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, alcunché di soavemente ferale. «Ella mi prepara la sepoltura» disse il Salvatore con altri balsami, in cerca del corpo venerato, esso non era più là. Come sempre non l’utile aveva servito alla vera celebrazione ma il superfluo: non l’azione ma la liturgia dell’azione. La vera imbalsamazione del Corpo del Signore era già avvenuta al banchetto, e insieme anche la sola unzione regale e sacerdotale che Egli mai ricevesse su questa terra. E più ancora: un principio di sacramento, giacché il corpo ch’ella così preparava era già l’«ostia pura, ostia santa, ostia immacolata» pronta all’offerta; e il suo bisogno di toccarlo, intriderlo di profumi e di lacrime, tergerlo con ciocche di cappelli, fondersi in qualche modo con esso, qualcosa di molto simile a una comunione. Inesauribile è il gesto di Maddalena, e in realtà Cristo affermò che per sempre ci si sarebbe ricordati di esso. Ciò che lo rende inesauribile è appunto la sua gratuità: tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a una dramma sola di quel nardo, come tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a un solo grano d’incenso bruciato al cospetto di Dio con cuore ardente.  Nel Mattutino del Grande Sabato del rito bizantino si cantano, rivolte a Giuda, queste parole: «Se sei l’amico dei poveri e ti rattristi dell’effusione di un balsamo per la consolazione di un’anima, come hai potuto vendere la luce a prezzo d’oro?»
   La complessità del gesto di Maddalena ne fa, come abbiamo detto, qualcosa che da liturgico diviene in qualche modo sacramentale. Ma si potrebbe ricordare, prima ancora del suo gesto quello non meno affidabile, se anche più semplice, dei saggissimi Magi. I quali, partiti alla ricerca di un fanciullo bisognoso di tutto, non gli recarono latte né panni ma le insegne della Sua triplice dignità di Profeta, di Sacerdote e di Re. Così mostrando che neppure Dio stesso, quando si mostri a noi perfettamente povero, ci dispensa dalla celebrazione simbolica della Sua gloria, quale è rappresentata dalla liturgia; e che questa, pur nel suo incessante attuarsi, rimane per eccellenza un’operazione contemplativa. Di una delicatezza e di una gravità che rendono, più che rischiosa, mortale ogni arbitraria modificazione.

da Note sopra la liturgia, in Cristina Campo, Sotto falso nome, Adelphi, 1998, pp. 127-129.

‘Le assaggiatrici’ di Rosella Postorino (nota di lettura di Patrizia Grassetto)

Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Milano, Feltrinelli, 2018, € 14,00

Di questo libro incuriosisce, da subito, il titolo e l’origine della storia narrata da cui molti sono stati incuriositi. Infatti l’autrice trae spunto da una vicenda vera del nostro passato recente – un passato che non possiamo dimenticare – e da cui inizierà poi un percorso di fantasia “realistica”.
Le ”assaggiatrici” sono davvero le donne che testavano il cibo di Hitler e la storia realmente accaduta è quella di Margot Wolk, assaggiatrice per lui nella caserma di Krausendorf.
Nella narrazione si ha invece la giovane Rosa Sauer, berlinese, fresca sposa che lascia la città dopo che il marito parte per il fronte e la madre muore sotto un bombardamento. Lei andrà a vivere dai suoceri in un piccolo villaggio di Gross-Partsch e, venendo dalla città, sarà sempre considerata un po’ straniera. È l’autunno del 1943; dalle prime righe:

Entrammo uno alla volta […] la stanza era grande le pareti bianche […] al centro un lungo tavolo di legno su cui avevano apparecchiato per noi […] quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo paura e fame.

L’orrore della guerra (non solo di quel fatto) si annida ovunque, in ogni luogo, in ogni momento, e procede oltre l’immaginario. Dall’assunto di Rosa si snoderà il suo racconto come protagonista che, assieme ad altre nove giovani donne, assaggerà il pranzo di Hitler: «il mio corpo – dirà – aveva assorbito il cibo del Führer».
Mangiare. Morire. Morire. Mangiare: mentre l’essere umano deve mangiare per vivere, le assaggiatrici mangiavano e potevano morirne. Erano affamate per mancanza di cibo e quel cibo poteva essere veleno. Ogni boccone come un ultimo respiro, a ciclo continuo.
L’autrice ha la capacità di rappresentare la storia nei suoi accadimenti e, nel contempo, penetrare nel sentire profondo della giovane Rosa, rendendo il lettore partecipe di ciò che lei vive nel suo animo.
Postorino ha una capacità scenografica: tutto scorre davanti come in un film; non a caso la violenza rappresentata dal cibo, sebbene in termini diversi, è la stessa, “capitale”, che Marco Ferreri rappresenterà ne La grande abbuffata (1973) e quella, ancora “sadica”, di Salò di Pasolini (1975). Quelle che l’autrice crea sono pagine intense, nelle quali ci si immerge quasi in una sovrapposizione empatica, sino a provare dentro di sé le paure dei personaggi, i loro timori intimi – segno di una costruzione sapiente degli stessi. Nella stanza mensa si intrecciano le vite delle ragazze, la loro amicizia ma, a volte, anche la loro inimicizia; in un ambiente femminile “costretto” e “claustrofobico” emergono le loro contraddizioni e le difficoltà del quotidiano durante la barbarie della guerra. (altro…)

proSabato: Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia

Il cruccio del padre di famiglia
[1917]

C’è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l’etimologia. Altri invece pensano che la parola derivi dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll’una né coll’altra si riesce a dare un senso preciso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto di refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un’altra. Per mezzo di quest’ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall’altra, quest’arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che quest’oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l’insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c’è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poiché l’Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell’atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto – e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l’idea ch’egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora.

In: Franz Kafka, Racconti. A cura di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1970, 252-253; la sezione nella quale il racconto appare, Un medico di campagna, è tradotta da Rodolfo Paoli.

Giorgio Galli, Le morti felici

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore 2018, € 10,00

 

Che non si possa fare un bilancio se non a compimento è una realtà di buon senso. Mi è sempre piaciuto pensare all’impossibilità di aggiungere non come a un’interruzione, ma come a una sorta di non perfettibilità raggiunta. Così vorrei imparare a vedere anche la morte: come una libreria ormai talmente stipata che non ci sarebbe spazio per un altro acquisto, ma proprio per questo perfetta a vedere. Sarebbe una “morte felice”, nel senso del titolo piccolo e densissimo libro di Giorgio Galli, edito da Il Canneto Editore nel 2018. E lui, che è un finissimo libraio, probabilmente apprezzerebbe la similitudine.
Le morti felici schiude e dilata, con diverse forme e attraverso diverse angolature, la morte (e proprio per questo la vita) di ventotto personaggi, dal matematico e filosofo Khayyām a Leonard Cohen con incursioni nel mito e molte nel mondo dell’arte.
Il libro intero sembra essere un lungi da. Lungi dall’essere un catalogo di “coccodrilli”, è pennellata esatta del senso di ogni vita; lungi, dall’altro lato, dall’essere un catalogo di biografie, è vaglio di quei gesti che hanno reso degno un percorso attraverso la cernita luminosa della morte. A volte la terza persona che commemora (anche se più che una commemorazione il tono è sempre quello del racconto) lascia il posto a una prima che semplicemente parla di sé; e in questo caso lungi dall’avvertire una voce da uno spazio altro sentiamo le parole di un attimo esatto, eppure espanso, che ha così il potere di pulire all’indietro. La morte è felice non (sempre e solo) in quanto accolta o desiderata, o in quanto ultimo tassello di perfezione, ma in quanto timbro di una vita appagata, che può essere stata burrascosa e arruffata, umile, dolorante, ma ad ogni modo, appunto, felice. Qualsiasi sia stata la biografia e la ragione della morte di chi muore, da Sándor Márai che raggiunge la sua Lola al gelido Mitropoulos stroncato durante le prove di un Mahler, non si perde l’impressione di aver sentito parlare una creatura che ha vissuto la propria vita così come era giusto che fosse condotta. (altro…)

proSabato: Umberto Piersanti, Cinquantuno («I fascisti, ci sono fascisti a filologia moderna!»)

piersanti cupo tempo gentile

Cinquantuno

«I fascisti, ci sono i fascisti a filologia moderna!»
Era una mattina con manifestazione contro l’America, tanto per cambiare, e dal Rettorato e da palazzo Vecchiotti dove aveva sede al primo piano filologia moderna, gli studenti si accalcavano stretti tra il palazzo Ducale da una parte, palazzo Petrangolini e la chiesa di San Domenico dall’altra, giù fino a piazza Rinascimento. E il cielo era chiaro, l’aria tiepida d’un autunno inoltrato che stentava a diventare inverno: un mattino come gli altri con manifestazione e cappuccino, chiacchiere al Cortegiano e passeggiate per il Pincio.
I fascisti erano quattro: tre ragazzi nuovi della zona, ma già noti per le bastonate date a qualcuno dei nostri all’uscita delle discoteche e da altre parti e Loru il sardo, quello dal coltello, che metteva paura a tutti. Loru non faceva lettere, ma farmacia: magari stava con gli altri tre solo per proteggerli. Questi dovevano passare per forza in mezzo alla manifestazione, dovevano fare un esame di linguistica col professor Forlini.
Gli studenti erano tanti: i tre si strinsero dietro Loru che, tirato fuori il coltello, camminava piano all’indietro per raggiungere la porta. I più vicini cominciarono a sferrare calci, tenendosi però lontani da quel coltello, ma Loru, questa volta, doveva avere paura anche lui: teneva il coltello fisso davanti senza mai uno scatto verso gli avversari: solo qualche irrisione e minaccia com’era il suo solito, volto contratto e agli altri dietro dovevano tremare le gambe. Raggiunto il portone, lo rinchiusero subito: e quelli a gridare e a calciarci contro.
Gianni si fece largo e la sua voce era proprio potente: «Compagni, quattro picchiatori fascisti si sono rifugiati nell’istituto. Forlini gli deve intimare di uscire e noi puniremo come si deve la loro provocazione. Sapevano che c’era una manifestazione per il Vietnam e sono venuti apposta, per provocarci: ma gli è andata male».
«Oggi ritorneranno a casa tutti in orizzontale» urlò uno dalla corporatura esile e dal volto gentile.
Andrea era lì in mezzo, ma solo per curiosità: le aggressioni a lui non piacevano proprio, la caccia all’uomo lo disgustava sempre, da qualsiasi parte fosse fatta.
Uscì il professor Forlini, un bell’uomo tra i quaranta e i cinquanta, capelli bruni e lunghi, quasi un accenno da capellone e giacca verde chiaro su calzoni sportivi, ma di buon taglio.
«Ragazzi, devono solo fare l’esame: io sono antifascista più di voi e vengo da famiglia antifascista: ma questi sono esami, solo esami, e si debbono svolgere nel modo più calmo possibile».
«Sono picchiatori, picchiatori fascisti, e la debbono pagare!»
«Questo è il momento degli esami: potrete saldare i conti con loro in un’altra occasione».
«Non ce ne frega niente se è il momento degli esami, questa volta non ce li lasciamo sfuggire: Forlini, falli uscire e basta. È meglio per te» chi aveva parlato era uno cupo, col cappuccio dell’eskimo tirato quasi sopra gli occhi.
«Ho fatto tutto il possibile: io non c’entro, me ne vado. Ripeto, io non c’entro niente con tutto quello che succede da adesso in poi. Ho il diritto di andarmene, sono stato minacciato». (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, ‘Riposo su una collina’

proSabato: Giovanni Comisso, Riposo su una collina

Mi piaceva una breve spianata tra piccole colline. Asciutta e raramente erbosa, pavimentata da detriti di roccia, aveva per sfondo l’alta parete di un monte vicino, tutta costruita di stratificazioni sovrapposte le une alle altre, contorte e chiazzate di rossastro. Solitaria e tiepida come un sacrato di campagna, non era stata invasa da alcuna costruzione di guerra, né mai v’era caduto alcun colpo di artiglieria. Come fosse stata un mia camera segreta, vi andavo quasi a nascondermi ogni volta la stravaganza dei miei superiori mi faceva subire rimproveri immeritati. Allora veniva che in quel luogo abbandonato mi dimenticavo della mia divisa e della guerra. Quel monte scarnificato dai ghiacciai della preistoria e quell’altra parete costruita forse dal fuoco o forse dal mare, distraevano a osservarli. In seguito m’accorsi che era più bello stare sulla cima d’una delle piccole colline attorno. Colline senz’alberi, tumoli di detriti del monte.
…..Una mattina (l’aria era tutta un giuoco di venti dolci) mi chiamarono d’urgenza al Comando di Divisione. Era il maggiore addetto ai servizi tecnici che voleva parlarmi. Il giorno prima avevo presentato una richiesta di materiale che secondo gli insegnamenti del corso allievi ufficiali, ritenevo necessario agli impianti telefonici della zona, per impedire l’intercettazione. Il maggiore voleva delle spiegazioni. Abituato ai sistemi dozzinali del comandante della mia compagnia, che si trovava in licenza, non volle intendere le mie insistenze e mi stracciò la richiesta. ebbi ancora l’ingenuità di pregarlo che mi facesse avere almeno un po’ di nastro isolante (animandomi con passione, come per una cosa necessaria personalmente a me), allora egli s’alzò e presomi per un braccio, m’accompagnò nella stanza degli scritturali, dicendomi in loro presenza, in diletto lombardo, di andarmene e di non seccarlo più. Ne uscii umiliato nel mio entusiasmo di giovane ufficiale. Nel rifare l strada tra i filari dei meli dove le frutta luccicavano acerbe contro l’ombra degli alti monti, sentii il passo d’uno che mi correva dietro. Era un mio soldato, che saputa ogni cosa dagli scritturali, mi veniva a spiegare, come poco prima stando al centralino, avesse inteso il colonnello del genio del Corpo d’Armata, sfuriare col maggiore per gli eccessivi prelevamenti di materiale. − Mancanza assoluta di comprensione, − gli aveva gridato; e chiuse il telefono senza voler intendere ragione. Capivo, perché ero stato trattato così male, ma già mi consolava l’idea di trovarmi nella mia solitudine tra le piccole colline. Il vento intermittente, tepido e piacevole agli occhi mi accompagnò al solito posto e come mi distesi per terra mi passò con tale tenerezza sul volto da farmi reclinare il capo come su d’un cuscino tra l’erba fresca e piena d’ombre. Allora mi piacque guardare tra i fili d’erba simili ad alberi d’una foresta, intessuti tra loro per resistere al vento; e meglio osservando, scorsi una carovana di formiche, lucide, negre, agili e pulite passare interminabile. Sospettose e vigilanti alcune deviavano ai lati del percorso per fiancheggiare la marcia del grosso della colonna e nell’incontrarsi con altre che provenivano in senso opposto, si fermavano per un breve abboccamento come per comunicarsi le informazioni topografiche necessarie. Pareva difettassero di provvigioni e partissero in esplorazione e conquista verso lontane terre promesse. Il vento mi portò d’improvviso un attacco risoluto di musica suonata al di là dell’Isonzo, ai piedi del Polunik tutto formoso di nuda roccia. Era una banda reggimentale che s’esercitava, chiusa in una baracca. Il monte copriva con al sua ombra tutta la curva del torrente. La musica veniva a sbalzi, sorvolando le acque tremule e il piccolo paese dove le case si alternavano di alti alberi. Suonavano la marcia dell’Aida, ripetendola così comicamente da farmi ridere da solo. Preso da una leggera allegria tolsi dal taschino della giubba una sigaretta e allora m’accorsi che una mosca grossa e grigia stava fissa sulla mia mano intenta a succhiarmi il sangue. Un dispetto immediato mi animò l’altra mano e gliela sbattei addosso rapida come un fulmine. La mosca tramortita cadde sull’erba e chinai il capo per cercarla. Non era morta, era caduta sul percorso delle formiche, subito fattesi sopra per stringerla avide e feroci alle ali e alle zampe. Dopo alcuni morsi già la portavano via, prima in tre o quattro, poi come misurato il peso, in du soltanto. «Come ogni avvenimento si coordina!» mi venne da dire, e accesi la sigaretta.  (altro…)