prosa

proSabato: Dino Buzzati, Ricordo di un poeta

proSabato: Dino Buzzati, Ricordo di un poeta

Ero già un bambino completamente formato di fuori e di dentro, durante la notte facevo ormai dei sogni complicati e terribili; di giorno poi partivo per le grandi avventure, galoppando per esempio sul cavallo a dondolo con la lancia, la spada, la corazza, via per il deserto, invincibile principe indiano, oppure scavando nel fienile, sotto il culmine del tetto, misteriosi cunicoli che portavano alla stanza segreta del tesoro. Già ero insomma un bambino scatenato e fantastico. Ma lui non era ancora nato.
Andavo a scuola, sapevo già scrivere correttamente sotto dettatura parole come interpretazione, querceti, fescennini, alla mamma che veniva a prendermi, la maestra diceva che ero abbastanza bravo, d’autunno risalivo armato di Flobert le lunghe siepi, strisciando, dietro un povero pettirosso spensierato e sulla riva del fiume, al tramonto, quando il murmure della natura si leva dal silenzio (sempre meno voci d’uccelli, sempre meno richiami di mandriani attraverso le praterie, le nubi si raggelano, un pipistrello impaziente, e dietro la cresta delle montagne quell’alone scuro che si espande), sulla riva del fiume, dicevo, qualcosa di nuovo e struggente mi tratteneva immobile a guardare l’acqua scintillante di pagliuzze d’oro fra i sassi all’ultimo sole, e in quel moto instancabile, in quel flusso che andava, andava, forse confusamente, percepivo il tempo, il quale si era già impadronito di me e aveva cominciato a divorarmi. Tante cose insomma bellissime e insensate nonostante la mia breve età. Ma lui non era ancora nato.
Poi, un certo numero di anni essendo trascorsi, io dalla finestra socchiusa nascostamente guatavo le ragazze godendo lo strano modo in cui muovevano le membra e di conseguenza pensavo a cose mai pensate, d’altro canto in un mattino di aprile, sulla cima nevosa del Resegone, solo, assaporai le prime grandezze spirituali, e nei tardi pomeriggi libri spalancavano le porte verso città sterminate, oceani, valli deserte, templi in rovina, corti imperiali, alcove, giungle, fatalità immense, tutto questo depositandosi nelle profondità dell’animo a formare un mondo mai esistito prima, e col batticuore scrivevo su una busta: “alla Gentile Signora Mariuccia Ciropellini (si chiamava proprio così), viale del Carso 43, Città”. Ma lui era ancora un bambinetto scemo, brutto per giunta, che faceva lunghi capricci a motivo di un gelato.
Un altro piccolo salto. Io uomo fatto, lui appena adolescente. Ma una sera all’improvviso, in solitudine, all’insaputa della intera umanità, con una matita in mano, egli scrisse alcune righe, e subito cominciò a staccarsi da terra.
Volava un po’ sghembo, librandosi simile a falco giovanetto sopra le case e gli alberi, entrava e usciva dalle grandi nuvole bianche del cielo, si sentiva a casa Sua lassù; macché ali, un mozzicone di lapis copiativo fra le dita gli
bastava. Nel frattempo io percorrevo la strada dall’ufficio a casa, ero socio vitalizio del Touring Club, al circolo scacchistico godevo una certa estimazione, e la gente diceva che complessivamente avrei fatto la mia strada.
Io mi ordinai, ricordo, un paltò da sera blu e durante le prove mi rigiravo dinanzi allo specchio a tre luci cercando inutilmente di trovare decente il mio profilo, mentre il sarto stringendo gli spilli fra le labbra mi saltabeccava intorno e faceva dei segni col gessetto.
Inoltre mio zio Enrico, morendo, mi fece inopinatamente erede del suo negozio di tessuti in via Baldissera all’angolo col corso Libertà: ne fui felice, certo, ma personalmente non me ne curai e ad accudirlo misi un certo Invernizzi, onesto uomo. Nello stesso tempo lui viveva, il giovane visitato dagli dei. E ogni sua parola scritta cadeva come goccia di piombo nel mare del silenzio e dell’apatia che attornia l’uomo come se precipitasse a picco dalla suprema vetta del Goisantan e onde concentriche se ne dipartivano allargandosi sempre più per gli spazi abitati e oltre, finché battevano col tonfo selvaggio della risacca contro i cuori ; quelle buie, sanguinanti scogliere! (altro…)

proSabato: Marco Papa, da Le nozze

Bruno mi fece: Eugenio, mi sono innamorato. Davvero? Davvero? dissi. Aveva un’espressione sconvolta. Era illuminato e disfatto dalla felicità, sembrava che la gioia lo avesse pestato. Era morto di vita. Non avevo mai visto uno innamorato sul serio: era una cosa così bella e deprimente, nei suoi occhi azzurri che guardavano oltre, come se stesse pregando in quella strana maniera che mi aveva insegnato, che ne ebbi paura. Puoi dirlo con certezza che sei innamorato? dissi. Cosa provi? Non te lo so dire, è una specie di ansia, una voglia di cose nuove, e anche, anche un po’ di sonno. E di chi ti sei innamorato? Di quella ragazza con il grembiule nero, la vedi? Mi sporsi un po’, lui si sporse insieme a me, indicandomela col dito. Arianna era tutta concentrata sul dolce, mangiava in fretta in fretta, come se avesse timore di non fare in tempo prima della fine della ricreazione. Teneva la merenda tra le mani come uno scoiattolo tiene la ghianda tra le zampe. Io, quella lì, la conosco, dissi. La conosci? Come si chiama? disse lui, quasi afferrandomi per il bavero. Arianna, si chiama. Abita nel mio palazzo, nell’appartamento accanto al mio. È la figlia della Papessa. Bruno non sapeva chi era la Papessa. E chi era? chiede anche Bruna. La madre. La chiamavo la Papessa. Una donna molto religiosa: perciò la chiamavo così. Andava a messa tre volte al giorno: la mattina prestissimo si comunicava. Usciva alle sei del mattino. Poi tornava a casa, svegliava la figlia e le preparava la colazione. Usciva per la spesa, più tardi, e faceva una capatina alla messa delle undici. La sera, alle cinque, di nuovo a messa. Si confessava, per essere pronta, pulita, per la comunione dell’indomani. L’ostia doveva essere la prima cosa che metteva in bocca, prima di iniziare la giornata: non sapeva muovere un passo, senza Cristo nello stomaco. Quando si ammalò, una volta, e non si poteva comunicare, le venne una crisi isterica, diventò matta. Aveva le visioni, vedeva tutti gli oggetti della casa muoversi contro di lei, precipitarle addosso, lo si capiva dalle sue urla che schizzavano per tutto il palazzo: niente stava più al suo posto, il suo stesso corpo si spezzava e ogni pezzo picchiava la sua anima. Arianna era molto piccola, allora. Gridava e piangeva: Mamma, mamma, calmati! Ma lei nemmeno la riconosceva più. La bambina fu vista sulla porta, fu sentita chiamare aiuto disperatamente. Dovette venire un prete a comunicare la Papessa a domicilio, come si fa con i moribondi. Appena ebbe l’ostia sulla lingua e la sentì sciogliersi dentro di sé, si placò, sorrise, disse alla figlia: Cara, tesoro mio. Un attimo dopo era guarita anche dalla malattia che l’aveva costretta a letto. Si alzò, aprì le finestre e si mise a cantare a squarciagola: Cristo è proprio una gran vitamina! Ero terrorizzato da quella donna. L’ho sognata infinite volte. Facevo un sogno ricorrente, con lei. Sognavo di cavalcare un cavallino nero, in una piazzetta di paese che aveva una fontana al centro. Il mio cavallino trottava intorno alla fontana. Alle finestre che davano sulla piazza stavano affacciati gli abitanti del paese: applaudivano cavallo e cavaliere. Ero ebbro di approvazione universale. Facevo anche l’equilibrista: mi mettevo in piedi sulla groppa del cavallo, allargavo le braccia, poi puntavo le mani sulla groppa e spingevo le gambe verso l’alto. Gli applausi erano sempre più forti e ritmati, era come se decine di tamburi suonassero all’unisono. All’inizio i colpi apparivano ravvicinati, stretti in un’allegra marcetta. Poi gradualmente si distanziavano, cupi, lenti, sempre di più, rimbombavano come cuori. Mi rimettevo a cavallo del mio cavallino, gambe in giù, e lui non trottava più, si trascinava alla meno peggio, arrancava, stanco, intorno alla fontana. Il ritmo delle mani diventava patibolare: era la marcia che accompagna i condannati a morte. Alzavo lo sguardo verso il mio pubblico, tutti battevano le mani con espressione triste, compassionevole. Che succede? domandavo. Nessuno mi rispondeva. Le donne piangevano silenziose, reclinavano le teste sulle spalle dei mariti. A un certo momento la fontana smetteva di buttare acqua e tutti smettevano di battere le mani. Il mondo era secco, immobile. Il cavallino, anche lui si era fermato. Si piegava sulle gambe per invitarmi a scendere. Scendevo. Camminavo, sbandando, per la piazza. C’era una porticina aperta, fatta apposta per entrare. Capitavo in un andito scuro e dicevo: Ma che succede, insomma? Per terra c’era la Papessa nuda, gonfia, con la bocca spalancata, immobile anche lei. Mi curvavo su quel corpo, pareva morta. Signora, che succede? Mettevo l’occhio nella bocca nera e vedevo ardere dentro, dentro quel corpo, una fiammella tremolante. La fiammella si agitava tutta, lanciava imprecazioni in una lingua strana, che però comprendevo. Comprendevo, cioè, ed ero il primo a meravigliarmene, il linguaggio del fuoco, della fiamma. Imprecava come una donnaccia, diceva tutte le parolacce che conoscevo, si protendeva verso di me come per appiccarmi il fuoco. Io mi ritraevo inorridito, mi voltavo verso la porta per scappare. La porta era chiusa. Tentavo allora di passarci attraverso, spingevo con le ginocchia, con le spalle, con la testa, con le mani, con i piedi, con le braccia. E la porta diventava molle, gommosa, appiccicosa. Mi si appiccicava addosso: non sarei mai riuscito a passarci attraverso. Restavo lì, invischiato per l’eternità. Forse la morte non è altro: colla, miele, gomma masticata e sciolta al sole. (altro…)

#PoEstateSilva #1: Eleonora Santamaria, Un manichino elegante

PoEstate Silva #1: Eleonora Santamaria, Un manichino elegante (Perrone, 2017; € 12,00)

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Clementine. Mignolo destro su occhiali

Queste manine le riconosco.
Ritorno ad essere la protagonista dell’allegra favoletta.
«Dillo a zia Rodi
Dillo a zia Rodi
La la la la la, la la la la la».
Non voglio far resoconti, ma che me ne importa! Solo per
ora, lasciatemi dipingere le mani di blu per imbrattare il
mondo, lasciatemi ridere.
Da grande voglio fare il pirata, la ballerina e l’ostaggio.
Voglio un gatto con le ali e una foca blu.
Una gran pernacchia ai “devo crescere”. Sono inciampata
in tutti gli sbagli, sì; ho bruciato un pezzo di carta per vedere
le fiamme alzarsi, ho colpito chi mi voleva bene, ho giocato
a nascondino chiudendo gli occhi al centro di una stanza, ho
perso tutto, mi sono sbucciata le ginocchia e ho mangiato la
crosticina cinquantasettequattromila volte, ma, solo per stasera,
sono innocente.
Ho deciso di partire, da sola, come sempre.
Con i miei otto anni e il fazzoletto pieno di bambole e soldatini
in spalla, parto per l’avventura, alla ricerca dei giocattoli
perduti. E, ve lo dico, se trovo un megabignè lo mangio
senza tovagliolo.
Voglio vedere se mi fanno fare il capitano di nave, è facile
arrivare al mare se c’hai i soldatini che ti dicono «Eh hop
hop, uno, tre, hop hop!».
Un alberone? Che ci fa qui?
Canticchio perché nessuno può dar la colpa a me oggi.
Sì, ma non si vede nulla.
Ho scordato gli occhiali, uff, torno a casa. Allora facciamo
che vado all’avventura domani.
Che manco si vede la luna.
«LUNAAA!» no, vedete, non ci sta!
«Dillo a zia Rodi
Dillo a zia Rodi
La la la la la, la la la la la».
Mi permetto di fischiettare ed essere una bambina, solo
per un altro po’, fino alla fine della strada.

*

Parco dei drogati

Quella mattina, Jacques venne svegliato dalle spazzole del camion dei rifiuti.
«E spostati!» urlò dal finestrino e da dietro ad una sigaretta il tizio dei rifiuti.
Pareva così determinato a passare che Jacques si inorgoglì di tanto zelo.
Per questo, si mise in piedi, si scrollò di dosso la nottata e si spolverò il giacchetto consumato per incamminarsi verso la nuova mattina.
Si ritrovò più curvo di almeno tre centimetri.
La vita attorno sapeva ancora di sonno e possedeva quella brillantezza di colore propria di chi è appena nato.
Un solo cinguettio accompagnò il viaggio ben definito di Jacques.
Per il passero, il barbone sotto di lui stava girovagando senza meta, allora lo lasciò andare dopo cinque note.
Avrete capito che si trattava di un passero distratto, perché Jacques era un fiume, stava seguendo il suo corso inarrestabile
e maestoso, non vi era argine che lo trattenesse.
Destra. Sinistra. Dritto dopo la fontanella.
E finalmente il cancello del ridente “Parco dei drogati” lo invitava ad accomodarsi con il cigolio che lo contraddistingueva.
Rimase col naso all’insù verso la volta del cancello; si sentì molto basso ed entrò.

Lo accolsero sterpaglie e vecchie siringhe, piante imponenti, lucertole spaesate e giostre abbandonate.
A pelle, Jacques sapeva cosa stava cercando, sempre senza pretese.
Percorse quello che un tempo era un vialetto e si sedette sull’altalena immobilizzata dalla ruggine, al centro del carosello
della decadenza.
Il suo peso minò l’equilibrio dell’intera struttura. Fermò a fatica l’altalena accanto che si attorcigliò su se stessa. E scorse
lui sullo scivolo sudicio.
In realtà, l’uomo rimaneva appeso allo scivolo solo dal ginocchio; il resto del corpo era spalmato sull’erba con i
quattro capelli sulla fontanella semiaperta che gli facevano da vaso. Con impegno, si poteva scorgere anche il segreto che tratteneva la mano sotto l’ascella. La sua perla se ne stava a suo agio con il suo scudo umano, conficcata nella terra verdina.
Facendosi aiutare da tutta la lentezza accumulata nella vita, rivolse la testa verso Jacques che già lo stava osservando.
Lo fissò come un santo che fa l’amore per la prima volta, pentito e appagato, ma Jacques lo perdonò, strizzando gli occhi.
La sua risposta fu un rutto imponente e grato che fece tremare l’altalena.
Rutto su scivolo.
La ruggine dell’altalena inamovibile permise a Jacques di vincere la lotta contro la gravità ed aggiungere l’uomo alle persone eternamente nel piede.
Si fece solleticare dai raggi solari e dal suo nuovo amore che cercava di alzarsi come un sasso che cerca di galleggiare.
Sospirò a lungo.

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proSabato: Maurice Maeterlinck, La Vita delle api

proSabato: Maurice Maeterlinck, La Vita delle api

Libro Primo – Sulla soglia dell’alveare

Non intendo scrivere un trattato di apicoltura o allevamento delle api. Tutti i paesi civili ne hanno di eccellenti che è inutile rifare: la Francia ha quelli Dadant, di Giorgio de Layens e Bonnier, di Bertrand, di Hamet, di Weber, di Clément, dell’abate Collin, eccetera; i paesi di lingua inglese hanno Langstroth, Bevan, Cook, Cheshire, Cowan, Root e i loro discepoli; la Germania ha Dzierzon, Van Berlepsch, Pollmann, Vogel e molti altri.
Non si tratta neppure di una monografia scientifica dell’apis mellifica, ligustica, fasciata, eccetera, né d’una raccolta di nuove osservazioni o nuovi studi: non dirò quasi nulla che non sia noto a quanti hanno avuto un po’ di pratica con le api. Per non rendere pesante questo libro, ho riservato a una opera più tecnica un certo numero di esperimenti e di osservazioni che ho fatto durante i miei venti anni di apicoltura, e che sono d’un interesse troppo limitato e troppo speciale. Voglio solo parlare delle “bionde api” di Ronsard, come si parla, di una cosa che si conosce e si ama, a quelli che non la conoscono affatto. Non intendo ornare la verità, né sostituire, secondo il giusto rimprovero rivolto da Réaumur a quanti prima di lui si sono occupati delle api da miele, un “meraviglioso” compiacente e immaginario al “meraviglioso” reale. Già troppo “meraviglioso” c’è nell’alveare, perché vi sia ragione di aggiungerne altro. Del resto, da molto tempo ho rinunciato a cercare in questo mondo una meraviglia più interessante e più bella della verità, o almeno dello sforzo che l’uomo fa per conoscerla. Non affanniamoci a trovare la grandezza della vita nelle cose incerte: tutte le cose ben certe sono grandissime e finora noi non abbiamo compiuto il giuro di alcuna di esse. Nulla dunque esporrò che non abbia io stesso verificato, o che non sia talmente ammesso dai classici dell’apidologia da rendere oziosa qualsiasi verifica. La mia parte si limiterà a presentare i fatti in una maniera altrettanto esatta, ma un po’ più vivace, a mescolarvi alcune riflessioni più ampiamente svolte e più libere, a raggrupparli in modo più armonico che non si possa fare in una guida, in un manuale pratico o in una monografia scientifica. Chi avrà letto questo libro non sarà in grado di curare un alveare, ma conoscerà press’a poco tutto quanto si sa di certo, di curioso, di profondo e di intimo sui suoi abitanti. Non è molto, di fronte a quello che rimane da imparare. Taccio di tutte le tradizioni erronee che nelle campagne e in molte opere formano ancora la leggenda dell’alveare. E quando ci sarà dubbio, disaccordo, ipotesi, quando arriverò all’ignoto, lo dichiarerò lealmente. Vedrete che ci fermeremo spesso dinanzi all’ignoto. Tranne i grandi atti sensibili della loro organizzazione e della loro attività, nulla si sa di totalmente preciso sulle favolose figlie di Aristeo. Via via che le andiamo allevando, constatiamo sempre più d’ignorare le profondità della loro esistenza reale; ma è questa una maniera d’ignorare già migliore dell’ignoranza incosciente e soddisfatta che forma il fondo della nostra scienza della vita; e probabilmente è tutto quello che l’uomo può lusingarsi d’imparare in questo mondo.

© Maurice Maeterlinck, “La Vita delle api”, trad. di C. Siniscalchi, in Maurice Maeterlinck, a cura di Ruggero Jacobbi, Torino, UTET, 1967 (prima edizione originale: Parigi 1901)

‘Bassa Marea’ di Sandro Frizziero e Michele Vangelista

BASSA MAREA

I.

Ricordo intrecci di rami; la linea bianca al margine della carreggiata, l’asfalto grigio, poi nero, poi ancora grigio. La tua voce che mi parlava di questo o di quello. Allora non lo immaginavi, ma avevo già imparato a non ascoltarti. A non ascoltare più niente; solo le cose importanti. Trattavo l’esistenza come se, dopotutto, fosse sempre possibile trovare una via di scampo, una soluzione. Ancora oggi mi trovo spesso a bisbigliare senza motivo un “passerà”.
Ricordo la tua mano che reggeva il volante con sicurezza; ogni tanto allargavi le gambe nell’angusto spazio dell’abitacolo. Eppure, non ti mancava il respiro, non ti sentivi soffocare dentro all’automobile che ci conduceva, centrotrenta chilometri orari, dall’Italia alle coste dalmate e poi più a sud, fino a Spalato. Anzi, sembravi esattamente a tuo agio mentre guidavi.
Forse perché, come si dice, la vita è un viaggio. Questa è una bella metafora! Come suona bene! Come sembra vero! Un viaggio involontario di certo, durante il quale non c’è nulla da scoprire, niente che possa sorprenderci davvero; neppure il mare, immenso, che s’apriva al nostro sguardo, ogni tanto, tra la vegetazione.
Ricordo la radio che trasmetteva le informazioni sul traffico, i rallentamenti, le deviazioni. Noi correvamo liberi, la nostra strada era sgombra. Contavamo di arrivare al traghetto per Vis all’ora di cena.

II.

Ti guardo mentre guidi, mentre parli, mentre ti sistemi i capelli e mi convinco che tu vivi in linea retta. Ti muovi da A a B senza deviazioni, senza lungaggini perché la strada più breve, per te, è sempre la migliore; e B è il punto che hai previsto, il risultato dei tuoi sforzi nello studio, nel lavoro, nelle relazioni. Il tuo mondo è un piano cartesiano nel quale sai sempre dove sei, nel quale hai tutto sotto controllo, anche gli assi nascosti e le scelte dubbiose.
Tu, caro e amato poligono regolare, mi odieresti, o forse compatiresti, se sapessi, invece, che io sono una linea curva, a tratti attorcigliata, a tratti impedita nel suo andare, come le alghe spinte dalla corrente e trattenute dai pali; una linea spiraliforme, che non mi permetterebbe di raggiungere il punto B anche se lo avessi già riconosciuto.
Ebbene sì, lo confesso: passo gran parte delle giornate a disbrogliare i nodi dei miei pensieri che non mi fanno mai del bene e non mi fanno mai sentire più intelligente. Pensieri da poco, con la “p” minuscola, robetta insulsa che filosofi e psicologi sdegnerebbero. Da fuori, lo so, sembro avere la potenza di un treno, la schiettezza dell’orizzonte, senza alture o doline, senza colline o torri. Ma che ci posso fare se dentro di me è tutto in disordine, se sotto il mio tappeto lo sporco si accumula? Fino a quando riuscirò a tollerare, fino a quando riuscirò a nascondere, a sotterrare e dissotterrare questo infinito cimitero di pensieri?

III.

Alta pressione sull’Adriatico, anche sopra questa striscia di sabbia dove si trascinano gli anziani mattinieri e si accumulano le alghe marcescenti. A chi guarda, il paesaggio non dice altro, per paura o per pudore.
Una coppia di giovani, che non sembra una coppia e forse non lo è, si muove a passi lenti. Lui, con la testa bassa e lo sguardo teso, forse cerca qualcosa e non sa cosa, come l’uomo che costeggia la battigia con il metal detector sognando un tesoro. E come i cercatori di vongole scavano con le mani nella sabbia, lui dà l’impressione che questo qualcosa sia sepolto e segreto, eppure vicino, palpabile. Lei, invece, come i gabbiani volteggiano alti e poi atterrano all’improvviso, alterna espressioni indecifrabili a un broncio di noia rassegnata.
L’alta pressione tiene, allontana certamente il maltempo e forse anche le lacrime, che pure potrebbero scendere all’improvviso, perché non esiste un “limite acque sicure” se non per essere superato e bere l’acqua del mare; far entrare il mare dentro di sé e pentirsene.
La coppia, che non sembra una coppia e forse non lo è, si allontana, mentre la radio di un chiosco appena aperto trasmette le previsioni del tempo. Le ore passeranno e i due non avranno capito ancora nulla l’uno dell’altra. Quanto tempo servirà loro per non capirsi del tutto?
Il tempo si manterrà stabile. Nessun rovescio. Niente di nuovo.

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Recensioni ibride #3: #Nessunavocedentro di #MassimoZamboni

zamboniRecensione ibrida a Nessuna voce dentro

di Ilaria Grasso

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Quando compri a vent’anni il tuo primo album dei CCCP dal titolo Canzoni Preghiere Danze del II Millen­nio: Sezione Europa non sai ancora chi sarai. Ascolti quelle canzoni, leggi i testi sul booklet pensando, con gli occhi alti al soffitto, che prima o poi qualcosa dovrai farla anche tu che ti dà noia tutto. Non sai dove ti porteranno quelle canzoni. Non sai che ti porteranno persino a confrontarti con il nuovo capo che pure lui ha ascoltato e forse ballato a sfinimento quelle canzoni. Fai difficoltà a pensare di stendere nella tua vita un verso e non ipotizzi neppure che un chitarrista possa essere anche un poeta o uno scrittore. Eppure vi assicuro che tutto ciò io l’ho vissuto e concedetemi un po’ di romanticismo ma voglio racc­ontare un po’ di me per far capire come la musica, i testi, i libri siano necessari per la costruzione della propria identità e di un “sentire comune”. E che non dobbiamo mai stancarci di cercare quelle “qualità che non rendono in questa razza umana che adora gli orologi e che non conosce il tempo” perché alla fine la differenza nella vita la fanno, eccome!
Il libro di cui vi parlerò è Nessuna voce dentro di Massimo Zamboni, chitarrista del CCCP, scrittore e poe­ta. Zamboni ci racconta tutto ciò che c’è stato prima di quel famoso album e che a me e a molti manca­va: com’è arrivato Zamboni a Berlino e come ha incontrato Giovanni Lindo Ferretti, voce dei CCCP, attualmente anche lui scrittore e artista.

Siamo nel 1981 e un ventiquattrenne Zamboni lascia la sua terra, l’Emilia, alla volta di Berlino. Non sa ancora cosa aspettarsi. Ciò che sa di Berlino è tutta contenuta nelle pagine della rivista “Frigidaire” che immagino consunta dalle troppe letture:

[…] casini continui per una ventata di occupazioni, tante, quasi centocinquanta – o ancora – Kreuzberg, uno dei quar­tieri più colorati dalle occupazioni […] Prospera il circuito alternativo: Kneipen, circoli culturali, librerie, teatrini, piccole attività teatrali, gruppi di ricerca […] Uno scenario da sogno, visto da questa asfissiata città d’Emilia. E se io andassi? […]

In questo on the road troviamo un’eccellente rappresentazione di un’intera generazione che in quegli anni confluì da tutte le parti d’Europa. Zamboni ha uno stile narrativo gradevole e leggero. Sceglie la prima persona per raccontare “mettendoci la faccia” anche quando le cose da dire sono le più dure. Ci spiega cosa vuol dire vivere in una casa occupata, lavorare in un ristorante italiano pressoché in nero per due lire e vestirsi con le due famose lire di cui sopra. Uno si chiederebbe: che vita è? perché lo fa? non era meglio rimanesse a mangiar tortelli in Emilia? Ma Zamboni si stava stufando del “piano padano”. (altro…)

proSabato: Anna Del Bo Boffino, Violentata dalla vergogna

proSabato: Violentata dalla vergogna

«Tu scrivi di violenza delle donne» mi dice una voce d’uomo al telefono. «Ma sai che cosa può succedere a una donna violentata?» Tante cose, penso: ognuna reagisce come può ma è certo, sempre, un trauma da sanare. «Io avevo una compagna, all’inizio degli anni Settanta, che è stata violentata, e si è suicidata due anni dopo.» Si sente la voce di un bambino, e l’adulto gli risponde, poi torna a dire: «Sono un operaio, stamattina è il mio turno di riposo, e il bambino è a casa, sta poco bene. Mi sono sposato dodici anni fa, ho due figli. Ma di lei, Wilma, non riesco più a scordarmi.» Ha una voce gentile, un leggero accento meridionale, e il suo linguaggio è fluido, espressivo, ricco di parole vecchie e nuove: uno del Sessantotto, penso, uno di quei giovani operai che hanno lavorato nel movimento insieme agli studenti.
..«Eravamo fidanzati, fin da prima. Poi, dopo accaduto il fatto, per farle capire che a me non importava, che le volevo bene lo stesso, le ho chiesto di vivere insieme. Ma lei si sentiva marchiata dalla violenza. Diceva che io solo ero un uomo buono, ma tutti gli altri erano cattivi, e non voleva uscire, si chiudeva sempre più in casa e in se stessa. Per sei mesi, dopo il fatto, non riusciva più a fare l’amore. Ho avuto pazienza, mi accostavo a lei con delicatezza. E lei, poco per volta, ricominciava a rilassarsi, a rispondere. Quando ci siamo riusciti di nuovo, la prima volta, le ho detto: “Vedi che si può? Vedi che sei guarita?”. Ma lei mi rispondeva sempre: “Solo tu, e Che Guevara, siete uomini buoni.”. E aveva la fissa del suicidio. Leggeva Pavese, Sylvia Plath, Majakovskij. “Non è decadenza borghese,” diceva “l’hanno fatto anche loro”.»
..«Quanti anni aveva?» chiedo. «Venticinque quando è stata violentata, ventisette quando è morta. L’hanno sepolta al suo paese, nell’Appennino emiliano, e io vado spesso a trovarla. Sono andato anche con mia moglie, che le ha pulito la tomba, e io ero così contento, come se potessero essere amiche.» «Tu sei meridionale?» gli chiedo. «Siciliano.»
..«È andata così: lei abitava un po’ fuori Milano, e prendeva la corriera per venire giù a lavorare. La fermata era davanti a un bar. C’erano spesso degli uomini, dei ragazzi, che bevevano qualcosa seduti ai tavolini. E c’era uno che la tampinava, ma per scherzo, pareva: signorina qui, signorina là. Wilma era bella. Lei non gli badava, ma un giorno, che la corriera era in ritardo, lui le ha offerto un passaggio. E lei ha accettato. Invece che in città, si è diretto in mezzo ai campi, e l’ha violentata.»
..«Non l’ha denunciato?» gli chiedo. «No. Anch’io le avevo detto: “Denuncialo”. Ma lei rispondeva: “Mi hanno vista tutti prendere il passaggio, sono io che sono una puttana”.
Chissà cose le passava per la testa.» (Ma non è questo che fanno spesso quando una va a denunciare il fatto, o quando c’è il processo: dire che era lei, la puttana? Quindici anni fa, una ragazza libera e colta come Wilma, lo pensava addirittura per conto suo: sono stata una puttana, quello che diranno tutti è questo, e allora a che cosa serve denunciare? Quanto ci vorrà, ancora, per rovesciare i termini del rapporto?) (altro…)

proSabato: Emidio Montini, Nove

paroladiscriba

Nove

Essere crocifisso nell’azzurro è la più terribile delle punizioni. Per avere veduto il vero, lo stato della Casa. Le blatte lungo i muri, dietro gli stipiti. Le migrazioni delle cimici, la sottile conquista di ogni responsabile spazio, e scarafaggi a milioni coi loro dentini aguzzi a attaccare le fondamenta. Il senso dei miti è questo: indagare i locali interni del Tiranno che ha il potere di mozzar la testa, ma la cui stanza da letto è un cesso. Passare la facciata, come un falco bucare le nuvole e scoprire ghignante il Padre: il grande sarto che scombina i fili della decenza. Come se il male fosse di pochi abietti, mentre è la somma dei peccatucci a far crollar le Torri. Il creato è un grande Uno, divisibile solo per se stesso, senza frazioni, senza resto. L’entropia è un’altra menzogna del progresso. Non un’oncia d’energia va smarrita, non una lacrima dimenticata. Ma questo è un concetto semplice, di puro terrore per i milioni. Un concetto che non contempla maschere: che distrugge i ruoli, che coglie in fallo i piccoli di mercante e gli innumerevoli mariuoli. Non più placche d’ottone sulle porte, a indicare quale la parte che fa ingrassar le sporte: quale il colore che fa giuste le cose storte. Io per me non sono più umano. Rifiuto la razza dell’anello e della bisaccia, la genìa della chiacchiera incarnata. Dei culetti al vento, dei dischetti leva trucco. Delle schiume come cascate e delle bende ultrasottili per veline mestruate. Fuori l’anima, se esiste! La voglio per le strade nel tempo della Terra!

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(da Parola di scriba, L’arcolaio, 2011)

Bambini soli

È successo di nuovo, qualche giorno fa, e dopo la consueta, necessaria, sfilacciata discussione su colpe, cause e concause, stabiliti i colpevoli, circoscritte le regole non rispettate; anche dopo calato il velo del silenzio sull’evento nessuno è stato in grado di soffermarsi su un piccolo significativo particolare. I bambini, anche loro, muoiono e non sarà il definirne colpa e colpevole ad assolverci e a continuare a immaginarci come una società protettiva e tutelante, perché è solo una grossa imperdonabile bugia.
Mi fermo subito però, perché non vorrei si cadesse nell’equivoco del ritenere il testo di cui voglio parlarvi, Il libro dei bambini soli, esordio di Enrico Sibilla, una sorta di rimedio taumaturgico, un manuale per la tutela dell’infanzia. No!, Il libro dei bambini soli, il cui titolo già lascia immaginare un regesto delle possibili infinite solitudini, dà solo ed esclusivamente la voce ai bambini e come è giusto che sia, è una voce in diretta, che cresce; non ci sono finali prevedibili. Ogni solitudine è raccontata nel suo evolversi, nel suo lento strisciare sotto pelle o nel suo presentarsi improvvisa e la narrazione incessante e fortemente ritmica ma coerente in tutti i sei racconti. oltre a tutelarsi da possibili interpretazioni autobiografiche, nel suo incedere che non è naturale e lineare  spesso costringe il lettore a fermarsi per riprendere il filo e il respiro. In realtà la scelta stilistica, musicale e ossessiva non è altro che la traduzione adulta di un flusso del pensiero infantile, animista, quasi magico, che avanza per tentativi e che è poi l’origine della prima solitudine, la comunicazione del dolore.  Qui sta la grande sfida affrontata dall’autore: entrare nella mente del bambino, cercare le avvisaglie, i dubbi che circoscrivono la paura dello stare soli e così come la definizione e lo sviluppo delle conseguenti strategie per presentarli così, puri, con una lingua che si alterna tra narrazione continua e brevi frasi, sentenze, atte a marcare il terreno del possibile, per paura di perdersi ancora. La morte, la paura della perdita in maniera diretta o indiretta è una costante necessaria in tutti i 6 racconti perché è costante necessaria nell’esperienza quotidiana di ogni bambino. Ogni piccolo trauma, ogni piccola delusione o dubbio rappresentano sempre una soglia tra vita e morte: che sia l’arrivo di una sorellina, un saluto frettoloso o il terrore costante della perdita di un genitore. Enrico Sibilla doppia così con la sua lingua fortemente poetica e ritmica quelle paure piccole a cui guardiamo con inconsapevole tenerezza ma che in realtà rimangono impresse al punto tale da lasciarci sempre e comunque disarmati davanti a un mondo che non solo è fatto di ripetute solitudini, ma che crediamo di affrontare solo perché pensiamo di delimitare e rendere comprensibile e risolvibile con razionalità. Ma alla fine la vera provocazione di Sibilla forse sta proprio nel ricordarci che la soglia tra mondo adulto e mondo bambino sta solo nel linguaggio e che la paura della solitudine e della morte sia solo mediata se non anestetizzata da un pensiero razionale che tende a delimitare tutto. Ma appena è la lingua, quella libera, primordiale, quella delle domande a prendere il sopravvento, allora dobbiamo rassegnarci all’idea che chiunque di noi è stato e sarà un bambino solo.

Enrico Sibilla, Il libro dei bambini soli, il Saggiatore, 2016, pp. 192, € 21,00

Giovanna Amato, “Terzafascia”: romanzo

Romanzo-reportage di Giovanna Amato sul precariato della scuola, prefazione di Anna Maria Curci, FusibiliaLibri editore. Per altre info, qui. Ma intanto, perché privarsi di un assaggio? Buona lettura!

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Quando avevo la loro età, sedevo sulle stesse piccole sedie di legno tenute insieme dalla torsione di una sbarra di ferro cavo. Erano sedie così leggere che bastava avere uno zaino troppo pieno perché la tracolla le trascinasse a terra.
Mi rendo conto di non aver più messo piede in un’aula di scuola media dagli anni Novanta. Cerco con gli occhi le penne a scatto multicolor, i walkman sotto i banchi, i quaderni con i personaggi di Beverly Hills. Ma siccome so che anche Cicerone si lamentava della decadenza dei costumi rispetto alla precedente generazione, mi limito ad accogliere con tenerezza i loro zaini trolley, i diari dei Gormiti e la penna laser di cui al momento ignoro la funzione ma che sarà grande protagonista delle nostre litigate in futuro.
Dico tenerezza per intendere quel ghigno isterico di panico che mi sfigura mentre la bidella mi presenta alla classe.
Dico bidella per evitare l’offensiva locuzione di collaboratore scolastico coniata solo per far passare come offensiva la parola bidella.
Dico classe per riassumere ventinove persone tra i dieci e i dodici anni (tredici maschi, sedici femmine) con diverse storie personali ed esigenze private nei confronti delle quali il mio compito è portarle a un grado omogeneo di competenze, fiducia e conoscenze riguardo ad alcuni settori della formazione umana.
Ingoio il mio buongiorno. Soprattutto, dico generazione non sapendo di cosa parlo, non avendo mai capito a che punto scatti la separazione (mi hanno spiegato che è una forbice di venticinque anni ma non ho capito mai a partire da chi), e so soltanto che supero di poco il doppio dei loro anni e che tra l’altro ho vaghissimi ricordi di tutto quello che mi è successo prima di aver compiuto la loro età. (altro…)

Crepapelle, di Paola Rondini

Crepapelle

Paola Rondini, Crepapelle, Intrecci Edizioni, 2017, € 14,00

Crepapelle, o, dividendo, «crepa-pelle»: la possibilità cioè, anzi la dimostrazione della possibilità, che vedere le cose diversamente (cose, persone, situazioni) è possibile. Sempre che, certamente – ed è il caso che avvenga, è giusto che accada, nella vita – il dubbio abbia la possibilità d’insinuarsi, di fare ingresso nelle nostre esistenze attraverso lo scherzo del caso.
Qui il caso è rappresentato da un semaforo, da un’attesa, un incrocio, e la metafora è subito pronta: l’incrocio è quello dei destini, il cambio di direzione è un cambio di sguardo, di prospettiva, cui sempre, improvvisamente, siamo soggetti.
Rondini, al suo quarto romanzo (dopo Miniature, I fiori di Hong Kong, Il salto della rana) è bravissima a fare entrare in scena i personaggi, in modo eloquente e raffinato. Siamo a Firenze, in un aprile luminoso. Edo, il professor Edoardo Valeri come più tardi nel libro si capirà, è un uomo di origine umbra, ormai anziano e carico di storia, che una volta al mese esce da Villa Clara, la casa di riposo dove dimora, e distribuisce agli automobilisti fermi al semaforo un foglio di carta, riportante un messaggio che possa colpirli, distogliendoli dalla ripetitività dell’ordinario. In una di queste occasioni ne consegna uno al dottor Giacomo Selvi, chirurgo plastico alla Clinica Casa Monteverde, che ha il «polso flessibile e determinato di uno scultore», tutto «tecnica, dedizione, aggiornamenti, e bellezza». Greta, cliente in attesa di essere operata al volto, è una cinquantenne che ha «deciso di farsi tagliare», una donna che, spesso in preda «a un’apnea perlustratrice» e svuotata dalle sue magre esperienze, ripone in un cambiamento fisico la possibilità di mutare interamente il corso della sua vita.
Solo apparentemente sono frutto di pazzia – così d’acchito pensa Selvi – le parole che quell’uomo ha voluto consegnargli. Ma così non è: “Due espressioni. Vedi l’occhio diverso?”. Il dubbio, il doppio, l’asimmetria del volto. Il bersaglio, l’ossessione di sempre di Selvi, è stato colto. «L’osservazione maniacale del volto umano l’aveva condotto alla certezza che la naturale, impercettibile, millimetrica diseguaglianza dei nostri due lati, fosse in realtà molto più complessa e interessante e sfociasse in una specie di sovrapposizione con punti di rottura e punti di incollamento».
Quel foglio ha una portata enorme. Basterà notare un minuscolo tatuaggio sul corpo della signora Greta Lensi, a far precipitare il dottor Selvi in un «grumo di nulla dolorante che si era impossessato del suo stomaco e del suo cervello». Uno sconvolgimento, del tutto imprevedibile, e forte al punto che Greta è costretta a non poter soddisfare il desiderio covato a lungo di riavvolgere l’età: l’operazione salta, e lei deve tornare a casa. Ha «la testa come un cielo nuvoloso», corre «incontro a un’onda di sconforto gorgogliante e densa: gli ultimi anni del matrimonio, suo figlio indipendente, il vuoto degli uomini che aveva incontrato, il vuoto». Il talento della scrittura, la brillantezza dello stile di Paola Rondini sono evidenti. Come nei corsivi, che punteggiano il racconto riportando la voce e il vissuto di Edo: «Quel luogo iniziò il suo movimento disallineando spazio e tempo in geometrie sentimentali, costruendosi in nuovi piani sopraelevati, nuove pareti di ignoto metallo, inedite profondissime gallerie, arditi scivolamenti lucidi. La porta era sempre aperta per chi avesse guardato meglio». Viene da quel mondo, Crepapelle, sgorga da quella terra immersa nel ricordo, in piena Seconda Guerra Mondiale: è il nome affibbiato al calzolaio del paese del vecchio Edo. Orlando, detto “Crepapelle”, morto sotto tortura per mano dei tedeschi.
La vicenda poi prosegue, mentre le parole scritte sul foglio da Edo continuano a risuonare nella mente: “Legati, permeati, attraversati. Due espressioni”. Tutto in effetti dipende da dove facciamo cadere l’accento, nella lettura.
Così l’intreccio si sviluppa seguendo il disegno esistenziale di ciascuno dei protagonisti, l’incrocio dei destini si fa sempre più affascinante, e solitario, una volta smosso dal turbine del caos. Pensieri e ripensamenti, un mescolarsi di vite, di solitudini appunto, di psicologie, di fughe e di tentativi di comprendere l’accaduto: uno sviluppo che è tutto da leggere. La traiettoria di ognuno di loro sembra inesorabilmente prendere la via della grotta evocata subito nel vissuto “antico” di Edo: «eravamo funamboli sopra una corda tenuta da chi era già stato lì e da chi sarebbe entrato dopo di noi, altri coraggiosi armati solo di visioni». La visione, dunque la gioia e il dolore che affidiamo al gioco delle sembianze. C’è grazia e profondità tra queste pagine, talento e stile. Pagine attraverso le quali sentire il mondo, pagine in cui immedesimarci.

Cristiano Poletti

proSabato: Claudio Magris, A.E.I.O.U.

A.E.I.O.U

La sera è fredda e silenziosa, alcuni bambini che trascinano delle slitte non rompono la solitudine e il deserto delle strade, la loro greve malinconia continentale. Sul Friedrichstor di Linz campeggia la celebre sigla sibillina che l’imperatore Federico III, morto probabilmente poco lontano, al n. 10 della Città Vecchia adorna di muti palazzi e di stemmi severi, imprimeva sui suoi oggetti e sui suoi edifici: A.E.I.O.U., forse Austriae est imperare orbi universo oppure Austria erit in orbe ultima. Quest’impero proteso ai confini del mondo e del tempo appariva, allo stesso Federico, insidiato dal declino e piegato dalle sconfitte, tanto che egli lamentava, nel suo diario, come il vessillo d’Austria non fosse vittorioso e cercava di arginare le difficoltà con quella strategia dell’elusione e dell’immobilità che doveva diventare, nei secoli, la statica grandiosa absburgica celebrata da Grillparzer e da Werfel, la riluttanza all’azione, il pathos difensivo di chi punta non a vincere ma a sopravvivere e non ama le guerre perché sa, come Francesco Giuseppe, che le guerre si perdono.
Morto nel 1493, Federico III, osserva Adam Wandruszka, mostra già i tipici tratti canonizzati più tardi dal mito absburgico: la simbiosi di inettitudine e saggezza, l’incapacità di agire che trapassa in accorta prudenza e in avveduta strategia, l’esitazione e la contraddizione elevate a linea di condotta permanente, il desiderio di quiete misto alla forza di accettare conflitti interminabili e insolubili.
La sigla A.E.I.O.U., di cui esistono anche successive interpretazioni meno rispettose, è divenuta una cifra del post-moderno, l’emblema di un’inadeguatezza e di una difesa obliqua che contrassegnano il nostro io sbilenco e dimesso. Quella grande e struggente tattica di sopravvivenza, che tante volte mi è sembrata uno scudo inappariscente ma non meno protettore di quello di Aiace, stasera mi appare anche in una sua coriacea aridità; una saggezza piena di dignità e d’ironìa, cui è però negata, per un soffio, la rivelazione delle cose ultime, quell’amore che crea e che redime, di cui canta il Veni Creator Spiritus. (altro…)