prosa

La donna che ride (G. Amato)

Mettono password ai loro dispositivi, hanno paura a salvare su un cloud, pensano a lungo a cosa condividere su un social, poi vengono da me e non sospettano niente.
Ho una piccola copisteria all’angolo della strada. Ho due stampanti che a volte si mettono a borbottare da sole, un grosso computer alla mia scrivania, macchine per rilegare i loro documenti come preferiscono – a caldo, a spirale, nel caso la banale costolina o la graffetta non bastino – e posso fare fotocopie, all’occorrenza mandare dei fax. Prendo ordinazioni anche per tazze, cuscini, puzzle, qualsiasi cosa su cui vogliano stampare la loro fotografia. Quello che non sanno è che la loro fotografia io me la tengo. Io tengo tutto quello che passa dalle mie mani. Lo salvo, di nascosto, sul computer. Lo stampo, di nascosto, anche per me.
Sono la loro memoria esterna. Tutto quello che mi danno, resta mio. (altro…)

Riletti per voi: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga. (altro…)

proSabato: Sergio Claudio Perroni, I capelli di una donna

I capelli di una donna

I capelli di una donna, numerosi come sono, assistono a quasi tutto di lei, i capelli di una donna, ovunque sono, assistono a tutte le storie che la circondano e a molte di quelle che la abitano, assistono agli sguardi che d’istinto la rincorrono e che a volte si trasformano in labbra, assistono allo spettacolo inquieto della sua ombra, a quel buio di sé che a volte si lascia alle spalle, assistono ai suoi brividi di freddo e ondeggiano sul collo per ripararla, i capelli di una donna, volubili come sono, assistono alla sua mano che li accarezza per ripiego quando non può accarezzare chi ha di fronte, chi ha accanto, chi ha dentro, i capelli di una donna, sensibili come sono, assistono alle parole che ascolta e a quelle che dice, ma soprattutto alle parole che tace, perché i capelli di una donna, vicini come sono, assistono d’ufficio al gran teatro dei suoi pensieri, e a volte si rizzano sgomenti, a volte si scuotono in un’ovazione, e più delle volte perdono il filo, perché i pensieri di una donna sono più numerosi, più volubili e più ovunque perfino dei suoi capelli.

 

Da: Sergio Claudio Perroni, Entro a volte nel tuo sonno, La nave di Teseo editore.
[scelta di Ilaria Grasso]

proSabato: Mario Benedetti, Sulla semplicità

Sulla semplicità

La semplicità è una delle virtù più complicate di questo vecchio mondo. Quando uno è semplice (nella parlata, nei gesti, nelle azioni, persino nella poesia) corre il fastidioso rischio di essere preso per stupido, per fesso. Ci sono critici, per esempio, propensi a elogiare solamente quei poeti misteriosi le cui opere sono comprese da pochissimi. Nemmeno questi critici li capiscono, è chiaro, ma hanno una certa abilità nel girare intorno al mistero, facendo della propria ignoranza una forma di discrezione.
Se si legge Baldomero Fernanàndez Moreno o Antonio Machado e si coglie la saggezza della loro semplicità, verrebbe voglia di correre ad abbracciarli come se fossero ancora qui, con la penna in resta. Come insegnano, come aprono senza pregiudizi le porte delle loro vite e ci regalano le chiavi per aprire la nostra!
Qualsiasi comandante, il capoccia come il capetto, si affanna (soprattutto se in affanno) a non essere semplice. La difficoltà è il suo muro di contenimento, il suo bastione. La sua corazza. Nella semplicità gli uomini e le donne di proteggono, si comprendono, si consolano. Nella complessità, invece, si guardano con diffidenza e rancore. Come non ricordare che la morte è l’apice della semplicità.

 

Da: Mario Benedetti, Il diritto all’allegria, Nottetempo Edizione; traduzione di Stefania Marinoni.
[scelta di Ilaria Grasso]

PoEstate Silva #34: Michele Zizzari, da “Processo a Elah”

I

ANTEFATTO. Pianeta Terra, anno 2084, in una periferia urbana parecchio degradata dell’Italia Settentrionale. Un piccolo essere, che la penombra non riesce a mostrare chiaramente, trema dal freddo e dalla paura. Si è nascosto tra cumuli di rifiuti, dietro una levatrice robotica dismessa di vecchia generazione in un capannone industriale abbandonato. Dal Centro Operativo per la Disinfestazione Sociale una voce metallica dà istruzioni alla Squadra Recupero Essere Alieni e Diversi: “Attenzione! Una serie di segnalazioni da parte di abitanti terrorizzati ha confermato la presenza di un soggetto alieno non identificato nella periferia nord della città di Suburbia, nei pressi della discarica A4D5. Ordine di cattura AK509KF. Intervenire con decisione e cautela, il soggetto potrebbe essere pericoloso, radioattivo e armato d’armi da fuoco e batteriologiche!”

Due disinfestatori sociali in tuta, casco e guanti antiradiazioni localizzano il piccolo essere, lo catturano con una rete in filo di carbonio come quella delle racchette da tennis, lo infilano in un sacco telato, anch’esso di carbonio, e lo portano via con il loro blindato, per condurlo al Campo di detenzione ed espulsione per immigrati extraterrestri. L’essere si dibatte disperatamente all’interno del sacco emettendo lamenti, stranamente deboli, più impauriti che minacciosi.

Come gli altri detenuti alieni e diversi, trascorrerà alcune settimane di disumana permanenza nel Campo di detenzione ed espulsione per immigrati extraterrestri, prima che venga istruito un processo a suo carico, solitamente per immigrazione clandestina e per attentato alla Sicurezza Terrestre.

 

Da: Processo a Elah, in Michele Zizzari, Favole per un mondo possibile, L’arcolaio, Forlì, 2018

PoEstate Silva #33: Emidio Boccanera, Amore o libertà? (da 1968/Autoritratti)

(Roma, 1936) Il diario dell’amore, il diario del lavoro, il diario del partito, il diario dell’arte. Ci sono tanti diari nel diario di Emidio “Emi” Boccanera, romano classe 1936, nato e cresciuto in una famiglia borghese e , soprattutto, figlio del suo tempo, di quei mitici anni ’60.

La puntata da ascoltare qui: http://bit.ly/2LGL5Yi

RADIO3 SUITE – 1968/Autoritratti
20 racconti di vita dai Diari dell’Archivio di Pieve Santo Stefano

un progetto di Nicola Maranesi
letture di Viola Graziosi e Graziano Piazza
a cura di Laura Palmieri
fotografie di Luigi Burroni
30 aprile / 25 maggio 2018
dal lunedì al venerdì ore 22.30

(informazioni tratte dal sito del programma © RAI)

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L’intera serie qui: http://bit.ly/2LuvIoZ

 

 

PoEstate Silva #7: Luca T. Barbirati, da ‘Carlo Michelstaedter. Un angelo debole’

 

Sulle orme di Tolstoj

Il 17 febbraio 1910 Tolstoj ricevette una lettera da uno studente che lo ammoniva di predicare il Vangelo pur mantenendo la sua condizione di privilegiato. Non era stato sufficiente confessare il suo patologico orgoglio di insegnare ciò che lui stesso ignorava1. Il fantasma di essere un mentitore, un falso sacerdote, continuava a perseguitarlo, ora più che mai visto che si era convertito a un culto più importante di quello della letteratura: Tolstoj voleva insegnare agli uomini a vivere il bene. A quel ragazzo rispose che abbandonare il suo essere un ricco bàrin era il suo più grande desiderio. Ma la differenza tra la persuasione e la rettorica non consiste nella sola sincerità che può raggiungere una mente abituata a pensare. La persuasione è smascherare la sincerità dallo stesso pensiero.
Nel 1910 Tolstoj aveva 82 anni, Michelstaedter appena 23, ma entrambi cercavano la stessa cosa: la verità. In loro riviveva la stessa ansia di ricerca, la stessa passione e la stessa identica brama di sapere, che si compiva attraverso una sottrazione anziché con un accumulo. Per questa via negativa s’incontrarono lungo i sentieri che da millenni i pochi simili errano incessantemente, e per i quali non v’è altro accesso che pensare contro se stessi finché il fuoco sacro non illumini la via. Tolstoj e Michelstaedter cercavano la stessa cosa, e non perché lo studente avesse letto Resurrezione2, ma perché il maestro abbandonò la propria famiglia pochi giorni prima di morire. È Tolstoj a suggellare la via di Michelstaedter, e non l’opposto. È il maestro che si fa nuovamente allievo a distruggere definitivamente ogni certezza nella trasmissione del sapere. Non c’è niente da imparare, niente da insegnare. Soltanto un compito infinito.
Il 28 ottobre, alle 4 del mattino, Tolstoj fuggì il più lontano possibile, prese un treno diretto prima a sud, poi in Bulgaria. Abbandonò la casa e la moglie, e con i calzari e una sola veste continuò la sua ricerca della verità. Le ultime parole prima di cadere in stato di incoscienza furono: «La verità… Io amo tanto… come loro».
Sul “Marzocco” del 7 maggio 1911, Pascoli immaginò la voce che richiamò Tolstoj morente:

«e Dio gli disse: “io già non venni a pace
Mettere in terra; pace no, ma spada.
Venni a separar l’uomo da suo padre,
figli da madre, suocera da nuora.
I suoi di casa l’uomo avrà nemici”.
E Dio soggiunse: “Non cercare adunque
ciò che le genti cercano; ma il regno
cerca di Dio, cerca la sua giustizia! (…)”»3

Michelstaedter fece lo stesso, e lasciò detto per qualche postero le parole che seguono. (altro…)

#PoEstateSilva #secondastagione

Cari lettori, anche quest’anno la redazione del blog si prende una pausa estiva. Dal 23 luglio al 19 agosto proporremo infatti la seconda stagione di «PoEstate Silva», rubrica di sola lettura, di poesia, prosa e saggistica, che vi accompagnerà due volte al giorno. Continuate a leggerci! Vi auguriamo buone vacanze.

la redazione

Su “Anime perse” di Umberto Piersanti, con una Nota (di R. Canaletti)

anime perseUmberto Piersanti
Anime perse
Marcos y Marcos, 2018

di Riccardo Canaletti

 

 

Il mare sopra l’acacia ha un accompagnamento.
Sono in treno per andare in uno dei centri del gruppo Athena. Come incalza il mare. Non posso immaginare il muro d’acacia, il verde tribolante degli orti, un verde e un rosso costretti a crescere. Ma passerà poco prima del mio arrivo. Conoscerò “Franco”, il pescatore, la seconda anima persa. Franco che ha picchiato la moglie; l’ha quasi ammazzata. Franco me lo vedrò davanti, questo è certo.
Gli occhi contengono innominabili misteri, ma il cuore, il cuore niente. E non c’è un cuore, c’è solo ciò che rimane in quelle pagine, in quei ritagli insufficienti per un’intera vita. Eppure è come se lo conoscessi già.
Una ragazza mi sorride, e che bel sorriso, che sguardo provocante. Lì, dove il tempo sembra rispettare una regola monastica, non potrei mai baciarla. Forse non potrei nemmeno guardarla così, ché si preoccuperebbero tutti, primo tra i tanti “Lorenzo” che mi porterebbe a coltivare i pomodori. Ma anche io, di pomodori, “non so un cazzo”. Sono anch’io, seppur solo per elezione, uomo di mare, proprio come Franco.

Leggendo Piersanti si ha l’impressione che ogni parola sia leggera, che appartenga al pensiero più che alla pagina.  E come staccare certe parole, mi dico, da chi le dice. In questi diciotto racconti Piersanti non può sottrarsi al lavoro di una narrazione fuori da sé, dove a parlare sono personaggi lontanissimi dall’autore. Lontanissimi ma non alieni dal mondo, anzi immersi nel quotidiano. Perché quel “ti voglio ammazzare” balena in testa, almeno una volta nella vita, anche se detto con superficialità. Quale la differenza tra noi e loro, allora? Il coraggio loro? La coscienza nostra? Wilde dice che coscienza è “un altro nome per la codardia”. E allora? La risposta si perde, come deve accadere. Ma la domanda persiste, quali i motivi, quali le differenze, quali le logiche. Piersanti però non giudica, agisce nella storia con la letteratura, senza il taglio sociologico, o da cronista (che in quest’epoca è sinonimo di giustizialista). No, non ci sono manette. C’è una storia raccontata senza orientare il lettore verso una parte, che sia quella delle vittima o meno. La voce di Piersanti tace, fiorisce solo nella capacità linguistica di adattare il registro, la forma e la grammatica al tono dei personaggi reali. Ecco che il linguaggio si fa incredibilmente moderno, basso spesso, ma senza strafare, senza diventare caricatura di se stesso, iperrealista, parodistico. C’è quel modus oraziano che viene dall’esperienza, dalla profonda conoscenza della parola, degli ambienti della parola, che sono anche questi luoghi dove le anime perse si fermano per un po’. Delle soste di riscatto, che non vengono ad assumere nessuna forma consolatoria o pietistica, ma che conservano quella pietas classica che è il senso di partecipazione, la misura dello sguardo sugli eventi. Il limite del giudizio è il limite dell’umanità, che non può essere superato. (altro…)

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo

 

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo. Edizioni La Gru 2018

Opera tutt’altro che ingenua e impacciata, Il mondo tutto tondo di Mauro Ceccaranelli trasmette a chi legge l’impressione – confortata da riletture e ritorni su singoli passaggi – di una prosa ricca, che corre consapevolmente il rischio del sovrabbondare.
A leggere bene, in una prospettiva che è quella che non mi stanco mai di caldeggiare, vale a dire la prospettiva di una lettura trasversale a generi, stili e culture, pur nella consapevolezza dei caratteri peculiari di ogni singolo fattore in gioco, in tale prospettiva a ‘cavalcioni dei confini’, occorrerebbe ricorrere al verbo “travalicare” piuttosto che al verbo “sovrabbondare”.
Trovo fecondo e confortante constatare che, in un panorama generale di gridolini di approvazione lanciati all’indirizzo di un minimalismo non di rado sciatto, Mauro Ceccaranelli, esordiente ma non ignaro di impalcature e ibridazioni, scelga un percorso che lo avvicina ai grandi, più noti e meno noti, del massimalismo italiano: e dunque farò i nomi, seguendo l’esempio di Sonia Caporossi nei suoi saggi di critica letteraria pubblicati nel volume Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, menzionando le “quattro emanazioni” del massimalismo italiano: Carlo Emilio Gadda, peraltro esplicitamente menzionato da Mauro Ceccaranelli nella prefazione al romanzo, Guido Morselli, Giorgio Manganelli e Paolo Volponi.
La prosa che contraddistingue Il mondo tutto tondo attraversa stili e generi, non teme di mostrarsi carica di immagini, perfino sotto il pungolo di una espressività visionaria. Per quanto riguarda il romanesco, esso appare con un preciso timbro letterario: più che spronato da intenti mimetici o realistici, il romanesco che fin dal Prologo o del delitto,  fa la sua apparizione in inserti da “discorso vissuto”, è un romanesco che si distingue per gli espliciti richiami – chiariti anch’essi, preventivamente, nella prefazione – a Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Pasolini di Racconti romani, e dunque a un romanesco adottato per fini narrativi da due scrittori provenienti dall’Italia settentrionale. Dei due autori menzionati nella prefazione, sembra tuttavia che altre caratteristiche abbiano esercitato influssi significativi: del lombardo, il plurilinguismo creativo, tra neobarocco ed espressionista, che trionfa, ad esempio nell’opera La cognizione del dolore, del friulano la lucida desolazione del regista di Mamma Roma. (altro…)

Letizia Pezzali, Lealtà (rec. di I. Grasso)

pezzali lealtàLetizia Pezzali, Lealtà
Einaudi, 2018

 

Lealtà è un romanzo che racconta “l’ossessione amorosa di una donna giovane per un uomo che ha vent’anni più di lei. Intorno, l’ambiente della finanza raccontato con precisione feroce” (dalla quarta di copertina). Che attinenza potrà avere la lealtà con tutto questo? Ecco l’interrogativo che mi ha spinto ad acquistare il libro. Prima di iniziare a leggere mi sono dunque soffermata sul termine lealtà.
Letizia Pezzali, l’autrice, mi porta prima in una Londra alle prese con il referendum sulla Brexit, poi a Milano, città dove è nata Giulia (protagonista e voce narrante), e anche a Treviri, in Germania, dove sono nati Marx e il padre di Giulia, scomparso prematuramente.
In questi luoghi assieme a Giulia c’è Seamus (il capo, altrimenti detto Capo Meraviglioso), Michele (l’ossessione amorosa), Fred (il collega colto ma anche un po’ “grillo parlante”), Gabriele (il corteggiatore, per la maggior parte della narrazione “il ragazzo dalla polo rossa”) e Luca (il compagno della madre di Giulia).
Londra, Giulia, Seamus e Michele sono portatori di un conflitto interno e le tensioni sono incredibilmente simili ai mercati finanziari.
Giulia non ha fratelli, sorelle, cugini. Ha solo Luca, il compagno che la madre ha avuto dopo la morte del padre di Giulia. L’unica figura che per lei somiglia a un familiare.

Mi preoccupo di lui, allo stesso tempo mi stancherei se ci avessi a che fare sempre. Il nostro è un legame familiare sintetico, inventato, eppure sembra naturale. Contiene tutte le contraddizioni.

Seamus è il capo di Giulia, forse un modello per lei. Eccentrico, per gran parte del libro sembra essere l’unico vero amico di Giulia. A un certo punto deciderà di svelare una parte di sé tenuta nascosta per tanto tempo.
Michele è l’ossessione amorosa di Giulia. Si occupava anche lui di finanza e lavorava con Seamus. Ha lasciato il suo lavoro in banca, la stessa banca in cui lavorano sia Giulia sia Seamus.
Il conflitto fra i personaggi non è subito manifesto, ma a un certo punto diverrà lampante e tutti i tasselli torneranno al loro posto (in maniera definitiva?). Durante la lettura non ho quasi mai la sensazione che di questa crisi ci sia consapevolezza da parte dei personaggi. È la Pezzali che con grande abilità la rende visibile descrivendone i segnali con precisione chirurgica. Man mano che leggiamo lo stato di crisi è sempre più evidente ai nostri occhi. I personaggi continuano la loro vita senza grossi scossoni, né interrogativi. Come se il tempo non esistesse o fosse per certi versi sospeso. (altro…)

proSabato: Joaquín Pasos, L’angelo povero

Joaquín Pasos
L’ANGELO POVERO

Traduzione di Emilio Capaccio

 

I

Aveva un’espressione serena sul viso sporco. Uno sguardo invece assai tormentato nei suoi occhi chiari. La barba di molti giorni. I capelli ravvivati solo con le dita.
Quando camminava con il suo passo stanco, le punte delle ali si trascinavano per terra. Jaime voleva spuntargliele, perché non si sporcassero alle estremità che erano già pietosamente sfrangiate. Ma temeva come chi teme di toccare un angelo. Lavarlo, pettinarlo, sistemargli le piume, vestirlo con una bella camicia da notte di seta bianca, invece del vecchio camice che lo copriva, questo desiderava il bambino. Infilargli, al posto dei grossi e sporchi scarponi neri, dei sandali di raso lucente.
Un giorno trovò il coraggio di proporglielo.
Il povero angelo non disse nulla, fissò Jaime e se ne andò in giardino ad annaffiare i suoi piccoli roseti giapponesi.
Tutte le volte che si preparava a svolgere questo compito tirava su le ali e le intrecciava alle punte. C’era in quel gesto qualcosa del rimboccarsi le maniche dell’educata sguattera.
In realtà, poco gli servivano le ali nella vita domestica. Qualche volta le adoperava per attizzare il fuoco della cucina. Altre volte, le agitava con straordinaria velocità per rinfrescare la casa durante i giorni di caldo. Quando lo faceva accennava un sorriso in un modo strano. Quasi tristemente.
È chiaro che gli angeli dimostrino la loro età dalle ali, come gli alberi dalle loro cortecce. Ciò nonostante, nessuno sapeva che età avesse quell’angelo. Da quando era arrivato nella casa di Don José Ortiz Esmondeo, più o meno due anni prima, aveva lo stesso viso, lo stesso vestito, la stessa età indefinibile.
Non usciva mai, neanche per andare a messa la domenica. La gente del paese si era abituata a considerarlo come uno strano uccello celeste che viveva nella casa di Ortiz Esmondeo, rinchiuso come in una nicchia di una chiesa.
I ragazzi che giocavano sul ponte furono i primi a vederlo quando arrivò. Al principio gli lanciarono delle pietre, poi si spinsero fino a tirargli le ali. L’angelo sorrise e i ragazzi compresero dal suo sorriso che era realmente un angelo. Muti e timorosi, seguirono il suo passo posato, triste, quasi claudicante.
Entrò nel paese, con lo stesso camice, le stesse scarpe e con un berretto sulla testa. Con lo stesso aspetto di angelo umile e povero, con lo stesso sorriso misterioso.
Salutò con un gesto delle mani sporche, calzolai, sarti, falegnami, tutti gli artigiani che increduli interrompevano il lavoro nel vederlo passare.
E arrivò così alla fastosa casa di Don José Ortiz Esmondeo, circondato dalla gente curiosa del vicinato.
Donna Alba, la signora, aprì la porta.
— Sono un angelo povero – disse l’angelo. (altro…)