prosa

Enzo Campi, Uno sguardo su “Hypnerotomachia Ulixis” di Sonia Caporossi

Enzo Campi

La coscienza e il desiderio. Ulisse e l’idea del viaggio
Uno sguardo su Hypnerotomachia Ulixis di Sonia Caporossi (Prefazione di Anna Maria Curci, Carteggi Letterari, 2019)

Hypnerotomachia Ulixis è un testo che pretende, anche e soprattutto, una lettura ad alta voce. E non solo, non basta una semplice dizione, il testo pretende un diktat a scansione veloce, quasi ribattuto in crescendo ad ogni passaggio, come per sottolineare l’idea di un accumulo progressivo di elementi a partire dal quale l’autrice costruisce la struttura del viaggio. Perché qui stiamo parlando proprio di un viaggio che rinvia palesemente alla Hypnerotomachia Poliphili attribuita a Francesco Colonna,[1] ovvero a quel “combattimento amoroso in sogno” che fu dato alle stampe da Aldo Manuzio agli albori del cinquecento. Un viaggio onirico dove Polifilo si incontra e scontra con una miriade di personaggi allegorici.
Sulla scorta di Wilhelm von Humboldt sembra che la nostra autrice sia orientata a considerare la Bildung (nell’accezione di auto-educazione al sapere) come un processo dinamico in divenire che si dà attraverso il fissaggio archetipico di figure volte a sconfiggere la chiusura del testo, ad oltrepassare quelli che Kristeva definiva “gli stati limite del linguaggio e della letteratura”.[2] Tutto si basa sull’intertestualità (una certa predisposizione alla musicalità del dettato, i continui richiami e rinvii, le citazioni-emblema o medaglie verbali, l’innesto di figure mitiche nella quotidianità, le pressoché continue digressioni sono dispositivi ricorrenti nella letteratura caporossiana), ovvero su quel procedimento che, sempre secondo Kristeva, può aiutare “la teoria letteraria a fare uscire la comprensione di un testo dalla propria chiusura, per inserirla in un quadro più ampio, che includa al contempo la storia di altri testi e ottiche diverse”. Per far sì che accada una cosa di questo tipo, niente è più adatto del viaggio o, se preferite, dell’idea del viaggio, un’idea che Caporossi sviluppa estrapolando da testi pre-esistenti quei personaggi che – innestati in un contesto altro – possano estendere e amplificare la propria esistenza letteraria.
Ma in cosa consiste questo viaggio?
L’Ulisse caporossiano, sebbene si alimenti di altre, infinite opere, non è propriamente un’opera-mondo, casomai un Theatrum Mundi di stampo prettamente delminiano[3] ove compiere una sorta di percorso a ritroso. Se il theatro delminiano (il teatro più sovraccarico di simboli che la storia ricordi) si innalzava per sette gradi, ebbene la nostra autrice parte dal grado più alto per compiere la sua contorta discesa fino al grado più basso, ovvero si cimenta nel viaggio dalla fabbrica del celeste all’inferiore. Ed è proprio quello che accade nelle sette tappe hypnerotomatiche dove, per dirlo con le stesse parole dell’autrice, il centro è dappertutto e la circonferenza è in nessun luogo. Le sette tappe dell’Ulisse caporossiano sono quindi sette prove iniziatiche in cui viene evidenziato e, per così dire, cesellato un bestiario dove è abbastanza agevole riscontrare un’innata predisposizione a delineare archetipi e figure, animalìe e enigmi in un gioco al massacro tipico di chi aspira a costruire una personale enciclopedia ove legittimare il sapere attraverso una narrazione che, per dirlo con Lyotard, “ha per soggetto l’umanità rappresentata come eroe della libertà”[4], la libertà di sfiancarsi nell’esplorazione delle proprie possibilità evolutive e involutive.
Nel corso dell’ultima edizione del Festival “Bologna in Lettere” la sezione in cui è stata inscritta o,  se preferite, innestata Sonia Caporossi col suo ultimo parto letterario, con questo puzzle linguistico in prosa che viene definito romanzo ma che in realtà è qualcosa di più e qualcosa di laterale rispetto a ciò che viene comunemente inteso in tal senso, la sezione dicevo reca la medaglia verbale di “prosa aumentata” (che ricalca e, per così dire, santifica la definizione di neo-massimalismo più volte veicolata dall’autrice). Medaglia verbale, sia come frase-emblema che riconduce immediatamente a un concetto sia perché cade pesantemente sulla carta come se fosse un pezzo di metallo. E aumentata perché eccedente, fuori misura, fuori registro. Il titolo Hypnerotomachia Ulixis è già emblematico in quanto a sovradeterminazione onirica, straniante, dilaniante di un corpo-mente perennemente impegnato, per dirlo con Foucault, a “far nascere in sé la propria immagine in un gioco di specchi il quale, a sua volta, non ha limiti”.[5]
Ma, chi era già edotto sulle produzioni letterarie dell’autrice non poteva aspettarsi qualcosa di diverso. Gli echi manganelliani, gaddiani e morselliani rinvengono a piene mani,  non solo in quel fenomeno denominato “narrazione per la narrazione” (anche a costo di rischiare un certo auto-compiacimento, che va però considerato anche nell’accezione di auto-educazione [vedi la Bildung di cui prima]), ma anche per conferire alla finzione un plusvalore semantico che, per dirlo con Jankélévitch (con le dovute approssimazioni e attraverso un processo estensivo), potremmo sistematizzare tra la menzogna e il malinteso,[6] ovvero tra la coscienza e il desiderio, tra la consapevolezza di mentire e la voglia di creare un malinteso (si consideri il malinteso come un intendimento strutturato a più livelli, e quindi kristevianamente aperto) per meglio mentire. (altro…)

proSabato: Gianni Rodari, Brif, bruf, braf

 

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
– Brif, braf, – disse il primo.
– Braf, brof, – rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c’era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c’era una vecchia signora né buona né cattiva.
– Come sono sciocchi quei bambini, – disse la signora.
Ma il buon signore non era d’accordo:
– Io non trovo.
– Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto.
– E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: che bella giornata. Il secondo ha risposto: domani sarà ancora più bello.
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perché i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
– Maraschi, barabaschi, pippirimoschi, – disse il primo.
– Bruf, – rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
– Non mi dirà che ha capito anche adesso, – esclamò indignata la vecchia signora.
– E invece ho capito tutto, – rispose sorridendo il vecchio signore. – Il primo ha detto: come siamo contenti di essere al mondo. E il secondo ha risposto: il mondo è bellissimo.
– Ma è poi bello davvero? – insisté la vecchia signora.
– Brif, bruf, braf, – rispose il vecchio signore.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Gianni Rodari, Gli uomini di burro

Giovannino Perdigiorno, gran viaggiatore e famoso esploratore, capitò una volta nel paese degli uomini di burro. A stare al sole si squagliavano, dovevano vivere sempre al fresco, e abitavano in una città dove al posto delle case c’erano tanti frigoriferi. Giovannino passava per le strade e li vedeva affacciati ai finestrini dei loro frigoriferi, con una borsa di ghiaccio in testa. Sullo sportello di ogni frigorifero c’era un telefono per parlare con l’inquilino.
– Pronto. – Pronto. – Chi parla?
– Sono il re degli uomini di burro. Tutta panna di prima qualità. Latte di mucca svizzera. Ha guardato bene il mio frigorifero?
– Perbacco, è d’oro massiccio. Ma non esce mai di lì? – D’inverno, se fa abbastanza freddo, in un’automobile di ghiaccio.
– E se per caso il sole sbuca d’improvviso dalle nuvole mentre la Vostra Maestà fa la sua passeggiatina? – Non può, non è permesso. Lo farei mettere in prigione dai miei soldati.
– Bum, – disse Giovannino. E se ne andò in un altro paese.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Alberto Moravia, L’incosciente

 

Quando si agisce è segno che ci si aveva pensato prima: l’azione è come il verde di certe piante che spunta appena sopra la terra, ma provate a tirare e vedrete che radici profonde. Quanto ci avrò pensato a scrivere quella lettera? Sei mesi, poiché erano giusto sei mesi che quel signore si era costruita la villa al ventesimo chilometro sulla Cassia. E l’idea mi venne, appunto, vedendo la villa nuova in cima ad un poggio, nel mezzo della campagna deserta. In quel tempo mi ero montato la testa coi film e con i romanzi a fumetti e inoltre sentivo il bisogno di farmi ammirare da Santina, una ragazza della mia età, figlia del custode del passaggio a livello, una sciocca, ma bella o almeno così allora mi sembrava. Una sera che passeggiavamo insieme, le dissi. mostrandole la villa: – Io me la sentirei uno di questi giorni di scrivere al padrone di quella villa una lettera minatoria -. – Che vuoi dire minatoria? -.
– Minacciosa… o dài tanto o se no ti facciamo fuori… minatoria, insomma -. – Ma non è proibito? – domandò lei sorpresa. – Sì è proibito… ma che importa?… Una lettera con l’indicazione del luogo dove ha da portare il denaro… eh, che ne dici? -. Speravo di impressionarla; ma invece, lei, come se le avessi proposto la cosa più naturale del mondo, disse dopo un momento di riflessione: – Io, per me ci sto… e quanto gli chiederesti? -. Insomma, la prendeva con la massima naturalezza; tanto che io, per non esser da meno, risposi tranquillamente: – Non so… cento, duecentomila lire -. E lei battendo le mani: – Uh che bello… e mi faresti un regalo? -. – Si capisce – E allora perché non lo fai?… Che aspetti? -. Dissi allora: Lasciami il tempo di pensarci -. Così, su uno scherzo, eccomi impegnato a scrivere quella lettera.
Il signore della villa passava spesso nella sua macchina per la Storta, davanti al negozio di frutta e di verdura della mamma. Era un omaccione alto, grande, grosso, con un nasone che pareva di quelli di cartone dipinto che si portano a carnevale, i baffi neri a spazzola, gli occhiacci loschi. Sempre involtato in un paltò di pelo di cammello: un vero orso. Fabbricava profumi nel sottosuolo della villa, infatti, ad avvicinarsi alle finestre del seminterrato, si sentiva uscirne non odori di cucina bensì quelli delle essenze che adopera nel suo laboratorio. Concepii per quell’uomo un’antipatia profonda e questo era una spinta di più a scrivere la lettera. Ma non l’avrei mai scritta, per quanto l’odiassi e per quanto Santina adesso mi stuzzicasse per via delle centomila lire, se uno di quei giorni, a pochi chilometri dalla villa, tre uomini mascherati non avessero fatto una grassazione. I giornali davano tutti i particolari: il guidatore, un commerciante romano, freddato al volante mentre cercava di scappare, la macchina in un fosso, gli altri viaggiatori spogliati di quanto avevano. Dissi a Santina, la sera stessa: – Questo è il momento di a scrivere quella lettera -. – Perché? – domandò lei sorpresa. – Perché – risposi, – fingeremo che la lettera l’abbia scritta uno di quei tre che hanno fatto l’aggressione… con quei precedenti, quel signore avrà paura e scucirà i quattrini -. E quindi vedendo che Santina mi guardava ammirata, continuai: – Vedi, non c’è coraggio e non c’è paura… ci sono soltanto coscienza incoscienza… la coscienza è paura., l’incoscienza è coraggio… quel signore adesso è un incosciente…lui a non sa di abitare in una villa solitaria, in mezzo alla campagna, a disposizione, per così dire, di chiunque lo voglia aggredire… o meglio lo sa con la testa ma non lo sa con le budelle… è, insomma, incosciente ossia coraggioso… io, con la mia lettera lo renderò cosciente, ossia pauroso… tutto ad un tratto si accorgerà di essere in pericolo… e allora avrà paura e pagherà -. Erano tutte cose a cui pensavo da mesi, anzi da anni; e così mi uscivano di bocca come se le avessi lette nelle pagine di un libro. Santina, ammirata, esclamò, infatti: – Ma dì un po’, tu come le pensi tutte queste cose?… lo sai che sei intelligente -. E io, gonfio di vanità: – Questo è niente, si vede che non mo conosci. (altro…)

«Così cominciò la nostra amicizia»: intervista a Maria Ester Nichele su Milena Milani

Milena Milani (1917-2013) è stata un’autrice e un’artista prolifica nel Novecento italiano, che si è mossa con tenacia nel campo della scrittura e delle arti visive. Un’intervista a Maria Ester Nichele, fotoreporter e fondatrice della testata online «ABC Veneto» (il suo sito qui) che fu grande amica di Milani, restituisce ai lettori un ritratto vivo, “a fuoco”, di una voce d’interesse letterario e artistico da rileggere ed indagare.

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Milena Milani a Cortina d’Ampezzo – foto di © Maria Ester Nichele

Gentile Signora Nichele, lei è stata per tanti anni amica di Milena Milani. Quando la conobbe e quando iniziò a leggerla, e a partire da quali libri?

Conobbi Milena Milani a Roma alla fine degli anni Ottanta, quando lavoravo come fotoreporter. Milena era sempre presente alle più importanti manifestazioni della città, curiosa, attenta a tutto quello che al nuovo si presentava in quelli anni ricchi di iniziative culturali ma anche così contraddittori. Così cominciò la nostra amicizia, io lavorando come fotografa, lei era già affermata giornalista, scrittrice, poetessa ma non dimentichiamo anche pittrice e nota gallerista. Con il lavoro, da Roma mi spostavo a Venezia e a Cortina d’Ampezzo, e anche lei c’era. A Cortina d’estate c’era tutto il bel mondo che contava in vacanza. Cominciai a leggerla molto presto e il primo libro fu La Ragazza di nome Giulio, edito da Longanesi, i temi trattati adesso non scandalizzano più nessuno ma allora fu giudicato osceno, tanto che l’autrice subì un doloroso processo, una condanna a sei mesi e 100.000 lire di multa, la mobilitazione di intellettuali italiani fecero sì che fosse poi assolta.

Durante una conversazione privata lei mi ha riferito che l’autrice ha trascorso moltissimo tempo in Veneto, una terra che ha lasciato il segno nella sua opera. Quali città e quali luoghi sono i più rappresentati nella sua scrittura? Ricordiamo Venezia, Cortina d’Ampezzo e altri…

Milena è nata Savona in Liguria, ma ha amato molto Venezia e Cortina d’Ampezzo. Il suo romanzo La ragazza di nome Giulio è ambientato a Venezia; a Venezia ha sempre avuto casa, molto giovane andava a Cortina a sciare con la madre. La scelta di vivere per molti mesi a Cortina era data dal fatto che, essendo lei delicata di salute, le giovava l’aria benefica di quel posto. Anche a Milano aveva casa, e a Milano scrisse La rossa di via Tadino del 1979 (Rusconi Editore). Non dimentichiamo Roma dove ha studiato e ha sempre avuto la residenza finché è vissuta.
Milena era una gira mondo, ha passato molti periodi a Parigi, New York, Mosca dove ha scritto un libro di poesie dal titolo Mi sono innamorata di Mosca, Stoccolma dove presagì, inviando una cartolina a Salvatore Quasimodo, che avrebbe vinto il Nobel. E così fu.

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Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope: nota di lettura

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Marsilio 2019, euro 12

 

Ho sempre creduto che qualsiasi cosa si scriva non è, ormai, che la rielaborazione di un mito. Che conosciamo o no il nome di quella primigenia narrazione, di quel modo di dare un viso a una pulsione umana.
A volte ho creduto che anche qualcuno dei miei gesti, di certo i più eclatanti ma forse anche i più quotidiani, non facesse che ripercorrere i binari di qualche racconto antico. Come quando ho mosso guerra senza sapere se c’era un’Elena dietro le mura, oppure ho chiesto di sopravvivere come un’Andromaca sopra la torre. Come quando ho respinto una ninfa per continuare a indagare il mio riflesso, o sono scesa a chiedere se era possibile riavere indietro quello che avevo perduto.
La differenza, nel rielaborare intenzionalmente un mito, è dare un nome, ragionare e sentire fino ad appartenere a una selva di varianti, frugare tra le mutazioni, e uscirne bagnati di qualcosa di vivido, ancora nuovo e pronto a essere raccontato. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Rimpianto del tempo

 

Sono decisamente un conservatore. È stata per me una gioia memorabile, ritornando a Londra dopo parecchi anni, vedere che alla Stazione Vittoria mi aspettavano gli stessi tassì di allora; e fu lo stesso a Parigi con i conducenti invecchiati ingrassati al volante, che parevano essersi conformati alle dimensioni della piccola cabina. Provai anche gioia nel constatare che i negozietti del Quartiere Latino non avevano affatto alterato le mostre di molti anni a dietro. Tanto quelli di arredi religiosi che quelli di mode non erano mutati. Sembra un assurdo che nella città della moda non cambiassero le linee dell’abbigliamento, ma viene come per il mare che muta di continuo, ma risulta sempre quello.
Invece la mia città mi dispera con il suo continuo mutare credendo di progredire. Non è possibile andare a cercare in una strada abituale un negozio, una bottega di artigiano che vi fu per lungo tempo. Un arrotino che si era abituati a trovare curvo sulla macchina nel suo antro semibuio, in capo a un ponte, si è trasferito in altra strada con maggiore disponibilità di macchine, di merci e di luminose attrazioni. Un vecchio che aggiustava tanto bene tutti gli apparecchi quando si guastavano e lasciava sulla porta un cartello, se era assente, nel quale avvertiva sarebbe tornato subito, è scomparso. Forse è morto, la sua bottega non esiste, più certo è scomparso, è uscito e non è più tornato e nessuno ha pensato a sostituirlo.
Una osteria placida per le sue luci è sparita, la padrona che aveva un sorriso gioviale nell’accogliere il cliente ha venduto tutto e vive oziosa assieme a una figlia che si è sposata. L’altro ieri ho avuto appunto l’occasione di rivederla e mi pareva venisse da una emigrazione lontana, tanto era mutata da quando appariva al banco contro lo scenario delle botti lucenti.
Un caffè ospitale, con belle poltroncine di velluto rosso per ragionarci tra amici quando si aveva voglia di conversare, è stato annullato del tutto è trasformato in un grande negozio di occhiali.
I caffè le pasticcerie della città, dove le signore si davano convegno nel pomeriggio per orientare il loro spirito di società, non esistono più. Tutti sono stati trasformati in bar all’americana, dove si entra per prendere qualcosa Rimanendo in piedi e per fuggire subito. Sembra che un’alluvione abbia rovistato ogni aspetto consueto e con le sue acque travolgenti con pantano e sassi abbia riplasmato tutto diverso.
Non è da paragonare questo mutamento a quello che può dare una rivoluzione, perché a Mosca, quindici anni dopo che la sua vita sociale era stata messa a soqquadro, si vedevano ancora sulle cuspidi del Cremlino le aquile imperiali dorate, e nella Piazza Rossa vi erano ancora le troiche che con i vetturini barbuti di un tempo, mentre un richiamo dipinto su una lastra di ferro, appeso al muro, crivellato dai proiettili rivoluzionari e dipinto olio, indicava ancora un negozio di busti per signora.
La precarietà nelle abitudini degli aspetti di una città dove si è costretti ad abitare mi dà tanto fastidio, perché ve ne è già troppa nel giro della vita. Io sono conservatore amo la stabilità che illude di essere immortali. Ogni abitudine è conservata allontana dal senso di morire e di mutarsi in cenere. È così bello, al sorgere di ogni giorno, vedere e si ripetono gli stessi fatti: alle otto intendere la voce del lattaio, alle dieci quella del postino, poi andare in città per gli acquisti necessari. Non è vero che la ripetizione nel tempo delle abitudini dia noia all’uomo. Il contadino, che è l’essere più naturale della terra, mi dimostrava, quando vivevo accanto alla sua casa, che riesciva ad avere sempre un nuovo entusiasmo al ripetersi uguale delle opere nel giro dei giorni e delle stagioni.
Quando per uno sciopero il postino non arriva o il tranvai non porta più in città, ci si conturba amaramente, perché si avverte che la vita si è tolta la maschera ed è apparso il suo volto veritiero che è quello tremendo della precarietà, nel suo cinico scorrere e mutarsi. Già troppo sappiamo di essere fragili e mutabili nella ruota del tempo, che il non trovare più lo stesso negozio allo stesso posto della stessa strada è come se fosse morto qualcuno della nostra casa o fossimo stati esiliati dalla nostra città natale. (altro…)

proSabato: Patrizia Cavalli, da “Con passi giapponesi”

 

I romani (o forse gli italiani) sono molto infantilmente capricciosi al bar. Così pronti di solito a venire a patti con quasi tutto, quando è il momento del caffè o del cappuccino si fanno intransigenti e puntigliosi: ognuno ha il suo proprio esatto e inderogabile gusto. C’è chi vuole il caffè lungo e chi lo vuole corto (ristretto); macchiato caldo schiumoso o non schiumoso; macchiato freddo; in tazzina, in tazza grande o al vetro; a volte con la panna; il cappuccino tiepido o bollente; chiaro o scuro, o normale; in tazza o al vetro; con la schiuma o senza; a caffellatte (ossia in bicchiere più grande, ma senza schiuma); spolverato di cacao; con lo zucchero dietetico; c’è poi il latte macchiato caldo o freddo; il decaffeinato; il caffè freddo; il caffellatte freddo; amaro o con lo zucchero; il caffè allungato con il ghiaccio; il caffè all’americana…

È con orgoglio che fanno a voce alta le loro richieste al barista, il quale è spesso non solo un santo ma un genio mnemonico, perché non è raro che gli avventori, prima ancora di pronunciare con cura i loro desiderata, si sentano dire: «Il solito?» con a seguito un titolo o un nome. Al bar si misura la gloria. Chiunque ha la sua gloria al bar. Enunciare i propri gusti e vederli esauditi. Dimostrare di avere dei gusti. Raggiungere la norma della peculiarità. Conquistare un’abitudine imponendola a chi dovrà soddisfarla.

Prima o poi nella vita capiterà a tutti di vedersi comparire sul bancone quel che si vuole senza neanche aprire bocca. E con calma divina sorseggiare da quella tazza o da quel bicchiere la certezza fiabesca di esistere.

© Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi, Einaudi

proSabato: Virginia Woolf, Pensieri di pace durante un’incursione aerea

I tedeschi sono passati sopra questa casa ieri sera e la sera prima. Eccoli un’altra volta. È una strana esperienza, questa di stare sdraiata nel buio e ascoltare il ronzio di un calabrone che in qualsiasi momento può pungersi mortalmente. È un rumore che non permette di pensare freddamente e coerentemente alla pace. Eppure è un rumore che dovrebbe costringerci − assai più che non gli inni e le preghiere − a pensare alla pace. Poiché se non riusciamo a forza di pensare, a infondere esistenza a questa pace, continueremo per sempre a giacere − non questo corpo in questo letto bensì milioni di corpi non ancora nati − nello stesso buio ascoltando lo stesso rumore di morte sulla testa. Facciamo tutto il possibile per creare il solo rifugio antiaereo efficace, mentre là sul colle sparano i cannoni e i riflettori tastano le nuvole; e qua e là, a volte vicino, a volte lontano, cade una bomba.
Lassù in cielo combattono giovani inglesi contro giovani tedeschi. I difensori sono uomini, gli attaccanti sono uomini. Alla donna inglese non vengono consegnate armi né per combattere né per difendersi. Ella deve giacere disarmata, questa sera. Eppure se ella crede che quel combattimento lassù in cielo è una lotta da parte degli inglesi per proteggere la libertà, da parte dei tedeschi per distruggere la libertà, ella deve lottare, con tutte le sue forze, dalla parte degli inglesi. Ma come può lottare per la Libertà senza armi? Fabbricandole oppure fabbricando vestiti e alimenti. Ma c’è un altro modo di lottare senza armi per la libertà. Possiamo lottare con la mente; fabbricare delle idee, le quali possono aiutare quel giovane inglese che combatte lassù in cielo a vincere il nemico. Ma perché le idee siano efficaci, dobbiamo essere in grado di accendere la loro miccia. Dobbiamo metterle in azione. E quel calabrone in cielo mi sveglia un altro calabrone nella mente. Ce n’era uno questa mattina, che ronzava nel Times; era la voce di una donna che protestava: «Le donne non possono dire una parola sulle questioni politiche». Non c’è nessuna donna nel Gabinetto; né in nessun posto di responsabilità. Tutti i fabbricanti di idee in grado di attuare queste loro idee sono uomini. Ecco un pensiero che soffoca Il pensiero, e incoraggia invece l’irresponsabilità. Perché non sprofondare allora la testa nel cuscino, otturarsi le orecchie, e abbandonare questa futile attività di fabbricare idee?Poiché ci sono altri tavoli, oltre ai tavoli dei militari e i tavoli delle conferenze. Potrebbe darsi che se noi rinunciamo al pensiero privato, al pensiero del tavolo da te, perché esso ci sembra inutile, stiamo privando quel giovane inglese di un’arma che potrebbe essergli utile. Non stiamo esagerando la nostra incapacità solo perché la nostra capacità ci espone forse all’insulto, al disprezzo? «Non cesserò di lottare mentalmente», scrisse Blake. Lottare mentalmente significa pensare contro la corrente, e non a favore di essa.
E quella corrente scorre veloce e violenta. Straripa in parole dagli altoparlanti e dai politici. Ogni giorno ci dicono che siamo un popolo libero, il quale combatte per difendere la libertà. Quella è la corrente che ha trascinato nei suoi turbini quel giovane aviatore fino al cielo, e che lo fa girare incessantemente tra le nuvole. Quaggiù, protetti da un tetto, con una maschera antigas sotto le mani, è nostro dovere sgonfiare questi palloni d’aria e scoprire qualche germe di verità. Non è vero che siamo liberi. Questa sera siamo tutti e due prigionieri: lui nella sua macchina con un arma accanto, noi sdraiati nel buio con una maschera antigas accanto. Se fossimo liberi saremmo all’aperto, a ballare, o in un teatro, o seduti davanti alla finestra, conversando. Che cosa ce lo impedisce? «Hitler!» esclamano unanimi gli altoparlanti. Chi è Hitler? Che cosa è Hitler? L’aggressività, la tirannia, l’amore forsennato del potere, rispondono. Distruggetelo, e sarete liberi. (altro…)

proSabato: Natalia Ginzburg, Con quale sguardo. Intervista (1981)

immagine tratta dalla rivista

a cura di Maria Maffei

Una intervista confessione di Natalia Ginzburg: «…non ho né pubblicato, né scritto più, perché non sapevo con quale sguardo volevo vedere il mondo, se di uomo o di donna»

Signora Ginzburg, perché non scrive più sui giornali?
Ho scritto abbastanza regolarmente sui giornali per una decina d’anni; mi piaceva; ho smesso di colpo per ragioni diverse: anzitutto avevo ansia perché temevo sempre di non consegnare l’articolo in tempo e a un certo punto quest’ansia mi sembrava troppo logorante. Poi ancora: scrivere sui giornali è come uscire alla luce del giorno, lo stanca la luce, la polvere, il rumore: vorrebbe uscire solo di notte. Scrivere per sé è uscire di notte, scrivere per i giornali è uscire di giorno; dipende dal rapporto che abbiamo con il buio e con la luce. È evidente che anche quando uno scrive per sé, non scrive solo per sé ma anche per gli altri: cerca però con gli altri un rapporto notturno, segreto, silenzioso. M’è sembrato che, per un periodo, non volevo tutta quella luce; ma forse un giorno o l’altro, riprenderò quel modo di scrivere, perché mi piaceva.

Il suo ultimo libro, Famiglia, è uscito nel 1977. Come mai dopo non ha più pubblicato niente?
Famiglia è un piccolo libro formato da due lunghi racconti. Quello che porta il titolo Famiglia l’ho scritto per secondo. È l’ultima cosa intiera che ho scritto. In quel racconto il protagonista è un uomo. Non l’avevo mai fatto; in tutto ciò che ho scritto in precedenza, il protagonista vero è sempre una donna: di una donna è l’occhio che guarda il mondo. In verità non ho né pubblicato, né scritto più, perché non sapevo con quale sguardo volevo vedere il mondo, se di donna o di uomo. Io però ho sempre scritto poco: pochi racconti o romanzi, voglio dire: mi sono accorta che, in genere, fra un romanzo e l’altro, lascio passare circa sei anni. Questo non per una volontà o una determinazione: ma perché, per un lungo periodo, non ho niente da raccontare; i ponti che mi portano verso le narrazioni sono rotti.

Lei una volta ha detto: si scrive quando si ha qualcosa da dire. C’è qualcosa che avrebbe voluto dire e non ha detto e del cui silenzio si è poi rammaricata?
Io soprattutto avrei voluto essere una persona diversa, che non mi è riuscito di essere. Avrei voluto capire e sapere più cose. È questo che rimpiango. Ormai mi rendo conto che quello che sono, sono: non mi riuscirà mai di avere un bel modo di ragionare sottile, lucido e solido. Per molto tempo, speravo di arrivarci una volta o l’altra; ma a un certo punto ho capito che non ci arrivavo. Quando cerco di ragionare su qualcosa, sento la debolezza, la confusione, la miseria del mio pensiero.

È d’accordo con lo slogan «donna è bello»?
Non credo che essere una donna sia bello; credo che non sia né bello né brutto, assolutamente come essere un uomo. Oppure, se si vuole, è bruttissimo e bellissimo insieme. Il vivere è così. Ma in queste parole «donna è bello» c’è dell’orgoglio razziale. L’orgoglio razziale io lo trovo sempre orribile. Il razzismo è orribile in qualunque forma appaia. Dire «donna è bello» include una discriminazione, una separazione. Bisogna cercare l’uguaglianza e non la separazione. Giusto e sacrosanto è battersi perché le donne siano libere, e socialmente uguali agli uomini. Trovo però orribile il femminismo quando si configura come razzismo. Non è forse orribile tutto quello che è razziale? (altro…)

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

Marco Onofrio, Nuvole strane (lettura di Maria Serena Felici)

Un viaggio a bordo della letteratura. Nuvole strane di Marco Onofrio

Aforismi e pensieri sono letture straordinarie, che ci aiutano a dipanare matasse apparentemente inestricabili come le varie difficoltà che il quotidiano ci prospetta; quella aforistica è una letteratura tutta da riscoprire e di questo vorrei ringraziare di cuore Marco Onofrio, che ci dona un nuovo volume di grande valore, com’è ormai sua consuetudine: Nuvole strane. Pensieri e aforismi, edito da Ensemble (2018, pp. 104, Euro 12).
Quelli che viviamo sono i tempi delle frasi con sfondo colorato su Facebook, che non hanno altro effetto che quello di sdoganare le vere massime perché privi di elaborazione; sono i tempi di Wikiquote, a cui chi soffre di egocentrismo acuto può ricorrere quando viene a mancare qualche personaggio famoso per copiare e incollare sul proprio profilo social una frase attribuita al defunto per rendergli un omaggio (non richiesto); una frase, spesso, sradicata dal suo contesto e per questo interpretabile in mille modi diversi, spesso mancando di rispetto all’autore.
Sarebbe molto importante, quindi, che, fra le nostre letture, i volumi di pensieri e aforismi comparissero con molta frequenza, poiché il rischio, che io e molti come me e più quotati di me avvertono ai nostri giorni, è che si stia perdendo il valore delle parole. Non è il topico compianto della contemporaneità, di cui a volte si abusa; gli odierni mezzi di comunicazione hanno molti aspetti positivi, ma uno di quelli negativi, e grave, è che l’estemporaneità dell’espressione, la sintesi estrema che alcune piazze richiedono, il poco tempo che si dedica alla lettura, partoriscano un gusto per l’espressione di impatto, concisa e inevitabilmente superficiale.
E dire che l’aforisma vero, di cui Marco Onofrio ci presenta oggi dei magnifici esempi, è l’esatto opposto di tutto questo: è frutto di osservazione, riflessione, indagine, studio.
Come genere letterario, nasce alle origini dell’umanità e le sue espressioni più celebri sono quelle di Ippocrate (460-377 a. C.), che raccolse nei suoi Aforismi le più importanti scoperte in campo medico; l’imperatore Marco Aurelio (121-180) ci ha lasciato i suoi splendidi Colloqui con sé stesso (ca. 168-179 d. C.), ove possiamo trovare i dubbi, le debolezze, le angosce della vita interiore di un uomo dall’apparenza impassibile; non si può non ricordare Confucio (551-479 a. C.), citato anche da chi poco conosce della cultura cinese. Nell’epoca moderna, Nietzsche (1844-1900) si è servito del genere per elaborare un’intera dottrina filosofica, (“L’aforisma” scrisse ne Il crepuscolo degli idoli (1888) “la sentenza, […] sono le forme dell’“eternità”; la mia ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro, – quello che chiunque altro non dice in un libro…”).
Gli Aforismi di Zürau (scritti tra il 1917 e il 1918 e pubblicati postumi nel 1946) di Franz Kafka (1883-1924), Strada a senso unico (1926-1927) di Walter Benjamin (1892-1940), L’ombra e la grazia (scritto tra il 1940 e il 1942 e pubblicato postumo nel 1947) di Simone Weil, Minima moralia (1951) di Theodor Adorno (1903-1969), sono certamente letture che, chi apprezzerà il volume di Marco Onofrio, potrà certamente riservarsi per proseguire questa fortunata scelta letteraria.
Io, come lusitanista – studiosa di culture e letterature di lingua portoghese – non posso non fare riferimento a un grande libro di pensieri che trovano una certa eco in Nuvole strane: il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa.
Il Libro dell’Inquietudine, attribuito dal grande poeta portoghese al suo semieteronimo Bernardo Soares,[1] consiste in una successione priva di filo conduttore di pensieri e, per l’appunto, aforismi. Alcuni, per la verità, eccedono la lunghezza degli aforismi, ma mantengono la natura del pensiero fluttuante. Rispetto alla scelta di scrivere un volume di aforismi, c’è da dire che essa appartiene maggiormente alla volontà degli amici di Pessoa e, in particolare, ad Adolfo Casais Monteiro: gli appunti che compongono il Libro dell’Inquietudine sono stati trovati, come tutte le poesie eteronime, in un baule nella casa dello scrittore dopo la sua morte, non erano pubblicati ma neanche riuniti in vita; alcuni sono datati, altri no, ma si capisce che la loro composizione ricopre un lasso di tempo lunghissimo. Rispetto al libro di Marco Onofrio, bisogna dire anche che i pensieri di Pessoa-Soares hanno un tenore decisamente meno ottimistico; eppure, la continuità c’è e risiede, tra gli altri aspetti, in un elemento che Marco ha considerato così importante da farne il titolo della sua opera: sono nuvole.

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento […] Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. […] Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mia ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccolissime, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, separate dalle altre, in un grande isolamento, fredde.

Nuvole… mi interrogo e mi disconosco. […] Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.[2]

Non sfuggiranno le attinenze con l’aforisma 44 di Marco Onofrio, che dice: “Il cuore non smette di battere, anche se gli ordino di farlo. Continua, va per conto suo. Ma quando sarà sua l’iniziativa, allo stesso modo, non potrò impedire che si fermi”.[3] Oltre, naturalmente, ai pensieri che aprono il libro, dove le nuvole passano nel cielo della mente. “Guardare le nuvole per ore” scrive Marco “spiarle, studiarle – non certo per capire che tempo farà. Lasciare invece che l’anima, allentate le catene della materia, si lasci cadere nell’abisso del cielo, immemore patria, e obbedisca tutta al suo richiamo, al naturale impulso dell’etereo informe mutamento. Fissare il cielo oltre lo sguardo, uscire senza tempo […]. Ecco le nuvole che inerti vagano, si fanno e si disfanno senza posa, ignare che quaggiù c’è chi le osserva. Gonfie, barocche, ricciute… cicciose, morbide, turrite… sfrangiate, splendide, fumanti… nel soffio dell’azzurro che le porta. E all’improvviso capisci che le nuvole cono i tuoi pensieri, e in quei bordi luminosi leggi tutta la storia della tua vita e la vita misteriosa dei giorni che devi ancora attraversare […]”.[4]
Il topos della nuvole percorre la letteratura mondiale attraverso i secoli e la sua simbologia è sempre legata al campo del pensiero, della filosofia, del tempo umano della riflessione. (altro…)