prosa

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo

 

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo. Edizioni La Gru 2018

Opera tutt’altro che ingenua e impacciata, Il mondo tutto tondo di Mauro Ceccaranelli trasmette a chi legge l’impressione – confortata da riletture e ritorni su singoli passaggi – di una prosa ricca, che corre consapevolmente il rischio del sovrabbondare.
A leggere bene, in una prospettiva che è quella che non mi stanco mai di caldeggiare, vale a dire la prospettiva di una lettura trasversale a generi, stili e culture, pur nella consapevolezza dei caratteri peculiari di ogni singolo fattore in gioco, in tale prospettiva a ‘cavalcioni dei confini’, occorrerebbe ricorrere al verbo “travalicare” piuttosto che al verbo “sovrabbondare”.
Trovo fecondo e confortante constatare che, in un panorama generale di gridolini di approvazione lanciati all’indirizzo di un minimalismo non di rado sciatto, Mauro Ceccaranelli, esordiente ma non ignaro di impalcature e ibridazioni, scelga un percorso che lo avvicina ai grandi, più noti e meno noti, del massimalismo italiano: e dunque farò i nomi, seguendo l’esempio di Sonia Caporossi nei suoi saggi di critica letteraria pubblicati nel volume Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, menzionando le “quattro emanazioni” del massimalismo italiano: Carlo Emilio Gadda, peraltro esplicitamente menzionato da Mauro Ceccaranelli nella prefazione al romanzo, Guido Morselli, Giorgio Manganelli e Paolo Volponi.
La prosa che contraddistingue Il mondo tutto tondo attraversa stili e generi, non teme di mostrarsi carica di immagini, perfino sotto il pungolo di una espressività visionaria. Per quanto riguarda il romanesco, esso appare con un preciso timbro letterario: più che spronato da intenti mimetici o realistici, il romanesco che fin dal Prologo o del delitto,  fa la sua apparizione in inserti da “discorso vissuto”, è un romanesco che si distingue per gli espliciti richiami – chiariti anch’essi, preventivamente, nella prefazione – a Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Pasolini di Racconti romani, e dunque a un romanesco adottato per fini narrativi da due scrittori provenienti dall’Italia settentrionale. Dei due autori menzionati nella prefazione, sembra tuttavia che altre caratteristiche abbiano esercitato influssi significativi: del lombardo, il plurilinguismo creativo, tra neobarocco ed espressionista, che trionfa, ad esempio nell’opera La cognizione del dolore, del friulano la lucida desolazione del regista di Mamma Roma. (altro…)

Letizia Pezzali, Lealtà (rec. di I. Grasso)

pezzali lealtàLetizia Pezzali, Lealtà
Einaudi, 2018

 

Lealtà è un romanzo che racconta “l’ossessione amorosa di una donna giovane per un uomo che ha vent’anni più di lei. Intorno, l’ambiente della finanza raccontato con precisione feroce” (dalla quarta di copertina). Che attinenza potrà avere la lealtà con tutto questo? Ecco l’interrogativo che mi ha spinto ad acquistare il libro. Prima di iniziare a leggere mi sono dunque soffermata sul termine lealtà.
Letizia Pezzali, l’autrice, mi porta prima in una Londra alle prese con il referendum sulla Brexit, poi a Milano, città dove è nata Giulia (protagonista e voce narrante), e anche a Treviri, in Germania, dove sono nati Marx e il padre di Giulia, scomparso prematuramente.
In questi luoghi assieme a Giulia c’è Seamus (il capo, altrimenti detto Capo Meraviglioso), Michele (l’ossessione amorosa), Fred (il collega colto ma anche un po’ “grillo parlante”), Gabriele (il corteggiatore, per la maggior parte della narrazione “il ragazzo dalla polo rossa”) e Luca (il compagno della madre di Giulia).
Londra, Giulia, Seamus e Michele sono portatori di un conflitto interno e le tensioni sono incredibilmente simili ai mercati finanziari.
Giulia non ha fratelli, sorelle, cugini. Ha solo Luca, il compagno che la madre ha avuto dopo la morte del padre di Giulia. L’unica figura che per lei somiglia a un familiare.

Mi preoccupo di lui, allo stesso tempo mi stancherei se ci avessi a che fare sempre. Il nostro è un legame familiare sintetico, inventato, eppure sembra naturale. Contiene tutte le contraddizioni.

Seamus è il capo di Giulia, forse un modello per lei. Eccentrico, per gran parte del libro sembra essere l’unico vero amico di Giulia. A un certo punto deciderà di svelare una parte di sé tenuta nascosta per tanto tempo.
Michele è l’ossessione amorosa di Giulia. Si occupava anche lui di finanza e lavorava con Seamus. Ha lasciato il suo lavoro in banca, la stessa banca in cui lavorano sia Giulia sia Seamus.
Il conflitto fra i personaggi non è subito manifesto, ma a un certo punto diverrà lampante e tutti i tasselli torneranno al loro posto (in maniera definitiva?). Durante la lettura non ho quasi mai la sensazione che di questa crisi ci sia consapevolezza da parte dei personaggi. È la Pezzali che con grande abilità la rende visibile descrivendone i segnali con precisione chirurgica. Man mano che leggiamo lo stato di crisi è sempre più evidente ai nostri occhi. I personaggi continuano la loro vita senza grossi scossoni, né interrogativi. Come se il tempo non esistesse o fosse per certi versi sospeso. (altro…)

proSabato: Joaquín Pasos, L’angelo povero

Joaquín Pasos
L’ANGELO POVERO

Traduzione di Emilio Capaccio

 

I

Aveva un’espressione serena sul viso sporco. Uno sguardo invece assai tormentato nei suoi occhi chiari. La barba di molti giorni. I capelli ravvivati solo con le dita.
Quando camminava con il suo passo stanco, le punte delle ali si trascinavano per terra. Jaime voleva spuntargliele, perché non si sporcassero alle estremità che erano già pietosamente sfrangiate. Ma temeva come chi teme di toccare un angelo. Lavarlo, pettinarlo, sistemargli le piume, vestirlo con una bella camicia da notte di seta bianca, invece del vecchio camice che lo copriva, questo desiderava il bambino. Infilargli, al posto dei grossi e sporchi scarponi neri, dei sandali di raso lucente.
Un giorno trovò il coraggio di proporglielo.
Il povero angelo non disse nulla, fissò Jaime e se ne andò in giardino ad annaffiare i suoi piccoli roseti giapponesi.
Tutte le volte che si preparava a svolgere questo compito tirava su le ali e le intrecciava alle punte. C’era in quel gesto qualcosa del rimboccarsi le maniche dell’educata sguattera.
In realtà, poco gli servivano le ali nella vita domestica. Qualche volta le adoperava per attizzare il fuoco della cucina. Altre volte, le agitava con straordinaria velocità per rinfrescare la casa durante i giorni di caldo. Quando lo faceva accennava un sorriso in un modo strano. Quasi tristemente.
È chiaro che gli angeli dimostrino la loro età dalle ali, come gli alberi dalle loro cortecce. Ciò nonostante, nessuno sapeva che età avesse quell’angelo. Da quando era arrivato nella casa di Don José Ortiz Esmondeo, più o meno due anni prima, aveva lo stesso viso, lo stesso vestito, la stessa età indefinibile.
Non usciva mai, neanche per andare a messa la domenica. La gente del paese si era abituata a considerarlo come uno strano uccello celeste che viveva nella casa di Ortiz Esmondeo, rinchiuso come in una nicchia di una chiesa.
I ragazzi che giocavano sul ponte furono i primi a vederlo quando arrivò. Al principio gli lanciarono delle pietre, poi si spinsero fino a tirargli le ali. L’angelo sorrise e i ragazzi compresero dal suo sorriso che era realmente un angelo. Muti e timorosi, seguirono il suo passo posato, triste, quasi claudicante.
Entrò nel paese, con lo stesso camice, le stesse scarpe e con un berretto sulla testa. Con lo stesso aspetto di angelo umile e povero, con lo stesso sorriso misterioso.
Salutò con un gesto delle mani sporche, calzolai, sarti, falegnami, tutti gli artigiani che increduli interrompevano il lavoro nel vederlo passare.
E arrivò così alla fastosa casa di Don José Ortiz Esmondeo, circondato dalla gente curiosa del vicinato.
Donna Alba, la signora, aprì la porta.
— Sono un angelo povero – disse l’angelo. (altro…)

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati

 

Lea Barletti, Libro dei dispersi e dei ritornati. 11 racconti per 12 foto naufragate e una radiografia. Postfazione di Carlo D’Amicis, Musicaos editore, 2018

Il Libro dei dispersi e dei ritornati di Lea Barletti colpisce per la sua prosa insieme nitida e ardita nello slanciarsi sempre oltre gli steccati delle divisioni artificiose – prosa e lirica, filosofia e poesia, sguardo acuto e profondità (e oscurità) onirica.
Procede a ritroso e torna al presente, la mente che riflette un’impressione al suo rovescio, che rovescia il rovescio, torna al dritto e ricompone, tessendo, disfacendo, rammendando, la tela di indizi.
È la stessa mente che ricostruisce e, come spiega l’autrice nella premessa, per essere più precisi, costruisce, crea il ricordo. Ha ben chiari due principi che sembrano apparentemente opposti e che qui vengono affiancati, in una forma faconda e feconda di coesistenza: il principio di una navigazione consapevole, guidata da chi scrive, nel magma di situazioni,  sensazioni e schegge di vita affioranti dal reperto dell’esistenza (baule scrigno cassapanca di tracce visive impresse – «I found a picture of you», cantava Chrissie Hynde con i Pretenders in Back on the Chain Gang – e il principio della perenne trasformazione del dato sensibile nella coscienza individuale, trasformazione i cui esiti non possono e non vogliono, forse, essere previsti.
Il Libro dei dispersi e dei ritornati è diario di bordo, dunque, e insieme resoconto di un fruttuoso vagabondaggio del pensiero, nel quale il nostos assumerà fogge, forme e melodie inattese. E se le melodie saranno dissonanti, se il ritorno sarà la deflagrante narrazione di un buco nero di ingorda ineffabile paura o se, al posto del ritorno, si narrerà, come in Eveline di Joyce, il perpetuo rimandare una partenza, una fuga, una improbabile salvezza, se il gelo invaderà l’assenza o il «fiero pasto» dantesco tornerà con pelli maculate e da altezze inattese, tutto questo terrà chi legge allacciato al quesito: «Che cosa sarebbe potuto avvenire e divenire se non avessimo distolto lo sguardo, se non lo avessimo acquietato con la prima, banale, scontata, tranquillizzante e superficiale interpretazione?»

© Anna Maria Curci

 

Premessa
(Ovvero com’è andata)

Gli undici racconti del Libro dei dispersi e dei ritornati prendono spunto da alcune fotografie di sconosciuti trovate nel baule di un rigattiere a Berlino, la città nella quale vivo da qualche anno. È andata così. In un pomeriggio invernale di qualche anno fa, bighellonando con un amico in un grande robivecchi pieno di cianfrusaglie di ogni tipo, abbiamo trovato un baule di vecchie fotografie, interi album, singole foto: il mio amico ha dato un’occhiata e poi ha proseguito la visita, io invece mi sono seduta per terra e ho cominciato a guardarle tutte, una per una. Ero incapace di staccarmi, letteralmente inchiodata: dal momento che avevo cominciato, dovevo continuare a guardarle. Tutte quelle foto, finite lì chissà come, quelle persone sconosciute,  di cui ignoravo qualsiasi cosa ma di cui in quel momento, per caso, mi ritrovavo a spiare volti, espressioni, pose: uomini, donne, bambini, vecchi, foto di famiglia, ritratti, foto di gruppo, gite, feste di compleanno, matrimoni, vacanze al mare, le guardavo senza saperne niente. Ad un certo punto il negozio doveva chiudere, avevo passato un sacco di tempo in quella sorta di ipnosi, allora d’impulso ne ho prese tre, tre foto della stessa donna. Le ho comprate così, senza una ragione plausibile e le ho messe nella borsa, dove sono poi rimaste per diversi mesi. Un giorno, era ormai estate, le ho tirate fuori. E ho capito che volevo scrivere: mi è sembrato di doverlo a lei, la sconosciuta che era ritratta nelle foto; era una sensazione molto forte, la sensazione di avere contratto un debito. Avevo sbirciato nella sua vita e ora le dovevo qualcosa. (altro…)

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno,  Giometti&Antonello editore 2018, trad. Donatella Frediani, euro 24

 

 

Perché si tolga immediatamente la necessità di parlare di Milena Jesenská in relazione a Franz Kafka, si vada subito a quello che forse è il centro del rapporto tra i due intellettuali, la frase che Kafka scrisse a Milena nel dicembre del 1920: «ma adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire» (da Lettere a Milena, Mondadori 1988, traduzione Ervino Pocar e Enrico Ganni). Non è certo una novità che gli amori non realizzati possano essere roventi, duraturi e forse, per chiunque scriva, i più artisticamente produttivi. Come non è una novità, per chiunque abbia letto le lettere di Kafka alla sua traduttrice, la stima profonda dello scrittore nei confronti della scrittura di lei. La gioia costante che aveva nel ricevere suoi articoli, nel correre, come riporta Max Brod, all’edicola, «per vedere se il nuovo numero reca qualcosa di Milena».
Qui non può trovarmi nessuno, Giometti&Antonello editore 2018, offre al pubblico italiano quarantuno di questi articoli, scelti da Dorothea Rein e tradotti da Donatella Frediani, con otto lettere di Milena Jesenská su Kafka proposte e commentate da Max Brod (da Nuovi tratti della figura di Kafka, in Kafka, Mondadori 1978). Oltre a una nutrita nota biografica che ci consente di guardare la grande intellettuale ceca nell’indipendenza della sua figura.
Milena Jesenská cresce libera e sfacciata a Praga. Figlia di benestanti, di madre cagionevole e padre contraddittorio – sarà lui a iscriverla al primo liceo femminile di Praga, ma sempre lui a rinchiuderla in manicomio per nove mesi quando vorrà sposare Ernst Pollak, ebreo tedesco, e a costringerla a spostarsi a Vienna a matrimonio avvenuto. Nella capitale austriaca comincia la sua carriera di giornalista e di traduttrice di Kafka. Per anni, sarà “la Jesenská”, con i suoi articoli di politica e di costume. Fino al 1928, anno di un parto problematico, di dipendenza da morfina, di fallimento del matrimonio. Si avvicina al partito comunista, la sua scrittura si assottiglia, la sua vita privata vacilla ma il suo impegno civile cresce. È circa dieci anni dopo che vince la sua battaglia contro la morfina, e della sua fede nel partito è rimasta solo una vigile attenzione verso la politica e la situazione delle masse, dei più deboli, degli esclusi, e quindi, con l’inasprirsi delle politiche reazionarie, dei perseguitati. Con l’occupazione da parte della Germania nazista scrive, riporta, aderisce a giornali clandestini, aiuta a fuggire, fino alla deportazione nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morirà all’età di quarantotto anni. (altro…)

Ritorno a Freiburg. Nota a ‘Una sognatrice a Trieste’ di Claudio Segat (di Luca T. Barbirati)

Claudio Segat, Una sognatrice a Trieste, Treviso, Santi Quaranta, 2017, pp. 174, € 13

Dove stiamo andando?
Sempre verso casa
Novalis, Enrico di Ofterdingen

Perché si può desiderare la fuga dal proprio paese? Cora Sorgfalt, l’indimenticabile illustratrice botanica di Claudio Segat, non teme la sincerità e, fin dall’inizio del romanzo, confessa di essere fuggita perché si sentiva in pericolo. Alla fine degli anni ’90 del ‘900, nel Baden-Württemberg non c’era la guerra, non c’era una violenza sulle donne maggiore a quella di qualsiasi altro periodo, né tanto meno c’era la povertà. Tuttavia, nonostante questo, mancava l’essenziale che per Cora vuol dire il suo spirito creativo, la sua esistenza interiore e, in definitiva, la sua utopia. Anche se questa utopia, vale il caso di dirlo, sconfina il campo semantico comune e copre quello che altri autori hanno chiamato felicità (Guido Morselli), consolazione (Stig Dagerman) o trentesimo anno (Ingeborg Bachmann).
È la necessità di fuggire al già visto, al già vissuto. È l’innamoramento sbagliato che ti traghetta verso l’amore di sempre. Fuggire è l’inizio del viaggio che ti porta a casa. Cora lo sa, o meglio Claudio Segat lo sa e grazie alla sua maestria – paragonabile solo a quella di Fleur Jaeggy – ci dona un gioiello perfetto che ci fa sperare, ridere e piangere a fianco della dolcissima Cora. È questo il compito della letteratura. Il suo tourbillon – complicazione delicata quanto geniale – non è dissimile a quello dei suoi predecessori letterari, uno su tutti all’Io bachmanniano del racconto Il trentesimo anno.
(altro…)

‘L’Arminuta’ di Donatella di Pietantonio (nota di P. Grassetto)

Donatella di Pietrantonio, L’Arminuta, Einaudi 2017, pp. 197, euro 17.50

Cimentarsi a commentare un romanzo vincitore del Premio Campiello 2017, probabilmente a oggi uno dei più ambiti, può essere ardua impresa, non se si procede unendo le osservazioni come in un piccolo quadro, per immagini, tasselli, illuminazioni.
Data la notorietà del romanzo ormai tutti conoscono il significato della parola “Arminuta” ossia “Ritornata”, tuttavia la prima impressione delle pagine del romanzo pare essere invece l’amore che traspare, da parte di Donatella di Pietrantonio, per la sua terra di origine. La terra d’Abruzzo viene velatamente esplicata dal linguaggio (resiste lì dentro), dalla personalità dei personaggi (dai loro ‘modi’), da brevi descrizioni del paesaggio – sono il mare, i monti, la campagna –, il tutto avvolto da una sorta di ‘tenerezza’ anche quando la trama si fa più intensa e stratificata.
L’autrice ha la capacità, nei momenti in cui gli episodi narrati sono emozionalmente complessi, laceranti e disgreganti, di non rendere mai né duro né ostico il racconto mantenendo, sotto questo profilo, una rara qualità di scrittura, come se non volesse mai ‘ferire’ dall’interno i vari personaggi del racconto; anche laddove emergono limiti o difetti, si avverte l’assenza di giudizio, una trasparenza delle intenzioni. Di Pietrantonio lascia fluire il racconto della condizione umana.
I temi tracciati sono vitali, vitali per la protagonista ma anche per il lettore, e portano a riflettere sul nostro destino in relazione alla famiglia; sul ruolo dei genitori – siano essi naturali o coloro che crescono figli d’altri –; sul mondo che ci portiamo dentro; sull’accoglienza, l’amore, l’abbandono o sulla loro mancanza; sulle parole d’amore o sui troppi silenzi e i “non detti”, e come ciò ci faccia crescere e cosa ci faccia diventare.

La vicenda inizia quando l’Arminuta, bimba piccola, viene riconsegnata dai genitori che sino a quel momento l’anno cresciuta ai genitori naturali, che l’avevano lasciata perché gravati da tanti figlioli in una situazione di povertà. La sua vita è spezzata: viene catapultata da una quotidianità serena dove nulla manca a una vita relegata in un piccolo paese di montagna a una casa povera dove manca anche l’essenziale. E nella casa non c’è nemmeno un letto destinato a lei. La piccola Arminuta scopre improvvisamente, drasticamente, che questa è la sua vera famiglia.
Nel baratro che le si apre davanti non riesce a ritrovarsi e la parola «”mamma” si annida nella sua gola come un rospo». L’autrice, con passaggi brevi e incisivi, narra il dentro di sé: «A 13 anni non conoscevo più l’altra mia madre». Nella sua drammaticità, questa frase fa cogliere il precipizio dell’abbandono devastante e del nulla che attende la protagonista da quell’istante.
Arminuta per dare un senso all’assurdo e inspiegabile gesto pensa che la madre – che fino ad allora l’ha allevata e che lei credeva sua – non la possa più tenere perché malata. La sogna morta; sogna il funerale accompagnata dalla mamma vera. E il sogno fa vedere la verità che vogliamo per non farci troppo male. Così iniziano in lei gli incubi, le angosce, i risvegli notturni e la certezza di una continua disgrazia imminente, pur non sapendo da dove questa possa arrivare. L’abbandono sgretola le sue certezze, ferisce la sua anima nel profondo.
Il tempo scorre in questa nuova famiglia con la continua ricerca della prima madre, che lei (per differenziarla) indica come la “madre del mare”, in quanto prima viveva vicino alla spiaggia. In questo mondo nuovo di solitudine si affeziona alla sorella più giovane con la quale, inizialmente, divide il letto, e che si rivelerà forte e in grado di cogliere piccole verità nonché tramandare un’antica saggezza contadina. La sorellina, nel primo giorno di ripresa della scuola, si reca nella classe media dell’Arminuta e dice alla professoressa di essere venuta per controllare se sua sorella stesse bene perché «lei viene dalla città», come a dire che non è preparata a quella vita di stenti, di persone così diverse da e lei, sebbene più piccola, ne coglie i disagi, la non adattabilità. Sempre la piccolina difenderà la mamma da un gruppo di bulletti che la definiscono una “coniglia” per tutti i figli che mette al mondo. La vita dura ha dotato la sorella minore delle difese necessarie, facendone un personaggio d’appoggio fondamentale.
Questa trama, tuttavia, è anche intrisa di un lutto dopo il quale la madre si abbandonerà al dolore e non riuscirà più a curarsi degli altri figli forse perché i figli, in fondo, per lei sono il solo valore che ha, anche se mai espresso esplicitamente.
Un momento chiave del romanzo si ha sotto un sole cocente, dove avviene un colloquio anzi “il colloquio” fra la mamma e l’Arminuta; il tema è la ricerca che quest’ultima ha continuato a fare della verità sulla famiglia in cui è cresciuta. Lei è seduta per terra con lo sforzo di non piangere e la mamma risponde con poche parole ma «non riesce a muovere quell’unico passo che ci separava dalla consolazione». Probabilmente uno dei passaggi paradigmatici del libro, in cui si coglie tutta la disgregazione della vicenda; qui c’è una ricerca attenta delle parole che denota la capacità della scrittrice di esprimere uno stato d’animo in pochi lampi, dove si “misura” il distacco emotivo ed esistenziale.
Sebbene l’explicit del romanzo porti l’Arminuta verso una sorta di risoluzione della condizione iniziale si conviene a verificare che la rottura presente-passato è diventata troppo lacerante, e le vite di ciascun personaggio hanno ripreso cammini diversi, di andirivieni e separazioni finali.
Resterà tuttavia sempre forte il rapporto ritrovato fra le due sorelle, fatto di una complicità che sarà in grado di salvarle. L’Arminuta, proprio della sorella minore dirà essere «un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia», così ritornando al ‘duplice ricordo’ tra terra e umano.

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© Patrizia Grassetto

 

Su questo romanzo ha scritto anche Irene Fontolan, qui

Sandro Abruzzese, CasaperCasa (un estratto)

Periferia

Un giorno come un altro, con ancora la storia di Tenora nella testa e una strana sensazione d’impotenza, ho preso l’auto e infilato la pianura verso nord, determinato a passare del tempo completamente solo. E già questa iniziativa, avrei dovuto intenderlo, non poteva che produrre risultati singolari. Non c’è che dire. Tuttavia avvertivo l’esigenza insopprimibile di uscire e prendere una strada qualsiasi verso l’esterno. In effetti, è stato come liberarsi da una morsa. Sì, perché le mura recidono le arterie, proteggono e a un tempo escludono. Fuori dalla cinta, la città risulta priva di radici. Si dirama, cresce, ma già non è più la stessa. Non c’è legame né continuità.
Oltrepasso le mura, dicevo, e prima della campagna luminosa e leggera non resta che imbattersi nella periferia. La periferia cittadina è fatta così: è un’esile raggiera che vive a ridosso di un’idea e se ne sta al suo posto, senza competere. Sa bene che l’idea non è sua, e ne rispetta i diritti. Quindi si rassegna agli attraversamenti. E rimane attigua e staccata, contemporanea- mente. Per cui verso Casaglia, Porotto, Ponte, per esempio, lo so che è banale ma c’è proprio un’aria di fumo e fuliggine che odora di legno impiallacciato e colla vinilica, di mobilifici, di segherie e prodotti seriali, di residence per famiglie e ferramenta. L’aria lascia in bocca, sulle mani, un impasto di silicone e resina. La periferia, insomma, sa di riproducibilità.
Santa Maria, per esempio, è reclinata ai bordi della via principale. L’attraverso in direzione Rovigo, in un primo pomeriggio caldo, scoprendola assopita, poco trafficata. Sui lati della strada camminano qua e là degli uomini neri. Camminano spaesati, si aggirano tra le auto, scrutano e frugano nei cassonetti gialli della Caritas, quelli per la raccolta degli indumenti. Tra qualche incolonnamento, una lunga serie di semafori, oltrepasso binari ferroviari, viadotti, l’autostrada e il fiume. Sicché, all’improvviso, quando mi ero abituato a quella confusione, ecco che la periferia, in un lampo, discreta scompare. Dopo Ponte, Santa Maria, Occhiobello, attraversato il Grande Fiume, ecco che il mondo intero si dirada. Rimane solo la campagna, sguarnita e silenziosa. La campagna sottomessa, vangata e dissodata dalle sue macchine, seminata da ampie coltivazioni e resa opulenta da nitrati, azoto, concimi minerali e organici. Oggi, mentre l’attraverso, la pianura è accarezzata da un vento orientale debole, che sparge lontano la sua polvere, la trasporta in piccole nuvole senza meta.
L’ampiezza del Polesine per esempio, quella sì che la trovo liberatoria. Ormai ho imparato. Conosco le strade, i bar, i percorsi. Dopo Stienta, Canda, supero il Canal Bianco e prendo la Transpolesana. Ecco che d’incanto sto solcando l’America interna degli sterminati belt, o quella più recondita e non meno affascinante, fatta di pompe di benzina fallite, di ristoranti malandati che ti accolgono col cartello CAMBIO GESTIONE. Per dirne una, sulla Transpolesana, sotto un cavalcavia, leggo la scritta a pennellate bianca FINI TRADITORE. Più avanti, addosso a un muro, campeggia quel solito disegno della foglia di marijuana con un’altra scritta in spray verde: PADANIA LIBERA, lo annoto. Una volta uscito dalla Transpolesana, all’altezza di San Giovanni Lupatoto, alle porte di Verona, decido di percorrere la Statale regionale 11. D’un tratto riconosco il volto dello Sviluppo. Mi ritrovo in mezzo a tutte le auto, ma tante auto, che sono proprio quelle che non c’erano sulla Transpolesana e che il nostro assessore sogna di portare in città. Ora sta di fatto che sotto una pensilina, ad attendere l’autobus, scopro una famiglia di indiani o pachistani e allo stesso tempo di fronte, sul lato di un rudere, campeggia la scritta INDIPENDENSA. Invece sulla facciata principale dello stesso rudere qualcuno ha cancellato VIA DA ROMA e sovrascritto MAFIA MERDA. Nei pressi del casolare diroccato seguo la superstrada che incrocia la strada regionale. Ha come sfondo le Alpi. (altro…)

proSabato: Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo Golpe? Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. (altro…)

proSabato: Fruttero e Lucentini, L’arroganza del sedere

 

L’arroganza del sedere 

L’arroganza del potere, che ormai è diventata una frase fatta del linguaggio politico italiano, avrà senza dubbio le sue cause tecniche nella partitocrazia, nella lottizzazione, nella proporzionale e in altri infelici meccanismi che hanno fatto degenerare la gestione della cosa pubblica. Ma senza volerla in alcun modo giustificare, ci chiediamo se la faccia tosta di certi governanti non abbia qualche oscuro legame con la generale spudoratezza dei tempi, con quella, cioè, che definiremmo, scusandoci per il giochino, «l’arroganza del sedere».
Dio sa se possiamo vantarci di una qualunque sensibilità storica, di una sia pur modesta lungimiranza politica o sociologica. Eventi capitali per i destini dell’umanità ci sono passati sotto il naso senza che ne cogliessimo la portata. Sintomi chiari come il sole, presagi grossi come case di sei piani, ci sono sfuggiti completamente. Se ci volgiamo a considerare il passato, misuriamo con vergogna tutta la nostra superficialità, ottusità, cecità. Quante svolte cruciali e salti qualitativi mentre noi guardavamo da un’altra parte! Quanti punti di non-ritorno filati via senza che noi facessimo una piega!
Non abbiamo capito niente del ’63, del ’68, del’69, del ’76, del ’77 (scambiando anzi spesso tali annate con quelle di vini doc); e niente abbiamo capito di assemblearismo, femminismo, terrorismo, veterostalinismo, paleo-contrattualismo, neo-avanguardismo, postmodernismo, e altri simili fenomeni di ultra-importantismo. Quanto poi a certe pietre miliari della storia nazionale, cui tutti alludono con invidiabile scioltezza («a partire dal congresso di Firenze…» «il ripudio della linea di Palermo…» «dopo la scissione di Varazze…» «nonostante il preambolo di Treviso…» «in contrasto con la piattaforma di Pordenone…») esse destano nei nostri rugginosi circuiti mnemonici nient’altro che titubanti associazioni con le guide del Touring.
Ma il sedere no. Il sedere, lo diciamo senza falsa modestia, lo interpretammo con la lucidità di un Tocqueville fin dalla sua prima apparizione in tv, in un subdolo contesto di pannolini. Quando ci fu mostrato sullo schermo in tutto il suo splendore, ci rendemmo conto all’istante di ciò che significava e di ciò che avrebbe contrabbandato in mezzo a noi, come il cavallo di Troia. Nel silenzio sbigottito del soggiorno, percepimmo tuttavia l’immenso coro di «oh, quant’è cariiino!» che si levava dall’intero Paese, il fragore di sbaciucchiamenti nel vuoto emesso da milioni di nostri concittadini. Un roseo sederino di neonato? Ma che c’è di più dolce, di più commovente, di più bello!
Passato lo choc, ci mettemmo a ragionare dell’avvenimento come Machiavelli e Guicciardini. Era la fine di un’epoca, evidentemente. Attraverso melensaggine e sdolcinatezza — foriere sempre di sciagure e disastri — sarebbe dilagato entro le mura del vivere civile il nuovo (e preistorico) life-style dello sbracamento. Nulla ci sarebbe stato risparmiato: gengive sanguinolente, denti corrosi, aliti infetti, gabinetti immondi, lavelli fetidi, tegami rivoltanti; e mestruazioni, emicranie, maldipancia, indigestioni, starnuti, foruncoli, forfore, sudori, muchi, catarri. Col pretesto dell’igiene e della salute, la pubblicità televisiva avrebbe spazzato via ogni riservatezza, ogni intimità. E prevedemmo che questa operazione, squisitamente commerciale, sarebbe stata nondimeno nobilitata in sede teorica da molti agguerriti ideologi dell’assorbente e del rotolo extramorbido. Cosi è puntualmente avvenuto. Per anni e anni ci siamo sentiti rivolgere da ogni pulpito le più generose esortazioni: perché, buona gente, vergognarsi di certe cose? Perché sorvolare su certi dettagli? Parlatene francamente col droghiere e il postino, discutetene apertamente in piazza e al supermarket, non c’è proprio niente di male, anzi! Abbiate il coraggio della naturalezza, lasciatevi finalmente andare dopo tante restrizioni, emancipatevi, spogliatevi di tutti quei cattivi tabù che fanno venire tanti brutti complessi! (altro…)

proSabato: Philip Roth, Everyman

EverymanIntorno alla fossa, nel cimitero in rovina, c’erano alcuni dei suoi ex colleghi pubblicitari di New York che ricordavano la sua energia e la sua originalità e che dissero alla figlia, Nancy, che era stato un piacere lavorare con lui. C’erano anche delle persone venute su in macchina da Starfish Beach, il villaggio residenziale di pensionati sulla costa del New Jersey dove si era trasferito dal Giorno del Ringraziamento del 2001: gli anziani ai quali fino a poco tempo prima aveva dato lezioni di pittura. E c’erano i due figli maschi delle sue turbolente prime nozze, Randy e Lonny, uomini di mezza età molto mammoni che di conseguenza sapevano di lui poche cose encomiabili e molte sgradevoli, e che erano presenti per dovere e nulla più. C’erano il fratello maggiore, Howie, e la cognata, venuti in aereo dalla California la sera prima, e c’era una delle sue tre ex mogli, quella di mezzo, la madre di Nancy, Phoebe, una donna alta, magrissima e bianca di capelli, col braccio destro inerte penzoloni sul fianco. Quando Nancy le chiese se voleva dire qualcosa, Phoebe scosse timidamente il capo, ma poi finì per dire con voce sommessa, farfugliando un po’: – È talmente incredibile… Continuo a pensare a quando nuotava nella baia… Tutto qui. Continuo solo a vederlo mentre nuota nella baia -. E poi c’era Nancy, che aveva organizzato tutto e fatto le telefonate a quelli che erano venuti per evitare che al funerale venissero solo sua madre, lei, il fratello del defunto e la cognata. C’era solo un’altra persona la cui presenza non era stata sollecitata da un invito, una donna robusta con una simpatica faccia tonda e i capelli tinti di rosso che era venuta spontaneamente al cimitero e si era presentata col nome di Maureen, l’infermiera privata che lo aveva assistito dopo l’operazione al cuore di qualche anno prima. Howie si ricordava di lei e andò a darle un bacio sulla guancia.

Nancy disse a tutti: – Posso iniziare dicendovi qualcosa di questo cimitero, perché ho scoperto che il nonno di mio padre, il mio bisnonno, non solo è sepolto nelle poche centinaia di metri quadrati del nucleo originario accanto alla mia bisnonna, ma fu anche uno dei suoi fondatori nel 1888. L’associazione che per prima finanziò ed eresse il cimitero era composta dalle società incaricate delle onoranze funebri delle organizzazioni caritatevoli e delle congregazioni ebraiche sparse nelle contee di Union ed Essex. Il mio bisnonno era il proprietario e il gestore di una pensione di Elizabeth che accoglieva soprattutto immigrati arrivati di fresco, e si preoccupava del loro benessere piú di quanto in genere facesse un possidente. Ecco perché fu tra i soci originari che acquistarono il campo che c’era qui e lo spianarono e lo disegnarono personalmente, ed ecco perché diventò il primo presidente del cimitero. Allora era un uomo relativamente giovane ma nel pieno vigore delle forze, e c’è solo il suo nome sui documenti nei quali si specifica che il cimitero era destinato ad «accogliere i soci defunti in armonia con le norme e i riti ebraici». Come appare fin troppo evidente, la manutenzione dei singoli lotti e del recinto e dei cancelli non è piú come dovrebbe essere. Le cose sono marcite e crollate, i cancelli sono arrugginiti, i lucchetti spariti, ci sono stati dei vandalismi. Ormai questo posto è diventato il retrobottega dell’aeroporto, e quello che sentite a qualche miglio di distanza è il rumore costante dell’autostrada, la New Jersey Turnpike. Naturalmente avevo pensato, prima, ai posti veramente belli dove mio padre poteva essere sepolto, i posti dove andava a nuotare con mia madre quando erano giovani, e le località costiere dove amava fare il bagno. Ma nonostante il fatto che guardarmi intorno e vedere il degrado che c’è qui mi spezza il cuore – come probabilmente spezza il vostro, e forse addirittura vi spinge a domandarvi perché ci siamo riuniti in un luogo cosí deturpato dal tempo – volevo che riposasse accanto alle persone che lo amavano e dalle quali è disceso. Mio padre amava i suoi genitori e deve stare vicino a loro. Non volevo che fosse solo, chissà dove -. Tacque un momento per ritrovare la padronanza di sé. Era una donna fra i trenta e i quarant’anni, dall’aria dolce, semplice e carina com’era stata la madre, e all’improvviso perse tutta la sua autorevolezza e il suo coraggio e finì per somigliare a una bambina di dieci anni schiacciata da quella situazione. Voltandosi verso la bara, prese una manciata di terra e, prima di lasciarla cadere sul coperchio, disse con leggerezza, sempre con quell’aria da bambina frastornata: – Be’, cosí vanno le cose. Non c’è piú niente da fare, papà -. Poi le venne in mente la stoica massima che lui ripeteva decenni addietro, e scoppiò in lacrime. – È impossibile rifare la realtà, – gli disse. – Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono. (altro…)

Lev Matvej Loewenthal, “La dodicesima nota”

la dodicesima notaLa dodicesima nota e la musica segreta del vivere

di Marco Olivieri

 

«È vero: solo il cane sa come sono andate le cose. Eppure, la realtà, come era solito ripetere il vecchio sav, è come un dipinto: puoi darle voce solo osservandola da lontano, altrimenti rischi di perderti nei dettagli, equivocare, sentirla solo bisbigliare, sebbene sia quella sinfonia di minuscoli particolari a creare l’insieme. E tu devi ancora imparare a leggere, perché le minuzie sono quasi sterminate e le tue conoscenze, il più delle volte, restano superficiali e imperfette, in continui cambi di scenario. Devi rimanere concentrato! L’impresa è estenuante e non a tutti è dato di comprendere. Puntelli di pennello, reticoli di luce, guizzi d’acqua variano di tono. Prova ad alzare o abbassare di un’ottava e cambia il punto di vista. E tu sei perso, irrimediabilmente».

Combinando più punti di vista e tre fasi narrative, viaggi nel tempo e nello spazio che investono l’anima di luoghi condannati al conflitto, il romanzo La dodicesima nota cattura per lo stile accattivante, la scrittura solida e densa d’immagini e la profondità degli elementi evocati. L’ironia della voce narrante (un cane sornione e un po’ filosofo), l’intreccio di elementi romanzeschi e l’incastro di tempi e solitudini, che trova compimento nel colpo di scena finale, risultano in stretta correlazione con il mistero della musica, con le note segrete del vivere e gli sfondi storico-politici che hanno come centro della scena Gerusalemme.
Scritto da Lev Matvej Loewenthal, pseudonimo di un artista della scrittura che scrive in italiano, inglese e yiddish, oltre a dichiarare di essere anche un medico impegnato in missioni internazionali, il romanzo è edito dalla nuova casa editrice messinese “Carteggi Letterari le edizioni”. Una casa editrice creata nel 2016 da un gruppo di poeti siciliani, con la poetessa Natàlia Castaldi presidente dell’omonima associazione culturale e direttrice editoriale.
Nel libro, la teologia, il mistero di Cristo, l’enigmaticità delle note e il fascino senza tempo dei segreti della Storia, tra l’Europa nazista nel passato e le tensioni in Medioriente e in Occidente in un presente inquieto, gli echi della letteratura (da Kafka ad Amos Oz, senza dimenticare l’ironia di Saramago), il respiro intimo delle avventure che investono individui e destini trovano un’armonia nella scrittura di Loewenthal.
In primo piano le vicende, alla fine del 1999, dell’anziano violinista Josef Asche, con il suo spartito cinquecentesco, e del piccolo arabo Nadim, il suo migliore allievo, in un viaggio storico che culmina in una sala d’orchestra in procinto di esplodere nel 2017, mentre si esegue un movimento del Dies Irae. Si giunge all’oggi dopo aver esplorato, nel romanzo, le persecuzioni naziste e le ferite dell’odio e della sopraffazione, tra realismo e reinvenzione romanzesca. (altro…)