prosa

Ilaria Seclì, L’impero che si tace (nota di Marco Ercolani)

Ilaria Seclì, L’Impero che si tace, Giuliano Ladolfi Editore, 2019

FINESTRE. della decadenza o visione dell’Impero

Arnie, nidi di animali magici, scorciatoie per farfalle e briganti.
Si arrampicano al cielo o scivolano basse per scheletri di vicoli umidi e neri.
Ragnatele mosche vermi scarafaggi.
Hanno trattenuto foglie secche, ruggine, mozziconi di sigarette. Non sono del mondo, il mondo non le insegue. Al mondo versano le verità che dal buio senza tempo custodiscono.
Sono tombini per la luce, gallerie dell’impero, passamano per il cielo, apiari dello spirito.
Non catturano lo sguardo dei passanti.
Nessuna pausa, nessuna sosta apre la chiave dell’arcano.
Basterebbe avvicinarsi, prenderle con gli occhi, fronte a fronte. Sentire un fremito lungo, caldo. Il sussulto di ciò che vive, morto per i morti.

Siamo alla seconda pagina del libro e leggiamo di finestre che sono “arnie, nidi di animali magici, scorciatoie per farfalle e briganti”; di finestre che sono “tombini per la luce, gallerie dell’impero, passamano per il cielo”. Scopriamo così di stare addentrandoci in un’opera inconciliata, imperdonabile, a cui Ilaria Seclì ha lavorato per oltre un decennio. Per un poeta irrequieto, appassionato di perfezione, un’opera non è mai finita (la parola fine non ha senso) ma neppure abbandonata; è sospesa, come una pausa dentro una riflessione interminabile. Del suo L’Impero che si tace l’autrice stessa racconta: «La verità è che le geografie che lo percorrono come vene ora evidenti sulla pelle ora nascoste e sotterranee, non sono mappate, non hanno nomi di battesimo, né sono presenti nelle cartine. Sono geografie dell’altrove che il compromesso col mondo definisce Cividale del Friuli, Praga, Trieste, Lecce. Eppure, eppure, questi luoghi davvero sono testimoni e medium, tramite. Come per le Creature, esistono quelle tutte presenti e centrate nel fatto del mondo e altre con baricentro irriducibile, nate e prese da altre patrie, altri destini».
Poema interminato e interminabile, opera-arcipelago, erratica, arroventata, evaporata, impossibile, L’Impero che si tace lavora l’impossibile della sua prosa visionaria dentro l’osso della parola. L’opera di ogni scrittore nasce come maschera aperta verso l’abisso, ne restituisce frammenti, aloni, barbagli, come se una bomba fosse già esplosa dentro il corpo della scrittura. Ilaria coordina, sonnambolicamente, i frammenti, il flusso delle immagini che salgono dal nero, fluttuanti ma sempre definite da un margine.
L’Impero che si tace è un romanzo fantasmatico che procede a folate, un incantesimo stralunato, fitto di voci che pullulano come crogiuolo vitale, non come cimitero di frasi. Anche definire il titolo del libro non è semplice: il lettore deve viaggiare dentro l’Impero senza farsi troppe domande, come aggirandosi in un libro di Álvaro Mutis dove Maqroll il Gabbiere, nelle sue peripezie favolose, è il poeta, vivo solo nel pericolo delle sue frasi appese al foglio. In questo libro di prose – che sono schegge poetiche, apocalissi percettive, “Sentinelle praghesi e marionette di notte” – la poesia è avventura stranita e nomade, capitombolo di forme, avventura di morti e rinascite. I passaggi sono apparizioni da catturare come fantasmi – «so il punto preciso in cui l’aria è cambiata o il paesaggio». La poesia resta un essere “fuori di sé” che costruisce le forme della sua evasione – non pienezza di canto ma radice dell’impossibilità della parola. Sorda al linguaggio comune, questa poesia è illimitata ma tangibile, continua a fondare limiti che descrivano il loro sulfureo dissolversi. René Char, descrivendo l’impresa poetica, afferma: «L’impossibile non lo raggiungiamo mai, ma ci serve da lampada». (altro…)

proSabato: Tommaso Landolfi, Il bacio

 

Il notaio D., scapolo e non ancor vecchio ma maledettamente timido colle donne, spense la luce e si dispose a dormire; quando sentì qualcosa sulle labbra: come un soffio, o piuttosto come lo sfioramento di un’ala. Non ci badò più che tanto, poteva essere il vento delle coltri smosse oppure una farfallina notturna, e prese sonno subito. Ma la notte seguente avvertì la medesima sensazione, e anzi più distinta: invece di scivolar via, quel qualunque gravò un attimo sulle sue labbra. Alquanto stupito, se non allarmato, il notaio riaccese la luce e si guardò inutilmente intorno; poi scosse il capo e anche stavolta si addormentò, sebbene meno agevolmente. La terza notte, infine, il che fu ancor più sensibile e si dichiarò per il che che era: non correva dubbio, un bacio! Un bacio, si sarebbe detto, del buio stesso, quasi il buio si concentrasse per un momento sulla bocca del notaio. Il quale peraltro non la intendeva a questa maniera: un bacio è sempre un bacio e quantunque, quello, fosse un tantino arido e non umido e dolce come egli lo sognava, era sempre un dono del cielo. Probabilmente si trattava d’una proiezione dei suoi desideri segreti, di un’allucinazione insomma; e benvenuta. Turbato, deliziato e sbigottito, il nostro eroe rimase steso come un ciocco, nell’oscurità (da lui non a torto giudicata pronuba); ed ebbe, più tardi, il piacere di ricevere un nuovo bacio.
Di notte in notte i baci divennero più frequenti e più sostanziosi, benché al notaio non riuscisse tuttavia ritrovarvi o trovarvi alcun sapore di bocca femminile. E qui il notaio, checché gli consigliasse la sua antica ragione, fu preso dall’insana brama di evocare in qualche modo la creatura che glieli largiva: era stanco di abbrancare ogni volta l’aria, e un bacio presuppone bene una creatura che lo dia, o no? La quale potrà essere eterea e sottile quanto vuole, vi sarà pure una maniera per addensarla, da poterla stringere tra le braccia; Dio mio, non che egli avesse già perduto il senso di tutti i rapporti, sulle prime forse immaginava o si illudeva che la sua brama tornasse a quella di rendere più corposa la propria allucinazione; ma ben presto venne a non più dubitare della reale esistenza d’una baciatrice.
Tuttavia, guardando la cosa più davvicino, qual era poi la maniera per indurla a manifestarsi meno esclusivamente, per menarla a corporeità? Il notaio vide perfettamente che non disponeva, a tal uopo6, se non di mezzi psichici; per cui prese a concentrarsi, ogniqualvolta era baciato, a protendere la propria volontà e le proprie energie, quasi sforzandosi di captare nell’attimo una particola della inafferrabile creatura, del suo fluido o della sua sostanza; particole che, sommandosi, dovevano finire col dar luogo a un essere purchessia. A questa pratica aggiunse in seguito un’azione di generico suscitamento o sollecitamento dal buio. E davvero, fosse quello il metodo giusto o per diversi motivi, non andò molto che cominciò a raccogliere i frutti di tanti conati. (altro…)

Giovanni Accardo, Il diavolo d’estate

 

Capitolo 8

Dal mese di febbraio, dopo la serata al cineforum, quando ero andato a mangiare la pizza con Vito Scilabra e i suoi compagni di partito, ogni tanto frequentavo la sezione del PCI. Proprio quella sera c’era una riunione, l’ultima prima della pausa estiva, per organizzare la festa dell’Unità. Vito, grazie a me, sperava di coinvolgere un po’ di giovani, ma io ero la persona meno adatta a convincere i miei coetanei a diventare comunisti o a frequentare la sezione. Anche se avevo detto a Lucio che i giovani eravamo tutti comunisti, sapevo che non era vero, nessun giovane oltre a me metteva mai piede lì dentro, neppure per guardare la televisione.

Alle nove e un quarto, nonostante l’appuntamento fosse per le nove, ancora non era arrivato nessuno, tranne Adriano Cacciabaudo, proprietario di un piccolo agrumeto e vice segretario della sezione. Adriano e Vito erano gli unici consiglieri comunali dell’opposizione.

Vito stava sempre con la sigaretta in bocca, accesa o spenta non importava, e a forza di sigarette i denti gli erano diventati neri, mentre l’indice e il medio della mano destra erano ricoperti da uno strato giallo di nicotina. Quando parlava, si faticava a capire il senso delle parole, perché, nel tentativo di uscire dalla bocca, sbattevano contro la sigaretta, facendo il rumore di un legno che gratta. Era questa la ragione per cui da quindici anni il PCI al mio paese stava all’opposizione, per una difficoltà di comunicazione?

Dopo le prime volte che mi aveva visto entrare nella sezione del PCI, mio zio Peppino era venuto a minacciarmi, vedi di non metterci più piede, mi aveva urlato. Perché?, gli avevo domandato. Ma non lo vedi che ci vanno solo i vecchi e i contadini del paese, era stata la sua spiegazione. Avevo replicato che non c’era nulla di male a essere vecchi e contadini, sempre meglio che essere mafiosi e prepotenti. Ed era quello che avrei dovuto dire anche a Lucio quel pomeriggio al mare. Che poi non era vero che c’erano solo contadini, c’erano anche muratori, un paio di disoccupati, due operai del comune. Vito, inoltre, insegnava matematica alla scuola media. Su una cosa mio zio però aveva ragione: ero l’unico ragazzo del paese che frequentava la sezione del PCI. I giovani e il PCI erano due mondi lontanissimi. (altro…)

Marco Ercolani, Galassie parallele. Due note di lettura

Marco Ercolani, Galassie parallele. Storie di artisti fuori norma, Il Canneto, Genova, 2019

Due note di lettura

Là-bas

Galassie parallele sono quelle che costellano opere di artisti “outsider”, quindi eccentrici, discordanti. Tutti riuniti nel segno della vertigine. Vertigine dell’origine, del ritorno di un senso che è costretto a passare per il sotterraneo, per il sole nero dell’insonnia.
Figure agitate da colpi e contraccolpi, serbatoi di un’energia esplosiva, sempre a contatto col fantastico e con la sua febbre.
Una sfilata di identità vacillanti, colte al centro del loro turbinio, quando i corpi si flettono sotto al peso.
Davvero enciclopedico in questo libro è il dispiegamento dei saperi che spaziano per ogni dove. Marco Ercolani scava con la sua scrittura acuminata nell’intreccio tra destino e opera, in prospettiva fenomenologica e, nello stesso tempo, dialoga con amici lontani, lunari quanto basta per aver sperimentato le raffiche della “tempesta emotiva” e dell’invasione dell’ombra.
Ne escono “frammenti di un discorso amoroso”: pensieri, schegge di biografie, luoghi, occasioni, figure snervate e inquiete. Impossibile nominarle tutte. Cervantes, Michaux, Giacometti, Hugo Wolf, Glenn Gould, Lorenzo Calogero, Dino Campana, tanto per citare alcuni estremi della catena. Una cavalcata, quella di Ercolani, che travalica i canoni della saggistica. Una rapsodia delle svariate forme dell’arte o meglio, un più libero “ricercare”.
Marco Ercolani vuol rompere quel cerchio di solitudine che racchiude ogni opera d’arte Vuole entrare, varcare la soglia del “mistero senza enigma”, risuonare empaticamente, a specchio. A specchio della sua propria esistenza.
Tutto palpita e si corrisponde in queste GALASSIE PARALLELE. È sempre un incontro sotterraneo, da anima a anima, quel che muove e sollecita la scrittura, la ricerca della parola-pensiero. Tutto quel che Marco autore annota nella prosa di Leopardi, la “mobilità nervosa delle parole”, la “germinazione naturale del pensiero”, il “cammino all’aperto” è lo stesso segno, la cifra e il carattere della sua propria scrittura vibrante.
Di sotto, là-bas, c’è un poeta.

Dario  Capello 

 

Il rigore degli altri mondi

Marco carissimo,

Galassie parallele è un libro straordinario. Straordinario perché i protagonisti sono autori che vivono e si percepiscono in dinamiche e contesti fuori dall’ordinario, o almeno da ciò che comunemente si ritiene sia l’ordinario. Luigi Serafini Amelia Rosselli o Giacinto Scelsi, per citarne alcuni, ti sorprendono per e con il loro mondo, ossessioni che mutano in creatività o creatività che diventa ossessiva ma comunque sempre, si direbbe, in un caso e nell’altro, modalità per evadere dall’esistenza, dalle prigioni del proprio io.
Ti sorprendono, ho detto, con il loro mondo ma anche, nel contempo, sanno, come una calamita, trascinarti in quel mondo e ti domandi se quella follia, quella loro folle visione, non sia aporia, passaggio verso un autentico che invece i meccanismi psichici della “normalità” non riconoscono oppure scansano o allontanano. Ma che cos’è poi la “normalità”? Non è in fondo il palmo della propria mano? Ciò che per me è o sento “normale” e sa mostrarmi vie che altri non esplorerebbero mai? Vie che esistono, vie con una loro volontà e che si manifestano per essere accolte, com-prese? Leggendo, si rimane stupefatti. E questo restare stupefatti, lo stupore, è l’altra straordinarietà di Galassie parallele, e questa straordinarietà l’hai costruita tu e appartiene a te soltanto. Hai saputo esplorare con tenacia e rigore questi mondi, queste galassie, lo hai fatto senza sovrapporti e senza però neppure limitarti ad una mera descrizione. Li hai vissuti, questi mondi, con discrezione e, aggiungo, con amore, con la consapevolezza che scrittura musica o pittura è completa, completa e ricca, con anche e proprio per la presenza di queste galassie.
Intanto ti lascio in compagnia di un testo di Vladislav Chodasevič che mi è venuto in mente leggendo Galassie parallele, mi pare che in questo testo Galassie parallele si possa in parte specchiare, che qui si possano specchiare gli autori del tuo libro.

Silvia Comoglio

Anteprima: Giovanna Amato, Viviana del Lago

Giovanna Amato, Viviana del lago, Robin 2019, euro 12, copertina di Giulia Amato

 

 

Il professor D’Amedeo annuisce composto quando Alessandro gli racconta del suo pomeriggio in riva al lago. Poi tiene la bocca aperta come per parlare, per qualche secondo, e non appena Alessandro è abbastanza curioso da sentire di poterlo minacciare comincia.
«Sono contento che lei prenda così sul serio il suo lavoro da fare viaggi per centinaia di chilometri, ma voglio ricordarle che è una tesi, non una biografia autorizzata.»
«Professore», scatta lui di rimando, «la dottoressa mi ha promesso accesso a fatti che non potrei conoscere altrimenti, e materiale inedito, forse in esclusiva. Questo può essere il modo di far diventare questa tesi un lavoro grande, notevole. Non lo dico solo per me, professore, ma anche per il prestigio dell’università. Possiamo lavorare su un autore non ancora indagato, si tratterebbe di un’opera che aggiunge un tassello importante alla conoscenza del panorama contemporaneo.»
«Una monografia su Viviana Santeremo?»
Il professore, capisce Alessandro, è impastoiato fino al midollo nelle vecchie dinamiche accademiche di promozione dei soliti, assodati noti. Il professore è un galoppino della critica rimasticante. Si è trovato un bruto. Meglio chiudere immediatamente con questo discorso, e considerarlo un semplice dispensatore di firme burocratiche da qui alla tesi.
«Professore, mi lasci lavorare e vedrà.»
«Io la lascerò lavorare eccome; bisognerà vedere se l’oggetto della sua tesi sarà altrettanto collaborativo. Ha avuto la geniale idea di offrirle di controllare il suo lavoro, ma il danno è fatto. Solo, si ricordi in questi mesi che la tesi è sua, e non c’è nulla che la signora potrà o non potrà fare per cambiare anche solo una virgola di quello di cui lei è convinto. Per quanto mi riguarda, in bocca al lupo, può iniziare.»
Come se un critico, pensa Alessandro, possa mai saperne di più di un autore, di un qualsiasi autore. Come si vede che il suo professore non sarebbe in grado di distribuire una goccia di tempera con un pennello. Un bruto, si è trovato un bruto.

*

«Vieni, però stai zitto, mi raccomando», dice Viviana.
Alessandro ubbidisce. Non strofina neanche i piedi contro lo zerbino per non interrompere quel suono.
Dal soggiorno arriva, a un volume che sembra quasi silenzioso e che è un tutt’uno con il brano che si espande, l’Andantino della Sonata numero venti di Schubert. E Viviana ha le guance rosse, come se quell’Andantino fosse una persona e lei fosse grata di averla lì, dopo tanto tempo che non si incontravano, a quell’angolo di strada, e ci fosse tempo per bere un bicchiere di vino insieme.
«Lo conosci?», chiede lei.
«Certo.»
Gli occhi di Viviana si illuminano. Per un attimo sembra fiera di lui.
«Ti spiace se lavoriamo lasciandolo in sottofondo?»
«Certo che no. Però non parlare neanche tu.»
Così, mentre Viviana sorride, prendono una tela senza fare il minimo rumore. Ascoltano più volte la barcarola. La sezione centrale, con i suoi forte poderosi. Il ritorno singhiozzato del primo tema. Non lavorano nello studio: Alessandro ha steso per lei dei giornali sul pavimento del soggiorno e lei dà rapide pennellate in piedi, contro una parete, mentre lui resta a guardarla seduto sul divano.
Per un attimo, gli sembra che lei dipinga in tre ottavi come l’Andantino. Che mettendole davanti una tela del tutto vuota, potrebbe dipingere il tema sconsolato e poi la sezione degli accordi furiosi e di nuovo l’ipnosi della chiusa. Se si impegnasse, Viviana potrebbe dipingere in fa diesis minore.
Passa quasi mezz’ora prima che lei spenga il ritorno continuo di quegli otto minuti. Mentre si avvicina al divano per sedere accanto a lui, Alessandro pensa: cosa ha ascoltato mentre dipingevo i quadri che conosco? Come ho fatto a non sentirlo?
«Erano anni che non lo ascoltavo. Grazie per avermelo fatto lasciare.»
«Figurati. Il quadro sta venendo bene.»
«Grazie, ma ormai non so se crederti più.»
Lo tocca sotto il colletto della camicia, gli lascia un piccolo graffio di tempera rossa.
«Scusa.»
«Fa niente.»
«Sembra un’allucinazione, vero?, la parte centrale. Vorrei essere così violenta anch’io nel quadro, e assieme vorrei che si sentisse la barcarola. Rendo l’idea? Vorrei essere desolata. Fare qualcosa di desolato come un animale che è rimasto incastrato in una tagliola e si lamenta e poi diventa furibondo e poi torna tanto triste, tanto triste, rendo l’idea, Alessandro?»

© Giovanna Amato

Enallumini la nocte di Lucia Drudi Demby

for James Gabriele, 1975

Un ragazzo dormiva e qualcosa di molto bello entrò dentro di lui. Questa cosa molto bella era la musica e il ragazzo cercò da dove venisse.
Il ragazzo trovò una porta socchiusa.
Questa porta non era in una casa, era in mezzo alla campagna, ed era semplice e bella e chiara e dorata, e stava ritta da sola senza mura di casa che la sostenessero, stava in piedi sotto la luna piena come una quinta.
Il ragazzo spinse la porta socchiusa ed entrò, a piedi scalzi, un po’ ansante, e dietro la porta c’era la musica, che era un grande armonium, e una donna molto bella stava suonando, e la musica era così forte e bella che il ragazzo cadde in ginocchio e si chiuse gli occhi, si chiuse gli orecchi, piangendo, e quando il ragazzo riaprì gli occhi e gli orecchi non c’era più nulla, nella campagna. Non c’era più nemmeno la porta, c’era solo la campagna, e il ragazzo corse in tutte le direzioni in cerca della porta, in cerca della donna, in cerca dell’armonium, che era la musica, ma non la ritrovava più.
Il ragazzo corse nella città ricca, nella città povera, in cerca del suo armonium.
Il ragazzo entrò in una grande sala, con tanti strumenti di musica, e anche un armonium, ma non era il suo armonium.
Il ragazzo entrò in una chiesa, e c’era un armonium, ma non era il suo armonium.
Il ragazzo entrò in una bottega, e c’era un armonium, e forse era il suo armonium.
«Quanto costa quest’armonium?»
«Settanta volte sette più di quanto pensi tu. Noi puoi comprarlo».
«Lavorerò settanta volte sette più di quanto posso. Lo comprerò».
La donna molto bella piangeva, nella casa sul mare.
«Non piangere» disse il ragazzo. «Lavorerò e comprerò l’armonium».
Il ragazzo lavorò e lavorò. Ma più lavorava e meno lo pagavano.
«Io lavoro per comprare l’armonium. Ma se non mangio non posso lavorare».
«Tu mangi per mangiare, tu mangi per mangiare».
«Io mangio per dormire, se non dormo non posso lavorare, se non lavoro non posso comprare l’armonium».
«Tu dormi per dormire, tu dormi per dormire».
«E allora io non dormo».
«E allora non hai più senno, non puoi mangiare».
«E allora io non mangio».
«E allora non hai più forza, non puoi lavorare».
«E allora io non lavoro».
«E allora non puoi comprare l’armonium».
«E allora io piango e grido e corro e cado e mi ferisco e muoio».
«E allora sei morto e l’armonium non c’è».
E il ragazzo fu morto e l’armonium non ci fu.
Il ragazzo dormì per dormire. Mangiò per mangiare. Lavorò per lavorare. Qualcosa di molto bello entrò dentro di lui.
Questa cosa molto bella era la musica.
Il ragazzo si guardò intorno e vide la porta socchiusa, che stava in piedi da sola, e dietro c’era la musica, un grande armonium.
Il ragazzo cercò di rapire l’armonium, ma l’armonium divenne pesante, così pesante che non si poteva nemmeno spostarlo di un miliardesimo di millimetro, e intorno era diventato tutto sottobosco.
Il bambino chiamò i bambini ladri, chiamò i bambini mangioni, chiamò i bambini del bordello, chiamò i bambini operai.
I bambini erano grappoli, i bambini trascinarono l’armonium e lo cavalcarono.
«Così lo sciupate, così l’uccidete, è l’armonium mio».
Il ragazzo battagliò con i bambini e i bambini lo uccisero.
Il ragazzo dormì e qualcosa di molto bello entrò dentro di lui.
Questa cosa molto bella era la musica, e il ragazzo seppe da dove veniva. Veniva da dentro di lui, e lui era il suo armonium, e c’erano rondini e maggiolini e farfalle e moscerini, fra le sue canne che suonavano, in mezzo alla campagna.

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in Il pozzo segreto. Cinquanta scrittrici italiane, a cura di M. R. Cutrufelli, R. Guacci, M. Rusconi, Firenze, Giunti, 1993

Ricordati che devi morire. Su “Perché comincio dalla fine” di Ginevra Lamberti

Quando i trainer ci hanno chiesto per quale ragione avessimo deciso di iscriverci in palestra Norman ha risposto per frenare la decomposizione

Quando si vuole raccontare la morte la si affronta spesso attraverso un concetto oramai standardizzato e aduso: il vuoto improvviso, una mancanza che va in qualche modo pur temporaneamente colmata o sostituita. La morte è sempre un atto nominale legato a qualcuno e viene approcciata quasi con istinto terapeutico, salvo il negarla a livello comunicativo grazie all’ausilio delle tecnologie. La serialità televisiva per esempio o quella cinematografica attraverso prequel e sequel, per non parlare della negazione sui social (è moda oramai ricordare i compleanni dei morti; oggi Omero compirebbe tot anni).  Il lavoro che fa Ginevra Lamberti in questo suo ultimo libro va invece esattamente in direzione opposta e partendo da una chiacchierata casalinga con la madre a proposito della necessità di avere un posto dove stare da morti inizia un viaggio alla ricerca di chi per professione, arte, ricerca guarda e affronta la morte come fatto sociale nelle sue accezioni più diverse: spaziali, estetiche, gestionali. Spazio e densità, distanze, rumori, soldi non sono problemi che riguardano solo i vivi, ma anche i morti e c’è bisogno che qualcuno se ne occupi. Certo il confine tra ciò che riguarda la “Morte” e la “morte di” è estremamente labile e di una permeabilità tale che anche la scrittura di Ginevra devia volutamente seguendo spesso percorsi emotivi, mnemonici, onirici che in maniera diretta e indiretta riportano il pensiero alla morte in quanto improvvisa o reiterata assenza. La troviamo quindi nei ricordi della prima interazione con la morte, in una lettera del nonno che arriva volando, in vecchie fotografie, in arredi, in canzoni. Ginevra viaggia alla ricerca di risposte che non cadono mai nel mistero del “perché” ma sono tutti incontri che aprono porte diverse su un argomento che non sembra esaurirsi mai. Ogni viaggio parte da Venezia e vi fa ritorno, luogo dove l’autrice vive e ha vissuto in modi e spazi diversi (in certi casi, potremmo dire passando “da un loculo all’altro”). Facile sarebbe cadere sotto l’influenza di Mann, ma Perché comincio dalla fine trova proprio in Venezia una sua collocazione a dir poco perfetta nell’idea di un luogo che con la sua precarietà liminare si avvicina in maniera anche fisica all’idea di “trapasso”, alla prossimità con un mondo altro. Il fatto stesso che Ginevra affitti camere a quelli che chiama “pellegrini globali” personaggi apparentemente astrusi dall’idea del romanzo che entrano e escono dagli spazi narrati insieme ad amici, ai coinquilini, ai familiari, agli oggetti è un indice del livello di labilità di un luogo di passaggio come è Venezia e uno dei capitoli più belli è sicuramente quello che racconta il cimitero di San Michele, luogo in cui la morte stessa si trova costretta ad adagiarsi sui bordi di un confine labile tra ciò che è reale e terreno e ciò che non lo è. In coerenza con questo principio, in maniera quasi contrappuntistica, la bellezza del libro sta proprio in questo continuo alternarsi tra reale e immaginifico, tra progettazione e narrazione, tra sogno e ricerca al punto che troverete assolutamente naturale il passaggio dalla visita a Taffo Funeral Services alle chiacchierate con i Camillas, dai sogni alla scoperta dell’esistenza di un Master in Death studies & the end of life for the intervention of support and the accompanying, dove il pensiero di Emanuele Severino può anche incrociarsi con la ricerca poetica di Laura Liberale.

© Iacopo Ninni

 

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine, Marsilio Editori 2019

Clara Sereni, “ultimista e farfalla” tra due secoli

Ricordi, letture e riletture delle sue opere, memorie di incontri e scambi, di un reciprocità che Clara Sereni era riuscita a definire prima dentro i suoi libri e poi nel mondo, nel suo lavoro − e, a volte, rendendo soprattutto vero il viceversa. Sono tanti gli interventi, nutriti e pieni, che raccoglie il volume Clara Sereni di Ali&No (2019), proprio nella collana “le farfalle” che lei aveva diretto fino al 2018 su proposta di Francesca Silvestri (qui è recensito il volume su Luisa Spagnoli di Valerio Corvisieri) la quale, in questo volume, ripensa al lavoro comune e fa affiorare la “composizione di sguardi” che ciascuno dei coinvolti propone. Come in uno stesso viaggio dall’origine della serie, che tocca la biografia di donne straordinarie per cultura, intensità e vita, questo numero allarga e include tutti i temi e le dimensioni del vivere e dello scrivere di Clara Sereni, un’autrice in grado di fare della memoria, della narrazione sulle donne e del femminile rapportato alle radici, della storia, dell’Italia nella seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri, il fulcro di una ricerca sulla parola e dentro la vita.
Da ogni lato, affrontando biografia e scrittura, i vari testi fanno emergere quella completezza di intenzioni che l’autrice ha esposto: il suo carattere raccontato dalle sorelle, la generosità che Dacia Maraini dal canto suo ma anche Walter Veltroni e “le merendanze” sottolineano, ma anche una presenza attiva e concreta; le radici ebraiche e la famiglia ricostruita da Cottinelli e Zevi; gli affondi nei suoi libri (e talvolta in quelli degli altri) che diventano tracciati nuovi, riletti e assimilati per Monferrini, Petrignani, Calamandrei e Centovalli; un accento su “Via Ripetta” e sull’importanza della giovinezza romana per Bartolini e, dal versante musicale e canoro, per Crotti; il quotidiano e il rapporto con il figlio Matteo per Scricciolo, Rulli e Marta Sereni. Clara Sereni è stata un'”ultimista” (ossia un soggetto dalla parte degli ultimi per vita e scelta) le cui esperienze nel sociale non hanno riguardato quella necessità volontaristica che si chiude dentro l’aiuto − seppur prezioso − di cura ma una sensibilità d’impegno che, a partire dal privato-pubblico post-sessantotto, come i vari testi confermano, si incarna nella letteratura e nella libertà da essa sprigionata. (altro…)

Massimiliano Bardotti, Diario segreto di un uomo qualunque

Massimiliano Bardotti, Diario segreto di un uomo qualunque. Appunti spirituali, Tau Editrice 2019

Principio queste mie considerazioni su Diario segreto di un uomo qualunque di Massimiliano Bardotti invocando quel silenzio di cui il poeta Sergio Corazzini si nutriva «cotidianamente, come di Gesù» (citazione che figura per prima tra quelle poste in epigrafe). È il silenzio che fa percepire anche il più piccolo rumore («E i sacerdoti del silenzio sono i romori», Corazzini), è il silenzio che illumina l’oscurità e sbroglia il malinteso. Dal silenzio “un uomo qualunque”, l’autore del “diario segreto” ci viene incontro non certo come rappresentante del tristemente diffuso vivere barcamenandosi, del qualunquismo, bensì come Everyman, Jedermann, Ognuno, l’individuo, l’umano del Morality Play, ciascuno di noi, donne e uomini nel tempo «feroce e furibondo».
Nella sua Introduzione agli appunti, Massimiliano Bardotti richiama apertamente l’esperienza e la testimonianza di Etty Hillesum, il “cuore pensante della baracca” nel campo di transito di Westerbork. Il diario di Etty Hillesum rivolge un invito esplicito a ciascuno: “Che ognuno rientri in sé stesso” (riecheggia qui l’esortazione di Rilke nella prima delle Lettere a un giovane poeta: “Gehen Sie in sich hinein”, “vada in sé”) e prosegue così: «e in sé stesso sradichi e distrugga ciò per cui pensa di dover distruggere gli altri».
È un invito all’introspezione e alla costruzione di pace, alla contemplazione e all’azione di bene, nel segno della scelta e dell’assunzione di responsabilità; è un invito che viene colto, raccolto e disseminato da Massimiliano Bardotti in tutte le pagine, appunto per appunto, del suo Diario segreto di un uomo qualunque.
Dal silenzio e dall’attesa dell’alba le riflessioni dell’autore arrivano con chiarezza a chi legge e i concetti enucleati vanno a comporre un ideale glossario, del quale indico l’abc, vale a dire le voci corrispondenti alle prime tre lettere dell’alfabeto. (altro…)

proSabato: Milena Milani, Gatto matto

Ogni tanto vado a vedere se c’è Mucci.
Ieri lo ritrovai su una pianta qui sotto, si era arrampicato tra le foglie e di lì guardava passare la gente. La pianta è una di quelle sempreverdi che stanno nelle cassette di legno; ce ne sono quattro, due di qua e due di là, ai lati della porte dell’albergo. Mucci è un soriano stupendo, con gli occhi gialli le zampe davanti un po’ storte, perché è ancora troppo piccolo, ha solo qualche mese.
La prima volta che lo vidi era mezzanotte passata, io stavo rincasando, ero triste, c’era il vento e la notte sembrava gridare con quella voce. Avevo freddo e paura, camminavo rasente alle case, con il cuore che mi batteva forte sul petto. Il mio soprabito svolazzava, non potevo tenerlo chiuso, le gambe ancora senza calze rabbrividivano e i capelli volavano sopra gli occhi. Mentre cercavo la chiave del portone, sentii qualcosa di caldo vicino alle gambe, era Mucci che si strofinava; ancora non si chiamava Mucci, era un gatto senza nome.
Mi seguì per le scale, faceva i gradini di corsa e mentre io salivo mi guardava dall’alto, come a dire: «Ho fatto più presto di te».
Entrò in casa da padrone, miagolava imperioso, gli diedi un po’ di latte avanzato nella pentola, lo bevve avidamente. Dormì tutta la notte su un cuscino.
L’indomani lo pettinai, gli diedi il nome Mucci, gli misi un nastrino rosso al collo. Non protestava affatto, come fosse cosa normale portare un nastro, essere diventato un gatto casalingo invece di un gatto di strada o tutt’al più di albergo. Infatti glielo dissi, mentre mi era saltato sulla schiena e si divertiva a tirarmi i capelli: «Vorrei sapere da dove vieni. Sei fuggito da qualcuno, o sei nato qui sotto in albergo?».
Mi ero intanto affacciata alla finestra e vedevo la gente che passava, l’albergo che è accanto a casa mia aveva messo i tavoli fuori perché la giornata si annunciava splendida. I tavoli avevano tovaglie bianche a quadri gialli e rossi, due signore anziane facevano la colazione, i gondolieri seduti sulla panca di legno leggevano il giornale.
Io vedevo l’acqua di un colore di perla, solcata da rare imbarcazioni, perché era ancora presto; a destra in fondo brillava la grossa cupola di San Simeone.
Mucci sembrava felice e quando lo posi sul cuscino, di nuovo mi saltò sulle spalle per giocare. Ma dopo un poco si avvicinò alla porta miagolando: voleva uscire.
Così incominciai ad insegnargli la strada, su e giù per le scale, dentro e fuori il portone, e mi toccò lasciarlo aperto. (altro…)

Venezia Novecento: per un resoconto critico

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani

Per un resoconto critico

Occasioni come quelle del Convegno Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani (Università Ca’ Foscari Venezia, 17-18 ottobre 2019) si rivelano propizie per ricostruire due profili di autrici, analizzate secondo diversi approcci scientifici. La giornata di studi, infatti, ha contribuito a porre in luce molteplici e sottesi punti di contatto tra le letterate in questione, sia dal punto di vista biografico che da quello della poetica: entrambe espressioni di un’immagine femminile indipendente, votata all’utilizzo della scrittura come mezzo per delineare un ritratto di donna – e, più in generale, della società secondo un’ottica estranea a ogni luogo comune o conformismo –, vivranno un rapporto profondo con Venezia, città d’arte e di incontro con letterati e intellettuali, e spunto per diverse pagine di scrittura anche privata.
Nel caso specifico di Paola Masino (1908-1989), voce letteraria soggetta a una notorietà non sempre lineare nel tempo, gli interventi ne hanno esplorato la produzione e il rapporto con il capoluogo lagunare, spesso complesso e colmo di tensione: nonostante una relazione non idilliaca con l’ambiente – sede di un esilio dorato per lei e il compagno Massimo Bontempelli – e gli abitanti, gli anni veneziani (1938-1950) si rivelarono prolifici da un punto di vista letterario. Risale a quel periodo, infatti, la stesura del più noto romanzo masiniano – Nascita e morte della massaia – edito da Bompiani nel 1945, ora riproposto in una nuova edizione da Feltrinelli. Senza contare i vari scritti della pubblicistica, contraddistinta da un nutrito numero di contributi indirizzati ai periodici locali secondo alcune ricerche condotte da Arianna Ceschin, la quale ha ricostruito il disarmonico legame vissuto dall’autrice con uno scenario sentito come estraneo, criticabile e poco accogliente. Significativi, a tal proposito, sono parsi alcuni passi delle missive indirizzate alla madre Luisa, colmi di singolari aneddoti dedicati specialmente alle veneziane, velatamente accusate da Paola Masino di scarsa consapevolezza e indipendenza emotiva.
Un viaggio, quello nell’universo masiniano, proseguito poi nell’esperienza al Festival del Cinema di Venezia, con pezzi di critica cinematografica che svelano il piglio ironico e l’abilità scrittoria dell’autrice – come emerge dagli esempi riproposti da Cecilia Bello – nonostante la letterata stessa lamentasse sia ai propri cari, che a se stessa in varie occasioni, la seria preoccupazione di non riuscire a mantenere viva la vena creativa e il timore di non essere in grado di ricoprire perfettamente il ruolo di padrona di casa tra le mura dello splendido palazzo Contarini, di cui Marinella Mascia Galateria ha fornito una suggestiva testimonianza fotografica degli interni.
Preoccupazioni del tutto infondate, a giudicare dalla qualità delle opere e degli scritti di quegli anni, densi di abilità stilistica ed esempi di una qualità di scrittura tuttora attuale e dallo stile divenuto il tratto distintivo di una voce letteraria non sempre valorizzata dalla critica e dal canone. Fortunatamente, le pagine di Paola Masino hanno saputo scrollarsi di dosso la polvere del tempo e dell’oblìo di alcuni periodi, giungendo intatte sino ai giorni nostri e conservando vivo lo spirito di un’autrice in grado di esprimere se stessa e la propria poetica, nonostante tutto. (altro…)

proSabato: Milena Milani, Il cielo su di noi

Un pomeriggio, al mare, quando l’estate è finita e si è rimasti soli, sembra che il cielo sia lontano, non ha colore, addirittura una lastra inerte, che pesa su di noi sdraiati; gli alberi sulla collina risultano nello sfondo, sono pochissimi, sette, otto, con esili tronchi e una chioma larga, forse sono pini.
Hanno portato sulla sabbia una barca a vela, bianca, una vela più grande, una più piccola, ma la tela non è unita, è tutta a strisce regolari, ben cucite le une alle altre.
I bagnini sono due, stanno smontando le cabine, sono scontenti perché c’è stato il freddo, la pioggia, molta gente è partita, ha abbreviato le vacanze, ma ora, in questi ultimi giorni, anche se l’aria è più fresca, altra gente è giunta al mare, sono villeggianti diversi, più calmi direi, più composti, ci sono molti stranieri, soprattutto tedeschi, e anche famiglie con due o tre bambini, di solito piccoli, e qualcuno persino lattante, che lo portano in carrozzina.
Oggi ne è venuto uno che dorme beatamente sotto un ombrellone non molto distante dal mio; passando gli ho dato un’occhiata: è chiaro di pelle, colore della cera, ma bello; accanto gli sta una balia vestita di roso sgargiante, con il grembiule bianco e una cuffia sui capelli. La balia è seduta su uno sgabello e guarda davanti a sé, tranquilla. I suoi occhi non hanno espressione, contemplano il vuoto o il mare.
Da queste parti, in questa solitaria spiaggia, non succede mai niente, uno sta sdraiato e basta, o qualche volta si getta in acqua e nuota, ma non sa perché nuota, perché sia caldo, perché si getti in acqua: qui le azioni non hanno motivi speciali, tutto si fa perché si deve fare.
Io pure, da anni, continuo a far quelle stesse cose, che sono proprio queste stese di ieri o di oggi; per esempio, sto qui seduta e guardo, o poco fa dormivo, la testa appoggiata alla poltrona, persino un cuscino per conciliarmi meglio il sonno.
Ottobre è un mese dolce, le sue giornate venute fuori da burrasche, hanno questa trasparenza quasi casta, tutto è come il cielo, pesa su di noi, sul nostro corpo, e noi non abbiamo la forza di una ribellione, oppure di evasione.
Del resto, dove si dovrebbe andare?
Dove ci porterebbero treni, macchine, aerei?
In quale altro posto che non sia questo, potremmo avere questa singolare pace con noi stessi?
Perché bisogna sapere prima di tutto una cosa: questo è il luogo dove siamo nati, tutti ci è ritornato familiare, ogni passo risuona come un passo che avvenne molti anni fa e che si ritrova con quella stessa leggerezza.
Pure, ci fu un tempo, e c’è tuttora, lontano da qui, in cui i passi furono pesanti, e ognuno incideva nel cuore, come un segno difficile da cancellare. Qui, no, tutto è diverso, le giornate sempre uguali non hanno che la storia di se stesse, un cerchio semplice che non si offusca, che non è da rompere: sono giorni in cui ritroviamo i nostri sentimenti dimenticati, certe nostre illusioni di ragazzi mal cresciuti, e forse qualche volta la voglia di continuare. (altro…)