prosa

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani. Convegno Internazionale a Ca’ Foscari

Convegno Internazionale di Studi
Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani
Università Ca’ Foscari di Venezia
17 e 18 ottobre 2019

Venezia e due autrici al centro di un Convegno Internazionale di Studi che si terrà il prossimo 17 e 18 ottobre all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Protagoniste Paola Masino e Milena Milani, la loro comune esperienza d’esilio imposto dal fascismo ma anche gli inediti legami all’interno di un’ampia comunità artistica isolana vissuti tra primo e secondo Novecento; questi sono solo alcuni dei temi che emergeranno da “Venezia Novecento”, organizzato dalla Professoressa Ilaria Crotti, docente ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università Ca’ Foscari e dalla Professoressa Monica Giachino, ricercatrice in Letteratura Italiana presso l’Ateneo.
Paola Masino (1908-1989) visse un periodo di confino decennale nella città lagunare a fianco del compagno, lo scrittore Massimo Bontempelli. Qui trovarono inizio le sue riflessioni sulla relazione donna-società e fu concepito il romanzo “Nascita e morte della massaia“, a oggi la sua opera più celebre. Proprio a Venezia, inoltre, la scrittrice ebbe l’opportunità di incontrare e conoscere numerosi intellettuali, tra cui Anna Maria Ortese, misurando in pochi anni il proprio difficile senso d’appartenenza all’isola, frequentando alcune tra le manifestazioni artistiche più importanti che vi trovano ancora oggi spazio, tra cui La Biennale Cinema. Proprio nel 2019 ricorre il trentennale della sua scomparsa.
Anche per Milena Milani (1917-2013) Venezia fu un luogo di scambio con figure del panorama dell’arte, uno spazio di costruzione della propria poetica ma anche la sede privilegiata del mestiere di traduttrice per il Cavallino di Carlo Cardazzo. In città pubblicò le prime raccolte di poesia, tra cui “Ignoti furono i cieli” (1944), ambientò “La ragazza di nome Giulio” (1964) – romanzo che le costò la censura e un processo, in cui fu coinvolto anche Longanesi, il suo editore. In laguna la Milani fu operatrice culturale e costruì una rete di rapporti importanti, che valicavano i confini dell’acqua per arrivare in terraferma, soprattutto a Cortina e nel trevigiano. Un soggetto “geniale”, come l’ha definita Silvio Riolfo Marengo, che fece di Venezia, dopo Albisola, la propria casa.

Durante la due giorni saranno proiettate alcune immagini delle autrici provenienti dall’Archivio Paola Masino di Roma, dalla Fondazione Milani in memoria di Carlo Cardazzo di Savona grazie al Presidente Silvio Riolfo Marengo e dall’Archivio privato di Maria Ester Nichele, fotografa ed amica dell’autrice.

Il Convegno si terrà presso l’Aula Magna S. Trentin della sede di Ca’ Dolfin (17 ottobre, dalle 15.00) e presso l’Aula Morelli del Dipartimento di Studi Umanistici, a Malcanton Marcorà (18 ottobre, ore 9.00). Ingresso libero.

.
Dipartimento di Studi Umanistici
Dottorato in Italianistica
MOD – Società italiana per lo studio della modernità letteraria

Comitato scientifico
Professoressa Ilaria Crotti
Professoressa Monica Giachino

Comitato organizzativo
Dottore di ricerca in Italianistica Arianna Ceschin
Dottoranda in Italianistica Alessandra Trevisan

17 ottobre 2019
Aula Magna Silvio Trentin, Ca’ Dolfin

ore 15.00
Saluti del Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici Giovannella Cresci
e del Coordinatore del Dottorato in Italianistica Daniele Baglioni

Presiede Ilaria Crotti

Sabina Ciminari, Université Paul-Valéry Montpellier 3
«Vorrei diventare una scrittrice importante», l’esordio narrativo di Milena Milani

Angela Fabris, Universität Klagenfurt
Seduzioni e scenari veneziani: la percezione del corpo e le categorie del maschile e del femminile in La ragazza di nome Giulio

Irena Prosenc, University of Ljubljana
Quando acqua e sole bastano a consolare: paesaggi urbani e paesaggi marini nella narrativa di Milena Milani

Marinella Mascia Galateria, Università “La Sapienza” di Roma
Dalla scrivania tutta per sé al confino della Massaia: la Venezia di Paola Masino

Cecilia Bello, Università “La Sapienza” di Roma
«Il festival rinascerà», Paola Masino inviata alla Manifestazione d’Arte Cinematografica di Venezia

* (altro…)

proSabato: Cesare Zavattini, Il solito passo e Alla porta

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

IL SOLITO PASSO – ottobre 1953 – Il solito passo lungo via Vasi, legnano eventi questo passo alle cinque in punto, un passo calmo e sonoro che sparisce verso la Nomentana; non sapevo chi era, sarebbe bastato alzarsi dalla sedia o dal letto e dare un colpetto al nastro delle tapparelle guardare attraverso le fessure, ma la pigrizia mi ha trattenuto fino a due mesi fa circa. Era un tale sui 40 anni il quale, siccome camminava in salita, faceva passi lunghi e lenti verso la gamba che stava avanti ed aveva una faccia di bucato appena lavata e forse mi sembrava tanto serena, perché la mia non era serena; aveva scarpe gialle pulite, calzini marron e una camicia bianca aperta, avrei voluto sapere dove lavorava, poi me ne sono dimenticato.
Che notte quieta malgrado la pioggia. Una notte vidi i ladri, quattro, uno col sacco vuoto sulla spalla e guardavano le finestre come fanno gli spazzacamini o i suonatori ambulanti ma appena videro me che credevo di essere nascosto nell’ombra fuggirono così veloci che con le loro scarpe felpate fecero il rumore delle pernici quando si alzano.

*

ALLA PORTA – 1953 – Ho visto un povero che suona alla porta, domanda se gli danno qualche cosa e la serva va dai padroni che stanno mangiando, padre madre e prole, la moglie dice che sono i soliti, o forse no, dice il figlio maggiore, la serva dice che l’uomo ha detto che ha un braccio paralizzato e uno di figli col tovagliolo davanti va a vedere, finge di aggiustare i libri nello scaffale dell’anticamera, dà un’occhiata al povero; anche a lui sembra e non sembra, più no che sì, il padre ci va lui, l’anno scorso Uno faceva lo zoppo e poi siccome il diavolo fa le pentole non i coperchi, dice, per caso il figlio l’aveva visto che se ne andavano più zoppo e contento con duecento lire in mano, il padre avrebbe voglia di testare il braccio all’uomo, gli fa qualche domanda ma in fondo ne sa come prima, non si presentano impreparati, questi tipi, certi si sfregano gli occhi con la cipolla per sembrare piangenti. La moglie, passata anche lei per l’anticamera, rientra in camera da pranzo per un’altra parte manifesta nuovi dubbi. Diamogli qualche cosa. Quanto? Ha una carta da cinquecento, è troppo, uno dei figli ne ha una da cento e la moglie dice che secondo lei bastano cinquanta mentre il figlio maggiore dice con spregio cosa sono cinquanta lire? Il padre trova stupida la frase del figlio, alza la voce, la serva porta le cento lire all’uomo che sta là.

proSabato: Milena Milani, Diario inutile

Bisogna riabituarsi a scrivere.
È una cosa spaventosa, ma bisogna farlo. Quando si sono trascorsi giorni e giorni in cui il pensiero taceva, il cervello dormiva, ed era bellissimo esaurire se stessi gettandosi per esempio in mare, nuotare, scrutare l’acqua con la testa sommersa, magari con una di quelle maschere per pescare che si usano adesso; quando il tempo dell’estate è volato e sta volando, un pomeriggio, mentre sono le due, la spiaggia è deserta, ed io mi sono guardata al grande specchio dello stabilimento, ed ho avuto pietà di me, di quella tinta bruna che ho sul corpo, e sono diventata tristissima (il mare a onde grosse mi fa paura, se mi ci butto certamente annego), un pomeriggio, allora, ho ricominciato a scrivere.
Altra gente fa altre cose, le donne lavorano come gli uomini, io non ho che questo in mente, scrivere perché mi piace, e anche quando sembra che non mi piaccia più, non è vero, se materialmente non scrivo, accumulo sensazioni in me.
Sono seduta sulla sedia a sdraio della cabina, oggi c’è il vento, il mare ha un rumore fortissimo, piacevole ad udirsi. È difficile poter scrivere con un foglio sulle ginocchia, ripiegato in quattro e un libro come tavolino; anche la stilografica è una complicazione, ogni tanto l’inchiostro manca, ma oggi ho previsto tutto, ed ho portato un Botteghino speciale, nel suo astuccio brevettato, con una bella etichetta che dice «Flacon de voyage». Da stamattina ho detto: «Oggi scrivo».
Io sono una ragazza con molte idee, ma assai spesso svagata.
Ora, il fatto di avere vicino quest’inchiostro, e intanto di respirare l’aria, di sentire il vento sui capelli ogni tanto alzando gli occhi a guardare il mare, di scoprirlo verde smeraldo, con laggiù in fondo una lunga fascia blu, dove corrono veloci quattro barche a vela: tutte queste piccolezze danno alla mia mano una lievità, che se seguissi sino in fondo le teorie dello spazio in letteratura, direi con lasciare la pagina bianca, perché in questo bianco è già detto tutto.
Il sole va e viene, due nuvole giocano a nasconderlo, sono due di numero, rotonde e minacciose, il vento le sospinge, le nuvole ben volentieri si adattano al divertimento.
Io non ho nessuno davanti, solo il mare a una distanza di un metro, sono così vicina che se le onde aumentano dovrò tirarmi indietro. A sinistra c’è una barca di colore azzurro, si chiama Anita, accanto sono sdraiati due ragazzi, fumano, hanno maglie con maniche corte, uno porta un berretto blu elettrico. Vedo che quello del berretto al collo una sottile catena d’oro; sono due ragazzi rozzi e ben piantati; qualche volta fumando fanno anelli di fumo con le labbra.
Non è affatto difficile scrivere di cose vere che si vedono con veri occhi.
Il cuore, mentre la mano scrive, si limita a battere, ma io lo sento anche nella mano. Sento anche nel piede destro che ho passato perché sono caduta mi sono fatta male, il cuore è dappertutto e il suo palpito è particolarmente intenso quando io fingo di non intenderlo. I miei pensieri non sono solamente in testa: oggi mentre le nuvole, nel tempo che io scrivo, da due sono aumentate a quattro, a dieci, è dura verso la città, formano addirittura una muraglia cupa che il sole si sforza di forare, io sento che i pensieri, acuti come punte d’ago, sono scivolati in ogni zona remota del mio corpo, non ho potuto fermarli. Vagheranno sotto la pelle, per affiorare non so quando, in piaghe lontane.
Non sono fatta con braccia e gambe, come lo fui nei giorni scorsi o come ritornerò probabilmente ad esserlo. Guardo il bagnino con il berretto a visiera, si chiama Giovanni, e roseo, biondo; passa a chiudere gli ombrelloni. Gli chiedo: «C’è burrasca in vista?». Socchiude gli occhi, risponde: «Può darsi».
Vedo le ragazze con le cuffie gialle e rosa che si sono tuffate senza timore; il mare, da verde, sta diventando grigio. Un ragazzo ha raggiunto la boa, vi è salito, si è allungato lì sopra come se il mare fosse calmo. Oggi non verranno i bambini degli ombrelloni accanto al mio. Ho visto soltanto Silvio, che non si è spogliato, e correva con un secchio appeso a tracolla gridando: «Gelati».
«Mi dai un gelato?» gli ho chiesto.
Silvio ha vergogna e non si avvicina, guarda di sotto in su con gli occhi furbi e continua a gridare «gelati». Passa parecchie volte davanti alla mia poltrona, è un bambino con i capelli rasati, la pelle chiara. Ha quattro anni, è molto bello.
Decido di lasciare questo inutile diario marino; improvvisamente mi alzo, mi metto a correre per prendere Silvio, senza riuscirvi però.

.

In «Nuova Stampa Sera», 16 settembre 1953.

Cesare Zavattini, Notturno 1960

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) nell’anniversario della nascita è dedicata la prosa proposta oggi e, per il mese di ottobre, la rubrica proSabato di «Poetarum Silva».

NOTTURNO – 1960 – Talvolta l’insonnia è la punizione per aver prolungato indebitamente il piacere del leggere, un piacere immediato a danno del sonno che è invece risparmio per dopo e non godi durante. Avevo guardato a lungo l’alluce, che usciva da in fondo al lenzuolo coi suoi movimenti in proprio. Non riuscivo a riempire lo spazio tra me e l’alluce, c’era una valle di assenza. Tirai su la gamba reinserendo l’alluce nel resto e la coperta assunse la forma di una montagna attraversata da un insetto, di cui cerco il nome da anni o meglio desidero cercarlo ma non metto in atto niente di risolutivo, non più grande del segno che fa la punta aguzza di una matita calcata su un foglio, non è facile catturarlo, con la vista si può scambiare per le… (parola che sapevo e si nasconde quando lo cerco; nel cercare le parole si compiono operazioni intraducibili in parole; con le parole si pensa secondo quelle che hai, se le avessi tutte a disposizione ne parlerei dalla mattina alla sera fino ad essere il giorno stesso ma c’è già il giorno); di fronte al mio dito, col quale per distrarmi gli impedivo di proseguire, l’invisibile puntolino si arrestava, deviava, retrocedeva, si gareggiò a lungo, finché il dito lo schiacciò, o meglio lo toccò involontariamente e lo rintracciai a stento sul polpastrello. Un sonnellino di una ora fu angustiato dal sogno che mi trovavo su un palcoscenico inopinatamente di fronte a un pubblico di occhi, nemici e amici aspettano che io apra bocca e non so la parte, ma perché lo accettano? e spero di essere un altro.

.

Cesare Zavattini, Notturno 1960, in Straparole, Milano, Bompiani, 1967.

proSabato: Giovanni Comisso, da ‘Un sogno a Bassano’

LA TERRA era rinverdita mirabilmente nelle foglie e nell’erba che dopo la pioggia notturna risultava soffice come la lana. La strada era tracciata sul limite della pianura, dove da un lato principiava lentamente a salire, come il declivio di una spiaggia marina resa scoperta dalla bassa marea, per innalzarsi gradatamente in colli acuti uno dietro l’altro in fila e da ultimo, lontano, si elevano le montagne.
..Andavo verso Bassano per rivedere quella città dopo tanto tempo, ma prima di arrivarvi avrei voluto visitare quel colle dove Ezzelino da Romano aveva il suo castello. Mi era venuto questo desiderio, perché era appunto in giornate primaverili come quella, che reso impaziente dal lungo ozio invernale si scuoteva in una follia aggressiva con le sue masnade per irrompere nella pianura veneta a saccheggiare, a distruggere e a uccidere prendendo d’assalto borgate e città. Tutta la sua follia, che per lunghi anni aveva disseminato il terrore, egli l’aveva poi scontata u quel colle dove con tutti i consanguinei era stato trucidato, squartato, disperso ai venti e il suo pastello era stato spiantato dalle fondamenta.
..La carta topografica distribuita da un ente automobilistico ufficiale non indica questo colle, un’altra datami da un ente turistico mi servì meno ancora, sicché ho dovuto ripiegare sulle indicazioni topografiche fissate da Dante con massima precisione.
In quella parte della terra prava
Italica, che siede intra Rialto
E le fontane di Brenta e Piava,
si leva un colle, e non surge molt’altro

..Neanche con questa guida mi fu possibile raggiungere la meta, finii col disperdermi in stradine sconnesse e disagevoli che mi obbligarono a rinunziare. I colli, non molto alti, sono innumerevoli e tutti stupendi come isolette coralline affioranti sulla pianura in lieve discesa. Credo non vi siano al mondo luoghi più belli di questi, tra il Piave e il Brenta, ma sembra si faccia apposta per non concedere di visitarli facendoci disperdere come in un labirinto. Si usa persino la strategia, nota alle quinte colonne, di mettere agli incroci le tabelle stradali, non prima della svolta, ma dopo in modo da non servire per nulla. (altro…)

Maria Grazia Insinga, La fanciulla tartaruga

 

Maria Grazia Insinga, La fanciulla tartaruga. Viaggi ad alta voce. Disegni di Stefano Mura, Fiorina Edizioni 2018

Ci sono libri – ho avuto modo di sperimentarlo più volte – che sanno attendere il momento in cui saranno letti, percorsi, esplorati perché possano dispiegare una rete di associazioni e richiami, e perché, soprattutto, possano far risuonare e risplendere tutta la loro bellezza-verità.
Questo è senz’altro il caso dei “viaggi ad alta voce” narrati, illustrati, fatti librare in La fanciulla tartaruga di Maria Grazia Insinga, un libro che fa confluire più registri, più vie di accesso verso un itinerario che non ho timore di definire “percorso di formazione”.
È un percorso di formazione che attinge a numerose fonti, scelte con sapienza tra ambiti di conoscenza – filosofia, poesia (sì, la poesia!), pedagogia, psicologia – e tipologie testuali – la favola, la fiaba, il libro illustrato, il romanzo di avventure, il poemetto.
Proprio da un poema, Le cimetière marin di Paul Valéry, è tratta la strofa che è posta come esergo al libro:

Zénon ! Cruel Zénon ! Zénon d’Êlée!
M’as-tu percé de cette flèche ailée
Qui vibre, vole, et qui ne vole pas!
Le son m’enfante et la flèche me tue!
Ah! le soleil… Quelle ombre de tortue
Pour l’âme, Achille immobile à grands pas!

Il viaggio inizia, in un’alternanza tra visioni oniriche, fluire di immagini mai interrotte da segni di interpunzione, entrata in scena dei personaggi – in particolare lu, la fanciulla, kurma, la tartaruga e erwin, il gatto –, traiettorie e permanenze in città visibili e invisibili, soggiorni e rimbalzi (ma confesso di aver pensato in prima battuta alla parola francese “rebondissements”): (altro…)

Festivaletteratura2019 #5: Unplugged

Abraham Yehoshua

Voglio dire subito, per favore: siamo agli sgoccioli di questo festlet, e io lo ricorderò come quello degli imprevisti più spiazzanti, eppure non c’è stata cosa che i volontari non abbiano provveduto ad aggiustare, trovare, mandarmi, indicare, risolvere, recapitare. Voglio dire subito il mio consueto grazie. Senza scendere nel dettaglio degli imprevisti; non per privacy, ma perché perderei ai vostri occhi quel po’ d’aura di compostezza che mi sono costruita.
Va così. Ho la testa sulle spalle più di quanto la mia migliore amica potrebbe credere, quando vengo qui, eppure a volte è un attimo e sono distratta come gli innamorati. Dopo sei anni, valicare il Ponte San Giorgio è ancora un colpo al cuore; simile a quello che ci ha raccontato Nadia Fusini, quando la riservata e tenera e cerebrale e fragile e acutissima Virginia Woolf venne trascinata nell’esistenza da una selvatica Vita Sackville-West, che dal canto suo le portava un amore abbastanza accorto da avere l’accortezza di non amarla troppo, per non destabilizzarla. Il racconto del carteggio tra le due scrittrici, di cui si è già accennato in uno scorso articolo Festlet, ha tenuto banco in una mattina finalmente piena di sole nella bellissima chiesa di Santa Maria della Vittoria, gremita di ascoltatori. E una folla quasi da record ha aspettato lo scrittore Abraham Yehoshua nel pomeriggio, a piazza Castello, atteso con Wlodek Goldkorn per parlare del tema “ascoltare l’anima e non il cervello”. Guardare la fila formarsi con un’ora e un quarto di anticipo e diventare sempre più lunga mi ha dato una lezione sul tempo, su come investirlo. Su come valga la pena anche di provare un’ora e un quarto di noia stretti in una fila se il tempo che ci aspetta sarà ben speso. Mantova ha sempre avuto, nel mio passo mentale, questa capacità di dilatare e contrarre, negli impegni affastellati che schiudono sacche di vuoto, nello scorrere più veloce dell’orologio durante un evento particolarmente riuscito. (altro…)

Festivaletteratura2019 #4: Tour

Jonathan Safran Foer a Piazza Castello

Chi è il Conoscente del libro eponimo di Umberto Fiori? Perché il Conoscente ha un archivio: fotografie, una canotta blu, perfino una scatola di unghie e capelli che non ha spiegazione. È l’orrore dell’insensatezza: il Conoscente allude sempre a un segreto, poi te lo toglie. «Qualcuno ha detto che il Conoscente è il Diavolo: quello che ti lusinga e che ride da solo, quello che mette in ridicolo ma non prova allegria, come se avesse ricevuto dalla vita una sofferenza da cui non riesce a liberarsi».
Quanto a noi, la pioggia vorrebbe complicare le cose, ma non può niente contro il nostro buonumore. L’organizzazione resiliente del Festlet sposta qualche ingranaggio nelle ubicazioni degli eventi ed eccomi qui, nella Baghdad piena di gelsomini di Elena Loewenthal (ho scritto il mio libro per guarire dalla nostalgia, e ora ho nostalgia di una Baghdad che non esiste) e nella Gerusalemme immaginata da Wlodek Goldkorn (tutte le Gerusalemme sono inventate, anche quella che esiste). Parlano con Chiara Valerio di identità e memoria, realtà, eredità e politica, catastrofi e speranze per patrie vecchie e diaspore nuove, piene di problemi dove lo stesso evento può essere cataclisma per un padre e l’inizio di un nuovo sogno per un figlio. Si parla di andate e ritorni, di deserti rossi così diversi dai boschi dove si fuggiva, deserti che ricordano la promessa di libertà di una tradizione passata. Si parla di avanti e indietro. Chiarisce Elena Loewenthal: «nella lingua ebraica, il prima è di fronte, il dopo è alle tue spalle; per questo la teshuvah, il pentimento di cuore, può realmente cambiare il passato».
Che sia alle spalle o di fronte, quella che ci troviamo a fronteggiare è la scommessa della sopravvivenza; ce ne parla Jonathan Safran Foer nel suo incontro per presentare il suo nuovo Possiamo salvare il mondo prima di cena (Guanda), che riprende tra gli altri il tema degli allevamenti intensivi già affrontato in Se niente importa (Guanda 2010). Ma se nel primo libro si affrontava la questione da un punto di vista etico, qui la realtà ci riguarda più da vicino. Brutalmente parlando: in che modo il nostro consumo eccessivamente orientato alla carne sta compromettendo tutto il nostro pianeta? (altro…)

proSabato: Luigi Pirandello, Candelora – La carriola

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio a o non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia
dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno più serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento più sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un
tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei più gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tu i i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non
indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di più lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai più a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tu o intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue. (altro…)

Festivaletteratura2019 #3: live!

Margaret Atwood a Piazza Castello

Cominciamo dagli errori.
Alla tenda Sordello, durante uno degli Accenti, abbiamo scoperto grazie a Massimiano Bucchi con errori di quale portata a volte si è costretti a convivere, e quanto epocali possano essere dei fallimenti. Ora guardo indietro alla mia vita e sostituisco talune tentazioni a prendermi a schiaffi con le seguenti consapevolezze:
1) Il segway non ha mai preso piede anche perché Bush vi cadde, Hussain Bolt venne investito da uno di quegli affari in mondovisione e lo stesso inventore morì cadendo da una scogliera (con annesso il segway);
2) Il Muro di Berlino è caduto anche per un errore di comunicazione da parte della Sala stampa del Comitato centrale del Partito di unità socialista in Germania;
3) La Kodak è fallita per via dell’arrivo della fotografia digitale, nonostante avesse inventato la fotografia digitale nel ’75 ma commettendo l’errore di valutazione di costringere comunque le persone a stampare;
4) Un produttore musicale non ha voluto scritturare i Beatles (ma qualche tempo dopo, andando sconsolatamente a bere, incontrò i Rolling Stones).
Quanto a me, ieri è successa una cosa giustissima. Ho conosciuto Margaret Atwood. Leggetelo con il tono che più vi aggrada, attribuitemi una compostezza che non ho, perché la verità è che io ho avuto la conferma di un autore capace di coniugare la più sottile analisi politica con il più rocambolesco talento narrativo. E assemblare intelligenza e intrattenimento è la via magna per conquistarmi. (altro…)

proSabato: Clara Sereni, Prendersi la notte

Anche senza riflettori, la scalinata di Trinità dei Monti è un palcoscenico regale. E da padron del mondo discende Patrizia: con le gambe giovani negli stivali dai tacchi alti, gli hot-pants che le segnano il corpo, la grande mantella di maglia che ondeggia al vento, celando e mostrando.
Patrizia fa spaziare lo sguardo sulla prospettiva di via Condotti: poca gente in giro, a quest’or di notte, così la città è più su, senza concorrenze. Ogni passo che muove è un’affermazione di possesso.
La tramontana la schiaffeggia ma la mantella resta aperta, sventolante, come una bandiera: perché Patrizia si pensa proprio come una bandiera, di libertà e potenza, e nessun temperatura polare potrebbe gelare il senso caldo che ha il sé, dell’essere padrona della propria vita.
Discesa la scalinata, rischiando qualche schizzo d’acqua attraversa il primo tratto della piazza e costeggia la fontana della Barcaccia, quasi con la voglia di sedersi sul bordo, a pensare, a fotografare con la mente il silenzio amico della città senza più traffico, la bellezza addormentata di una Storia millenaria di cui lei, oggi, si sente parte a pieno titolo.
Per abbreviare il percorso verso casa, e per abitudine di piacere, si addentra nelle stradine più buie, più modeste: con il suo passo deciso, e insieme attenta alle commessure fra i sampietrini, dove i suoi tacchi alti potrebbero incastrarsi.
In via d’Arancio, a pochi metri ormai da casa, dei passi risuonano dietro i suoi: stringe a sé la borsa, per i documenti e non per i soldi che non ha. Non ha paura, cammina senza affrettarsi.
Un’ombra dietro di lei, una pacca pesante sul sedere: un uomo la supera veloce, senza neanche voltarsi. Il gesto sprezzante in linea con i palpeggiamenti in autobus, le battute oscene lanciate per la strada, le offese quotidiane che le donne hanno sempre ricevuto. E subìto.
Patrizia è rossa di rabbia. È lei ad accelerare il passo, ora, inseguendo l’uomo che invece procede con tranquillità soddisfatta, fiero della sua mascolinità ribadita.
Gli arriva dietro, si avvicina, gli dà una pacca più forte e secca sul sedere. Lui si blocca, incapace di reazione. Forse sta pensando − se riesce a pensare − che il mondo è davvero alla rovescia, di questi tempi.
Spolverandosi le mani Patrizia si allontana, vittoriosa. Con un sorriso dentro, perché pensa che quell’uomo, con ogni probabilità, mai più farà qualcosa del genere a una donna.

.

© Clara Sereni, Il lupo mercante, Milano, Rizzoli, 2007

In memoria di Clara Sereni (Roma, 28 agosto 1946 – Zurigo, 25 luglio 2018)