poetica

«Niente mi ha fiaccato!» conversazione con Ferruccio Brugnaro

foto a cura di Paolo Steffan

«NIENTE MI HA FIACCATO»
Conversazione con Ferruccio Brugnaro
di © Paolo Steffan

Quando arrivo al terzo piano della palazzina in cui Ferruccio Brugnaro vive con la moglie Maria, nella periferia di Spinea (Ve), trovo una figura amichevole e distinta, un ottantenne forte che mi saluta sorridente sulla soglia. Entro, c’è un simpatico sottofondo di giochi puerili, sono le voci dei nipotini, impegnati con la nonna. Ci sediamo nel salotto, e lì inizia la nostra conversazione, di cui è frutto la bella intervista qui pubblicata.

È fiero della propria storia personale, di essere un autentico poeta-operaio, di quelli che hanno vissuto la fabbrica dal di dentro, mettendoci anima e corpo, credendo profondamente nell’uomo e nelle sue risorse, nell’uguaglianza e nella bellezza. Alle pareti, quadri e ricordi, manifesti e testimonianze. E tantissimi libri e opuscoli.

Non ha rimpianti, Ferruccio Brugnaro, se non quello ‒ mi confessa ‒ di non aver coltivato le lingue, così importanti per capirsi in questo mondo globale; ma intanto i suoi ciclostilati vengono tradotti in moltissime lingue, in tutto il mondo. Solo dal 2002 a oggi, oltre 160 riviste ‒ in francese, inglese, spagnolo… ‒ hanno ospitato sue poesie. “Lì” ‒ mi indica, entrando nel suo studio, una borsa piena di fascicoli ancora da ordinare ‒ “ci sono anche delle riviste in cinese…”.

Varcare l’ingresso della sua stanza è entrare in un mondo a parte, dove è custodita un’intera vita in versi, assieme alle letture amate e ai manifesti di un’esistenza passata nella fabbrica, nel sindacato, tra gli studenti e i lavoratori.

Prima di salutarci, la signora Maria prepara il caffè e mi fa salutare i bambini; parliamo del rapporto coi figli, uno dei quali è Luigi Brugnaro, attuale sindaco di Venezia, e della diversità, talvolta abissale, delle idee che li contraddistinguono: “Non li ho mai indottrinati”, rivendica, “da ragazzi venivano alle volte con me alle manifestazioni, ma non li ho mai obbligati. Poi ciascuno ha preso la sua strada e oggi discutiamo animatamente, io da comunista non dogmatico, e i miei figli con le loro idee, ma c’è grande libertà di pensiero e soprattutto grande rispetto reciproco”.

Che cos’è per lei il lavoro?

È una cosa fondamentale per l’uomo, purché tenga al centro la dignità, altrimenti si scade nel disprezzo della vita. La dignità è stata al centro delle lotte operaie che abbiamo fatto, che erano per il lavoro, non per qualcosa che portasse malattia e morte.

Prima della fabbrica, si veniva da un mondo contadino, che ho vissuto nell’infanzia, di cui ho ricordi collocati negli anni Quaranta. Era una vita difficile fatta di malattie, artriti, tubercolosi, dentro case malsane. Ricordo che avevo una zia che faceva le iniezioni di canfora per l’asma e fuori casa sua c’erano sempre file di venti persone. Era una vita dura, con lotte quotidiane per un uovo, per tutto, alle volte sembrava che mancasse il respiro. Vita dura che ho poi ritrovato in fabbrica, tale e quale se non peggio.

Poi si è passati alle lotte operaie, qualcosa che alla mia generazione oggi suona distante, ma di cui calandosi nella sua scrittura si sente ancora l’attualità e il vigore.

La questione del lavoro è tutta sul piatto, senza lavoro marcisce tutto, si ha una deriva autoritaria.

Negli anni Cinquanta sembrava una follia mettersi contro gli apparati. Si veniva fuori dal nazifascismo, e i dirigenti erano ancora quelli, mica erano cambiati. La filosofia era che l’operaio non era niente: guai a chi si ribellava!

Mi ricordo una mattina, io ero in reparto alle 9.45 e non si respirava. Era fuoriuscita dell’anidride solforosa, e io ho spento le macchine per tutelare noi lavoratori. Azioni così si pagavano molto. Come oggi dovrà pagare molto chi si rimetterà a lottare.

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Ritratto inedito di de Libero, ‘la poesia si fa coi ritagli del macellaio’

Libero de Libero, questo “ciociaro dai baffi di ferro e dalla sensibilità di velluto”, nato a Fondi all’inizio del 1900, ha scritto molto e molto è stato scritto su di lui, sicuramente meglio di quanto saprò fare io, che proverò a tracciarne un ritratto da semplice lettrice dei suoi diari, dei suoi romanzi ma soprattutto delle sue poesie, che egli definisce “pulci che io cerco di togliermi dagli orecchi per aver requie”: quelle che parlano di fiumi, di aranci, di cicale, e quelle del dopoguerra, che narrano fatti di cronaca nera e avvenimenti storici. Era piccolo di statura e aveva occhi vivacissimi, con lampi di dolcezza infinita per gli amici e di durezza incredibile per chi non gli andava a genio. Aveva un “carattere fumantino”. Così si racconta: «Con me era facile arrivare al bisticcio, al litigio, alle recriminazioni: la mia vita risentiva gli affanni di lunga data, le offese e i patimenti subiti sin dalla infanzia, la sua incomunicabilità, il suo bisogno di sostituire continuamente una cosa all’altra».
Qualcuno lo ha paragonato a Giovanni Pascoli, per la serie di luttuosi eventi verificatisi nella sua famiglia, riassunti in queste parole tratte dal suo diario:

Nato e vissuto in una famiglia karamazofiana: sbattuto, sin dalla nascita, tra morti e miserie, in una famiglia incapace a difendersi e a lottare; con mia madre tutta la vita disperata nel suo inutile amore per mio padre; con mio padre tutta la vita dilaniato dalla sua onestà e dai politicanti; con mio fratello assassinato per trecento lire [«aveva un pugnale fra le spalle»]; e bisogna dire le angosce di me adulto a dieci anni, e la vita che s’affolla insospettata con tanti mali e tanti beni, con danni e doni; e lo sforzo di comprendere subito quanto è intorno universale e mediocre e la lotta e un eterno, disingannato amore; e la disperazione di non riuscire uguale alle mie ambizioni?

La sua numerosa famiglia (Libero era il quarto di otto fratelli) si trasferisce a Patrica, dove il padre ricopriva l’incarico di segretario comunale. Frequenterà le scuole a Velletri, poi a Ferentino e infine il liceo ad Alatri, finché nel 1927 arriva a Roma per gli studi di Giurisprudenza: è in ritardo di qualche anno, per motivi familiari. Ma gli studi di Giurisprudenza non li porterà a termine. La vita nella Capitale è difficile per un giovane privo di mezzi; comincia subito a pubblicare racconti sul «Popolo di Roma», e «L’Ambrosiano di Milano».¹
Incontra Luigi Diemoz e per merito suo conoscerà “gli autori che già ammira e gli artisti che gli piacevano”, frequentando assieme a lui la saletta riservata del caffè Aragno, famoso ritrovo di artisti oggi scomparso. «Diemoz, che voleva entrare nel giornalismo, ebbe in dono 20 marenghi dalla madre, e con me creò nell’ottobre 1928 un quindicinale di letteratura e arte, «L’Interplanetario» e noi direttori, lui scriveva articoli di fondo e corsivi polemici, e io cronache d’arte, le prime». Di questa rivista usciranno 8 numeri: esauriti i marenghi della signora Diemoz, le difficoltà ricominciano; de Libero continua le sue “cronache d’arte” su «L’Italia Letteraria» diretta da G. B. Angioletti e in altre riviste. «Quando arrivava qui a Fondi «L’Italia Letteraria» era per noi un grande avvenimento», racconta il pittore Domenico Purificato, «allora non vi erano i mass-media, le fonti di informazione che ci sono adesso; De Libero era il tramite attraverso il quale riuscivamo a conoscere quello che avveniva al di qua del confine provinciale e al di là del confine nazionale.»
A Roma c’è anche Anton Giulio Bragaglia, altro ciociaro, fondatore del Teatro degli Indipendenti dove si rappresentavano opere di autori italiani contemporanei. Qui, nel gennaio 1929 viene rappresentata una commedia di de Libero, Frangiallo, che suscita scandalo. Al caffè Aragno incontra Ungaretti, che nel 1934 gli fa pubblicare la prima raccolta di poesie, Solstizio. (altro…)

Passione poesia

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PASSIONE POESIA – Letture di poesia contemporanea 1990-2015.
A cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella, Edizioni CFR/Gianmario Lucini, 2016

Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più,

boemo, cantore nomade, che non ha nulla, che nulla trattiene,
con il solo talento del mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da vedere.

Ingeborg Bachmann
(da La Boemia è sul mare, trad. di A.M. Curci)

 

Già nel titolo e nella terna di agili saggi introduttivi, i curatori di Passione poesia, Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, manifestano una chiarezza di intenti e una correttezza nel metodo che sarà mantenuta per tutto il volume. L’equilibrio, appassionato e lucido allo stesso tem­po, tra principio di piacere e principio di realtà, si fa incontro a chi legge fin dalla dedica: «I curatori dedicano questo libro alla memoria di Gianmario Lucini, poeta e illuminato editore che ha sempre contribuito con entusiasmo alla divulgazione della poesia contemporanea.» Proprio con entusiasmo e operosità illuminata il volume, che viene non a caso presentato come “progetto”, raccoglie il te­stimone che Gianmario Lucini ci ha consegnato con tutta la sua opera e in particolare con la serie di Poeti e poetiche.

Di ciascuno dei tre saggi introduttivi mi sembra utile riportare qui alcune considerazioni che co­stituiscono una valida bussola per orientarsi nel «mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da ve­dere» – ricorro al verso conclusivo della poesia La Boemia è sul mare Ingeborg Bachmann – di Passione Poesia, che raccoglie le letture di oltre cento (115) poeti e critici su altrettante composizioni di autori scelti in un arco temporale che abbraccia un quarto di secolo, dall’indomani della “ca­duta” del muro di Berlino alla metà degli anni Dieci del terzo millennio, dal 1990 al 2015. Nel suo saggio Giro di boa, Luigi Cannillo declina le diverse nature della poesia, che è ai suoi occhi (e sot­toscrivo) «pensiero, evocazione, gioia, ricerca, parola» e sottolinea l’empatia tra chi legge e chi scrive. Troppo poco? Troppo vago? Talu­no storce la bocca? Talaltro invoca la critica militante “che ha perduto e che ha sì cara”? Anche qui, con un ammirevole equilibrio tra principio di piacere e principio di realtà, tra slancio e constatazione di con­fini e limiti, la passione è definita, dinamica­mente (ancora una volta, una promessa che poi viene man­tenuta) come «processo che unisce impul­so, attrazione e mutamento nel lettore». In Poesia e critica d’oggi, Sebastiano Aglieco richiama momenti di incontro e scontro tra poesia e critica, tratteggia, a partire da Voltaire e dalla sua apo­strofe, “barbara”, alla poesia di Shakespeare, i momenti salienti di una storia del­la critica fino a oggi e rivendica alla critica la natura di «libero esercizio del cuore e della mente». In Marginalità della poesia, poesia marginale, Nino Iacovella ritorna sulla questione dei confini e della emarginazio­ne e di critica e di poesia. Ricostruisce un contesto di manifestazione e attività di poeti e poesia che si sottrae, come ricordava Zanzotto, alla definizione tout court. Con un sonoro “eppure”, che riecheg­gia la parola scelta da Hilde Domin, autrice di raccolte di poesie e di saggi che hanno a pieno diritto rappre­sentato un punto fondamentale di (ri)partenza per la “passione poesia”, Iacovella conferisce tuttavia proprio a questa il carattere di argine alla valanga dell’effimero che rischia di travolgere in poltiglia indi­stinta la perenne “fuga” (Zanzotto) della parola poetica. (altro…)

proSabato: Tommaseo, poesia/aritmetica

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[fine novembre 1833]

[…]
Che ρυθμός e άριθμός[1] son la medesima cosa, aggiuntavi solo una particella intensiva: che il ritmo è nu­mero, il numero è ritmo: che il verso è calcolo; il calcolo è canto, e fa cantare: che l’aritmetica è una poesia rinforzata:[2] che la poesia senza calcolo è vaporosa, vacua, od atea o kantiana. Poi, che tutto è poesia insieme e aritmetica al mondo: entrambe incompiute, entrambe perfette: gemelle conglutinate, insepara­bili, Rita e Cristina.[3] Poi, che l’aritmetica è il fimo fecondatore della pianta poetica, l’aritmetica è il senso ministro dello spirito; l’aritmetica è grammatica, rettorica, pragmatica, diplomatica, economia, statistica, critica, procedura: che senza aritmetica non si dipinge, non si descrive, non si versifica, senza aritmetica non si regna, non s’ingrassa, non si deducon le donne, senz’aritmetica non si misura né lo spazio né il tempo, cioè non si ragione e non si vive: onde la vita è aritmetica, la morte è poesia; e ogni cadavere vale Omero. Che tutti i negozi del mondo si distinguono in aritmetico-poetici ed in poetico-aritmetici: quelli, cioè, dove la dose aritmetica prevale, e quelli dove la poetica; quelli dove dal numero esce la poesia, quelli dove dalla poesia spunta il numero: tra’ primi sono i matrimoni dei più, gli amori colpevoli, le negoziazioni politiche; tra i secondi sono le vere virtù e i veri affetti. Che la religione, se non è materiata in corpo d’aritmetica, perde la poesia, non è più realità ma sistema: che la politica senza la poesia è politica austriaca. Che l’affetto convertito in imagine acquista tanto d’aritmetica, da non bruciar l’anima che lo nutre: che gli affetti meri senz’aritmetica, finiscono [nel vano]: che le troppe imagini, come la troppa aritmetica, guastano la poesia. Finalmente, che la facoltà dell’immaginare ci abbandonerà con la vita, e in paradiso la verità perfetta ed immensa sarà insieme precisa come l’aritmetica, e immensurabile come la poesia; e, l’indefinito dileguandosi, apparirà l’infinito.

 

da N. Tommaseo e G. Capponi, Carteggio inedito dal 1833 al 1874, per cura di I. Del Lungo e P. Prunas, vol. I (1833-1837), Bologna, Zanichelli, 1911, p. 70

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Note

[1] Non è questa la sede per discutere delle conoscenze del greco classico di Tommaseo, né tanto meno delle possibili diverse grafie in uso nell’Ottocento rispetto alle attuali conoscenze; nemmeno i curatori del carteggio intervengono sulla questione, o per correggere la grafia del secondo termine (la quale potrebbe essere Αριτμον o αρυθμος). Resta fermo un punto, a mio avviso indiscutibile, ossia che mal­grado egli per primo abbia sempre ‘denigrato’ la sua conoscenza del greco, in realtà Tommaseo sin da giovane aveva ricevuto qualcosa di più di semplici rudimenti, prima dal suo maestro Amedeo De Mori, poi da uno studio assiduo non dissimile da quello applicato al latino (nel quale eccelleva, e la produzione in latino ne è la conferma). Va poi ricordato che Tommaseo fu scrittore quinque linguarum, come dimostrato da Francesco Bruni, in alcuni suoi interventi critici e nella mirabile edizione delle Scintille di Tommaseo. (fm)
[2] Tutta la lettera di Tommaseo risponde a una sollecitazione di Capponi, il quale sosteneva che «materia della poesia è l’affetto; ma l’affetto stesso è interrotto dalle materialità prosaiche e necessarie che reggon la vita, che reggono anche l’affetto stesso, e sono arimmetica./ La parte conservativa dell’uomo e della vita è tutta arimmetica. La poesia consuma la vita mortale./ La potenza arimmetica è forza e fibra. Se l’uomo non fosse altro che arimmetico, io dubiterei d’un’altra vita./ L’uomo produce naturalmente arimmetica. […] La patria della poesia è in cielo. Quaggiù, messaggera d’un paese più sereno […] in questo diluvio d’arimmetica. […] La sintesi d’ogni poesia, come ogni sintesi, sta di casa in paradiso./ Quindi la poesia è per frammenti. L’epopea, mestiere.» Già qualche riga più sopra al brano della sua lettera riportato, Tommaseo riassumeva il pensiero del marchese in questi termini: «Item, che la poesia è il germe fecondatore della materia aritmetica: che Adamo formato di fango è aritmetica, il soffio ispiratovi è poesia: che nella vita del povero, l’affetto è poesia, tutto il resto aritmetica: denique, che in paradiso avremo la poesia bell’e intera, della qual ci è dato quaggiù a pregustare alcun briciolo. Sapientissime idee» (cfr. Carteggio inedito, cit., pp. 68 e 69), dove quel sapientissime idee pone già la distanza tra il pensiero del marchese e quello di Tommaseo, che del frammentismo in poesia fu da sempre un ambasciatore, ma che proprio nel 1833 e in questi stessi mesi autunnali allestiva una raccolta intitolata Frammenti forse con l’intenzione di darla alle stampe a ridosso della partenza per la Francia, e che rimase a tutti gli effetti inedita. (fm)
[3] «Mostro femminile bicefalo, nato in Sassari nel 1829, […] che portato a Parigi vi morì nel nono mese: ne parlarono i periodici di medicina di quelli anni», riportano con queste parole prontamente i commentatori del carteggio; ma l’immagine che ne offre Tommaseo è più forte, poiché poesia e aritmetica risultano essere, secondo la sua riflessione critica (e sappiamo che nel tempo maturerà fino alla stesura, nella seconda metà degli anni Cinquanta del XIX secolo, del saggio Sul numero), sorta di gemelle siamesi, o più semplificata, le due facce della medesima medaglia. (fm)

‘Lettera a un giovane poeta’ di Virginia Woolf

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Virginia Woolf, Lettera a un giovane poeta, trad. it. di Lucia Raffaelli, quaderni di clanDestino, Raffaelli editore, 2013, pp. 68, euro 10

Ma come farete a uscire, e a ritornare nel mondo degli altri? Questo è il vostro problema oggi, se posso azzardare un’ipotesi − trovare il giusto rapporto, ora che conoscete voi stessi, tra il “sé” che conoscete e il mondo esterno. Si tratta di un problema difficile. Nessun poeta vivente è riuscito, a mio avviso, a risolverlo del tutto.

But how are you going to get out, into the world of people? That is your problem now, if I may hazard a guess − to find the right relationship, now that you know yourself, between the self that you know and the world outside. It is a difficult problem. No living poet has, I think, altogether solved it.

Non è forse un caso che nel 1932, a tre anni di distanza dalla diffusione dell’opera postuma Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, Virginia Woolf abbia pubblicato la sua Lettera a un giovane poeta [A Letter to a Young Poet] all’interno della raccolta Hogart Letters Series. Oggi troviamo questo testo in un’edizione del 2013 per Raffaelli editore, con traduzione di Lucia Raffaelli e revisione di Davide Ramilli.
La lettera era indirizzata a John Lehmann, prima collaboratore poi direttore di Hogart Press, come apprendiamo dalla prefazione del libriccino, con il quale la Woolf si confrontava in quella sede circa lo status della scrittura di lettere in Inghilterra, genere che aveva perso interesse, solidità e importanza in quel momento storico. Ma, come riconosciamo sin da subito, il discorso sposterà di molto il senso della lettera; un pretesto iniziale, quello dell’autrice, per rivelare cosa significhi a tutti i livelli scrivere – in realtà – poesia e prosa. Soprattutto: ‘scrivere per la vita’.
Non si può fare a meno di notare le similitudini, a una prima lettura, fra Rilke e Woolf; entrambi tentano di condurre i rispettivi interlocutori per mano, verso una rotta su cui sia possibile instaurare un confronto solido, che sia d’auspicio per una riflessione attorno e “dentro” il “significato” dello scrivere non per un pubblico ma per se stessi. E c’è una straordinaria continuità che, qui, non si desidera comparare ma richiamare, affinché la lettura di Woolf possa agganciarsi e possa dirsi anche legata a quella di Rilke, già al centro di studi diversi: segnalo quello del critico Kelly Walsh.
Una tra le questioni più significative del testo appare a pp. 45-49, in cui Woolf tratterà del tema del sé in poesia come cruciale, in parte già nella citazione che leggiamo all’inizio di questo post, che prosegue così:

[…] Tutto ciò che ti serve è stare alla finestra e lasciare che il tuo senso del ritmo, si apra e si chiuda, coraggioso e libero, fino a quando una cosa non si fonderà nell’altra, fino a quando i taxi non danzeranno con le giunchiglie, fino a quando non verrà a crearsi un’unità da tutti questi frammenti separati. […] raccogli tutto questo tuo coraggio, impiega tutta la tua cautela, invoca tutti i doni che la Natura è stata indotta a concederti. Poi lascia che il tuo senso del ritmo si snodi tra gli uomini e le donne, gli autobus, i passeri − qualunque cosa si muova lungo la strada − fino a quando non li avrà legati insieme in un tutto armonioso. Questo forse è il tuo compito: trovare la relazione fra le cose che sembrano incompatibili eppure hanno una misteriosa affinità

All you need know is to stand at the window and let your rhythmical sense open and shut, open, and shut, boldly and freely, until one thing melts in another, untile the taxis are dancing with daffodils, untile a whole has been made from all these separate fragments. […] summon all your courage, exert all your vigilance, invoke all the gifts that Nature has been induced to bestow. Then let your rhythmical sense wind itself in and out among men and women, omnibuses, sparrows − whatever come along the street − until it has strung them together in one harmonious whole. That perhaps is your task − to find the relation between things that seem incompatible yet have a mysterious affinity

Se al romanziere tutto ciò è concesso, la peculiarità e l’attenzione nei confronti dell’«istinto del ritmo» che Woolf spiega come leggiamo qui porta nella scena del “saggio” anche ad un altro punto: quello della “danza”, ripresa nel legame fra elementi diversi da accordare nel testo poetico, come a segnalare − per estensione − che il “gesto poetico” è “movimento”, e che coniugato al ritmo di cui sopra restituisce “la poesia”. Si tratta di una visione complessiva che nutre un tema ampio e complesso come quello del “fare poesia oggi” (così come ieri) su cui si è speso, qui sul nostro blog, Francesco Filia, nel suo articolo Poesia: memoria, ascolto e visione, che invito a rileggere. E, mettendo in luce questi legami non impropri, si crea una catena di senso che incuriosisce, che stratifica le direzioni da prendere, gli autori da leggere e rileggere, aumentando il numero di domande cui tentiamo di rispondere quando affrontiamo il genere poetico.

© Alessandra Trevisan

Istanze di realismo in Francesca Del Moro: “Gli obbedienti”

gli_obbedienti_cover_fr1“metti uno sfondo del posto dove vorresti
[stare…”

Leggendo Gli obbedienti, ultima raccolta di Francesca Del Moro, mi sono tornati in mente Giovanni Giudici ed Elio Pagliarani: mi è tornato in mente il loro avere messo in poesia quegli anni in cui del boom economico già si vedevano gli effetti negativi, e non più solo l’esaltazione di una propaganda eccessivamente euforica. Ho ritrovato in queste nuove poesie di Francesca Del Moro la medesima vis polemica, di chi, apparte­nendo alla generazione più colpita da una crisi che è uno stallo, riesce comunque a indicare non solo tutte le storture, ma sa anche scorgere la via d’uscita; una via che fuor di ogni retorica incita, e non solo invita, al recupero di quel pacchetto minimo di valori capaci di restituire all’uomo il grado di umanità perso e disperso negli ultimi decenni. Tutto ciò rende la voce della poeta inevitabilmente civile, rivendi­cando allo stesso tempo il ruolo centrale del mandato poetico.
I piccoli grandi tic di una società che si è ridotta a comunicare per tocchi su una tavoletta luminosa, vengono presi, perciò, di mira; fra tutti il rito dell’aperitivo che non ha nemmeno più l’aura mitologica (in negativo) di quel “da bere” su cui s’è formata buona parte dell’attuale classe borghese, arricchitasi proprio negli anni in cui a colpi secchi si demoliva quel poco di solido che le lotte per la rivendicazione della dignità individuale erano riuscite a conquistare. L’aperitivo, diventato pure apericena (e da qualche parte pure aperimessa con un senso del grottesco che supera di gran lunga ogni immagina­zione), è a tutti gli effetti il più riconoscibile dei nuovi riti di una «generazione con la testa vuota»; rito – si badi – al quale non si sottrae nemmeno chi si erge a detrattore, e che rapido «tuffa/ gli occhi nel tele­fono e […] scrive/ anche su facebook», spostando così la possibilità di tentare un qualche dialogo con quegli involucri vuoti, là dove il dialogo si esprime per focomelici “like”; laddove l’io sparisce perché incapace di pronunciarsi per ciò che è. L’aperitivo è la morte prima della morte: la ‘livella’ che rende tutti uguali a tutti nella monotonia ciarliera del parlar vuoto. (altro…)

Goliarda Sapienza su Rai Storia

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© Archivio Sapienza-Pellegrino

Comunichiamo con piacere che, questa sera alle ore 21.55 e domani, 9 novembre (alle 10.15), il canale 54 di «Rai Storia» dedica una puntata speciale a Goliarda Sapienza nella serie Italiani a cura di Paolo Mieli. Lo stesso giornalista, che aveva già intervistato Sapienza a Radio Rai negli anni Ottanta dopo l’uscita de L’Università di Rebibbia, torna ad occuparsi della sua vicenda di attrice e scrittrice.

A seguire la puntata, un documentario dal titolo Goliarda Sapienza: il vizio di essere se stessi scritto da Simona Fasulo con la regia di Nicoletta Nesler che andrà in onda alle 22.10 di stasera. Maggiori info qui

Ringraziamo Angelo Maria Pellegrino per la puntuale segnalazione.

Info sul palinsesto qui. Tutte le puntate della serie da rivedere qui

Luciano Cecchinel, Il gesto incisorio di Luigi Marcon

 

Luciano Cecchinel è una figura d’eccellenza nel panorama contemporaneo, nota principalmente per la poe­sia, con cinque splendide raccolte (prevalentemente) in lingua e due eccellenti lavori nel dialetto della sua vallata alto-trevigiana. La sua personalità è conosciuta anche per la discrezione con cui si muove nel mondo della letteratura: preferisce la lontananza dai riflettori e circoscrive il proprio campo d’azione, riconoscen­dosi una certa sensibilità come fruitore, ma non la caratura di un critico, rilievo presente anche all’interno della prosa qui offerta ai lettori per la prima volta.
Credo che l’acume di Cecchinel nell’avvicinarsi all’arte di Luigi Marcon ne contraddica nei fatti la perso­nale convinzione, perché questo scritto è davvero bello e ‒ se a dominarlo vi è da un lato un senso di pro­fonda amicizia per l’incisore trevigiano, dall’altro il sentimento condiviso per i paesaggi prealpini che en­trambi abitano ‒ vi trapela anche una conoscenza della materia che va oltre la norma, segno di un segreto ascolto di Cecchinel verso quanto accade nel mondo delle arti visive, almeno all’interno del suo “quadrila­tero” (per usare un’espressione tipicamente zanzottiana).
D’altronde in questo caso, a stimolare la parte cognitiva del poeta di Revine-Lago, vi è la finezza superlati­va del “gesto incisorio” di Marcon, che il testo che segue ci aiuta a riconoscere nella sua piena autonomia e nell’assoluto valore artistico, come dimostra la riproduzione di “Neve a Valmorèl” che ‒ su generosa indi­cazione di Cecchinel, e da lui molto amata ‒ abbiamo il privilegio di offrire ai lettori di «Poetarum Silva», invitandoli a visitare la “Saletta” presso cui, a Vittorio Veneto e in rete, l’incisore ospita una parte del suo universo cromatico. (Paolo Steffan)

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Il gesto incisorio di Luigi Marcon
prosa inedita di © Luciano Cecchinel

cc80-aa1-bl-neve-in-val-morelLa prima impressione che scaturisce dalla contemplazione dei lavori di Luigi Marcon è più generalmente quella di un sereno equili­brio fra cognizione, sentimento e tecnica.
È d’altro canto indubitabile che, per essere veramente tale, ogni opera d’arte, anche quel­la che si presenta più leggibile, deve comuni­care più di quanto il suo autore scientemente abbia voluto.
E sembra essere innanzi tutto prova di questo il poter cogliere entro i paradigmi naturali e rurali del Nostro Artista un senso di supplice mestizia: i casolari sorpresi nel loro silenzio­so abbandono, le bocche vuote e scure dei fienili, gli alberi protesi verso misteriose sfuggenze vivificano, quasi “stendardi di preghiera”, la mente e dalla mente vengono vivificati, come il vento attiva e viene nello stesso tempo attivato dalla materia con cui viene a contatto. E le betulle, che a tratti ri­corrono nei suoi lavori, sembrano assurgere nella loro mansueta flessibilità ad emblemi di un mondo sconvolto da un improvviso fortu­nale, quasi redivive testimoni di uno “stravènt cru”, come direbbero del vento ro­vescio nella materna lingua i muti spiriti che si addensano, evocati da amorosa arte figurativa, attor­no alle loro ultime vestigia, forse a sostenerle, affinché non diventino esse pure maceria e roveto. Perché dalla sostanza cromatica delle sue incisioni, quasi dalla cenere di secolari “larin” (focolari), si ricompongono e allungano sulle vene petrose di indimenticati muri ombre ataviche, come preca­riamente sorrette da una fiamma vacillante.
Qualcosa di molte opere di Marcon sembra reclamare pacatamente giustizia, anche se probabilmen­te l’impressione è segnata dal senso di colpa che si annida nel lettore-ombra, per usare qui un sin­tagma più consono alla letteratura: è il senso di un tradimento, del travaglio di una cultura sofferen­te che per aver cercato di uscire da se stessa è incorsa, amaro contrappasso, nella pena di una svi­sante corrosione.
La visione poetica di Marcon, sottraendosi nella sua sensibile e fiera immediatezza alle insidie dell’oleografia e del rovinismo, tende a colmare questa lacuna di valore. E di qui la sua opera, assai lontana dal vicolo tautologico dell’arte per l’arte, assume un valore popolare e civile: i fienili spos­sati dal tempo e dalla solitudine, le casere che ancora reggono all’avanzata di boschi senza più gala­teo, le macine sconnesse dei mulini abbandonati riprendono un valore d’uso che va ben oltre quello di schiudere sorprendenti varchi sulle pareti.
E operando, come in un rito inesauribile, una sofferta ricomposizione col passato è come se Marcon ritornasse con occhi ingenuamente stupefatti alla nativa solitaria casa dei Piai. (altro…)

#Meriggiare: un secolo con Montale

Ossi di seppia, Carabba, Lanciano

Eugenio Montale avrebbe compiuto il 12 ottobre scorso ben 120 anni, e, se la natura gli avesse concessa una vita così lunga, sarebbe stato il più iconico dei segnali da inviare alla Mosca (o, forse, sarebbe stato il più clamoroso tra i messaggi tanto attesi da lei, quello che in vita lo designava quale ‘patriarca’ della poesia italiana).
Cento anni compie, invece, la sua poesia, in questo 2016 entrato nella sua fase finale! Perché cento? Be’, semplicemente perché la poesia sua più antica, Meriggiare pallido e assorto, inizialmente intitolata Rottami e poi consegnata alla storia attraverso il primo verso, se vogliamo dare fede a quanto di sé ha voluto tramandare il poeta, risalirebbe proprio al 1916, relativamente alla primitiva stesura, rivista poi nel ’22 e nuovamente nel ’23.
Quest’osso diventato uno dei componimenti più noti, anche per obbligo scolastico, segna tutt’ora il passaggio da una poesia che risuona ancora note care a Pascoli alle nuove esperienze più prossime al giovane Montale, come la lezione dei poeti liguri a lui cari:

Meriggiare pallido e assorto,
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicala dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Sembra di ritrovare, con segno nuovo, «tutte le cose buone della terra/ che bastavano un giorno a smemorare» il Camillo Sbarbaro di Talora nell’arsura della via, poesia che chiude Pianissimo del 1914; poesia che contiene l’immagine iniziale del canto di cicale e a poca distanza quell’altra dello «stupor sciocco» nel notare ancora la presenza di alberi e acque, immagini, queste, che sembrano condensarsi prima e dilatarsi poi nella terza quartina montaliana.
gozzano-montale-sbarbaroDel resto i tratti in comune tra i componimenti dei due poeti e amici liguri sono parecchi, a partire proprio da quell’ora meridiana in cui il canto incessante delle cicale spezza il silenzio assordante dell’esistenza umana; ora che sempre negli ossi propriamente detti di Montale si ripercuote e rafforza in ben altre e famose immagini: come il «falchetto che strapiomba/ fulmineo nella caldura», in Non rifugiarti nell’ombra; o ancora, e ovviamente, Gloria del disteso mezzogiorno in cui viene indicata «l’ora più bella» al di là di un muretto che è sicuramente parente stretto della muraglia coi cocci di bottiglia, a sua volta imparentata − (se non addirittura figlia!) − con la «cinta vetusta» di Gozzano («Pensa i bei giorni d’autunno addietro,/ Vill’Amarena a sommo dell’ascesa/ coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa/ dannata e l’orto dal profumo tetro/ di busso e i cocci innumeri di vetro/ sulla cinta vetusta, alla difesa…», La Signorina Felicita ovvero la Felicità; mio il corsivo).
La fitta presenza, strategica, nel tessuto montaliano, di verbi all’infinito, parla a noi lettori già la lingua della modernità che avanzava in quel lontano 1916. Le rime a fine verso, o al mezzo, miste alle assonanze e alle allitterazioni, invece, ci parlano sia dell’aderenza alla tradizione tardo ottocentesca, sia della rottura dall’interno della medesima.
Il meriggio di Montale è quello di un orto, e non urbano come probabilmente è quello di Sbarbaro che, di poco più anziano del futuro premio Nobel, ha in qualche modo nei suoi versi (e sappiamo quanto Montale amasse la sua poesia) indicata la strada da percorrere per dare voce a quel ‘male di vivere’ che è ben altra cosa, e perciò nuova, rispetto allo spleen, alla noia, alla malinconia, che pervadono tutto il secolo precedente. Non ci troviamo posti innanzi a una bucolica fuga dalla città per la campagna in entrambi poeti, perché è comunque rappresentata l’angoscia per il desiderio di fuga disatteso, per un mancato rifugio, ricovero per l’anima, in seno alla natura: non c’è locus amoenus, perché oltre quel muro che si costeggia, oltre la siepe di «cocci aguzzi», ossia di «cocci innumeri di vetro», non c’è nient’altro che la presa di coscienza della desolante esistenza, poiché ogni senso reale è nascosto in questo triste meravigliarsi in cui echeggia, con segno negativo, lo «smemorarsi» di Sbarbaro.

© Fabio Michieli

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Poesia: memoria, ascolto e visione

Mimmo Jodice - Atena, Napoli, 2008 stampa al bromuro d’argento 60 x 48 cm

Mimmo Jodice – Atena, Napoli, 2008 stampa al bromuro d’argento 60 x 48 cm

L’attività poetica è un’attività conoscitiva, è porgere l’ascolto e volgere lo sguardo a ciò che in maniera essenziale si nasconde, ma che attende da sempre di essere riconosciuto per mostrarsi. Osservare e ascoltare sono dunque occasioni per un ridestasi della memoria. Conoscere è ricordare. Il ricordo nasce sempre da una dimenticanza essenziale, da qualcosa di immemorabile, la parola può solo sfiorare l’inizio, mai afferrarlo, ma la parola poetica non può non tentare di farlo. La parola poetica è condannata sin dal suo inizio al fallimento. Questo è il suo destino e la sua grandezza, la sua apertura essenziale, apertura silente in cui si rivela il mondo. Il silenzio è lo sfondo, il contrasto che permette alla parola di essere. È la sua linfa e sorgente. La poesia è la mappa, sempre incompleta, di questo silenzio che si mostra, viene alla luce nell’esser muto e opaco di ogni cosa.

Le parole nel loro affiorare alle labbra o nell’apparire sul foglio bianco, nell’attimo germinativo alludono all’essenza dell’esser cosa: ossia che tutto è tremendo, perché tutto è sacro, perché ogni singola cosa, ogni attimo, oscilla paurosamente tra l’essere e il niente. Il Poiéin, il fare poetico è, o meglio, è stato, una teoria, una visione, lucida e allucinata, un pensiero sul mondo e sulle cose e questo pensiero già da sempre è diventato poesia, ossia ha attraversato una regione in cui le parole non sono solo mezzi ma sono destino, sono, disperatamente, le cose che dicono.

La poesia è il luogo in cui ci si confronta in prima persona con le forze invisibili, concretissime e immense che ci attraversano e ci governano. Essa è un’attività eminentemente razionale, nell’accezione più larga, è il luogo in cui il nostro stesso domandare è in gioco, dove siamo a tu per tu con l’enigma dell’essere; non parlo di mistero perché è per definizione irrisolvibile e quindi nega a priori qualsiasi attività di ricerca. La poesia – se è autenticamente ascolto, visione e parola – è oltre la distinzione tra forma e contenuto, in quanto più ci si approssima alla verità da dire tanto più la forma ne consegue e, viceversa, lo stile è la verità della poesia.  Il poetare, come ogni attività umana, è finito e fallibile e quindi soggetto allo scacco, ma esso, a differenza delle altre attività umane, non rimuove il fallimento insito in ogni fare, ma lo dice sino in fondo, lo assurge a radice del suo dire.

Se nell’atto poetico vi è un fondo di verità, scrivere poesie è l’opposto di esser poeti. Spesso ci si attribuisce la qualifica di poeta come se l’attività poetica sia il frutto della creazione del Genio o che dia la possibilità di accedere a un ruolo sociale, a una forma quasi sacerdotale e a relative pose estetico-narcisistiche. Il poeta, se questo ruolo ha avuto mai un senso, è funzionario della parola, come il filosofo lo è del pensiero; a differenza di altri cerca di obbedirle in maniera non ovvia, ma analiticamente consapevole. La scrittura poetica è una forma specifica di produzione – basti pensare all’etimologia greca – e ognuno che si cimenta col dettato poetico non può dirsi poeta se non come altre persone possono dirsi falegnami, muratori, operai. Tutto qui. E poi nel frattempo bisogna vivere nel mondo – che non significa assolutamente ‘impegnarsi’, altra trappola narcisistica per chi non ha niente da dire – o almeno cercare di farlo, o bisogna averlo fatto, altrimenti niente scrittura che abbia un senso, che possa tentare di dire qualcosa, di dire l’unica e sola cosa che conti.

Il gesto poetico, pur nascendo da un nucleo narcisistico e non staccandosene mai del tutto, pena la sua fine, deve trasformare quell’autocompiacimento infantile in un sottrarre, in un servizio che distolga il desiderio dal vano Se stesso e lo rivolga al linguaggio e al mondo, a quell’ ‘altro’ che per contrasto può anche restituirci, radicalizzandolo, ciò che siamo. Se c’è un ethos nella parola poetica è questo e nessun altro.

Il singolo per quanto possa e debba essere asservito al linguaggio conserva un nucleo di irriducibilità alla mera funzione linguistica che rende il suo gesto poetico degno di esser tale, tragico e solitario nel momento in cui si scontra con l’atrocità del bello e del vero.

L’ora del poetare è l’ora stabilita, l’ora in cui si ascolta il destino, l’istante in cui si scorge nei dettagli dell’apparire ciò che invisibilmente vi si cela. L’ora stabilita è l’ora tragica è l’attimo in cui ogni vita fa i conti con se stessa, l’attimo in cui l’arbitrario che ogni singolo è s’infrange sul muro della necessità. Fare i conti con se stessi, ritornare a sé ascoltandosi, significa anche fare i conti con il luogo che ci ha reso quel che siamo, che abbiamo lasciato e in cui, comunque, siamo ritornati. Luogo che può essere un luogo reale – la città, il paese in cui si è nati e che continua a parlarci in un assedio di amore e odio – o un luogo della mente che, ossessionandoci, continua a parlarci e a chiedere ascolto, trovando le sue cinture di contenimento nel linguaggio, che trasforma la nevrosi individuale in discorso pubblico, in dialogo con il  mondo. Il linguaggio, questo medium universale, in quanto unico e solo mezzo di comprensione e di comunicazione da mezzo si trasforma in fine, anzi  è da sempre l’orizzonte invalicabile di ogni gesto, pensiero, emozione, nevrosi e in quanto orizzonte del nostro stare al mondo ci reclama a sé. La poesia, quindi, deve fare i conti con il paradosso tragico che ogni dire può essere solo un ‘dire’, anzi un ‘esser detto dal linguaggio’, che però allude necessariamente a ciò che ‘dire’ non è. Se così non fosse ogni tensione espressiva, ogni parola, ogni discorso sarebbe inutile e pleonastico, sarebbe mero gioco linguistico irresponsabile. La poesia è un vedere e un ascoltare che devono esser detti, asseriti, il dramma e l’atroce bellezza della parola poetica è tutto qui.

La parola amplifica e fa risuonare di un’eco profondissima l’oggetto della visione. Il rischio di ogni vedere è quello di esser visti, di essere scrutati sin nell’abisso dall’oggetto della nostra visione, ogni vedere è un esser visti. Il pericolo e il cuore di ogni destino poetico è quello di farsi divorare dalla visione. Perché il nocciolo di ogni visione è quell’invisibile punto cieco che ci sfugge che si agita alle nostre spalle e, per quanto possiamo esser veloci nel voltarci, non si farà mai sorprendere e catturare. Questo inciampo essenziale più si ripete e più ci spinge a perseverare, trasformando la poesia stessa in un’ossessione. L’ossessione che la poesia è si trova dinanzi a un bivio, o risprofonda nella nevrosi originaria che l’ha generata morendo o si rigenera, si trasforma diventando mondo. La poesia è questo vedere che si scontra con il punto cieco di ogni visione, con la trama invisibile e fittissima di ogni venir alla luce.

Il dire si scopre avvolto in un silenzio che appare impenetrabile, che però dal suo profondo, dal suo doppiofondo, parla tacendo. L’ascolto è un rispondere al silenzio, a una voce ancestrale e sconosciuta che ci chiama all’appello, che ci reclama e che non è mai definibile e dicibile del tutto. Non possiamo esimerci, però, dal cimento.

L’esperienza della fine e dell’inizio, come tali, sono negate all’uomo e se la scrittura è scrittura circa l’enigma dell’esserci non può spingersi oltre ciò che ci è stato assegnato, ossia un’assoluta cecità su quel che ci ha  preceduto, sulla fine e  su ciò che sarà dopo la nostra fine. Il gesto poetico è l’emergere di un’isola da un oceano di silenzio, è la soglia tra il buio e la luce, tra la parola che trova un appiglio per rimanere e quella che invece scompare nelle nebbie del tempo. Se un prima c’è stato, esso non può essere raccontato, rimane come traccia invisibile che ci parla in negativo, attraverso la sua assenza, come il passato remoto che dimora in ognuno di noi  e che si agita invisibile dietro il primo ricordo cosciente che affiora alla luce. In questa prospettiva ontogenesi individuale e filogenesi della specie sono l’una lo specchio dell’altra. La parola poetica tenta un disperato assalto alle cittadelle inespugnabili dell’origine e della fine, nel far ciò inventa il mondo che scorre tra loro.

La poesia è il farsi parola del desiderio dell’origine – e chi scrive spera, senza mai poterlo verificare, che il genitivo abbia valore sia soggettivo che oggettivo – il desiderio che l’origine ci attenda alla fine, ci accolga, ci apra lo spazio di una parola, quella definitiva, che sigilli il cerchio spezzato delle nostre esistenze e del mondo. Il sigillo è la parola, che deve abbandonare ogni ambiguità, ogni gioco irresponsabile e farsi sempre più precisa, sempre più affilata, sempre più aderente alla Cosa da dire. Ma questa parola non potrà mai essere quella definitiva, non potrà mai uscire dal labirinto del discorso. Nonostante ciò essa dovrà sempre e comunque avere l’obiettivo di essere altro da sé, di diventare per sempre la cosa che dice, anche se ciò è impossibile. Perché se la poesia è vera poesia, cioè destino dei mortali, di quegli enti che sanno della loro fine, non può saltare fuori dalla propria ombra, non può percorrere quel millimetro che la separa dalla cosa ultima. La morte ha la parola definitiva e quella parola non potrà mai essere nostra.

© Francesco Filia

Alessandro Santese, poesie inedite

uroboros

 

Hoc est enim corpus meum: nella transustanziazione è pane che diventa corpo, il corpo martoriato di Cristo. Santese fa cominciare con una formulazione simile la prima delle tre poesie qui presentate: «Questo è il corpo, la scissione». Sa che il corpo, il nostro stesso corpo, è sempre sacrificale. Sa che è qui eppure paradossalmente non è, ed è per questo che deve necessariamente farsi rito, parola.
E qui sta la scissione, una forza tremante e tremenda, insita nel credere, in un’esortazione al credere (un “atto” che già di per sé ci consegna alla croce) cui il poeta non rinuncia perché sa che è cosa appartenente al respiro profondo della sua poesia. Una poesia che chiede quindi un “atto di fede” immediato, potente e definitivo.
In tutto questo il corpo è un enigma; la parola allora non può che percorrere l’invisibile, l’altrove, per cercare tutto l’umano possibile, trovandolo con l’oscurità necessaria, perché oscuro è il linguaggio di cui siamo fatti.
Ciò che sappiamo, del resto, lo scopriamo soltanto a posteriori, come da sempre insegna, tra gli altri, Milo De Angelis, un maestro al quale Santese guarda con grande attenzione.

«Nel precipizio dei volti», recita l’incipit della seconda poesia, dove spicca poi l’immagine della “donna serpente”. Potremmo pensare qui alla figura dell’uroboros (il serpente che si mangia la coda, simbolo “del tempo nel tempo”, che divora se stesso e da sé si rigenera). Difatti, è «tempo / nel tempo» e «tempo / oltre il tempo» l’oscillazione che s’impone nella poesia di Santese, mentre si pronunciano da una parte, con forza, un’interiorità abissale, dall’altra una prova difficile dell’amore, destinata a spegnersi presto  e ancora una volta nell’enigma.

«Nello stare senza nome / dei volti» è il passaggio-chiave della terza poesia qui presentata. Possiamo affermare, con Agamben (da Il fuoco e il racconto), che a noi accade ormai di prendere parola a partire da un suggello perduto, ciò che un tempo Dio sembrava garantire, cioè che s’imprimessero sui nomi giustezza e solidità solo se pronunciati, appunto, “in nome di Dio”. In assenza di quel Nome, l’atto della parola rischia di essere vano. Ed eccoci allora qui, in fila, uno a uno, noi che «abbiamo camminato nell’oscuro».

Cristiano Poletti

Questo è il corpo, la scissione
del visibile che entra nell’immanifesto e si mescola
al buio del fiato, ciò che davanti agli occhi io ti nascondo
ma che senti, dentro, fortissimo
premere e sanguinare, con timore e
pazienza, come di cosa o radar che si sbriciola
e ti sbriciola poco
a poco alla luce la vita, l’intera, – guarda – oltre la vita,
e le mani accolgono
in silenzio, senza sapere
nemmeno una carezza, prima di tutto, appena prima che
tutto finisca.

_

Nel precipizio dei volti
abbiamo amato
e soffocato il bacio dentro
l’urlo, per innalzarlo, fin dove sconfinano
i corpi di gioia
assegnati, la mano tesa non sfiora
la mano caduta nel buio, ma
è nostra, la fine questa
bocca distorta, la smorfia che incide
di due un’espressione
soltanto, qui tu, eri donna serpente
viscido dei luoghi
e carezza del fogliame, allora noi: ti abbiamo amato
una notte, senza vergogna, tempo
in noi disceso, tempo
nel tempo.

_

Abbiamo camminato nell’oscuro, nello stare senza nome
dei volti, uno ad uno, certo il fuoco
incontrato noi
occhi di mandorla, quel mare
perduto che s’agita ancora, di ramo in ramo, tra le pupille
e cresce, poi nel sole, e si trattiene nello spazio
tra le carezze dei papaveri e il crollo
dei teatri nel loro spavento, che stilla il riso
ancora e il pianto
prima del gesto, che lapida la mente
in crocefissi, s’allunga in ombre silenziose, vie, come ferite: corpi,
punto tuo di non ritorno, tempo
oltre il tempo.

*

Alessandro Santese nasce a Roma il 19 Marzo del 1990. Laureato in Lettere all’Università di Tor Vergata, attualmente vive a Milano, dove lavora. Per la rivista Mosaico ha pubblicato lo scritto La visibilità dell’invisibile, sulla poesia di Milo De Angelis.

Ghirri: spazio siderale

Copertina-Luigi-Ghirri-Spazio-Sideralecorsiero editore, Reggio Emilia, 2016 – € 40

Osservando il sipario del bellissimo Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia, si può immaginare quanto da quel punto focale sia possibile apprezzare l’insieme dell’architettura, la “rotondità” e la “circolarità” che caratterizzano questo teatro. Una vera concentrazione di simboli, un imbuto di segni, entro cui l’invenzione e la rappresentazione, grazie alla luce e al raccoglimento che un teatro come questo sa regalare, si mostrano in silenzio.
Quanto pensato e compiuto da corsiero editore con lo splendido Spazio siderale non è offrire al pubblico un libro postumo di Ghirri, ma realizzare qualcosa di probabilmente meno arbitrario e senz’altro più profondamente curioso. Una sorpresa, una rarità: si tratta della pubblicazione del menabò di un progetto, un libro forse (e sarebbe stato l’ultimo: siamo nel 1991, e la morte per Ghirri sarebbe arrivata nel 1992), intorno al quale il fotografo reggiano stava lavorando.
Ci troviamo nel vivo di una storia, al cospetto di un incontro/confronto fra le arti. Spazio siderale consente infatti di rivivere l’intreccio che legò il soggetto del terzo sipario monumentale dipinto nel 1991 da Omar Galliani, dal titolo Siderea, alla fotografia di Luigi Ghirri, in stretta aderenza a molti dei temi maggiormente cari al fotografo (in questo senso basti pensare ad alcuni dei suoi titoli precedenti, come Infinito e Il profilo delle nuvole).
I materiali sono riportati con cura puntuale, attenta. Un libro di grandi dimensioni (30 x 30 cm, 108 pagine, e una carta con grammatura di qualità) che testimonia come Ghirri avesse già predisposto una selezione delle fotografie e ne avesse anche in gran parte precisato una sequenza espositiva. Mancava il titolo, mancava ancora quell’elemento che tanta parte ha sempre avuto nella costruzione dei progetti e dei libri di Ghirri.
Di fatto, Spazio siderale sarebbe potuto essere già allora un titolo possibile. Del resto è una definizione attraente, una dimensione affascinante: avvicinare ciò che è distante, o solo apparentemente tale, ma soprattutto desiderare (appunto) questa vicinanza, fino al “gioco”, come diremo poi, dell’immedesimazione. È quello che un’arte qui fa con l’altra, in una reciprocità di richiami e di effetti davvero notevoli. E tutto racchiuso nel racconto del dietro le quinte di quel lavoro, tutto nel testimoniare l’operato: come nasce l’idea di un sipario; i bozzetti preparatori di Galliani; i passepartout che Ghirri preparava con le note autografe relative ai tagli e al colore per la stampa delle fotografie ecc. (altro…)