fabio michieli

La solitudine orfica di Lucio Piccolo (di N. Grato)

Lucio_Piccolo_nel_suo_studioLa poesia italiana del Novecento annovera autori difficilmente collocabili, irregolari, appartati: il siciliano Angelo Maria Ripellino, il leccese Vittorio Bodini, per non parlare di Dino Campana, Edoardo Cacciatore, Stefano D’Arrigo del misconosciuto Codice siciliano, Lorenzo Calogero, Pino Battaglia, Nadia Campana.[1] Fra questi “irregolari” il palermitano Lucio Piccolo, Barone di Calanovella “scoperto” per puro caso da Montale. Piccolo è poeta del tempo, della solitudine, del paesaggio esteriore figura multiforme, metamorfica e barocca di quello interiore; Lucio Piccolo poeta della luna, come il Recanatese o Vittorio Bodini; del giorno e della notte,[2] dell’acqua e del suo fluire ininterrotto, della luce e del suo correlativo oggettivo nel mondo che è il buio, il cupo, la faccia nascosta d’ogni luna. Lucio Piccolo poeta orfico già nelle raccolte pubblicate in vita,[3] ancor di più in una delle due raccolte postume,[4] Il raggio verde.
Le carte postume di Piccolo assolvono a un compito: esse ci mostrano il metodo di totalità di scrittura che contraddistingue l’intera opera del Barone di Calanovella: non ci si stupirà, infatti, di trovare alcuni versi che riecheggiano certi periodi delle prose, come ne L’esequie della luna, L’orologiaio prodigioso, Il libro, La bussola, L’eclisse nella stanza.[5]
La lirica Il raggio verde, eponima della silloge, mostra il viaggio orfico di un raggio di sole (la poesia) che scompare la notte per riapparire, vivificato dal contatto letificante cogli inferi, nel mattino:

Da torri e balconi protesi
incontro alle brezze vedemmo
l’ultimo sguardo del sole
farsi cristallo marino
d’abissi… poi venne la notte
sfiorarono immense ali
di farfalle: senso dell’ombra.
Ma il raggio che sembrò perduto
nel turbinìo della terra
accese di verde il profondo
di noi dove canta perenne
una favola, fu voce
che sentimmo nei giorni, fiorì
di selve tremanti il mattino.[6]

L’uso del complemento di specificazione, in questi versi, serve al poeta per legare intimamente il soggetto col suo correlativo; il soggetto e il suo qualificante necessitano di una specificazione che infine costituisca un’unità autonoma. Così i sintagmi ultimo sguardo del sole, cristallo marino d’abissi o immense ali di farfalla appaiono come microcosmi dai quali scaturisce l’immagine di una poesia che si muove per scorci ed allusioni. Il sole tramonta nel mare, s’annuncia la notte. Piccolo sente lo scoramento per la morte del luminare mattutino: si riavrà ancora una volta esso dal letargo notturno? Questa domanda, fuor di metafora, nasce dal timore, ingenuo e incalzante, da parte del poeta di poter perdere la parola, il timore che l’afasia letificante imprigioni il dire poetico che s’inoltra nella notte per risorgere, nella parola, al mattino della poesia. Come il sole-Osiride viene ogni notte fatto a brani e costretto a vagare negli inferi, così la poesia ha continua necessità di scorporarsi e ricomporsi continuamente, per dare vita al tessuto lirico del verso. Il “senso dell’ombra” del verso 7 indica la morte ed il suo statuto ontologico inane; la notte è luogo d’agnizioni formidabili, più del giorno che illustra gli oggetti evidenziandone la loro spenta materialità. La notte confonde e infonde nuova linfa poetica agli oggetti: è questo un segnale preciso della poetica del Barone: il raggio perduto nella notte si decompone attraverso il prisma infero della coscienza di Piccolo e risorge, facendosi messo dell’oscurità. La notte di Lucio Piccolo non è oscura, è semmai il momento concreto della composizione, il tempo propizio della ricerca da parte del Barone che aveva letto tous les livres, come disse Montale, nella villa in contrada Vina a Capo d’Orlando, luogo nel quale passava, secondo Vincenzo Consolo, “il meridiano della solitudine”. L’orfismo piccoliano, nutritosi di teorie sulla metempsicosi, di letture esoteriche e di solitudine esistenziale, fa riferimento culturale soprattutto allo Yeats di Una visione: “Lo spirito non è quelle immagini mutevoli, ma la luce, e alla fine riaccende in sé, nella propria purezza immutabile, tutto ciò che ha sentito e conosciuto.”[7] Non a caso abbiamo citato Yeats, autore molto caro a Piccolo e col quale il Barone intratteneva corrispondenza. Il lettore che attraversa col poeta la notte della poesia coglie nella luce del giorno il tramite tra gli inferi dello spirito ed il mondo fenomenico mutabile. Questa prospettiva tutta orfica, di un orfismo più vicino a Rilke e al grandissimo Campana, è simboleggiata dal raggio di colore verde di cui s’accende la profondità-interiorità di Piccolo. Il fine della poesia è la favola perenne, il mito mai morto, lo spazio del sacro nel quotidiano. (altro…)

Marco Russo: poesie da “Il dono di avere vene”

 

Un albero fa mi strattonasti
forte alla radice del tronco.
Ora sono salice versato
nell’arte dell’arrendersi.
E sverno a terra, frugo
fra gli indumenti di neve
il meno impietoso verso le forme
filiformi delle vene.

 

Ho fatto il pieno delle assoluzioni
e ora ti confino fra gli inoffensivi,
ti disinnesco da tempesta a solletico.
Non risalirai la bocca dello stomaco
per ritentare la via del torace.
Morirai nella sede dei pugni
dove imperversasti in nugoli di farfalle.
Sotto la luce interdetta dello sterno
ti dibatterai falena e stella cadaverica.

 

Arrivo con le foglie
e la mia terra mi accoglie
con un vento basso che spazza
le soglie delle case.
Dopo le sfuriate dei mesi caldi
ora vedo ripiegarsi le cime,
flettersi sfinito il mio costato
tutto decorato di intenti infranti.

 

Marco Russo, Il dono di avere vene, Controluna, 2018

 

Marco Russo (Sorrento, 1974) insegna Filosofia nei licei. Sue liriche sono apparse sulla rivista «Gradiva» e in antologie di poesia contemporanea. Ha tradotto e curato il romanzo francese del 1605 L’isola degli ermafroditi (2007), e pubblicato la raccolta di versi Qualcosa ha ancora più fame (2013).

Samir Galal Mohamed, Per approssimazioni (inedito)

Tobia Ciabocchi, Portrait

 

per approssimazioni
abbracciare
l’orifizio
l’altalena
l’incesto
graduale
vincolo
scarto
tirannia
la possibilità
possibilitante
l’agente
sorvegliante
il limite
fuori del limite
l’eventualità del non evento
l’avvento inaccessibile
l’appuntamento mancato
il previsto inaspettato
l’inedito, sempre
l’inaudito, mai.

L’imprescrittibile inavvertibile.
L’improcrastinabile adesso.
L’assenza, nel dopo, del senso:

ancora una volta
reiterarsi

e già sottrarsi

all’ammirazione

all’abbattimento

all’esecuzione.

 

Samir Galal Mohamed (Pesaro e Urbino, 1989) è un poeta italiano di origini egiziane. La sua prima silloge, Fino a che sangue non separi, compare in «Poesia contemporanea. XII Quaderno Italiano» (Marcos y Marcos, Milano 2015). Suoi testi e interventi appaiono regolarmente in riviste cartacee e online. Attualmente vive a Milano, dove insegna filosofia e storia nelle scuole superiori.

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nota di Anna Maria Curci)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone editore 2017

Nel romanzo Il doppio regno, Paola Capriolo fa scrivere all’io narrante, in un diario scritto in un misterioso albergo nel quale si ritrova (accolta? prigioniera? di sé oppure di ‘altre forze’?) queste parole: «A volte scrivo poesie sulla carta da lettere dell’albergo, ma è una definizione impropria: sono quasi sempre coppie di parole che per qualche ragione mi sembrano “far rima” tra loro. L’ultima ad esempio è composta di due soli versi, il primo verso è “ferita”, il secondo “miracolo”. Sono certa che esiste una lingua nella quale si può passare dall’uno all’altro termine, con la semplice aggiunta di una lettera, tuttavia non so perché queste due parole e il loro strano legame mi appaiano così gravidi di significato.»
Questa lingua così distante eppure così vicina, “la lingua lontana” di Alessandro Brusa, nella quale la parola “ferita” si discosta dalla parola “miracolo” semplicemente in virtù dell’aggiunta di una lettera finale, è la lingua tedesca, e il prodigio, fonte di stupore, avviene con le parole “Wunde” e “Wunder“.
Perché questa premessa? Perché leggo In tagli rapidi di Alessandro Jacopo Brusa come compiuta realizzazione di una architettura poetica le cui fondamenta stanno nel cozzo e nell’incontro lacerante e prodigioso di questi due principi: il vulnus perpetrato, ripetuto, innanzitutto sul corpo, e il cammino (passo costante, incursione di ‘pontiere’) nel mondo del meraviglioso.
Lo attestano, come ben scrive Fabio Michieli nella prefazione, le antitesi ripetute, lo attestano quei versi scritti nella carne, tatuaggi e scalfitture sulla pelle, mirabili sintesi di lacerazione e intuizione («dolore scorsoio») lo attestano, ancora, quei richiami a miraggi, illuminazioni e squarci nel deserto, nonché i richiami non solo biblici, ma anche al mondo incantato eppure di primordiale crudeltà e di successiva “Zerrissenheit” – “travaglio interiore” che è stato precedentemente «lo strappo/ che tra le scapole/ toglie vertigine/ ad ogni altezza». Una antitesi-sintesi che va dalle fiabe popolari raccolte dai fratelli Grimm al pure ottocentesco e ancora modernissimo vagare senz’ombra del Peter Schlemihl («all’ombra che non ho») di Chamisso, dei cui mirabili stivali, trovati a portare conforto con l’esplorazione della natura a un’esistenza di perenne emarginazione, privata dell’ombra, si trova una chiara eco in un felice ossimoro: «ma io dormirò sereno/ perché lui mi stringe in/ distanza di sette leghe.» (altro…)

ALESSANDRO MOSCÈ: LA POESIA NEO-LIRICA E UN PAESAGGIO INTERIORE

ALESSANDRO MOSCÈ: LA POESIA NEO-LIRICA E UN PAESAGGIO INTERIORE
(Su Hotel della notte)

di Mirella Vercelli

 

Non conosco personalmente Alessandro Moscè (nato nel 1969 ad Ancona e residente a Fabriano), ma lo immagino passeggiare per i vicoli della sua Fabriano. Dopo aver letto l’ultima raccolta di poesie, Hotel della notte, tradotta in spagnolo e pubblicata in Argentina da Antonio Nazzaro (Colección Pippa Passes, Buenos Aires Poetry), mi è rimasta l’impressione di una lunga consuetudine, un’eco di passi familiari che risuona a distanza di tempo nelle stanze dell’anima. Perché Moscè non è un poeta che si nega, che si nasconde dietro artifici formali, che si arrampica su impalcature improbabili per stupire il lettore e distoglierlo, come accade talvolta in una povertà di ispirazione che può necessitare di sostegni di questo tipo. Il suo è un parlare sottovoce con lo sguardo fisso in qualche punto davanti a sé di un uomo che ha compiuto una personale discesa nel pozzo del dolore e racconta ciò che ha visto, senza necessità di accentuare o sminuire nulla, perché il paesaggio fuori e dentro di sé si lascia facilmente descrivere. Ed è, innanzitutto, il paesaggio di una città che viene in evidenza, tanto che la prima sezione del libro si intitola appunto Di città in città. Sono quadri di vita notturna, lunghi tragitti al buio interrotti da sprazzi di luce gialla di fanali che illuminano scene dove si spendono esistenze in un’assorta solitudine. Bar, per lo più, con insegne esangui che non penetrano la notte da cui sono inghiottite, dove il barista, che lava «i bicchieri infiniti», sembra far coppia con la ragazza del banco di Caproni (Lo scomparso) che «riprende a sciacquare i bicchieri» dopo aver dato vaghe indicazioni all’avventore. La città di Alessandro Moscè è territorio di vecchi che ne soffrono le asperità, che non l’«attraversano più/ dai mattini di ottobre», respinti dal vento, dalla «pioggia di dicembre/ che picchia sui coperchi dei cassonetti», e di giovani annoiati, sempre in procinto di andarsene ma cronicamente incapaci di farlo, la cui ribellione si esaurisce «sulle labbra violacee/ e sugli occhiali da sole/ delle ragazze più belle». (altro…)

PoEstate Silva #45: Umberto Piersanti, “Quel che resta” e altri versi

Quel che resta

questa corsa dei giorni
che fissi nella mente
e dentro il sangue,
anche l’ora
la più cruda e spessa
– non la riscalda il sole
non la rallegra il vento –
nell’aria si dissolve
come i volti,
volti o ombre
che s’agitano
in quell’Arcano
che il nome non osa,
talora li rincontri
in faccia a un muro
o in un bianco stradino
sulle Cesane,
non sai se solo
nel sangue  hanno dimora
o se abitano altrove,
in altra contrada
lente galline
nel campo
un po’ in discesa
e la casa
che tu sai dissolta,
nella nebbia degli anni
fluttua remota e pallida
ma resta
Autunno 2017

(altro…)

PoEstate Silva #43: Nicola Grato, da “Inventario per il macellaio”

 

tra le tue cose una rosa
secca di santa Rita –
tra i medicinali scaduti
le ricevute di cambiali
gli incartamenti colorati
dei regali, biglietti
d’auguri per Pasqua e Natale
spediti da Forlì;
una rosa, povera cosa –
riposa da lungo tempo
tra le pagine gialle
di un libretto delle ore:
passita nel silenzio
nel bruno del tempo
passita povera cosa
in una giornata di giugno
afosa,
fiore devoto –
la vita dei vecchi,
al suono dei tasti
una Olivetti
nei cerchi di fumo del tempo.

 

fuoco greco sul mare
un festino di tanti
anni fa –
le barche schierate
all’imbocco del porto;
i lenzuoli bruciati
carcerati in rivolta
la tua ansia sommessa
si faceva dirotta
preghiera alla Madonna
del Molo:
la vita vola, un fiato
solamente, la promessa
di un marinaio partito
per sempre. (altro…)

PoEstate Silva #41: Jackie Kay, da “Compagna”

Fiere

If ye went tae the tapmost hill, fiere,
whaur we used tae clamb as girls,
ye’d see the snow the day, fiere,
settling on the hills.
you’d mind o’ anither day, mibbe,
we ran doon the hill in the snow,
sliding and singing oor way tae the foot,
lassies laughing thegither –how braw,
the years slipping awa: oot in the weather.

And noo we’re suddenly auld, fiere,
our friendship’s ne’er been weary.
We’ve aye seen the warld differently.
Whaur would I hae been weyoot my jo,
my fiere, my fiercy, my dearie O?
Oor hair it micht be silver noo,
oor walk a wee bit doddery,
but we’ve had a whirl and a blast, girl,
thru the cauld blast winter, thru spring, summer.

O’er a lifetime, my fiere, my bonnie lassie,
I’d defend you –you, me; blithe and blatter,
here we gang doon the hill, nae matter,
past the bracken, bonny braes, barley,
oot by the roaring sea, still havin a blether.
We who loved sincerely; we who loved sae fiercely,
the snow ne’er looked sae barrie,
nor the winter trees sae pretty.

C’mon, c’mon my dearie –tak my hand, my fiere!

Compagna

Se salissi sulla cima del colle più alto, compagna,
dove di solito ci arrampicavamo da ragazze,
vedresti la neve oggi, amica mia,
posarsi sulle colline.
Forse ti ricorderesti di un altro giorno ancora,
di corsa sulla neve giù per il colle,
slittando e cantando fino a valle,
ragazze a ridere insieme – che meraviglia,
gli anni scivolavano via all’aria aperta.

Ora, all’improvviso, siamo diventate vecchie, sorella.
la nostra amicizia non si è mai affievolita.
Eh sì che abbiamo visto il mondo con occhi diversi.
Che fine avrei fatto senza il mio tesoro,
la mia amica, la mia amata, la mia cara?
I nostri capelli ora argentati,
il passo un po’ incerto,
ma ce la siamo proprio spassata, ragazza mia,
al freddo del gelido inverno, a primavera, d’estate.

Per tutta la vita, amica, mia dolce ragazza,
io a difendere te– tu, me; chiacchiere e risate,
scendendo giù per la collina spensierate,
oltre le felci, giù per i pendii, i campi d’orzo,
fino al fragore del mare, continuando a chiacchierare.
Noi che abbiamo amato con sincerità; con tanta intensità;
la neve non era mai parsa così bella,
né gli alberi d’inverno tanto graziosi.

Dai, su, su mia cara – prendimi per mano, compagna! (altro…)

PoEstate Silva #39: Maurizio Bacchilega, da “Tornare a pensare”

Il mancato congedo del viaggiatore frettoloso

Viste dal treno Alta Velocità
persino le macchine dell’autostrada
sembrano lente;
gli alberi poi schizzano via
che quasi non t’accorgi,
come quella finestra sola
che ora s’apre nel casolare.

Perduti tra i portatili accesi,
gli occhi di ciascuno intenti
al proprio monitor, mentre scorrono
le immagini di fuori, inascoltate.
Nemmeno gli sguardi s’incrociano più:
ecco, stavi forse per dirmi qualcosa,
ma tempo non hai avuto,
già siamo “arrivati”, scendiamo.

A Giorgio Caproni,
al suo viaggiare.

 

Tornare a pensare

È la sfida:
può essere motivo di vita
e per questo causa di morte.
Per vivere coscienti,
il solo modo di vivere,
per vivere d’impegno
e cercare di capire gli altri,
il solo modo di capirci.

 

I disperati che vanno verso nord
fuggono dalla fame
ovunque più o meno respinti
come una malattia
di cui s’ignora l’origine
come un cancro
di cui s’ignora la causa,
come svelassero, col loro disturbo,
la nostra sepolta e cattiva coscienza.

 

Siamo rimasti senza parole
come questa fabbrica che ha chiuso
per andare in Serbia, o in Romania.

Crescono intorno erbacce
e fiori spontanei.

Il lavoro manca, il pensiero anche.

 

Maurizio Bacchilega, Tornare a pensare, L’arcolaio, 2018

PoEstate Silva #37: Antonio Merola, da “F. Scott Fitzgerald e l’Italia”

L’approccio di Fernanda Pivano: le introduzioni come strumento critico

1. Una nuova scuola americanista

Il successo di F. Scott Fitzgerald in Italia comincia grazie alla traduzione di Tenera è la notte (Einaudi, 1949) a cura di Fernanda Pivano voluta fortemente da Cesare Pavese che così scriveva in una lettera all’amico Davide Lajolo: «Non ho voluto tradurre io i libri di questo scrittore […] perché mi piacevano troppo». Mondadori poi acquista i diritti delle altre opere che escono in ordine sparso rispetto alla cronologia reale e che vengono tutte tradotte da Fernanda Pivano, eccetto l’ultima: Il Grande Gatsby (1950), Di qua dal Paradiso (1952), Belli e dannati (1952) e il romanzo incompiuto Gli ultimi fuochi (nella traduzione di Bruno Oddera, 1958).
La scelta di cominciare con Tenera è la notte dipendeva da una serie di mancanze: anzi tutto, l’insuccesso di Gatsby il magnifico richiedeva alla casa editrice una prudenza particolare nel proporre al pubblico italiano uno scrittore nuovo; c’era poi una intenzione provocatoria: Tenera è la notte (pubblicato in America nel 1934) rimaneva l’ultimo romanzo compiuto di Fitzgerald che però veniva allora completamente ignorato, costringendolo a recarsi a Hollywood e a mettere il punto nella sua carriera ufficiale di scrittore, se si esclude il punto e virgola della raccolta di racconti Taps at Reveille e Gli ultimi fuochi.
Persino chi gli era vicino criticava l’opera aspramente:

Tenera è la notte, sul quale Fitzgerald aveva puntato le sue illusioni, non ebbe il successo sperato. La critica più sciocca fu quella di Ernest Hemingway, il quale, come scrisse Gertrude Stein, aveva la perversa abitudine di ammazzare i rivali e sotterrare i cadaveri. Secondo Hemingway, Fitzgerald non sapeva pensare, non conosceva la realtà, non ascoltava gli altri, non dimenticava mai la sua tragedia personale, non possedeva disciplina; e poi aveva commesso un errore imperdonabile. Secondo Hemingway, Dick e Nicole Diver [i protagonisti del romanzo] erano pessime copie di Gerald e Sara Murphy [gli amici dei coniugi Fitzgerald sulla Costa Azzurra]. «Se prendi delle persone reali e scrivi su di loro, … non puoi far fare loro qualcosa che non farebbero… Devi mantenerle uguali… Non puoi fare di qualcuno qualcun altro».

Anche per questo, nelle stringate biografie letterarie dell’Americana e di Gatsby il magnifico non si va mai oltre il 1925: ma si aggiunga che Cesare Pavese ci teneva personalmente a contrapporsi alla critica dell’amico (o rivale) Vittorini e insieme, ad affermarsi attraverso una eccezionale riscoperta autoriale.
Il lavoro di traduzione viene però affidato alla lingua di Fernanda Pivano, ma questo non deve stupire: in qualche modo, il primo considerava la donna come una allieva personale e insieme la “coppia”, anche se con il tempo Pivano si allontana sempre di più dal Pavese-uomo, può (e anzi deve) essere considerata come una nuova scuola americanista e di transizione rispetto al circolo vittoriniano. (altro…)

PoEstate Silva #34: Michele Zizzari, da “Processo a Elah”

I

ANTEFATTO. Pianeta Terra, anno 2084, in una periferia urbana parecchio degradata dell’Italia Settentrionale. Un piccolo essere, che la penombra non riesce a mostrare chiaramente, trema dal freddo e dalla paura. Si è nascosto tra cumuli di rifiuti, dietro una levatrice robotica dismessa di vecchia generazione in un capannone industriale abbandonato. Dal Centro Operativo per la Disinfestazione Sociale una voce metallica dà istruzioni alla Squadra Recupero Essere Alieni e Diversi: “Attenzione! Una serie di segnalazioni da parte di abitanti terrorizzati ha confermato la presenza di un soggetto alieno non identificato nella periferia nord della città di Suburbia, nei pressi della discarica A4D5. Ordine di cattura AK509KF. Intervenire con decisione e cautela, il soggetto potrebbe essere pericoloso, radioattivo e armato d’armi da fuoco e batteriologiche!”

Due disinfestatori sociali in tuta, casco e guanti antiradiazioni localizzano il piccolo essere, lo catturano con una rete in filo di carbonio come quella delle racchette da tennis, lo infilano in un sacco telato, anch’esso di carbonio, e lo portano via con il loro blindato, per condurlo al Campo di detenzione ed espulsione per immigrati extraterrestri. L’essere si dibatte disperatamente all’interno del sacco emettendo lamenti, stranamente deboli, più impauriti che minacciosi.

Come gli altri detenuti alieni e diversi, trascorrerà alcune settimane di disumana permanenza nel Campo di detenzione ed espulsione per immigrati extraterrestri, prima che venga istruito un processo a suo carico, solitamente per immigrazione clandestina e per attentato alla Sicurezza Terrestre.

 

Da: Processo a Elah, in Michele Zizzari, Favole per un mondo possibile, L’arcolaio, Forlì, 2018

PoEstate Silva #32: Alessandro Moscè, Due poesie da “Hotel della Notte”

Non c’è altro

C’è chi mi guarda
chiedendomi di non andare
senza dirlo,
chi tace nella notte e nel sonno,
il saluto rimandato
da un’altra birra
che svanisce nel fremito
di scarpe adolescenti.
Neanche un amore da ripetere,
né una fuga cittadina,
un sogno lambito
nei detriti dell’estate
dopo l’ultima pioggia
che bagna gli occhiali.
Non c’è altro che la sedia del bar
su cui rimanere immobili

No hay mas

Hay quien me mira
pidiéndome no ir
sin decirlo,
quien calla en la noche y en el sueño,
el saludo postergado
por otra cerveza
que desvancesce en el frémito
de zapatos adolescentes.
Tampoco un amor que repetir,
ni una fuga ciudadana,
un sueño posado
en lo secombros del verano
después de la última lluvia
que moja los aneojos.
No hay más que la silla de la cafetería
donde quedarse inmóviles.

(altro…)