fabio michieli

Giacomo Salvemini, poesie da “Via Convertino 10” (Controluna 2018)

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non trovo più quello che mi hai dato eppure sono convinto
d’averlo lasciato qui accanto al pilastro è tale la confusione che non
riesco a riempire la mente dalla quale il buio ha
capolinato
mi sono sentito partorito dal giusto almeno
così ho pensato
ho lavato con acqua di pozzo tutto quello che mi è stato
possibile la rilettura di qualche verso che ahimè avevo
dimenticato
mi ha catapultato il nonsense da me abbracciato
la figuraccia di non essere stato chiaro uscire dagli attacchi
le convulsioni molto più impegnative e con il rastrellamento
radicale di pidocchi in una classe subordinata alle altezze
dalle quantità di quote azionarie e dei tradimenti a portata di mano
dai colletti lucidi e le mani sporche fino in fondo
è quella gente che lavora solo di notte odia il sole più che la serpe in tasca
impiastricciata dell’ultima torta divisa in parti uguali con le briciole
cadute nel taschino l’unico ad aver pagato la rata
che non gli spettava si è trovato concusso senza saperlo
non sono stato io ad affamarti l’amaro del tufo ha ridotto il piatto

 

se non avesse piovuto quella sera non sarei qui a sprecare inchiostro
a materializzare la solitudine a mettere al posto giusto il verbo sterile
impronunciabile gettato nell’alternativa se non fossi nato chissà cosa
sarei ora una mente distratta una relazione ancora in brutta copia
o un cartapestaio nelle manipolazioni di carnevali e le ginocchia
malate di sinovite così ho chiamato lo spazzacamino per raschiare
fino in fondo incrostazioni fuliggini dalla mente
per collaudo ho gridato fino a pigiare i tasti dell’organo per recitare
il requiem al muro taciuto gocciando a poco a poco sul pavimento
la lascivia l’importanza del furto e lo strisciare del pennello

 

fare critica è mettere ai ferri l’incontro di chi ha creato
gli intrecci con la magia bastata a se stessa
i segni sulle labbra delle scorribande notturne delle radici la terra arsa le crepe nelle
scorticature sono cresciuto coi richiami dei pesci
dallo scoglio del cristo scrutavo la giovinezza
che m’ha reso orfano della gioia
non ho visto volare le api sull’eucalipto sul timo sul pino
sulla divaricapolmoni la menta per balsamicare
non ho riscontrato il rossore del fiore

 

Giacomo Salvimini, Via Convertino 10, Controluna 2018

 

Giacomo Salvemini (Manfredonia, 1946) vive a Crispiano (TA). È poeta, critico letterario e attore. Ha pubblicato: Orme sulla terra insana (1979), Strapiombi e raggi d’amore (1986), Scogli (1987), Al ronzio dei rami in amore (1993), Tra labbra di marea (1996); i libri d’artista: Promenade e Il Canto della Megattera (2000); Venti dell’amore oscuro (IX Premio Internazionale Guastaferro, Sciascia, 2005), Dalla tana di tufo (2009). È presente in numerose antologie e riviste letterarie. In teatro e cinematografia ha recitato con Paola Gassman in Dall’alba al tramonto e con Vanessa Gravina e Marco Marelli in Eros e Psiche diretti entrambi da Rina Lagioia. Ha inoltre recitato in diversi cortometraggi, film e opere teatrali.

Luca Ormelli: poesie da “Gangbang” (Controluna, 2018)

 

Oggi qualcuno è morto.
I fili del tram tagliano la città.
Nessun cielo vi si appende,
nessun Dio da bestemmiare.
Solo questo trascinarsi di giorno
in giorno, senza più fiato.

 

Fosse per me vi ammazzerei tutti
ma sono tre giorni che non bevo
e come dice Nostro Signore
la domenica non si lavora.
Per questo resto qui,
a guardare i colombi
che fuggono sempre ai bambini
tra le piazze sghembe
le bocche incenerite
di questa città
senza fiato.

 

Le nebbie schiudono il loro calice
di cenere sui viali ammalati.
La città chiama all’adunata l’alba.
Stridono senza sosta i treni.
Un altro giorno si spegne. Pazzi
che siamo a non morire d’estate,
a bestemmiare Milano l’autunno.

 

Luca Ormelli, Gangbang, Controluna, 2018

 

Luca Ormelli (Padova, 1974) dopo gli studi in Filosofia, si trascina di lavoro in lavoro. Attualmente lavora come analista informatico. Alcuni suoi testi sono apparsi in rete. Gangbang è la sua prima pubblicazione.

Poesie di S.G. Dimoski (trad. di Emilia Mirazchiyska)


 

Секојдневна песна

животот не е само курва
туку и ти око мое и ти!

тревата наврапито што расте
и уште побрзо што венее
не е само ненадеен здив
туку и ти срце мое и ти.

каменот не е само обескрилена птица
водата не е само постојан изгрев
туку и ти крв моја и ти.

една ѕвезда паѓа
и гасне во моето крило

ох, вознеси се! вознеси се!

Canzone quotidiana

non solo la vita è una puttana
ma anche tu occhio mio anche tu!

non solo l’erba che cresce in modo veloce
e ancora più velocemente appassisce
è un respiro sorprendente
ma anche tu cuore mio anche tu.

non solo il sasso è un uccello senza ali
non solo l’acqua è un’alba incessante
ma anche tu sangue mio anche tu.

una stella cade
e si spegne nella mia ala

oh, innalzati! innalzati!

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Mark Bedin: poesie da “Variazioni in versi” (Controluna 2018)

Variazioni in versi.Bedin3

 

Il cuore mio è tra gli abissi nel più profondo riposto,
e in un vaso in carta dall’interno illuminato sta prigioniero.
Torbido in disgregata mucillagine lo sovrasta l’acqua
del mare, e in stoffa cuprea avvolto, vi si scorge dai
bianchi calici striature di stramonio cosicché più lui
non possa sospirare. E i ginocchi nervati dall’ingordigia
e rosi là dove ancora dei calcagni la pulsione suicida
s’intensifica in un’energia elettrica a eccitare la grigiastra
forma dell’amigdala, giudice ovoidale, io, sputo parole
dal delirio della stomia intestinale punta dai tafani che
con pigrizia scaccio con il palmo della mano.

Come dei polloni che delle cicatrici s’approfittano,
dalle fatidiche condizioni dell’innesco d’un dolore
che non ha motivo, m’accorgo d’un livido interno.
Il verso è un palombaro che s’adopera a rifugio
dalle più estenuanti radiazioni, sebbene coi piombi
alle caviglie, che se volesse disfarsene ne morirebbe
esangue e scarno poiché non avrebbe altra scelta
che tagliarsele o fornace che grida e fischia l’odore
della calcina viva che ascende da fosse scavate
nei campi, nelle quali, con l’utilizzo di un sofisticato
meccanismo di carrucole e corde, vengono gettati
cadaveri e carcasse d’animali.

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I poeti della domenica #294: Bartolo Cattafi, “Nell’atrio, in attesa”

Cattafi in un disegno di @ Luca Crippa nella prima edizione di Nel centro della mano, 1951 http://www.bartolocattafi.it

NELL’ATRIO, IN ATTESA

Rimangono in un mucchio scolorito
rose e urine nell’atrio. Ignoto è il regno,
alba e attesa, crepuscolo di nubi dove Dio
s’annida, come un colombo gutturale.
Oscuro è il regno, ospite nell’atrio
mano incerta e straniera stacca al vento
la lampada incostante, scendila al petto
per leggerci l’epigrafe, sugli occhi
se le statue biancheggiano, se un triste
insetto stria la nostra mente.
L’arpa celeste insiste nelle stanze
tra un biondo cerchio di scheletri e di sedie;
arpa che ancora insisti, uccello
della morte lenta, sul fuoco polveroso.

 

Bartolo Cattafi, Poesie 1943-1979, Oscar Mondadori, 1990

Cristina Zavloschi: poesie da “La bambina appesa al cuore”

La bambina appesa al cuore.Zavloschi3

 

Lacrimile mele în râu se aruncă,
se amestecă cu adânca puritate
a apei,
până ce valul nu se face sfânt
şi mă primeşte în goliciunea mea.
Puterea pe care o primesc din această revărsare
o folosesc să construiesc punţi
prin mijlocul cărora voi fi legată
de curcubeul dumnezeiesc.
Niciodată nu mă voi sătura
să mă întind, liniştită, la marginile cerului,
mireasă drept născută
din pământul înflorit.

Le lacrime mie nel fiume si lanciano,
si mescolano alla purezza profonda
dell’acqua,
fino a diventare onda sacra
che m’accoglie così svestita.
La forza che ricevo da tutto questo fluire,
la impiego nel costruire
ponti con l’arcobaleno divino,
mai mi stancherò a sdraiarmi
quieta ai piedi del cielo,
come una sposa partorita
dalla terra in fiore.

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Gianni Milano: poesie da “Il giardino dei poeti”

 

E con le strade la città è dipinta dal sudato colore
della biacca – naufraghi estivi che Torino insacca
come si fa quand’il maiale è ucciso
e dopo l’assassinio non più grinta sul volto lieto e rosso
com’un culo ma il soddisfatto assetto delle rughe
com’allo scalo merci a mezzanotte – e per le strade
ch’erano truccate com’antiche puttane di Fellini
e mostravano un niente senza scopo
adorno tutt’intorno d’anellini come scimmie cannibali infoiate
e “Basta che t’avvii e il gioco è fatto” ma il Messico
è lontano e non c’è luna “Tutta fortuna tua
tutta fortuna” così che l’insipienza si trasmuta
in rapido passaggio di rasoio che resecò il cordone
e il nastro rosa di una malinconia ch’è fregatura
per darsi a chi non so per darsi e basta – sopra il catrame
e i suoni della festa che raccoglievo a spiccioli
ed in cesta gettavo com’inutile sozzura.

Cicatrici tribali, le lanterne, come mistici viaggi d’Australiani
sulle vie dei Canti e degli Antichi
e pillole di suoni e lampi al neon per un andare dentro al Leviatano
ch’ammicca – e si disgrega la certezza
come torre d’Artù sotto la pioggia.
Demònico esaltato panorama, illusioni di Morte
incerottate da petulanti sistemi di pensiero col Descartes
sul quadrivio a sentenziare “Io rumino ed esisto”
e il resto a mare – il resto che attraversa come lama
il mistero dell’essere vagante,
il nome che si dice cogitante ed intronato sulle feci
esclama “Chi dice che non sono non mi ama”
mentre una parte di quell’io è trasfusa nell’organico incerto
del letame. Quell’Io non c’era
ed anche no il ‘non c’era’: una bolla di nulla eppure vera.

Tra quei dirupi urbani di metallo, enfatici perché
castrato è il gallo, eclissata la luna ed un violetto
fiato di freddo che corre lungo i viali, Immacolata Concepita
stava Madonna Beat, impasto di barriera, nera Kalì,
figliola dell’incontro tra il sogno dei poeti e il manganello,
tra il bisogno di pace e la Questura.
Come Giovanna la papessa, anch’essa
era una voce fattasi leggenda
per la Crociata dei Fanciulli, l’anno
sessantacinque, al secolo che muore.
Svanì come svaniscono i soffioni.
Un giorno s’alzò il vento e fu la fine.
Dall’alto del sentiero degli Amanti, tra Vernazza e Corniglia,
cielo e mare, la scorgo com’icòna aureolata, come Kwannon
seduta trasognata, con gli occhi come quelli di Sirena – al di fuori
del bene e della pena. S’illumina d’un rosso porporino
il fico d’India che mi cresce accanto: fallace è l’operare
di memoria, certezza è per l’istante – il luogo è santo.

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La solitudine orfica di Lucio Piccolo (di N. Grato)

Lucio_Piccolo_nel_suo_studioLa poesia italiana del Novecento annovera autori difficilmente collocabili, irregolari, appartati: il siciliano Angelo Maria Ripellino, il leccese Vittorio Bodini, per non parlare di Dino Campana, Edoardo Cacciatore, Stefano D’Arrigo del misconosciuto Codice siciliano, Lorenzo Calogero, Pino Battaglia, Nadia Campana.[1] Fra questi “irregolari” il palermitano Lucio Piccolo, Barone di Calanovella “scoperto” per puro caso da Montale. Piccolo è poeta del tempo, della solitudine, del paesaggio esteriore figura multiforme, metamorfica e barocca di quello interiore; Lucio Piccolo poeta della luna, come il Recanatese o Vittorio Bodini; del giorno e della notte,[2] dell’acqua e del suo fluire ininterrotto, della luce e del suo correlativo oggettivo nel mondo che è il buio, il cupo, la faccia nascosta d’ogni luna. Lucio Piccolo poeta orfico già nelle raccolte pubblicate in vita,[3] ancor di più in una delle due raccolte postume,[4] Il raggio verde.
Le carte postume di Piccolo assolvono a un compito: esse ci mostrano il metodo di totalità di scrittura che contraddistingue l’intera opera del Barone di Calanovella: non ci si stupirà, infatti, di trovare alcuni versi che riecheggiano certi periodi delle prose, come ne L’esequie della luna, L’orologiaio prodigioso, Il libro, La bussola, L’eclisse nella stanza.[5]
La lirica Il raggio verde, eponima della silloge, mostra il viaggio orfico di un raggio di sole (la poesia) che scompare la notte per riapparire, vivificato dal contatto letificante cogli inferi, nel mattino:

Da torri e balconi protesi
incontro alle brezze vedemmo
l’ultimo sguardo del sole
farsi cristallo marino
d’abissi… poi venne la notte
sfiorarono immense ali
di farfalle: senso dell’ombra.
Ma il raggio che sembrò perduto
nel turbinìo della terra
accese di verde il profondo
di noi dove canta perenne
una favola, fu voce
che sentimmo nei giorni, fiorì
di selve tremanti il mattino.[6]

L’uso del complemento di specificazione, in questi versi, serve al poeta per legare intimamente il soggetto col suo correlativo; il soggetto e il suo qualificante necessitano di una specificazione che infine costituisca un’unità autonoma. Così i sintagmi ultimo sguardo del sole, cristallo marino d’abissi o immense ali di farfalla appaiono come microcosmi dai quali scaturisce l’immagine di una poesia che si muove per scorci ed allusioni. Il sole tramonta nel mare, s’annuncia la notte. Piccolo sente lo scoramento per la morte del luminare mattutino: si riavrà ancora una volta esso dal letargo notturno? Questa domanda, fuor di metafora, nasce dal timore, ingenuo e incalzante, da parte del poeta di poter perdere la parola, il timore che l’afasia letificante imprigioni il dire poetico che s’inoltra nella notte per risorgere, nella parola, al mattino della poesia. Come il sole-Osiride viene ogni notte fatto a brani e costretto a vagare negli inferi, così la poesia ha continua necessità di scorporarsi e ricomporsi continuamente, per dare vita al tessuto lirico del verso. Il “senso dell’ombra” del verso 7 indica la morte ed il suo statuto ontologico inane; la notte è luogo d’agnizioni formidabili, più del giorno che illustra gli oggetti evidenziandone la loro spenta materialità. La notte confonde e infonde nuova linfa poetica agli oggetti: è questo un segnale preciso della poetica del Barone: il raggio perduto nella notte si decompone attraverso il prisma infero della coscienza di Piccolo e risorge, facendosi messo dell’oscurità. La notte di Lucio Piccolo non è oscura, è semmai il momento concreto della composizione, il tempo propizio della ricerca da parte del Barone che aveva letto tous les livres, come disse Montale, nella villa in contrada Vina a Capo d’Orlando, luogo nel quale passava, secondo Vincenzo Consolo, “il meridiano della solitudine”. L’orfismo piccoliano, nutritosi di teorie sulla metempsicosi, di letture esoteriche e di solitudine esistenziale, fa riferimento culturale soprattutto allo Yeats di Una visione: “Lo spirito non è quelle immagini mutevoli, ma la luce, e alla fine riaccende in sé, nella propria purezza immutabile, tutto ciò che ha sentito e conosciuto.”[7] Non a caso abbiamo citato Yeats, autore molto caro a Piccolo e col quale il Barone intratteneva corrispondenza. Il lettore che attraversa col poeta la notte della poesia coglie nella luce del giorno il tramite tra gli inferi dello spirito ed il mondo fenomenico mutabile. Questa prospettiva tutta orfica, di un orfismo più vicino a Rilke e al grandissimo Campana, è simboleggiata dal raggio di colore verde di cui s’accende la profondità-interiorità di Piccolo. Il fine della poesia è la favola perenne, il mito mai morto, lo spazio del sacro nel quotidiano. (altro…)

Marco Russo: poesie da “Il dono di avere vene”

 

Un albero fa mi strattonasti
forte alla radice del tronco.
Ora sono salice versato
nell’arte dell’arrendersi.
E sverno a terra, frugo
fra gli indumenti di neve
il meno impietoso verso le forme
filiformi delle vene.

 

Ho fatto il pieno delle assoluzioni
e ora ti confino fra gli inoffensivi,
ti disinnesco da tempesta a solletico.
Non risalirai la bocca dello stomaco
per ritentare la via del torace.
Morirai nella sede dei pugni
dove imperversasti in nugoli di farfalle.
Sotto la luce interdetta dello sterno
ti dibatterai falena e stella cadaverica.

 

Arrivo con le foglie
e la mia terra mi accoglie
con un vento basso che spazza
le soglie delle case.
Dopo le sfuriate dei mesi caldi
ora vedo ripiegarsi le cime,
flettersi sfinito il mio costato
tutto decorato di intenti infranti.

 

Marco Russo, Il dono di avere vene, Controluna, 2018

 

Marco Russo (Sorrento, 1974) insegna Filosofia nei licei. Sue liriche sono apparse sulla rivista «Gradiva» e in antologie di poesia contemporanea. Ha tradotto e curato il romanzo francese del 1605 L’isola degli ermafroditi (2007), e pubblicato la raccolta di versi Qualcosa ha ancora più fame (2013).

Samir Galal Mohamed, Per approssimazioni (inedito)

Tobia Ciabocchi, Portrait

 

per approssimazioni
abbracciare
l’orifizio
l’altalena
l’incesto
graduale
vincolo
scarto
tirannia
la possibilità
possibilitante
l’agente
sorvegliante
il limite
fuori del limite
l’eventualità del non evento
l’avvento inaccessibile
l’appuntamento mancato
il previsto inaspettato
l’inedito, sempre
l’inaudito, mai.

L’imprescrittibile inavvertibile.
L’improcrastinabile adesso.
L’assenza, nel dopo, del senso:

ancora una volta
reiterarsi

e già sottrarsi

all’ammirazione

all’abbattimento

all’esecuzione.

 

Samir Galal Mohamed (Pesaro e Urbino, 1989) è un poeta italiano di origini egiziane. La sua prima silloge, Fino a che sangue non separi, compare in «Poesia contemporanea. XII Quaderno Italiano» (Marcos y Marcos, Milano 2015). Suoi testi e interventi appaiono regolarmente in riviste cartacee e online. Attualmente vive a Milano, dove insegna filosofia e storia nelle scuole superiori.

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nota di Anna Maria Curci)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone editore 2017

Nel romanzo Il doppio regno, Paola Capriolo fa scrivere all’io narrante, in un diario scritto in un misterioso albergo nel quale si ritrova (accolta? prigioniera? di sé oppure di ‘altre forze’?) queste parole: «A volte scrivo poesie sulla carta da lettere dell’albergo, ma è una definizione impropria: sono quasi sempre coppie di parole che per qualche ragione mi sembrano “far rima” tra loro. L’ultima ad esempio è composta di due soli versi, il primo verso è “ferita”, il secondo “miracolo”. Sono certa che esiste una lingua nella quale si può passare dall’uno all’altro termine, con la semplice aggiunta di una lettera, tuttavia non so perché queste due parole e il loro strano legame mi appaiano così gravidi di significato.»
Questa lingua così distante eppure così vicina, “la lingua lontana” di Alessandro Brusa, nella quale la parola “ferita” si discosta dalla parola “miracolo” semplicemente in virtù dell’aggiunta di una lettera finale, è la lingua tedesca, e il prodigio, fonte di stupore, avviene con le parole “Wunde” e “Wunder“.
Perché questa premessa? Perché leggo In tagli rapidi di Alessandro Jacopo Brusa come compiuta realizzazione di una architettura poetica le cui fondamenta stanno nel cozzo e nell’incontro lacerante e prodigioso di questi due principi: il vulnus perpetrato, ripetuto, innanzitutto sul corpo, e il cammino (passo costante, incursione di ‘pontiere’) nel mondo del meraviglioso.
Lo attestano, come ben scrive Fabio Michieli nella prefazione, le antitesi ripetute, lo attestano quei versi scritti nella carne, tatuaggi e scalfitture sulla pelle, mirabili sintesi di lacerazione e intuizione («dolore scorsoio») lo attestano, ancora, quei richiami a miraggi, illuminazioni e squarci nel deserto, nonché i richiami non solo biblici, ma anche al mondo incantato eppure di primordiale crudeltà e di successiva “Zerrissenheit” – “travaglio interiore” che è stato precedentemente «lo strappo/ che tra le scapole/ toglie vertigine/ ad ogni altezza». Una antitesi-sintesi che va dalle fiabe popolari raccolte dai fratelli Grimm al pure ottocentesco e ancora modernissimo vagare senz’ombra del Peter Schlemihl («all’ombra che non ho») di Chamisso, dei cui mirabili stivali, trovati a portare conforto con l’esplorazione della natura a un’esistenza di perenne emarginazione, privata dell’ombra, si trova una chiara eco in un felice ossimoro: «ma io dormirò sereno/ perché lui mi stringe in/ distanza di sette leghe.» (altro…)

ALESSANDRO MOSCÈ: LA POESIA NEO-LIRICA E UN PAESAGGIO INTERIORE

ALESSANDRO MOSCÈ: LA POESIA NEO-LIRICA E UN PAESAGGIO INTERIORE
(Su Hotel della notte)

di Mirella Vercelli

 

Non conosco personalmente Alessandro Moscè (nato nel 1969 ad Ancona e residente a Fabriano), ma lo immagino passeggiare per i vicoli della sua Fabriano. Dopo aver letto l’ultima raccolta di poesie, Hotel della notte, tradotta in spagnolo e pubblicata in Argentina da Antonio Nazzaro (Colección Pippa Passes, Buenos Aires Poetry), mi è rimasta l’impressione di una lunga consuetudine, un’eco di passi familiari che risuona a distanza di tempo nelle stanze dell’anima. Perché Moscè non è un poeta che si nega, che si nasconde dietro artifici formali, che si arrampica su impalcature improbabili per stupire il lettore e distoglierlo, come accade talvolta in una povertà di ispirazione che può necessitare di sostegni di questo tipo. Il suo è un parlare sottovoce con lo sguardo fisso in qualche punto davanti a sé di un uomo che ha compiuto una personale discesa nel pozzo del dolore e racconta ciò che ha visto, senza necessità di accentuare o sminuire nulla, perché il paesaggio fuori e dentro di sé si lascia facilmente descrivere. Ed è, innanzitutto, il paesaggio di una città che viene in evidenza, tanto che la prima sezione del libro si intitola appunto Di città in città. Sono quadri di vita notturna, lunghi tragitti al buio interrotti da sprazzi di luce gialla di fanali che illuminano scene dove si spendono esistenze in un’assorta solitudine. Bar, per lo più, con insegne esangui che non penetrano la notte da cui sono inghiottite, dove il barista, che lava «i bicchieri infiniti», sembra far coppia con la ragazza del banco di Caproni (Lo scomparso) che «riprende a sciacquare i bicchieri» dopo aver dato vaghe indicazioni all’avventore. La città di Alessandro Moscè è territorio di vecchi che ne soffrono le asperità, che non l’«attraversano più/ dai mattini di ottobre», respinti dal vento, dalla «pioggia di dicembre/ che picchia sui coperchi dei cassonetti», e di giovani annoiati, sempre in procinto di andarsene ma cronicamente incapaci di farlo, la cui ribellione si esaurisce «sulle labbra violacee/ e sugli occhiali da sole/ delle ragazze più belle». (altro…)