fabio michieli

I poeti della domenica #333: René Char/Giorgio Caproni, Les nuits justes/Le notti giuste

Les nuits justes

Avec un vent plus fort,
Une lampe moins obscure,
Nous devons trouver la halte
Où la nuit dira: «Passez»;
Et nous en serons certains
Quand le verre s’éteindra.

O terre devenue tendre!
O branche où mûrit joie!
Le gueule du ciel est blanche.
Ce qui miroite, là, c’est toi,
Ma chute, mon amour, mon saccage.

 

Le notti giuste

Con un vento più forte,
Una lampada meno oscura,
Dobbiamo trovare l’alt
Dove la notte dirà: «Passate»;
E ne saremo certi
Quando il vetro si spengerà.

O terra diventata tenera!
O ramo ove matura la mia gioia!
Le fauci del cielo son bianche.
Quel luccichio, là, sei tu,
Mia caduta, mio amore, mio scompiglio.

 

René Char, Poesie. Tradotte da Giorgio Caproni, a cura di Elisa Donzelli, Einaudi 2018

“Hotel Dieu” di Irene Santori: l’autobiografia degli altri (di S. Piersanti)

«Ma se ti svegli/ e hai ancora paura/ ridammi la mano,/ cosa importa/ se sono caduto,/ se sono lontano?», cantava Fabrizio De André, prigioniero, umanissimo e innamorato in quell’Hotel Supramonte del 1981.
E non meno umana e innamorata, non meno prigioniera, è Irene Santori nel suo Hotel Dieu (Empirìa, 2015, 82 pp., 14 €). Una prigionia, però, che è troppo affine alla libertà per essere sofferta e basta, subita e basta, una prigionia che, in fondo, è quella stessa della vita – della morte: medaglie le cui facce sono sempre interscambiabili, mai distinguibili.
Attingendo alla propria esperienza biografica, carica di date e nomi, d’incontro e di contatto, di facce e di segni tutti umani, la propria esperienza biografica di madre e donna, di amata e d’amante, quindi di figlia e poi di amica, Santori tesse e intaglia frammenti di versi, senza censurare il proprio vissuto e, soprattutto, senza indulgere mai in inutili spiegazioni, falciando via ogni elemento, fosse anche dato “necessario”, che possa indebolire la poesia. Pur lasciando trasparire qui e là l’occasione, ora annotata, esplicita, ora allusa simbolica, Santori si svela e si ri-vela in maniera fulminea, improvvisa, a ogni nuova pagina, costantemente in medias res, senza darci coordinate e senza guida, come se quel vissuto, quel contatto e quell’incontro, quel dolore o quella gioia, quel canto o quell’amplesso, quell’emozione o quel ricordo non possano che essere anche i nostri.

Quartina del giorno prima

bagno le labbra alla tua congiuntiva,
“portala a casa adesso, ciao Gaetano”.
Oh filo d’acqua, fune di saliva,
mio aquilone del mio cuore in mano (p. 59)

Eccolo, dunque, lo specifico stilistico (e linguistico) di Santori: un dettato senza inizio né fine, eterno intermezzo (ogni tanto cadono sulla pagina bianca, o da essa fuoriescono, senza riferimenti e senza esplicite connessioni, alternandosi alle riproduzioni fotografiche delle opere del pittore Vasco Bandini, piccoli sintagmi, lettere clandestine, frantumi di discorso la cui origine, naturale e incomprensibile, ricalca quella stessa della vita), grido o notazione, canto del cigno e al tempo stesso primo vagito. E il poetare si propone allora come un istintivo, ripetuto rimettersi al mondo, ogni volta diverso e però legato a una memoria che più che passato è innanzi-nascita, se le parole hanno la morbida viscosità d’un cordone ombelicale («Semichiusa sulla mia pazienza/ rovesci la lingua nel suo aldilà/ di lemmi morsi// ma io stanotte li ho sentiti/ come acqua uscire dal mio orecchio», p.39), e se l’occhio di Santori, stupito e insieme cosciente, meravigliato e insieme consapevole, sembra fissarsi sulle cose, sui visi, sui corpi e in realtà ne osserva l’ombra e l’impronta, l’odore e la traccia: la scia che chissà da quanto esiste, chissà da dove viene:

Autoritratto

volto della preda
poggiata verso
le scuciture,
mi guardi inetta mandorla
appena prima del sasso

e da lì
a tratti albeggi
mio sogno quadrisillabo,
nonverde
nonvedente
avanticristo (p. 10)

Tutto, così, si tiene, tra scosse e sussulti, frane e ricongiungimenti (della lingua e del pensiero – dell’essere: «a me a me almeno/ almeno un amen,/ una mano lungamente a pelle;/ nome, vena della mia suzione,/ vengo a emmaus da gerusalemme;/ emme enne elle a/ emanuela/ emofilia/ ema a me/ meno/ m/ ale», p.26), in una condizione di costante precarietà che s’affaccia alla mente del lettore talmente, però, famigliare, da risultare in definitiva totale stabilità. Come la Terra ormai spaccata ma che in sé mantiene ancora e ancora i segni della Pangea, Hotel Dieu è così il tutto e le sue parti, linea di confine e continente. Trapasso e nuova vita:

Allora vedo chiaramente,
risalire su dai pozzi le bambine
bruciate vive dai fidanzatini
e scendere per me dal ronzio delle lune
il sovrano imperio dei tafani
che strofinano le zampe seghettate sui portali,
soffiano
e asciugano il colore, soffiano
emanano decreti:
“vietato mettere
le maglie di lana ai defunti…” (Dal greco, p.18)

E se Santori, poi, non ha problemi nel coniugare l’infinitamente complesso (la tradizione biblica: «eis ton/ kolpon Abraam», p.19) e l’infinitamente semplice (il petèl di una bimba: «Àmina mia àmina tanta/ reggi il buio in questa stanza…», p.29; o il rock dei Nirvana: «hello, hello, hello, how low?», p.35), allora si compie sul serio, questo gioco di opposti e di cesure, di sovrapposizioni e identificazioni: una privatissima autobiografia si trasforma nella più pubblica delle dichiarazioni e lei, la poetessa che scandisce “io”, ci si mostra infine per quello che davvero è: una sineddoche dell’intera umanità.
Noi, così, umani di ieri di oggi di domani, di sempre o di mai, ci ritroviamo, al di là del tempo e della storia («mano mano/ nati adulti rientriamo/ nella mona di abramo», da Tutt’uno, p.55), ospiti di questo Hotel Dieu, e non sappiamo come, quando ci siamo entrati, quale stanza occupiamo, se è camera ardente o sala parto, da letto o sagrestia, stanza degli specchi o degli orrori.

E come posso annuisco,
lenta affluente,
mallo che stinge,
a seconda, innocente,
che l’orlo esonda o deglutisce (p. 71)

Ma ormai ci siamo, e ci restiamo, e non possiamo uscire: ogni corridoio porta ancora dentro, ogni pagina è di nuovo ingresso. Soprattutto l’ultima, ché Hotel Dieu inizia davvero, come tutti i grandi libri, quando finiamo di leggerlo.

© Sacha Piersanti

EGON SCHIELE FRA EROS E THANATOS (di G. Scocchera)

EGON SCHIELE FRA EROS E THANATOS

di Giangiacomo Scocchera

A Sonia, in memoriam

L’articolo che qui si presenta vuole essere un invito alla conoscenza di uno dei più grandi artisti del Novecento, il pittore e grafico espressionista austriaco, Egon Schiele, morto a soli 28 anni di febbre spagnola il 30 ottobre 1918, due giorni dopo il decesso della moglie Edith Harms, al sesto mese di gravidanza. Schiele è poco noto in Italia, solo negli ultimi tempi, ma sempre in modo limitato e specialistico, sono comparsi studi sulla sua arte e sulla sua tormentata esistenza, in concomitanza, soprattutto, con la celebrazione del centenario. Ho qui trattato di una via di accesso di sicuro fascino e interesse, quella che riguarda l’aspetto più sconvolgente e rivoluzionario della sua arte: l’incontro-scontro fra Eros e Thanatos, l’amore e la morte, due diverse visioni dell’esistenza che si incontrano, si cercano, si respingono, in un complesso gioco di figure specchiate che avevano sconvolto l’io dell’artista, sino a destrutturarlo e sdoppiarlo. Schiele, meglio di altri artisti del suo tempo ha rappresentato questa sconvolgente realtà, questo scontrarsi di sentimenti cercando nel profondo dell’animo umano e rappresentando la sua immagine interiore. Innanzitutto lavorando su se stesso con il mezzo dell’autoritratto e del corpo nudo, esposto ad essere scarnificato, martirizzato, deformato: un corpo che rifiuta il bello e il decorativismo secessionista del ’padre’ Gustav Klimt, dal quale anche Schiele aveva preso le mosse contrapponendosi all’ingessata perfezione formale accademica, per poi proseguire un personale percorso che lo aveva portato non a figurare ciò che si vede, la superficie dei corpi, ma ciò che è nell’animo tormentato, facendole emergere attraverso deformazioni spastiche delle figure, alterazione delle espressioni del volto, rappresentazioni patologiche dell’io malato. Il decorativismo aureo e simbolico dello Jugendstil, la visione onirica, estatica, dei corpi di Klimt, sono aspetti che non possono più appartenere a Schiele, la stessa donna che tanto posto trova nell’immaginario di Gustav, non è quella delle sue linee flessuose, pesciformi, sinuose, immerse in un liquido primordiale, non ha la carne sensuale e dorata, non si mostra nel volto crudele delle Giuditte assassine, castranti, con le loro dita artigliate, con la loro vagina dentata; nemmeno è la donna segreta, riprodotta nell’estasi autoerotica delle lunghe dita arpeggianti, dei disegni proibiti; la donna di Schiele è altra cosa, la sua è carne ammassata, il volto è legnoso, deformato, macchiato, il corpo nudo non ha sensualità né perdite mistiche, è un corpo abbandonato a se stesso, non è visto dentro l’intimità dell’alcova, ma quasi sul piano di marmo dell’obitorio. Quello che vuole mostrare Schiele è la consapevolezza della perdita del centro, il perdersi alla deriva, l’angosciosa essenza del male di vivere, la tormentata esistenza dell’uomo contemporaneo che si trova di fronte alla catastrofe di una cultura, di una civiltà: la fine dell’imperialismo asburgico, del mito dell’Austria Felix. Nei suoi dipinti più significativi e sconvolgenti, il pittore abbandona ogni remora, squarcia il velo del comune e ipocrita senso del pudore, sceglie un nudo radicale e apparentemente scandaloso per mostrarsi e mostrare la propria personale tragedia che è poi la tragedia di tutti. Schiele è disposto ad esporsi, ad accettare il martirio, a sacrificarsi come un Cristo malato e agonizzante. Dipingendo il manifesto della mostra alla Galleria Arnot, del 1915, con L’artista come S. Sebastiano,[1] Schiele abbandona tutta la tradizione classica e, provocatoriamente sostituisce il nudo eroico del Santo con una figurazione vestita ed un volto perduto nell’estasi del dolore che le frecce che lo penetrano, gli procurano. Come Antonin Artaud che non ha avuto timore, rinchiuso in manicomio di auto-raffigurarsi con un volto tagliuzzato, scarnificato, cancellato, Schiele ha mostrato la sua anima lacerata, ha inciso la carne col pennello-bisturi, ha tolto il superfluo, ha fatto emergere l’angoscia del vivere. Il regime di Schiele è un regime notturno, rispetto a quello diurno di Klimt, un simulacro di morte, rispetto a quello del felice sonno di Gustav.

L’ultimo dipinto di Egon è La famiglia,[2] un olio realizzato nel 1918. Si tratta di una ri-elaborazione del modello tradizionale della Sacra Famiglia cristiana, dove qui la rinnovata famiglia borghese si mostra nella sua scarna nudità e nella sua incompletezza ( il figlio seduto in basso non nascerà mai, la sua presenza fra le gambe semiaperte della Grande Madre posta accovacciata al centro è la figurazione di un desiderio ), nella sua costruzione piramidale con il pater familias in alto in posizione dominante, ma con una espressione non partecipe, quasi distaccata ed estranea; ma l’estraneità è generalizzata nel dipinto: nessuno guarda l’altro, nessuno dei due genitori guarda il bambino, come se la scena fosse l’immagine di una prossima assenza. Sebbene il padre è un autoritratto nudo di Egon, la madre in basso non è Edith Harms, forse perché già malata e debilitata, e il figlio atteso e ancora non nato è forse un desiderio trasmesso dall’immagine del nipotino e allora è chiaro e struggente il dolente finale della poesia di Georg Trakl: la guerra che tutto distrugge, anche i desideri: “Oh lutto orgoglioso! Altari di bronzo, un immenso dolore nutre, quest’oggi, la fiamma cadente dell’anima, i non nati nipoti”.[3]

(altro…)

Antonella Palermo, La città bucata (rec. L. Manzi)

Di La città bucata, di Antonella Palermo, mi ha molto colpito il rigore compositivo dei testi ridotti alla loro scarna sostanza; tanto da riportarmi alla mente, per esempio, certa poesia di Cattafi o di Sinisgalli. Trovo perciò congruente, nei Ringraziamenti, il richiamo al metodo de «l’attesa, il millimetro, l’essenziale. Lo scarto da lavorare, quello da buttare» che dovrebbero appartenere a chiunque voglia cimentarsi con la scrittura poetica, ma che invece sono impegno sempre più raro in chi preferisce essere vezzeggiato dalla propria enfasi e inautenticità.
Un testo della raccolta che ho trovato emblematico in tal senso è:

Dovemmo rallentare l’auto
su strada interpoderale,
dovemmo immischiarci
a processione in corso
col tabernacolo caldo
sotto il manto dorato.

Lontano, sotto un olmo,
le puttane riavvolgevano la luna
nei collant…

dove sacro e profano, sublime e volgare, leggerezza e grevità si uniscono nel vero poetico e offrono un punto di vista che sollecita, allo stesso tempo, emozione e riflessione, senza voler trasmettere null’altro se non ciò che viene percepito all’istante per poi essere affidato al lettore attraverso subitanee condensazioni e lampi rivelatori. (altro…)

I poeti della domenica #332: Niccolò Tommaseo, La mia lampana

 

La piccola mia lampa
.  Non, come sol, risplende,
.  Né, com’incendio, fuma;
.  Non stride e non consuma,
Ma con la cima tende
.  Al ciel che me la dié.

Starà su me sepolto
.  Viva, né pioggia o vento,
.  Nè in lei le età potranno;
.  E quei che passeranno
.  Erranti a lume spento,
.  Lo accenderan da me.

 

da Niccolò Tommaseo, Poesie [1872], a cura di Simone Magherini, Società Editrice Fiorentina, p. 133

I poeti della domenica #329: Giuseppe Ungaretti, Terra

Ungaretti con la gatta Kiki, regalo di Moravia
(L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Terra

Potrebbe esserci sulla falce
Una lucentezza, e il rumore
Tornare e smarrirsi per gradi
Dalle grotte, e il vento potrebbe
D’altro sale gli occhi arrossare…

Potresti la chiglia sommersa
Dislocarsi udire nel largo,
O un gabbiano irarsi a beccare,
Sfuggita la preda, lo specchio…

Del grano di notti e di giorni
Ricolme mostrasti le mani,
Degli avi tirreni delfini
Dipinti vedesti e segreti
Muri immateriali, poi, dietro
Alle navi, vivi volare,
E terra sei ancora di ceneri
D’inventori senza riposo.

Cauto ripotrebbe assopenti farfalle
Stormire agli ulivi da un attimo all’altro
Destare,
Veglie inspirate resterai di estinti,
Insonni interventi di assenti,
La forza di ceneri – ombre
Nel ratto oscillamento degli argenti.

Il vento continui a scrosciare,
Da palme ad abeti lo strepito
Per sempre desoli, silente
Il grido dei morti è più forte.

 

da Il Dolore (1937-1946), in Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura e con un saggio introduttivo di Carlo Ossola, Mondadori, “I Meridiani” (I edizione), 2009, p. 278.

Michela Zanarella, “Le parole accanto” (rec. di G. Albi)

Parole dense, che diradano la nebbia interiore, accompagnano accanto la poetessa nel più significativo dei viaggi: il nòstos a Itaca. Si tratta infatti di un commosso, ma contenuto, tributo alle sue origini padovane, a quel grembo di cielo che vide i suoi natali, quando suggèva, infante, il latte materno, cominciando a tessere la rete affettiva che in modo indissolubile la lega alla madre, fonte di vita pullulante di energie sempre rinnovantesi, ragione di esistenza e giustificazione di un senso su questa terra. Eterno femminino incarnato da Zanarella, che fa parte di un catena umana che accoglie con vigile sentimento l’eredità che le proviene dalla madre, la quale si staglia nei versi immensamente materna, capace di raccogliere il grido di dolore di essere nel mondo della bimba che muove i suoi incerti passi. Una madre, con cui simbolicamente ha intessuto un rapporto atavico, ma tardivamente riconosciuta come il tòpos dell’affettività più intensa:

Vengo a respirare
dai tuoi confini lontani
e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito
io che ti ho sentito madre troppo tardi
terra impastata nella nebbia
fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo.

In questo viaggio à rebours la poetessa ritorna all’Uno da cui siamo generati e, respirando il respiro della madre, ritrova l’Amore che sfugge a ogni categoria interpretativa, in quella terra padovana immersa nella nebbia e in competizione col reo tempo che trascina via le vestigia lasciate a fatica dall’uomo.
L’essere oggi poeta e donna di grandi soddisfazioni, con ambiti riconoscimenti e fama internazionale, non esime Zanarella da questo bisogno umano, troppo umano, di cercare nel passato le radici della sua esistenza. Sappiamo che ragionare all’indietro è un azzardo e che, mediamente, l’uomo si acconcia a vivere un quotidiano, che anche se non soddisfa, certo consola; ma Michela, al pari di una poetessa greca, tutto osa e sopporta, con incedere netto e schietto, lontana da manierismi e sentimentalismi. Dicevo all’inizio che il suo è un tributo commosso, ma contenuto, alle sue origini; niente di più vero. Rigore etico e chiarezza del verso accompagnano la poetessa nel più nobile viaggio interiore, il ritorno alla fonte. Parole ornate, ma che non cedono mai agli eccessi, alle seduzioni, lì pronte a trascinare il lettore fino alle lacrime. Nessuna caduta nel terreno scivoloso del trito e consunto; verso che tuona, ma non suona. Parole sonore, direi, che rimbombano nell’etere e arrivano dritte a colpire il sentimento del lettore sensibile che si sente portato per mano dal nitore del verso. Dico, per inciso, che oggi l’essere poeti si confonde con la cripticità delle parole o con versi eccessivamente brevi con a capo continui che spezzano la comprensione; in Michela questo è totalmente assente. Leggo un in medio stat virtus con strofe ben costruite, versi bilanciati e parole misurate che consentono la comprensione del ragionamento sotteso e dei sentimenti emersi o emergenti. (altro…)

I poeti della domenica #325: Alessandro Fo, Fuori Monaco

Fuori Monaco

Visitando il Lager di Dachau
una mattina di pioggia
(come ci appare giusto),
qualcosa ha congelato
come in un museo le enormità
che segnarono il luogo.

Tutto è silenzio e incredibile pace,
dove aguzzini e cani macinarono
persone come noi.

Ma noi, sotto l’ombrello,
nel freddo, noi con fotocamere e audioguide,
siamo turisti
se pur disorientati.
Venuti qui forse a rendere omaggio
a fare meno vala la memoria,
trarre incentivo a insistere
nel denunciare un male che ora da qui sembra avere sloggiato,
subdolamente lasciando di sé
un ricordo annacquato,
disciplinato, sottomodulato,
fra i grandi alberi, i viali ordinati,
il verde, le garitte, i memoriali
del grande inferno ingoiato dalla Storia.

Poi ci accalchiamo alla fermata, preoccupati
che il bus di linea non ci carichi tutti,
pronti a saltarci sopra ad ogni costo,
anche passanto davanti a qualcuno.

 

da Esseri umani, L’arcolaio 2018

Claribel Alegría un anno dopo

Poesie da Voci, Samuele Editore. Traduzione di Zingonia Zingone e Marina Benedetto

La voz del riachuelo

Vuelvo hacia el mar
allí nací
y me acogió una roca
cuando salté a la tierra.
Bajo despacio
me detengo en el musgo
en las flores silvestres
bajo en busca del río
que me devuelva al mar.
Mi vecino
el torrente
no sabe que yo existo
brama
salta
llena cauces
estalla
como yo busca el río
disolverse en el río
que me devuelva al mar
porque el mar nos espera
porque el mar es la cuna
porque somos el mar.

.

El cangrejo ermitaño

Llega desde lejos
mi escritura
es ancestral
austera
me invita a esculpir
en la arena mojada
obedezco
me hastío
y no comprendo nada
y sigo haciendo signos
y abro un agujero
y me escondo
y me duermo
pero vuelve la voz
que me conmina
esa voz que me empuja
y que quizás un día
me conduzca al origen.

.

Escapes

A menudo me escapo
al reino de las sombras
entre ellas camino
con soltura
su silencio me incita
a que vuele mi voz.
No sucede lo mismo
a mi regreso.
A veces
mientras converso
con amigos
vacilo
atiendo
callo
adivino las llagas
que mis palabras-dardo
podrían levantar.

.

 

La voce del ruscello

Torno verso il mare
è lì che nacqui
mi accolse una roccia
quando saltai sulla terra.
Scendo piano
mi trattengo nel muschio
tra i fiori selvatici
scendo a cercare il fiume
che mi riporti al mare.
Il mio vicino
il torrente
non sa che io esisto
brama
salta
riempie canali
scoppia
anche lui cerca il fiume
dissolversi nel fiume
che mi riporti al mare
perché il mare ci aspetta
perché il mare è la culla
perché siamo il mare.

.

Il granchio eremita

Arriva da lontano
la mia scrittura
è ancestrale
austera
mi invita a scolpire
sulla sabbia bagnata
obbedisco
mi infastidisco
e non capisco niente
e continuo a fare segni
e faccio un buco
e mi nascondo
e mi addormento
ma torna la voce
che mi comanda
questa voce che mi spinge
e che forse un giorno
mi condurrà all’origine.

.

Vie di fuga

Spesso me ne scappo
nel regno delle ombre
con scioltezza
cammino tra di loro
che silenziose spronano
della mia voce il volo.
Non accade lo stesso
al mio ritorno.
Talvolta
mentre parlo
con gli amici
vacillo
attendo
taccio
indovino le ferite
che le mie parole-freccia
potrebbero aprire.

.

I poeti della domenica #322: Mariangela Gualtieri, Sento il tuo disordine…

Sento il tuo disordine
e lo comparo al mio. C’è
somiglianza. C’è lo stesso slabbro
di ferite identiche. C’è tutta la voglia
di un passo largo in una terra
sgombra che non troviamo.
Sento il tuo respiro schiacciato
lo sento somigliante
ti sento piano morire
come me che non controllo
l’accensione del sangue.

Anch’io cerco una libertà che mi
sbandieri, una falcata
perfetta, uno stacco d’uccello
dal suo ramo, quando si butta
improvviso e poi plana.

 

Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso, Einaudi, 2006

Tutti i post di Natale #10: Francesco Sassetto, Xe sta trovarse

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 

Saper raccontare l’amore nel moto delle piccole cose, dei minimi, gesti; saper raccontare l’amore non innamorato di sé, ma quel sentimento vero che mette alla prova chi ha già vissuto l’esperienza d’amore e ora la vive con nuova forza, anche con entusiasmo, sicuramente con maggiore consapevolezza, superando le difficoltà quotidiane che tolgono tempo all’amore. E così il sentimento si ritrova negli oggetti, nelle pietre e nelle rincorse di calle in calle, in quella città che troppo spesso per cliché fa da sfondo all’amore: Venezia. Ma Francesco Sassetto è veneziano, e Venezia non è uno sfondo, come sa chi di Sassetto ha letto le poesie di Stranieri (Valentina Poesia, 2017); la città è pulsante quanto il sentimento d’amore, e lo è sin nella lingua scelta per queste poesie, quel dialetto veneziano vivo e ancora vivace, scelto nella sua variante più contemporanea, perciò sfrondato di ogni vezzo letterario; quel dialetto che immediatamente fa pensare alla poesia del muranese Andrea Longega.
Solo sette poesie compongono Xe sta trovarse (Samuele Editore, 2017), la più recente pubblicazione di Francesco Sassetto; un piccolo ciclo, un minuto canzoniere d’amore. Una ‘catena’ di componimenti d’amore che raccolgono in sé la profonda conoscenza del genere erotico da parte del poeta, che non ha certo bisogno di presentazioni.
In anni di poesia preconfezionata, e pronta a dire al lettore (quale?) ciò che vuole o vorrebbe sentirsi dire, poesie come queste danno l’idea di un altro versante della poesia che vede ancora il poeta disposto a spogliarsi di ogni abito e raccontare, testimoniare in versi la vita per ciò che è, non nascondendo qualche desiderio per il futuro, perché l’amore è anche un continuo guardare avanti, proiettare sé stessi in quel domani infinito, tempo dilatato dell’amore. Ma Sassetto ci tiene ancorati al presente, ci chiede – perché l’ha chiesto a sé prima che agli altri – di guardare il quotidiano con gli occhi di un innamorato maturo, e chiede di ascoltare le parole scarne di quest’amore, che non inventa immagini memorabili; no!, si àncora ai gesti minimi che valgono più di un “ti amo” abusato, perché il poeta porta sulla carta l’amore quasi insperato, quello che colpisce due adulti che per un attimo, forse, prima di incontrarsi, avevano anche smesso di credere che la vita – o il fato – avesse riservato loro un nuovo dardo, e che ora si sono messi a costruire il proprio domani con quelle pietre che calpestano ogni giorno per rincontrarsi nelle proprie stanze. È un sentimento reale, domestico (mi si passi il termine), questo raccontato da Sassetto; un sentimento nel quale non è difficile ritrovarsi un po’ tutti.

© Fabio Michieli

Xe sta trovarse

par caso o chissà, xe sta vèrzar un buso
fra grumi de spini e bronse ancora
infogàe, rifarse, ris-ciàr, lassàr
le cale da far ogni giorno vardando le pière
el vodo de le sere senza man né parole,
la tristessa ingropàda ne l’ànema
come ’na sorte
un destìn inciodà dentro in gola.

E contarse a tochi, a bocòni, sinquant’ani passài
ne l’ora che i bar se destùa, le ombre se slonga
e coverze i oci, le man se serca
par dir qualcossa che la vose no dise.

E po’ métar pian un matón sora l’altro e semento
e védar che tien, che vien su
e ’ndàr insieme par i campi
svodài de un genaio ingelà, tra basi e barufe,
e ’ndàr vanti, scampàr indrìo e po’ ’ncora vanti

e ’na to magiéta nel comò a casa mia gera za el sogno
belo de ’na vita nova che ciapava fià, ’na promessa
par tuti i giorni a vegnìr
tuto el tempo che resta.

E ti ridevi alòra e ridevo anca mi come ride
i putèi a ’na festa.
E desso mi e ti a caminàr su la Riva a vardàr
le Grandi Navi che passa e i foresti
che ride e ghe fa le foto, ’sta nostra cità
desfàda da la furia de i schèi

e tornàr casa par le cale sconte, le man strete
ne le man a no pèrdar i passi nel scuro,
tegnìrse saldi qua che tuto bala imbriàgo

ma a volte se verze slarghi impensài
che s-ciàra i oci de luse improvisa
e te dise la strada
come solo la vita sa far.

È stato incontrarsi
per caso o chissà, è stato aprire un varco/ in un groviglio di spine e braci ancora/ roventi, rifarsi, rischiare, lasciare/ le calli da fare ogni giorno guardando le pietre/ il vuoto delle sere senza mani e parole,/ la tristezza avvinghiata all’anima/ come una sorte/ un destino inchiodato nella gola.// E raccontarsi a pezzi, a brandelli, cinquant’anni passati/ nell’ora che i bar si spengono, le ombre si allungano/ e coprono gli occhi, le mani si cercano/ a dire qualcosa che la voce non dice.// E poi mettere piano un mattone sull’altro e cemento/ e vedere che tiene, che sale/ e andare insieme i campi/ svuotati di un gennaio di gelo, tra baci e litigi,/ e andare avanti, scappare indietro e poi ancora avanti/ e una tua maglietta nel comò a casa mia era già il sogno/ dolce di una vita nuova che prendeva forza, una promessa/ per tutti i giorni a venire/ tutto il tempo che resta.// E ridevi allora e ridevo anch’io come ridono/ i bambini a una festa.// E adesso io e te a camminare lungo la Riva, a guardare/ le Grandi Navi che passano e i turisti/ che ridono e fanno le foto, questa nostra città/ disfatta dalla violenza del denaro// e tornare a casa per le calli nascoste, le mani strette/ nelle mani per non perdere i passi nel buio,/ tenerci saldi qui dove tutto ondeggia ubriaco// ma a volte s’aprono spazi impensati/ che schiarano gli occhi di luce improvvisa/ a dirti la strada// come solo la vita sa fare.

(altro…)

I poeti della domenica #317: Umberto Saba, Il canto dell’amore

IL CANTO DELL’AMORE
(Una domenica dopopranzo al cinematografo)

Amo la folla qui domenicale,
che in se stessa rigurgita, e se appena
trova un posto, ammirata sta a godersi
un poco d’ottimismo americano.

Sento per lei di non vivere invano,
di amare ancora gli uomini e la vita.
E le lacrime salgono ai miei occhi,
e mi canta nel cuore una canzone:

«Di’, non ricordi una maglia arancione,
e dello stesso colore un berretto,
che la faceva simile a un’arancia?
Di’, non ricordi la piccola Erna?»

È ancora viva la piccola Erna;
anzi è più viva e più allegra d’allora.
Io la credevo altrove, e qui non sola
la vidi, e in compagnia per la non bella.

«Ero – mi disse poi – con mia sorella
e col suo sposo.» Ed io non t’ho creduto.
O buona, o cara, o piccola bugiarda,
mai t’ho creduto. E di crederti ho finto.

Fummo, un poco, infelici. E quando estinto
lo credi, il cuore a battere ritorna.
E mai non batte così come quando
a lui morto cantavi un miserere.

Non sono cose dolcissime e vere
che ho dette? E non son forse io un solitario?
Ed un poeta? E insieme anche qualcosa
d’altro e di meglio? Or questo a che mi vale?

Se questa folla qui domenicale
mi fosse estranea, mi fosse remota,
un cimbalo sarei che senza grazia
risuona, un’eco vana che si perde.

 

da Cuore morituro, ora in Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara. Introduzione di Mario Lavagetto, Mondadori (‘I Meridiani’), 1988