fabio michieli

I poeti della domenica #366: Annamaria Ferramosca, “errore: non essere rimasti accanto al fuoco di fila…”

 

errore: non essere rimasti accanto al fuoco di fila
con occhi di cane a implorare o – muso in alto – ad abbaiare

urgenza del mutare
un grido-scheggia che trapassi la retina
apra varchi inattesi
un tempuscolo stabile del coro
torre inattaccabile dove
le lingue si traducono solo sfiorandosi

così i fallimenti possono mutare
in categorie di seduzione
come la catena trasmessa dal seme al frutto
nonostante il marciume     il trambusto dei rami

 

 

Annamaria Ferramosca, Ciclica, La Vita Felice 2014

I poeti della domenica #365: Tommaso Di Dio, “Questo sole che sbatte…”

 

Questo sole che sbatte
sulle impalcature a mezza via; scarno
sistema di tubature e plastiche, pratiche
d’umana ascesa. Pochi giorni dopo
di nuovo l’inverno deriva
la mia faccia dal cemento inerte
e sono tutti gli alfabeti ordini
ordigni; foglie cadono assalti
le parole esplodono
e sono cera pasta biologia, e non tengono
decadono. E allora t’alzi; e ricominci.
Insisti fin che dura questo male
scrivere
le cose che passano.

 

Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, LietoColle, pordenonelegge, 2014

Andrea Longega, “Atene (venìndo zo dal Licabéto)”. Tre poesie

 

Te fa strada i cardelini
venìndo zo dal Licabéto…

Atene che da in alto ti vedevi
bianca e sterminada
desso da novo se te mostra
grigia, e sui muri tuta scrita

oh, i mii amati marciapìe, róti
da la forsa granda de le raìse!

i treni sferaglianti
che passa – meravégia!
propio dentro l’agorà.

Ti fanno strada i cardellini / scendendo dal Licabetto… // Atene che dall’alto vedevi / bianca e sterminata / adesso di nuovo ti si mostra / grigia, e sui muri tutta scritta // oh, i miei amati marciapiedi, rotti / dalla forza grande delle radici! // i treni sferraglianti / che passano – meraviglia! / proprio dentro l’agorà.

 

Sterminata Atene sì
ma basta improvisa a na girada
qualche tòla messa un poco
in salita, sóto un rampicante
e tre vèci sentài a parlar forte
che xe subito paese, isola,
piasséta co in mezo un platano
(la so ombra larga che te salva)

e butando svelto ’l ocio tra casa
e casa, ti te stupissi anca de no véder
stréto tra i do muri e belissimo
el mar.

Sterminata Atene sì / ma basta improvviso ad una svolta / qualche tavolo messo un po’ / in salita, sotto un rampicante / e tre vecchi seduti a parlare forte / che è subito paese, isola, / piazzetta con al centro un platano / (la sua ombra larga che ti salva) // e sbirciando veloce tra casa / e casa, ti stupisci anche di non vedere / stretto tra i due muri e bellissimo / il mare.

 

Vorìa anca dir de nòte
el Partenon illuminà

ma no riesso
a dirlo –

proprio come
in sìma de la riva

le luci e l’aqua
a Ponte de la Dogana.

Vorrei anche dire, di notte / il Partenone illuminato // ma non riesco / a dirlo – // proprio come / dal bordo della fondamenta // le luci e l’acqua / a Punta della Dogana.

 

Andrea Longega, Atene (venìndo zo dal Licabéto), n. 9, «Qui e altrove. Manifesti di poesia contemporanea», Ronzani Editore 2019

Mattia Tarantino, poesie da “Fiori estinti”

 

Fiorire

Dolore di fiorire questo cardo
che collassa nella luce.

 

Nella torre

Nella torre la lingua mi respinge
al precipizio della sillaba e fa polvere
del nome, sbriciolando
l’inverno che abitò la terra santa.

Ora le vie del canto sono aperte:
vengano i fiori e tutte le creature
a sputare sui miei versi; accorrano
alla soglia innominabile che al buio

dal buio accede e sta sventrando.

 

La terra del verme

Allora donatemi
il cerchio e la croce. Non temete
questa parola che nasce
in altri mondi, dove nerissimi
gigli affliggono e azzannano.

Amate anche il canto
finale del passero; le astuzie
che nutrono i morti. Altrove
è la terra del verme, ma solo
al di qua può regnare col cuore.

Prima che carne nient’altro
che carne nutrì il fiore ossuto.
Prima che acqua nient’altro
che acqua devastò la mancanza
di forma: tutta loro è la colpa.

Ecco, amate
ostinati la grazia, le impervie
vie della sorte e mai, mai
la sciagura dello stare.

(altro…)

Franco Costantini, Cinque poesie da #Scorporare

 

L’occhiata bieca sotto
.                         le impalcature
incontra la mia immagine residua
in cerca di caffè
e gli operai afgani
.                             nel cortile.
La tua dolcezza è pure un imbarazzo
e certo
in qualche modo
turbine e gomitolo.
Lascia al gioco il tempo che si deve
e non si sfila.
Rimane un’accortezza
la mela nella gabbia
il mestolo nel freezer.

Per i topi anche
alternavamo le uccisioni
per spartire gli anni
e le domande che ci porranno
in Purgatorio.
É un chiasmo il tuo sorriso
e ai bordi l’essenziale:
ricaduta dei miei occhi sul tuo autunno
passato, prossimo
ma mai attuale.

 

 

Il sole ci ha disintegrato i giorni
non è più lo stesso, neanche lui.
Tutti i sogni mi sono
.                   equidistanti
e io sto in mezzo
.                       e vado avanti
e loro tutti insieme a me
senza alcuna familiarità.

Non credevo che il mio tempo
ti venisse incontro.

(altro…)

I poeti della domenica #358: Valentino Zeichen, Et in Arcadia ego

[Valentino Zeichen, foto di Uliano Lucas]

Et in Arcadia Ego
(Guercino)

È incontinenza speculativa dei pastori arcadi
dischiudere fra gli arbusti i sentieri del bosco;
scostare le poetiche fronde d’alloro e
danneggiare la pittura nella concitazione
pur di confrontare orme filosofiche;
imbattersi non nel solitario cinghiale
ma nell’apparire di un inatteso belvedere.

Alla vista, una fronte ripida,
dove spericolati pensieri salivano
in cima alle vette del sapere
affrontando vertigini morali
e gravi pendenze lì
spazia la mosca e alloggia
nelle vuote orbite oculari.
Sul piedistallo sosta un ratto,
disinvolto interlocutore del teschio;
nel loro fitto scambio di vedute
si intravedono i prototipi
della chincaglieria romantica.
Al cospetto dell’allegoria
i pastori s’ingannano d’apparenza;
sulla bilancia degli indizi
eludono la tara innaminabile
e propendono per la mite illusione
che trattasi di “natura morta”.

 

Valentino Zeichen, Pagine di gloria [1983], ora in Poesie 1963-2014, Mondadori 2017

I poeti della domenica #357: Valentino Zeichen, Il ventaglio di Leonardo Da Vinci

[Valentino Zeichen, foto di Dino Ignani]

Il ventaglio di Leonardo da Vinci

Quale stravagante
fa la sua apparizione
la pratica empirica
che indaga nel molteplice
dispiegando il ventaglio della natura;
la quale non sottende altro
che stratigrafie di fenomeni;
nell’insieme pare disinteressarsi e neanche
celare dispettosamente ai pregiudizi
il “principio universale ricercato”.

Fra le stecche divaricate
della ruota del pavone
si ammira lo spiegamento del mondo
che corrisponde alle ancora approssimative
branche della scienza
i cui neonati artigli
impediranno alla longa manus
della controriforma
di richiudere del tutto il ventaglio
aperto da Leonardo.

 

Valentino Zeichen , Pagine di gloria [1983], ora in Poesie (1963-2014), Mondadori 2017

Martina Campi, Quasi radiante

Martina Campi, Quasi radiante. Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Sonia Caporossi, Tempo al libro 2019

 

Deserto anacoluto

I

Io l’attendevo la pioggia purché facesse
da sé tutto il nero scompiglio
di cielo severo, pomeriggio inflessibile
lucido viscerale e disperato,
per i fondi bucati nelle giacche,
gli aggettivi, eccetera
ossa, che avevano gettato la spugna.

II

La fine frusta di una sera
al confine, a fare il nulla
e sembrarsi confusi
da strozzarsi la gola,
per osmosi
carne defunta
nei rimorsi a porta aperta.

III

Tenevo il tempo al collo
solo per vedere l’alba
e scesi io stessa
nel giardino soffrendo d’aria,
l’ombra dei (mai) nati (mai) morti
non ancora impossibile,
tanta solitudine.

(altro…)

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

Marco Barbieri, Tre poesie

 

Mi sono chiesto se mi fosse mai capitata la sventura
e se avessi dovuto augurarmelo:
la soluzione al primo quesito è chiara,
lo stesso non vale per l’altra. Vorrei sapere
se per ogni male che mi viene risparmiato
il corrispondente è arrecato al mondo
nella sua più minuscola piega,
se l’essere più infimo alza un lamento
a causa mia. Forse il vero male morale
sta nel non volersi rispondere ad alcun costo.

Così faccio del mio discorso un amuleto pagano
che non mi porterà alcuna salvezza, solo un sollievo
momentaneo, poesia-blasfemia
che anche i più navigati tra i critici non riconosceranno
in quanto oscenità in codice, cattiveria mascherata.
Chissà se nell’aldilà – terza e ultima domanda –
è data alla lettera la dignità di un tribunale tutto suo,
da vera privilegiata, o se si è gettati
in un unico disgustoso pentolame.
Propenderei per la seconda – se davvero
a un luogo è data l’utopia della democrazia
quel luogo dev’essere l’inferno, e non altro.

 

 

Ci siamo trovati al lato di un bar
e stanati come solo noi sappiamo fare
senza mai un intrico di noia,
con l’aria fresca di sa che c’è dell’altro
ed è disposto ad aspettare.
Così ho avuto la conferma inessenziale
che ogni esperienza è riconoscimento
e ne ho approfittato inebriandomi
come se fosse la prima volta,
procedendo ciondolante, a tentativi,
senza precedenti, e di fronte a questo
non c’è idea che tenga,
ogni categoria è scheletrica.

Con la timidezza dei bambini ammetto
che la mia storia è evenemenziale
è di un corpo che pensa sempre diverso, e nuovo.

 

 

Alla domanda se si è santi
è il caso di non rispondere,
di abbozzare un sorriso educato
e svoltare il discorso, è il caso infine
di fuggire a gambe levate
e nel mentre scoppiare a ridere
– i veri santi hanno la testa vuota
e cava di suoni, una superficie liscia
ai richiami pulsanti della natura,
i veri santi sono incoscienti quanto i cani
o i bambini o ancora più infantili e sciocchi,
i veri santi benignamente sono misconosciuti,
il loro martirio è più silenzio che spargimento di sangue,
i veri santi lasciano che la vita si declami da sola
e certo non li scopri a scrivere poesie.

 

© Marco Barbieri

 

Marco Barbieri è nato a Busto Arsizio (Varese) nel 1995 e attualmente studia Cinema e Televisione con specializzazione in Sceneggiatura presso la Civica Scuola di Cinema di Milano, dopo il diploma linguistico e la laurea in Storia conseguita all’Università Statale.
Esordiente in ambito poetico (al di là della produzione privata ormai viva da molto tempo), collabora con la rivista «La Tigre di Carta» scrivendo degli ambiti che più gli interessano e cioè filosofia (estetica e filosofia morale), cinema e serialità televisiva, spesso ponendo a confronto e in dialogo costante le diverse materie [qui alcuni suoi articoli; n.d.r.]. Alcuni scritti di carattere saggistico più lunghi sono pubblicati sulla sua pagina di «Academia».

“dei poeti”, di Cristiano Poletti

dei poeti 2019

Cristiano Poletti, dei poeti, Carteggi Letterari le edizioni, 2019

Da poco pubblicato per Carteggi Letterari, dei poeti raccoglie alcuni interventi critici di Cristiano Poletti, usciti negli anni (tra il 2013 e il 2019) qui, su Poetarum Silva.
La cura del libro, che presenta anche due importanti traduzioni, poesie di John Ashbery e Joyce Carol Oates, è di Fabio Michieli.
Articolata in quattro sezioni (In una poesiaIn una figuraIn una parolaIn un libro), è un’opera che passa dall’analisi di testi e delle figure più amate all’interrogazione filosofica di alcune parole-chiave. Ecco gli estratti che abbiamo scelto:

 

da Il mondo non è più remoto. Per Fernando Bandini (p. 14)

“(…)
stoltamente sperando che una grazia celeste
mi rimanga impigliata tra le dita.”

“(…) un richiamo per ognuno di noi. Noi che misuriamo il farsi del tempo come il poeta conta le sillabe dei versi. Noi che speriamo «stoltamente» (ma felicemente) in una grazia celeste: che l’azzurro torni a farci visita; che qualcosa ci rimanga eternamente fra le dita; che qualcosa di noi resti nella mente degli altri.”

 

da In una poesia di Ashbery (p. 17)

“(…) Così, l’ultima stanza abbraccia la forza della catastrofe. Il nodo cruciale lo troviamo nel passaggio, altissimo, di due versi: «And in some room someone examines his youth, / Finds it dry and hollow, porous to the touch». Si rivela a questo punto, in maniera del tutto impersonale, lo svuotamento del tempo e della persona. E dello scrivere: «porosa al tatto», infatti, è speculare alla penna che nella prima stanza al tatto «era fresca».”

 

da Mario Benedetti, sulla strada per Attimis (p. 27)

“(…)
Madre, persona morta

in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.”

“(…) Perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie? Quando si scrive si fa questo (…) Scrivere non è una questione privata, è veramente lanciarsi in una questione universale».
È quello che Mario Benedetti ha fatto.”

 

da Solitudine (p. 59)

“(…) Uno sguardo cos’è, se non un cammino solitario, un atto d’amore, di un amore antenato e fatto proprio, ma che in fondo resta primordiale, originario?
Lo sguardo è atemporale ed è questo forse il motivo per il quale attribuiamo tanto valore agli occhi e alla potenza della visione, nella vita come nell’arte. E tanto più da lontano proviene lo sguardo, più lontano punta.
A questo serve la lettura, a riempire la solitudine. La solitudine del lettore si potrebbe definire una ‘piena solitudine’, un ‘io popolato’.”

 

da Bonnefoy, parole scelte (p. 77)

“(…) «La parola non salva, talvolta sogna», avverte nella poesia intitolata Nessun dio. Il corridoio sognante di Bonnefoy prosegue i corridoi della tradizione e si concentra in questo: vedere quello che è, nominare ed essere. Che sia arte o vita, continuano nel sogno.”

 

da Historiae, Antonella Anedda (p. 91)

“(…) Restano all’orizzonte una calma livida, la fisica, l’osservazione, la contemplazione.”

“(…)
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Ricorda Amour, il film magistrale di Haneke, del 2012. Come ci si può stupire ancora della bellezza, di una poesia.”

 

 

Anticipazione: Tommaso Giartosio, “Come sarei felice” (Einaudi, 2019)

Uscirà il prossimo 30 aprile la prima raccolta di poesie di Tommaso Giartosio, Come sarei felice. Storia con padre. Questa che offriamo oggi in lettura è un’anticipazione tratta dal poemetto La stellina. Buona lettura. (la redazione)

da La stellina

Poiché ogni promozione ha un evidente
riflesso punitivo, ti avevano
spostato in un ufficio, come se
la più spaziosa delle scrivanie
potesse mai competere col ponte
di una nave; o sulla fuga di porte
di una corsia ministeriale come
sul mare si potesse spaziare.
Quando ci andavi, al mare, adesso era in
borghese (e con che strano, disperato
sollievo ripetevi: «Dopotutto
non è mica un insulto, “borghese”!»).
In spiaggia ti fermavi al bagnasciuga –
lo chiamavi «battigia»: le parole
sono importanti, o forse no; ma essendo
le sole a rendere giustizia ai fatti,
quando tutto si disfà sono tutto
ciò che resta, che non possiamo perdere.
Per un poco guardavi dall’esterno
i flutti, come il naufrago dall’isola
guarda l’inferno del suo paradiso,
e già pensa a scambiarli. In fondo il mare
era un principio d’ordine, il più vasto
degli schemi di cui hai fatto parte,
il pullulante cortile d’onore
del ministero della vita; ti sentivi cive
di un deserto che vive, ed è così che ti veniva,
puntuale, una gran voglia di farti,
cascasse il cielo, una bella nuotata
(lo stesso suffisso di “spaghettata”
e “scopata”). Da solo, fuori, al largo,
disegnavi un trapezio rettangolo
come un agrimensore degli oceani
con il tuo crawl leggero e ligio, nulla
di più lontano da uno stile libero.
Però sul punto di tornare, in un punto
x del mare, ti sembrava di arrivare
al cuore di un crocicchio di correnti
(d’istinto prima ancora che per fede
ti piaceva, la croce: per la sua
metafisica affidabilità:
buon nostromo e sapiente falegname,
Dio padre aveva incrociato due assi
coordinati e indicato in quale punto
pungere suo figlio) – e in controtempo
lì ti fermavi, papà. Lì, nel cuore
della grande scala della natura,
un gradino si spezza se uno cede
per la prima volta nella sua vita
al richiamo della naturalezza. (altro…)