fabio michieli

I poeti della domenica #188: Dario Bellezza, Un nemico della poesia

bellezza-colosseo

Un nemico della poesia

Che i poeti meritino il disprezzo universale se ancora
si occupano dei loro malcerti amori e fissazioni stravaganti,
eros di minoranza nel viaggio comune verso l’indocile
bestia che possiede e avanza verso la rovina. Predichino
piuttosto il salto, lo svelamento, la conclusione nelle braccia
della modernità a tutti i costi.

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da Colosseo e altri luoghi, Edizioni Seam, 2013

La poesia di Shane MacGowan (di R. Canaletti)

La poesia di Shane MacGowan

di Riccardo Canaletti

«He said one thing yesterday; he said “I just want to be a singer. I don’t want to be an actor, I don’t want to be a poet, I don’t want to be a writer, I just want to be a singer.” But of course he is an actor, he is a poet and he is a comedian and he is a writer; he is all of those things.»
(Christy Moore su Shane MacGowan)

Un irlandese passeggia dondolando per le strade luride della città, ubriaco fradicio, ha le spalle basse e un po’ di gobba come se esistesse solo il cappotto appeso ad una gruccia. Si slaccia i pantaloni e va in un angolo, inciampa e si rompe i pochi denti buoni che ha (ne ha davvero pochi perché non li lava, per non parlare della carenza di Vitamina C). Questo è Shane MacGowan, la voce lirica dei The Pogues e successivamente dei The Popes. Un poeta, sì, un poeta suo malgrado. L’antieroe, il “balordo” che scriveva canzoni d’amore, roba da far impallidire Bukowski.
Parla d’amore, sì:

Now the song is nearly over
We may never find out what it means
Still there’s a light I hold before me
You’re the measure of my dreams

E la tenerezza prevale su tutto, sulla violenza del suo sguardo, da vecchio clown. Forse lo è, un pagliaccio, il “pagliaccio” di Böll, che si siede e pensa e denuncia. E MacGowan non si censura, lui vive, e la vita – come la poesia, come la musica – è un atto politico prima di tutto, nel senso più profondo e autentico del termine: È resistenza. La lotta alimenta molti dei suoi testi, una lotta che tradisce una certa malinconia di fondo, quasi tentasse di descrivere un mondo dietro l’ombra della sua giacca, dietro il vetro verde della sua bottiglia. Tutto è ovattato e allo stesso tempo sofferto, graffiato, punito. Shane MacGowan si sente condannato e questo lo rende poeta; la consapevolezza delle sue colpe lo rendono onesto, vero, pieno. La sua vita è un romanzo, dalle tante figure sul palco (vomitò persino una volta), fino ai problemi con la droga per cui finì in carcere e la sua amicizia con un’altra grandissima cantante, Sinéad O’Connor.  La misura dei suoi sogni, quella donna, quegli occhi, quella canzone che avrebbe voluto dedicarle, sono la proporzione del suo cosmo, un universo affollato, disordinato, come le tipiche stanze delle rockstar nei film. Il suo è un grande palazzo mentale che si modella, poco alla volta, su un linguaggio specifico, quello che in letteratura è proprio del Realismo sporco. Ma c’è di più, non comunica solo il “vero”, egli comunica la malattia. La sua malattia prima di tutto, la dipendenza, il nichilismo che lotta con lo spirito di critica della società («People are talking about immigration, emigration and the rest of the fucking things. It’s all fucking crap. We’re all human beings, we’re all mammals, we’re all rocks, plants, rivers. Fucking borders are just such a pain in the fucking arse»). Ma anche la malattia del mondo, non più capace di vivere le cose con romanticismo. Lui è, in fondo, un eroe romantico; ricorda l’Adam di Only lovers left after life, quello che lo stesso regista Jim Jarmusch definì «Hamlet as played by Syd Barrett». Lui è un poeta del delirio, del viaggio, un poeta enorme, il poeta della vertigine. Nella sua musica, il folk-punk anglo-irlandese, gli strumenti si intrecciano a formare una tessitura anch’essa sovraccarica. Sembra tutto un continuo accenno, come se volessero ancora aggiungere e aggiungere. Anche la sua musica, seppur apparentemente gioiosa e ballabile (il folk ha una certa “passione” per il modo maggiore) è una malattia. Egli usa un linguaggio claudicante e la sua poesia zoppica e si trascina come se balenasse sul ponte da sottocoperta e fosse presa a strattoni dalla corrente.
E il suo sguardo, abbiamo già detto violento, è netto, non lascia spazio all’interpretazione. MacGowan “dice cose”, non costruisce grandi castelli di parole. Egli sa cosa vede e lo dice e non teme la miseria di linguaggio, o la rima facile; egli prende tutto quello che può e non scarta mai, che sia una metrica “comoda”, o una baciata facile. Non si preoccupa e questo lo rende spensierato e greve allo stesso tempo, perché solo chi è libero può sentire addosso tutto il peso dell’esistenza.

We watched our friends grow up together
And we saw them as they fell
Some of them fell into Heaven
Some of them fell into Hell

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© Riccardo Canaletti

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I poeti della domenica #184: Nicola Gardini, Qualcosa

Qualcosa

Forse qualcosa in quell’acqua
per la prima volta che chiama
come se fosse l’ultima volta
di là da qualsiasi chiarore

di ogni chiarissimo nome –
Qualcosa che è la stessa cosa
che chiama irrimediabilmente
eppure non vuole farsi ricordare –

Scherzi dell’acqua sfiorata
dallo sguardo e non capita
che forse non era un’acqua

neppure e in quel qualcosa
comunque continuerà, ancora
per nessuno tenterà una parola.

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Nicola Gardini, Le nuvole, Crocetti, Milano, 2007

I poeti della domenica #183: Roberto Carifi, Drieu

Drieu

Ho guardato la polvere,
nient’altro che la polvere, il diario
e l’arma vicino al cuore.
Quando racconta c’è una lampada al neon,
una lampada che colpisce.
Dice voltatevi dalla parte giusta,
verso codesto esilio,
lo so che saremo interrogati,
che questa luce è finta.

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Roberto Carifi, Nel ferro dei balocchi. Poesie 1983-2000, Crocetti, Milano, 2008

La parabola amorosa fra due culture di “In Tagli Ripidi” (di L. Cenacchi)

Prima di iniziare ad occuparci della poetica di Brusa alla luce del suo ultimo libro credo sia necessaria, da parte mia, una premessa di metodo volta a inquadrare meglio gli argomenti di questo intervento. Ritengo che, nelle poetiche degli autori, riesca a risuonare più di quello che le loro letture immediate farebbero supporre. Perché? perché ogni autore legge e leggendo assorbe anche elementi non direttamente inediti della poetica di chi sta leggendo; ovvero tutte quelle scorze rimaste dal confronto che a sua volta l’autore letto ha fatto con altri. Può anche accadere che, cercando di sviluppare temi personali, ritenuti una propria inventiva, questi, intrecciandosi con altre istanze, portino al medesimo risultato di quelli già trattati in modo similare nel corso della storia.[1]
Così la poetica di un autore sarebbe simile a una pianta radicata in un particolare terreno di letture scelte. Ogni terreno, tuttavia, ha anche altre componenti oltre se stesso, che finiscono per alimentare e costituire la struttura della pianta.

Ma veniamo a noi. Con la pubblicazione di In Tagli Ripidi Alessandro Brusa chiude una “trilogia” iniziata con il Cobra e la Farfalla (romanzo) e La raccolta del Sale (poesia).
Se la struttura della nuova raccolta[2] è stata ben trattata negli interventi all’interno del libro, per cui sarebbe superfluo, a mio avviso, tornare ulteriormente su di essa, sarà comunque indicativamente utile sin d’ora tenere presente la dimensione fondamentale, ma non totalizzante, del corpo in questa raccolta, come ha ben espresso Fabio Michieli: «[…] corpo inteso in senso fisico (membra), sia in senso metafisico come limite della comune percezione da valicare.»
È necessario parlare preventivamente anche della multiculturalità rilevata come uno dei possibili caratteri fondanti di questo libro. Io credo che la commistione, del tutto istintiva, di due tradizioni[3] lontane (taoismo e la lirica delle origini mediata da infiltrazioni boccaccesche)[4] sia il risultato naturale di una necessità come alternativa alla cristianità tradizionale: la ricerca di una sacralità terrestre (immanente)e genuina fondata sulla esperienza, che non può che essere quella personale dell’autore. Necessità naturale in qualsiasi persona che sia dotata di sensibilità e viva nella modernità liquida. Questo bisogno trova soddisfazione proprio nel momento letterario, da sempre territorio fertile per l’incontro di culture diverse con l’obbiettivo di superare determinate “patologie” che affliggono l’animo umano in determinati momenti storici: fra le tante la perdita del senso del sacro. (altro…)

#Pareidolia (di Carlo Tosetti)

copertina-CECI-romagnaPareidolia/Vedere ciò che non c’è (Pietre Vive, 2016) di Alessandra Romagna e Elvio Ceci, è un libro atipico, un catalogo d’arte che raccoglie delle opere di Alessandra Romagna, artista terracinese, la quale invera il processo mentale della pareidolia, le cui tele sono accompagnate dalle parole di Elvio Ceci.
I quadri riportati nel libro sono tele ispirate dalle macchie dei muri, dalle pareti scrostate di Terracina. Alessandra “vede ciò che non c’è” e, ispirata dal muro intaccato dall’incuria, ne ricava immagini oggettive.
Dietro all’arcano vocabolo di “pareidolia” si cela un fenomeno che quotidianamente viviamo; un notissimo esempio è l’intravvedere la figura di un animale nelle continue mutazioni di una nuvola.
Altro esempio, meno poetico, ma efficace, è la naturalezza con la quale riconosciamo un viso, una precisa espressione in pochi segni stilizzati: l’emoticon.
A seguito di una mostra di Alessandra Romagna, svoltasi a Terracina, (durante il cui percorso nei vicoli del centro era possibile osservare la tela affiancata alla macchia-musa), nel realizzare un catalogo delle opere, è nata l’idea di affiancare a ognuna di esse una poesia di Elvio Ceci, linguista e poeta, anch’egli terracinese, poesia scritta ispirandosi ai quadri (mutuandone il titolo).
Questa “pareidolia alla seconda potenza” ha dato alla luce il libro edito da Pietre Vive Editore, nonché a diverse performance dei due, durante le quali le poesie di Ceci vengono recitate, contemporaneamente all’azione pittorica e improvvisata di Alessandra Romagna, in un’artistica sinergia linguistica e visiva, ma che, infine, sempre viene condotta dall’immagine: una dipinta, l’altra descritta.
Il lavoro dei due ha attirato l’attenzione di David Riondino, da sempre studioso della poesia popolare, tanto che il 30 giugno 2017, a Locorotondo, si è svolta una doppia presentazione: Pareidolia è stato presentato da David Riondino, unitamente all’ultimo lavoro di David: Lo Sgurz (Nottetempo, 2016). (altro…)

Giovanna Cristina Vivinetto: 3+3

Giovanna Cristina Vivinetto
3 poesie inedite e 3 poesie edite

 

Poesie inedite
Dalle sezioni La traccia del passaggio e Dolore minimo

 

Anche l’organo ritrovato
è una ferita che si apre in verticale
il vessillo di un corpo-bosco
che muore e rinasce a pezzi.
Ho imparato l’arte del mettere
da parte – giorni, anni, parti
del corpo in disuso, nomi, mani
trattenuti in un solo posto.
Li ho liberati con quel taglio
che si protende da parte a parte
– un parto che si compie dormendo.
Ho vendicato, ho svuotato,
qualcosa ho perso, ho ritrovato
ma due mani a volte non bastano
a richiudere i lembi, due mani
che mimano nel vuoto quello
che appariva un tempo
a volte non sono abbastanza.

Così anche l’organo ritrovato
è una ferita.

***

L’altra notte, sai – adesso ricordo –
oltre l’amore paziente che mi hai dato
c’era qualcos’altro. Tu forse
non ci hai fatto caso, tu pensi
forse che due corpi non abbiano
altro da darsi che i loro corpi;
ma l’altra notte – ne sono sicura –
c’era qualcos’altro.

Non so come l’avessi proprio tu
quello che in vent’anni andavo cercando
perché proprio tu e non un altro
– così caro verso questa carne
che a stento si riconosce –
ma per sbaglio nella tasca destra
dei tuoi pantaloni, prima di andartene
appallottolato ho trovato il mio nome.

Ed è così buffo sapere che ti appartenga
prima ancora d’appartenere a me.

***

Non ho figli da dare – non potrò.
Non ho tube che si gonfiano
né ovuli da spargere per il mondo.
Non ho vulve da tenere fra due
dita – da schiudere tra le valve
delle gambe non ho niente.

Ma tu mi sfiori, continui a toccarmi
a perlustrare con le dita questo
corpo imploso, risucchiato tutto
all’interno, fuggito senza lasciare
tracce. E tu persisti a sfiorarmi
per trovare il punto che possa
darti piacere – che possa
consolarti, farti sentire uomo.
Non te lo dico, ma non c’è.

Eppure tutta questa tua goffa
illusione, quest’avventatezza
nel proiettarti verso il dato certo
per un attimo mi restituisce
tutto ciò che mi manca – e al tuo miracolo
questa sera mi faccio donna
completamente.

*

Poesie edite in Atelier (giugno 2017)
Dalla sezione Cespugli d’infanzia (altro…)

I poeti della domenica #176: Attilio Lolini, Palle

lolini-necropoli

Palle

Quando viene tedioso il pomeriggio
fratello della sterile mattina
si fanno palle dei giornali

è pieno il sacco dei rifiuti
con i cartocci dei surgelati
che abbiamo aperto
e mangiucchiato
leggendo sulle gazzette
le cronache del mondo

ciò che parve bello e giusto
ben si presta ad esser ripudiato
nell’ora incerta che avanza
d’ogni cosa è ignoto il significato.

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da Poesie futili, in Notizie dalla necropoli, Einaudi, 2005

I poeti della domenica #175: Attilio Lolini, L’acqua

L’acqua

Tutto è strano stamani
splende il sole
ma le strade sono buie

il vento soffia
dai portoni

come un uomo
che va a tentoni

il tempo è un volto
che increspa l’acqua

siamo in un retroscena
in uno spazio dissolto

forse volato
o sepolto

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da Carte da sandwich, Einaudi, 2013

proSabato: Emidio Montini, Nove

paroladiscriba

Nove

Essere crocifisso nell’azzurro è la più terribile delle punizioni. Per avere veduto il vero, lo stato della Casa. Le blatte lungo i muri, dietro gli stipiti. Le migrazioni delle cimici, la sottile conquista di ogni responsabile spazio, e scarafaggi a milioni coi loro dentini aguzzi a attaccare le fondamenta. Il senso dei miti è questo: indagare i locali interni del Tiranno che ha il potere di mozzar la testa, ma la cui stanza da letto è un cesso. Passare la facciata, come un falco bucare le nuvole e scoprire ghignante il Padre: il grande sarto che scombina i fili della decenza. Come se il male fosse di pochi abietti, mentre è la somma dei peccatucci a far crollar le Torri. Il creato è un grande Uno, divisibile solo per se stesso, senza frazioni, senza resto. L’entropia è un’altra menzogna del progresso. Non un’oncia d’energia va smarrita, non una lacrima dimenticata. Ma questo è un concetto semplice, di puro terrore per i milioni. Un concetto che non contempla maschere: che distrugge i ruoli, che coglie in fallo i piccoli di mercante e gli innumerevoli mariuoli. Non più placche d’ottone sulle porte, a indicare quale la parte che fa ingrassar le sporte: quale il colore che fa giuste le cose storte. Io per me non sono più umano. Rifiuto la razza dell’anello e della bisaccia, la genìa della chiacchiera incarnata. Dei culetti al vento, dei dischetti leva trucco. Delle schiume come cascate e delle bende ultrasottili per veline mestruate. Fuori l’anima, se esiste! La voglio per le strade nel tempo della Terra!

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(da Parola di scriba, L’arcolaio, 2011)

“Dal greco” di Irene Santori (di P. Cagni)

santoriSu una poesia di Hotel Dieu di Irene Santori: Dal greco

di Pietro Cagni

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Attraverso

Ogni poesia ci costringe a navigare a vista. Apparentemente, senza punti di riferimento. Così impariamo che sempre dobbiamo essere contemporanei al testo – noi ad esso –. Questa chiamata non possiamo disinnescarla con nessuna pagina di critica. Se saremo fedeli a questo compito, scopriremo che le poesie sono in grado di sostenere un rapporto presente con noi, quell’affondo faticoso di senso e di bellezza che chiederemo loro.
Ogni nuova raccolta è la propria storia, vive di una forma inedita, incarna l’esito della sfida percorsa: l’attraversamento della tradizione, cioè il suo recupero e il suo superamento. A ogni passo, le poesie rivivono tutto il passato, per superarlo. È una medesima contemporaneità, plurale, contraddittoria, discorde, a legare tra loro gli occhi e le mani di chi ha scritto e di chi legge. Molte voci ignorano questa scommessa e scivolano senza troppe preoccupazioni nell’informale; altre recuperano strutture antiche, intatte, eburnee, rendendo lode al proprio sacro, terso, lavorìo poetico. Ma la poesia oggi ci chiede il lavoro del grande pittore bolognese Lorenzo Puglisi: attraverso Caravaggio, alle costole di Francis Bacon, per attaccarsi alla sua gola profumata e fare un passo in avanti, nel nitore che viene dal buio. Così, a volte, i poeti.
Si diceva di una navigazione: spegnere i motori, affidarsi al vento. Impone dei limiti: non sarà possibile illustrare “la poesia di Irene Santori, poetessa romana” e nemmeno “la poesia della sua ultima raccolta, Hotel Dieu”. Troppo vasto l’orizzonte e troppo brucianti i versi. Potremo, però, fermarci una volta, leggere e sgranare un testo, affrontando almeno una volta la sfida a cui siamo chiamati sempre.

 

Irene Santori, Dal greco. Il verso, le strofe

La poesia Dal greco si oppone con forza alla parafrasi. Questi versi disinnescano, raffreddano, anestetizzano i nostri tentativi di lettura. Il commento è respinto fortemente, e siamo immessi in una danza. Dunque qual è la misura del verso della Santori? Da cosa è governato, che cosa gli dà forma? Sembra che questa danza sia impossibile, e che l’autrice non conosca “lo fren de l’arte”. Eppure, la stessa poetessa poneva in esergo al libro una formula di Arturo Martini: «ogni frammento è scultura». Ma ogni verso qui sembra irrelato, una tessera dispersa e straniante: troviamo un verso (il più ampio, mi pare) di 17 sillabe e uno costituito da una sola sillaba. Inoltre le sette unità strofiche in cui la poesia è divisa sono assai ineguali: alcune sono molto ampie – la prima è la più lunga (di 37 versi) – mente altre sono più brevi  – la seconda strofa è di soli tre versi, e tre versi per di più molto esili -.  Ma non vige un assoluto arbitrio, il non-senso, forza disgregante e centrifuga. Perché a ben vedere le strofe (che sono, sì, di diversa lunghezza) non sono disposte casualmente e danno vita a una precisa alternanza: strofe “più pesanti” e strofe “più leggere” si alternano, e questo è certamente significativo. Si potrebbe riconoscere un suggestivo richiamo a passi di danza, larghi e stretti. Ma occorre proseguire, per mettere a fuoco la versificazione qui operante: a scandire il movimento apparentemente scomposto e arbitrario dei versi appaiono qua e là dei nitidi endecasillabi: «le ginocchia sbucciate sotto il mento», «riapro gli occhi sul palmo della mano», «bruciate vive dai fidanzatini», «piuttosto fondare le città d’arte», «bambina mia, dentino, acquasantiera», «sulla rotta dei suoni ritorno a te». Questi endecasillabi hanno, a mio avviso, due precise funzioni: una “funzione strutturante” che fornisce una misura di riferimento da cui ci si diparte per somma o sottrazione, e una “funzione distensiva” che allenta la tensione, facendo trovare un ritmo limpido, più quieto, per riprendere fiato. Sono frequentissimi, inoltre, intensi legami fonici, sia all’interno del singolo verso che tra versi contigui (non si contano le assonanze, le allitterazioni, e si trovano anche intere parole in anafora). (altro…)

Luciano Benini Sforza, La matita e il mare

lamatitaeilmare

Luciano Benini Sforza, La matita e il mare, L’arcolaio, 2016; € 12,00

L’endiadi del titolo racchiude tutta la poesia di Luciano Benini Sforza: la racchiude nel gesto delicato di chi disegna a matita, e la comprende nella vastità del mare dove da sempre si rivolgono gli occhi del poeta; semplificando al massimo, potrei dire che il titolo andrebbe letto “la poesia del mio paesaggio”, dove “la matita” indica la poesia e “il mare” tutto il pae­saggio abbracciato nello sguardo di una vita dal poeta. Come un ritrattista lungo il litorale, Benini Sforza coglie i segni e li sfuma, in giochi d’ombre e chiaroscuri dovuti alla costante presenza della luce, nella vasta tela della vita che è compresa nel mare, nell’acqua, che è il corpo di ogni cosa perché ogni corpo si fa mare, o onda, o flutto, o goccia. È forse anche la dimensione liquida della società, della modernità, secondo la felice definizione di Bauman. È soprattutto un ritorno agli elementi primor­diali, originali, ancestrali, essenziali; è un ritorno alle proprie origini attraverso la poesia, una poesia delle origini (ma siamo sicuri che la poesia di Benini Sforza se ne fosse allonta­nato?):

Questa poesia, sai, torna all’origine,
ai primi messaggi, alle confidenze,
alla stanza con i respiri sovrapposti.
Torna ai codici diversi di sentire dentro i giorni
il viaggio del corpo e delle mani.
La nostra poesia ha sbagliato la partenza.
L’essenziale, mi dico ora.
Il biglietto
stretto dell’appartenerci. (p. 35)

(altro…)