cultura

Incontro con Lello Voce (di Aldo Spano)

  • Ciao Lello. Partiamo dalle origini. Vivi a Treviso da parecchi anni, ma le tue radici, come le mie, sono meridionali, nel tuo caso partenopee. La prima domanda che vorrei farti è questa: quanto ha inciso la potenza creativa della cultura napoletana e la sua anima “popolare” sulla tua formazione poetica e sulla tua riflessione teorica sulla poesia?

La cultura napoletana c’è in due sensi. A me il dialetto napoletano ha interessato principalmente per un problema di accenti e di ritmi. E spesso il bisogno di inserire dei brani in dialetto e il ricorso ai suoi ritmi mi ha avvicinato all’oralità. Per esempio nella poesia Musa ho usato il dialetto nel ritornello. Il dialetto è stato inoltre un tema di dibattito all’interno dell’esperienza del Baldus. La discussione sul dialetto, infatti, costituiva uno dei punti di distinzione più significativi rispetto al Gruppo 63, che invece era estremamente duro e poco interessato ai dialetti. Baldus è stato anche un interessarsi ai minori come Villa, Cacciatore, ma anche ai più sperimentali come Calzavara. È anche innegabile che c’è sempre stato qualcosa di popolare nella mia poesia: ho sempre cercato di coniugare una ricerca molto rigorosa a livello mediale e linguistico a una finalità comunicativa. Ho sempre pensato che la poesia avesse bisogno di un suo pubblico o comunque dei suoi lettori. A tal proposito, all’inizio della mia carriera io ho parlato molto di Avant pop che è stato un momento rilevante tra gli anni ’90 e la fine del secolo ricco di esperienze significative a livello internazionale. In sostanza era un modo di utilizzare gli strumentari provenienti dall’Avanguardia in modo diverso, potremmo dire détourné.

  • Qualche mese fa è scomparso Nanni Balestrini, tuo amico nonché poeta di grande rilievo. Cosa ha rappresentato per te e qual è, a tuo parere, il suo più grande lascito alla cultura italiana contemporanea?

Per me Balestrini è stato uno dei due grandi maestri insieme ad Haroldo de Campos, con la differenza che con Haroldo facevamo cose molto simili, con Nanni invece quasi del tutto diverse. Il suo più grande insegnamento è che l’arte non basta farla, bisogna organizzarla, farla circolare. È un fatto politico. La capacità che un poeta ha di influire sugli altri poeti e più in generale sugli altri è parte integrante della sua opera. Ci sono poeti immensi – ad esempio come Villa – che hanno influenzato pochissimo, mentre altri poeti – a mio modo di vedere non eccellenti – come Alda Merini che hanno avuto una grande eco. Alda è stata un fenomeno di comunicazione. Un’altra grande lezione di Nanni è che il linguaggio non è neutro: la scelta formale è sempre una scelta politica. Non è possibile immaginare un mondo nuovo con delle parole vecchie. Ecco perché bisogna dare spazio ai giovani che vanno sostenuti e lasciati liberi di esprimersi e di prendere le strade a loro più congeniali. Se mi chiedi quale eredità ha lasciato alla cultura italiana, dico che sicuramente è stato uno dei più grandi poeti a cavallo fra i due secoli. Ciò che impressiona di Nanni è che gli ultimi libri sono i più belli di tutti. La sua capacità di cambiare coi tempi è segno di un’impressionante e commovente vitalità. È ammirevole il coraggio di non fare sempre le stesse cose, di sperimentare, di rischiare. È stato ad esempio il primo poeta al mondo a far comporre una poesia da un algoritmo in un tempo in cui i computer erano grandi quanto delle stanze. È stato inoltre un romanziere di assoluta importanza; forse solo Volponi ha inciso più di Balestrini. Rileggendolo si ripercorre inoltre la storia d’Italia: il terrorismo, l’operaio-massa fino agli ultras degli stadi. La sua fama crescerà nel tempo anche perché tutta la prima parte della sua produzione parla di un’epoca che sta tornando. (altro…)

Clara Sereni, “ultimista e farfalla” tra due secoli

Ricordi, letture e riletture delle sue opere, memorie di incontri e scambi, di un reciprocità che Clara Sereni era riuscita a definire prima dentro i suoi libri e poi nel mondo, nel suo lavoro − e, a volte, rendendo soprattutto vero il viceversa. Sono tanti gli interventi, nutriti e pieni, che raccoglie il volume Clara Sereni di Ali&No (2019), proprio nella collana “le farfalle” che lei aveva diretto fino al 2018 su proposta di Francesca Silvestri (qui è recensito il volume su Luisa Spagnoli di Valerio Corvisieri) la quale, in questo volume, ripensa al lavoro comune e fa affiorare la “composizione di sguardi” che ciascuno dei coinvolti propone. Come in uno stesso viaggio dall’origine della serie, che tocca la biografia di donne straordinarie per cultura, intensità e vita, questo numero allarga e include tutti i temi e le dimensioni del vivere e dello scrivere di Clara Sereni, un’autrice in grado di fare della memoria, della narrazione sulle donne e del femminile rapportato alle radici, della storia, dell’Italia nella seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri, il fulcro di una ricerca sulla parola e dentro la vita.
Da ogni lato, affrontando biografia e scrittura, i vari testi fanno emergere quella completezza di intenzioni che l’autrice ha esposto: il suo carattere raccontato dalle sorelle, la generosità che Dacia Maraini dal canto suo ma anche Walter Veltroni e “le merendanze” sottolineano, ma anche una presenza attiva e concreta; le radici ebraiche e la famiglia ricostruita da Cottinelli e Zevi; gli affondi nei suoi libri (e talvolta in quelli degli altri) che diventano tracciati nuovi, riletti e assimilati per Monferrini, Petrignani, Calamandrei e Centovalli; un accento su “Via Ripetta” e sull’importanza della giovinezza romana per Bartolini e, dal versante musicale e canoro, per Crotti; il quotidiano e il rapporto con il figlio Matteo per Scricciolo, Rulli e Marta Sereni. Clara Sereni è stata un'”ultimista” (ossia un soggetto dalla parte degli ultimi per vita e scelta) le cui esperienze nel sociale non hanno riguardato quella necessità volontaristica che si chiude dentro l’aiuto − seppur prezioso − di cura ma una sensibilità d’impegno che, a partire dal privato-pubblico post-sessantotto, come i vari testi confermano, si incarna nella letteratura e nella libertà da essa sprigionata. (altro…)

La voce che (non) sentite: intervista a Cristiana Mennella

La voce che sentite quando leggete in italiano alcuni libri di George Saunders, William T. Vollmann, Paul Auster, Edgar Allan Poe, Doris Lessing non è quella di Cristiana Mennella, perché il traduttore è grande quando sparisce nella misura della voce altrui. Ma a Cristiana Mennella, che lavora principalmente per Einaudi e Feltrinelli ma ha tradotto per minimum fax, Neri Pozza,  e altre, si deve la resa italiana di grandi capolavori – basti dire come ultimamente ha tradotto in contemporanea Lincoln nel bardo di Saunders (Feltrinelli 2017) e 4321 di Paul Auster (Einaudi 2017). E per quanto quasi trent’anni di pianoforte mi abbiano addestrata al fiuto per i fraseggi, mai avrei ricondotto alcuna spia linguistica o sintattica tra, per dire, il traduttore dei Marginalia di Poe o della trilogia di Jeff Vandermeer, tanta è la capacità del bravo traduttore di sfilare via il suo piede e saper riprodurre su un altro terreno la stessa orma dell’orso.
Benjamin centrò (non ci stupisce) talmente bene il punto quando considerò il momento di passaggio tra la lingua d’origine e quella d’arrivo come la vera lingua nella precisione e la verità del messaggio. E camminare in questa landa percorsa da tutte le possibili decisioni ma da una sola realtà richiede polsi fermi. Tanto più se, è qui che voglio arrivare, alla consueta complessità di una traduzione si uniscono sfide aggiuntive.
Mi spiego meglio. Dal momento in cui ho letto Fox 8 di Saunders ho aspettato la sua traduzione in italiano, che sarebbe stata appunto a cura di Cristiana Mennella. Per ragioni di cui chiacchiereremo più avanti, un racconto piccolo ma una sfida grande per un traduttore. E quando ho scorso Volpe 8, da poco in libreria per Feltrinelli, ho visto la bellezza di una sfida vinta, di un lavoro arduo restituito con leggerezza e acume, così come sembra semplice il balzo di una ballerina che per ottenerlo si è affilata in anni di salti.
Ecco l’incipit di Volpe 8:

Caro L’ettore,
prima vorrei dire, scusa perle parole che scrivo male. Perché sono una volpe! Cuindi non scrivo proprio perfetto. Maecco comò in parato ha parlare e scrivere bene così!
Un giorno che passavo vicina una delle vostre case Humane, annusando tutto cuel che cera dinteressante, o sentito, da dentro, un suono super’incredibile. E scopro che cuel suono che si sentiva, è: la voce Humana, che facieva le parole. Suonavano una mera vilia! Comuna bella musica! O ascoltato cuelle parole musicali fino a cuando nonè scieso il sole, cuando tuttuntratto faccio: Volpe 8, sei scemo, cuando sciende il sole, sul mondo sciende il buio, fila a casa, chè peri coloso!
Ma io ero ha fasci nato da cuelle parole musicali, e desideravo ca pirle tutte cuante.

Volpe 8 dev’essere stato un bel grattacapo. Dovevi rendere non solo il registro vispo e svelto di una volpe presa dal suo racconto, ma anche una peculiarità del testo: Fox 8 gioca sulla lingua opaca dell’inglese, la volpe ha imparato un perfetto linguaggio ascoltando le fiabe alla finestra ma è sostanzialmente incapace di scriverlo, azzardando equivalenze fonematiche. L’italiano, che è una lingua quasi del tutto trasparente, non ti ha permesso di giostrarti tra grafemi e fonemi; come ti sei mossa, allora, per approdare al tuo risultato? (altro…)

Rinasce un’impresa. Su “Poesia e destino” di Milo De Angelis

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Rinasce un’impresa. Impavida per essenza e improrogabile per amore.

di Cinzia Thomareizis

 

Poesia e destino è percorso da un unico fremito, da un solo obiettivo, dall’imperativo categorico di buttarsi nell’impresa, di ubbidire all’impresa, di realizzare l’impresa. Ogni sezione, ogni capitolo, voce, racconto fluisce lì: se non fosse Poesia e destino il suo titolo sarebbe L’impresa.
Non per caso è coevo di Millimetri (1983), che fonda consapevolmente, rivendica poeticamente proprio l’impresa: con grido calmissimo e ardore pietrificato, con un’urgenza tanto assoluta e indiscutibile da gettarsi direttamente nel centro di quella circonferenza cui ogni poeta mira. E forse (ripeto, forse…) questo richiamo o desiderio o mito dell’impresa, porta con sé anche un’eco di Franco Fortini, non nei contenuti che furono osteggiati, ma nel tono che non ammette repliche, nella postura da combattente – che innegabilmente si respira e che somiglia all’accento temibile che scorre talvolta in Fortini, frequentato con continuità da Milo De Angelis per anni.

Ma colui che scrive è un giovane uomo, che investe il testo dell’inflessibilità adamantina dei suoi anni. Un poeta con l’udito teso e una mappa da tracciare per riconoscere l’impresa. Non si può definire però un libro di fondazione. Più volte l’autore ha chiarito che la sua è una poetica dello svelamento, che ha radici, tra gli altri, in Cesare Pavese e come lui non sceglie la via della fondazione (…) ma di svelare – attraverso un cammino obbligato e rituale, magico e propiziatorio – qualcosa che già esisteva e che ci aspetta da sempre. Poesia e destino indica questo cammino obbligato e, con la forza assertiva della giovinezza, colloca i suoi punti cardinali senza inseguire un processo di invenzione, senza la volontà di fondare un nuovo linguaggio – come in seguito è stato chiarito e ripetuto anche dallo stesso De Angelis: mostra piuttosto quanto già è in essere e attende il poeta, il quale con orecchio affilato lo accoglie e lo riconosce come origine e bersaglio dell’impresa. Il libro svela questo. (altro…)

Nota di lettura: Anna Maria Curci, Nei giorni per versi

Per le ciliegie c’è un proverbio apposito – che una tira l’altra. È molto più facile finire un pacco di cioccolatini che non una tavoletta di cioccolato intera. A un aperitivo è semplice spazzolare una ciotola di tarallini anche se si ha sì e no la fame per un morso a un tramezzino. Si possono leggere quattro, cinque racconti, la sera prima di dormire, quando con un romanzo non si sarebbero superate le tre pagine.
La forma delle poesie di Anna Maria Curci inviterebbe appunto a piluccarle una dopo l’altra, ma ci si rende immediatamente conto davanti alla prima che ognuna di loro è talmente densa di significato, così densa, che bisogna procedere con calma. Non hanno bisogno di una chiave, ma di capacità tutta oculare di strecciarle e di distenderne le pieghe.
La perizia chiama il verso ben cesellato, il rimbombo delle assonanze, e capire diventa un’arte orientale assai vicina alla meditazione. Ma cosa comunicano, una volta dispiegate, queste poesie?
Anna Maria Curci vive nella vita e da essa, come i guerrieri più pronti alla combattimento, si lascia scoraggiare, così che lo scoraggiamento sia inizio della battaglia. Si lascia ferire dalle brutture nella volontà di propagare la bellezza, che divulga anche, per chi conosce la sua attività di traduttrice, prediligendo testi ancorati a una ferma volontà civile.
E di volontà civile sono colorati anche i più intimi componimenti, fino alla raffinata pasquinata, se mi si passa la rima, dei sentimenti scambiati per altro, dell’approssimazione etica ed emotiva, del non immaginare di essere “pesci rossi” in una boccia e non orgoglioso centro dell’universo tra le glaciazioni. Sono sferzate di umiltà, di presa di coscienza del proprio sentire. A volte e volutamente l’endecasillabo inciampa, a un anfibraco si fa spuntare un dattilo. Ed è come una protesta, contro il fraintendimento del mondo, un’accusa verso la poca cura, la scarsa attenzione, il vero delitto secondo queste poesie che narrano e chiedono un sentimento di fratellanza, un occhio aperto verso il bene e il bello del mondo.

© Giovanna Amato

 

XVIII

Se le frontiere diventano ponti,
scorre limpida l’acqua a dissetare,
la fionda e cerbottana sono un gioco,
David smette di imitare Golia.

 

LI

Devozionale è la tua traduzione
che vai limando con le guance accese.
Lo so: cerchi rifugio dall’orrore,
ma l’imboscata, quella, sa aspettare.

 

CXLIV

Sfonda la mano la cortina torva
si aggrappa a quel prodigio inconsistente
la forma fragilissima e tenace
di arrendersi ed esistere. Disfatta.

 

CLXX

Resistere ogni giorno, vita attiva
soccorre la memoria bersagliata.
In questa città aperta, piaga e porta,
si leva il canto di liberazione.

Se “il cuore non si vede”: intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio, “Il cuore non si vede”, Einaudi 2019, euro 17.50

Chiara Valerio è leonardesca. Dottorato in matematica, splendida prosa, occhio acuto e lingua critica, grande talento nel far brillare gli altri. Verrebbe da dire: viva la letteratura che ce l’ha. E guarda un po’, è la nostra.
Perché al momento presente Chiara Valerio è (tra le altre cose) saggista e traduttrice, drammaturga e redattrice, ma soprattutto autrice di romanzi, biografie della matematica, migliori definizioni di cosa sia una persona agli occhi della sorella minore (“la via la verità la vita”, in Spiaggia libera tutti, Laterza 2010), personaggi come Antonia Speranza (Nessuna scuola mi consola, Nottetempo 2009), sorta di Pizia di Dürrenmatt da collegio docenti dallo spiccato dono dell’ipotassi, e di uno dei più bei compianti  della storia dell’arte (in Almanacco del giorno prima, Einaudi 2014): un ragazzino disteso tra gli oleandri.
È da poco in libreria con Il cuore non si vede, per i tipi di Einaudi. Per chi bada al cosa, Andrea Dileva si sveglia una mattina senza un cuore, e una cadenza dopo l’altra, pure in un organismo funzionante, deve dire addio a molti organi. Per chi bada al come, c’è una cosa che salta all’occhio e che è presente in tutti i libri di Valerio, tanto da fornire loro una sorta di impronta di velocità scoiattolesca: mantenendosi all’interno di una terza persona singolare, la cifra di Chiara Valerio con la lingua è connessa a una pratica ferrea nello stare ancorati al procedimento del pensiero, e nel saperlo riprodurre. Ne viene un libro che dirige specie le primissime pagine a mimesi perfetta della formazione del concetto, l’incapacità della mente umana di registrare il reale fissando il fuoco, per quanto fondamentale sia l’argomento. Anche quando ci si sveglia senza un cuore, e la cosa dovrebbe occupare ogni sinapsi, l’inevitabile funzionamento del pensiero è a metà tra approfondimento e digressione. Ci si sveglia senza un cuore, e ci si chiede – una serie infinta di cose, non necessariamente collegate tra loro, accanto allo stupore su chi abbia scelto, per le pareti, quella precisa gradazione di grigio. E questo perché approfondimento e digressione, e quella precisa gradazione di grigio, sono sangue e vita, la reale realtà accanto e nonostante la fiaba di un organo perduto. In parole povere: quando non si è più quelli di prima, non lo si è rispetto a chi? Così in questo romanzo di sparizioni spariscono organi e ghiandole, giocatori di nascondino, donne delle pulizie in imbarazzo. E a stento le parole riescono a fare mondo, nell’identità tra i verbi servili, nel “dubbio tra stare e andare”, nel “chiamarsi, forse, questa era l’avventura”, in un istinto golemico a non sfumare. (altro…)

Joker

Joaquin Phoenix nei panni del Joker di Todd Phillips

Joker o della risata

Quando ho finito di vederlo prendo via Barberini a piedi, la risalgo fino a Repubblica, mi siedo sui gradini, metto le mani sulle ginocchia e mi rendo conto di essere stanca – non per la passeggiata, per quello che ho visto. E ho una grande, enorme voglia di fumare, anche se ho smesso da mesi. Perché nel film Joaquin Phoenix dava un nuovo significato al sintagma “boccata voluttuosa”, aveva una perizia con la sigaretta, una capacità di aspirarla, di giocare con il fumo, di buttarla via. L’aveva sempre tra le dita. Mi ricordo perfettamente il sapore del tabacco sulla lingua. Cerco di scacciare il pensiero, lo faccio come i bambini, scuotendo la testa, e non so se sto scuotendo il bisogno di fumare o quello che ho visto, allora mi alzo e decido di distrarmi andando a fare una delle cose che mi piacciono di più, la cacciatrice di libri, in maniera selvatica, sena nessun consiglio e nessuna aspettativa. Vado alla libreria più vicina, ma anche lì capita che qualcuno rida, fanno tutti delle risate improvvise, delle risate molto simili a quelle che Phoenix era stato così bravo a imitare, delle risate completamente prive di allegria, delle risate che avrebbero potuto interrompersi in qualsiasi momento e in qualsiasi modo e si interrompevano con la tosse, o di colpo, con un’espressione fissa e dolorosa. Mi accorgo che ogni volta che quella risata partiva io avevo l’impressione che mi si spezzasse il cuore. (altro…)

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani. Convegno Internazionale a Ca’ Foscari

Convegno Internazionale di Studi
Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani
Università Ca’ Foscari di Venezia
17 e 18 ottobre 2019

Venezia e due autrici al centro di un Convegno Internazionale di Studi che si terrà il prossimo 17 e 18 ottobre all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Protagoniste Paola Masino e Milena Milani, la loro comune esperienza d’esilio imposto dal fascismo ma anche gli inediti legami all’interno di un’ampia comunità artistica isolana vissuti tra primo e secondo Novecento; questi sono solo alcuni dei temi che emergeranno da “Venezia Novecento”, organizzato dalla Professoressa Ilaria Crotti, docente ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università Ca’ Foscari e dalla Professoressa Monica Giachino, ricercatrice in Letteratura Italiana presso l’Ateneo.
Paola Masino (1908-1989) visse un periodo di confino decennale nella città lagunare a fianco del compagno, lo scrittore Massimo Bontempelli. Qui trovarono inizio le sue riflessioni sulla relazione donna-società e fu concepito il romanzo “Nascita e morte della massaia“, a oggi la sua opera più celebre. Proprio a Venezia, inoltre, la scrittrice ebbe l’opportunità di incontrare e conoscere numerosi intellettuali, tra cui Anna Maria Ortese, misurando in pochi anni il proprio difficile senso d’appartenenza all’isola, frequentando alcune tra le manifestazioni artistiche più importanti che vi trovano ancora oggi spazio, tra cui La Biennale Cinema. Proprio nel 2019 ricorre il trentennale della sua scomparsa.
Anche per Milena Milani (1917-2013) Venezia fu un luogo di scambio con figure del panorama dell’arte, uno spazio di costruzione della propria poetica ma anche la sede privilegiata del mestiere di traduttrice per il Cavallino di Carlo Cardazzo. In città pubblicò le prime raccolte di poesia, tra cui “Ignoti furono i cieli” (1944), ambientò “La ragazza di nome Giulio” (1964) – romanzo che le costò la censura e un processo, in cui fu coinvolto anche Longanesi, il suo editore. In laguna la Milani fu operatrice culturale e costruì una rete di rapporti importanti, che valicavano i confini dell’acqua per arrivare in terraferma, soprattutto a Cortina e nel trevigiano. Un soggetto “geniale”, come l’ha definita Silvio Riolfo Marengo, che fece di Venezia, dopo Albisola, la propria casa.

Durante la due giorni saranno proiettate alcune immagini delle autrici provenienti dall’Archivio Paola Masino di Roma, dalla Fondazione Milani in memoria di Carlo Cardazzo di Savona grazie al Presidente Silvio Riolfo Marengo e dall’Archivio privato di Maria Ester Nichele, fotografa ed amica dell’autrice.

Il Convegno si terrà presso l’Aula Magna S. Trentin della sede di Ca’ Dolfin (17 ottobre, dalle 15.00) e presso l’Aula Morelli del Dipartimento di Studi Umanistici, a Malcanton Marcorà (18 ottobre, ore 9.00). Ingresso libero.

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Dipartimento di Studi Umanistici
Dottorato in Italianistica
MOD – Società italiana per lo studio della modernità letteraria

Comitato scientifico
Professoressa Ilaria Crotti
Professoressa Monica Giachino

Comitato organizzativo
Dottore di ricerca in Italianistica Arianna Ceschin
Dottoranda in Italianistica Alessandra Trevisan

17 ottobre 2019
Aula Magna Silvio Trentin, Ca’ Dolfin

ore 15.00
Saluti del Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici Giovannella Cresci
e del Coordinatore del Dottorato in Italianistica Daniele Baglioni

Presiede Ilaria Crotti

Sabina Ciminari, Université Paul-Valéry Montpellier 3
«Vorrei diventare una scrittrice importante», l’esordio narrativo di Milena Milani

Angela Fabris, Universität Klagenfurt
Seduzioni e scenari veneziani: la percezione del corpo e le categorie del maschile e del femminile in La ragazza di nome Giulio

Irena Prosenc, University of Ljubljana
Quando acqua e sole bastano a consolare: paesaggi urbani e paesaggi marini nella narrativa di Milena Milani

Marinella Mascia Galateria, Università “La Sapienza” di Roma
Dalla scrivania tutta per sé al confino della Massaia: la Venezia di Paola Masino

Cecilia Bello, Università “La Sapienza” di Roma
«Il festival rinascerà», Paola Masino inviata alla Manifestazione d’Arte Cinematografica di Venezia

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proSabato: Cesare Zavattini, Il solito passo e Alla porta

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

IL SOLITO PASSO – ottobre 1953 – Il solito passo lungo via Vasi, legnano eventi questo passo alle cinque in punto, un passo calmo e sonoro che sparisce verso la Nomentana; non sapevo chi era, sarebbe bastato alzarsi dalla sedia o dal letto e dare un colpetto al nastro delle tapparelle guardare attraverso le fessure, ma la pigrizia mi ha trattenuto fino a due mesi fa circa. Era un tale sui 40 anni il quale, siccome camminava in salita, faceva passi lunghi e lenti verso la gamba che stava avanti ed aveva una faccia di bucato appena lavata e forse mi sembrava tanto serena, perché la mia non era serena; aveva scarpe gialle pulite, calzini marron e una camicia bianca aperta, avrei voluto sapere dove lavorava, poi me ne sono dimenticato.
Che notte quieta malgrado la pioggia. Una notte vidi i ladri, quattro, uno col sacco vuoto sulla spalla e guardavano le finestre come fanno gli spazzacamini o i suonatori ambulanti ma appena videro me che credevo di essere nascosto nell’ombra fuggirono così veloci che con le loro scarpe felpate fecero il rumore delle pernici quando si alzano.

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ALLA PORTA – 1953 – Ho visto un povero che suona alla porta, domanda se gli danno qualche cosa e la serva va dai padroni che stanno mangiando, padre madre e prole, la moglie dice che sono i soliti, o forse no, dice il figlio maggiore, la serva dice che l’uomo ha detto che ha un braccio paralizzato e uno di figli col tovagliolo davanti va a vedere, finge di aggiustare i libri nello scaffale dell’anticamera, dà un’occhiata al povero; anche a lui sembra e non sembra, più no che sì, il padre ci va lui, l’anno scorso Uno faceva lo zoppo e poi siccome il diavolo fa le pentole non i coperchi, dice, per caso il figlio l’aveva visto che se ne andavano più zoppo e contento con duecento lire in mano, il padre avrebbe voglia di testare il braccio all’uomo, gli fa qualche domanda ma in fondo ne sa come prima, non si presentano impreparati, questi tipi, certi si sfregano gli occhi con la cipolla per sembrare piangenti. La moglie, passata anche lei per l’anticamera, rientra in camera da pranzo per un’altra parte manifesta nuovi dubbi. Diamogli qualche cosa. Quanto? Ha una carta da cinquecento, è troppo, uno dei figli ne ha una da cento e la moglie dice che secondo lei bastano cinquanta mentre il figlio maggiore dice con spregio cosa sono cinquanta lire? Il padre trova stupida la frase del figlio, alza la voce, la serva porta le cento lire all’uomo che sta là.

Dante Virgili: l’apologia dell’apocalisse e il rifiuto dell’umano – di Federico Zumpani

Non esiste progettualità nell’universo di Dante Virgili. La progressione di segni e immagini si dilata solo attraverso l’ossessione delle parole. Un torrente spinoso di pensieri travolge il ragionamento, lo umilia fino a ridurlo ad estrema demolizione di istinti, fino ad un baratro emotivo. La costituzione autodistruttiva che pervade l’autore non è dannazione, ma quasi una logica conclusione del processo storico. Il tempo in cui si impone La distruzione non è un futuro immaginato o anche solo profetizzato dall’autore, ma la quotidianità intrisa di umiliazione nella visione di un nazista italiano. I fantasmi della Seconda guerra mondiale, all’umanità proposti come monito di orrore, rappresentano una gioia sontuosa per l’anima nera di Virgili, il cui desiderio di sterminio supera la ragione e tocca il midollo e i nervi del nichilismo. La condizione di straniero del protagonista si impone in modo antitetico all’alienazione totalizzante che Camus trasmetteva in modo immediato nell’uomo inadeguato; la visione di Virgili costruisce, diversamente, la condizione emotiva dell’uomo contro l’umanità, che rinnega ogni virtù e abbraccia la violenza come desiderio necessario.
Non c’è nessun disagio che giustifichi o ideale esistenzialista che bilanci questa percezione dell’autore, ma soltanto un razionale coinvolgimento emotivo nel ritorno all’inferno, unico percorso accettabile.
Il rifiuto della libertà – anzi della Liberazione – rispecchia il pensiero di Virgili, che compendia in un’opera unica differenti universi umorali, stati progressivi di sentimenti demoniaci, tutti accomunati da un odio puro, che scorre e si fortifica in se stesso, senza mai cercare perdono, ma divenendo rifiuto della società post-bellica.
La trama narrativa si evolve senza alcuna prospettiva specifica, se non l’annullamento. Questa progressione di pensieri oscuri sul concetto di ritorno alle armi, al sangue, rievoca un nulla quasi necessario, celebrazione del terrore che non conosce limite morale, ma si contrae nell’autocondanna di una realtà opprimente. Virgili non racconta un punto di vista, sentenzia la maledizione del fallimento umano, dannando se stesso e la sua stessa stirpe. Voler morire non è mai stato così reale, soprattutto in queste parole, che si scardinano dall’ordine logico, annullando un’idea precedente per favorire il caos emotivo successivo. (altro…)

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine – nota di lettura

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine, Marsilio 2019, 16 euro

Sta di fatto che Sacca, per tutta risposta, ha chiesto a Giulia di bussare sul muro di camera sua, e a me di andare a bussare su quello della camera per pellegrini globali, entrambi confinanti con la parete che stava auscultando da chissà quanto.
Così Sacca, con la faccia di chi si è appena svegliato dopo un turno di notte, ha fumato sei sigarette e si è messo ad abbracciare pareti, ci dice ma voi vi siete mai accorte che avete un gradino sotto il termosifone? E noi: ma non è un blocco di cemento?
Sì, ma è un gradino, e questa parete dietro è vuota. Non lo vedete che le due stanze sono distanti tra di esse il doppio rispetto alle altre?
Hai veramente usato “tra di esse” nel parlato?
Sì, che problema c’è?
Nessuno, sono solo molto ammirata.

Questo è il punto della narrazione in cui dovrei spiegare, in modo abbastanza misterioso, ma non pedante, di come Giulia e io abbiamo in più di un’occasione sognato questa casa con una diversa planimetria, che lì dove c’è il gradino comprendeva una stanza in più, oppure un passaggio che portava al piano di sotto. Dovrei dunque arrivare sino a Sacca che conclude che, dato il diametro, lì è per forza stata murata una porta di accesso a una scala che saliva o scendeva verso qualcosa (un sottotetto? un’altana? l’appartamento dei vicini?). Se fossi proprio bravissima arriverei a metterci delle picconate, e un cadavere mummificato sui gradini nascosti, un’urna, lettere segrete, un tesoro, avendo così buone possibilità di essere a posto con il reddito dell’anno fiscale successivo alla pubblicazione.

Esiste questo libro flâneur, capitolato come un’esperienza dickensiana e vivace come Tre uomini a zonzo (non in barca, perché manca di una sua volontà propriamente comica). Si chiama Perché comincio dalla fine, è di Ginevra Lamberti ed è uscito, da poco appena, per Marsilio. Ginevra Lamberti comincia dalla fine, dalla morte di tutti noi e specialmente quella altrui, su questioni che a nominarle possono apparire macabre e invece sono gustose come le olive con lo stuzzicadenti, una collezione di racconti sul passaggio, una sequela di incontri, tutto un dedalo di riflessioni e nulla che non sia leggero, dagli episodi più frizzanti a una rispettosa (mi si passi la parola) quiete. (altro…)

Sara Vergari, Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann

Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann
Vedere con occhi felici

Nella Roma del 1956 si incontra o confluisce solo parallelamente un tripudio artistico di vite simile a pochi altri nella storia. In Via Veneto Flaiano, ad un tavolo del Caffè Strega, scrive l’articolo che sarà pubblicato il giorno dopo su Il Mondo, annota qualche osservazione, butta giù ritratti di vita quotidiana. Non lontano è seduto il poeta Cardarelli, che ha scelto Via Veneto per i suoi ultimi anni di vita. Il fermento politico di una Repubblica ancora giovane si fa sentire nella capitale attraverso le grandi inchieste dell’Europeo e l’Espresso, che gridano alla libertà di stampa e appoggiano i nuovi partiti. È la Roma città aperta di Rossellini che sta passando il testimone nelle mani di La dolce vita di Fellini, un set cinematografico che ha conquistato Hollywood, ora trapiantato nella capitale italiana. In Via dei Condotti al Caffè Greco De Chirico siede da combattente solitario avvolto da un’atmosfera metafisica, come saprà raffigurarlo un ventennio più tardi Renato Guttuso.
In Piazza della Quercia, a pochi passi da Campo de’ Fiori, Ingeborg Bachmann trascorre il suo trentesimo anno. L’arrivo in Italia nel 1953 è l’atto di superamento dei confini, la conseguenza di un’inquietudine intellettuale e morale che nasce dagli anni dell’adolescenza. La Carinzia, terra d’infanzia abbandonata dopo i diciotto anni, ha già lasciato in lei tutte le ferite che la scrittura e la vita faranno riemergere; l’assassinio nell’orrore della guerra, il disorientamento per la vicinanza a tre culture e tre lingue diverse, il desiderio di liberazione dalle ideologie naziste. Proprio in questi anni trascorsi durante il periodo della Prima Repubblica nasce nella Bachmann il tema dei confini – geografici, linguistici, culturali – e la necessità di oltrepassarli. Il progressivo allontanamento dai confini carinziani si ha a partire dagli spostamenti, per studiare, a Innsbruck e Graz, per poi terminare l’Università con la laurea in filosofia nella città dove tutte le aspettative confluiscono, Vienna. Bisogna comprendere l’entusiasmo giovanile e illusorio di una studentessa che arriva in una grande capitale nel secondo dopoguerra, desiderosa di conoscere e affermarsi. Tuttavia la Vienna del 1946, quando arriva la Bachmann, è una città distrutta dai bombardamenti, dominata da miseria e da una politica che ancora mira ad occultare le proprie responsabilità nell’avvento del nazismo. Anche a Vienna dunque la Bachmann ritrova quei confini che non le permettono di rimanere. Quando lascia la capitale per l’Italia ha in mente solo un viaggio di qualche mese e sarà invece l’inizio di tre anni di grande maturazione che la separano dal suo trentesimo anno, il 1956 appunto. Gli occhi della Bachmann cercano una verità universale che non appartiene ad alcun luogo e il suo nomadismo non è spirito avventuriero ma piuttosto ricerca di una risposta all’implacabile domanda di “Che ci faccio qui?”. (altro…)