cultura

‘Bassa Marea’ di Sandro Frizziero e Michele Vangelista

BASSA MAREA

I.

Ricordo intrecci di rami; la linea bianca al margine della carreggiata, l’asfalto grigio, poi nero, poi ancora grigio. La tua voce che mi parlava di questo o di quello. Allora non lo immaginavi, ma avevo già imparato a non ascoltarti. A non ascoltare più niente; solo le cose importanti. Trattavo l’esistenza come se, dopotutto, fosse sempre possibile trovare una via di scampo, una soluzione. Ancora oggi mi trovo spesso a bisbigliare senza motivo un “passerà”.
Ricordo la tua mano che reggeva il volante con sicurezza; ogni tanto allargavi le gambe nell’angusto spazio dell’abitacolo. Eppure, non ti mancava il respiro, non ti sentivi soffocare dentro all’automobile che ci conduceva, centrotrenta chilometri orari, dall’Italia alle coste dalmate e poi più a sud, fino a Spalato. Anzi, sembravi esattamente a tuo agio mentre guidavi.
Forse perché, come si dice, la vita è un viaggio. Questa è una bella metafora! Come suona bene! Come sembra vero! Un viaggio involontario di certo, durante il quale non c’è nulla da scoprire, niente che possa sorprenderci davvero; neppure il mare, immenso, che s’apriva al nostro sguardo, ogni tanto, tra la vegetazione.
Ricordo la radio che trasmetteva le informazioni sul traffico, i rallentamenti, le deviazioni. Noi correvamo liberi, la nostra strada era sgombra. Contavamo di arrivare al traghetto per Vis all’ora di cena.

II.

Ti guardo mentre guidi, mentre parli, mentre ti sistemi i capelli e mi convinco che tu vivi in linea retta. Ti muovi da A a B senza deviazioni, senza lungaggini perché la strada più breve, per te, è sempre la migliore; e B è il punto che hai previsto, il risultato dei tuoi sforzi nello studio, nel lavoro, nelle relazioni. Il tuo mondo è un piano cartesiano nel quale sai sempre dove sei, nel quale hai tutto sotto controllo, anche gli assi nascosti e le scelte dubbiose.
Tu, caro e amato poligono regolare, mi odieresti, o forse compatiresti, se sapessi, invece, che io sono una linea curva, a tratti attorcigliata, a tratti impedita nel suo andare, come le alghe spinte dalla corrente e trattenute dai pali; una linea spiraliforme, che non mi permetterebbe di raggiungere il punto B anche se lo avessi già riconosciuto.
Ebbene sì, lo confesso: passo gran parte delle giornate a disbrogliare i nodi dei miei pensieri che non mi fanno mai del bene e non mi fanno mai sentire più intelligente. Pensieri da poco, con la “p” minuscola, robetta insulsa che filosofi e psicologi sdegnerebbero. Da fuori, lo so, sembro avere la potenza di un treno, la schiettezza dell’orizzonte, senza alture o doline, senza colline o torri. Ma che ci posso fare se dentro di me è tutto in disordine, se sotto il mio tappeto lo sporco si accumula? Fino a quando riuscirò a tollerare, fino a quando riuscirò a nascondere, a sotterrare e dissotterrare questo infinito cimitero di pensieri?

III.

Alta pressione sull’Adriatico, anche sopra questa striscia di sabbia dove si trascinano gli anziani mattinieri e si accumulano le alghe marcescenti. A chi guarda, il paesaggio non dice altro, per paura o per pudore.
Una coppia di giovani, che non sembra una coppia e forse non lo è, si muove a passi lenti. Lui, con la testa bassa e lo sguardo teso, forse cerca qualcosa e non sa cosa, come l’uomo che costeggia la battigia con il metal detector sognando un tesoro. E come i cercatori di vongole scavano con le mani nella sabbia, lui dà l’impressione che questo qualcosa sia sepolto e segreto, eppure vicino, palpabile. Lei, invece, come i gabbiani volteggiano alti e poi atterrano all’improvviso, alterna espressioni indecifrabili a un broncio di noia rassegnata.
L’alta pressione tiene, allontana certamente il maltempo e forse anche le lacrime, che pure potrebbero scendere all’improvviso, perché non esiste un “limite acque sicure” se non per essere superato e bere l’acqua del mare; far entrare il mare dentro di sé e pentirsene.
La coppia, che non sembra una coppia e forse non lo è, si allontana, mentre la radio di un chiosco appena aperto trasmette le previsioni del tempo. Le ore passeranno e i due non avranno capito ancora nulla l’uno dell’altra. Quanto tempo servirà loro per non capirsi del tutto?
Il tempo si manterrà stabile. Nessun rovescio. Niente di nuovo.

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Non è vero ma ci credo (2): il soprannaturale letterario secondo Francesco Orlando

..

Se possiamo leggere un nuovo libro di Francesco Orlando a sette anni dalla sua scomparsa (Il soprannaturale letterario, Piccola Biblioteca Einaudi, 2017), lo dobbiamo ai tre curatori (Stefano Brugnolo, Luciano Pellegrini, Valentina Sturli) e a uno studente di allora, Giuseppe Zaccagnini, che registrò alcuni corsi di Orlando e in particolare due relativi al grande tema del soprannaturale, che qui non è mai affrontato come un contenuto grezzo e invariabile, ma sempre inquadrato da forme rispondenti a modi differenti di rappresentare e dire il mondo. Orlando costruisce la sua casistica a partire da quella forma moderna di soprannaturale letterario teorizzata prima da Caillois e poi da Todorov, che definivano il  fantastico come un’intrusione traumatica dell’insolito, uno strappo nel tessuto del quotidiano. A questa eccezionalità si aggiunge l’impossibilità per il lettore di stabilire se il fatto raccontato sia davvero soprannaturale o soltanto iperbolicamente strano: per questo Todorov parla di esitazione, Orlando di ignoranza. Il fantastico corrisponde quindi a uno statuto del soprannaturale che poteva avverarsi soltanto all’indomani dell’Illuminismo e per un periodo relativamente breve (un secolo circa), quando la razionalità si era da poco imposta nel mondo e proprio per questo la letteratura ne ricordava la precarietà; si equivalgono in esso le due istanze opposte della critica e del credito, e poco importa che in certi casi la conclusione sciolga ogni dubbio in un senso o nell’altro (e Orlando contesta a Todorov proprio una sopravvalutazione del finale, che non può comunque dissipare un sentimento di incertezza durato quasi tutta la lettura).

Questo è dunque il criterio scelto da Francesco Orlando per il suo studio sul soprannaturale: stabilire ogni volta il rapporto tra la critica e il credito, andando dal massimo di credito del soprannaturale tradizionale, attraverso il punto di equilibrio del fantastico, fino a un massimo di critica. Anche ai due estremi l’istanza minoritaria avrà comunque una qualche voce residuale, se è vero che il linguaggio letterario non può fare a meno di esaudire una formazione di compromesso analoga a quella delle manifestazioni semiotiche dell’inconscio (avevo provato a fornire un quadro generale della teoria orlandiana in un post precedente, per chi vuole qui). Se poi la letteratura funziona in assoluto come un’enorme negazione freudiana, perché ci spinge a credere a ciò che sappiamo non essere vero, allora per Orlando i testi del soprannaturale si configurano come un “ambito due volte immaginario” (p. 18), all’interno del quale accettiamo che alcune leggi di realtà vengano sospese e contraddette. Soprannaturale non significa però indeterminazione e caos, ma al contrario, affinché una scrittura di questo tipo funzioni, è necessario che alle regole del mondo a cui siamo abituati (a una parte di quelle regole) ne subentrino altre, già chiare al lettore o rese chiare dal testo: il soprannaturale letterario consiste nelle regole da cui è ritagliato. Un caso particolarmente significativo, in cui le regole fanno tutt’uno con una serrata suddivisione dello spazio, è la Commedia dantesca, che al disordine morale dei peccatori oppone l’ordine implacabile di una topografia divina. Proprio l’attraversamento degli spazi e delle regole corrispondenti costituisce il viaggio e il racconto, la cui continuità e coerenza accrescono il valore di ogni singola parte: per questo i momenti lirici più intensi non possono prescindere dalla struttura generale, che Croce voleva in prevalenza inerte. (altro…)

L’importanza di essere piccoli 2017 (comunicato stampa)

… Con una coda ma senza la testa
solo per finta, solo per festa
solo per fiamma che brucia per fuoco
fammi giocare per gioco

B.Tognolini, Rime Raminghe, Salani

 

 

Comunicato stampa

 

L’importanza di essere piccoli – VII edizione

poesia e musica nei borghi dell’Appennino

VII edizione 1-6 agosto 2017

 

un progetto dell’Associazione Arci SassiScritti

con il contributo di

Regione Emilia-Romagna, Arci Bologna progetto Polimero

 e dei comuni di Alto Reno Terme, Castiglione dei Pepoli, Grizzana Morandi,

Pistoia, Sambuca Pistoiese

BCC Alto Reno e COOP Reno

LA POESIA COME FUOCO, LA VITA COME GIOCO

con

PAOLO BENVEGNÙ, MURUBUTU, LUCIO CORSI, IVAN TALARICO, GABRIELLA LUCIA GRASSO, SAVERIO LANZA, BRUNO TOGNOLINI, GIULIANO SCABIA, CARLO BORDINI, ALESSANDRO RICCIONI, ANDREA DE ALBERTI, FRANCESCA GENTI, MANUELA DAGO

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La parabola amorosa fra due culture di “In Tagli Ripidi” (di L. Cenacchi)

Prima di iniziare ad occuparci della poetica di Brusa alla luce del suo ultimo libro credo sia necessaria, da parte mia, una premessa di metodo volta a inquadrare meglio gli argomenti di questo intervento. Ritengo che, nelle poetiche degli autori, riesca a risuonare più di quello che le loro letture immediate farebbero supporre. Perché? perché ogni autore legge e leggendo assorbe anche elementi non direttamente inediti della poetica di chi sta leggendo; ovvero tutte quelle scorze rimaste dal confronto che a sua volta l’autore letto ha fatto con altri. Può anche accadere che, cercando di sviluppare temi personali, ritenuti una propria inventiva, questi, intrecciandosi con altre istanze, portino al medesimo risultato di quelli già trattati in modo similare nel corso della storia.[1]
Così la poetica di un autore sarebbe simile a una pianta radicata in un particolare terreno di letture scelte. Ogni terreno, tuttavia, ha anche altre componenti oltre se stesso, che finiscono per alimentare e costituire la struttura della pianta.

Ma veniamo a noi. Con la pubblicazione di In Tagli Ripidi Alessandro Brusa chiude una “trilogia” iniziata con il Cobra e la Farfalla (romanzo) e La raccolta del Sale (poesia).
Se la struttura della nuova raccolta[2] è stata ben trattata negli interventi all’interno del libro, per cui sarebbe superfluo, a mio avviso, tornare ulteriormente su di essa, sarà comunque indicativamente utile sin d’ora tenere presente la dimensione fondamentale, ma non totalizzante, del corpo in questa raccolta, come ha ben espresso Fabio Michieli: «[…] corpo inteso in senso fisico (membra), sia in senso metafisico come limite della comune percezione da valicare.»
È necessario parlare preventivamente anche della multiculturalità rilevata come uno dei possibili caratteri fondanti di questo libro. Io credo che la commistione, del tutto istintiva, di due tradizioni[3] lontane (taoismo e la lirica delle origini mediata da infiltrazioni boccaccesche)[4] sia il risultato naturale di una necessità come alternativa alla cristianità tradizionale: la ricerca di una sacralità terrestre (immanente)e genuina fondata sulla esperienza, che non può che essere quella personale dell’autore. Necessità naturale in qualsiasi persona che sia dotata di sensibilità e viva nella modernità liquida. Questo bisogno trova soddisfazione proprio nel momento letterario, da sempre territorio fertile per l’incontro di culture diverse con l’obbiettivo di superare determinate “patologie” che affliggono l’animo umano in determinati momenti storici: fra le tante la perdita del senso del sacro. (altro…)

#Pareidolia (di Carlo Tosetti)

copertina-CECI-romagnaPareidolia/Vedere ciò che non c’è (Pietre Vive, 2016) di Alessandra Romagna e Elvio Ceci, è un libro atipico, un catalogo d’arte che raccoglie delle opere di Alessandra Romagna, artista terracinese, la quale invera il processo mentale della pareidolia, le cui tele sono accompagnate dalle parole di Elvio Ceci.
I quadri riportati nel libro sono tele ispirate dalle macchie dei muri, dalle pareti scrostate di Terracina. Alessandra “vede ciò che non c’è” e, ispirata dal muro intaccato dall’incuria, ne ricava immagini oggettive.
Dietro all’arcano vocabolo di “pareidolia” si cela un fenomeno che quotidianamente viviamo; un notissimo esempio è l’intravvedere la figura di un animale nelle continue mutazioni di una nuvola.
Altro esempio, meno poetico, ma efficace, è la naturalezza con la quale riconosciamo un viso, una precisa espressione in pochi segni stilizzati: l’emoticon.
A seguito di una mostra di Alessandra Romagna, svoltasi a Terracina, (durante il cui percorso nei vicoli del centro era possibile osservare la tela affiancata alla macchia-musa), nel realizzare un catalogo delle opere, è nata l’idea di affiancare a ognuna di esse una poesia di Elvio Ceci, linguista e poeta, anch’egli terracinese, poesia scritta ispirandosi ai quadri (mutuandone il titolo).
Questa “pareidolia alla seconda potenza” ha dato alla luce il libro edito da Pietre Vive Editore, nonché a diverse performance dei due, durante le quali le poesie di Ceci vengono recitate, contemporaneamente all’azione pittorica e improvvisata di Alessandra Romagna, in un’artistica sinergia linguistica e visiva, ma che, infine, sempre viene condotta dall’immagine: una dipinta, l’altra descritta.
Il lavoro dei due ha attirato l’attenzione di David Riondino, da sempre studioso della poesia popolare, tanto che il 30 giugno 2017, a Locorotondo, si è svolta una doppia presentazione: Pareidolia è stato presentato da David Riondino, unitamente all’ultimo lavoro di David: Lo Sgurz (Nottetempo, 2016). (altro…)

Per un sillabario su Primo Levi

Primo Levi, immagine da Prospect Magazine

Per un sillabario su Primo Levi

di Sandro Abruzzese

*

Esistono vari piani, diversi fili all’interno delle opere di Primo Levi. Credo che come spesso accade per i grandi scrittori, questi fili siano in grado di unire i suoi libri in un’unica grande opera. I sommersi e i salvati, l’ultimo scritto del 1986, è considerato uno dei libri più importanti del ‘900. Ciò che però mi ha colpito dell’opera leviana è notare che in questo saggio si approfondiscono riflessioni che apertamente o in nuce avevamo già avuto modo di incontrare quarant’anni prima in Se questo è un uomo e poi via via nel resto della produzione dello scrittore torinese. È significativo, dice molto sulle sue capacità, il fatto che Levi, a poco più di venticinque anni, certo grazie alla diretta conoscenza di una parte del sistema concentrazionario, – “il Lager è stata una Università; ci ha insegnato a guardarci intorno ed a misurare gli uomini” (I sommersi e i salvati, p. 114), –  ebbene, già tra il ’45 e il ’47 aveva individuato con precisione gli aspetti centrali di quell’esperienza.

LINGUA. Uno dei temi ricorrenti, uno dei fili di cui parlavo, ne I sommersi e i salvati vi è dedicato un capitolo (Comunicare), è il tema della lingua. Gli ebrei italiani, racconta Levi in Se questo è un uomo, morirono quasi tutti e prestissimo perché non comprendevano la lingua. Venivano per questo derisi (soprannominati “due mani sinistre”, cioè incapaci) e disprezzati dagli ebrei polacchi perché ignoravano l’yiddish. Comprendere gli ordini, i consigli e i suggerimenti, da qualsiasi parte essi provenissero, risultava di vitale importanza nel campo. Il Lager, apprendiamo in Se questo è un uomo con una definizione che tornerà sovente anche in La tregua, è una Babele: “La confusione delle lingue è una componente fondamentale del modo di vivere quaggiù; si è circondati da una perpetua Babele, in cui tutti urlano ordini e minacce in lingue mai prima udite (…)”. La lingua serve per capire e sopravvivere, ma serve pure, se sarà mai possibile, per raccontare ciò che è accaduto, da qui l’incubo ricorrente nel sonno dei prigionieri: quello di non essere ascoltati. Qualcosa del genere capiterà, con altri toni e le dovute differenze, al protagonista di Napoli milionaria di De Filippo, al ritorno inaspettato e quasi indesiderato del reduce Gennaro Jovine segue il disinteresse per i racconti dell’uomo portatore dell’indicibile “mala novella” della guerra.

La parola, dunque, riflette Levi nel suo primo romanzo del ’47, “la parola straniera cade come una pietra sul fondo di tutti gli animi”. Le parole della Babele tornano continuamente, lo scrittore ne utilizza una tetra e indimenticabile: Wstawać, significa alzarsi, ed è il suono della sveglia mattutina, del ritorno all’inferno della vita del Lager dopo l’evasione notturna del riposo. E di lingua si tratta, di lingua come sinonimo di umano, quando incontriamo il piccolo Hurbinek: “dimostrava tre anni circa, (…) non sapeva parlare e non aveva nome (…)”. Il bisogno della parola in Hurbinek dimostra quello che lo scrittore sosterrà più volte, che l’essere umano è tale se può esprimersi, comunicare, essere ascoltato e riconosciuto. Infatti, questo gli aguzzini tedeschi, nel tentativo di totale deprivazione, negavano ai prigionieri ebrei, l’ascolto, il riconoscimento. Ecco perché in Comunicare Levi si scaglia contro il silenzio deliberato, contro la colpa del silenzio che genera “inquietudine e sospetto”. E invece comunicare “si può sempre”, si deve, perché i contatti umani sono “bisogno primordiale”, così scrive Levi ne La tregua. Invece la lingua del Lager è infernale, abietta, perché “là dove si fa violenza all’uomo la si fa anche al linguaggio” (I sommersi e i salvati, p. 76). Tutto questo è già chiaro nel giovane Levi del ’47, quando scrive “Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato” (Se questo è un uomo, p. 110). Un rapporto, quello dell’ebreo torinese con la lingua, in grado di portare alla mente il celebre saggio di Walter Benjamin sul medesimo argomento.

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Intervista a Cesare Ronconi e ‘Semplice e immenso’ a Mestre

foto di Maurizio Bertoni

Intervista a Cesare Ronconi
di © Chiara Tripaldi
Semplice e immenso – esito del seminario di Teatro Valdoca a Forte Marghera, Mestre (VE), domenica 16 luglio alle ore 20.00

Il workshop in corso in questi giorni a C32, Mappe per l’Invisibile, continua il lavoro iniziato con Comizi D’Amore, che si è svolto nel luglio del 2016. Nel mezzo, c’è stata una residenza di tre mesi fra i boschi della Romagna, dove i 15 attori e performer selezionati hanno vissuto condividendo l’abitudine quotidiana e la ricerca poetica. Qual è stato il risultato di questa commistione? Lei pensa che parola e azione siano inscindibili, che l’una viva grazie all’altra?

Negli ultimi due anni abbiamo ripreso una delle modalità di lavoro congeniali alla Compagnia, la produzione di uno spettacolo – Giuramenti, attraverso una serie di laboratori selettivi ed esiti performativi aperti al pubblico. Fino ai tre mesi di lavoro e vita in comune, da gennaio a marzo di quest’anno, a L’arboreto – Teatro dimora di Mondaino. Teatro e bosco sono stati i due luoghi che abbiamo abitato ogni giorno, l’avventura comune. Il bosco ci ha lavorato in profondità facendo di noi una comunità teatrale animale. In teatro la danza, il canto, i versi che Mariangela ha scritto e dato in consegna a ognuno degli attori ci hanno lavorato, anche. La parola, che per il nostro teatro è sempre parola di poesia, e l’azione sono più che inscindibili: la parola verticale della poesia va tenuta alta e leggera dal movimento, dal canto, dall’andamento ritmico dell’insieme dei corpi in scena, per un teatro al presente, “semplice e immenso”. Di cui il pubblico è chiamato a fare esperienza, prendendo parte ad un rito capace di attivare i simboli di cui si serve.

In Giuramenti l’aspetto performativo del movimento e della parola sono centrali, ma in Mappe per l’Invisibile lei, Mariangela Gualtieri, Lucia Palladino ed Elena Griggio avete chiamato a raccolta anche musicisti e sound designer. Qual è la differenza di approccio al verso poetico di un artista del suono rispetto a un artista “fisico”?

La poesia è musica, la musica non è così lontana dal verso poetico: è un allargamento. Nel nostro teatro non c’è separazione tra le arti: si approfondisce una ritmica, una melodia generale che riguarda tutto il lavoro. Verso un grande concerto in cui il gesto, l’aspetto visivo, la parola, tutto fa armonia – e disarmonia, anche, ugualmente importante. (altro…)

proSabato: Lea Quaretti, Al compleanno di Pound

proSabato: Al compleanno di Pound

……..Venezia, martedì 30 ottobre 1962
……..Al compleanno di Pound

Sedeva su una poltrona di paglia con un grande schienale circolare intessuto come un pizzo. La sua persona lunga, quasi inesistente nelle pieghe vuote del vestito nero, aderiva, abbandonata, alla paglia. La sua forza era nella testa circondata dall’assurda aureola di quello schienale rotondo posato contro la scala che portava al primo piano. Una testa di capelli ancora eccezionalmente vivi, gonfi sulle tempie, completamente bianchi. La pelle del viso, nella penombra della stanza, era luminosa e aderiva alle ossa come a disegnarle. Teneva le mani lunghe e nodose sulle ginocchia.
Era fermo. Così immobile che si sarebbe potuto pensare stesse dormendo se gli occhi, vivissimi, azzurri e inquieti, non fossero stati fissi a un punto che lui solo vedeva. taceva e nel suo silenzio c’era una forza di suggestione che mi paralizzava. Non sapevo staccare i miei occhi da quel suo viso consumato e leggero, di una bellezza straordinaria: la bellezza che la forza del pensiero, la sofferenza e la poesia possono aggiungere a un volto già per se stesso eccezionalmente bello. Allo stesso modo dovevano essere stati belli quei grandi americani che lo hanno preceduto: Melville, Thoreau, Hawthorne, Whitman.
Non posso più reggere il silenzio carico del suo sguardo. Dico stupidamente: «È bella questa casa».
Dopo un lungo silenzio sento la sua voce bassa, faticosa, che risponde: «Io non ho casa».
«Non ha casa?»
«In nessun posto del mondo» mi dice.
Intanto attorno a un tavolo rotondo posato alla parete di fronte alla poltrona, gli altri riuniti a festeggiare i suoi settantasette anni hanno finito di accendere le candeline rosse piantate su una grande torta bianca: «Ecco» dicono insieme.
La grande torta con le settantasette candeline rosse è davanti al grande vecchio: «Soffia, soffia».
Chi è che grida? Siamo tutti noi che soffiamo sul petto del vecchio […] (altro…)

Recensioni ibride #3: #Nessunavocedentro di #MassimoZamboni

zamboniRecensione ibrida a Nessuna voce dentro

di Ilaria Grasso

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Quando compri a vent’anni il tuo primo album dei CCCP dal titolo Canzoni Preghiere Danze del II Millen­nio: Sezione Europa non sai ancora chi sarai. Ascolti quelle canzoni, leggi i testi sul booklet pensando, con gli occhi alti al soffitto, che prima o poi qualcosa dovrai farla anche tu che ti dà noia tutto. Non sai dove ti porteranno quelle canzoni. Non sai che ti porteranno persino a confrontarti con il nuovo capo che pure lui ha ascoltato e forse ballato a sfinimento quelle canzoni. Fai difficoltà a pensare di stendere nella tua vita un verso e non ipotizzi neppure che un chitarrista possa essere anche un poeta o uno scrittore. Eppure vi assicuro che tutto ciò io l’ho vissuto e concedetemi un po’ di romanticismo ma voglio racc­ontare un po’ di me per far capire come la musica, i testi, i libri siano necessari per la costruzione della propria identità e di un “sentire comune”. E che non dobbiamo mai stancarci di cercare quelle “qualità che non rendono in questa razza umana che adora gli orologi e che non conosce il tempo” perché alla fine la differenza nella vita la fanno, eccome!
Il libro di cui vi parlerò è Nessuna voce dentro di Massimo Zamboni, chitarrista del CCCP, scrittore e poe­ta. Zamboni ci racconta tutto ciò che c’è stato prima di quel famoso album e che a me e a molti manca­va: com’è arrivato Zamboni a Berlino e come ha incontrato Giovanni Lindo Ferretti, voce dei CCCP, attualmente anche lui scrittore e artista.

Siamo nel 1981 e un ventiquattrenne Zamboni lascia la sua terra, l’Emilia, alla volta di Berlino. Non sa ancora cosa aspettarsi. Ciò che sa di Berlino è tutta contenuta nelle pagine della rivista “Frigidaire” che immagino consunta dalle troppe letture:

[…] casini continui per una ventata di occupazioni, tante, quasi centocinquanta – o ancora – Kreuzberg, uno dei quar­tieri più colorati dalle occupazioni […] Prospera il circuito alternativo: Kneipen, circoli culturali, librerie, teatrini, piccole attività teatrali, gruppi di ricerca […] Uno scenario da sogno, visto da questa asfissiata città d’Emilia. E se io andassi? […]

In questo on the road troviamo un’eccellente rappresentazione di un’intera generazione che in quegli anni confluì da tutte le parti d’Europa. Zamboni ha uno stile narrativo gradevole e leggero. Sceglie la prima persona per raccontare “mettendoci la faccia” anche quando le cose da dire sono le più dure. Ci spiega cosa vuol dire vivere in una casa occupata, lavorare in un ristorante italiano pressoché in nero per due lire e vestirsi con le due famose lire di cui sopra. Uno si chiederebbe: che vita è? perché lo fa? non era meglio rimanesse a mangiar tortelli in Emilia? Ma Zamboni si stava stufando del “piano padano”. (altro…)

Al ragionier Ugo, nel giugno 1995

Al ragionier Ugo, nel giugno 1995

di Chiara Tripaldi

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I figli unici sono destinati a vivere in un mondo di adulti. L’ho sempre saputo, da quando a otto anni i miei genitori mi portavano alle cene a casa dei loro amici, con figli troppo grandi rispetto a me o addirittura in casa di coppie che non ne avevano.

Mi mettevo al tavolo degli adulti, quello alla cui altezza arrivavo perfettamente, “ come sei alta, Chiara”, mi dicevano.

Una sera, mi ricordo perfettamente, eravamo a cena da Adriana e Michele, che abitavano in paese, avevano una grande casa con i pavimenti in cotto, che a me piacevano un sacco, mi ci poggiavo culo a terra a sentire il fresco, nella taverna dove invitavano gli amici. I figli di Adriana e Michele erano due ragazzini di qualche anno più grandi di me, che non mi badavano molto. A me non importava granché: mi piaceva molto ascoltare i discorsi degli adulti, imprimermi nella mente tutte quelle parole di cui non conoscevo il significato. Quella sera avevo imparato “un pesce fuor d’acqua” e la tv, cosa insolita, era accesa.

“C’è Fantozzi, il primo, quello più bello” aveva detto papà, che nel cinema come in tante altre cose, mi aveva dato un’educazione precoce. A otto anni mi permetteva spesso di sedermi sul pavimento dello studio, dove c’era la nostra televisione, fra la poltrona sua e quella di mamma. In quell’anfratto, a gambe incrociate sopra il tappeto turco, ho visto passare i grandi classici del cinema italiano e non. Fantozzi, però, l’ho visto per la prima volta in quella casa estranea, una sera di giugno. La tv andava sopra il chiacchiericcio dei grandi, una cosa straordinaria, dicevo, perché alle cene si mangiava e si parlava senza rumori di fondo, si rimbalzava sulle storie d’ospedale (papà e Michele erano colleghi) e sulle ultime notizie politiche, con il solo rumore delle stoviglie e lo scatto della fiamma che accendeva molte sigarette.

Così conobbi il ragionier Ugo: un uomo il cui aspetto dimesso cozzava contro un linguaggio straordinariamente complicato che mi affascinava ma si accordava magnificamente a una serie di disavventure capaci di strapparmi il sorriso anche se non ne coglievo l’intrinseca drammaticità, la critica alla società capitalista, all’intellettualismo, alla mancata solidarietà di classe, ai parvenu.

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Due o tre cose su Fortini e il Berlusconismo

Fortini, fonte immagine: giovanicomunisti.it

 

Due o tre cose su Fortini e il Berlusconismo

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L’ultimo brano dei due libri che contengono gli interventi di Franco Fortini su Il Manifesto (Disobbedienze I e II, Manifestolibri, 1996) nell’arco del ventennio che va dal ’72 al ’94 si intitola Cari nemici. Vale la pena riportarne l’incipit:

Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non invisibili agenti o spie; non chiari ma visibili nemici. Sapete chi sono. Non sono mai stato né volterriano né liberista di fresca convinzione. Spero di non dover mai stringere la mano né a Sgarbi né a Ferrara né ai loro equivalenti oggi esistenti anche nelle file dei «progressisti».

Per capire le sue parole fino in fondo occorre attenzione ai tempi. È il 1994. L’anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi e del conseguente dispiegamento dell’imponente macchina mediatica di proprietà al suo servizio. È il ’94, dicevo, e la lettera, indirizzata all’assemblea “Per la libertà di informazione” tenutasi a Milano il 7 novembre del ’94, assume i toni di un vero e proprio epitaffio, infatti venti giorni dopo verrà la morte del poeta. In essa Fortini esterna tutta la sua preoccupazione: “Ma ci sono momenti”, scrive, “in cui il solo modo di dire «noi» è dire «io». (…) Questo è uno di quei momenti. Due o tre in una vita anche lunga. Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora e per poco. Quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza”.

Il bello degli articoli di Fortini è che non vanno interpretati. Non sono moniti da presidenza della Repubblica. I suoi interventi sono l’esempio di una coscienza lucida, rigorosa, onesta, che non risparmia, anzi direi che quasi predilige, la polemica. Di conseguenza, ancora una volta in Cari nemici egli chiarisce la sua posizione denunciando “il degrado di qualità informativa, di grammatica e perfino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video”. Prima li paragona ai primordi del fascismo, poi si corregge “Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa”.

A chi sta parlando il vecchio e spigoloso poeta toscano? Quando invita a non scrivere un articolo al giorno, quando invita a fottersene dell’audience e dei contratti pubblicitari, e soprattutto a essere «cattivi» e non concilianti per dare l’esempio “a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della Tv, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi”; a chi sta parlando?

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La punta della lingua, XII edizione

Programma
La Punta della Lingua Poesia Festival, 12^ edizione
Ancona e Parco del Conero
2-9 luglio 2017
anteprime: 8 e 27 giugno

domenica 2 luglio
Bologna (e ovunque)
ore 16.00 Facebook Poetry 9^ edizione
Sfida di poesia online aperta a tutti
a cura di ZooPalco
Gioco dadaista con versi estratti a caso, happening con oltre cento poeti in collegamento da tutto il mondo e certamen elettronico, la Facebook Poetry è il primo e unico concorso italiano di poesia pensato direttamente per la rete e condotto online. Dopo Roma e Firenze, quest’anno sarà condotto da Bologna. Le regole sono le solite: dati il primo e l’ultimo verso e una lunghezza massima di 10, produrre in massimo 40 minuti un testo per l’occasione e scegliere, tutti insieme, quello più riuscito. La Punta della Lingua è suFacebook e aspetta i vostri like.

Lunedì 3 luglio
Portonovo| Chiesa S. Maria

ore 18.00 Inaugurazione del Festival
Saluti dell’Organizzazione e delle Autorità

ore 18.30 Poeti in viaggio ​(con Roma Marche Linee)
Presentazione del progetto di collaborazione tra La Punta della Lingua, con le suggestioni e le sintesi linguistiche messe a disposizione da alcuni degli ospiti del Festival, e Roma Marche Linee, un’azienda che investe in versi. Con letture dei testi commissionati per l’occasione.

ore 18.45 Poeti da antologia
Letture di Antonella Anedda​ e Giampiero Neri
Interventi musicali di Marta Collica ​(voce e chitarra) e Rachel Maio ​(violoncello)
In collaborazione con Italia Nostra e Hotel La Fonte
Duo d’eccezione, Antonella Anedda e Giampiero Neri sono fra i maestri più riconosciuti della poesia italiana contemporanea.
Poetessa, saggista e studiosa di letteratura, Anedda incunea la verticalità della lirica nel passo disteso della prosa. I suoi libri sono tradotti in varie lingue e hanno ottenuto molti riconoscimenti, fra cui il Premio Viareggio per Salva con nome.
I ricordi del naturalista francese Jean-Henri Fabre, trovati da giovane nella biblioteca paterna, hanno segnato il destino di Giampiero Neri, poeta capace di osservare con lo stesso sguardo da entomologo la natura e l’uomo, ovvero il Teatro naturale che dà il titolo a uno dei suoi libri più amati. Fedele alla sua poetica di essenzialità e rigore e a quella, paradossale, di oggettività e straniamento, anche l’ultima recentissima fatica Via provinciale, che riconferma la centralità dell’esperienza di Neri nella poesia italiana del secondo Novecento e oltre.
Con interventi musicali sospesi tra blues e soundscapes di Marta Collica, catanese di Berlino, già collaboratrice di Hugo Race e John Parish, accompagnata dalla violoncellista australiana Rachel Maio

Portonovo| Ristorante
Da Giacchettiore 20.00 Cena a buffet

Portonovo| Chiesa S. Maria
ore 21.30 My Name is Swan
Performance audiovisiva di Jan Noble
Poeta inglese, Noble gira l’Europa con i suoi reading ed è stato registrato dal leggendario produttore Craig Leon negli studi di Abbey Road. Il film tratto da My Name is Swan sarà presentato all’East End Film Festival di Londra quest’estate.

ore 22.00 Poesie che si capisce cosa dicono
Recital di Tiziano Scarpa
Oltre che saggista e narratore Premio Strega per il romanzo Stabat mater nel 2009, Tiziano Scarpa è anche poeta-performer. Fra i suoi libri di poesie ricordiamo Covers nelle galassie oggi come oggi e Groppi d’amore nella scuraglia, pubblicati da Einaudi, e, per Amos edizioni, Discorso di una guida turistica di fronte al tramonto.

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