cultura

proSabato: Ginevra Bompiani, Seduzione

La seduzione cambia a seconda che ad agirla sia un uomo o una donna. Dico «agirla» perché la seduzione e richiede molta attività e molta abnegazione. Io ho sempre Ammirato i seduttori e sono stata loro grata degli sforzi umani e sovrumani che facevano per conquistare quello che gli si sarebbe offerto Forse subito, per gusto o per riconoscenza. Cedere alla seduzione è un modo di applaudire. Nei romanzi del grande scrittore francese Crébillons fils, si capisce benissimo che la donna si concede con un applauso. È quell’insicuro di Sade che deve invece mortificarla con la crudeltà e un leccar di baffi.
Ma bisogna parlare del seduttore e della seduttrice, e non semplicemente di «seduzione», perché queste due figure perseguono obiettivi assai diversi.
Il seduttore vuole conquistare la sua preda furtivamente, la seduttrice vuole tenerla a distanza platealmente.
Don Giovanni è un esempio classico di seduttore: come tutti i conquistatori, è in lotta col tempo; come un vero clandestino, è in fuga. Deve correre sotto al balcone e poi correre via per non farsi prendere. La fretta gli fa mancare le prede più interessanti come Donna Anna e perfino le più facili come Zerlina. D’altra parte, quel che conta per Don Giovanni, come spiega bene Leporello, è il numero, non la qualità; il territorio, non il paesaggio.
L’esempio classico di seduttrice è Célimène, la donna amata dal Misantropo di Molière. Il misantropo e la seduttrice formano una coppia impossibile e ideale: il misantropo ha bisogno delle arti elusive della civetta per potersi innamorare. La seduttrice ha bisogno di tutte le sue arti per tenerlo a bada e non farsi soffocare.
Naturalmente non potranno andare a nozze perché non hanno un luogo comune: il misantropo vuole il deserto, che rende vana ogni seduzione, e la civetta vuole il salotto, dove il misantropo muore ogni minuto.
Seduttrice e civetta non sono in verità sinonimi: la civetta è la forma più fatua e antiquata di seduttrice. Ogni seduttrice non civetta più, non usa tecniche da quattro soldi, co ha penato il femminismo a spazzarle via. Oggi una seduttrice ricorre a una virtù molto più rara e più pregiata, la grazia, che è una virtù lenta, un po’ sorniona: la qualità di Marlène Dietrich e dei suoi personaggi. Célimène ne ha da vendere, mentre Lulù (Wedekind, Berg), pecca di troppa fretta, ed è un po’ maschile in questo. La grazia è una virtù dell’intelligenza. Ci sono donne stupide e dotate di grazia e sono quelle di solito chiamate «misteriose». Niente infatti è più misterioso di una grazia stupida, che rimbomba nel vuoto. (altro…)

Comunicato stampa: Il canto libero delle stelle mediterranee

 

Il canto libero delle stelle mediterranee

5 agosto
Giardini della Filarmonica
via Flaminia 118
ore 21

Nell’ambito della XXVI edizione della rassegna I solisti del teatro, il 5 agosto alle ore 21.00 debutta a Roma il reading musicale Il canto libero delle stelle mediterranee di e con Francesca Bellino (narratrice), con Stefano Saletti (oud, bouzuki, percussioni), Barbara Eramo (canto) e intermezzi vocali di Alessandra Mosca Amapola.

Il canto libero delle stelle mediterranee nasce dal desiderio di raccontare le esistenze straordinarie di alcune delle più autorevoli cantanti del mondo arabo-mediterraneo e di celebrare il potere liberatorio della voce.

Per smentire il pregiudizio che cristallizza l’immagine delle donne arabe in signore velate, sottomesse e ammutolite, basta dare un’occhiata alla storia della musica arabo-mediterranea del ’900 e scoprire figure femminili emblematiche, lontane dagli stereotipi diffusi in Occidente.

Questa storia ci parla di cantanti autorevoli, forti e libere che sono riuscite a tirare fuori la Voce e a essere padrone del loro destino, dalla diva egiziana Umm Kalthum, “la madre di tutti”, alla principessa drusa Asmàhan, dalla cantante tunisina di origine berbera Saliha e alla star libanese, ancora vivente, Fairuz, donne che si sono fatte strada negli stessi anni in cui sull’altra sponda del Mediterraneo, sull’isola della Sicilia, nasceva, lottava e cantava la nostra Rosa Balisteri, simbolo italiano dell’emancipazione femminile passata attraverso il canto. (altro…)

‘Pentesilea, il pericolo della città diffusa’ di Chiara Pini

Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l’ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d’avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli. Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori. Come un lago dalle rive basse che si perde in acquitrini, così Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si dànno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata. La gente che s’incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: “Qui”, oppure: “Più in là“, o: “Tutt’in giro”, o ancora: “Dalla parte opposta”. – La città, – insisti a chiedere. – Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire. – Ma la città dove si vive? – chiedi. – Dev’essere, – dicono, – per lì, – e alcuni levano il braccio obliquamente verso una concrezione di poliedri opachi, all’orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo spettro d’altre cuspidi. – Allora l’ho oltrepassata senza accorgermene? – No, prova a andare ancora avanti. Così prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora più rade ora più dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?

La seconda definizione che Italo Calvino ci lascia riguardo ai classici, nel noto saggio a loro dedicato, è che «essi costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli».[1] Questa definizione ben aderisce a quanto ha significato per me la rilettura de Le città invisibili. Molto è stato detto e scritto in merito a quest’opera; anche in «Poetarum Silva» vi è un contributo significativo di Alessandra Trevisan e Maddalena Lotter a cui rimando e invito a leggere. In questa sede, non è mio intento riproporre un’analisi del testo, bensì soffermarmi su alcuni aspetti che riguardano il nostro contemporaneo, di cui Calvino è stato magistralmente il precursore. Il valore antropologico di cui è portatore una città, di qualunque dimensione essa sia, è rilevante non soltanto a fini descrittivi ma, mi si consenta, anche energetici. Una città è il risultato di un impianto urbanistico, di un ambiente, di una storia, di una lingua, di un tessuto sociale e non di meno delle energie e dei pensieri che la animano: il dialogo e la partecipazione attiva al confronto tra questi fattori determina, nel corso della storia, la bellezza e la fortuna di una città. La Geografia stessa, nell’ambito della didattica e della ricerca, ha introdotto il concetto di Porte della Geografia, intesi come strumenti indispensabili per determinare le coordinate dei diversi punti di osservazione di un’area geografica. La Geografia ha sentito la necessità di puntualizzare il significato di alcune categorie che vengono spesso considerate sinonimi e che invece sono portatrici di valori profondi e, soprattutto, di punti di osservazione differenti. Ai termini Spazio, Ambiente, Territorio, Paesaggio, dalla connotazione prevalentemente tecnica e geografica e strettamente connessi alle tradizionali discipline in dialogo con la Geografia, è stato aggiunto anche il termine Luogo, che di scientifico ha ben poco, inteso come lo spazio vissuto, il centro dell’esperienza umana.
La consapevolezza di questo sguardo sul mondo, legato ad una disciplina e svincolato dall’ambito meramente letterario, la rilettura delle Città invisibili, l’osservazione diretta della geografia nella quale vivo e trascorro il mio vissuto, hanno acceso l’entusiasmo nella rilettura di quest’opera, il cui tratto principale sembra non essere più l’immaginazione quanto il ritratto di una realtà sconcertante. Calvino ha anticipato, sapendo ben interpretare i segni del suo tempo, una trasformazione delle nostre città, che già era stata messa in atto ma che ai più non risultava ancora intellegibile. Calvino, capace di visioni esatte, negli anni settanta è stato in grado di cogliere la direzione dello sviluppo urbanistico ed energetico del nostro territorio, in una proiezione che non poteva prescindere dai tre assi temporali di presente, passato e futuro, come uno specchio fedele e realistico di quel futuro, già presente, in chiave fantastica. Mi riferisco in particolar modo alla sezione delle città continue, che tanto, soprattutto nell’area del nord-est italiano, ma non solo, svelano il modello di città diffusa e denunciano impellenze oggi ormai improrogabili. (altro…)

Variazioni bianche #6: bianco

All’inizio si dà retta alla vulgata e si pensa che il colore più angosciante sia il nero.
Poi qualcosa fa vacillare la certezza. La morte dietro la maschera è rossa. Il re, con il suo libro che uccide alla prima lettura, è giallo. La nube liberata dal ghiaccio antartico che uccide la razza umana al suo passaggio è purpurea. Il colore che viene dallo spazio ha dal tremendo suo di essere tuttora sconosciuto.
Poi si smette di avere dubbi. Si smette più o meno a livello di Gordon Pym, al suo arrivo nell’incredibile bianco mozzafiato.
Moby Dick è bianco, come il lutto orientale. Alla sua bianchezza è dedicato un intero capitolo. Chiarisce come il panico possa arrivare da un eccesso di grazia. Il tocco angelico come frizione insopportabile, la purezza come motivo di paura.
Sono bianchi i denti, uniche ossa scoperte del nostro corpo. Bianchi i tasti del pianoforte, e la sindrome della pagina eponima, che non ho mai vissuto per la determinazione a sedermi al computer non un attimo prima che quello che ho da scrivere mi esca dalle mani. Sono bianchi, troppo, i muri del mio bilocale, dipinti con le mie mani poco prima di trasferirmi in una tre giorni di intossicazione da allegria, e non c’è fotografia o quadretto che riesca a distrarne il lucore, che traspare da ogni singola striscia con una sfrontatezza ospedaliera.
Mia sorella ha sempre voluto un gatto bianco, perché la mettesse in soggezione, diceva. È bello avere qualcosa per cui provare ossequio. Per assoluto caso è arrivato Artù, fortunello di due settimane abbandonato dalla madre, tutto preso a starnutire e ad aderire al nostro collo con tutto il corpo. Finché era piccolo una sua zia romana lo chiamava “la palletta”; ora è oblungo come una faina. Artù chiacchiera e risponde al suo nome con variegati cinguettii. Artù è un ossesso, e dimostra un incontenibile affetto, correndo ad accogliere alla porta o mordicchiando le mani con un accenno di scodinzolio canino. Eppure ci sono dei momenti in cui Artù è poco lontano, acciambellato sulla sedia sotto il riverbero del televisore, la faccia premuta nelle zampe come se pensasse a qualcosa, e in quei momenti Artù è altro, Artù è altrove, e questo avviene sicuramente perché è bianco.
Non dormo bene, d’estate. Qualcosa del chiasso notturno e della stanza torrida mi tiene sveglia, avviluppata nell’ansia. Un attimo prima sono tutta presa a sentirmi il cuore nel cuscino, un attimo dopo mi ritrovo a metà della notte, improvvisamente sveglia dopo un sonno da stanchezza, chiedendomi quando mi sono addormentata. Mi piace alzarmi, allora. Andare a prendere un bicchiere d’acqua o uscire in balcone. Mi piace perché non ho più ansia, e sono padrona del tempo e dello spazio.
Artù mi aspetta sempre dietro una porta. Tende un agguato alle mie caviglie, saltando su due zampe, e quasi mi fa caracollare. Se fossi ancora spaventata sarebbe un problema; invece mi fa grande tenerezza. Agguanta le caviglie poi scorre via, prendendo l’infilata del corridoio.
Come Moby Dick, posto che lui si prenda la briga di fare agguati anziché limitarsi a scrollarseli di dosso quando li riceve. Quello stesso modo di essere per noi il più dilatato punto sulla retta, mentre non siamo per lui che il breve segmento della sua corsa pazza.

© Giovanna Amato

proSabato: Andrea Camilleri, “Ho finito” (da “Conversazione su Tiresia”)

Ho finito

Forse vi state chiedendo la vera ragione per la quale mi trovo qui.
Ho trascorso questa mia vita ad inventarmi storie e personaggi, sono stato registra teatrale, televisivo, radiofonico, ho scritto più di cento libri, tradotto in tante lingue e di discreto successo. L’invenzione più felice è stata quella di un commissario.
Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne.

Ora devo andare.

Vi chiederete cosa faccio adesso. Attualmente vivo a Brooklyn e ogni tanto mi chiamano per fare la comparsa in un film. Nella mia ultima interpretazione ero Tiresia che vendeva cerini, persona e personaggio finalmente ricongiunti.

[…]

Può darsi che ci rivediamo tra cent’anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro.

 

da Conversazione su Tiresia, Sellerio, 2019

Archivolti #4: First we take Manhattan

È più di un anno che questo libro occhieggia dal comodino nelle pause delle mie letture frammentate, stanando città per città, quasi fosse una guida per viaggiatori consapevoli più che un saggio. Quindi, innanzitutto mi devo scusare con C. Armati (e ringraziarlo), l’editore che me lo aveva gentilmente inviato confidando in un mio interesse e una mia lettura. Eccomi qui solo adesso, ma avevo bisogno di tastare con mano quanto descritto in questo breve ma denso saggio e cercare di ricostruire tra memorie di viaggio, studio e letteratura il percorso storico, antropologico, urbanistico e geografico che viene direttamente o indirettamente attraversato in questo testo. Torno adesso da New York, ho passeggiato per Chelsea e il Lower East Side sono stato a Brooklyn e ho attraversato Gowanus, Williamsburgh e ho visto. Ecco quindi che, “presa Manhattan”, mi decido a scriverne partendo proprio da qui perché First we take Manhattan – la destrucciòn creativa de las ciudades è il titolo in lingua originale del libro con un palese omaggio alla poetica Coheniana, ma finezza probabilmente incomprensibile ai più e quindi ci/mi tocca accontentarsi dell’efficace quanto fredda traduzione “Città in vendita”.
Attraversamento, quindi, perché di questo si tratta. Il saggio non è una fredda denuncia statistica di quanta parte di mondo sta devastando la “gentrificazione”, ma è un vero proprio viaggio che inizia in un taxi con Bob Dylan attraverso le sue Desolation row e attraversa Manhattan, Barcellona, Saragozza, Parigi, Londra, Madrid, per arrivare a Berlino (then we take Berlin…) e mostrarci come la politica della “lotta al degrado” sia stata in realtà sempre l’alibi per smantellare sistemi e reti sociali che erano parte integrante di un territorio per puntare così al profitto e trasformare quartieri un tempo popolari in luoghi di passaggio per lo shopping o la vita notturna o creativa (penso a Chelsea che ora ospita gallerie d’arte e locali alternativi). Fin qui tutto (purtroppo) normale, ma questo libro va più a fondo, e attraverso una ricerca puntuale e multidisciplinare ci svela con un non troppo velato disincanto come sia successo tutto ciò e come sia possibile che in un quartiere un tempo malfamato, popolare come la Malasaña, oggi tu possa trovare una pasticceria per cani. Qui non si tratta più di ragionare su un tessuto urbanistico storicizzato e antropizzato e sul suo diritto a esistere (un nostro esempio locale è il quartiere attorno a San Pietro abbattuto da Mussolini per aprire la retorica prospettiva di via della Conciliazione), ma è la presa d’atto di come il tessuto urbano di ogni città sia elemento funzionale esclusivamente al profitto economico e come il principio dell’abitare non si concili più con un’idea di rete locale e di relazioni. (altro…)

Variazioni bianche #5: testa da ponte

(tutte le citazioni da Moby Dick traduzione Cesare Pavese, Adelphi 1987)

«Ora, siccome l’occupazione di stare sulle teste d’albero a terra e in mare è molto antica e interessante, diffondiamoci qui un tantino.»
C’è in questo romanzo di vertiginose profondità marine qualche brusca virata in altezza, che contribuisce allo stordimento. Non basta rollare e beccheggiare, leggendo Moby Dick. Bisogna seguire creature colossali in fondo all’abisso e alzare la faccia vesto la testa d’albero della vedetta, da dove si ha il compito di osservare, fino all’ultimo istante dell’ingresso in porto, qualche balena da cacciare.
Ma la più alta delle altezze, da cui si rischia di fracassarsi le ossa cadendo, sono i monologhi di Achab. Preso l’abbrivio di una di queste letture, basta staccare gli occhi dal foglio per sentire la terra mancare sotto il piede.
Sono a Napoli. Ho ventiquattro, venticinque anni e per un anno vivo qui. È la prima volta che leggo Moby Dick: ogni tanto mi prende la frenesia di comprare libri enormi, I Miserabili è ancora lì che aspetta nonostante io giuri di amare Hugo sopra ogni cosa (c’è Notre-Dame, dico io, c’è Novantatré). Quindi ho questo libro enorme e un’estate torrida napoletana, e vorrei incontrare di persona chi dice che le stagioni a Napoli sono miti, ho appena finito un post laurea alla Federico II e ho consegnato la mia tesi, non mi resta che fare avanti e indietro per la sirena Partenope, ogni tanto mi schianto sulla sedia di un bar e tiro fuori questo chilometrico libro. (altro…)

Corpo a corpo con Sotirios Pastakas, di Emiliano Ventura

Corpo a corpo con Sotirios Pastakas

di
Emiliano Ventura

Sono passati molti anni da quando Mario Luzi mi parlava di Kostantinos Kavafis; oggi è Isabella Vincentini a parlarmi della poesia di Sotirios Pastakas; è sempre un poeta italiano, o una poetessa, a condurmi verso la Grecia.
Il maggior poeta greco è venuto a Roma, il 29 giugno scorso, per un incontro-lettura sulla sua poesia, introdotto da Elio Pecora e Marinella Linardos della Comunità ellenica di Roma.
Si registrano le solite, attese, defezioni. Mentre l’accademia è intenta a costruire carriere sull’algoritmo di indicizzazione, la stampa italiana si bea dei suoi maestri (Biagi, Montanelli, Barzini) senza capire che chi cerca ancora maestri rimane per sempre allievo. Nessuno presta attenzione all’evento di poesia greca, e non solo, lo si lascia passare inosservato senza un riscontro adeguato, opportuno, dovuto, mentre si celebrano le chiacchiere e le cronache sentimentali dell’ultimo letterato à la page. Fortunatamente risponde il pubblico dei cultori, degli appassionati e amanti della poesia.
Conto i decenni da cui un incontro con un grande poeta non fa notizia, una ventina dall’indifferente accoglienza delle Operette morali, una quindicina dal processo a I fiori del male. Eppure la modernità agonica del poeta si declina da quei nomi da due secoli. In questo il Corpo a corpo di Pastakas non fa eccezione, ma gode di ottima compagnia.
L’incontro è stato organizzato grazie alla volontà di Isabella Vincentini e di Marinella Linardos (comunità ellenica di Roma), dalla disponibilità di Pastakas e dalle comuni risorse personali. In Italia le cose migliori vengono sempre fatte dalla volontà dei singoli, finché ce ne sono, e non più dalla responsabilità delle istituzioni, ma tant’è, ne dobbiamo prendere atto con attonita lucidità.
Elio Pecora è in gran forma nel presentare la poesia di Pastakas, ci racconta delle cinquanta poesie perfette di Sandro Penna, mentre il poeta greco, da par suo, non si risparmia nella lettura in greco della sua opera e ricorda la necessità di Walt Whitman di esprimersi in versi liberi. I due poeti sono legati da amicizia ed Elio Pecora è stato particolarmente generoso, sia nei commenti che nel fornire nuovi spunti di letture e approfondimenti.
L’evento, al Book store del Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, supera le due ore senza che nessuno se ne accorga, grazie alla poesia ironica, quotidiana, ma così enormemente straripante di vita vissuta.
Sotirios Pastakas parla perfettamente italiano, ha studiato a Napoli e a Roma, ha vissuto a lungo in Italia e ha iniziato prima come traduttore dei nostri poeti, Penna, Sereni, Pasolini, Saba. Solo in un secondo momento è nata la sua poesia che oggi è tradotta in dodici lingue.
Mentre Einaudi pubblica le poesie di Eugenio Scalfari, la poesia di Sotirios Pastakas viene edita dal coraggioso Multimedia Edizioni (Salerno 2016); Corpo a corpo è un’antologia che raccoglie le varie parti delle sue raccolte da L’esperienza del respiro (1986) all’Incipiente Alzheimer (Inedito).
Egli stesso si definisce «psichiatra fallito alcolista»[1] e afferma: «Sono cattivo e lo sapete tutti […] sono un felice uomo cattivo».[2] Il sorriso di Aristofane mentre scrive, ne Le rane, l’agone tra Eschilo e Euripide deve essere stato simile a quello di Sotirios mentre legge e commenta le sue poesie, non credo sia solo un personale pregiudizio filologico, ma una semplice affinità somatica.
Scrivere di un poeta contemporaneo, che abbia solo trenta anni di poesia alle spalle, consegna inevitabilmente pochi strumenti critici su cui fare affidamento, una ancor meno nutrita storiografia. (altro…)

Variazioni bianche #4: Direzioni

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

«Tutto, tutto ciò che so lo so perché amo», diceva probabilmente Tolstoij, dove la probabilità è nel fatto che ho trovato la frase su internet e non mi sale alla memoria nessuno scritto da cui potrebbe essere tratta. Vi sarei grata se approfittaste dello spazio qui sotto per chiarirmi le idee.
So perché amo. È il motivo per cui Mozart mi scorre sereno ma non riesco a suonare Chopin. Per cui mi perdo andando a fare la spesa ma conosco la Merulana fino ai suoi civici (a patto di non arrivarci da Piazza Vittorio, perché Piazza Vittorio ruota di notte, non c’è altra spiegazione). Non molto tempo fa ho dato indicazioni al millimetro a una signora torinese, indicazioni bastanti per un’ora di passeggiata nel quartiere, ma quel quartiere era Testaccio. Amo Testaccio con le viscere: la casa di Elsa Morante, la tomba di Amelia Rosselli. Prima di doverlo raggiungere ogni giorno per due anni per questioni lavorative, il quartiere era per me solo il cimitero e la strana bianchezza della sua piramide, l’aria di paese e la facciata splendida della sua chiesa. Ora lo amo e lo so, nella sua aria pigra e sfrontata che sembra fare spallucce ai suoi stessi motivi di pregio, come un ragazzo incompiuto che mastica un filtro di sigaretta con la scarpa sporca appiccicata al muro.
Ishmael non ama la terra, si vede dal suo modo goffo di ricevere indicazioni: (altro…)

proSabato: Milena Milani, Il romanzo di ognuno di noi

La neve era un pretesto di racconto. Bastava fissare il suo candore, le ombre e le luci che giocavano lì sopra, o in mezzo gli alberi, nel bosco, dove i raggi del sole creavano strali lucenti, scintille che si rifrangevano. In piccoli spazi bianchi si affacciavano animali insoliti, anche quelli che d’inverno dovrebbero essere in letargo e lui, il pittore, li rappresentava. I loro occhi tondi, stupefatti, si sgranavano davanti alla finestra alla quale, dai vetri, un vecchio signore stava a guardare. Portava un cappellaccio informe e non se lo toglieva mai. Forse anche lui era un artista e spesso si divertiva, scherzava con il mondo sepolto da quel manto immacolato, sperando di ritrovarvi l’innocenza dei tempi lontani, quando era un bambino e prendeva le neve con la mano, per chiuderla in un cassetto e poterla tenere prigioniera.
Il pittore aveva un nome e un cognome, Antonio Possenti; di lui scrivevano i poeti, anch’essi pronti a mettersi in viaggio per scoprire chi dormiva sotto la coltre morbida che copriva tutto. A scavarvi dentro, come nella sabbia del mare, venivano in superficie tanti tesori, persino funghi meravigliosi, dagli aromi incredibili, zucche giganti, o un bel coniglio spaventato, dalla pellaccia folta, che subito si addomesticava. Le situazioni, le invenzioni nascevano come per miracolo, perché in quella neve ogni cosa era possibile. Il pittore agitava un ventaglio come se fosse estate, il sangue gli correva veloce sotto la pelle e lui, altrettanto velocemente, dipingeva. Notti e giorni di lavoro non gli bastavano. Osservava, scrutava nel presente, nel passato e anche nel futuro, godendo di sentirsi vicino alle anime altrui, particelle indispensabili di un contesto generale, dell’arte senza confini, dove si afferra e si concede in contraccambio, con intensa partecipazione, con tripudiante amore, per non restare soli, per vivere follemente in compagnia.
«Oh la mia neve da sciogliere sulla lingua, per nutrirmi di illusioni universali. Questa neve mirabile delle Dolomiti, che ho dipinto come nel sogno, tra fichi neri e sapori di miele, canti di uccelli, frammenti di oggetti…» diceva il pittore. E intanto sui quadri (un capitolo dopo l’altro) sorgevano le storie di molte esistenze, il romanzo simbolico di ognuno di noi.

 

In: Piero Bigongiari, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Attilio Bertolucci, Io dico la neve, dipinti di Antonio Possenti, Comune di Cortina d’Ampezzo − Assessorato alla Cultura, 1993

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Come ricorda Maria Ester Nichele (già comparsa sul blog e su ABC Veneto, magazine online da lei co-creato), Milena Milani scomparve il 9 luglio 2013. All’anniversario della sua morte è dedicato questo racconto.

Questa parola fidata: Emily Dickinson tradotta da Silvia Bre

We wonder it was not Ourselves
Arrested it – before –

Dopo Centoquattro poesie e Uno zero più ampio (Einaudi 2011 e 2013) è uscito per la Bianca Einaudi il terzo volume di poesie di Emily Dickinson scelte e tradotte da Silvia Bre, dal titolo Questa parola fidata. “Terza centuria”, è così che viene chiamato il gruppo di poesie, con questo bellissimo nome che ricorda una legione mandata al massacro, una fusciacca stretta con perizia a un fianco.
Tradurre è un’arte di scomparsa. E Silvia Bre fa di quest’arte anche la legge della propria poesia. È una forma di sguardo che non riguarda gli occhi, e di parola che non contempla la vocalità: in musica, è quell’istante in cui l’esecuzione non è nemmeno pensata, né affidata alla messa in opera delle mani, ma ragionata con un impulso a gestire il corpo in modo che il suono esista in tal modo, e postuli una certa realtà. Non è propriamente orecchio, né mente, né mano: è l’intuizione di un rubato, un mezzoforte, perché quello che in fondo non è nostro diventi. Un’arte che non appartiene a nessuno strumento, salvo al diapason. E se Silvia Bre poetessa sembra diapason alla poesia che sta per scrivere, Silvia Bre traduttrice sembra diapason di una voce non sua, al servizio della poesia che desiderava vocarsi in un altro linguaggio, con tutt’altri suoni, con ritmi rispettosi anche se non adesivi, mantenendo intatti i fatti con i fatti, i non detti con i non detti. (altro…)

Variazioni bianche #3: Selvaggio

 

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

Sono tempi bui, se un bel po’ di tempo fa un uomo si rifiutava di coricarsi accanto a un altro per paura del suo essere selvaggio e nel corso di qualche ora ammetteva con se stesso di non aver mai dormito meglio.
Meglio dormire con un cannibale saggio che con un cristiano ubriaco.
La coppia formata da Quiqueg e Ishmael, più volte ribadita “maritale”, trascende l’amicizia, l’eros e l’agape ed è forse la più solida della letteratura mondiale. Quiqueg è quieto e leale, abile, silenzioso e attento. Attraverso Quiqueg, Ishmael conosce il mondo, tramite brevi racconti simili a piccole lettere persiane.
Come quando Quiqueg racconta che gli avevano riso dietro per essersi caricato una carriola in spalla pensando che era così che andava portata, non diversamente da come il suo popolo aveva riso dietro all’occidentale che aveva presenziato alle nozze di sua sorella e si era lavato le mani in una bevanda, perché, ci fa notare Melville nel 1851, l’uomo può guardare il mondo attraverso la lente del relativismo culturale.
Affettuoso e discreto, aggraziato ma forte, Quiqueg sembra rappresentare l’idea più alta di uomo, un Ur-personaggio fatto di lealtà per gli umani e conoscenza verso le cose. Senza che ciò disturbi attraverso un’eccessiva esposizione. Non è raro che il lettore si stia domandando cosa faccia Quiqueg, il fido Quiqueg, il forte Quiqueg, perché le sue azioni sono in qualche modo paradigma. Paziente, intelligente e savio, Quiqueg si ammala e affronta un’agonia da cui si riprende in un giorno invece di morire, riprendendo anche tutti i lavori lasciati in sospeso. Durante questo prodromo di morte che tutti danno per scontata, non fa altro che chiedere che gli si faccia una canoa al posto di una bara, e ne prende le misure distendendovici dentro e sussurrando: “può andare”.
Il suo mistero non viene da qualche esotismo, ma viene proprio dal contatto estremo che Quiqueg ha con il suo essere umano, con l’aver dischiuso tutta la potenza della propria umanità. Il suo dentro corrisponde con il fuori, come anche i tatuaggi che lo ricoprono per intero:

Questo tatuaggio era stato opera di un defunto profeta e veggente della sua isola, che per mezzo di quei segni geroglifici gli aveva tracciato addosso una teoria completa dei cieli e della terra e un mistico trattato sull’arte di conseguire la Verità, cosicché Quiqueg era nella sua persona stessa un enigma da spiegare, un’opera meravigliosa in un volume, i misteri della quale però neanche lui sapeva leggere benché sotto vi pulsasse il suo cuore vivo: questi misteri erano quindi destinati a perire alla fine insieme alla pergamena vivente dov’erano tracciati e così restare insoluti fino all’ultimo. E doveva essere stato questo pensiero che suggerì ad Achab quella sua fiera esclamazione, un mattino mentre si voltava ad osservare il povero Quiqueg: «Oh, diabolica tentazione degli dèi!».

© Giovanna Amato