cultura

INRITIRO 2017 (Comunicato stampa)

COMUNICATO STAMPA

 

 

INRITIRO 2017- soggiorni di studio in Appennino

In attesa del Festival L’importanza di essere piccoli (dal primo al sei agosto sull’Appennino Tosco-Emiliano) l’associazione SassiScritti continua la sua attività proponendo la terza edizione di  InRitiro un ciclo di 5 laboratori intensivi tra luglio e novembre sulla scrittura, l’illustrazione, il canto e la recitazione.

Fine settimana “in ritiro” e lontani dalla confusione di tutti i giorni, momenti di approfondimento, condivisione ed esplorazione partendo da basi teoriche fino a vere e proprie esercitazioni sulla composizione di un romanzo o di una illustrazione.

Gli scrittori Luca Ricci e Giulio Mozzi, il regista e attore Oscar De Summa, la cantante e attrice Monica Demuru, l’illustratore Simone Rea, sono gli artisti e docenti che per questo terzo anno lavoreranno e staranno insieme ai partecipanti in un paesaggio che concilia la concentrazione e il raccoglimento. Ospitati in centri come Nabhi @ Centro della Terra (www.nabhi.it) un luogo recentemente inaugurato, semplice e accogliente, nato per ospitare corsi residenziali, ideale per chi ama camminare in natura, godere di pace e tranquillità.

InRitiro è inserito nel progetto ‘Polimero’ proposto da Arci Emilia Romagna in collaborazione con la Regione Emilia Romagna, che porterà laboratori artistici in circoli delle principali province della regione.

Ogni laboratorio comprenderà nella quota di iscrizione, oltre al corso con l’artista scelto, anche l’alloggio, i trasporti in sede e i pasti.

PROGRAMMA

Si comincia il 7-8-9 luglio con lo scrittore Luca Ricci, che con il successo della sua ultima raccolta di racconti, I difetti fondamentali (edito da Rizzoli), ha rotto il pregiudizio che in Italia questa forma letteraria non abbia seguito. Ricci con il suo laboratorio dal titolo ‘Racconti sul fiume’ affronterà proprio la scrittura del racconto seguendo il parallelismo tra lo scorrere dei fiumi e la narrazione breve. Sempre in estate si passa poi al teatro per il secondo laboratorio proposto il 21-22-23 luglio, con Monica Demuru, attrice e cantante reduce da una lunga tourné in Francia con la compagnia premio Ubu Deflorian-Tagliarini. La Demuru proporrà il laboratorio di perfezionamento vocale “Corpo sonante e qualità del gesto acustico” nel quale attori e cantanti potranno lavorare sulla relazione tra corpo e voce, in un percorso indispensabile sia nel canto che nel teatro.

Il 15-16-17 settembre staremo “Nelle regole del quadrato”, workshop proposto dall’attore, autore e regista Oscar De Summa, recente premio ‘Mariangela Melato’ come migliore attore 2017, ricevuto dalla critica all’interno del Premio Hystrio. Con De Summa si lavorerà propriamente sull’arte dell’attore e sulla creazione teatrale.

L’autunno continuerà con un laboratorio di illustrazione condotto da Simone Rea, amato e seguitissimo illustratore di una lunga serie di albi, uno dei quali recentemente finalista al prestigioso Premio Andersen. Dal 29 settembre al 1 ottobre Rea propone il laboratorio “L’interpretazione del testo e la creazione del personaggio”, un percorso con l’acrilico su come creare a partire dalla collaborazione con gli autori.

Il 3-4-5 novembre si chiude il calendario 2017 con lo scrittore Giulio Mozzi, che propone il laboratorio “La natura della finzione”. Mozzi si occupa da decenni di scoprire buoni libri, e oltre che scrivere opere proprie si dedica professionalmente all’arte della narrativa sia tenendo corsi di scrittura che lavorando sui testi altrui. Il percorso di questi tre giorni sarà quindi un’immersione intensiva nella scrittura, anche con consigli pratici su come scrivere e proporre un buon romanzo.

per tutti i dettagli:

www.sassiscritti.org

fb: SassiScritti – L’importanza di essere piccoli
info: info@sassiscritti.org

mob. 3495311807

Ufficio stampa

Daria Balducelli

d.balducelli@gmail.com

mob. 3493690407

Il video di ‘Il regno’ dei Kleinkief con un’intervista a LeStraniere

È uscito da circa un mese il videoclip de Il regno, brano tratto dall’ultimo disco della band veneta Kleinkief (già recensito qui). Dopo un’anteprima su «SentireAscoltare» la videomaker Camilla Martini-LeStraniere racconta il suo lavoro e si racconta sul nostro blog.

*

“Il regno” è un lavoro che apre almeno a due considerazioni: la prima è la collaborazione con una band che fa parte del panorama italiano da molti anni: i Kleinkief; la seconda è la tua “prima volta” nel mondo del videoclip. Ti chiederei di raccontarci com’è avvenuta questa reciproca scelta nonché quella del brano su cui hai lavorato.

Per amicizie comuni e prossimità geografica ho incrociato i Kleinkief più e più volte nel corso degli anni. La prima cosa che ho pensato, vedendoli sul palco, è che Thomas, il cantante, fosse un attore e performer eccezionale e la seconda è che doveva essere il MIO attore assolutamente. Ho iniziato a pensare a un cortometraggio con lui come protagonista. Nel frattempo la band stava lavorando all’album Fukushima. In quegli stessi mesi mia sorella, dottoranda in geografia culturale all’Università di Groningen, mi proponeva di lavorare insieme a un documentario sul Giappone post-tsunami, nello specifico sulla regione del Tohoku, dove si trova Fukushima e dove il disastro ha colpito nel 2011. Ne ho parlato con Thomas e da questa coincidenza di immagini e suggestioni è nata la decisione di lavorare insieme per un videoclip che fosse anche un cortometraggio con una sua storia. Ascoltando una prima versione dell’album, subito mi sono sentita attratta dal brano “Il regno” per la sua capacità di raccontare con le parole e col ritmo. Vedevo già una storia delinearsi.

Da dove nasce l’ispirazione per questo videoclip? Mi riferisco sia ai tuoi modelli “dichiarati” sia alle possibili suggestioni presenti in esso, ma anche a ciò che tu credi faccia “il tuo stile”. E come si articolano i vari livelli di “significato”, filmici e non solo, nel videoclip in questione, ossia: come hai lavorato?

Ho pensato subito a “Riget/ Il regno” di Lars Von Trier, alle sue atmosfere cupe, a una bambina fantasma. Ho pensato a chi potesse essere quest’anima intrappolata e perché. Il mio riferimento estetico e registico è da sempre David Lynch, e apprezzo più di tutto le sue interazioni con il mondo della musica, come compositore e come regista di, pur rari, videoclip. Non c’è un riferimento esplicito a qualcosa di suo, almeno non nelle mie intenzioni né nella fase di scrittura, ma sicuramente emerge a livello fotografico un amore per il suo modo di raccontare, per i suoi accostamenti visivi e narrativi irrazionali e perciò potentissimi, per la sua capacità di parlare con i colori e aprire un canale con l’inconscio. Ho comunque scritto una sceneggiatura con un inizio e una fine, ma l’ho rivista fino a snaturarla quasi del tutto, per adattare l’idea alle contingenze produttive. Anche in fase di montaggio mi sono affidata quasi unicamente all’estetica, lasciando da parte la necessità di fare un racconto con un inizio e una fine. La storia c’è, ma non era una mia priorità essere letterale. (altro…)

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio, 2016, € 12,00

 

I testi che compongono Il tempo del consistere risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, secolo amatissimo da Fabbri. L’autore ci regala una scrittura capace di attraversarlo per intero, questo secolo. Una vena, capace di dirci quanto questo periodo abbia fatto soffrire, certo, e sperare; un tempo che si è fatto sentire, con un suo spessore, nel sangue e sottopelle; un’età dove tutto ha avuto un peso straordinario.
È un libro pieno di neve, soprattutto all’inizio; un libro di quadri, d’intimità, di confidenzialità.
Ovunque tra queste pagine troviamo eleganza e raffinatezza: intendo la leggerezza di un soffio, qualcosa di aereo e forte allo stesso tempo. E poi c’è pudore, raccoglimento, c’è la tenerezza della scoperta, una tenerezza costante, e una sensualità evidente ma delicatissima.
Cambiano le stagioni, passano in rassegna, disegnano tutto l’arco della vita. Consideriamo che secolo, nella sua radice etimologica, significa proprio questo, l’arco della vita, la generazione, l’età di un uomo.
Ci troviamo allora di fronte a cartoline, istantanee del Novecento: oltre a pagine di guerra e di strage (Bologna, agosto 1980), si rievocano nella voce di Fabbri nomi e titoli della musica e della letteratura, brani che hanno accompagnato l’anima dell’autore, hanno costruito il suo animo gentile.
Via via, leggendo, si comprende bene il puzzle in composizione. Bastano già i titoli delle sezioni a rendere evidente il disegno: Echi del passato, L’occulto sguardo del presente, La suggestione della cultura, Il rovello della scrittura, Frammenti e aforismi.
Il tema, poi, è tutto nel titolo. Cos’è la consistenza? Oltre l’aver peso e la robustezza viene in mente qualcosa d’altro: non so, l’essere insieme, come se la vena fosse il privato e il corpo il collettivo. È di questa consistenza che mi sembra si parli, di una solidità necessaria – e probabilmente perduta – per ricondurci insieme al mondo, non evaporare, non perderci.
Questo avviene nel libro soprattutto quando scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Come in questa pagina, dove c’è forse l’eco di Proust, e dove c’è senz’altro – come sempre in Fabbri – una speciale perizia nella punteggiatura:

Anno di grazia 1958:

La solitudine di questi giorni cresce fino a un livello insopportabile.
Ma è inutile crucciarsi, non conta nulla inveire al cielo le ingiustizie patite.
È vero: sono ormai una donna vecchia, non posso guardarmi allo specchio.
Ma c’è il tavolo, davanti a me, grande come un lago. Sopra ci faccio navigare la tazza del caffelatte e i savoiardi. Isole felici, mi dico, quelle molliche più in là. Atolli di un oceano piatto.
Fosti molto urbano, il giorno in cui mi lasciasti. Eri sposato: che te ne saresti fatto di una come me? Una non affascinante, già verso i quaranta e con la vocazione, fortissima, ad essere zitella.
Le ultime volte mi prendevi all’impiedi, di fianco al divano. Dovevi fare in fretta, non avevi più tempo da dedicarmi. Del resto, dovevo capirlo: tua moglie ti dava un figlio dopo l’altro. Tra noi non rimaneva molto da dire.

Consistere, dunque, a partire da un nucleo di memorie – non può che essere così – da un cantuccio, lì dove l’autore “si ripesca”. E non manca il velo dell’ironia. Spunta qua e là, levigata, appena accennata, leggera, figlia forse (anche) della lezione dell’amatissima Szymborska: «All’improvviso mi sono ricordato di me»; e più avanti, a pagina 49: «Sono ancora io, nonostante me stesso. / Vorrei che mi chiamassi, questa notte». O ancora: «Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere» (pagina 83).
Scrive dunque dalla nicchia del sé, Fabbri. E la dedica in questo senso dice molto: Ai miei genitori, che in quel tempo furono la mia ombra. Quell’ombra amata e restituita in prosa, un’ombra in cui noi, ringraziando l’autore, possiamo riconoscerci.

Cristiano Poletti

 

D. M. Turoldo, Le stelle in cammino

turoldo

David Maria Turoldo, Le stelle in cammino, Edizioni Dehoniane Bologna, 2017, € 8,50

Già la prefazione, appena all’ingresso di questo prezioso libretto, lo dice molto bene: in Turoldo la voce ha rappresentato il pilastro forse principale del suo grandissimo carisma. E lui ne aveva coscienza, sapeva quanto straordinaria forza potesse derivare da quel dono, la voce. Così delicata e fragile, certo, e allo stesso tempo così potente.
Voce del sacerdote, voce di un poeta: «nessuno si metterebbe a scrivere […] se non avesse almeno l’illusione di dire cose mai dette prima […] Tu stesso non sei che una parola mai finita di dire […] E il Dio che invocavi ieri non è il Dio di oggi […] Poesia e fede sono il dono di Dio a ogni uomo».
Sono parole che Turoldo porta tra noi come se stessimo discutendone insieme, a tavola. E la sua, con noi, è una discussione in Dio, più che su Dio. C’è gioia nelle sue parole, c’è l’entusiasmo di chi cerca, discutendo, un risultato decisivo per sé, per l’uomo, dal confronto con la Scrittura.
Invocare, chiamare Dio nel tremante dettato dell’esistenza: è l’unica cosa veramente necessaria, per Turoldo. La voce, quindi, è semplicemente uno strumento d’invocazione. Strumento, e destino: perché invocare Dio significa invocare se stessi, vuol dire richiamarsi a quel dettato in cui noi esistiamo, al quale siamo destinati.
In gioco, difatti, c’è l’esistenza: «Dio viene […] per darci una vita affinché viviamo», leggiamo in Le stelle in cammino, in cui sono raccolti appunti risalenti a due anni, il 1962 e il 1964, a cavallo del suo unico film, Gli ultimi, del 1963, che tanto piacque a Pier Paolo Pasolini.
Sono tracce davvero preziose quelle che troviamo in questo libro, tracce che conducono a un Turoldo anche di molti anni dopo.
In Anche Dio è infelice, libro del 1991, incontriamo questi versi, mirabili:

[…]
Tu senza il rischio di questa
esistenza sempre giocata
nell’incertezza del tempo defettibile,
nella continua paura di non esistere.
[…]

Versi che desidero accostare a quelli dell’ultimo Luzi. In Dottrina dell’estremo principiante, del 2004, si legge infatti: «L’uomo è stato o è?/ È stato ed è./ Gioca,/ gioca con se stesso/ l’essere, si finge/ così trasecolato. E tu,/ luce, sorridi./ A te.»
Così è: questo possiamo dire, perché, prendendo ancora a prestito la voce di Luzi, «L’ansia/ dell’uomo/ non ha confini umani».
Occorre allora credere all’azione dello Spirito, significativamente detto Paraclito nelle Scritture, ossia “colui che prende in tribunale le difese dell’uomo”.
Solo affidandoci allo Spirito, che è voce dell’essere, è possibile contrastare il male, anche e soprattutto il male peggiore, il demoniaco, che – lo spiega bene Turoldo in Il diavolo sul pinnacolo, del 1988 – è il vuoto, l’essere vuoto.
Ed ecco che in Luzi, quasi a proseguire questa riflessione, troviamo scritto nella Dottrina: «ma non per sempre, / non dura eternamente / il non esserci, il male».
Il Dio-amore del Vangelo di Giovanni, che Turoldo privilegiava per le sue riflessioni, insieme all’attenzione sempre riservata a Qohelet, indica la strada. Le stelle sono in cammino e il cammino è pensato nella creaturalità, idea negatrice del nulla, affermatrice invece di un perenne crescendo del mondo. Le stelle ci disegnano la strada; in opposizione al male delle tenebre esse concedono a noi e al nostro viaggio la grazia della luce. Che poi è Cristo, «Un corpo che gronda luce», scrive Turoldo in Le stelle in cammino.
E ancora una volta, quasi per magia, questo pensiero si specchia negli ultimi versi di Luzi: «Qual è il nostro luogo/ o luogo non abbiamo,/ abbiamo solo mutamento…/ Oh non sia in nullità/ ma in vita/ e in creaturale perduranza/ usque ad…».

Cristiano Poletti

Tra Retromania e Future sex, un racconto dal Salone di Torino

Tra Retromania e Future sex, un racconto dal Salone di Torino

di Chiara Tripaldi

*

Libri:

Emily Witt: Future sex, minimum fax 2017, trad. Claudia Durastanti; € 19,00, ebook 10,99

Simon Reynolds, Retromania, minimum fax, 2017, trad. di Michele Piumini; € 20,00, ebook € 11,99

Valerio Mattioli, SuperondaBaldini&Castoldi, 2016; € 16,00, ebook € 7,99

Concita De Gregorio, Cosa pensano le ragazze, Einaudi 2016; € 16,00, ebook € 9,99

*

I trenta sono un anno particolare. Finisce il decennio della prolungata adolescenza e si entra nell’età della responsabilità. Quella degli obiettivi da raggiungere – ai trenta, ci arriviamo con l’acqua alla gola di “qualche cosa“ che doveva essere fatta – quella della stabilità, dei passi importanti.
Se consideriamo i trenta come un’età-cardine universale non solo per l’essere umano, il Salone Del Libro di Torino, la fiera editoriale principale d’Italia, può considerarsi un trentenne soddisfatto.

Ho letto di “Italia che può farcela”, di entusiasmo della sindaca Appendino, di legame piuttosto contorto fra il successo di Torino e una sicura resurrezione dell’edizione due di Tempo di Libri a Milano, ho letto l’invito a unirsi del direttore Lagioia agli “amici della Mondadori”, grandi assenti di quest’anno, ho letto un gran bailamme di retorica giornalistica che sembrava descrivere il cammino sulle acque di un Cristo redivivo – a proposito, sembra che quest’anno ci sia stato un boom di vendite di libri sui santi – più che una manifestazione culturale.

Alla polemica Milano versus Torino, di cui si è già ampiamente dibattuto, non farò ulteriori cenni: preferisco parlare di quello che ho visto.

Gli incontri, fra conferenze, workshop e reading, sono stati 1200: alcuni blindati da file che attraversavano padiglioni interi, spesso coincidenti con i nomi di richiamo per il grande pubblico (una in particolare, mi ha impressionato, quella che portava all’incontro con Giancarlo Carofiglio); altri più in sordina, in certi casi delle vere e proprie gemme nascoste.

Il mio racconto sarà quello di due incontri, dai titoli – presi dai libri proposti – curiosamente complementari, Retromania e Future sex: da una parte il feticismo per il passato, dall’altra, il futuro delle relazioni, del sesso, della coppia.

Simon Reynolds è considerato uno dei critici musicali viventi più influenti: aria mite, occhiali nerd, a lui si deve l’invenzione del termine “post-rock”, l’analisi di fenomeni musicali recenti come il post punk e un masterpiece sulla rave culture (Energy Flash, che lessi d’un fiato un anno fa), ma soprattutto a lui dobbiamo l’aver applicato stilemi filosofico – sociologici all’analisi musicale – come la teoria critica della Scuola di Francoforte – che considera l’influenza di sesso, razza, condizione economico e socio – culturale sulla produzione e l’ascolto della musica.

(altro…)

La prima radice di Simone Weil

immagine dal sito L’intellettuale dissidente

*

Non so se esista una bibbia dello sradicamento. Di certo La prima radice di Simone Weil, sul tema, è un libro imprescindibile.
La filosofa francese sostiene che la prima fonte del moderno sradicamento degli individui rispetto alla società sia insita nel potere del denaro. È la dominazione economica a generare sradicamento. La dominazione economica, la nostra cultura tecnologica e materialista, contribuisce a privare la società di cultura spirituale, ciò genera sradicamento.  Qualsiasi tipo di cultura che non presupponga una preparazione morale, sostiene Weil, genera problemi sociali nonché “disprezzo e repulsione” in luogo di “compassione e amore”. È incredibile quanto la studiosa sembri rispondere alla società europea odierna, intrisa di un razzismo, nutrita di cinismo e xenofobia verso l’altro.
Solo il senso morale, solo il senso morale dato da un pensiero religioso “autentico”, e quindi “universale”, sostiene Weil, può incidere positivamente su una società in preda all’odio, alla paura e alla disgregazione.

Proseguendo nell’analisi, Weil, portando alla mente Gramsci e Carlo Levi, sottolinea la mentalità coloniale della città con i contadini e la campagna. Un rapporto squilibrato, fondato sullo sfruttamento della campagna a uso e consumo della città, che genera lo sradicamento dei contadini. Laddove non c’è reciprocità, laddove la forza si impone, avviene la morte delle caratteristiche peculiari, e con esse della libertà. Dove non c’è cura del passato, e si fomenta l’ignoranza, è lì che la società si sfalda. A questo, Weil oppone una civiltà fondata sulla “spiritualità del lavoro”. E qui ritorna la lezione successiva di un altro Levi, Primo, quando ricorda l’importanza della dignità che il lavoro è in grado di donare all’essere umano. Levi, nell’intervista concessa a Philip Roth, narra del muratore italiano dei lager: l’uomo odia il tedesco con tutto l’animo, ma quando lo si obbliga a tirar su un muro, ebbene questo sarà perfetto come fosse stato costruito per la propria dimora. Su questo, sulla spiritualità del lavoro, credo che Primo Levi sia dalla parte di Weil.

(altro…)

Festival dei Matti, VIII Edizione, Venezia dal 26 al 28 maggio

 

Festival dei Matti 2017

Ottava Edizione

Temporali

26-27-28 maggio

Venezia

Di questi tempi sono le emergenze, il dire e il fare nell’urgenza, il tempo stretto che gioca con gli effetti, precipita i discorsi in prese rapide e giudizi senza esitazioni. Di questi tempi è il gioco della fretta, la messinscena subito smontata dall’urgenza successiva, la memoria corta, il senso che paralizza le parole, il netto suddividere le cose, gli uomini e tutto il loro andare. Di questi tempi, bruciati in scorciatoie, quello che ancora resta da capire, che si sottrae, dissente o disattende si attarda e invoca tregue, controtempi che rallentino, temporali che rovescino la scena.

 

Temporali, l’ottava edizione del Festival dei Matti che si svolgerà a Venezia il 26, 27 e 28 maggio 2017, è un invito ad esitare, a far sosta intorno alle parole, ai discorsi, ai gesti che segnano il passo di questo nostro scombinato tempo, sfiancato in gorghi senza attese.

La prima sosta, venerdì 26 maggio alle ore 11.00 al teatrino di Palazzo Grassi, è un Contrattempo, fa inciampare: ci sono Claudia Antonangeli, Arianna Bellano, Chiara Busetto, Alessia Camarin, Maddalena Martini, Alessia Mongelli, Valentina Ruzzi e Lisa Thibault, studentesse di Ca’ Foscari, con le loro domande senza preavviso ai passanti, a ragionare di quanto l’impazzire ci riguardi, di quanto le parole in questo campo fatichino a star ferme, deraglino e ci confondano su ciò che pensiamo di sapere su noi stessi.

La seconda sosta, alle 16.00, è Interruzioni: a interrompersi violentemente, nei tre cortometraggi di Valentina Pedicini, Sergio Bertani e Antonio Fortarezza sono storie minori, stralciate da ragioni forti, giochi di potere, discorsi senza via d’uscita: una gang di ragazzini su una spiaggia del Salento, un giovane uomo in un reparto psichiatrico, quattro ragazzi e quattro ragazze migranti in un Centro di Assistenza Straordinaria. Storie che interrogano come fanno un cielo e un mare sottosopra, un fuori chiuso dentro, un altrove messo sotto gli occhi.

La terza sosta, alle 18.00, sono Scampoli di vite: le vite di Janet Frame e Cesare Pavese, fatte a pezzi dai banchi di ghiaccio dell’incomprensione e del dolore, dalla violenza delle istituzioni, dal gioco rischioso del prender parte alla vita. Vite sottratte, ma poi reimpastate e doppiate in prosa e poesia e nei racconti lievi e accorti delle scrittrici Anna Toscano e Nadia Terranova.

La quarta sosta, alle 21.00, è Grandine, l’incontro con Giulio Casale, seduto da sempre “dalla parte del torto”, a dar corpo e voce al sottosuolo, alle vite sghembe, sbagliate, di risulta, di chi esita e non smette mai di dubitare. E sarà musica comunque, che picchia e lava sulla scena. A chiudere la serata, alle ore 22.15  sarà Doppelgänger, performance di Francesco Wolf  per la regia di Mattia Berto, che mette in scena l’ombra, l’altro che ci abita e la nostra identità che scivola.

La giornata di sabato 27 maggio, all’Ateneo Veneto, avrà tre soste sul fronte dei diritti, a guardare cosa accada oggi, in Italia e nel mondo, a chi s’impiglia nel cono d’ombra di un dolore privato e collettivo che le comuni “buone ragioni” non sono in grado di curare.

Ci fermeremo con i tanti ospiti della mattina e della prima metà del pomeriggio a tracciarne la Meteorologia: parleremo, con Gisella Trincas, Stefano Cecconi, Nerina Dirindin e Tommaso Maniscalco – i familiari, la società civile, la politica – dello scarto persistente tra enunciati e pratiche che ancora fa scempio in Italia di intenzioni legislative illuminate perché è davvero Tempo di cambiare, di cambiare il passo.

Dalle ore 15.00 alle ore 18.00, parleremo poi della Follia degli ultimi, della dannazione che ancora grava in troppi luoghi del mondo sulle vite di chi viene detto matto e scambiato per la parola che lo chiama. A parlarne saranno Angelo Righetti, Luciano Carrino, Giovanna Del Giudice, psichiatri basagliani, da sempre impegnati contro le istituzioni totali e nella cooperazione internazionale e con Grégoire Ahongbonon che sottrae alle condizioni disumane a loro riservate in Africa Occidentale i matti, qui demonizzati, incatenati e abbandonati sulle strade.

Infine, con Roberto Beneduce, etnopsichiatra, antropologo e fondatore del centro Fanon di Torino, e Antonio Fortarezza, videomaker e fotografo, parleremo dei Tempi spezzati delle migrazioni e delle follie che ne vengono: le matrici storiche della sofferenza, i limiti e l’ipocrisia del nostro sapere e delle nostre pratiche “terapeutiche” il dolore irriducibile di chi si porta addosso lo strazio di indicibili sopraffazioni e violenze e il carico disumano di impunità senza ritorno.

La sosta che chiude il pomeriggio di sabato è letteraria: Gianni Montieri, poeta e scrittore, incontrerà Filippo Tuena, autore “ipnotico” che aggrega storia, fantasmi, incubi e polvere di sogni, desideri che perdono la strada, ebbrezze diurne e notturne miscelate.  E ci trattiene, senza farci male, all’ordinaria follia del nostro stare.

A chiudere la giornata del 27 maggio alle ore 21.00, nello splendido Chiostro del Liceo Marco Foscarini, saranno Massimo Cirri, scrittore e conduttore di Caterpillar e Lucia Goracci, inviata sui fronti di guerra di Rai News24 a parlare di Cataclismi, dello scandalo delle guerre, del terrorismo, di scenari in cui lo sgretolamento dei diritti e le follie collettive sono il solo ordine del mondo.

La mattina di domenica 28 maggio al Teatrino Groggia, ispirandosi alla Ballata del vecchio manicomio, la lirica dirompente di Paolo Universo, Mattia Berto, regista, attore e padrone di casa, terrà un laboratorio teatrale aperto al pubblico insieme a Pascale Janot, curatrice e traduttrice del volume omonimo di poesie in francese.

Il pomeriggio dalle 16.00 la presentazione dei lavori del laboratorio, e poi Peppe Dell’Acqua, direttore della Collana 180 e Pietro Del Soldà, conduttore di Tutta la città ne parla a parlare di Tempi rubati con Alberto Fragomeni e la prosa mozzafiato dei suoi Dettagli inutili (una storia che a un certo punto impazzisce ma non si ferma lì) e con Alberto Gaino, che ricostruisce la storia oscena e irrimediabile del Manicomio dei bambini, luogo di annientamento sistematico in cui, fino agli anni ottanta, sono stati inghiottiti migliaia di bambini giudicati ineducabili.

Alle 18.00 la sosta Tempi che corrono vedrà il sociologo Alessandro Dal Lago, a raccontare di come cambia la nostra percezione del pericolo al tempo del Califfo, del montaggio di ostilità diffuse e personali contro i migranti, i diversi, i nuovi mostri, le genealogie dell’odio e delle nostre fragili strategie securitarie.

A chiudere il Festival sarà infine il tempo sospeso di Letizia Forever, spettacolo teatrale con Salvatore Nocera, testo e regia di Rosario Palazzolo; un monologo che sfonda le parole, la lingua, l’identità e ci trattiene nel corpo di una storia che si fa e si disfa, forse come tutte le storie, sul confine impreciso e mobile che separa e unisce senza tregua normalità e follia.

I temporali sono prossimi al tempo fermo, stabile. Lo strappano d’improvviso dalla sua inconcludenza e lo rendono migliore. Questo è l’auspicio dell’ottava edizione del Festival dei Matti.

Anna Poma

Curatrice Festival dei Matti

*

I luoghi del Festival

  • Teatrino di Palazzo Grassi – Campo San Samuele, 3231 – Fermata Vaporetto: S. Samuele – Linea 2
  • Ateneo Veneto – Sala Tommaseo – Campo S. Fantin – Fermata Vaporetto: S. Angelo – Linea 1; Rialto Linea 2
  • Liceo Foscarini- Fondamenta S. Caterina 4942- Fermata Vaporetto: Fondamente Nuove – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2
  • Teatrino Groggia – Cannaregio, 3161 – Fermata Vaporetto: S. Alvise – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2

 

 

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fatta eccezione per lo spettacolo teatrale Letizia forever di domenica 28 maggio (entrata 10 euro). Informazioni sul sito www.mpgcultura.it  e alla Pagina Facebook mpgcultura. Prenotazioni per spettacolo e laboratorio di domenica mattina al n. 3298407362 a partire da mercoledì 24 maggio 2017.

 

Ufficio Stampa

Chiara Vedovetto

tel. 3491692486

 

Info

info@con-tattocooperativa.it

tel.338 8603921/ 333 5286990

*

 

 

*

Vai al Programma completo

Vai alle schede dei Protagonisti

Guarda tutti gli Incontri nel dettaglio

L’astrofisico del Sistema periodico che accolse Primo Levi

L’astrofisico del Sistema periodico che accolse Primo Levi

Ne Il sistema periodico, e precisamente in Potassio, Primo Levi narra come nel gennaio del ’41, da studente di chimica, alla costante ricerca di verità e concretezza, avesse scelto di frequentare un corso di esercitazioni di fisica all’università di Torino. Fu così che incontrò l’assistente che dirigeva il corso: “un giovane assistente, magro, alto, un po’ curvo, gentile e straordinariamente timido, che si comportava in un modo a cui non eravamo abituati”, ricorda nel racconto.

Lo scrittore si riferisce all’insolito atteggiamento scettico e al contempo umile di un uomo che, al contrario dei suoi colleghi, sembra consapevole di trovarsi di fronte a piccole conoscenze, e non certo dinanzi alla vera sapienza inconoscibile. Fu questo giovane studioso, spiega Levi proseguendo, questo trentenne – “sposato da poco, veniva da Trieste ma era di origine greca, conosceva quattro lingue, amava la musica, Huxley, Ibsen, Conrad, ed il Thomas Mann a me caro” – , ebbene, in spregio alle leggi razziali vigenti lo accolse e gli consentì di esercitarsi e portare avanti gli studi.

In Potassio, l’assistente finirà per assurgere al ruolo di magnifico contemplatore meditabondo, a cui lo scrittore opporrà la ferma volontà, molto più terrena e concreta, di rimanere immerso nella brutale realtà politica del tempo.

nico-et-spiro-dallaporta-le-28-10-2002-a-padova-

A proseguire il racconto di Levi, Potassio, ci pensa Stefano Dallaporta. Oggi avrà pressappoco l’età del giovane assistente di Primo Levi. Stefano è un musicista. Ha i capelli lunghi biondi annodati alla nuca. Indossa una giacca di pelle, una maglietta nera, la barba lievemente incolta, gli occhiali da vista. È laureato in Scienza dei materiali, e diplomato al conservatorio. Tra le due strade però ha scelto la seconda, conferma. È lui a proseguire il racconto, e per farlo mescola elementi autobiografici e memoria:

All’inizio, per via del cognome, non è stato facile frequentare l’università di Padova. Il cognome Dallaporta, al dipartimento di Fisica, è sempre stato duro da portare. Il fatto è che a Padova mio nonno, per ben trent’anni, ha tenuto la cattedra di Fisica teorica, per poi passare a quella di Astrofisica teorica.

È morto nel 2003, ricorda Stefano, si chiamava Nicolò Dallaporta Xydias ed era nato a Trieste nel 1910, da genitori greci appartenenti a famiglie originarie dell’isola di Cefalonia. Fino a 16 anni è cresciuto a Marsiglia dove il padre lavorava in una compagnia di navigazione di proprietà. Si era laureato a Bologna, aveva proseguito la carriera a Torino e Padova. Negli anni ’80 fu chiamato a Trieste, sua città natale, dove istituì il settore di Astrofisica e Cosmologia dell’istituto SISSA.

(altro…)

Il prato bianco, di Francesco Scarabicchi

Francesco Scarabicchi, Il prato bianco, Einaudi, € 12,00


La trasparenza dell’ombra

di Angelo Vannini

Si potrebbe pensare – per quanto io sia restio a un pensiero che voglia avanzare definizioni, e in ogni caso a puro titolo di ipotesi – si potrebbe pensare che il senso della vera poesia sia quello di metterci di fronte all’assoluta impossibilità di esperire il mondo attraverso la lingua, e di riuscire a farlo tuttavia – di riuscire cioè a far sì che le cose, che in vario modo sono, si aprano comunque a noi, malgrado tutto. La poesia – la vera poesia – sorgerebbe secondo questa ipotesi in una zona liminale, in quel territorio di confine tra la voce e il mondo, tra il tacere e il dire. Ci inviterebbe – permettendoci di essere con lei, come lei, ora di qua ora di là.
Oggi prendo in mano la penna per rispondere a un invito muto, da parte di un libro che mille volte mi ha parlato. Un libro con cui l’autore ha portato, venti anni fa, la lingua poetica italiana fino al suo limite interno, vale a dire alle soglie della dicibilità. L’occasione è quella, mai banale, di una ristampa: Einaudi ha deciso di offrire ai lettori della sua «Collezione di poesia» la possibilità di un nuovo incontro – o forse, dovrei dire, di un incontro nuovo. Il prato bianco di Francesco Scarabicchi è, in tutto e per tutto, un libro nuovo. Non nel senso che è stato rimaneggiato e aggiornato, perché l’autore non lo ha cambiato di una virgola. È nuovo perché non è stato ancora letto, perché ha ancora tutto da dire. E perché quello che ha da dire, oggi, nel 2017, è più necessario che mai.
Che cosa ha da dire, dunque, Il prato bianco? Non sarò certo io a dirlo, ma tu – tu che vorrai rispondere, e che ora insegui, passo a passo, il segreto. Solo un vuoto, segnali non ci sono, né suoni a definire una guida, a tracciare il passo. Mentre incedi verso ciò che non potrai mai accogliere, e che ti accoglie, ogni giorno cedi quel tanto che ti apparteneva, come se fosse altro. Il cammino indicato è semplice, così semplice da diventare straordinariamente difficile. Offre barlumi, e poi il buio. Non lasciandosi mai scalfire, non facendosi toccare, questa raccolta di poesie richiede una lunga, ostinata approssimazione, la delicatezza di un movimento amoroso. Esige solerzia dal lettore, domanda tempo. Quanto? Quando? E qual è il suo tempo?
È un libro che va letto la mattina presto. Personalmente partirei da una pagina qualunque, quando il sole non si è ancora levato. Nella penombra le parole guadagnano il loro spazio, l’una si slega dall’altra per finire, da sola, in un abisso, e quella frazione, il meno di un secondo che separa ogni parola dalla sua vicina, prende tempo, si dilata fino ad accogliere tutto, fino a portare il tutto a compimento, farlo andare per intero fino a dove più non è – una pausa, il silenzio che rimane, che regge tutto il libro come suo componimento. Oppure, si potrebbe anche fare un’ispezione singolare, partire dalla fine, vedere se a senso inverso tutto si dispiega e tiene, il tempo riguadagna il tempo che riviene – e se così facendo parla, anche, quello che non è stato detto, e se il detto misura nuovamente il perso.
Il detto e il perso. «Ogni volt / il silenzio/ attende i resti». Nato dal silenzio, è però il pensiero della storia che lo occupa, lo riguarda, come se l’uno e l’altra avessero occhi per ciò che non è stato, come se memoria non avesse ancora voce, fosforescenza, luce. Non c’è presenza che non sia decidua, senza l’arrivo della luce, senza il corpo fatto voce di quello che non sarà mai detto, che non appartiene a questa terra, perché una terra non ha tetto. In esso, tutto ciò che significa viene su dal niente: quello che lì è scritto si toglie, lascia spazio al non detto, a ciò che dietro e dentro è stato indetto, perché questo affiori in una forma pura o nel silenzio – è la possibilità dell’impossibile che a un tratto, inavvertitamente, si compie e tutto il dolore piano, calmo, della Storia arriva per bisbigli, si fa intendere dai figli come qualcosa che c’è ma che non può essere afferrato, qualcosa che è stato solo bisbigliato. (altro…)

Due ninne nanne inedite di Silvia Salvagnini

copyright Vivian Maier – 1954. New York. NY

Il papà mi porta a nanna

Ninna nanna della cicatrice
ninna nanna del sola a letto
ninna nanna del coriandolo
ninna di tutto il perso
dell’azzurro caduto cemento
ninna nanna del mondo
che incontri che incontro
dello sforzo che dentro

ninna nanna che ti guardo
ninna nanna che esci quando
e rimane riflesso allo specchio
il naso mentre ti aspetto

ninna nanna papà
che ti addormenti
per primo nel letto

ninna nanna che sembra
tra le tue braccia sollevato
il senso il buio il tormento

ninna che bella papà
la mano quando la dà
ninna che mi lasci sola
ma mi lasci libera
mi lasci lanciata
ninna libellula lineare
ninna come ti pare

ninna nanna papà
mi lasci atterrare
mi lasci nella terra
sperando sia viva
docile la guerra

ninna nanna papà
che ti addormenti
la sera prima di me
ninna a me ninna a te
ninna noi in insieme

se mi dimentichi a scuola
ninna nanna non fa niente
ninna nanna alle arance
alle mele alle barbie
alle sorprese alle scomparse
ai biscotti, all’autogrill
ai biglietti delle giostre

ninna
a tutto il senza regole
e a tutte le regole

*

Ninna nanna senza me

ninna nanna non lo sai
non lo sai se a me fai
meno male meno guai
non lo sai quali ferite
quali più forti farai

ma ti contenterai
ninna nanna ti gioirai
di riperdermi
pulviscolarmi
non navigare
non astronavicellarmi
non accompagnarmi?

ma ti allegrerai
di anche tu la mano
disinafferarmi
di immaginarmi
in lontananza
di rinunciarmi?

Ninna nanna del lascio andare
ninna del mi lascio abbandonare
ninna degli miei scappare. (altro…)

“Salgo sul palco che un giorno ho contemplato”. Hohenstaufen, di Andrea Leone

hohenstaufen

 

Venti poesie, un distillato. Una fermezza speciale nel testo, una forza che deriva, io credo, da un tremore a lungo appartenuto all’autore. Una poesia “grossa”, vasta, alta e solenne, quella di Hohenstaufen, larga, capiente: un dettato che possiede senz’altro molta grandezza, e molta vertigine. La scrittura di Leone ha in questo un fascino terribile, e invita continuamente, profondamente, all’analisi del testo, quasi richiamasse il lettore in un vortice analitico, piena di festa e di sacrificio com’è, capace come in pochi casi di una voce che non si risparmia: «Invado i documenti e i demoni, il metro e l’esito, il sepolcro e l’esordio».
L’oggi del mondo si fissa nel presente delle epoche passate: lo spirito moderno (l’eco di Hölderlin); l’età medievale (gli Hohenstaufen appunto, i duchi di Svevia imperatori e re di Sicilia tra XII e XIII secolo); l’antichità soprattutto, la sua prospettiva che in noi continua a riformarsi, quella luce nella quale ci troviamo costantemente risospinti: «Non so chi tu sia,/ mia età nuovissima./ Non so quale Dea/ stia preparando la mia età antica». L’intendimento dell’autore è questo: legare anni, età, epoche, ere.
Un’opera d’arte ci fa pensare, sempre. Ci sono immagini e termini in questo libro che sono categorie della mente, che “spietatamente”, vorrei direi, fanno da collante poematico: Dèi, teatri, matematica e musica (la musica, assolutamente, i suoni che emergono ad esempio in questo passaggio: «Sto per essere/ abbandonato al sacro/ massacro del calendario e del miracolo»). E poi nascite e dinastie, sentenze, mattatoi, mentre s’inscena di continuo la rincorsa tra esordio ed estinzione.
Già, s’inscena: è una messa in scena infatti, quest’io. In teatro, sul palco, la pronuncia dell’io è l’unica via per poter rappresentare il mondo, sembra volerci dire Leone, l’unico sguardo che può mettere a fuoco il noi e il voi del mondo. Un io-linguaggio, la costruzione del linguaggio che è la casa dell’essere.
Ci sono due luoghi indicati con precisione, Martina Franca, Pizzo del Vento, Viale Jenner, Via del Duomo. Ma c’è di più, di più ampio e di difficile definizione: c’è l’Europa, c’è l’Occidente dietro e dentro quest’io, un io alato che si muove nel tempo e nello spazio, un io sovrano che incorona. Non a caso in copertina campeggia la Siegessäule di Berlino, la Colonna della Vittoria che svetta nel Tiergarten.
È una voce che non si risparmia, dicevo, quella di Leone. Si nota un uso ripetuto del vocativo, quei «vocativi incantati e terribili», come giustamente evidenziato dalla preziosa prefazione di Lorenzo Chiuchiù, e con il vocativo vediamo l’iterazione, l’anafora e la costruzione progressiva del verso, i motori di questa poesia. Un esempio: «Questo è l’innamoramento./ Questo è il monumento del momento./ Questo è l’immens / segreto che recito». O ancora, più chiaramente: «O storie/ o storie delle colpe/ o storie delle colpe io vissi/ o storie delle colpe io vissi per estinguervi». Un nascere e un rinascere ininterrotti, meccanismo all’interno del quale troviamo non nascosta la lezione di un maestro come Milo De Angelis, del quale a tratti assume il medesimo respiro. In versi come: «L’adolescente, immortale/ nelle frane della frase» o in una formulazione come: «corte marziale dell’istante», lo sentiamo quel respiro, lo riconosciamo bene, insieme ad altre lezioni, antiche e sempre nuove e mai scontate, che l’autore ha imparato e porta in sé. Per nascere nuovamente, certo: «esaltato dal sacro// spettacolo in cui nasco», scrive. E rinascere, in un passato pronto a iniziare, in un presente che è sempre stato, ed è «il miracolo contemporaneo».

Cristiano Poletti

Goliarda Sapienza e Milena Milani in Spagna: un reportage “critico”

Facoltà di Filologia di Salamanca

Mi scuserà chi legge se il contenuto di oggi risulterà molto personale e il titolo di questo post un po’ ingannevole; in effetti avrei potuto intitolare questo “reportage” Una ricerca appassionata, ma l’avremmo sentito tutti come troppo sentimentale e naif. Eppure mi pongo molte domande dopo la prima trasferta fuori Italia per ragioni legate al Dottorato; una di queste riguarda il perché non ho mai fatto l’Erasmus. Una domanda interna e non esterna, senza rimpianti e con la consapevolezza che ciò che non ho affrontato dieci anni fa sia stata una scelta consapevole, e che i propri desideri si possano esaudire anche molti anni dopo e in modo diverso, trovando una forma consona.

Ho conosciuto tante persone a Salamanca in questi giorni, studiosi di varie provenienze, sia italiani sia spagnoli, sia non: eravamo tutti riuniti per il Convegno Internazionale Las inéditas in una delle più antiche università del mondo per la Filologia, che ha accolto la proposta di un gruppo di ricerca molto attivo in Spagna, il cui comitato scientifico è formato da docenti, studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che si muovono in Europa con grande agilità portando avanti un’indagine sopra la letteratura delle donne molto incline alla militanza ma non esclusivamente calata in essa: Escritoras y personages femininos en la literatura.

È utile dire sin da subito che le possibilità del Convegno proprio per la sua struttura, tra interventi che hanno toccato tutti i campi letterari (teatro, poesia, prosa, etc.), discussione, eventi di teatro e di altro genere, presentazioni di libri, denotano un’apertura non usuale al “fuori” dell’ambito accademico, cosa che in Italia non accade. È un’integrazione della realtà di cui ci si occupa (la poesia, il teatro, la canzone popolare in questo caso) all’interno della realtà di studio, una visione più consapevole e completa, un’ammissione di esistenza (!). Forse potrà sembrare ingenuo questo mio commento ma, per esperienza personale, lavorando da sempre come studiosa ora strutturata ma anche in ambito artistico trovo che l’Italia debba sempre più imparare a vedere fuori, ad accogliere il fuori nel dentro, ad avere una mobilità di pensiero che troppo spesso manca non solo nei contenuti ma soprattutto nella visione che sta a monte di questi contenuti.

(altro…)