cultura

Giorgio Bocca, Dalla montagna alle Langhe

Reparti organici partigiani appartenenti alla I ed alla II Divisione Alpina «Giustizia e Libertà» hanno effettuato, nel periodo che corre dal 1° al 10 gennaio del ’45, un trasferimento dalle vallate alpine alle Langhe, attraversando per oltre cento chilometri la pianura presidiata dai nazifascisti.
Nelle poche righe che assumono la forma di bollettino militare sono contenuti gli elementi necessari e sufficienti per giudicare una fra le più significative operazioni militari compiute dei Volontari della Libertà. I termini «inverno» «partigiani» «centinaia di chilometri» «presidi nemici» possiedono tale evidenza espressiva da provocare con immediatezza, anche in chi ha vissuto al di fuori dell’episodio, pensieri ed idee.
È opportuno però sviluppare in una visione più completa il ricordo di quella, che per usare un’immagine di un nostro compagno, è stata l’anabasi partigiana. Ricordarla non solo dal lato tecnico militare perché sarebbe cosa fredda ed unilaterale così come troppo soggettiva sicuramente sentimentale, ma ricordarla nelle caratteristiche che la contraddistinguono da tutte le altre, nello spirito partigiano che dà coesione ai fatti ed alle date, che non è solo un aspetto, ma il vero nucleo centrale.
Già dall’estate del ’44 il comando centrale piemontese delle G. L. unitamente a quelli delle due divisioni prese in esame la possibilità di un trasferimento di reparti nelle Langhe.
Quale scopo principale si poneva un più vasto ed intenso sfruttamento di tutte le energie capaci di organizzare e rafforzare la resistenza. Non era solo per G. L. che si voleva dar modo ad una parte degli uomini della montagna di inquadrare e suscitare nuove forze, ma perché il movimento partigiano tutto diventasse più solido e più forte. Il piano non poteva essere attuato e nemmeno messo in cantiere per ragioni di forza maggiore: a causa cioè delle sopraggiunte operazioni tedesche. Solo coll’avvicinarsi del secondo inverno il problema Langhe ritornò con interesse ingigantito.
Da Torino, Filippo, commissario delle G. L., inviava lunghe lettere esaltanti i vantaggi della pianurificazione; da Gerbido e Pentenera giungevano brevi biglietti con scritto: «Abbiamo finito la farina e la carne». Le missive divise in partenza, si riunivano in una cooperazione non preordinata, ma efficacissima.
Tuttavia la cosa non era ancora matura, forse proprio perché nelle formazioni alpine si era formato uno spirito in un certo senso conservatore, difficile da penetrare.
«La guerra partigiana si fa in montagna» era il concetto, anzi il sentimento di coloro che dai primi giorni di lotta avevano trovato nei boschi e nelle rocce, nelle grangie pietrose i loro rifugi. Ma la realtà si dimostrò un’altra: la guerra partigiana si fa dove si può. Una di quelle verità lapalissiane cui l’uomo giunge solo dopo penosa ricerca.
Penosa ricerca rappresentata per noi dal grande rastrellamento pre-invernale. Tedeschi e fascisti in alcune migliaia si concentrarono, rastrellando le valli adiacenti, nella Val Grana, unica arteria funzionante e libera del nostro sistema sanguigno. I nostri reparti, dopo aspri combattimenti, scivolarono fra le maglie nemiche e aggrappandosi alle rocce del Cauri e del Bram, vissero per quattro giorni all’addiaccio, quasi senza mangiare, tenendo duro sino a quando la valle fu abbandonata.
Le formazioni erano in piedi, ma tutti, comandanti e uomini, si erano convinti che un’altra prova, in quelle condizioni, non era più possibile affrontare. Le brigate erano divenute nell’estate e si erano mantenute nell’autunno forti numericamente, troppo pesanti e massicce per affrontare il periodo cruciale dell’inverno. Nelle Langhe, svaporato il tripudio estivo, si era fatto posto anche per una parte di quelli della montagna, c’era pane, carne e vino anche per i partigiani della Vermenagna, della Gesso, della Grana, della Maina e della Varaita. C’erano colline e colline su cui allargarsi, in cui riparare, un posto per vivere insomma e per continuare la lotta.
C’era la possibilità di organizzare nuove energie, di dare agli uomini della collina il mordente dei vecchi della montagna, di restituire il partigianato delle Langhe ad una forma più cosciente e seria.
Con lentezza forse, come è proprio di tutti gli organismi maturi, ma con progressione costante, la necessità di compiere il grande passo entrò nell’anima collettiva delle due divisioni alpine, quell’anima collettiva nata dai comuni ideali, dal comune terreno di lotta, città del ceppo d’origine.
E fummo certi della maturità del problema quando si udì nei discorsi degli uomini, per cui non è mai esistito alcun segreto militare, parlare con naturalezza di Langhe e di pianura. La sincerità era carattere proprio al nuovo spirito partigiano. Gli uomini sapevano che la vita, laggiù, era più dolce che in montagna.
Quando era limpido, di sera, mentre l’ombra gravava giù sulle valli spingendosi sui campi e sulle case del piano, le Langhe apparivano come uno sfumo di grigio rosato, la nuova terra promessa.
Di lontano non si vedevano il fango ed i tedeschi.
Gli uomini desideravano star meglio e lo dicevano. Non ne vedemmo mai alcuno preoccupato di salvare la tinta del martire e del perseguitato. Ma gli uomini sapevano anche che la lotta continuava e sapevano, senza che alcuno dei comandanti l’avesse loro detto, che si andava nelle Langhe anche come G. L., che si doveva tenere alto un prestigio faticosamente costruito.
Mentre nei distaccamenti si preparava il secondo natale di montagna, e su per le mulattiere saliva il vino delle grandi solennità e la carne per i celebri arrosti bruciati e la farina per i micidiali gnocchi elastici di ogni festa partigiana, i comandanti scendevano dalle loro valli alla capitale dei ribelli, la nostra Pradleves. Era necessario portare a termine le ultime ricognizioni, e decidere la partenza e il nome dei reparti destinati a migrare. Meglio partire la notte del primo dell’anno, ché forse fascisti e tedeschi avrebbero dimenticato noi per lo spumante.
Ultimo natale di montagna, natale per chi partiva. Triste perché le nostre baite nella neve erano più care che mai, di pino, di fumo e di parole, triste perché le montagne di Varaita, di Maira e di Grana erano più belle di ogni altra volta e amici i montanari vestiti a festa e noti i sentieri, gli alberi, i boschi. Triste natale pieno di pensieri e di dubbi. (altro…)

Sottendendo un noi: Giorgio Ghiotti, Costellazioni

Giorgio Ghiotti, Costellazioni, Empirìa 2019

 

Con una scrittura di grazia dalle maglie allargate e tanto lontana dalle fastidiose involuzioni che a volte si incontrano leggendo (di) poesia, Giorgio Ghiotti ragiona – verrebbe da dire, chiacchiera – della generazione di poeti degli anni’90 e dei contemporanei che rischiano un’attenzione poco proporzionata al loro valore. Il libro è uscito da poco, Costellazioni, per i tipi di Empirìa, e non è canone, non è strettamente saggio: è creativa presa d’atto di una costellazione di punti all’interno di una generazione che è disposta “a tutto per scovare sugli scaffali più nascosti di qualche libreria indipendente un libro di poesia ormai introvabile, ritrovandosi con la testa piena di versi, la [sua] camera – spesso di fuorisede – zeppa di libri e poco o niente antologie, le tasche leggere”.
Una costellazione che si impunta su un cielo diverso, dove Specchi e Bianche e Poesie garzantiane “perdono l’aura” e spazi fisici e online crescono come luoghi di ragionamento. Una rete che al “silenzio” oppone non il rumore ma il “dialogo”, e pronunci il pronome noi senza alcuna contrapposizione ma solo mutuo, intellettuale ed emotivo, riconoscimento.
Ghiotti scrive per rovistare in un presente oberato di stimoli, insomma, cercando di separare il grano dalla pula, non dall’alto di una voce onnipotente ma come esercizio di ricerca di bellezza. E scrive per ribadire la voce di chi, in un presente appena un po’ passato, non ha ricevuto sufficiente attenzione “per difetto di critica, pigrizia dei lettori e una certa dose di caso”; è il caso di Attanasio, Bultrini, Caporali, De Santis, Paola Febbraro, Scartaghiande, Sicari, Toni, Zanghì, di cui vengono antologizzati dei brani sotto il bellissimo titolo di sezione I sommersi salvati. Il libro è poi arricchito da saggi brevi, su Frabotta, Ortese e la possibile specificità della voce femminile in poesia.
E davvero il breve, denso libro funziona come bussola. L’ideale della critica poetica è un paragone di omerica lunghezza con un bambino che si arrampica a cercare un oggetto che gli hanno detto di non toccare. Mettendo in chiaro che “il fine di ogni lettore non è salire sulla sedia, ma riconoscere l’oggetto misterioso”. C’è una monade importante in questo passo: il riconoscimento, per Ghiotti, è chiamare, comprendere il funzionamento dell’oggetto, ma non accedere al suo cuore profondo, “mitologico”. Nella critica, nella storia, nella politica, nella capacità di fare (Benjamin) costellazione di ciò che deve restare, il critico sa che della materia della poesia resta inconoscibile la scintilla, come per la creatura di Frankestein, dice ancora Ghiotti, resta inconoscibile la vita che va oltre la somma degli arti rappezzati.

© Giovanna Amato

Un balletto e Philip Glass (recensione minimalista)

Serata Philip Glass, Teatro dell’Opera, Roma

 

1. Heart and arrows

Le modulazioni sono minime. A ognuna di loro, uno slancio degli arti, una giravolta, un plié. Una manciata di corpi su un palco sgombro che ragionano a battiti, a pulsazioni di fari e di buio. Movimenti di risacca.

Il teatro è enorme, ma quello che si vede – che si sente – è più che minimale. Pochi accordi, vestiti di cotone, il tozzare di una pianta di piede dopo il salto.

Cosa diceva Genet sul tremare?

Volevo chiamare pauca questo articolo. “Perché non parva?”, mi dicono all’orecchio. Per qualche istante non ricordo la differenza. Le poche, le piccole cose: dev’esserci una parola più precisa per tutta questa verità.

Che addestramento dietro quello stare serenamente sulle punte, quanto sforzo. Che mente per una soluzione armonica così naturale. Quanto è ovvia la matematica di un girasole – eppure.

2. Glass pieces

I corpi si sono moltiplicati, come i quadrati di cui è composto il palco. C’è un’orchestra, adesso, nella buca. Ancora più di prima, si ostina, si ostina, si ostina.

A volte i corpi si limitano a camminare. Poi si piegano tutti insieme, sulle ginocchia, puntuali come una cosa di natura.

Viene odore di fresie da qualche parte dei palchi.

Hanno messo i corpi a imitare la ripetizione, la fuga, l’accordo semplice, l’arpeggio. E l’ostinazione.

Su questo tribal erano solo maschi, gli umani-aquiloni. Poi sono arrivate le femmine, gli umani-clessidra. Quale altra specie possiede queste due così differenti, così disarmanti bellezze?

“Con il loro indietreggiare e ripartire hanno disegnato un canone”, mi sussurrano all’orecchio.

3. Nuit blanche

Che sia più narrativo si vede dal nero dei costumi, dai pas de deux. Dal pianoforte che adesso scandisce l’orchestra, contento di sé come il bimbo che ha portato il pallone al campetto.

Mi batto una mano sulla coscia, per reazione. Delicata, per non disturbare chi mi siede accanto. Era solo – non avevo mai sentito prima quella modulazione. In trentatré anni non l’avevo mai esperita, né ero stata mai in grado di pensarla.

Arriva l’unica ballerina bianca, prende il centro della scena. La sua danza, all’inizio, è disarticolata. Ha la strana grazia di un uccello. Poi arriva lui, dal torace nudo e concavo e i muscoli svelti. I loro corpi parlano. Nulla è più bello di una scapola umana.

Posare la penna dallo stupore.

© Giovanna Amato

Quando guardi cosa vedi: Misura, di Bernardo De Luca

Misura di Bernardo De Luca (LietoColle 2018, Collana Gialla) è un libro dove forma e contenuto sembrano richiamarsi in modo programmatico fin dal titolo: la misura è innanzitutto quella dei distici in cui è scandito ogni testo, e quindi un ordine, un rigore imposti in maniera strutturale; ma è anche, più profondamente, un tentativo di fare i conti con una certa realtà incattivita mantenendo su di essa un controllo razionale, e prima ancora emotivo. In questo senso, Misura a sua volta costituisce un distico con il primo libro di Bernardo, Gli oggetti trapassati, uscito nel 2014 per D’If, dove lo stesso mondo di scarti, detriti, veleni (scenario partenopeo nei mesi dell’emergenza, ma anche latamente e universalmente post-apocalittico) veniva però affrontato per via di esubero e catalogazione, affondando nel magma della materia degradata (“tutto ingurgita lo spazio che raccoglie/ i nostri morti, le cose inutilizzabili”). Per dirla con Francesco Orlando (rimando a Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, Einaudi, 1993 e 2015), quel primo libro era come un catalogo di oggetti sterili-nocivi (che segnano cioè una reazione e una riconquistata supremazia della natura contro l’uomo), in una variante però inimmaginabile prima dei più recenti disastri ambientali. In Misura non è cambiato lo sfondo e il repertorio sterile-nocivo, ma è come se l’accento emotivo venisse spostato di lato (anche grammaticalmente, a favore di un tu lirico), permettendo uno sguardo lucido e fermo sull’universo intossicato, e un registro stilistico raggelato. Così laddove negli Oggetti trapassati l’io reagiva ancora senza una regola, per inerzia e apatia (“il passaggio della soglia è un gesto/ che non prova terrore, non ha importanza”), svilente senso di vuoto (“poca cosa la stupida/ mia presenza”) o con premuroso allarme (“Posso solo coprirti gli occhi, evitarti/ la paura”), nel nuovo libro si trattiene l’energia, si fissa il tono, si persegue una cadenza analitica. Talvolta la normalità del disastro viene contemplata da un interno domestico, da una finestra notturna che è anche specola adulta di routine e responsabilità: “«Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere»/ il televisore parla le sue lingue/ sale un odore di detersivo dai bicchieri./ Sei andato alla finestra”, p. 16; “ti chiedi/ come proteggi quelli che non parlano/ che nella stanza buia stanno/ in un angolo a dormire”, p. 32. Il bisogno di logicizzazione porta invece a conclusioni antifrastiche, che non sono altro che accettazione della dialettica fondamentale passato/avvenire, immobilità/movimento, morte/vita: “Prova a non muoverti/ trattieni./ Muoviti/ segui la scia.”, p. 13; “È solo un’immagine/ è ciò che ora ti vede”, p. 29; “quando guardi cosa vedi/ la stasi di ogni movimento”, p. 33; “ognuno sta dove/ non può tornare…”, p. 44. La sfida della misura avviene dentro la città smisurata, “aperta e chiusa/ nell’intermittenza delle sirene”(p. 20), distesa “nella sua aria spettrale” (p. 27), agglutinata ai paesi che “s’addensano all’incrocio delle statali” (p. 18). Ma è soprattutto la città velenosa “coi suoi buchi neri”, che “si espande nei fumi dei polimeri” (p. 28). Contro la pioggia di scorie, “muovere la scopa/ è un gesto di speranza” (p. 22, immagine speculare a quella dello spazzino che negli Oggetti trapassati “spazza croste/ essiccate del giorno precedente/ in un lavorio di rozza precisione”). Si osservano “lastre di acciaio/ lamiere dei capannoni sventrati” (p. 34), il mare diventato “un’escrescenza della plastica” (p. 48), un paesaggio post-umano in cui sperimentare la morte in vita: “Sai cos’è la bellezza di queste/ strade inumane, le rovine/ come domande sospese” (p. 35). Questa contrastata esperienza estetica ha molto a che fare con un certo sentimento romantico del Sublime, ma appunto si tratta ora di un Sublime di nuova maniera, in cui nessuno può dirsi veramente al riparo dalle rovine, nessuno può considerarsi del tutto incolpevole rispetto al loro accumularsi. Proprio in un libro che ha fatto della misura dichiarata il proprio solco di scrittura, non deve sorprenderci allora questo sentimento ambiguo di grandezze e forze incommensurabili, che sono anzi la ragione profonda del correre ai ripari, di un dare argini formali all’apprensione. Come di fronte alla notte che appare quale “uno scintillio di roghi” tra cui si muovono “gli uomini della caligine” (p. 45), immagine che sembra congiungere la Terra dei Fuochi e l’ultimo Twin Peaks. Ma è ancora quel tono freddo a registrare che “non sono una minaccia, sono ciò che vedi” (p. 45), e questa evidenza basta a darci la misura del guasto. Bernardo raggiunge così il risultato ammirevole e raro di una poesia civile in assenza di enfasi e protagonismo.

@ Andrea Accardi

 

«Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere»
il televisore parla le sue lingue,

sale un odore di detersivo dai bicchieri.
Sei andato alla finestra. Hai aperto

un’anta e a passi lenti hai camminato:
la ringhiera, il freddo ferro verde,

ti divideva dalla strada e il piombo
scendeva dentro nei polmoni.

Sei rientrato in casa, hai messo su l’acqua:
hai aspettato che il tè bruciasse gli organi. (altro…)

Anna Carocci, Teatro artigiano, teatro sapiente: il Teatro Tascabile di Bergamo

Un momento dell’ultimo spettacolo del Teatro Tascabile di Bergamo, The Yoricks

 

In un grande spazio aperto, due scheletri vestiti di vesti antiche – una donna e un uomo – ballano scatenatamente rock and roll con una bambina dalla veste rossa. È il finale di Amor mai non s’addorme. Storie di Montecchi e Capuleti del Teatro Tascabile di Bergamo (TTB), e quelli sono gli scheletri di Romeo e Giulietta, che per tutto lo spettacolo hanno guardato la storia dei loro sé stessi in carne e ossa.
Amor mai non s’addorme racconta forse la più famosa storia al mondo – la storia di Romeo e Giulietta – sotto forma di spettacolo di strada, in cui quasi tutti gli attori si muovono sui trampoli: camminano, corrono, ballano e combattono; accanto a loro ci sono pochi personaggi a piedi – che sembrano microscopici rispetto alle alte figure degli attori sui trampoli – tra cui la bambina spettatrice e gli scheletri, che per tutto lo spettacolo osservano quanto accade, e a volte intervengono. Chi li ha visti non li può dimenticare. (altro…)

I poeti della domenica #343: Annamaria Ferramosca, Capitano son capitano

Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943
immagine tratta dal libro Trittici dotcomPress 2016
riprodotta su concessione Alinari

 

capitano son capitano
in bianca livrea    una dea
e la ciurma è
ipnotizzata invaghita
mi assorbe mi brancica
occhi carbone all’unisono persi
sul mio profilo irriducibile

non si replica un visoabisso
labbra serrate sul non detto
nell’umore di foresta nel
fogliame largo che mi sfolgora
la bella carne e l’effimero
che tormenta      vela
di lontananza le pupille

negra corona sul capo intrecciata
in forma d’infinito schiavo amore
negro tetto di ciglia sovrappensiero
occhiuragano impenetrabili

 

© Annamaria Ferramosca, da Trittici, dotcomPress 2016

Petrarca contro Dante. Sull’Ulisse e il viaggio

(l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Il mito omerico presenta Odisseo come l’eroe della curiositas, l’uomo πολύτροπον che molto errò e nella sofferenza conobbe per compiere il suo νόστος. Quello di Odisseo è dunque un viaggio di conoscenza che ha come fine il ritorno a casa. La figura di Ulisse è stata poi fin dall’antichità ripresa e trasformata, ora positivamente ora con accezione negativa. Venendo ai tempi delle tre corone, la tradizione dell’Odissea risulta mediata dai commenti e dalle citazioni degli autori latini in quanto non si conosceva il greco. Si tratta di una conoscenza di seconda mano che, come è accaduto per altri nomi greci quali Aristotele, ne ha modificato l’interpretazione. Dante non sapeva il greco e il suo primo riferimento per la figura di Ulisse è Virgilio, che nell’Eneide la tratta solo in modo marginale. Petrarca si lamenta della sua stessa ignoranza e in una lettera (Familiares XVIII, 2) dice di trovarsi costretto ad abbracciare un Omero per lui «muto». Solo in pieno 1400, con l’attività degli umanisti e di eruditi provenienti dalla Grecia come Emanuele Crisorora, si darà il via al pieno recupero dei testi greci.

In effetti Petrarca e Boccaccio avevano già preso a cuore la questione della traduzione dell’Odissea affidando il compito a Leonzio Pilato, monaco trai primi a conoscere il greco. Il progetto non ebbe però successo e lo dimostra il fatto che il multiforme Ulisse petrarchesco rimanda sempre a fonti latine o a quella dantesca di Inf. XXVI. Petrarca cita più volte nelle sue opere la figura di Ulisse, attribuendogli valori e caratteristiche ben diverse.
Nel Canzoniere Ulisse è presente una sola volta, nel sonetto CLVXXXVI, e in accezione del tutto generica. Virgilio e Omero, se avessero conosciuto Laura si sarebbero concentrati nel «dar fama a costei» piuttosto che ai propri eroi.

Se Virgilio et Homero avessin visto
quel sole il qual vegg’io con li occhi miei,
tutte lor forze in dar fama a costei
avrian posto, et l’un stil coll’altro misto:
di che sarebbe Enea turbato et tristo,
Achille, Ulixe et gli altri semidei,
et quel che resse anni cinquantasei
sì bene il mondo, et quel ch’ancisce Egisto.
Quel fiore anticho di vertuti et d’arme
come sembiante stella ebbe con questo
novo fior d’onestate et di bellezze!
Ennio di quel cantò ruvido carme,
di quest’altro io: et oh pur non molesto
gli sia il mio ingegno, e ’l mio lodar non sprezze!

Nel Triumphus Cupidinis Ulisse compare nel ruolo di conteso tra l’amore di Circe e quello di Penelope. Sia la tematica della fedeltà della moglie, a cui dedica il verso centrale, sia quella dell’ostacolo costituito da Circe sono principalmente riprese dall’Ovidio delle Eroidi, delle Metamorfosi e dell’Ars amatoria. Penelope e Circe sono accomunate dallo stesso amore anche in Orazio (Ode I 17).

Quel sì pensoso è Ulisse, affabile ombra
che la casta mogliera aspetta e prega;
ma Circe, amando, gliel ritene e ’ngombra.
(III, 22-24)

Nelle Familiares si fa più volte riferimento alla condizione di esiliato di Ulisse, che viene messa al pari di quella di Petrarca, nato già in esilio in quanto il padre era stato cacciato da Firenze («Ulixeos errores erroribus meis confer», Fam., I 1). In Fam., IX 13, diretta al cardinale Philippe de Vtry, in risposta alle lamentele di trovarsi lontano dalla patria, Petrarca fa un elogio del viaggio come esperienza necessaria per conoscere. Trai viaggiatori illustri compare anche Ulisse, di cui si parla così:

Uomo famoso per il suo continuo errare, dominati i suoi affetti, trascurati il trono e i suoi cari, preferì invecchiare tra Scilla e Cariddi, tra i negri gorghi d’Averno e quelle difficoltà di cose e di luoghi che affaticano persino l’animo di chi legge, che non in patria, e tutto questo solo per tornarvi un giorno vecchio e più esperto.
(Fam., IX 13, 25)

Questo Ulisse che rinnega gli affetti e la patria per errare e dunque conoscere è già più dantesco che classico e si avvicina a quello che incita i compagni a ripartire dicendo «Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza».
Troviamo dunque ora un Ulisse più classico e mitologico, ora un Ulisse che Petrarca avvicina a sé nella condizione di esiliato e viaggiatore in cerca di conoscenza. (altro…)

Irruzioni Festival 2019: dal 3 al 6 aprile a Padova

 

Torna Irruzioni. Festival diffuso di peripezie urbane.
Musica, poesia e arti performative invadono la città.
A cura di Associazione Voyager in collaborazione con l’assessorato alla cultura di Padova.
Con il patrocinio del Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell’Università degli Studi di Padova.

 

IL PROGRAMMA

******Giovedì 28 Marzo******

Anteprima IRRUZIONI
Due eventi per scaldare i muscoli, nell’attesa vibrante del festival imminente.

17.30 – Porta San Giovanni
Inaugurazione mostra “In viaggio: Belzoni sospeso tra Oriente e Occidente” con la partecipazione degli studenti del Liceo Artistico Selvatico e Liceo Artistico Modigliani. In collaborazione con l’Associazione Xearte.

21.00 – Aula studio “Pollaio” via G. Belzoni, 7
“Contame sospeso”, un incontro vis a vis per indagare attraverso gli strumenti della narrazione il tema centrale di Irruzioni 2019: la sospensione.
Evento curato da Contame – – storie di persone e di comunità

 

******Mercoledì 3 Aprile******

10.00 – 12.00 – Auditorium del Centro Culturale Altinate San Gaetano
“Professare il fumetto – Un incontro sulle sinuosità di un linguaggio e le sue professioni.”
Intervengono:
Walter Venturi (fumettista e illustratore – autore de Il grande Belzoni per Sergio Bonelli Editore)
Guido Ostanel (fondatore e direttore editoriale della casa editrice BeccoGiallo Editore)
Alberto Polita (organizzatore del Treviso Comic Book Festival)
(evento riservato agli studenti delle scuole superiori)

15.00 – Via Oberdan
Apertura punto informazioni e spazio performativo con Open Mic no stop.
Con la collaborazione di Nubivaghi e Rimescolate

15.30 – da Porta Portello lungo via Belzoni
Mostra itinerante “In viaggio: Belzoni sospeso tra Oriente e Occidente”. Un percorso espositivo e poetico con gli studenti dei Licei Artistici Selvatico e Modigliani, accompagnato dalle performance del collettivo francese Paris Lit Up.
In collaborazione con l’ Associazione Progetto Portello

18.00 – Sala delle Edicole – Palazzo Liviano
“Sospendere le intenzioni, liberare il suono – In margine a Silence di John Cage”
La recente riedizione, con una nuova traduzione e una prefazione inedita in Italia, contiene articoli, conferenze e saggi composti fra il 1937 e il 1961 da Cage. Gli scritti spaziano dai discorsi sulla musica, alla danza, alla pittura, allo zen, con storie e aneddoti che nel tempo sono divenuti proverbiali. L’insieme porta a galla la fede assoluta nel potere del suono di John Cage.
Intervengono:
Luca Illetterati (filosofo- UniPd)
Veniero Rizzardi (musicologo e storico dei media – Ca’ Foscari)
Evento in collaborazione con il Centro d’Arte Padova

18.00 – Libreria Zabarella, via Zabarella 80
Nell’ambito della rassegna di poesia, critica e piccola editoria “Il sabato dei villaggi” a cura di Giovanna Frene e Laura Liberale, incontro con Giulia Martini autrice di “Coppie minime” (Interno poesia) e curatrice dell’antologia “Poeti nati negli anni ‘80/‘90” (Interno poesia).

19.00 – Auditorium del Centro Culturale Altinate San Gaetano
Spettacolo: “L’attesa”
Performance di musica, poesia, danza e video arte ideato dagli studenti partecipanti ai workshop finanziati con il contributo dell’Università di Padova sui fondi previsti per le iniziative culturali degli studenti, come previsto dall’art.4, comma 5 dello Statuto

21.30 – Auditorium del Centro Culturale Altinate San Gaetano
Spettacolo “Non è successo niente” – da Facebook alla vita reale, Michele Mori e Marco Zoppello leggono, accompagnati dalla musica dal vivo, il Diario Pigro (così lo definisce l’autore) di un trentenne padovano intento a raccontare la versione quotidiana e stilizzata di se stesso.
Testi tratti dalla pagina FB “Non è successo niente”
Prodotto da Stivalaccio Teatro
Ingresso a biglietto

23.00 – Ex Wine bar – via Gritti 3
“Di brividi, la notte” – letture e improvvisazioni per verbosi accrocchi verbali.
Performer internazionali e poeti si alterneranno al microfono, salendo i primi tre gradini dell’EX.

 

******Giovedì 4 Aprile******

15.00 – Via Oberdan
Apertura punto informazioni e spazio performativo con Open Mic no stop.
Con la collaborazione di Nubivaghi e Rimescolate

17.00 – da Via Oberdan in giro per la città
Murga di Padova – danze per asfalti e pavé
La Murga, danza di strada nata come forma di protesta in America Latina, rappresenta una sospensione del tempo e delle abitudini ordinarie.

17.30 – Centro Universitario di via Zabarella, via Zabarella 82
“L’immaginazione sociologia e quella poetica: linguaggi e realtà sospese.”
Incontro con Stefano Allievi (UniPd)
Modera: Vincenzo Romania

18.30 – Libreria Zabarella, via Zabarella 80
Lo scrittore e poeta svizzero Arno Camenisch presenta il suo libro “L’ultima neve” (Keller editore)

19.00 – Auditorium del Centro Culturale Altinate San Gaetano
La parola sospesa, la potenza celata – Lectio magistralis di Adone Brandalise su Bartleby lo scrivano di Melville.
Il professor Adone Brandalise dell’Università di Padova terrà una lezione su “uno dei più bei racconti dell’epoca moderna” e sul suo enigma: Bartleby e la sua figura “incurabilmente perduta” dello scrivano che ha smesso di scrivere.

21.00 – Auditorium del Centro Culturale Altinate San Gaetano
Spettacolo “Avrei preferenza di no. Bartleby lo scrivano” con Roberto Herlitzka e Gianluigi Fogacci con le musiche di Alessandro Di Carlo (clarinetto) e Dario Miranda (contrabbasso).
Il racconto di Melville, con il testo curato da Teresa Pedroni, avrà come interprete un virtuoso dell’arte drammatica: Roberto Herlitzka che ci accompagnerà lungo le varie tappe della strana e indecifrabile vicenda di Bartleby interpretato da Gianluigi Fogacci.
Evento a biglietto

23.00 – EX Wine Bar – via Gritti 3
“Di brividi, la notte” – letture e improvvisazioni per verbosi accrocchi verbali.
Performer internazionali e poeti si alterneranno al microfono, salendo i gradini dell’EX.

 

******Venerdì 5 aprile******

16.00 – Libreria Limerick, via Tiziano Aspetti 13
Reading e presentazione dell’antologia: “Arrivederci Ragazzi”, un progetto di scrittura creativa a cura del collettivo Atelier dell’artista e promossa dall’ESU. Una narrazione in minore di racconti inediti, ideati e scritti da un gruppo di Studenti dell’Università degli Studi di Padova.

17.00 – Centro Universitario di via Zabarella, via Zabarella 82
“Abitudini sospese. Arte e filosofia come forme di sospensione dell’ordinario.”
Con gli ospiti indagheremo i modi in cui l’arte e la filosofia chiedono, in modi diversi, una qualche forma di sospensione delle pratiche discorsive ordinarie. Una sorta di dissoluzione – più o meno duratura – delle abitudini consolidate di rapporto con il mondo.
Incontro con
Felice Cimatti (filosofo) e Luca Illetterati (filosofo)
Modera Vincenzo Romania

20.00 – Centro Universitario di via Zabarella, via Zabarella 82
Spettacolo: “Il seme dell’abbraccio – Concerto per poesia, musica e canzone”
con Silvia Salvagnini, Nico De Giosa, Alessandra Trevisan e Marco Maschietto
I testi poetici diventano frammenti vocali. La poesia è letta e collocata nella dimensione di un ascolto lieve, empatico e vivo; così la musica insieme alle immagini, che danno spazio e nuova necessità alle parole. Testi tratti da Il seme dell’abbraccio (Bompiani) di Silvia Salvagnini.

21.00 – Fistomba Social Park, ponte Ognissanti
Poetry Slam: gara poetica per atleti della parola

MC Alessandra Racca (con un estratto del suo spettacolo “Mia zia era vintage”)
partecipano: Ali Casadei – Rachele Pavolucci – Eugenia Galli – Eugenia Giancaspro – Carolina Camurati – Wissal Houbabi
in collaborazione con LIPS – Lega Italiana Poetry Slam

 

******Sabato 6 Aprile******

10.00 – Scalinata Porta Portello
“La Tosca Sacra”
Un dramma marittimo-esistenziale che racconta le vicende di due trichechi gemelli siamesi. Uno che parla inglese e l’altro… il veneziano!
Una commedia originale di Helen Cusack O’Keeffe con Ed Bell e Jason Francis Mc Gimsey.
In collaborazione con Paris Lit Up.

10.15 – 13.00 – Canale Piovego – da Porta Portello alle Porte Contarine.
“Perfiume – performance in due atti per tre esecutori e tre barche su un corso d’acqua”
Concerto unico, a bordo di barche tradizionali della laguna veneziana, su partiture appositamente scritte dai maestri Enrico Gabrielli e Sebastiano de Gennaro.
Musiche a cura di 19’40” e Sottosuono con Gianni Chi (fisarmonica) – Sebastiano De Gennaro (percussioni) – Mario Frezzato (oboe)
In collaborazione con Amissi del Piovego, Canottieri Padova, Circolo Dei Barcari, Scuola di Voga Veneta Zonca, TVB – Traditional Venetian Boats e Gruppo Remiero Meolo.

15.00 – 18.00 – partenze contemporanee da Via Tiziano Aspetti e Porta San Giovanni
Passeggiate poetiche – Irruzioni performative in città.
Le associazioni locali e internazionali parteciperanno con inedite peripezie urbane appositamente studiate per l’occasione. Nelle strade, sui ponti, sotto ai portici, danze, improvvisazioni, performance teatrali e poetiche.
Con: AcrobaticYoga, Auló Teatro, C(H)IQ, Dimateria, Compagnia Teatrale Universitaria Mit-sein, Ottavo Giorno, Pablo Cortello, Paris Lit Up, Piano T Associazioneculturale, Spazio Danza, Teatro delle Correnti, Tokoyami, VIAdanza, Xearte.

21.00 – Fistomba Social Park, ponte Ognissanti
Open Mic. Un microfono per molte voci.
A seguire:
Between refractions
Una performance multimediale riflessa tra parole, vetro, luce e suono di Alison Grace Koehler, in collaborazione con Paris Lit Up.

dalle 23.00 – Fistomba Social Park, ponte Ognissanti
Non è la fine – Festa di chiusura con Dj Set

MEDIA PARTNER: Bart Music Festival, CeRebrationFest, Across the University / Festival, Moving Lab.

 

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/2370928822925995/

Lorenzo Pompeo, La “invenzione” di Buenos Aires di Jorge Luis Borges (1921-1929)

Quando, nel 1921, il poeta ventiduenne ritornò nella sua città natale, dopo sette anni di permanenza in Europa, «Era un giovanotto che aveva vissuto in Svizzera e in Spagna, aveva imparato il latino, il francese e il tedesco, aveva partecipato indirettamente a dei movimenti d’avanguardia ed era divenuto membro attivo di un nuovo gruppo, quello degli ultraisti; aveva pubblicato recensioni, articoli e alcune poesie, e aveva scritto due libri. A ventun anni era ancora timido ma abbastanza stagionato».
I Borges andarono ad abitare in una casa su via Bulnes, non molto lontano dal vecchio quartiere Palermo, e vi rimasero per due anni. Jorge cominciò lì ad avere un’abitudine che avrebbe mantenuto fino a cinquant’anni inoltrati: camminava moltissimo per le strade di Buenos Aires, percorrendo distanze enormi «Imparò così a conoscere Buenos Aires, o almeno la sua Buenos Aires; si trattava di percorrere, centimetro per centimetro, ripetutamente, un territorio che i suoi scritti avrebbero percorso allo stesso modo.»
Ma l’indirizzo di Buenos Aires al quale rimase per tutta la vita affezionato era la casa nella quale visse gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, al numero 2135 di Calle Serrano, quartiere Palermo. In una conversazione con Napoleon Murat nel 1964 Borges la ricorda così:

Quando ero ragazzo, la città finiva lì, a cinquanta metri da casa nostra. C’era un ruscello piuttosto sporco chiamato Maldonado, poi dei terreni incolti, e la città ricominciava di nuovo a Belgrano. Quello che c’era tra il ponte Pacifico e Belgrano non era campagna: sarebbe una parola troppo bella. C’erano dei terreni abbandonati e delle ville. Il quartiere era molto povero. In Calle Serrano c’erano solo tre case a due piani con patio. Sembrava di essere al confine estremo della città.

Scrive Emir Rodriguez Monegar in, Borges, una biografia letteraria: «I Borges erano indubbiamente degli estranei a Palermo: erano per metà inglesi e discendevano da una antica famiglia argentina. Palermo invece era una città di emigranti, una specie di terra di nessuno dove lavoratori “poveri ma rispettabili” abitavano vicino a mezzi delinquenti le cui energie erano prese da attività come il ruffianaggio, la prostituzione e vari tipi di azioni criminali.»[1]

Come racconta lo stesso Borges, i contatti con il mondo al di fuori del giardino di casa erano rari: «Il giardino di Palermo era un luogo privilegiato da cui Georgie poteva osservare il mondo esterno. Era un luogo sacro. Ma era anche la porta d’accesso ad un’altra realtà: la realtà della gente che viveva vicino a lui in case a un solo piano, gente che non aveva l’acqua corrente in casa né possedeva la sicurezza di un giardino proprio. Georgie e Norah non lasciavano quasi mai il loro rifugio» – scrive Monegar.  Malgrado il tempo ne avesse già allora alterato i connotati, il quartiere Palermo e il giardino di Calle Serrano rimarranno per Borges dei luoghi topici, il centro del suo mondo letterario.
Non appena lo scrittore si ristabilì a Buenos Aires, divenne il capo di un gruppo di giovani poeti, anch’essi interessati alla letteratura d’avanguardia, e con loro fondò una rivista letteraria, Prisma. Ne uscirono solo due numeri. Borges così rievoca gli aspetti più pittoreschi dell’impresa: «Il nostro piccolo gruppo oltranzista era ansioso di avere un suo giornale, ma i nostri mezzi non ce lo permettevano. Fu guardando gli annunci pubblicitari che mi venne l’idea di stampare un giornale murale. […] Così facemmo delle sortite notturne armati di colla e pennelli forniti da mia madre e, camminando per chilometri e chilometri, attaccavamo il foglio qua e là lungo le vie Santa Fe, Callao, Etre Rios, e Mexico.»
In quegli anni era al potere il Caudillo Hipolito Yrigoyen, figlio di un immigrato basco analfabeta, primo presidente eletto, nel 1916, nelle prime elezioni a suffragio universale maschile con voto segreto. L’Argentina era nel pieno di un’impetuosa e turbolenta fase di sviluppo industriale e gli emigranti dall’Europa (prevalentemente italiani) trovavano facilmente lavoro. Questo irruento processo di sviluppo aveva creato una nuova classe sociale: il proletariato urbano. La nascita dei sindacati (anarchici e socialisti), le lotte operaie, gli scioperi e le feroci repressioni che ne seguirono furono un chiaro segnale delle profonde mutazioni che stava attraversando la società argentina in quegli anni. Risale al 1927 il celebre reportage di Albert Londres, Le chemin de Buenos Aires (la traite des Blanches), che faceva luce sulla “tratta delle bianche”, ovvero il fiorente commercio di donne proveniente dall’Europa (Francia e Polonia) spedite in Argentina per essere avviate alla prostituzione. Furono proprio questi gli anni in cui il tango, nato nei postriboli di Buenos Aires e Montevideo, divenne popolare in tutto il mondo (tanto che nel 1912 il papa Pio X lo proibì). Lo stesso Borges dedicò a questo fenomeno il suo saggio Storia del Tango, nel quale, relativamente alla questione delle sue origini, scrisse: «i miei informatori concordavano tutti su di un punto essenziale: la nascita del tango nei lupanari». A rafforzare questa tesi, riporta un suo ricordo personale: «il fatto, che potei osservare io stesso da bambino in Palermo e anni più tardi alla Chacarita e in Boedo, che lo ballassero per le strade soltanto coppie di uomini, perché le donne del popolo non volevano compromettersi in un ballo da puttane.»
Proprio in questi anni esplode in tutto il mondo il “fenomeno Carlos Gardel”. Nel 1917, in occasione di un concerto al teatro Empire di Buenos Aires, il cantante mise in repertorio Mi noche triste, un tango di Samuel Castriota e Pascual Contursi che viene considerato uno dei primi esempi di tango-canzone (tra l’altro caratterizzato dall’uso del lunfardo, il gergo dei bassifondi di Buenos Aires infarcito di parole di origini italiane). Da allora incise centinaia tanghi. Le tournée di Gardel in Argentina e all’estero, i film da lui interpretati e la sua figura, oggetto di un vero e proprio culto popolare, renderanno il tango celebre in tutto il mondo. La sua scomparsa prematura, a causa di un incidente aereo, nel 1935, lo rese una vera e propria leggenda.
Anche dal punto di vista architettonico e urbanistico Buenos Aires stava vivendo un tumultuoso sviluppo. Il Colón, allora il più grande teatro lirico dell’America latina, progettato dall’architetto italiano Francesco Tamburini, venne inaugurato nel 1908 con l’Aida. Nel 1923 terminarono i lavori del Palazzo Barolo, fino al 1939 il più alto edificio dell’America latina, uno dei più eccentrici edifici della capitale, un progetto pionieristico per la sua epoca per l’uso ardito del cemento armato e firmato fin nei minimi dettagli dell’architetto italiano Mario Palanti in uno stile definito “eclettico” (che combina elementi art nouveau, art déco con elementi gotici e arabo-indiani).
Scrive Maryse Reunau: «Paradigma della complessità urbana, simbolo dell’evoluzione storica di tutto il paese, la capitale argentina si presenta in primo luogo sotto l’aspetto di metropoli popolosa. Non è difficile trovare nei nostri scrittori allusioni precise, addirittura quantificare numericamente, allo sviluppo demografico senza precedenti fatto registrare dalla capitale nei primi anni del XX secolo. Abbagliati in rari casi dall’immensità di una città ormai allo stesso livello delle più grandi metropoli internazionali, molto più spesso storditi e prostrati dalla marea quotidiana e meccanica di una popolazione laboriosa che pare quasi sonnambula, personaggi e narratori divengono l’eco di questo mondo ipertrofico e disumanizzato in cui le masse sembrano aver avuto ragione dell’individuo.»
Fu questo lo sfondo in cui Borges pubblicò nel 1923, alla vigilia di un viaggio per l’Europa (1924), Fervor de Buenos Aires, la sua prima raccolta di poesie uscita in trecento copie. Furono proprio le forti impressioni ricevute al ritorno in seno alla sua città natale l’oggetto di questa raccolta, come racconta lo stesso autore: «Tornammo a Buenos Aires sul Reina Victoria Eugenia alla fine di marzo del 1921. Fu per me una sorpresa, dopo essere vissuto in tante città europee – dopo tanti ricordi di Ginevra, Zurigo, Nimes, Cordoba e Lisbona – trovare la mia città natia così diversa. Era diventata grandissima, una enorme città di bassi edifici dal tetto piatto che si stendeva a occidente verso la pampa. Era più che un ritorno a casa; era una riscoperta. Potei vedere Buenos Aires con un interesse e un’emozione mai provati perché ne ero stato lontano tanto tempo. Se non fossi mai stato all’estero credo che non avrebbe mai avuto per me quel fascino che adesso aveva. La città – non tutta la città, naturalmente, ma alcuni luoghi che per me divennero emotivamente significativi – ispirò le poesie del primo libro che pubblicai, Fervor de Buenos Aires».[2]
Questo sentimento di meraviglia, di scoperta e riscoperta, di spaesamento e orientamento è ben espresso nella lirica Sobborgo:

Il sobborgo è il riflesso del nostro tedio.
I miei passi claudicarono
quando stavano per calpestare l’orizzonte
e restai tra le case,
quadrangolate in isolati
differenti ed uguali
come se fossero tutte quante
monotoni ricordi ripetuti
di un solo isolato.
L’erbetta precaria,
disperatamente speranzosa,
spruzzava le pietre della strada
e vidi nella lontananza
le carte di colore del ponente
e sentii Buenos Aires.
Questa città che credetti mio passato
è il mio avvenire, il mio presente;
gli anni vissuti in Europa sono illusori,
io stavo sempre (e starò) a Buenos Aires.

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Mitsuko Uchida, quasi una recensione

 

Chi ha letto i miei romanzi sa del particolare legame che ho con Mitsuko Uchida, pianista giapponese naturalizzata europea tra le più grandi interpreti di Mozart, Schubert e Schönberg. E così chi mi frequenta, dal momento che spesso casa mia risuona, specie quando scrivo, dei suoi cd, che sono su una mensola in rigorosa posizione di facile acchiappo in caso di terremoto o inondazione. Chi mi conosce sa viepiù che se l’unica data utile a vederla dal vivo era a Perugia, a patto di ripartire il giorno successivo alle cinque del mattino per essere fresca e pimpante a scuola, avrei riempito il mio zainetto e sarei corsa da lei.
Perché Mitsuko Uchida è una preziosa forma di grazia. Il programma perugino prevedeva Schubert ma io la conosco e la amo con Mozart, di cui lei dice: è la tua mente che devi allenare, non le tue stupide dita. Un adesivo rimosso con cura dal cd del concerto K488 riporta un rigo del Boston Globe su di lei, che traduco liberamente: qualsiasi codice sblocchi i misteri di Mozart, Mitsuko Uchida sembra portarlo nel suo DNA. E Mitsuko Uchida, in Mozart che amo e suppongo in altri di cui non ho sufficiente conoscenza affettiva, ha la mia fiducia: quel tendine luminoso e immaginario che dalla mente passa alla punta delle mani in lei è acceso. (altro…)

I poeti della domenica #340: Pietro Secchi, Er cane zoppo

Ner giardino sott’a casa mia
ce sta ‘n cane zoppo.
Er padrone ‘o porta ‘n giro
pe’ córe e giocà coll’antri.
Li cani bianchi e maroni
coreno e se odoreno.
Ma lui è ‘n cane nero
e co’ quer passo ch’è ‘n affanno
se dirigge solo a beve.
Forze l’acqua je rinsarderà ‘a zampa
oppure spera ‘n zogno
che co’ ‘n zorzo je verà mercede:
‘no sguardo pietoso der Gran Cane,
l’unico, diceveno, che quanno te mozzica
te fa annà via la rabbia.

© Pietro Secchi, da Er piccione sfracellato, FusibiliaLibri 2018

proSabato: Jacopo Ramonda, Pendolari

 

PENDOLARI (cut-up n. 127)

In macchina presto attenzione a qualunque cosa mi passi per la mente, tranne che a guidare. Ascolto musica, parlo al telefono, mi annoto queste frasi; rovistando sul fondo della borsa accasciata al mio fianco, sul sedile del passeggero, trovo la tua lettera. La riconosco al tatto, immediatamente. La mia condizione di pendolare non ammette variazioni di rotta: ogni giorno mi sposto lungo la stessa tratta provinciale, in loop. Attraverso una serie di piccoli comuni di periferia, così vicini l’uno all’altro da contagiarsi a vicenda nello sfregamento continuo di mucose e confini. Respiro a grandi boccate, poco prima di chiudermi ermeticamente nel mio scafandro e calarmi negli abissi delle prossime otto ore di lavoro quotidiano, dove la pressione si farà sempre più opprimente. Ormai i miei pensieri fuoriescono liberi soltanto nel dormiveglia degli spostamenti. (altro…)