Alessandra Trevisan

Andrea Chinappi, da ‘Poesie d’ansia e di giovinezza’. Inediti

1
Il tragico è stanco

È uno stormire di volti
nella mia terra stanchi
lividi sotto gli olivi rigonfi
in autunno.

Un profumo di teste
bruciate
si mischia ai fiori
pestati teste riarse
dal sale vecchie necessarie.
……………………..Ma si muore,
nella mia terra,
nell’ora della clessidra
girata
come trafitti dall’incupirsi
al neon
come una vecchia cartaccia
spezzata che più non cuce
nessuno.

*

2.
a Valentino Zeichen

Mi sono venute a noia le fotografie
o a orrore perché scorgo nei miei occhi
una futura pazzia uno sguardo
malconcio di suicida
di reietto.
……………Sarei tentato
di scollarle tutte per giocare con te
a rimescolarmi il passato affinché possa la combinazione
giusta salvarmi

ma invano mi accingo all’impresa.
Trovo al mio fianco il tuo sorriso
angelico e la mappa delle mie speranze
di vita segnata da qualche parte
su uno schermo.

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Francesca Fiorentin, da ‘Gli alfabeti intatti’

 

Gennaio 2016

La macina ha un potere
venti ne ha lo Stato

Le mie mani senza frumento di maggio
ottanta ne ha la banca

Tre giocatori rubano il sonno
posseggono macchine truccate

Gocce notturne sul viso
cadono sulla posidonia
il mio funerale quasi indiano.

*

Gennaio 2016

Le lettere in fondo alla borsa, chiuse,
aspetto di non sapere
verso acqua incolore, inodore dalla brocca
ai fiori e sulla mia testa
già arida di addii
incolore sia la vita – o almeno – senza i rossi.

* (altro…)

Salvatore Azzarello, da ‘Le cose che esistono’

Non mi stravolge se getti tra le fiamme
un occhio o un braccio, ma a patto che
non sia tutto fuoco, che mi tieni
fermo il passo tra le mischie inutili,
le cose fatte male, che congegni
tra i miei muscoli un riscatto
la forza prodigiosa che hanno i corvi
di sollevarsi da un fiume, qui a Lugano.

*

Il tuo fiore lo ruba qualcuno
che io non conosco. Nessuno
stasera, oltre me,
ha sentito il tuo pianto più fosco.
Beh, certo, è una soddisfazione
ma il tuo pianto lo offri alle cose
e le cose non parlano a me.

* (altro…)

Antonio Merola, quattro inediti

allora ho acceso la luce: una donna
compare oltre le mura come una felicità
che non aveva gli occhi
verde speranza; sembra ubriaca e cade:
quante volte abbiamo creduto insieme alla vita
o l’irrompere dei mostri, la fuga oltre il rito
azzurro come la saliva di un sogno
a parteggiare la vertigine e dimenticare
la voce prima. Tutto rimostrava una giungla
o l’argilla… e nella caverna crollava ancora:
chiedeva una carità impossibile di vuoto.

*

nemmeno una scogliera di bianco
rugava la pesca
come la nostra immobilità che seguiva la pioggia
nelle montagne: si abboccava all’ardiglione
perché bisognava mangiare come una resipiscenza
ti sentivo lontano una strada
che forse vuoi percorrere da solo
mentre sulla collina una voce suonava il motivo
dell’abbandono: la binarietà era il nostro destino.
Avevamo commesso l’errore dei dinosauri:
essere troppo grandi per camminare.

* (altro…)

Fabrizio Strada, da ‘In male aperto’

Cavallette di mollette

Domenica 170.
Sono giorni che ti aspetto nel vivaio di Stalin.
Dì addio per sempre alla tua vita e vieni con me a fare il
fiore.
La pace è un morbo.
Qui invece facciamo la guerra tutti i giorni
travolti dalle tempeste di polline,
esausti, la sera raccogliamo i corpi dei nostri fratelli
e ci addormentiamo sulle radici,
come in un torrente di vene respiriamo
la materia dei nostri antenati.
L’unica volta che ho accettato il vostro bene,
l’ostia è scesa di traverso,
aprendo un canale di conquiste.

* (altro…)

Gianluca Garrapa, da ‘Di fantasmi e stasi. Transizioni’

dall’una all’altra parte del cavedio. nei fossati di luce lunare.
appesi a traverse massaie il ricamo. schiuma molteplici quotidianità.
d’altra parte il cavedio imparziale. a sguardi di lumache
che trascinano. superfici di bava. reattivo soltanto ai millenni. di
vagabondaggio quantistico. non può comunicare il falso vuoto.
per questo il fascino rotola ai piedi. degli occhi nella diagonale.
attraverso il silenzio. filo che imperla quotidiane molteplicità.
dall’una all’altra parte del cavedio.

*

attraversa incolume la strada nel sole forestiero dell’estate.
vieni dici con me al limite sul marciapiede opposto. e resto
a non seguirti ad avvicinarti solamente con lo sguardo. la fuga
dei palazzi che affrontano lo spazio della piazza. lumeggiano i
semafori e fermano la corsa mentre ti ripeti. con la mano sventoli
il trapasso dal marciapiede sporco all’altro spoglio. e sono troppo
tardi i passi che distraggono da me ogni altro segno. abbiamo
questo caldo nello zaino e presto partiremo nel sole forestiero
dell’estate.

* (altro…)

Fabio Ramiccia, Come l’occhio di Picasso (inedito)

 

Pablo Picasso, Guernica, 1937, Museo Reina Sofia, Madrid

Come l’occhio di Picasso

Una gamba per una testa
su appena giù
sotto l’altra la spalla
dietro il gomito chiuso ad angolo
e giù
le mani lunghissime come zanne ad alzare il canto.

Un elefante agile scende dagli alberi per salvare la sua scimmia
e scacciare la follia come una mosca fastidiosa
che ronza di dolce melodia, nella giungla impenetrabile.

Brucia l’alba delle voci.
Brucia dietro la spalla
sotto la gamba il tesoro
dietro la testa chiude il gomito ad angolo
strozza la strofa un crescendo. Un crescendo.

E là si schiude e là si chiude
e le bellezze che sfiora con le liane basse sono violini.
Come un machete la mano scrive.
Come un solfeggio la bocca cuce le frasi in quattro quarti.
I suoni dietro e i tamburi incessanti
e le cavità e tutti i padri dietro e gli occhi addosso.
La spalla sotto la testa
su ad angolo e
il canto rotto.

 

Così vicina con mani che sembrano di scimmia.
Così vicina da sfiorarla l’eterna.
Così vicina dietro da sentirla, la luce che la investe.

E mangia e mangia e tampona i rami
spossata ed eterna.

© Fabio Ramiccia

©….

FABIO RAMICCIA
(Latina, 27 settembre 1983) Frequenta, fin dall’adolescenza, scuole, corsi e workshop, anche internazionali, di recitazione e regia e partecipa a contest e festival in Italia e all’estero. Viene premiato, nel 2008, a Strasburgo dal Parlamento Europeo e, nel 2009, al Festival Internazionale di Praga. Ora può vantare un teatro tutto suo, “Teatro Spaziozeronove”, ne cura gli spazi e li riempie. Almeno si adopera perché questo avvenga.
Non si accontenta: inizia a scrivere compulsivamente poesie sul suo cellulare, fa ritratti con le parole.
Nel 2016 si laurea in Comunicazione Tecnologie e Culture digitali presso La Sapienza Università di Roma.
Continua a studiare e imparare.

I poeti della domenica #211: Nicola Moscardelli, La luna

La luna

La luna è di cristallo questa sera;
passeggia a piedi nudi sulla rena.

Pare un tuo sguardo rimasto nell’aria,
impallidito per la lontananza,
il tuo sguardo che colora dove tocca
ed appanna gli specchi
come un soffio d’argento che ravviva
le parole sulla mia bocca spenta.

La luna si vela, s’allontana:
ci sono tante nuvole
che l’acqua d’ogni lago trabocca:
le campane dormono in cielo,
forse domani prenderanno terra:
o amore, chiudi gli occhi, non le destare.

moscardelli209© Nicola Moscardelli, in La mendica muta (Firenze, Vallecchi editore, 1919), ora in Tutte le poesie, Ianieri Editore, 2007.

Questo testo poetico è stato scelto dal poeta Gabriele Galloni.

I poeti della domenica #206: Jorge Boccanera, da ‘Sordomuta’

 

Non è la musa cantora né l’uccello strillone
né il pupazzo parlante né la signora che detta.
È una Sordomuta
che ti mostra la lingua per una moneta soltanto.

La lingua è vuota.
La moneta dev’essere d’oro.

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© Jorge Boccanera, in Sordomuta, trad. it. di Alessio Brandolini, Milano, Lietocolle, 2008

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Poesia scelta dalla poeta Roberta Sireno.

I poeti della domenica #205: Jan Twardowski, da ‘Affrettiamoci ad amare’

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto
solo l’inessenziale come una mucca si trascina
l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso
poi il silenzio normale perciò insopportabile
come la castità che nasce dalla disperazione
quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso.

Non essere sicuro di aver tempo poiché la sicurezza è malsicura
ci toglie sensibilità come ogni fortuna
arriva in coppia come il pathos e l’humor
come due passioni sempre più deboli di una sola
e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio

come un suono un po’ goffo oppure come un inchino secco
per vedere davvero chiudono gli occhi,
benché sia più rischioso nascere che morire
amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi.

Non scriverne troppo spesso ma scrivilo una volta per sempre
e sarai come un delfino mite e forte

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
e quelle che non se ne vanno non sempre ritornano
e parlando dell’amore non si sa mai
se il primo sia l’ultimo o l’ultimo sia il primo. (altro…)

proSabato: Pier Paolo Pasolini, ‘Siamo belli, dunque deturpiamoci’

«ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece»

Se è giusta la mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei «obbedienti» trovino posto, e per primi, «coloro che erano destinati a morire» − cioè coloro che la scienza medica ha salvato dalla «mortalità infantile», e sono quindi dei «sopravvissuti» − quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano col semplice loro essere e comportarsi?
La loro caratteristica prima − ti ho detto − è il sentimento inconscio che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento inconscio di essere «a carico» e «in più». Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità, la loro adesione totale e senza riserve all’orda, la loro volontà non solo di non apparire diversi ma nemmeno appena distinti.
Dunque ciò che essi prima di tutto ti insegnano è vivere il conformismo aggressivamente: cosa questa che − come vedremo − ti è insegnata da quasi tutte le categorie dei tuoi coetanei «obbedienti». E dunque la analizzeremo meglio andando avanti col nostro discorso. Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile).
Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione. Essi dovevano morire; o meglio, in altre circostanze sociali, sarebbero di sicuro morti. Essi devono istintivamente ridurre al minimo lo sforzo per vivere: il che in termini sociali significa appunto rinuncia. È vero che come dice un mio amico di Chia − un ragazzetto che ricorda i proverbi dei vecchi − «il mondo è dei bravi, e i cojoni se lo godono». È una delle più grandi verità che le mie orecchie abbiano mai ascoltato. Tuttavia, io, vecchio borghese razionalista e idealista, cioè «bravo», continuo sempre a detestare con tutte le mie forze lo spirito di rinuncia. Che è poi ansia di integrazione e qualunquismo. Non temere di essere ridicolo: non rinunciare a niente. Lascia che i cojoni si godano il mondo, e invidia pure come me, struggentemente, per tutta la vita, la loro felicità.
La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi − tuoi coetanei − hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. A quanto pare, non ci sono più cojoni: se non a Napoli o a Chia. Tutti sono bravi: e dunque tutti hanno la loro brava faccia infelice. Essere bravi è il primo comandamento del potere dei consumi (nel cui universo mentale e di comportamento tu, povero Gennariello, sei nato): bravi cioè per essere felici (edonismo del consumatore). Il risultato è che la felicità è tutta completamente falsa; mentre si diffonde sempre di più una immediata infelicità.
Sappi, invece, Gennariello, che, contrariamente al proverbio sublime di Chia, c’è anche una felicità dei bravi. Il proverbio di Chia dice infatti che «il mondo è dei bravi», alludendo decisamente al possesso, al potere. Ma allora va aggiunto che oltre al possesso del mondo da parte dei padroni, c’è anche un possesso del mondo da parte degli intellettuali, e questo è un possesso reale: com’è del resto quello dei cojoni. Si tratta soltanto di un diverso piano culturale. È il possesso culturale del mondo che dà felicità.
Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro.
La terza cosa che ti viene insegnata dai «destinati a morire» è la retorica della bruttezza. Mi spiego. Da alcuni anni i giovani, i ragazzi fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati o deturpati, non sono contenti. Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi, dovuta appunto al candore della giovinezza, si vergognano della bellezza del loro corpo. Chi trionfa in tutta questa follia sono appunto i brutti: che sono divenuti i campioni della moda e del comportamento. I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.
Ho imperversato un po’ contro questi «destinati a esser morti», col rischio di apparire un po’ vile e razzista: di creare cioè una categoria di persone da proporre alla condanna. No. Tra i «destinati a esser morti» ci sono esseri adorabili per lo meno come te, cosí vistosamente destinato alla vita. Se ho polemizzato con particolare violenza contro gli insegnamenti che ti impartiscono i «destinati a esser morti», è perché ho preso questa categoria a simbolo della media: media che ti insegna, appunto, queste stesse cose, e senza quel tanto di disperato che le corregge, le giustifica, le rende umane.

© Pier Paolo Pasolini, Siamo belli, dunque deturpiamoci, in Lettere Luterane. Il progresso come falso progresso, introduzione di Alfonso Berardinelli, Torino Einaudi 2003Prima edizione: collana «Supercoralli», Einaudi, 1976.

‘Il battesimo del bambino’ di Silvia Salvagnini: una lettura

Il battesimo del bambino di Silvia Salvagnini è una delle poesie contenute nel calendario utopico 2017 di Sartoria Utopia (qui).

C’è nella poesia di Silvia Salvagnini come una luce che illumina il senso delle cose; una luce che entra dolcemente nel testo, a scoprirne la forza di comprensione della realtà poeticamente detta, “costruita”, fatta di un lavorio incessante. Alcune volte si potrebbe parlare di ‘rivelazione’ di un dire poetico, che da dentro il proprio “mistero e segreto” si fa palese e autentico; un manifestarsi che, grazie alla centralità della parola e alla sperimentazione linguistica – che guardano a elementi della tradizione ma di continuo ne spostano i confini – portano il lettore in ‘presenza’ di un lavoro battente e a tratti ossessivo sul significante prima che sul significato. Ciò che accade, nello stesso momento, assumerebbe anche i tratti di una ‘epifania’, intesa come “manifestazione” o ancora “rivelazione” che, dall’interno, emerge con forza all’esterno – e verrebbe poi da dire nel mondo. (altro…)