Alessandra Trevisan

‘L’adatto vocabolario di ogni specie’ di Alessandro Silva

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Alessandro Silva, L’adatto vocabolario di ogni specie, Pietre Vive, 2016, € 10,00

Fra le innumerate definizioni circolanti della poesia, in me ha ben radicato quella formulata da un caro amico, del quale proteggo l’anonimato: egli sostiene che il poeta “vero” ci debba indicare un punto, un punto che può essere già familiare al nostro sguardo, eppure – inforcando le lenti del componimento poetico – in quel punto la poesia deve rivelarci qualcosa di nuovo. Non me ne vorrà l’anonimo autore, se mi concedo la libertà impertinente di ampliare l’immagine, con la scontata precisazione che la poesia può anche mostrare in modo nuovo oggetti conosciuti.
È questa la reazione che ha suscitato in me il libro di Alessandro Silva, L’adatto vocabolario di ogni specie, edito da Pietre Vive Editore nel 2016, vincitore del concorso di scrittura sociale Luce a Sud Est.
La raccolta, per l’appunto, ci narra in modo nuovo del dramma dell’ILVA e di Taranto, dello stupro interminabile subito dalle genti e dal territorio, attraverso le vicende di un operaio e della sua famiglia, che assurgono a simbolo della tragedia ormai allignata in questa zona del sud Italia, che ad onta dei quasi quotidiani proclami, risulta abbandonata a sé stessa e da sé stessa.
Non passa inosservato il fatto che Silva provenga da Parma, una delle province del Nord, alcune delle quali immerse in un’aura dotta e altèra, unicamente per irradiazione dalle vestigia del passato. Benché, com’è ovvio che sia, fermentino movimenti e idee progressiste e compassionevoli, ivi si respira l’ipostasi della ferrea regola, per la quale l’intensità di una sciagura è inversamente proporzionale alla distanza dall’osservatore (in virtù della mia purissima schiatta lombarda, mi assumo totalmente la responsabilità dell’affermazione).
L’autore, si legge, possiede anche una sensibilità tecnica: ha conseguito un Dottorato in Biologia e Patologia Molecolare, viene dal mondo della ricerca; certo ha strumenti per comprendere appieno il disastro che si abbatte costantemente, da decenni, su quella città. (altro…)

‘Lettera a un giovane poeta’ di Virginia Woolf

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Virginia Woolf, Lettera a un giovane poeta, trad. it. di Lucia Raffaelli, quaderni di clanDestino, Raffaelli editore, 2013, pp. 68, euro 10

Ma come farete a uscire, e a ritornare nel mondo degli altri? Questo è il vostro problema oggi, se posso azzardare un’ipotesi − trovare il giusto rapporto, ora che conoscete voi stessi, tra il “sé” che conoscete e il mondo esterno. Si tratta di un problema difficile. Nessun poeta vivente è riuscito, a mio avviso, a risolverlo del tutto.

But how are you going to get out, into the world of people? That is your problem now, if I may hazard a guess − to find the right relationship, now that you know yourself, between the self that you know and the world outside. It is a difficult problem. No living poet has, I think, altogether solved it.

Non è forse un caso che nel 1932, a tre anni di distanza dalla diffusione dell’opera postuma Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, Virginia Woolf abbia pubblicato la sua Lettera a un giovane poeta [A Letter to a Young Poet] all’interno della raccolta Hogart Letters Series. Oggi troviamo questo testo in un’edizione del 2013 per Raffaelli editore, con traduzione di Lucia Raffaelli e revisione di Davide Ramilli.
La lettera era indirizzata a John Lehmann, prima collaboratore poi direttore di Hogart Press, come apprendiamo dalla prefazione del libriccino, con il quale la Woolf si confrontava in quella sede circa lo status della scrittura di lettere in Inghilterra, genere che aveva perso interesse, solidità e importanza in quel momento storico. Ma, come riconosciamo sin da subito, il discorso sposterà di molto il senso della lettera; un pretesto iniziale, quello dell’autrice, per rivelare cosa significhi a tutti i livelli scrivere – in realtà – poesia e prosa. Soprattutto: ‘scrivere per la vita’.
Non si può fare a meno di notare le similitudini, a una prima lettura, fra Rilke e Woolf; entrambi tentano di condurre i rispettivi interlocutori per mano, verso una rotta su cui sia possibile instaurare un confronto solido, che sia d’auspicio per una riflessione attorno e “dentro” il “significato” dello scrivere non per un pubblico ma per se stessi. E c’è una straordinaria continuità che, qui, non si desidera comparare ma richiamare, affinché la lettura di Woolf possa agganciarsi e possa dirsi anche legata a quella di Rilke, già al centro di studi diversi: segnalo quello del critico Kelly Walsh.
Una tra le questioni più significative del testo appare a pp. 45-49, in cui Woolf tratterà del tema del sé in poesia come cruciale, in parte già nella citazione che leggiamo all’inizio di questo post, che prosegue così:

[…] Tutto ciò che ti serve è stare alla finestra e lasciare che il tuo senso del ritmo, si apra e si chiuda, coraggioso e libero, fino a quando una cosa non si fonderà nell’altra, fino a quando i taxi non danzeranno con le giunchiglie, fino a quando non verrà a crearsi un’unità da tutti questi frammenti separati. […] raccogli tutto questo tuo coraggio, impiega tutta la tua cautela, invoca tutti i doni che la Natura è stata indotta a concederti. Poi lascia che il tuo senso del ritmo si snodi tra gli uomini e le donne, gli autobus, i passeri − qualunque cosa si muova lungo la strada − fino a quando non li avrà legati insieme in un tutto armonioso. Questo forse è il tuo compito: trovare la relazione fra le cose che sembrano incompatibili eppure hanno una misteriosa affinità

All you need know is to stand at the window and let your rhythmical sense open and shut, open, and shut, boldly and freely, until one thing melts in another, untile the taxis are dancing with daffodils, untile a whole has been made from all these separate fragments. […] summon all your courage, exert all your vigilance, invoke all the gifts that Nature has been induced to bestow. Then let your rhythmical sense wind itself in and out among men and women, omnibuses, sparrows − whatever come along the street − until it has strung them together in one harmonious whole. That perhaps is your task − to find the relation between things that seem incompatible yet have a mysterious affinity

Se al romanziere tutto ciò è concesso, la peculiarità e l’attenzione nei confronti dell’«istinto del ritmo» che Woolf spiega come leggiamo qui porta nella scena del “saggio” anche ad un altro punto: quello della “danza”, ripresa nel legame fra elementi diversi da accordare nel testo poetico, come a segnalare − per estensione − che il “gesto poetico” è “movimento”, e che coniugato al ritmo di cui sopra restituisce “la poesia”. Si tratta di una visione complessiva che nutre un tema ampio e complesso come quello del “fare poesia oggi” (così come ieri) su cui si è speso, qui sul nostro blog, Francesco Filia, nel suo articolo Poesia: memoria, ascolto e visione, che invito a rileggere. E, mettendo in luce questi legami non impropri, si crea una catena di senso che incuriosisce, che stratifica le direzioni da prendere, gli autori da leggere e rileggere, aumentando il numero di domande cui tentiamo di rispondere quando affrontiamo il genere poetico.

© Alessandra Trevisan

Jean Gabin nella scrittura di Cesare Pavese e Goliarda Sapienza

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Questo scritto divulgativo propone un breve excursus sulla figura di Jean Gabin nell’opera di Goliarda Sapienza e di Cesare Pavese. Non si intende qui sistematizzare uno spunto (forse troppo vasto per essere governato), ma tentare di dare verità ad alcuni legami sottili, cercando il più possibile e con puntualità di evidenziare come questi mettano in luce un interesse comune ai due autori nei confronti dell’arte cinematografica. Si è scelto inoltre, proprio per la vastità dell’argomento, di non entrare nei testi ma di darne accenno, lasciando spazio a considerazioni e riflessioni.
Spunto per l’autrice nel romanzo postumo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2010), modello di eroe ribelle, sovversivo, simbolo di un’etica da abbracciare e attraversare in un momento storico complesso come il 1979 − anno della stesura −, Jean Gabin risulterà soltanto una traccia di fondo nella scrittura di Pavese, un’ispirazione fugace per una sceneggiatura dal titolo Amore amaro,¹ di cui si occupò negli anni Cinquanta.
Il rapporto dell’autore con il cinema è stato affrontato da Franco Prono nel suo volume Pavese e il cinema. Primo e ultimo amore (Bonanno, 2011), in cui il critico ritesse approfonditamente la trama di possibilità che questa diversa esperienza di scrittura può aver rivelato a un autore che aveva attraversato tutti i mestieri letterari possibili nella sua epoca fino a quel momento, salvo quello dello sceneggiatore. Non solo la citata ma anche altre sceneggiature sono, nella lettura di Prono, dei “noir”, parlano di “malavita” e di “triangoli amorosi”; si tratta di testi con valore letterario minimo, “non attrattivi”. Pavese, innamorato all’epoca dell’attrice Constance Dowling, proponeva con tale modalità l’intenzione di lavorare con lei e la sorella, allora attive in Italia; come conosciamo dalla filmografia di Constance, lei era stata co-protagonista di Riso amaro di Giuseppe De Santis (1949), titolo che ha affinità con Amore amaro. Se il soggetto tuttavia, come ricorda anche un’altra studiosa di Pavese, Maria Rosa Masoero, sarà proposto per la realizzazione a registi che in quel momento erano impegnati nel Neorealismo − e sono De Sica e Zavattini, poco attratti da storie non attinenti alla loro esperienza − viene da andare più a fondo nell’etimologia dell’aggettivo “amaro”, che si suggerisce di consultare qui. Se si considera la radice, che contiene il significato “dell’immaturità, dell’asprezza e dell’essere forte”, si nota come la scelta di Pavese (e della Dowling) non paia frutto dell’istinto – banalmente – ma pretenda una connessione alla trama e alla figura di Gabin, per cui sarà pensata. Certamente, questa considerazione a posteriori potrebbe sembrare un ‘leggere oltre’, ma la vicenda di Claudio, amante di due sorelle di diversa età, Natalia e Cloti, diviso tra il suo essere un fuorilegge e il desiderio d’amore confuso dalla necessità d’aiuto, un uomo che chiede alle due donne di rifugiarsi presso la loro casa ben conscio della doppia relazione in atto (duplice, se si considera la parentela di Natalia e Cloti), ne fanno un personaggio tratteggiato con toni aspri, immaturo (amàs,  “crudo”) eppure “forte” nella e della sua illegalità. E l’attore francese, che durante il periodo del Realismo degli anni Trenta ha ricoperto più volte ruoli simili, pare adatto a questo genere di soggetti. «Quarantenne, taciturno, cinico»: il Claudio di Pavese è di poco lontano da quel Gabin che vediamo in Pépé le Moko di Duvivier (1937) o ne Il porto delle nebbie di Carné (1938), entrambe fonti di Sapienza; amante-amato, forse più generoso, sex symbol traviato da una solitudine disarmante, la stessa che vive Claudio, e forse la stessa di Pavese allora.
Sempre Masoero sostiene come l’amore per la Dowling accogliesse il «mestiere affascinante» dello sceneggiatore, un ritorno al cinema come quella passione che ha formato il giovane Pavese e, in terza istanza, lo sguardo all’America di cui la sua opera è pregna. Il “mestiere cinema” non è ricostruibile con completezza in questa sede: articolato e complesso, consta di materiali di varia provenienza, tra cui lettere, diari, scritti critici e recensioni apparsi più di recente in questi anni, e appunti che coprono decenni diversi. Si tratta di scritti che nutrono con curiosità l’intuizione (o meglio, l’attrazione?) verso un linguaggio contemporaneo, visto come fondante di un’epoca proprio nelle sue parti costituenti. I critici che si sono occupati del rapporto tra Pavese e il cinema (e nominiamo anche qui Lorenzo Ventavoli) documentano infatti la tensione interna-esterna della spinta dell’autore, capace di riconoscere in quell’arte la tipicità di ciò che rappresenta: un nuovo modo di intendere l’immagine, il tempo, la scrittura, “fuori dalla letteratura e dal teatro”. Per un quadro completo si suggerisce, comunque, la visione del documentario Il cinema secondo Pavese (qui), omaggio ufficiale alla plurivocità della scrittura filmica nell’opera pavesiana. Chi scrive – inoltre – non conosce i rapporti critici fra Pavese e il pensiero di Walter Benjamin, forse già indagati in un parallelo che svisceri affinità e contrasti, probabilmente ‘nutriente’. (altro…)

‘Che il tempo non sia’: tra poesia e sperimentazione vocale

Che il tempo non sia fa parte di una breve silloge inedita scritta a novembre 2015. La costruzione dei testi si basa sulla ripetizione di alcune parole comuni a tutta la silloge, che scandiscono un ritmo udibile all’ascolto. La ragione può essere ricercata nella nascita degli stessi, che è avvenuta proprio come free speech. Queste due coordinate − dichiarate − hanno risvegliato in me il desiderio di sperimentare una riformulazione di almeno una di queste poesie, servendomi della voce e dell’elettronica. Le figure fonetiche e semantiche che questa poesia contiene sono state il punto da cui partire per costruire “un brano”. Alcune scelte di esecuzione sono avvenute in sede di registrazione, sperimentando quattro livelli poi rielaborati in fase di montaggio ed editing: i primi tre sono puramente testuali, con variazioni di ritmo nella lettura, anticipazioni, posticipazioni, quasi a formare un “canone” musicale contemporaneo. L’altro, sonoro, a fare da disegno sullo sfondo; si tratta di un’improvvisazione vocale distorta con ripetizioni di quattro parole chiave in inglese e francese.

Alessandra Trevisan

Il brano nasce per una call for works di musicaelettronica.it . È rilasciato con licenza CC BY-NC-SA 3.0

credits
Alessandra Trevisan (concept, testo, voce); Nicolò De Giosa (produzione, editing, missaggio)

Registrato a c32performingartsworkspace, Forte Marghera, Venezia-Mestre.

What happened Miss Simone? Recensione

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foto tratta dal sito del quotidiano The Guardian

Chi ha amato ed ama la voce di Nina Simone tanto da rimanerne incantato ogni qual volta la ascolti non potrà fare a meno di guardare, con pathos − e partecipazione − questo documentario sulla sua vita e sulla sua carriera. What happened Miss Simone di Liz Garbus, uscito ad inizio del 2015 su Netflix (candidato all’Oscar come migliore documentario lo stesso anno, proiettato in apertura del Sundance Film Festival, vincitore di premi quali il Peabody Award e il Primetime Emmy Award al miglior speciale documentario o non-fiction), basa la sua trama sulla biografia di David Brun-Lambert ma estende il racconto a immagini di repertorio, in un viaggio reale e amaro dentro la vita di un’artista che ha lasciato il segno non soltanto nella sua epoca. Il riverbero della sua vicenda, in bilico tra tradizione e contemporaneità musicali, genialità, fragilità e un’adesione molto forte alle battaglie per i diritti civili che, negli anni Sessanta soprattutto, la comunità afroamericana degli Stati Uniti portava avanti, la pongono come una figura non priva di ambiguità; questo documentario − a ragione − ricorda tratti e spinte, momenti salienti di un’esistenza che (dalla Carnagie Hall alle battaglie di Martin Luther King) sceglie ‘liberamente’ cosa essere in quel momento, e soprattutto cosa non essere. Dalla mancata carriera come pianista classica alla soglia dei vent’anni − per ragioni di discriminazione razziale −, al ripiegamento nei locali notturni per guadagnarsi da vivere, sino alla scoperta di una propria direzione con musicisti che l’hanno accompagnata a lungo. La sua voce, così speciale nel timbro, nell’approccio, nell’intenzione che emana, capace di cogliere un dolore e una sofferenza propria e del fuori, è tra le più grandi testimonianze artistiche al femminile del secondo Novecento. Quel suo sentire, profondamente legato anche alla vicenda personale con il marito e manager Andy Stroud (di cui si può leggere qui) − un compagno dapprima sicuro, poi illegittimamente assuntosi l’onere di dettare una direzione rigida alla sua carriera, imponendosi anche con violenza nelle sue scelte −, attraverserà molte fasi. Ciò che ci è dato sapere, dalla testimonianza della figlia Lisa, che nel film narra la storia materna con uno sguardo lucido e penetrante, riguarda l’amore e la sottrazione costante cui Nina era sottoposta, prima che dagli altri forse da se stessa. Un continuo andirivieni nel music business, mai del tutto fatto per lei che, con grande slancio ma anche talvolta incoerenza, desiderio di distacco, incapacità di sentirsi a proprio agio in quel mondo manovrato dall’alto − nonostante le mise sofisticate, un poco eccentriche e sicuramente d’impatto che sfoggiava sul palco. E poi la storia degli abusi, da parte del suo partner in affari e nella vita, lo stesso che avrebbe dovuto proteggerla; tutto ciò che avveniva nel prima, dietro le quinte, prima di salire in scena, contribuiva forse ad aumentare la tensione tutta interna al personaggio di Nina. Questa tensione avrebbe a che fare più con un’impossibilità di riconoscersi nel proprio presente, spesso sentita a fior di pelle e nella profondità della voce, dove tutto risuona, cambia, si completa. Una difficoltà da leggere a doppio filo tra l’artisticità e la personalità, così forte e scostante al tempo stesso.

Scopriamo cosa sia accaduto prima di varcare la soglia di Montreux ’76, essere se stesse e far durare quella spesse volte manifestata impotenza di libertà, anche nelle decisioni più drastiche e solitarie, più estreme e poco chiare che si sono manifestate alla fine della sua carriera, in cui i suoi concerti si vedevano in contesti ufficiali prima calcati in modo meno frequente. Rabbia e tenacia anche nella rinuncia − come già affermato − faranno parte del suo modo di vedere il mondo, dapprima di percepire se stessa, di accettarsi come si è fino in fondo, con tutte le proprie contraddizioni. A proposito di questo si può ascoltare proprio all’inizio di questo film un’intervista che risale al 1968, in cui Miss Simone afferma: «È una sensazione. È come se tu dicessi a qualcuno come ci si sente ad essere innamorati […] Puoi descrivere le cose ma non puoi dire come ci si sente. Ma tu sai cosa accade. Ed è ciò che io intendo per “libera”. Ho avuto un paio di occasioni sul palco in cui mi sono sentita davvero “libera”. […] Ti dico cosa significhi libertà per me? Nessuna paura. Intendo davvero “nessuna paura”.» Curioso e affatto improbabile questo parallelo fra l’amore e la libertà; un messaggio positivo che oltrepassa la soglia del disagio personale e coglie − al futuro − l’eredità di questa musicista straordinaria.

© Alessandra Trevisan

grazie ad Alessandro Niero e a Stefania Rossa per il suggerimento

«Visioni sonanti»: intervista a Patrizia Mattioli

L’incontro con Patrizia è avvenuto nel 2015 nell’ambito di Electro Camp, Festival di arti performative che ha luogo da alcuni anni a Forte Marghera, Venezia-Mestre. Iniziava lì uno scambio forse timido ma proficuo, di letture, visioni del mondo, uno scambio che è soprattutto musicale. Mentre il mio orecchio era teso e i miei occhi erano pronti a scoprire novità e a farle proprie (o a riscoprire quello che, nel profondo, mi appartiene da sempre) il suo live con la danzatrice Marta Ciappina mi catturava, mi ammaliava. Restavo folgorata dal lavoro di Patrizia pur sentendo di non avere tutti gli strumenti per comprenderlo; la stessa cosa accadeva lo scorso gennaio a Venezia, in occasione del sesto compleanno della netlabel veneziana electronigirls: il suo live concert (che si può riascoltare qui) diventava un’esperienza di ascolto che ripeterò spesso, in seguito. Da questi ricordi affettivi e molto personali nasce la chiacchierata informale che leggiamo oggi, alla scoperta di un mondo plurimo che − proprio per la sua complessità − merita tempo e attenzione.

Alessandra Trevisan

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Da molti anni ti occupi di musica elettronica “di ricerca” e di elettroacustica ma la tua storia musicale inizia altrove. Voglio chiederti come tu sia approdata a questo ambito e di definire – in modo più appropriato di quanto possa fare io – quale sia il tuo lavoro oggi. Inoltre, non te l’ho mai chiesto ma trovo sia d’obbligo: quando è maturata questa scelta di lavorare con la musica elettronica, in quali termini si è declinata all’inizio e quali sono stati i tuoi principali punti di riferimento da subito nel tuo percorso?

La mia storia inizia dal Conservatorio di musica “Arrigo Boito” di Parma con il corso di clarinetto e il conseguimento del diploma nel 1993. In quel periodo ho iniziato a frequentare, come polistrumentista, gruppi di avanguardia musicale quali  T.A.C., Kinoglaz, Kind of Cthulhu. Sono approdata così in diversi generi musicali passando dalla musica classica, contemporanea al post industrial, al dark, eccetera. Ho iniziato ad improvvisare con qualsiasi tipo di strumentazione, synth, percussioni, gong, drum machine, clarinetti.
La possibilità di ampliare i miei orizzonti con i musicisti più svariati mi ha permesso di arrivare finalmente alla composizione. L’incontro con il teatro Lenz Rifrazioni è stato fondamentale.
Ho intrapreso un viaggio di ricerca sonora lavorando a stretto contatto con attori, registi, artisti drammaturghi, poeti. Musica per la scena scritta e suonata dal vivo. La ricerca della drammaturgia sonora.
Il percorso compositivo all’interno della compagnia è durato 8 anni, la sperimentazione timbrica si è evoluta passando dalla strumentazione classica fino all’analogico, synth, campionatori, registrazioni, concept sound di paesaggi sonori per installazioni con artisti visivi. Dopo questi anni intensi di lavoro ho deciso di intraprendere un periodo sabbatico fuori dal teatro e fondamentalmente fuori dall’Italia.

Nell’estate del 97 sono partita per Londra per esplorare me stessa e ricercare una nuova maturità artistica. L’anno londinese mi ha portato a nuove partiture, sperimentazioni con suoni urbani, musiche per cortometraggi. A Londra è nata Dance for a Tube Station, partitura per violino e paesaggi sonori ed elettronica (soundscape metropolitana londinese). Il violinista ha una notazione complessa, un concertato di linee della tube station e notazione per arco. La partitura è stata eseguita a Londra e a Monaco dal violinista Adriano Engelbrecht. In seguito The Tower of Babel Partitura per quattro lingue d’attore ed elettronica importante composizione che delineerà la mia  ricerca stilistica.
The Tower ha una strumentazione analogica – campionatori, drum machine, microfoni, pedali, effetti: le quattro voci dialogano con sonorità impazzite nella caduta della torre
La composizione vince il concorso all‘Ircam di Parigi (Institut de Recherche et Coordination  Acoustique/Musique). Ho la possibilità di studiare a Parigi per uno stage intensivo di informatica musicale all’Ircam. Da questo periodo ricco di stimoli decido di lavorare assiduamente alla musica elettronica dialogando tra analogico e digitale. Johanna M. Beyer, Alice Shields, John Cage, Luigi Nono, Erik Satie, Karlheinz Stockausen, Daphne Oram, Giacinto Scelsi, Kraftwerk, Pierre Schaeffer, Cluster, Xenakis sono stati i miei punti di riferimento del mio percorso.

Il tuo lavoro si è sviluppato in ambiti diversi e senza dubbio affini: il rapporto con il teatro e con la danza – con il corpo e la scena, forse – è pregnante nella tua pratica. In che modo la tua musica interagisce con queste forme artistiche? Potresti introdurci almeno due progetti recenti, nei rispettivi ambiti, cui hai partecipato o stai partecipando?

Il mio lavoro, negli anni, ha approfondito il rapporto con il corpo in scena. Gli ultimi progetti sono stati molto importanti: Digitale Purpurea è un live concert-spettacolo con la compagnia Stalker/Daniele Albanese. Le musiche per questo spettacolo di danza sono un vero live electronics con i danzatori che accompagnano, intercettano, scuotono ritmicamente i corpi in una vibrazione ritmica inarrestabile. Il secondo spettacolo è stato “AKASMIK – IMPROVVISO Dance Poetry Music” dedicato al poeta Roberto Sanesi: Bharatanatyam e Danza Contemporanea: Nuria Sala – Musica voce and Live Electronics: Patrizia Mattioli – Tabla Percussioni Elettronica Voce: Federico Sanesi – Poesie di Roberto Sanesi.

Improvvisare è come andare in “estasi” (letteralmente stupirsi, astrarsi dalle cose del mondo) è entrare cioè in quel particolare “stato modificato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento, la parola e la musica creata.

Il progetto “Akasmik-Improvviso” compone ed elabora dialogando a tre, la combinazione è tra movimento, flusso poetico e musica. Parola – Suono – Gesto – Visione. La raffinata e profonda poesia di Roberto Sanesi amplia lo spettro sonoro nel nostro trio, suggerendo molteplici interpretazioni possibili. Akasmik è “Improvviso”, stupore, scintilla, cogliere la visione dell’attimo. Entrare cioè in quel particolare “stato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento e la musica creata. In questa magica dimensione, ogni nota, ogni accordo, ogni suono, ogni movimento diventa meravigliosamente bello e carico di significato. Conoscersi e conoscere attraverso l’azione: danza, poesia e musica; oltre barriere di spazio e tempo, in cerca di accordi d’anima, di ponti tra terra e cielo. Le composizioni dialogano con suoni manipolati, frammenti poetici e si sviluppano con la danza e le percussioni in una estatica visione sonante.

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Maria Occhipinti, Anni di incessante logorio. Recensione

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Maria Occhipinti, Anni di incessante logorio. Pensieri poetici, prefazione di Adriana Chemello, Ragusa, Sicilia Punto L edizioni, 2016, € 8,00

Non ci sono sottotitoli ed etichette più appropriate in grado di connotare la raccolta di versi di Maria Occhipinti: i suoi «pensieri poetici», che leggiamo oggi con il titolo di Anni di incessante logorio, editi per i tipi di Sicilia Punto L, (trat)tengono − insieme − i due aspetti più importanti dell’esperienza dell’autrice: quello umano e quello “politico”. Si potrebbe dire uno stesso vo(l)to, con due direzioni prioritarie unite insieme nel segno della «vita» e della «libertà»: esse non sono soltanto temi nella vicenda di Occhipinti ma veri fondamenti della sua etica e anche “motivi” su cui l’approfondita, attenta ed essenziale prefazione di Adriana Chemello fa perno.
Nata nel 1921 e scomparsa nel 1996, Occhipinti è stata una donna che ha sentito sempre forte la responsabilità civile di difendere le categorie sociali più deboli della sua Sicilia sin dagli anni del Fascismo; definita anarchica e libertaria, si è battuta per i diritti delle donne senza abbracciare nessuna fede politica, restando però molto vicina al femminismo. Il suo spirito d’iniziativa sarà sempre personale e comune insieme, libero così com’è libera la sua parola poetica, e com’è stata dapprima la sua prosa in Una donna di Ragusa e Il carrubo e altri racconti entrambi apparsi per Sellerio nel 1993 (possiamo leggerne, a proposito, qui e qui).
Aperta al nuovo o diversamente “letterata”, i suoi versi paiono fluire da un quotidiano vivere, da un incessante movimento del pensiero nel suo misurarsi quotidianamente, da una riappropriazione dell’itinerario che il sé compie nel mondo, in rapporto agli altri (anche ai cari), alla natura, alla religione; la sua poesia procede ad accrescere, di verso in verso, l’attaccamento forte alla vita e ai valori vitali su cui essa si fonda. Il logorio è dunque la progressione alla “ricerca di un dire” ma anche il processo nel contatto umano e nell’incomunicabilità tra due soggetti, come a p. 105: «L’Io è una vetta/ che nessuno scalatore/ potrà raggiungere,/ un altro Io/ può solamente sfiorare.//» Siamo di fronte a quella che Chemello definisce una «ricerca di senso» che permea la poesia di Occhipinti, laddove a p. 106, ne La conquista, si legge: «Nessuno potrà distruggere/ ciò che l’Io/ ha conquistato/ penosamente.//».
L’Io dell’autrice, tuttavia, non è un io ingombrante, anzi: rifugge l’egotismo per validare da un lato la propria «limpidezza», dall’altro un’accoglienza del diverso (da sé). L’altro è infatti colui con il quale condividere azioni, momenti: «Pensandoti/ non ero sola,/ tu eri con me/ tra gli uliveti,/ eri con me/ sotto la siepe// che ci riparava/ dalla pioggia/ e contemplavamo/ la distesa dorata del grano.// Presi per mano/ camminammo/ sul sentiero fiorito,/ andammo verso il sole,/ verso la libertà.//» (p. 86).
L’Io, in questi versi, converge spesso al noi, in un continuo fare spazio all’altro, facendo così spazio al sé spesse volte “estraneo” alle contingenze cui la vita chiama. La stessa Occhipinti per anni ha vissuto negli Stati Uniti; alcune poesie sono qui dedicate ad artisti o città di quella terra, non ultima quella che dà titolo a questo volume postumo con protagonista l’architetto italiano Simon Rodia. Straniera in Patria, lirica del ritorno, appare invece a p. 70: «[…] Avevo paura di sentirmi straniera/ in Patria e di non avere mai più/ un dialogo con i giovani,/ loro che sono la speranza della nazione.» Un andamento prosastico per un testo che avvicina − ma anche allontana al tempo stesso − Occhipinti a Casa di Altri di Anna Maria Ortese; non in contrapposizione ma in dialogo, queste due autrici hanno evidenziato quello che Anna Toscano ha definito propriamente il «qui della vita» (in un articolo da leggere a questo link). Questa vuole essere un’ipotesi critica che moltiplica gli orizzonti di lettura senza cercare legami (sarebbe forzato e “ingiusto”, per lo meno a quest’altezza) di Occhipinti con la tradizione letteraria del suo tempo.
Un “inno” alla «gioia» questi pensieri poetici; gioia è anche parola che ritorna nei versi, molto diversa tuttavia da quella “ancestrale” di Goliarda Sapienza (qui), diametralmente opposta dal punto di vista letterario ma pur sempre una gioia che «vibra» con la stessa intensità nella voce di una donna − in un coro partecipato − che amava la vita anche nel «dolore», altra tra le parole chiave del volume che stiamo percorrendo.
A molti anni dalla scrittura di questi testi possiamo dunque sentirci grati dell’avvenuta pubblicazione, che ha visto un intervento di correzione del professor Pietro Bafunno, di cui tuttavia non si conosce la portata. Leggerli significa rinnovare un patto che si giustifica in un non cedere al tempo rendendo costante la ricerca di nuovi autori in versi − anche conoscendoli (purtroppo) postumi −, salvare le loro opere dall’oblio nonché “liberarle” nel mondo.

© Alessandra Trevisan

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56566

I poeti della domenica #96: Joni Mitchell, Bad Dreams Are Good

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copyright NYMag


I cattivi sogni vanno bene

I gatti sono nei loro giacigli di fiori
Un falco rosso cavalca il cielo
Suppongo che dovrei essere felice
Già solo di essere viva
Ma
Abbiamo avvelenato ogni cosa
E ignaro di tutto questo
Il cellulare emette ciance come zombie
Attraverso centri commerciali
Mentre condor cadono dai cieli indiani
Balene spiaggiano e muoiono sulla sabbia
I cattivi sogni vanno bene
Nel Grande Piano
E non puoi essere creduto
Almeno sai che stai mentendo?
È pericoloso prendersi in giro
Si diventa sordi, muti e ciechi
Ci si arroga un diritto del genere
Si da mostra di un atteggiamento negativo
Non si ha grazia
Né empatia
Né gratitudine
Non si ha percezione della concatenazione
Oh, ho la testa fra le mani
I cattivi sogni sono adatti
Al Grande Piano
Prima di quella mela che altera
Eravamo una cosa sola con il tutto
Nessun senso del sé o dell’altro
Nessuna autoconsapevolezza
Ma adesso dobbiamo vedercela con
Questo mondo fatto dall’uomo che ci si ritorce contro
Tendendo l’occhio al fatale egoismo di nostro fratello
Ognuno è vittima qui
Le mani di nessuno sono pulite
È rimasto così poco del selvaggio Eden terrestre
Così vicine le ganasce dei nostri macchinari
Viviamo in queste rogne elettriche
Queste lesioni un tempo erano laghi
Non sappiamo come assumerci la colpa
O imparare dagli errori passati
Perciò chi giungerà a sistemare le cose
Supertopo…? Superman…?
I cattivi sogni sono adatti
Al Grande Piano
Nel buio
Un raggio luminoso
Ho udito un bimbo di tre anni dire
I cattivi sogni vanno bene
Nel Grande Piano

*

Bad Dreams Are Good 

The cats are in the flower beds
A red hawk rides the sky
I guess I should be happy
Just to be alive
But
We have poisoned everything
And oblivious to it all
The cell-phone zombies babble
Through the shopping malls
While condors fall from Indian skies
Whales beach and die in sand
Bad Dreams are good
In the Great Plan
And you cannot be trusted
Do you even know you are lying?
It’s dangerous to kid yourself
You go deaf, dumb, and blind
You take with such entitlement
You give bad attitude
You have No grace
No empathy
No gratitude
You have no sense of consequence
Oh, my head is in my hands
Bad Dreams are good
In the Great Plan
Before that altering apple
We were one with everything
No sense of self and other
No self-consciousness
But now we have to grapple
With this man-made world backfiring
Keeping one eye on our brother’s deadly selfishness
Everyone’s a victim here
Nobody’s hands are clean
There’s so very little left of wild Eden Earth
So near the jaws of our machines
We live in these electric scabs
These lesions once were lakes
We don’t know how to shoulder blame
Or learn from past mistakes
So who will come to save the day?
Mighty Mouse. . . ? Superman. . . ?
Bad Dreams are good
In the Great Plan
In the dark
A shining ray
I heard a three-year-old boy say
Bad Dreams are good
In the Great Plan

*

© Joni Mitchell e The New Yorker. Traduzione inedita a cura di © Anna Maria Curci e Alessandra Trevisan. Questa poesia è apparsa originariamente nel 2007 qui.

 

Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari. Goffredo Parise nel trentennale della morte

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Goffredo Parise, Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari. Con l’autorizzazione di Giosetta Fioroni e la postfazione di Silvio Perrella, Pistoia, Via del Vento edizioni, 2016, € 4,00

Un giorno, anzi una volta, c’erano in un paese due uomini che stavano sempre insieme. Non erano più giovani, anzi si avviavano verso la vecchiaia, ma erano stati amici da ragazzi, poi, dopo un lungo interregno di separazione, circa trent’anni, erano tornati amici e più inseparabili di prima. L’uno, di nome Gino, era di carattere impetuoso, generoso, un po’ prepotente, alto e ancora biondo, sposato con due figli. L’altro si chiamava Gastone ed era scapolo: alto anche lui ma curvo, con pochi capelli ormai bianchi e con occhi sottili, scuri e infidi. Il suo carattere non era chiaro, certamente l’opposto dell’amico: astuto, dall’aria tanto polemica quanto remissiva.
Gino faceva o avrebbe dovuto fare l’agricoltore perché possedeva molta terra ma non gli piaceva, col passare degli anni sempre più lo prese la sua innata voglia di affari, mediazioni, commercio, voglia che però non corrispondeva mai ai risultati, sempre deludenti: del resto era ricco.

da Obbedienza, p. 11

Un breve volume che comprende tre voci mancanti da Sillabario n. 1 e Sillabario n. 2, quello uscito di recente per le edizioni Via del Vento e con cui desideriamo ricordare Parise nel trentennale della sua morte, avvenuta il 31 agosto del 1986. Benessere Borghesia, Obbedienza e Politica, i racconti non compresi nelle due opere citate (più tardi riunite in un unico tomo mondadoriano), sono qui presentati come “non aventi il diritto di” essere annoverati tra quelli cui l’autore riconosceva le qualità degli “inclusi”, chiamati all’appello dalla “poesia” nella famosa nota introduttiva parisiana: «Dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla lettera Z. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.»
È Silvio Perrella, in Borghesia, a ritracciare il quadro entro cui queste tre voci si innestano e cui rispondono, che si può riassumere in questi termini: da un lato si ha il dialogo con il «Corriere della Sera», su cui comparvero tra il 1971 e il 1978, e la continuità che Parise scrittore creerà su quelle pagine con le rubriche da lui stesso curate e con gli articoli che poi forniranno l’occasione d’essere raccolti in altri volumi; su tutti è forse L’eleganza è frigida − come sottolinea Perrella − ad essere emblematico di un tempo e di un luogo scorciati dall’alto − l’Italia −, da quella che ancora Perrella citando Raffaele Manica ha definito «una grande distanza». Il libro che raccoglie i pezzi sul Giappone − siamo nel 1982, lo ricordiamo anche qui − concede la possibilità di introdurre l’altra nota che caratterizza Borghesia, ossia il rapporto con la storia negli Anni di Piombo e nel dopo Moro, sempre omessi dalla narrazione parisiana per necessità di sguardo, per volere di una responsabilità altra e più personale, quella nei confronti della poesia appunto e della scrittura che − ancora Perrella afferma − crea similitudini con le necessità scrittorie di Pier Paolo Pasolini, che moriva durante la stesura dei Sillabari. La storia degli anni Settanta è ‘lontana’ dal quel vedere ma vicina al guardare dello scrittore veneto, che non cerca un’adesione al presente: tenta un distacco e soprattuto una demistificazione del passato, del Ventennio e della guerra, come più volte farà (ad esempio qui). (altro…)

Goliarda Sapienza ‘voce intertestuale’, nel ventennale della sua morte. A cura di A. Trevisan

Nel ventennale dell’anniversario della morte dell’autrice proponiamo un secondo post a lei dedicato in cui si riporta parte dell’introduzione al volume di Alessandra Trevisan Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016) edito da La Vita Felice.

la redazione

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Goliarda Sapienza nacque a Catania il 10 maggio del 1924 ma visse per la maggior parte della sua vita a Roma e, negli ultimi anni, tra la capitale e Gaeta, dov’è morta il 30 agosto 1996. È stata attrice di teatro e di cinema, poetessa, scrittrice di racconti, romanzi, testi teatrali, articoli, radiodrammi, diari ed epistolari, la maggior parte dei quali, a oggi, risulta pubblicato. Figura importante e talvolta protagonista, suo malgrado, delle vicende del panorama culturale del secondo Novecento italiano, ha ricoperto anche i ruoli di “cinematografara” e docente di teatro e dizione, riuscendo a coniugare la sua arte con una tensione vitale, una ‘vita di vite’ piena, costante e “appassionata”, declinata in un modo del tutto peculiare, così com’è originale tutta la sua opera. […]
Sapienza si rivelò al mondo editoriale con quattro romanzi pubblicati in vita nell’arco di un ventennio, tra il 1967 e il 1987: Lettera aperta (Garzanti, 1967; Sellerio, 19972; UTET, 20073), Il filo del mezzogiorno (Garzanti, 1969; La Tartaruga, 20032; Baldini e Castoldi, 20153), L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983 e 20062; Einaudi, 20123) e Le certezze del dubbio (Pellicanolibri, 1987; Rizzoli, 20072; Einaudi, 20133). Dello stesso periodo sono reperibili anticipazioni di bozze di romanzi e racconti apparsi su riviste e antologie, infine interventi radiofonici e articoli riguardanti tematiche al femminile o, più propriamente, reportage usciti negli anni Ottanta sulla rivista Minerva dell’Associazione Il Club delle Donne di Roma.
Dopo un momento di oblio durato a lungo – dall’‘87 all’anno della sua morte almeno – Goliarda è tornata all’attenzione del pubblico e della critica nel 2005, grazie al successo riscosso in Francia e alla ristampa italiana del romanzo postumo e oramai famoso L’arte della gioia,[1] scritto tra il 1967 e il 1976. Attualmente, documentari, presentazioni, appuntamenti, spettacoli, reading e omaggi dedicati al suo lavoro continuano a nascere e circolare in ambiti diversi. Eppure, leggerla o rileggerla nel ventennale della sua scomparsa richiede una premessa che tenga conto dei percorsi di ricerca già tracciati, affinché un ulteriore lavoro biografico e critico su di lei abbia senso. […] percorrendo l’intero corpus, si può evidenziare il dialogo che esiste tra le diverse opere nel segno dell’autobiografia ma anche di un ‘nutrimento’ letterario in divenire; ogni opera partecipa infatti alla precedente, e carica di attesa e significato le successive, creando un’originalità di stile che ha pochi eguali nella storia della letteratura del Novecento.
Focalizzarsi in particolar modo sui volumi postumi, non ancora sufficientemente letti e indagati, si prospetta di fondamentale importanza al fine di saggiare la ‘tenuta’ letteraria dell’autrice. Essi […] sono i racconti di Destino coatto (Empirìa, 2002; Einaudi, 20112) e la raccolta poetica Ancestrale (La Vita Felice, 2013) in cui è confluita anche la precedente, Siciliane (Il Girasole Edizioni, 2012), primi rilevanti approcci alla scrittura. Un intero paragrafo sarà qui dedicato al romanzo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2009): scritto nel 1979, il libro appare decisivo per i legami che intesse con la storia della cultura francese ed europea del primo Novecento. Meritano ampia considerazione i diari editi da Einaudi nel 2011 e 2013 – entrambi curati da Gaia Rispoli – con i titoli Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 e La mia parte di gioia. Taccuini 1989-1992; si tratta di una selezione dalle scritture private. Una parte inedita degli stessi dal titolo Elogio del bar è stata pubblicata anche nel 2014 per i tipi di Eliot. È degno di nota, infine, il volume Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice, 2014), che raccoglie l’opera teatrale e parte di un lavoro dedicato all’adattamento – cinematografico o teatrale – di alcuni testi scritti negli anni Sessanta e Ottanta, come le pièce. Il romanzo-diario Appuntamento a Positano, pubblicato da Einaudi a giugno 2015 risale, invece, al 1984. […]

Questo libro muove dunque da un’esigenza: tentare una differente e rinnovata ricognizione critica con ampliamenti, riproposizioni e riappropriazioni di alcune tesi, talora veri e propri sconfinamenti […]
Sapienza non conobbe un vero vaglio critico in vita; nonostante ciò, le recensioni e gli articoli usciti tra gli anni Sessanta e il 1996 non sono privi di un certo interesse. Grande spinta, invece, si è riscontrata negli anni Duemila, in particolare dal 2005 in poi, a seguito del successo della traduzione de L’arte della gioia in Germania e Francia. Un interessamento critico più intenso si è avuto tra il 2013 e il 2015, dopo la pubblicazione del romanzo sopraccitato per la casa editrice britannica Penguin e per la statunitense Picador, mentre la francese Le Tripode sta pubblicando l’opera per intero, con traduzione di Nathalie Castagné. Nel 2015, proprio per la stessa casa editrice, è uscito un valido volume biografico, Goliarda Sapienza, telle quelle je l’ai connue, scritto dal vedovo dell’autrice, Angelo Maria Pellegrino. Egli è co-autore di Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della gioia, uscito per Edizioni Croce a giugno 2016, libro nel quale si presenta una rinnovata bio-bibliografia sull’autrice. […]

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Electro Camp 4 – International Platform for New Sounds and Dance. Programma dal 7 all’11 settembre

electro camp 4 banner

Progetto di
Live Arts Cultures ed electronicgirls
in collaborazione con
Perypezye Urbane, Gruppo Acusma
grazie al sostegno di
4Culture e Istituto di Cultura Rumena, Centro Aquased e Provincia Autonoma di Bolzano; Associazione K e Collettivo K
le netlabel Laverna, Uhrlaut, Up-it-up, Clinical Archives, electronicgirls, Strato Dischi, Stato Elettrico, Ephedrina, 51 beats, NoisyBeat, Galaverna.

Promosso e organizzato dall’associazione culturale Live Arts Cultures in collaborazione con l’etichetta electronicgirls, “Electro Camp – International Platform for New Sounds and Dance” giunge quest’anno alla sua quarta edizione, e avrà luogo a Forte Marghera, Venezia-Mestre, dal 7 all’11 settembre.
L’apertura verso le nuove produzioni estere dedicate alla ricerca “suono-movimento” è la caratteristica principale di questo quarto appuntamento, che vedrà la coreografa Ronit Ziv (Israele) e il percussionista Seijiro Murayama (Giappone) a conduzione dei laboratori residenziali destinati agli ambiti della danza e del suono (9, 10 e 11 settembre).
Tra le molte nazionalità ospiti del festival – oltre alle già citate: Francia, Slovenia, Olanda, Belgio, Romania, Serbia, Brasile, Italia – si segnala l’importante collaborazione con 4Culture all’interno di “Contemporary Perspectives on Romanian Interdisciplinary Art” finanziato dall’Istituto di Cultura Rumena.
Electro Camp 4 si propone come una piattaforma di sperimentazione dedicata ai nuovi contributi nelle arti performative, una cinque giorni di approfondimento, scambio e ricerca che accoglierà momenti di ulteriore riflessione e formazione con l’offerta di un seminario condotto da Valentina Valentini e Water Paradiso – Gruppo Acusma – dal titolo “Drammaturgie sonore: spettacoli, installazioni, video” (8, 9, 10 settembre).
Quella sopraccitata non è la sola novità per questo 2016; ad arricchire il programma con i consueti eventi serali, infatti, anche il festival di videodanza “Espressioni Festival – Rassegna di video-danza ufficiale del network R.I.Si” a cura di Perypezye Urbane e una fiera delle netlabel dedicate alle produzioni di musica elettronica ‘sperimentale e di ricerca’ con licenze Creative Commons.

Info
liveartscultures.org ; info@liveartscultures.org | Facebook: liveartscultures ; electrocampfestival
Ingresso riservato ai soci LAC.

PROGRAMMA FESTIVAL

Seminario
Drammaturgie sonore: spettacoli, installazioni, video, a cura del Gruppo Acusma (Valentina Valentini, Water Paradiso): 8, 9 e 10 settembre.

Dance & Sound Workshops
Ronit Ziv (Israele) e Seijiro Murayama (Giappone): nelle giornate del 9, 10 e 11 settembre.

Iscrizioni aperte alle esperienze laboratoriali e seminariali inviando una mail a info@liveartscultures.org o electronicgirls.fest@gmail.com

MERCOLEDÌ 7 SETTEMBRE

Dalle 19:00
Inaugurazione del festival. Saranno presentate:
Perypezye Urbane (Italia): Espressioni Festival – Rassegna di video-danza ufficiale del network R.I.Si
Aldo Aliprandi (Italia): μονάς 
Johann Merrich (Italia): Dall’orlo il ghiaccio fece cricch più forte, in collaborazione con Aquased – Monitoraggio innovativo dei sedimenti nei torrenti alpini e Provincia Autonoma di Bolzano
Ciprian Ciuclea, Catalin Cretu (Romania): 2565 main [Relative Position], in collaborazione con 4Culture e Istituto di Cultura Rumena
Emil Ivanescu_TACTIC (Romania): B.L.B._border/less/body

Dalle ore 21:00
– Installazione/performance: – Corinne Mazzoli (Italia): Orbita Zero
– Installazione/performance: – Tomaž Grom (Slovenia): Visual Hallucination / Auditoru Hallucination (Unrepetable) – Musical Instrument, in collaborazione con “Disobedience Festival”

– Danza/Suono: – Thomas Kortvélyessy (Belgio), Benjamin Strauch: poidespaces
– Elettronica di ricerca: – Giulia Vismara (Italia): Paraphernaila
– Dj Set: – LECRI (electronicgirls, Italia)
[Le installazioni permanenti saranno fruibili tutti i giorni dalle ore 20:00]

(altro…)

Un libro al giorno #11: Amelia Rosselli, Documento (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Amelia_Rosselli

Finché non diventa vanità non è libertà
ma è solo l’anima in pena che si descrive
mentre paradossalmente non si prescrive
altro che accomodamenti.

Perché così solitaria: è per esempio:
questo che ti lega al foglio di carta
e alla bianca pagina (si cancellò poi)
e in ciò facendo tu vedesti aprirsi
altre scarse ragioni di fare il morto.

Morto o vivo che crudeltà: non hai alcun
modo d’esprimere buone intenzioni che
hanno tutta l’apparenza agli occhi incuriositi
d’esser tutt’altro che libertà.

Faccende oscure ti riempiono la mente
di torture mal e difficili da sopportare
ma tu nella tua chiarezza impervertita
vedrai un giorno forse, forse (e ne
sono sicura quasi) (se non muori) pervertirsi
la tua anima in un più generoso dono

che è lo scrivere adorando e perdendo
ogni giorno della tua giornata perdendo
la facilità che tu hai a descrivere
queste minuzie di così poca importanza.

© Amelia Rosselli, in Documento 1966-1973, Milano, Garzanti, 1976