Alessandra Trevisan

Ostri ritmi #16: Neža Maurer

Dež

Ena kaplja — to ni dež.
Dve kaplji tudi ne.
Ko pa mi številk zmanjkuje,
slišim: — Ej, kako dežuje!
.

Pioggia

Una goccia – questa non è pioggia.
Due gocce nemmeno.
Quando però perdo il conto,
sento: – Ehi, come piove!

 

Kam?

Kam so se skrile planine?
Zavile so se
v dolge meglene obleke
in nekam daleč odšle.

Kam so izginile rože
in ptiči in listi z dreves?
Na veter jesenski so sedli
in odleteli na ples.

V teh sivih jesenskih dnevih
še mi bi za njimi odšli —
a megla poti nam zagrinja
in burja nam piha v oči.
.

Dove?

Dove sono finite le colline?
Si sono ammantate
con lunghe vesti nebbiose
e lontano se ne sono andate.

Dove sono i fiori e gli uccelli
e le foglie dagli alberi andati?
Seduti sul vento d’autunno,
sono a ballare volati.

In questi grigi giorni d’autunno
con loro pure noi ce ne andremmo ora –
ma la nebbia ci copre la strada
e negli occhi ci soffia la bora.

(altro…)

Inediti di Gianmarco Busetto

.

aggiusto la camicia, mastico una voglia
il pomeriggio, lo schiaccio tra le dita
queste mura di cinzano e rosette, troppe volte
mi hanno visto pregare: l’amore di pulire
il fegato di resistere, la gola di smettere
Piero dice − mia madre era strana:
leggeva Schopenhauer e portava tacchi alti

sapesse Piero quante volte ho immaginato
sua madre stesa a gambe aperte
ora non sarebbe così mieloso
− da queste parti lo strano era mio padre − dico io
− mi picchiava con la cinghia e portava le bretelle
sotto al cavalcavia oggi, hanno
gettato due cessi nuovi di zecca
domani saranno delle ortiche
oggi della stupidità

 

*
da qualche parte sarà domenica e azzurro
preghiere che partoriscono inguini, sandali
e altri splendori da leccare

il parco è una lingua amara e il cielo
lo straccio di dio

steso sull’erba nera scippo bocconi ai topi e
penso che, in fondo, il credersi indispensabili
sia solo un peccato minore, che cosa più
grave sia perseguire la bellezza
crederla saldo, pensarla salvezza

altalene e scivoli sono coperti d’ortica

i bimbi dell’ultimo nascondino non sono mai stati trovati

oggi il parco è una marcetta da camposanto
una lingua amara che accompagna a gole straniere

solo gli occhi del mio cane mi chiedono
corsa in direzione contraria

 

*
e ci sono sbagli che vorresti riempire di fiori
qualche cadavere di ricordo da seppellire nel miele
un belato di niente al quale trapiantare un fegato
c’è una rabbia, di notte, che alla luce tradisce sorrisi
e ci sono danze, scherzi e carnevali muti
come vedove, come qualcosa che tace più per decenza che
per dolore, come me che ti chiedo – Come ti chiami? –
e tu che mi rispondi – Neanche una goccia, nemmeno una – (altro…)

‘Le assaggiatrici’ di Rosella Postorino (nota di lettura di Patrizia Grassetto)

Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Milano, Feltrinelli, 2018, € 14,00

Di questo libro incuriosisce, da subito, il titolo e l’origine della storia narrata da cui molti sono stati incuriositi. Infatti l’autrice trae spunto da una vicenda vera del nostro passato recente – un passato che non possiamo dimenticare – e da cui inizierà poi un percorso di fantasia “realistica”.
Le ”assaggiatrici” sono davvero le donne che testavano il cibo di Hitler e la storia realmente accaduta è quella di Margot Wolk, assaggiatrice per lui nella caserma di Krausendorf.
Nella narrazione si ha invece la giovane Rosa Sauer, berlinese, fresca sposa che lascia la città dopo che il marito parte per il fronte e la madre muore sotto un bombardamento. Lei andrà a vivere dai suoceri in un piccolo villaggio di Gross-Partsch e, venendo dalla città, sarà sempre considerata un po’ straniera. È l’autunno del 1943; dalle prime righe:

Entrammo uno alla volta […] la stanza era grande le pareti bianche […] al centro un lungo tavolo di legno su cui avevano apparecchiato per noi […] quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo paura e fame.

L’orrore della guerra (non solo di quel fatto) si annida ovunque, in ogni luogo, in ogni momento, e procede oltre l’immaginario. Dall’assunto di Rosa si snoderà il suo racconto come protagonista che, assieme ad altre nove giovani donne, assaggerà il pranzo di Hitler: «il mio corpo – dirà – aveva assorbito il cibo del Führer».
Mangiare. Morire. Morire. Mangiare: mentre l’essere umano deve mangiare per vivere, le assaggiatrici mangiavano e potevano morirne. Erano affamate per mancanza di cibo e quel cibo poteva essere veleno. Ogni boccone come un ultimo respiro, a ciclo continuo.
L’autrice ha la capacità di rappresentare la storia nei suoi accadimenti e, nel contempo, penetrare nel sentire profondo della giovane Rosa, rendendo il lettore partecipe di ciò che lei vive nel suo animo.
Postorino ha una capacità scenografica: tutto scorre davanti come in un film; non a caso la violenza rappresentata dal cibo, sebbene in termini diversi, è la stessa, “capitale”, che Marco Ferreri rappresenterà ne La grande abbuffata (1973) e quella, ancora “sadica”, di Salò di Pasolini (1975). Quelle che l’autrice crea sono pagine intense, nelle quali ci si immerge quasi in una sovrapposizione empatica, sino a provare dentro di sé le paure dei personaggi, i loro timori intimi – segno di una costruzione sapiente degli stessi. Nella stanza mensa si intrecciano le vite delle ragazze, la loro amicizia ma, a volte, anche la loro inimicizia; in un ambiente femminile “costretto” e “claustrofobico” emergono le loro contraddizioni e le difficoltà del quotidiano durante la barbarie della guerra. (altro…)

Luigi Fontanella, ‘Il dio di New York’

Luigi Fontanella, Il dio di New York, Passigli editore, 2017, pp. 276, € 19,00

Scintillano gli occhi del nostro Pascal di fronte allo spettacolo − per lui straordinario e convulso − di macchine taxi autobus e fiumi di gente frettolosa per le strade della Lower Manhattan.
È una tarda mattinata di aprile. I nostri introdacquesi sono ormai nella Grande Mela. I loro occhi vanno soprattutto verso le sopraelevate, sulle quali scorrono senza sosta proprio sopra le loro teste, con enorme fracasso di ferraglie, i vagoni della metropolitana (
New York City Subway).
Si tratta del maggiore sistema di trasporto pubblico esistente al mondo, l cui prime porzioni, nella città di New York e dintorni, cominciarono a funzionare fin dal 1869.
Pascal è soprattutto sbalordito dalla lingua (le lingue) che sente circolare fra la gente, mentre sfrecciano velocemente automobili e vari mezzi di trasporto della City.
Ovviamente a prevalere è l’inglese, una lingua che il giovane ha sentito a Ellis Island dai solerti impiegati della dogana, e che ora si rimescola prodigiosamente con il dialetto abruzzese dei suoi compagni e di Mario Lancia, il compaesano caposquadra che è venuto puntualmente a prelevare il nostro gruppetto al Battery Park.
Ma non c’è molto tempo per assaporare o rendersi pienamente conto di queste ‘meraviglie’. La guida si muove con scatti precisi e a ben districarsi in mezzo al traffico di Manhattan. Controllando nervosamente l’orologio, Lancia scambia sbrigativamente qualche parola con loro, mentre li porta immediatamente alla Penn Station e da lì, in mezzo al marasma generale, subito in treno alla volta di Hillsdale nel New Jersey.
Questa è l’America, la prima America, che si fece incontro a Pascal il 20 aprile del 1910. (p.98)

Mi piace pensare che sempre, dentro ogni voce, riecheggi quella di chi l’ha preceduta, che ogni individuo trovi, nei propri maestri, un faro − e forse, più che una luce soltanto − la continuità del suono e dell’ispirazione. Due aspetti che, insieme, fanno un risultato, danno corpo a un’idea. Appresa la lezione, si procede oltre: si riedifica, dallo ieri al presente. «Impara tutto e poi dimentica tutto» ha detto il sassofonista Charlie Parker e, anche se qui siamo in un terreno letterario − intriso di studi storico-antropologici − ci si chiede se il suo suggerimento non valga anche per Luigi Fontanella. Restiamo negli Stati Uniti, sia con il tema del volume di cui parlerò sia per la professione dell’autore, già docente ordinario nel Dipartimento di Lingue e Letterature Europee alla State University di New York; saggista, poeta [di questo si è occupato il nostro Francesco Filia qui] e narratore, lo scorso anno ha pubblicato per Passigli Il dio di New York, un romanzo che guarda da vicino il tema ampio dell'”emigrazione italiana” negli States, in questo caso a inizio Novecento. Ci sono diverse immagini che scuotono la memoria prima di iniziare la lettura: la prima è quella di un film di una decina di anni fa, Nuovomondo di Emanuele Crialese (2006), che ci riporta ancora nella città in cui si svolge la vicenda; la seconda è una fotografia di Charles Clyde Ebbets del 1932 intitolata Lunchtime atop a skyscraper. Siamo negli anni Trenta, lontani dal racconto di Fontanella ma con un occhio vigile desideroso di guardare la città come quell’operaio della copertina: dall’alto di un grattacielo in costruzione (l’empire State Building); dall’alto di un tutto che è la storia più articolata di tante vite narrate in una sola, quella dell’abruzzese Pascal D’Angelo, il protagonista del romanzo. (altro…)

Angelo Pellegrino, ‘Poema lisergico’ (nota di lettura)

Angelo Pellegrino, Poema lisergico, Milano, La Vita Felice, 2017, pp. 50, € 8,00

Oggi il sasso di fuoco
È tornato ancora. Oggi sento i
Passi lucenti del ragazzo chiamato. E vedo
Il saliscendi ondulato del nostro coro
Integrale. Coscienza malata
Massa immagine paura, coro degradato che
Procede spento sino al mio respiro

Stavamo cercando proprio voi, sorelle che
Sapete tutto. Siamo stanchi di aspettare
Voi conoscete il cuore del ragazzo. Solo
A voi parlò per ultimo. Com’egli ci disse
Eccoci tutti di fronte alla linea
Dell’acqua. Siamo venuti a ringraziare la
Coppa d’oro che il terzo giorno ci ha portato
Nostro figlio, dolce portatore di significati
Ci ha promesso il suo ritorno oggi

Da una delle alette del libro leggiamo: «Viviamo in un’età di distopie che s’annunciano terrificanti. Ecco allora il nuovo bisogno di  far conoscere una vecchia utopia degli anni Settanta del secolo passato. Chissà se ancora può dire qualcosa ai giovani d’oggi, che soltanto per una colpevole distorsione intellettuale possono dirsi diversi. Io li sento simili, soltanto più minacciati. Proprio per questo ancora più bisognosi di utopia di quanto lo eravamo noi che forse grazie all’utopia siamo riusciti ad arrivare sino a oggi». È lo stesso autore, Angelo Pellegrino, ad introdurre il suo Poema lisergico, a collocarne la scrittura in un tempo passato che continua a ‘provocare’ la storia odierna: gli anni del post-Sessantotto e dei Movimenti in cui non tutti si riconobbero, come accade per chi ha scelto di restare ai margini e, da lì, osservare e ‘fare’ anche altro. È il caso di Goliarda Sapienza − defilata negli anni degli -ismi −, la quale − ricorda Pellegrino privatamente − amava questo poema; un testo che si potrebbe definire visionario e ‘fantasmatico’, intriso di mito − come la terra siciliana da cui entrambi provenivano − e di un gusto che richiama il teatro antico. Sapienza e Pellegrino lo conoscevano, il teatro, non soltanto per provenienza geografica, ma perché è anche il “luogo che non esiste” (ū ‘non’ e tópos ‘luogo’) in cui rifugiarsi per sottrarsi al contemporaneo: gli Anni di Piombo. La poesia avrà la stessa funzione per Sapienza, in tutti gli anni in cui la sua prosa lirica resterà a sostegno di un vivere precario.

(altro…)

Tre inediti di Francesco Tomada

I.

Domenica hai dormito dalle due alle sei di pomeriggio

mercoledì ti sei azzuffato con altri pazienti di notte

sabato ti tremavano così tanto le mani
che non riuscivi a stringere la sigaretta

martedì sei caduto inciampando sulla soglia di una porta

oggi ho firmato il permesso perché di sera
ti leghino al letto

è come se la morte arrivasse un pezzo alla volta
mentre sei ancora vivo

sarebbe forse meglio non venire più a trovarti
ogni volta che vado via
mi sento come se quel pezzo
te lo avessi portato io

 

II.

Ci sono cose che non riesco proprio a fare

come mettere la testa per intero sotto le lenzuola
preferisco restare all’erta
quando mia nonna avvolgeva i gattini dentro una coperta
non era per scaldarli
ma per affogarli in un secchio d’acqua

accarezzare qualcuno con il dorso della mano
come i gesti di affetto misurato dei miei genitori
subito prima di divorziare

chiudere la porta a chiave se c’è gente dentro casa
quando venne il terremoto era impossibile
infilare la serratura per aprire
e scappare fuori

e poi papà non ho nemmeno toccato il tuo corpo
l’ho solo guardato di fretta perché dovevo
le ultime volte facevo fatica anche a baciarti la fronte
ma è quello il ricordo che adesso mi faccio bastare

meglio un saluto distratto di un addio

 

III.

E certo che avrei voluto anch’io
la coda che si stacca come le lucertole
un dolore secco che risale lungo i nervi
e si spacca dentro e dopo pochi giorni
ricrescere da me sopra di me
ritornare uguale

e certo che vorrei di nuovo un padre
però vivo

.
© Francesco Tomada

Gaia Giovagnoli, da ‘Teratophobia’

 

Da un po’ sei una forma soltanto:
un cerchio che gira e richiude

Resto verticale scalza
sulla porta del bagno
Tendo un filo da me al soffitto
intercetto una mosca che taglia il disegno
in un volo orizzontale perfetto
penso alla strana croce d’aria e trinità
che è il soffitto la mosca ed io

Tu parli di lingue
del prodigio che si spande
all’intreccio di monadi sole
di comprensione dici
di come io capisca
ciò che vuoi farmi capire

Mi infilo in quel tuono
sporco di dentifricio
resto obelisco sudato
e ti dico che la porta cigola
che tocca aggiustarla
e che guarda ho una strana ombra
a terra;
ma sei in quell’acqua imbiancata
che corre il lavandino
giri di scatto al nodo del tappo

 

*
Questo senso d’assurdo
di nomi per dire anche
i nomi che non ho
per la chiusa di braccia
e lo slancio braccato
per lo sgomento la scissione
il delirio di chiaro
che ho addosso

L’incrocio di vie per quella casa
che è stata nostra nella furia
è una croce da cui non so scendere

Assurda pianto semi
perché non germoglino

 

*
Nella tana della belva senza fame
ho uno scalpo di carta da macchiare
mi piango tutta
da lavarmi dell’anima

Sono buccia che esonda
e una muta di serpe:
la svesto dal segno dell’unghia
che ho rosso sul palmo

Mi rifaccio da lì
– tu tira e si disfa
per te sarò appena nata
.

© Gaia Giovagnoli, Teratophobia, ‘Round Midnight edizioni, 2018

Alessandra Trevisan: tre inediti

courtesy: Annie Spratt

C’è un coraggio solare
un coraggio inerpicato
al battito del cuore, al risveglio
del significato.
Ho prodotto un desiderio
che conosce il centro.
Lo so dire.
Nella più vera coesione
nella magnifica estensione
avevamo tutti bisogno del prima
del non riconoscimento
di una vibrazione/ dentro.

 

*
Abbiamo tutti un intercorso
percorso, un quasi crogiuolo di possibilità
una deriva, un sentire terso.
C’è compulsione roteante.
C’è forse qualcosa che non quadra
dove/ d’istante squadra.

 

*
Guadagno il trovare
nella puntualità/ la ricerca migliore.
Quello che si dice
a discapito di ogni egocentrismo
il saper restare
nello spazio di un’idea
nell’accoglimento del fallimento
nelle vertigini non sopite
nella scure dell’ascolto
in un qualunque pezzo di terra
riconciliata all’origine.

.

© Alessandra Trevisan

N.d.A. Queste poesie nascono in forma orale dettate al registratore, poi trascritte su carta, a gennaio 2018.

Tomaso Pieragnolo: poesie da ‘Viaggio incolume’

Tomaso Pieragnolo, Viaggio incolume, Passigli, 2017, pp. 72, € 11,00

Può il viaggio della vita essere incolume? Nel suo libro forse più intimo, suggerendo questa continua domanda nel fraseggio denso e incalzante caratteristico del suo stile, Tomaso Pieragnolo ci conduce attraverso una fitta trama di cammini, di esperienze e di ricordi, in un dialogo materico e al contempo immaginifico con la compagna di tutta la sua vita. Una conversazione ininterrotta, che raccoglie quotidianità e universalità con leggerezza fuorviante; intuizioni, attese, disinganni e ripartenze, maturati nella pluralità di esperienze tra popoli e paesi che l’autore ha incontrato e conosciuto a fondo. Leggendo questo poema ci si trova coinvolti nelle tematiche presenti fin dai suoi primi libri (l’amore come forza rigenerante, la figura femminile madre universale e custode della natura, l’incoscienza di una società indifferente e individualista) in un ipnotico e vitale susseguirsi di riflessioni e incantamenti che invitano alla visione e alla lungimiranza, all’auspicabile fioritura dell’essere umano e di un riconciliato divenire, nell’alternanza di caducità e fecondità che accompagna la nostra condizione transitoria, alimentando una fertile incertezza: «nulla/ e mai nessuno veramente ha mai/ vissuto la sua vita sulla terra.»

 

Ma voglio vivere finché non muoio – auspica lui
dal futuro approssimato – finché esisto
con qualcosa d’infinito che attende gli uomini
ogni volta che ricordano, ricordano
una volta e senza fine che furono amati
dal tramonto a un altro mondo, sconfitti
dal lucore senza dolo di tante stagioni
che le api inventarono, per renderci
sapevoli al miraggio di eteree fortezze
che domani svampiranno; perché
per ogni bacio c’è una lampada che accendono
labbra desolate che si amarono, cadendo
nello iato di ogni guerra che agli esseri tocca
di comprendere e lenire, oltre gli asti
che i corpi diteggiano
quando perdono il vero.

 

*
Lei si mette il suo vestito di ragazza e dice
– foglie, sogni, senilità dei regni – fino allora
cosa è stata la sua vita scordandosi rapida
le secche di settembre, dimentica
su spiagge lanceolate da venti africani
e da rugosi veterani, da pini
resinosi che osservarono salsedini ombrose
per i giorni del suo lutto. Lei ricorda
tutto questo e sempre tace la fuga o fallace
nostalgia della memoria, l’abbondante
privazione religiosa che porta un retaggio
di vagoni immacolati, di rotaie
che rimbalzano sul mare e in apice un sole
che schernisce nel ritorno; lei
si guarda nel mattino più contrito e dice
«andiamo, amore, a maritarci nuovamente,
sarò madre, sarò vela, sarò estrema
miniatura,
così stretta
alle tue braccia diverrò la donna
consueta alla partenza e ad ogni svio..

© Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da molti anni vive tra Italia e Costa Rica. Con la casa editrice Passigli ha pubblicato nuovomondo (2010), che ha ottenuto riconoscimenti in diversi premi (Palmi, Metauro, Minturnae e Marazza e il premio Saturo d’Argento – Città di Leporano). Fra le sue precedenti raccolte Lettere lungo la strada (2002, Premio Città di Marineo, finalista Gozzano), L’oceano e altri giorni (2005, premio Minturnae Giovani, finalista Gozzano, Ultima Frontiera, Libero de Libero), Poesía escogida (2009, Editorial de la Universidad de Costa Rica e Fundación Casa de Poesía). Di grande rilievo anche la sua attività di traduttore in riviste e pubblicazioni, in particolare con l’antologia delle poesie di Laureano Albán, Poesie imperdonabili (2011, finalista Camaiore, rosa finale Marazza) e con quella di Eunice Odio, Come le rose disordinando l’aria (2015, in collaborazione con Rosa Gallitelli, finalista Morlupo), uscite entrambe nella collana Passigli poesia. Per l’associazione La Recherche ha curato i due ebooks di poeti ispanoamericani Nell’imminenza del giorno (2013) e Ad ora incerta (2014).

Quattro inediti di Elisa Biagini

courtesy Anne Sastre

dalla serie Maieutica

.
se altrove si aprono
cassetti
e serrature,
qui è il momento
che la bocca
torni a schiudere:
restituisca l’aria
presa in prestito,
una boccata durata
una vita.

 

*
la tua pupilla è ora
spugna che gronda,
esonda la tazza
dell’occhio

(e poi tutto ti torna
in mente all’
improvviso,
quel primo riempirsi
dei canali, l’entrare del
mondo nei pori.)

 

*
questo tuo mordere è
per acchiappare
il mondo, tentare
di portarne un pezzo
via con te.

 

*
non c’è prenotazione
a questo viaggio:
si nasce
prenotati ed è
un continuo
fare e disfare
di valige, controllare
che fra le mani
le carte
siano tutte.

.
.
© Elisa Biagini

Quattro inediti di David Primo

David Primo: Lisbona

.

Etnografia di un mondo distante

Passi senza sonno fra le strade di questa città.
Timidamente un filo di nebbia
prende spazio intorno al mio corpo,
penetra la mente e si deposita,
come una cicatrice, nei miei pensieri.

Di notte il paesaggio è più compatto,
diventa una stanza chiusa
a cui confessare i peccati.
I palazzi intorno,
grigi dell’intonaco di esistenze consumate,
si avvicinano intimamente,
mi abbracciano senza dolore.
Le luci dei lampioni
perdono le forme, i contorni, le speranze:
sono abbaglianti gorghi profondi
che attraggono il desiderio,
lo ingoiano senza ritorno.

Il mondo tutto si contorce
e si ritrae in piccole isole
dense di emozioni soffocate.
Ho sacrificato la mia vista a questa città
e fors’anche la voglia di vedere ancora.

 

Lisbona frammentata

Non mi sono lasciato il tempo di pensare,
ho cercato somiglianze nei meccanismi nella metro,
riempito gli spazi,
sviluppato antipatie,
sezionato i simboli
cercato nuovi luoghi
dove accendere la mia sigaretta rituale.
Non più un sottopassaggio umido,
ma una salita scivolosa.
Non più la voce delle macchine,
ma l’urlo scomposto degli aerei.
Non più le nebbie compatte,
ma un vento ossessivo.

Fingo di capire
sapere dove andare
illudo di ascoltare.
Mi identifico
proietto,
incorporo,
nego.
Tutte le contraddizioni del paesaggio
le sento a fil di pelle.
In qualche modo questo degrado ben composto
mi appartiene: le poco accorte giustapposizioni,
gli stili in lotta, il non saper mai se crollare o risplendere.

Ma queste viste a picco mi sono straniere.
La città mi seduce per frammenti,
momento dopo momento,
sfugge ai miei occhi
tenendomi legato a sé mentre mi respinge.

.

(altro…)

I poeti della domenica #247: Mario Luzi, Nell’imminenza dei quarant’anni

Nell’imminenza dei quarant’anni.

Il pensiero m’insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d’altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.

Sono tra poco quarant’anni d’ansia,
d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide
com’è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L’albero di dolore scuote i rami…

Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.

E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l’eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.

.
© Mario Luzi, in Onore del vero, Venezia, Pozza, 1957

.

Poesia scelta dal musicista Sergio Marchesini, che ringraziamo.