poesia

Antonella Palermo, La città bucata (rec. L. Manzi)

Di La città bucata, di Antonella Palermo, mi ha molto colpito il rigore compositivo dei testi ridotti alla loro scarna sostanza; tanto da riportarmi alla mente, per esempio, certa poesia di Cattafi o di Sinisgalli. Trovo perciò congruente, nei Ringraziamenti, il richiamo al metodo de «l’attesa, il millimetro, l’essenziale. Lo scarto da lavorare, quello da buttare» che dovrebbero appartenere a chiunque voglia cimentarsi con la scrittura poetica, ma che invece sono impegno sempre più raro in chi preferisce essere vezzeggiato dalla propria enfasi e inautenticità.
Un testo della raccolta che ho trovato emblematico in tal senso è:

Dovemmo rallentare l’auto
su strada interpoderale,
dovemmo immischiarci
a processione in corso
col tabernacolo caldo
sotto il manto dorato.

Lontano, sotto un olmo,
le puttane riavvolgevano la luna
nei collant…

dove sacro e profano, sublime e volgare, leggerezza e grevità si uniscono nel vero poetico e offrono un punto di vista che sollecita, allo stesso tempo, emozione e riflessione, senza voler trasmettere null’altro se non ciò che viene percepito all’istante per poi essere affidato al lettore attraverso subitanee condensazioni e lampi rivelatori. (altro…)

I poeti della domenica #332: Niccolò Tommaseo, La mia lampana

 

La piccola mia lampa
.  Non, come sol, risplende,
.  Né, com’incendio, fuma;
.  Non stride e non consuma,
Ma con la cima tende
.  Al ciel che me la dié.

Starà su me sepolto
.  Viva, né pioggia o vento,
.  Nè in lei le età potranno;
.  E quei che passeranno
.  Erranti a lume spento,
.  Lo accenderan da me.

 

da Niccolò Tommaseo, Poesie [1872], a cura di Simone Magherini, Società Editrice Fiorentina, p. 133

I poeti della domenica #331: Heinrich Heine, Passa la nave mia

Passa la nave mia

Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ’l selvaggio mare.
Ho in petto una ferita di dolore,
Tu ti diverti a farla sanguinare.

È, come il vento, perfido il tuo core,
E sempre qua e là presto a voltare.
Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ’l selvaggio mare.

Heinrich Heine
(traduzione di Giosuè Carducci, apparsa come testo XLVIII. nel III libro delle Rime nuove)

(altro…)

Gli esordi di Wisława Szymborska e il dattiloscritto ritrovato (di L. Pompeo)

Nel ’43 una ragazza ventenne di Cracovia, Wisława Szymborska, per i familiari e per gli amici Ichna o Ichniusia, aveva cominciato a lavorare come impiegata alle ferrovie per evitare la deportazione ai lavori forzati in Germania. Aveva cominciato a scrivere poesie, alcune di carattere frivolo e satirico, altre più serie, e alcuni racconti legati al periodo dell’occupazione, come testimoniano le date in calce ad alcune pubblicazioni dell’immediato dopoguerra (tuttavia questi componimenti giovanili comparsi su rivista non vennero mai più riproposti nelle successive raccolte o antologie). Aveva perso il padre nel 1936 (quando Wisława aveva tredici anni) e da allora la famiglia, da una condizione di agiatezza grazie alla quale la futura poetessa aveva potuto trascorrere un’infanzia dorata, passò a una condizione di ristrettezze, che si acuirono durante la guerra. La famiglia si era trasferita a Cracovia nel 1929, quando il padre, venduti due edifici a Toruń, aveva acquistato uno stabile nella centrale Via Radziwiłłowska. Anche se gli scritti di questo periodo non passarono il vaglio degli anni della maturità, durante l’occupazione nella coscienza della giovane poetessa stava accadendo qualcosa di importante: «La guerra accentuò la crisi religiosa che stavo attraversando già da prima. Era inevitabile chiedersi come potesse Dio permettere tutto quello che stava accadendo».[1]
Il giorno 17 di gennaio del 1945 Cracovia venne liberata dalla fulminea avanzata dell’Armata rossa sotto la guida del maresciallo Konev, il quale in soli cinque giorni dall’inizio dell’offensiva (il 12 gennaio) aveva raggiunto e accerchiato la città, che i tedeschi abbandonarono senza combattere. Quella che dal 1939 era stata la capitale del Governatorato Generale (entità che raggruppava quei territori della Polonia che non erano stati direttamente annessi al Reich), veniva smobilitata e abbandonata in fretta e furia. «Era l’unica grande città polacca che non era stata coinvolta nelle vicende belliche e alla quale desideravano recarsi come alla Mecca sia gli artisti che i letterati, nella speranza di incontrarvi gli amici sopravvissuti, qualche lavoretto, le possibilità di pubblicare e qualche modesto onorario. Le città di Varsavia, scientificamente distrutta e spopolata e Leopoli, occupata dai Sovietici, non erano altrettanto invitanti quanto lo era Cracovia. Era qui che vennero riaperti i caffè, le riviste e organizzate le prime serate letterarie».[2] Il punto di incontro di tutti i letterati fu l’Unione degli scrittori polacchi, (Zwiazek Zawodowy Literatow Polskich), riattivato in poco tempo. Come scrive anche Olczyk, «nei primi mesi del 1945 Cracovia divenne l’indubbia capitale della vita letteraria in Polonia».[3]
Subito dopo la liberazione la città aveva fame di eventi culturali e fu subito organizzata una matiné poetica, alla quale accorse anche la Szymborska: «una folla di cittadini gremiva la platea non riscaldata dello Stary Teatr in piazza Szczepański. Tutti i posti, e perfino i passaggi tra un posto e l’altro, erano occupati, e il pubblico si accalcava nel foyer e sulle scale […] Prima Tadeusz Brzeza e Stanislaw Dygat parlarono della vita letteraria a Varsavia durante l’occupazione. Poi lessero le loro poesie Czesław Miłosz, Julian Przyboś, Stanisław Piętak, Adam Ważyk, Jerzy Zagórski, Witold Zechenter. Alcuni attori recitarono le poesie degli assenti Mieczysław Jastruń e Stanisław Jerzy Lec, e anche quelle di Adam Włodek, che non salì sul palco per un attacco di tremarella. […] La Szymborska assisteva a tutto questo timidamente da lontano. Qualche anno dopo avrebbe sposato colui che quel giorno aveva avuto un attacco di tremarella. E mezzo secolo più tardi avrebbe stretto amicizia con Czeslaw Milosz».[4]
Molti anni più tardi, nel 2001, a distanza di 56 anni, così ricordò quell’episodio: «I nomi degli autori in programma non mi dicevano niente. Se qualche idea sulla prosa potevo averla, le mie conoscenze in fatto di poesia equivalevano a zero. Eppure ascoltavo e guardavo. Non tutti erano capaci di leggere, alcuni recitavano in modo insopportabilmente pomposo, altri lo facevano con voce tremante, riuscendo a malapena a tenere i fogli in mano. A un certo momento fu annunciato il nome di Miłosz. Lesse i suoi componimenti con sicurezza e senza eccessi declamatori. Come se pensasse ad alta voce e invitasse il pubblico a prendere parte ai suoi pensieri. “ecco la vera poesia, pensai, e un poeta vero”. Fui certamente ingiusta. Vi erano altri due o tre poeti meritevoli di attenzione. Ma vi sono diversi gradi di eccezionalità- E l’istinto mi suggeriva di tenere d’occhio Miłosz».[5] (altro…)

Claudia Zironi, Variazioni sul tema del tempo (rec. di G. Martella)

Claudia Zironi
Variazioni sul tema del tempo
Collana Versante Ripido, n. 2, 2018

Recensione di Giuseppe Martella

Ha ragione Paolo Polvani quando osserva, nella sua postfazione al volume, che in questa indagine sulle variazioni del tempo una presenza rilevante tocca anche allo spazio. Lo spazio come fondale delle vicende temporali vissute, pensate, evocate. Ha ragione, ma c’è di più, poiché qui si tratta anzitutto di una spazializzazione del tempo, intesa in molti modi. Quello della lingua, anzitutto, che cerca di ridurlo ai propri rapporti interni (o logoi), di ricondurre cioè l’intrattabile flusso dell’esperienza singolare a certe aree semantiche e concatenazioni logico-sintattiche, per trasformarlo infine in un “racconto” condivisibile (Ricoeur). Quello del linguaggio poetico in particolare che, a partire dalla spaziatura grafica del testo sulla pagina, cerca di cogliere, nella misura del verso, la specifica curvatura del tempo nell’evento ricreato, per tradurre l’ineffabile singolarità di ogni vissuto agli scarti meditati dell’idioletto poetico. C’è poi il tempo della psiche, certo, che lo vive come scenario di vette, spianate e precipizi, sentimenti di euforia, quiete o angoscia. E quello della storia, che si dispiega in mappe e racconti, lasciando però fuori campo (e per lo sguardo degli angeli) una scia di rovine. Infine c’è il tempo della fisica, che tenta di ridurlo a curve di probabilità, equazioni differenziali, calcolo statistico, per non dover soccombere alla vertigine delle galassie in espansione, all’attrazione fatale della materia oscura che spegne la luce o ai paradossi temporali del big bang.
Quello della “luce” che tenta disperatamente di emergere dall’orizzonte profondo degli eventi per svelare volti e profili, corpi e ombre, realtà e chimere, costituisce uno dei temi portanti di questa raccolta e un tratto decisivo della sua Stimmung. Volti e profili, immagini e corpi, anche solo desiderati o costruiti per ipotesi, more geometrico, come per obbedire a una sorta di progetto ontologico – una sintesi a priori della pulsione e del logos, quella fusione di pensiero e sentimento che T.S. Eliot attribuiva ai “poeti metafisici” inglesi del Seicento (che erano ancora in grado di «sentire il loro pensiero come il profumo di una rosa»), ma naturalmente trasposta ai giorni nostri e nel nostro linguaggio usurato (inflazionato, profanato), nelle nostre sfinite grammatiche della creazione, nelle nostre rime che non tengono, sfiancate dalla pletora di echi ingombranti che costituiscono lo stigma di ogni epigonismo, l’impronta dell’eccesso di storia nel linguaggio. Si tratta dunque di un’impresa ardita e oggi più che mai improbabile, quella di «rinnovare il dialetto della tribù», di ricostruire una sorta di Ursprache in grado di far scaturire (ora, ancora, sempre) il Logos dall’Eros. Per cui leggiamo: «Cosa potevamo fare/ quando fummo sete consumata/ lasciammo esauste/ gocciolare le parole/ l’impossibile, nel buio, la dimora/ di come fusi in una razza/ estinti di carezze/ senza poterci toccare./ inventammo/ per amarci, il pensiero.»
I versi brevi, rotti, ineguali, le rime imperfette, la domanda retorica protratta, rendono anche a livello strutturale la natura ambigua dell’Eros, figlio di Poros e Penia, dell’abbondanza e della povertà, (Platone: Simposio), quella carenza costitutiva che lo spinge alla ricerca del rapporto con l’Altro e dunque al miracolo della creazione di un cosmo e dell’invenzione di un logos. Questo è solo un esempio che può dare l’idea dell’impianto di questo discorso poetico, della dimensione cosmo-logica in cui si muove e in cui ci invita a recepirlo. Un discorso svolto con coerenza da una sezione all’altra e che culmina felicemente, mi pare, nell’ultima sezione Diacronie, dove l’allocuzione del sottotitolo ricapitola per noi l’intero piano della silloge: «Attraverso il tempo: progetterò per te un campato senso». Per te «hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère» (Baudelaire). (altro…)

Davide Zizza, Ruah

 

Davide Zizza, Ruah. Prefazione di Enrico Testa, Edizioni Ensemble 2016

Ruah, psyché, respiro e alito, soffio vitale, Atem e Hauch: in principio, bereshit, era il soffio. Quello spirito «che aleggiava sulle acque» è percepito, raccolto e trasmesso da Davide Zizza in Ruah, e giunge, così, ai sensi destati alla parola.
«In principio fu il verso»: la solennità dello slancio, l’ardire del paragone offrono il braccio, nello stesso componimento dall’inizio tanto affermativo da sembrare perentorio, alla volontà di farsi da parte «per fare spazio», alla decisione di ritirarsi per vivere nel soffio divino.
Ruah, come ricorda Enrico Testa nella prefazione, è parola ebraica che racchiude più significati: soffio, vento, respiro, spirito. È spirito, aggiungo in riferimento alla raccolta di Davide Zizza,  che induce a cantare lodi anche nel tempo del dolore, e del dolore straziante, a cogliere il respiro e, come scriveva Paul Celan, anche la Atemwende, la svolta del respiro: «Dichtung: das kann eine Atemwende bedeuten» – così Celan, vale a dire: «Poesia: questo può significare una svolta del respiro».
Sul legame profondo tra respiro e poesia interviene, già dall’epigrafe e sempre dall’area di lingua tedesca, Rilke dei Sonetti a Orfeo: Respiro, tu invisibile poesia! (Atmen, du unsichtbares Gedicht!), a rendere ancora più chiara l’apertura a più costellazioni, a più dimensioni, a più universi disegnati da parole-luoghi (dal testo del componimento rilkiano di cui è riportato il primo verso: “spazio del mondo”, “contrappeso” “onda unica”, “mare crescente”, “venti”, “aria”. “curvatura e foglio delle parole”).
Cercare e ricostruire la parola (proprio come fa chi legge la Torah, qui evocata sin dal titolo della raccolta; ricostruire, quindi, come chi sempre interpreta), è impresa che può sfiancare, spezzare il respiro, annullarlo, perfino, in apnee nelle quali si affronta il rischio fatale, vale a dire che esso ricada nell’afasia, oppure nella mendacità o , ancora, nella totale insufficienza della parola del poeta-interprete.
E dunque, dopo In Principio e Ruah, è La chute, la terza delle cinque sezioni della raccolta (le altre due portano rispettivamente i nomi Calda stagione e Metapoetica), a farsi incontro a chi legge. La caduta – non solo cacciata dall’Eden, ma discesa agli inferi – diventa qui, tuttavia, occasione di scoperta, di conquista di una ‘visione dal basso’ che si pone come complementare alla tensione verso l’infinito.
Nonostante il rischio fatale, che si corre con consapevolezza e non con insensata temerarietà, c’è una tenacia della ricerca che non si ferma dinanzi ai battenti del mistero. Chi legge percepisce il frutto di questa provata tenacia.
Respiro e pausa e svolta si manifestano, con particolare risalto, nell’arte spirituale per eccellenza, la musica, che in Ruah oltrepassa ampiamente, in diversi componimenti, il semplice ruolo di sfondo e di cornice (La musica del BereshitChopin, l’insetto e Einstein; Pasqua; Winter Sunday). La musica detta il ritmo, invece, suggerisce la cadenza, imprime ‘il’ soffio della creazione e, allo stesso tempo, orchestra la testimonianza di fedeltà a un altro mistero, quello dell’umano: «Non svelare l’umano, accennalo./ Non tradire l’umano, accarezzalo./ Affascinalo. Amalo.» (Fascinazione).

© Anna Maria Curci

 

«In principio fu il verso»,
il respiro creatore, il ritirarsi di Dio
alle sponde dell’infinito.
Farsi da parte per fare spazio.
Così se ti osservo e respiro il tuo nome,
così senza prendere spazio
mi ritiro per vivere nel tuo soffio.

 

La musica del Bereshit

Prima fu silenzio. Il tempo non scandiva nessun ragtime umano.
Non c’era la nota che dava l’attacco per il concerto.

C’era solo un principio senza violino. Senza pianoforte.
Senza shofar. Era solo un caotico silenzio: di morte.

Poi un soffio. Un lungo soffio portò l’amore.
Una lunga nota profumata portò l’ordine e la chiara geometria.

Il canto degli alberi e dei campi allietò il cuore.
Cominciò ad esistere dal nulla lo spartito. Il decagramma.

Tutto fu. Nella musica della Creazione.

(altro…)

“Cuore, maestro di poesia”. Adele Cambria intervista Amelia Rosselli

Intervista alla poetessa Amelia Rosselli vincitrice del premio «Pier Paolo Pasolini»

di Adele Cambria

..«…Ha due grandi occhi azzurri, capelli biondi (molti), un naso che appartiene alla famiglia delle patatine… Il primo giorno sono stato realmente indeciso se chiamarla Amelia: mi pareva di sentirla, la zia Gi, dire tra sé: ma con che coraggio hanno dato a questa pupa il nome di una nonna così bellina, fine e perfetta?».
..Insomma, Carlo Rosselli non trovava abbastanza «bella» la bambina che gli era appena nata, il 28 marzo 1930, nell’esilio di Parigi, per farle portare lo stesso nome di sua madre. Amelia: profondamente affascinato com’era stato sempre (e con lui il fratello minore, Nello) da quella figura di donna. Amelia Pincherle Rosselli, che aveva cresciuto, da sola, i figli, in un clima di insolita (per quei tempi, per quell’Italietta) ricchezza di fermenti culturali e politici, educandoli al gusto irrinunciabile, e tuttavia severo, della libertà e preparando quindi il terreno del loro antifascismo davvero militante, dove i due fratelli, Carlo e Nello, avrebbero poi trovato insieme la morte, a Bagnoles de Lorne, il 9 giugno 1937, per mano di una banda di sicarii francesi di Musslini.

..Se nella vita della bambina che nasceva allora, in quella primavera parigina di un esilio già inquinato ma ancora addolcito dagli agi e soprattutto, dalla possibilità di coltivare antichi e nuovi legami di tenerezza (l’amore di Carlo per la moglie, la fragilissima inglese Marion Cawe, l’idolatria per la madre rimasta a Firenze, l’allegria, per l’appunto, di una nascita, quella di Amelia, che seguiva di poco più di un anno l’altra del primogenito John, detto il Mirtillino), se dunque non ci fosse stato altro, nella vita di Amelia Rosselli − questa Amelia che noi conosciamo, che scrive poesie d’una bellezza lancinante, le più significative, dicono, del panorama della produzione poetica italiana di oggi − forse già l’ombra leggendaria della nonna avrebbe un poco schiacciato, premuto col sottile tremore dei confronti (sarò abbastanza bella? sarò abbastanza straordinaria, come lei, nonna Amelia?) sulla crescita di una personalità nuova, già segnata, fin dalla nascita, dell’affettuosa diffidenza del padre. (Il quale, tra l’altro, avrebbe preferito subito un altro maschio…).

..Comunque Amelia, detta, in famiglia, Melina, si conquistò presto anche l’amore di quel padre, con lucida intelligenza votato ad un destino d’eroe. E quando dovrà dividersi dai figli piccoli restati, per prudenza, in Italia, nella villa della nonna, a Frassine, Carlo scriverà a Melina: «E tu Melina ti ricordi i balletti e i bacini nel letto…? Quando tornerete, ora che avete imparato a parlare l’italiano… rideremo, salteremo, staremo ritti… sempre in italiano!»

Questa lingua italiana che Amelia ha dovuto conquistarsi poi, già adolescente, faticosamente, caparbiamente, e che costituisce, con la sua persistente «stranezza» − come una vena sempre di lingua straniera, inglese, francese, che lo percorre − uno dei fascini (del resto sapientemente amministrati da lei stessa, Amelia) della sua poesia.

..«Mia madre mi diceva sempre: ricordati che una ragazza deve possedere almeno un armadio grande, pieno di biancheria ordinata, profumata… Ho inseguito tutta la vita il sogno di un armadio…» Questa è una delle prime frasi − e mi è restata per sedici anni in testa − che Amelia Rosselli mi disse, quando la incontrai per la prima volta, nel 1965.

..E subito la sua esistenza rappresentò per me il segno rovesciato della mia: io fuggivo, o perlomeno ero fuggita a vent’anni, d tutto ciò che lei (ma quasi timidamente, chiedendo scusa per il disturbo) invece inseguiva: un armadio carico di biancheria ordinata, la sicurezza. La sua infanzia falciata dalla tragedia, lo sbarco di tutta la famiglia Rosselli in lutto negli Stati Uniti, dove Max Ascoli provvide anche agli studi dei ragazzi, e sempre questa sensazione, in lei, di non avere radici, il bisogno caparbio di reinventarsi una patria, l’Italia (i suoi due fratelli, invece, hanno rifiutato questa identificazione, per sempre: come portando rancore, e chi potrebbe non dar loro ragione? Per ciò che noi, dopo, abbiamo fatto del sacrificio dei Rosselli). A sedici anni, dunque, Amelia è tornata a vivere da sola in Italia, a Roma. La madre era morta di cuore in un ospedale di Londra, i beni di famiglia Rosselli quasi tutti esauriti, consumati nella lotta antifascista prima, nella sopravvivenza almeno fisica dei superstiti, dopo.

..Amelia vive oggi con due pensioni dello Stato italiano. Con la suprema eleganza delle persone per molti versi «fuori dal comune», mi mostra i due libretti intestati del Ministero del Tesoro, uno che le assegna una somma attualmente «rivalutata» (sic!) a centomila lire al mese, come «orfana di Carlo Rosselli», ed il secondo che gliene elargisce altre 40.000, «per benemerenza».

..«Pare che non si possano indicizzare», osserva con un lievissima ironia. «La prima pensione mi fu data per iniziativa di Saragat, nel 1966, ed era, mi sembra, di sessantamila lire al mese. Ora me l’hanno portata a centomila, ma di più pare che non sia possibile». (altro…)

Amelia Rosselli: ‘Pastiche per Ferruccio’ e un inedito

Oggi ricordiamo Amelia Rosselli nel ventitreesimo anniversario della sua scomparsa, l’11 febbraio 1996. Come redazione proponiamo due poesie: una poco conosciuta e l’altra inedita.

[Pastiche per Ferruccio]

Come
se da tanta autobiografia, nascesse il
parto delizioso, delle cose friabili

se dal riottoso incontro con la specie
tutto ciò che è imperfetto e colpevole
voglio io recitare,

fallimentare realtà
o paura dell’ordine,
con fusione soffusa

d’amore poter restituire ai miei persi
soldati l’impero intero del vivere!

Vorrei che
mi si salutasse con gran fragore o che
un attonito silenzio fatto di stupore

corrugasse la fronte a quei bifolchi.

.

Luce bianca livida o viola
è ciò che resta
dopo tanti lividi sonni
tante piccole cupole.

Si desta per ricapitolare
poi si mangia vivo
di vuoto o stizza
sempre in lizza.

Ha fratelli giocondi
sono chiari e non bui.

Ma buio s’è fatto
nel mio cuore evanescente
indisciplinato maestro
della poesia.

Il sonno picchia
duro sulla porta
i miei occhi giacciono
ballocchi in terra.

Sono viva come può
un morto essere desideroso!

È colpa di te
che ti arrangi
a colpi di scure
stravvolgendomi.

Mi hai assassinato il cuore
e la mente s’arrabatta
senza cuore!.

Nota di lettura

La prima poesia, esclusa dalla raccolta Documento e datata marzo 1968 secondo la ricostruzione di Amelia Rosselli in Una scrittura plurale, raccolta di saggi a cura di Francesca Caputo (Novara, Interlinea, 2004), è intitolata Pastiche per Ferruccio. La seconda, senza titolo, non è mai apparsa prima, neanche nel Meridiano dedicato ad Amelia Rosselli. Entrambe sono tratte da «Quotidiano Donna», Anno IV, n. 6, 20 marzo 1981. Lì furono pubblicate senza titolo insieme a Diario ottuso, allora inedito anch’esso.
La trascrizione di Pastiche per Ferruccio proposta in rivista risulta infedele rispetto a quella del volume del 2004; si è deciso pertanto di rispettare la più recente, basata su materiali d’archivio, considerando anche l’articolo di Fabrizio Miliucci, “Cosa ho voluto fare scrivendo poesie?”. Autodeterminazione e assillo metrico in Amelia Rosselli, apparso nella rivista «Incontri», Anno 30, 2015, Fascicolo 1, pp. 13-22. La seconda invece presenta una proposta di edizione.
Entrambe le poesie apparvero all’interno di un articolo-intervista voluto da Adele Cambria, un pezzo originale che sarà proposto sul nostro blog nel pomeriggio.

(AT) 

I poeti della domenica #330: Antonio Conçalves Dias, Canzone dell’esilio

Canzone dell’esilio

La mia terra ha la palmiera,
Dove canta il sabià;
Qua anche trillano gli uccelli,
Ma il gorgheggio è un altro là.

Ha più stelle il nostro cielo,
I verzieri hanno più fiori
C’è più vita ai nostri boschi,
Vita là più trova amori.

Se di notte penso, solo,
Il piacere cerco là;
La mia terra ha la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Ha la terra mia splendori,
Non li trovo uguali qua;
Se – di notte, solo – penso
Il piacere cerco là;
La mia terra ha la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Non permetta Iddio ch’io muoia,
Se non prima torni là;
E rigoda gli splendori
Che qua mai non troverò;
E riveda la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Antonio Gonçalves Dias
Traduzione di Giuseppe Ungaretti
Edizione di riferimento: Ungaretti. Un’antologia delle opere a cura di Leone Piccioni, Arnoldo Mondadori editore 1971, pp. 234-235

(altro…)

I poeti della domenica #329: Giuseppe Ungaretti, Terra

Ungaretti con la gatta Kiki, regalo di Moravia
(L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Terra

Potrebbe esserci sulla falce
Una lucentezza, e il rumore
Tornare e smarrirsi per gradi
Dalle grotte, e il vento potrebbe
D’altro sale gli occhi arrossare…

Potresti la chiglia sommersa
Dislocarsi udire nel largo,
O un gabbiano irarsi a beccare,
Sfuggita la preda, lo specchio…

Del grano di notti e di giorni
Ricolme mostrasti le mani,
Degli avi tirreni delfini
Dipinti vedesti e segreti
Muri immateriali, poi, dietro
Alle navi, vivi volare,
E terra sei ancora di ceneri
D’inventori senza riposo.

Cauto ripotrebbe assopenti farfalle
Stormire agli ulivi da un attimo all’altro
Destare,
Veglie inspirate resterai di estinti,
Insonni interventi di assenti,
La forza di ceneri – ombre
Nel ratto oscillamento degli argenti.

Il vento continui a scrosciare,
Da palme ad abeti lo strepito
Per sempre desoli, silente
Il grido dei morti è più forte.

 

da Il Dolore (1937-1946), in Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura e con un saggio introduttivo di Carlo Ossola, Mondadori, “I Meridiani” (I edizione), 2009, p. 278.

Michela Zanarella, “Le parole accanto” (rec. di G. Albi)

Parole dense, che diradano la nebbia interiore, accompagnano accanto la poetessa nel più significativo dei viaggi: il nòstos a Itaca. Si tratta infatti di un commosso, ma contenuto, tributo alle sue origini padovane, a quel grembo di cielo che vide i suoi natali, quando suggèva, infante, il latte materno, cominciando a tessere la rete affettiva che in modo indissolubile la lega alla madre, fonte di vita pullulante di energie sempre rinnovantesi, ragione di esistenza e giustificazione di un senso su questa terra. Eterno femminino incarnato da Zanarella, che fa parte di un catena umana che accoglie con vigile sentimento l’eredità che le proviene dalla madre, la quale si staglia nei versi immensamente materna, capace di raccogliere il grido di dolore di essere nel mondo della bimba che muove i suoi incerti passi. Una madre, con cui simbolicamente ha intessuto un rapporto atavico, ma tardivamente riconosciuta come il tòpos dell’affettività più intensa:

Vengo a respirare
dai tuoi confini lontani
e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito
io che ti ho sentito madre troppo tardi
terra impastata nella nebbia
fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo.

In questo viaggio à rebours la poetessa ritorna all’Uno da cui siamo generati e, respirando il respiro della madre, ritrova l’Amore che sfugge a ogni categoria interpretativa, in quella terra padovana immersa nella nebbia e in competizione col reo tempo che trascina via le vestigia lasciate a fatica dall’uomo.
L’essere oggi poeta e donna di grandi soddisfazioni, con ambiti riconoscimenti e fama internazionale, non esime Zanarella da questo bisogno umano, troppo umano, di cercare nel passato le radici della sua esistenza. Sappiamo che ragionare all’indietro è un azzardo e che, mediamente, l’uomo si acconcia a vivere un quotidiano, che anche se non soddisfa, certo consola; ma Michela, al pari di una poetessa greca, tutto osa e sopporta, con incedere netto e schietto, lontana da manierismi e sentimentalismi. Dicevo all’inizio che il suo è un tributo commosso, ma contenuto, alle sue origini; niente di più vero. Rigore etico e chiarezza del verso accompagnano la poetessa nel più nobile viaggio interiore, il ritorno alla fonte. Parole ornate, ma che non cedono mai agli eccessi, alle seduzioni, lì pronte a trascinare il lettore fino alle lacrime. Nessuna caduta nel terreno scivoloso del trito e consunto; verso che tuona, ma non suona. Parole sonore, direi, che rimbombano nell’etere e arrivano dritte a colpire il sentimento del lettore sensibile che si sente portato per mano dal nitore del verso. Dico, per inciso, che oggi l’essere poeti si confonde con la cripticità delle parole o con versi eccessivamente brevi con a capo continui che spezzano la comprensione; in Michela questo è totalmente assente. Leggo un in medio stat virtus con strofe ben costruite, versi bilanciati e parole misurate che consentono la comprensione del ragionamento sotteso e dei sentimenti emersi o emergenti. (altro…)

Poesia e struttura – A proposito di un pregiudizio crociano

C’è un’idea famosa di Benedetto Croce a proposito della Commedia dantesca (cioè la convinzione che si tratti in gran parte di struttura inerte alternata a momenti di altissima e non meglio definita poesia) che ha prodotto non solo una comoda diffidenza verso una lettura completa e orizzontale del poema (e contribuendo quindi alla sua parcellizzazione a scuola e quel che è peggio all’università), ma anche la reazione uguale e contraria dello scagliarsi contro quel pregiudizio ereditato senza far però davvero i conti direttamente con le parole e le pagine di Croce. Provo a farlo in questo intervento, chiarendo subito che per me la lettura ideale di Dante dovrebbe essere quella lineare, e non per completezza di erudizione, ma perché l’unica in grado di trattare il libro per quello che è: il racconto in versi di un incredibile viaggio. Va da sé che alcune parti risultino più riuscite e memorabili di altre, ma questo è da imputare alla fisiologia di qualunque opera letteraria, soprattutto se vasta come la Commedia. Al contrario, proprio la forza e la coesione di una cornice sono in grado di dare luce e risalto a zone del poema apparentemente marginali (e luce e risalto ulteriori a quei frangenti di poesia che tutti ammirano indipendentemente dal resto). Prima ancora della struttura, Croce sembrerebbe poi mal sopportare le sovrastrutture accumulatesi successivamente, perlomeno quelle che oltrepassano la soglia di esegesi da lui consentita: i discorsi di quei dantisti, insomma, che si attardano a “discorrere del «domicilio coatto» di Virgilio, e dell’«alpinismo» di Dante, e simili”, mentre potrebbero “leggere Dante proprio come tutti i lettori ingenui lo leggono e hanno ragione di leggerlo, poco badando all’altro mondo, pochissimo alle partizioni morali, nient’affatto alle allegorie, e molto godendo delle rappresentazioni poetiche, in cui tutta la sua multiforme passione si condensa, si purifica e si esprime” (Benedetto Croce, La poesia di Dante, Laterza, 1921, seconda edizione, pp. 69-70; d’ora in avanti soltanto: LpdD). Il filosofo qui semplifica, non è affatto inutile porsi delle domande, approfondire, interpretare (e uno studioso, pur partendo preferibilmente da un approccio spontaneo, dopo dovrà pur fare qualcosa in più del lettore ingenuo). Al tempo stesso, però, evidenzia in effetti un eccesso di funzionamento della macchina esegetica, che ha prodotto talvolta il paradosso di una critica dantesca più esoterica del poema stesso. Ma allora come spiegarsi il suo sottovalutare il primo canto, che per Croce darebbe “qualche impressione di stento: con quel «mezzo del cammin» della vita, in cui ci si ritrova in una selva che non è selva, e si vede un colle che non è un colle, e si mira un sole che non è il sole, e s’incontrano tre fiere, che sono e non sono fiere” (LpdD, p. 73)? Sembra sfuggirgli che la selva e le fiere ci appaiono terribili anche per le loro risonanze fisiche e letterali, prima ancora che morali e allegoriche, e che l’inizio del poema non risulta quindi affatto stentato, ma potentemente affascinante. Insomma, Croce contesta ai dantisti di restare impelagati nell’allegoria, e poi lui stesso come lettore vede solo allegoria, e non l’altra faccia. Vedremo come incorra in un equivoco simile anche rispetto alla struttura dell’opera.

Nel capitolo intitolato La struttura della «Commedia» e la poesia, Croce esordisce svalutando l’organizzazione stratificata alla luce del “sentimento delle cose mondane” che Dante manifesta per tutto il poema, laddove a suo dire una rappresentazione dei regni ultraterreni “avrebbe richiesto un assoluto predominio del sentire del trascendente su quello dell’immanente, una disposizione qual’è propria dei mistici ed asceti, aborrente dal mondo, aspra e feroce, o estasiata e beata” (LpdD, p. 53). È curioso come un’opera venga commentata evocando ciò che poteva essere e non è stata, e quindi in definitiva tutt’altra cosa, e che al più grande poeta cristiano di ogni tempo si contesti di non essere stato precisamente un mistico, ma qualcuno per cui “l’altro mondo non si sovrapponeva nella sua commossa fantasia al mondo, sì invece apparteneva con esso a un sol mondo, al mondo del suo interessamento spirituale”, mentre avrebbe dovuto proporci, chissà come e con quali risultati, “lo scolorarsi di tutte le cose umane, il disinteresse che si stabilisce verso di esse, l’indifferenza per la particolarità degli affetti e delle azioni” (LpdD, p. 54). Insomma, Croce non ha dubbi: Dante per lui ci racconta “proprio come non si può (almeno poeticamente) andare nell’altro mondo, il quale esige che si svestano tutte le passioni umane e si guardino le cose con altr’occhio, con l’occhio di chi si è risvegliato da un affannoso e brutto sogno e si ritrova nella vera e radiosa realtà” (LpdD, p. 55). E invece come sappiamo il poeta indugia a raccontare tutta la passione umana delle anime, il loro rimpianto del mondo, la loro incomprensione della morte, ed è lì la sua forza, non certo la sua debolezza. Manca allora del tutto e incredibilmente in Croce il sentimento dell’ambivalenza: la poesia di Dante non risuona infatti attaccata alla vita terrena nonostante parli dei regni ultraterreni, ma proprio per quello, e il pathos dell’aldilà non è separabile da un’accorata compassione per il nostro aldiquà. Ignorare questo significa in definitiva non capire il gioco serissimo a cui la Commedia ci invita a giocare. (altro…)