poesia

Accogliere il mistero nella storia: la poesia di Luca Benassi

Accogliere il mistero nella storia: la poesia di Luca Benassi

L’onore della polvere, puntoacapo Editrice 2009; Di me diranno, CFR 2011

Accogliere il mistero: disposizione, questa, dinanzi alla quale gran parte degli umani si mostra riluttante, al punto da negarlo completamente a sé e agli altri, facendo di sé e dei propri simili dei “separati”, in eterno autoesclusi (Rilke additava, al proposito, la tenacia e la persistenza del mistero, quando scriveva, in quella da Worpswede, datata 16 luglio 1903, tra le Lettere a un giovane poeta: «E quelli che vivono il mistero in modo sbagliato e male (e sono moltissimi) lo perdono solo per sé e tuttavia lo trasmettono come una lettera ben sigillata, senza saperlo.»; la traduzione è mia). La poesia di Luca Benassi parte invece dalla scelta – libertà e responsabilità – di accogliere il mistero e già questo principio, nel principio, bereshit, la rende poesia autentica. Accogliere il mistero non equivale a lasciarlo, supinamente, su una rocca inaccessibile e, di conseguenza, ininfluente sulle minuzie quotidiane che ingombrano, soffocandolo, ogni respiro, che precludono non solo ogni aspirazione alla trascendenza, ma già soltanto l’esercizio dell’intelletto, del guardare dentro, del guardare a fondo. Accogliere il mistero significa per Luca Benassi avvicinarvisi, costeggiarlo, corteggiarlo, non indietreggiare dinanzi allo sforzo costante di comprenderlo, procedendo con un metodo simile a quello talmudico che Ottavio Di Grazia, nell’introduzione a Le Dieci Parole di Marc Alain Ouaknin, definisce “vertiginosamente interpretativo”.
Non stupisca, fin dall’attacco di queste mie considerazioni, che siano due elementi ad accompagnare la citazione di Rilke, vale a dire il riferimento esplicito all’Antico Testamento, così come quello, meno palese, a Paul Celan e, in particolare, a La rosa di nessuno; non stupisca, dunque, la volontà di intendere l’interpretazione della parola come atto di creazione. A partire dal titolo, infatti, la “polvere” appare come richiamo biblico a Genesi, 2, 7: «Allora Jahve Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita». Si tratta proprio di quel richiamo che Celan rovesciò in Salmo (da La rosa di nessuno, appunto: « Nessuno torna a plasmarci da terra e fango,/ nessuno dà voce alla nostra polvere.»; la traduzione è mia) e che ne L’onore della polvere prende consistenza e si manifesta nella prima sezione, Il nome e il battito. I cinque testi che la compongono portano il titolo Ecografia del… con l’indicazione della data e dicono della meraviglia della vita che si forma, dicono della sacralità del grembo materno, dicono, per usare le parole di Ouaknin, della «matrialità» dell’Eterno:

Ti vorrei capovolta nel tempo
come fossi tu a dover crescere
osservando la vita
da una membrana sottile di carne.
E invece con pazienza
distilli il senso della creazione
ti fai grande volta celeste, mare
e vento che già sussurra il nome
della nostra discendenza.

(altro…)

Lavoro da fare – Biagio Cepollaro

Lavoro da fare di Biagio Cepollaro è un libro di poesia di rara intensità e bellezza. Un perfetto equilibrio tra limpidezza e precisione del dettato e densità di pensiero. Nel leggere il titolo del libro di Cepollaro, mi è venuto in mente il titolo del diario di Cesare Pavese Il mestiere di vivere; in entrambi i titoli vi è il rapporto, in Pavese esplicito in Cepollaro implicito, tra lavoro ed esistenza: l’esistenza umana intesa come una fatica che si compie giorno dopo giorno, il diario pavesiano, o come un compito da portare a termine, il poema di Cepollaro. In entrambi vi è una sofferta meditazione sulla vita, sul senso ultimo, sul dolore e su una possibile rinascita. La conclusione del diario pavesiano è tragicamente nota, le conclusioni a cui portano le riflessioni dei versi di Cepollaro invece sono tutte da scoprire e già il compito che emerge dal titolo proietta il testo di Cepollaro in un orizzonte futuro aperto a ulteriori possibilità (certo tutto questo ci stanca/ ma è lavoro da fare). Il poemetto è strutturato in un Prologo e sette sezioni, scritto tra il 2002 e il 2005 e pubblicato in ebook nel 2007, ora pubblicato in stampa da Dot.com Press, 2017, con una postfazione di Andrea Inglese e una nota di Giuliano Mesa.

Lavoro da fare è un poema della crisi, nel senso etimologico del termine, sembra nascere da un punto di rottura esistenziale, da una strettoia della vita in cui si manifesta come necessario un passaggio, una frattura o un superamento attraverso una decisione a cui l’esistenza chiama se stessa (ognuno parla davvero/ se lo fa/ dal chiodo/ che un bel giorno/ l’ha fissato// altrimenti è tanto per fare/ è solito teatro).

Il prologo incomincia con un dialogo serrato e drammatico dell’io con se stesso, in cui al centro del discorso viene posto, sin dal primo verso, il cuore, inteso non tanto e non soprattutto in senso metaforico, ma in senso corporeo, come muscolo cardiaco a cui, come motore del nostro stare al mondo bisogna dar conto, dare una spiegazione (calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora/ poetica questa ma proprio sordo tonfo d’organo).

Questo riposizionarsi e riappellarsi alla vita, guardandola nella sua concretezza, nasce dalla consapevolezza del negativo radicato all’interno dell’esistenza di ognuno di noi (chi non frequenta/demoni/ se li ritrova nei programmi/ di governo), dalla consapevolezza dell’ineludibilità del dolore, che non è qualcosa di romanticamente o cristianamente edificante, ma è qualcosa di rancido che risucchia la vita in zone di opaca inconsapevolezza, ma va attraversato, perché nel riscoprirlo si ha una possibilità di essere di nuovo se stessi, peggio sarebbe morire senza averlo mai fatto. In questo attraversamento di se stessi e del mondo, che ogni crisi è, si scopre l’immensità delle forze in cui siamo gettati, da cui siamo agiti, la vita stessa, il tempo e lo spazio, il mondo, ricalibrare il proprio io mettendolo a confronto con queste forze soverchianti è l’unica possibilità di sopravvivenza, o meglio è ciò che permette di trasformare la propria vita da un ottuso e disperato sopravvivere, a un esistere pienamente. Non farsi schiacciare dalle forze soverchianti del mondo ma accettarle nel loro darsi ineluttabile, significa accettare di essere da sempre la contraddizione, di essere da sempre negli opposti eraclitei senza potersene sottrarre. Il bene è in fondo tutto qui, nell’aprire l’esistenza alla sua dimensione autentica di possibilità (nel meriggio della vita/ siamo costretti ad ascoltarla/ perché il bene non si dà/ come intenzione buona/ ma come una pura/ possibilità di questa sofferenza e di questa/ agnizione). È in questa dimensione che il libro di Cepollaro mostra un altro aspetto essenziale: Lavoro da fare è un libro, come nota Giuliano Mesa, di meditazione e di preghiera, un libro religioso, in cui si fa esperienza del numinoso del mondo, del sacro che si dà nella concretezza dell’esistere, che è la cosa stessa della parola e che reclama a sé la mente, che anch’essa, come qualcosa non di altro rispetto alla corporeità a cui siamo consegnati, deve procedere un processo di svuotamento e liberazione (per questo forse/ sono goffi i nostri movimenti/ per lungo tratto né belli/ né brutti/ troppo impegnati/ nella cosa da svolgere/ troppo dentro la cosa/ e le sue domande). La cosa stessa è la vita, sia come bios che come zoé, che si manifesta nello sgomento o nella pacata accettazione, come qualcosa che è al di là di qualsiasi identificazione con qualsivoglia valore, è un processo che mette in evidenzia l’inconciliabilità di istanze opposte, il sacro è il tenere insieme la contrapposizione inconciliabile delle forze che abitano il mondo (che vivemmo fin qui/ dimezzati/ che non c’è vita/che non tenga insieme/ giorno e notte…). L’originalità del libro sta nello sguardo che non si volge prevalentemente al macrocosmo, ai grandi mutamenti, ma al microcosmo dell’individuo (al ruotare del pianeta l’aria/ anche questa volta acquista/ in dolcezza: anche quest’anno/ ci sorprende come un dono), le immense forze dell’universo si manifestano nei dettagli del quotidiano (i grandi cambiamenti/ sono spesso solo cambi d’indirizzo/ o di modi di vestire). Il mutamento, quello vero, in cui la vita può cambiare direzione, si produce in uno sguardo differente, in un sentire differente, nel dare nuovo smalto a parole che ormai hanno perso il loro lucore, nel rinominare, ad esempio, la parola amore e nell’esigere come unico orizzonte possibile della vita del singolo e, di conseguenza, anche della comunità a cui si lega, la felicità (oggi non possiamo chiedere/ meno di questo/ al mondo/ che la vita di ogni singolo/ uomo/ sia felice/ tutto il resto è lungo/ giro che ci ha portati lontani/ dal centro).

Per gestire questa materia e questo dettato potenzialmente incandescenti lo stile si mantiene volutamente piano, pacato e meditativo, ma, a differenza di quel che ci si aspetterebbe, la scelta stilistica non ricade su versi lunghi e ampi, tradizionalmente più adatti a una poesia filosofica e riflessiva, ma su versi prevalentemente brevi che rendono il dettato, pur in una omogeneità ottenuta attraverso una sordina che frena gli slanci espressivi, mosso, in un vortice che avvolge il lettore in spire che lo trascinano lentamente nella trama dei versi e del pensiero. Questo effetto è ottenuto anche grazie all’utilizzo costante di alcuni accorgimenti come il ‘ché’ al posto del ‘perché’ o l’omissione frequente dell’articolo, accorgimenti che trasformano il flusso dei versi in un’onda espressiva e sonora omogenea, quasi come se il flusso recitativo si trasformasse in un mantra chiamato a cantare un rito sacrificale. Il senso ultimo di Lavoro da fare sta, dunque, nel dire il cambiamento, nel dire come l’esistenza possa, per rimanere fedele a se stessa, diventare altro, aprirsi andando a fondo e risalendo tenendo insieme gli opposti e vivendoli senza la pretesa di dominarli ma facendosene attraversare. Lavoro da fare è dunque un vero e proprio rito di passaggio, una metamorfosi, nel senso ovidiano del termine, un cambio di pelle, una vera e propria muta (quando sul selciato resta/ la vecchia pelle/ ci muoviamo per strada guidati dal fiuto e le luci sono bagliori e la città non è più la stessa).

Il lavoro da fare si manifesta come rituale di passaggio nel meriggio della vita e conduce alla questione del senso dell’esistenza e qui Cepollaro affronta il problema in maniera frontale, la vita va rinominata ripensando, ritornando o meglio attuando giorno dopo giorno ciò che siamo da sempre (la nostra vita / gettare un ponte tra ciò che siamo/ e ciò che comunque eravamo/ già da prima/ anche senza saperlo), sembra di sentire una lontana eco nietzschiana: diventa ciò che sei. Diventare ciò che si è, è l’unico e solo compito che ogni uomo ha, pena la perdita atroce di sé. È a partire da questa estrema e radicale consapevolezza che in questo libro si prefigura una svolta e un andare oltre nella traiettoria della ricerca di Cepollaro. Non si tratta ormai solo della nietzchiana trasvalutazione di tutti i valori, perché chiedere un senso, come pure avviene in molte pagine del libro, addirittura invocando un dio, significa ancora giudicare la vita attraverso parametri esterni ad essa, che non le sono propri, cercare di attribuirne un valore e quindi renderla oggetto di valutazione, significa ridurla a qualcosa di profondamente inautentico, a cosa da soppesare, da scambiare, in ultima istanza a oggetto di consumo. Invece in molti passaggi del libro, soprattutto nelle sezioni finali, si prefigura un’altra via, una via più ardua, che passa, per Cepollaro, anche dal vuoto dall’Oriente, da un ripensare l’antica sapienza tragica della Grecia – si veda la figura di Agamennone in cui è sottolineata il dramma della decisione se sacrificare la figlia Ifigenia – o attraverso uno sguardo fenomenologico, che verrà messo sempre più a fuoco nelle opere successive. La restituzione della vita non è nel chiedere un senso ulteriore, ma nel riconoscerla come forma vivente, come qualcosa che non serve a nulla, non significa nulla, ma che ha nel suo vuoto o nel nulla costitutivo di ciò che accade, l’unica forma possibile, la luce immanente che la rende in se stessa ciò che è (ci siamo visti al centro del lago/ coi piedi sui sassi del fondale/ e le mani che toccavano/ il cielo/ ci siamo anche voltati/ da ogni lato/ e a ogni lato c’era il verde/ del lago). Questo forse è il senso dell’enigmatica Porta nominata nell’ultima sezione del poema, la Porta è la soglia in cui la vita e il mondo si manifestano nella loro numinosa pienezza, in cui anche l’origine da cui proveniamo non è un qualcosa da rimpiangere nostalgicamente ma è un qui e ora verso cui procedere allontanandocene (da lì da quell’inizio/ non abbiamo fatto/ che tornare/ in un moto/ di infinito/ allontanamento), andare, essendo quel che si è, verso un nostos, un ritorno ciclico ed esistenziale che restituisca, oltre qualsiasi scissione, la pienezza dell’esistenza, che è tale perché accoglie in sé anche il suo contrario, il terrore dell’inizio e della fine (ora siamo sulla Porta/ e non sappiamo né ci importa/ quali saranno le parole/ a venire/ noi andiamo oltre i segni/ per il tempo che ci resta/ noi andiamo a ringraziare/ per essere stati invitati/ al banchetto// ora siamo sulla porta del ritorno e della restituzione).

©Francesco Filia

I poeti della domenica #156: Piera Badoni, È subito detto un anno

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È subito detto un anno
ma un anno è fatto di mesi
e i mesi son fatti di giorni
e i giorni son lunghi da vivere
son faticosi da vivere
uno per uno
senza nemmeno un tuo segno
felicità, che pure esisti.

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da Felicità, che pure esisti [1948], ora in “Poesia”, n. 325, Aprile 2015

I poeti della domenica #155: Piera Badoni, Qui conosco le case…

Piera Badoni (Christa Moering, olio su tela, 1955; collezione privata)

Piera Badoni: particolare (Christa Moering, olio su tela, 1955; collezione privata)

Qui conosco le case ad una ad una,
ogni luce del giorno e della notte,
ogni curva dei monti ed ogni macchia,
i colori del cielo,
le nuvole di tutte le stagioni.
So dove sorge il sole e da che parte
solitamente si vede la luna.
Qui riconosco il vento che si leva
nelle notti d’inverno,
la pioggia nuova della primavera,
gli acquazzoni d’estate,
ogni rumore della mia città
e più noto di tutti, nella notte,
il martello che batte solitario
e mi rincuora più delle campane.

.

da Felicità, che pure esisti [1948], ora in “Poesia”, n. 325, Aprile 2015

Ostri ritmi #9: Maja Vidmar

Prigodnica

Popoldan je postalo jasno,
da ji bo odrezal nogi.
V smehu in vznemirjeno,
z nožem – samo zanjo – topim.
Skozi krilo, nogavice najprej –
desno.
Ne več v smehu, a vznemirjeno –
levo.
Ona hroma, on četveronožec
mrtvih nog.
Pa kaj, saj se še zdaj
smehljava.

Poesia d’occasione

Di pomeriggio fu chiaro
che le taglierà le gambe.
Ridendo nervosamente,
con un coltello – solo per lei – smussato.
Attraverso la gonna, anzitutto i calzini –
destra.
Senza più sorridere, ma nervosamente –
sinistra.
Lei storpia, lui con quattro
gambe morte.
Ma dai, pur adesso sta ancora
sorridendo.

*** (altro…)

Gianni Montieri, 700

fonte immagine Lapresse

700

Settecento diviso sette
fa cento. Sette file da cento.
No, non va bene, ritento.
Settecento diviso cento
fa sette. Cento file da sette
sul lungomare, non ci stanno.
Divido settecento per dieci:
fa settanta, sono morti
dieci volte settanta, ordinati
sette volte cento, ammassati
cento volte sette paga pegno
di sale e aritmetica è il regno.

*

© Gianni Montieri

*

Nota: il 18 aprile del 2015 un barcone affonda nel Canale di Sicilia, i morti saranno più di 700. Scrissi questa poesia qualche giorno dopo e uscì su Nazione Indiana nel maggio 2015; a due anni di distanza da quella tragedia la ripubblico qui.

Francesco Filia, L’inizio rimasto

Francesco Filia, L’inizio rimasto, con incisioni di Pasquale Coppola e prefazione di Aldo Masullo; Il Laboratorio / le edizioni.

*

Insieme a Francesco Filia abbiamo deciso di rendere scaricabile gratuitamente in ebook (cliccando sull’immagine della copertina oppure qui: InizioRimasto) questo suo piccolo e prezioso libro d’artista, L’inizio rimasto, stampato in sole 50 copie, e impreziosito da 5 incisioni di Pasquale Coppola e dalla enorme (mi riferisco al contenuto) prefazione del professor Aldo Masullo, che più passano gli anni e più mi pare che ringiovanisca per lo spirito e la lucidità con cui elabora i concetti. L’unico modo per introdurre queste poesie di Filia è quello di dimenticare (scherzosamente) quello che scrive Masullo e di procedere per proprio conto. Sarà una nota breve che cercherà di spiegare perché questi dodici testi di Francesco Filia sono importanti, sono davvero una cosa da salvare. Intanto tracciano una linea ben chiara nel percorso poetico di Filia, di nuovo qui si sta su una frontiera; di nuovo il poeta napoletano guarda il punto dell’orizzonte lungo il quale scorre l’umano e da lì ribalta l’ovvio, stravolge il primo sguardo. Il colpevole può avere una premura? Essere innocenti è una colpa? Qualcosa alla quale non possiamo sottrarci. La sofferenza la prova chi è colpevole, ecco che viene esaminata l’incapacità di reazione, lo stare fermi che è proprio di chi attende, di chi si accontenta di definirsi vittima, di chi si sta lì come un orizzonte basso, su un molo dove non s’alza mai un vento.

All’angolo della strada la memoria
non mendica il passato

Prendiamo questi due versi della poesia d’apertura, è come se dentro ci passasse tutta la poetica di Filia, la somma di tutti i libri precedenti. La rara capacità di raccontare il contrasto, lo vediamo con chiarezza qui, la memoria è una costruzione che non c’entra niente con la nostalgia, tiene conto del passato se questo insegna, se giustifica la visione del futuro. La memoria lì all’angolo della strada ha almeno una doppia visuale, se si tratta di angolo le strade sono almeno due, l’architettura interiore deve prevederle entrambe.

Poesie queste di un tempo sospeso, di luoghi di certificata e respingente bellezza. La bellezza allontana, per Filia, per eccessivo rapimento, per la sua stessa intollerabilità. Poesie che sanno di rimpianto, che sono una dura presa di posizione verso una generazione (quella nata negli anni settanta) che non è stata capace di costruire, di inventare, nemmeno di morire. Poesie che sanno ancora una volta del tufo dei muri di Napoli e come sappiamo questo è il più grande contrasto della storia. Bellezza e debolezza, meraviglia e sconfitta, collina e vuoto sotterraneo, allegria sconfinata e disperazione continua. “Scorciatoia infinita per la vita /  è già vivere” attacca un’altra poesia e io a queste parole mi attacco e un poco mi salvo.

*

© Gianni Montieri

Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo

Lucetta Frisa, Nell’intimo del mondo. Antologia poetica 1970-2014. Prefazione di Vincenzo Guarracino. Postfazione di Antonio Devicienti, puntoacapo Editrice, 2016

Già dalla lettura delle prime pagine di Nell’intimo del mondo di Lucetta Frisa è stata una parola ad affacciarsi gentile alla mente, tenera eppure tenace: “inclinazione”. L’ho salutata come un’amica, il saldo legame con la quale non teme gli anni dormienti e la durata del distacco; grande, pertanto, è stata la gioia nel vedere ricompensata un’attesa, nel veder coronate le aspettative man mano che procedevo nell’itinerario tra i componimenti raccolti nella Antologia poetica 1970-2014 . Chi sfoglia le pagine di una antologia che abbraccia nove lustri, quasi mezzo secolo, ritrova e riconosce quel filo e ponte e tela e imbarcazione, che Lucetta Frisa non vuole e non può smentire; filo e ponte e tela e imbarcazione dei quali da sempre ricerca, e trova nel suo canzoniere che si va arricchendo negli anni,  la misura, complessa e ardita anche nella veste che appare più semplice e diretta.
L’inclinazione al bello e al vero diventa arte se è assecondata, se è coltivata, se è approfondita, anche quando la fedeltà ad essa costa fatica, sacrificio del sé volubile,  sofferenza, anche quando la percezione del dolore, con tutti i sensi e con le antenne più recondite del pensiero, si fa peso tremendo, lacerazione, strappo acuto. Anche per questo la poesia di Lucetta Frisa è arte, per questo suo assecondare l’inclinazione, per questo suo tenace moto in tre tempi, percepire, riflettere, creare, per quella – lei stessa sembra suggerircene il nome – esplorazione dell’intimo del mondo.
Già nella prima raccolta tra quelle riportate qui in ordine cronologico, con una scelta di testi significativi per ciascuna, emerge chiara la consapevolezza del rischio e dell’azzardo del compito intrapreso. Leggiamo così da I miti, le leggende (Rebellato, Padova 1970): «Ogni occasione, respiro, incontro, ora hanno scadenze/ come lo stretto viaggio in mezzo al vuoto/ del pendolo e il mio cuore è bianco aperto/ a ogni ritmo e ritorno» e ancora: «Solo chi sale conosce il precipizio solo/ chi ha tante braccia sa lo spazio e il ritmo./ Ad ogni cosa mi portano segreti canali/ quando le torri delle parole si rovesciano/ in pozzi.».
Ne La passione, poesia apparsa in La costruzione del freddo (Ripostes, Salerno 1990) è proprio la parola «inclinazioni» il nucleo del manifesto poetico che si configura come esortazione: «Della passione le inclinazioni/ segui quella che ti assomiglia -/ ma che sia generosa./ Il cuore delle cose è fiamma/ fiamma il tuo cuore se si spalanca/ allo spazio e accende le corrispondenze/ in eloquente calore.». Nella stessa raccolta, la poesia L’inadeguatezza evidenzia la temerarietà del viaggio che sceglie le inclinazioni come possenti, ora soavi, ora tumultuosi, nocchieri: «Dell’inadeguatezza le inclinazioni/ conducono lontano dal tuo corpo,/ l’alto desiderio innalza rupi/ e più sali, più la strada scende./ Con la freccia spuntata miri al leone/ coi piedi scalzi attraversi bufere/ leggi parole che scompaiono -/ sbagliano l’occhio o il libro?» (altro…)

Ernesto Murolo, Poesie

Ernesto Murolo, Poesie, Casa Editrice Bideri, 1942

*

Accade che mio padre un paio di settimane fa mi regali il libro che vedete in foto, proprio nell’edizione del 1942; per me questo dono è una vera gioia, postare qui qualche poesia è il mio modo di gioirne con voi. (gm)

*

E femmene

Quanno ‘e vvote essa traseva,
già da n’ora i’ ero venuto.
‘Na resata, nu saluto,
po’, ammentanno, me diceva:

«Ch’ ‘o marito èva saputo…
o ch’ ‘a messa mai feneva…
ch’ ‘o cavallo, che curreva
ncopp’ ‘a scesa era caduto…»

E sbatteva ncopp’ ‘o lietto,
cu ‘na mossa ‘e dispettosa
mantellina e cappelletto.

Po’ redeva… E cu’ ‘e manelle
se spuntava ‘a vita rosa
chiena ‘e nocche e nucchetelle…

*

Rosa d’ ‘o Munastero ‘e San Martino!
Loggia ca ‘ncielo fravecata sta!

Nuie ce affacciàimo, mentre, a mmatutino
‘e cchiese già sunavano;
e nuvole e calore se sperdevano
e se scetava Napule d’està!

E Ammore, Ammore!…
Tremmaie stu core tuio ‘ncopp’ ‘a stu core…
E quanno, ‘a ll’ onne chiare,
vediste ‘o sole ca spuntava a mmare,
tu… te vasaste Napule,
tu te vasaste a me!

*

Maggio. Quanno stu mese
fa ll’aria cchiù addurosa
passaie p’ ‘o vico, oi Rosa,
pe’ ffa pace cu’ tte…

E avette pe’ risposta
na resatella amara,
n’ucchiata ‘a na cummara
e… sta canzone a mme:

Chi canta vo’ ammore antico
perde ‘a voce e ‘a serenata:
quann’ammore vota strata,
nun se torna arreto cchiù!…

*

© Ernesto Murolo

I poeti della domenica #154: Alda Merini, Ogni mattina il mio stelo…

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avvrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

.

© da La Terra Santa [1984], ora in Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, Mondadori, 2010

I poeti della domenica #153: Daria Menicanti, Vento e vino

Vento e vino

Di nuovo il vento. In corsa via dal fondo
di via Tadino insaziabile snida
le foglie spente
e lettere e giornali
dando una vita di farfalla a cose
finite;
si insacca con un gemito
lungo le trasversali.
Rieccolo. Furtivo
come un amante rade alle pareti
di questa valle stretta
di pietre e vetrine
di lampade inquiete,
allarga fischiettando le persiane
che esclusero da poco
il buio vivo a manciata di stelle.

Poi quella forma tenera di vecchio
solo, ubriaco. Teso incontro al vento
con amicizia (ha trovato nei vini
l’esilio da se stesso)
cammina.
Ha un repertorio
di tre parole che ripete a breve
scadenza tra gli scoppi della voce.
Il giulivo paléo del suo discorso
gli rimbalza davanti di continuo
tra i muti applausi croscianti.
È un vecchio solo. Un felice.
.       Delle stanze
nel caldo buio dignitosi e tetri
noi, a gara coi respiri,
vigilando aspettiamo la luce.

novembre 1961

.

© da Città come [1964], ora in Daria Menicanti, Il concerto del grillo. L’opera poetica completa, Mimesis, 2013

Due ninne nanne inedite di Silvia Salvagnini

copyright Vivian Maier – 1954. New York. NY

Il papà mi porta a nanna

Ninna nanna della cicatrice
ninna nanna del sola a letto
ninna nanna del coriandolo
ninna di tutto il perso
dell’azzurro caduto cemento
ninna nanna del mondo
che incontri che incontro
dello sforzo che dentro

ninna nanna che ti guardo
ninna nanna che esci quando
e rimane riflesso allo specchio
il naso mentre ti aspetto

ninna nanna papà
che ti addormenti
per primo nel letto

ninna nanna che sembra
tra le tue braccia sollevato
il senso il buio il tormento

ninna che bella papà
la mano quando la dà
ninna che mi lasci sola
ma mi lasci libera
mi lasci lanciata
ninna libellula lineare
ninna come ti pare

ninna nanna papà
mi lasci atterrare
mi lasci nella terra
sperando sia viva
docile la guerra

ninna nanna papà
che ti addormenti
la sera prima di me
ninna a me ninna a te
ninna noi in insieme

se mi dimentichi a scuola
ninna nanna non fa niente
ninna nanna alle arance
alle mele alle barbie
alle sorprese alle scomparse
ai biscotti, all’autogrill
ai biglietti delle giostre

ninna
a tutto il senza regole
e a tutte le regole

*

Ninna nanna senza me

ninna nanna non lo sai
non lo sai se a me fai
meno male meno guai
non lo sai quali ferite
quali più forti farai

ma ti contenterai
ninna nanna ti gioirai
di riperdermi
pulviscolarmi
non navigare
non astronavicellarmi
non accompagnarmi?

ma ti allegrerai
di anche tu la mano
disinafferarmi
di immaginarmi
in lontananza
di rinunciarmi?

Ninna nanna del lascio andare
ninna del mi lascio abbandonare
ninna degli miei scappare. (altro…)