poesia

Luca Benassi, poesie da “La parola del nemico”

 

Luca Benassi pubblica in Macedonia l’antologia Зборот на непријателот – La parola del nemico (PNV Publishing, Skopje, Macedonia 2019), in edizione bilingue italiano-macedone, a cura di Julijana Velichkovska e nella traduzione di Dario Todorovski e Katarina Velichkovska, con una nota critica di Vladimir Martinovski, poeta e professore di letteratura comparata all’Università Cirillo e Metodio di Skopje. Il libro, oltre a far conoscere il poeta romano nei Balcani (sempre nel 2019 la casa editrice Alma ha pubblicato un’antologia delle sue poesia in serbo (Очи и звезда – Gli occhi e la stella, Belgrado, Serbia 2019), offre l’occasione di ripercorrere la sua produzione dal 2005 al 2012, con una sezione inedita di testi scritti fra il 2013 e il 2015. La selezione, curata dallo stesso poeta che ha riorganizzato i testi per nuclei tematici che solo in parte ripropongono la scansione temporale delle pubblicazioni, consente una panoramica complessiva sulla sua poesia.

 

1

Io sbaglio sempre
e forse dovrei tenere un segno
acceso nella carne come un faro
inciderlo sulla mano come una croce
una lettera indecifrabile
dell’alfabeto del dolore
che dica il qui e l’ora
dei miei sbagli:
tu lo sai, mi perdo
(o ci perdiamo entrambi
-ci perdiamo tutti)
smarrisco la via
della nostra quiete
che conduce al bacio
lieve del ritorno.

секогаш грешам
и можеби треба да држам знак
што ќе свети во месото како фар
да го врежам во дланката како крст
како недешифрирано писмо
на азбуката на болката
којшто ќе кажува, ова е времето
на моите грешки:
го знаеш ти тоа, се губам
(или се губиме двајцата
– се губиме сите)
ми се губи патот
на нашиот спокој
што води до нежниот бакнеж
на враќањето.

 

2

Bisogna aspettarli al varco i salmoni
al collo di bottiglia della foce
spauriti, mentre accalcano l’acqua
bisogna tendere la rete dove
la superficie si increspa di pinne
le branchie annaspano quel desiderio
che riproduce il transito di nuove
generazioni. Allora è il momento
di calare la rete, di tendere
alla gola il laccio, l’arpione aguzzo.
All’uscita della metro noi siamo
salmoni ignari verso la mattanza.

Лососите треба да се пречекаат на преминот
на грлото од устието, во тесно,
уплашени, додека во јато ја препливуваат водата
треба да се фрли мрежата
таму каде што површината се препелка со перки,
а жабрите трепетат од внатрешниот порив
да создадат премин за новите
генерации. Сега е моментот
да се фрли мрежата, да се затегне
гајтанот кај грлото, да се забоде остриот харпун.
На излезот од метрото лососи сме
несвесно во колеж што одат.

(altro…)

Enrico Barbieri, tre poesie inedite

 

La poesia di Enrico Barbieri viene da lontano, da una ferita che non riesce a sanarsi, non può, forse non deve. Deserto e sole sono qui nel testo a parlarci di solitudini che brillano, magnifiche e spaventevoli. La ferita la vediamo nel taglio che il verso istituisce, nell’a-capo che impone alla lingua perché debba cadere e dettarsi di lì in un ritmo alimentato da scosse, terribile e tremante. Lo sentiamo questo ritmo pieno di tagli, ci attrae.
Ed eccoci, fraternamente «uguali e uguali» a nuvole e ferro e ruggine. Insieme vaghiamo o stiamo fermi – è la stessa cosa – sotto i colpi di questa terribilità e del nostro tremore.
È un termine sacro alla poesia, “tremore”; è in noi eppure indirizza ad altro, al «brusio antico / dell’Eterno». La poesia sa custodire questo paradosso: vuole dar voce a ciò che è in noi e a ciò che è fuori di noi, l’alto e il basso, materia e non materia. Ricordiamo un verso di Mario Luzi, in Aprile-amore: «quello che è in noi oppure non esiste»: è questo il terribile, sentire il fuori, «l’altro eterno deserto», e lì specchiarsi e perdersi. Barbieri sa farlo, con l’onestà e l’umiltà di dirlo. Altrimenti sarebbe viltà. Allora dovrà essere un culmine, nudo e gelido trionfo; sarà «pietra benedetta nel buio», nient’altro. Finalmente. (Cristiano Poletti)

 

La prima centuria
armata dietro
il cancello e i rampicanti
gridavano al vento
ritirandosi, fuori
le nuvole marciavano
uguali e uguali
al ferro e alla ruggine
dei navigli, soli
coperti di macchie
attendono adesso
il Nostro Pensiero.
Fuori da noi esiste
l’altro eterno deserto.

 

Che qualcuno là fuori
oltre la fascia di asteroidi
prima del confine magnetico del sole
si accorga del brusio antico
dell’Eterno altro da sé stesso che
brucia tutto dell’esistere e poi
sarà pietra benedetta nel buio.

 

Niente, se non i cani ora
in una corsa solenne
e il vento tra le lame del
rostro da guerra tra le scapole,
sventrando i cavalli di
chi voleva accecarci e
dei vili di là del deserto.

 

Nataša Sardžoska, Attesa

 

Nataša Sardžoska
Attesa

alla stazione Bellaterra al bar Bonaparte
ti aspetterò ogni giorno dalle 17 alle 19
dopo il nuoto
con un calice di vino
scavato dal vulcano della tua terra
e un dolce secco che nessuno ha comprato
senza tacchi senza trucco
senza ironia senza rimproveri
con i capelli ancora bagnati
sfidando il vento
sfidando il raffreddore
sfidando te

[da me ti porteranno le linee S2 e S6 che partono
dalla piazza Catalonia
collegata all’aeroporto El Prat
collegato a Fiumicino
con vari voli al giorno:
Roma e Barcellona sono davvero lontane]

in questa città ostile
non ho voglia degli ambienti letterari né di quei tangheri
né di connessioni wifi [tanto so che non ci sei]
sono una pianta e solo voglio respirare
sono un pesce in via d’estinzione
e solo voglio nuotare nell’acqua
sprofondare fino a non poter più
sopportare la pressione dell’aria:
l’aria che non respiri più tu

in questa città con i suoi turisti noiosi
che calcolano i posti ancora non visitati
le donne disperate i baci mai ricevuti
il mondo intero che non sa amare
se non solo per se stesso
solo quello che non gli appartiene
e non lo merita nemmeno
così come io non merito te
ma ti aspetto lo stesso
con la pena della cameriera

[ha capito: speravo di bere il vino con te]
che mi offre una Estrella
anche se non è più la tua
Stella
che cade nel mio lavandino
pieno di sangue e mascara e saliva: (altro…)

Mario Melis, Rendiconto di viaggi incompiuti

Mario Melis, Rendiconto di viaggi incompiuti, Edizioni Cofine 2019

L’immagine di copertina, una riproduzione di La firma in bianco di Magritte, introduce in misura efficace ai “viaggi incompiuti”, il cui compte-rendu in molteplici versioni costella questa nuova raccolta di Mario Melis. Delle sue Notizie dall’isola serbo un ricordo chiaro e caro.
Il quadro di Magritte anticipa ed evoca, a mio parere, un aspetto centrale del volumetto di poesie, un aspetto che viene coniugato dall’autore in una successione di testi che egli stesso, nella nota intitolata A mo’ di scusa, definisce “difficili”, un aspetto al quale possiamo conferire i nomi – pur sapendo del rischio di mendacità e di effimero sfioramento che già la sola pronuncia dei nomi può provocare, come Melis ci avverte in Come se pronunciare il nome fosse conoscere – di parvenza, simulacro, ombra, apparizione, fantasma.
Fin dalla prima lettura di questo libro, che esige ritorni e riflessioni anche – ma non solo! – per la fittissima rete di richiami, alcuni esplicitati, altri lasciati ‘in cifra’, il mio pensiero è andato alla seconda parte del Faust di Goethe, in particolare, al terzo atto di Faust II, all’incontro di Faust con Elena. Simulacro potentissimo, e pur sempre simulacro. Ecco, i “viaggi incompiuti” di Mario Melis sembrano provenire proprio da un lutto perpetuato, da una perdita che ha causato una cesura insormontabile, come da un Faust mai più ripresosi dalla sparizione e dalla definitiva assenza di Elena. Sappiamo che nell’opera di Goethe non è così, Faust trasforma il lutto in attività benefica per la comunità che avrà la ventura di conoscere; in Rendiconti di viaggi incompiuti, invece, il trauma diventa l’occasione, la scintilla, il terreno fertile per l’infinito poema del rimuginare, del ritornare, del ripescare, del rimestare, del riflettere.
Non a caso ho scritto “terreno fertile”, perché la trama complessa che ne risulta è ricca di spunti e ha il fascino del pungolo a ricercare. In questo pungolo perenne alla ricerca sta un altro punto di contatto tra il Faust di Goethe e Rendiconti di viaggi incompiuti di Melis. E così, proseguendo nella lettura, ritroviamo, in Il femminicidio e Il lamento di Elena, nella ripresa della leggendaria palinodia di Stesicoro – una sorta di ammenda dopo un precedente poema che accusava la donna di adulterio, poema per il quale era stato punito con la cecità – la vera Elena che vive in Egitto durante la guerra, mentre è il suo fantasma quello che gli altri vedono a Troia.
Terzo e rilevante punto di contatto è senz’altro la centralità rappresentata dalla guerra di Troia, topos formidabile e tremendamente attuale. All’inizio del testo Il lamento del guerriero, la prima parte del Dittico di un altrove, l’asserzione è inequivocabile: «La guerra di Troia non finisce mai./ Tardi il guerriero ha compreso in sé stesso il proprio nemico/ e spera di ricevere uguale comprensione.» ¿Porque piensas a la guerra de Troya?, Perché pensi ancora alla guerra di Troia?, testo già presente in Notizie dall’isola e ribadito qui in due lingue, spagnolo prima e italiano poi, sottolinea, più avanti, la valenza plurale dell’evento narrato dall’epos antico, la sua natura di catalizzatore di solitudini e di cecità permanenti, così come di confronti con la Storia.
La guerra di Troia, insieme ad alcuni personaggi (oltre a Elena già menzionata, ricorrono di frequente Ulisse e Penelope; anche Ettore e Andromaca fanno la loro apparizione), riporta a Omero, poeta, voce che non può,  che non deve essere ignorata, perenne pietra di paragone.
Insieme a Omero, altre voci poetiche sono nominate, voci maestre e anime affini, primo tra il “colonnello”, vale a dire il poeta Ferdinando Falco; poi il poeta catalano Salvador Espriu, il poeta neogreco Jorgos Seferis; poi, ancora, Thomas Stearns Eliot. (altro…)

Francesca Del Moro, Due poesie per Isabella Viola (e per un film di Daniele Vicari)

Acquerello di Francesco Barnabei

 

Due poesie per Isabella Viola

 

Canzone per Isabella

Passa puntuale
la metro di Roma
ma la giovane donna
non sale.

Si accosta una signora
le chiede che cos’ha
e poi se ne va
senza avere risposta.

Spalle al muro, seduta,
con in grembo la borsa
la giovane donna
neppure si volta.

Stamani la serranda
del bar si alzerà tardi,
non ci saranno dolci
fragranti sul bancone.

“L’ho chiarito al colloquio”
le ha detto il padrone
“Sette giorni su sette,
non uno di riposo.
Mi spiace se stai male,
prendi una decisione.”

E intanto passa ancora
la metro di Roma
sotto lo sguardo assente
della giovane donna.

Non tornerà stasera
a casa a Torvaianica,
non mangerà da sola
la pasta riscaldata
non metterà a dormire
i suoi quattro bambini
non fumerà in balcone
insieme a suo marito.

Non sentirà la sveglia
alle quattro del mattino
non guarderà più l’alba
da dietro il finestrino.

Il suo cuore ha deciso
e, seduta, occhi chiusi,
nascosta tra la folla
che marcia al suo lavoro*
la giovane donna
finalmente riposa
mentre passa e ripassa
la metro di Roma.

* verso tratto da La ragazza Carla, di Elio Pagliarani

 

 

Isabella ha il viso fragile
di mattina
e un cappotto rosso.
Prima dell’alba cammina
con gli altri pendolari
sul ciglio della strada.
L’autobus si è rotto
ne aspetteranno un altro
faranno tardi al lavoro
sono già stanchi.
Spalla contro spalla,
ciascuno è solo
cammina a testa bassa,
si chiude nelle braccia
per proteggersi dal freddo.
Se solo alzassero gli occhi
per un momento
e si riconoscessero
le loro mute bestemmie
diventerebbero rivolta.

Potrebbero
cambiare il mondo
col loro odio.

Queste poesie nascono da due scene di un film, Sole cuore amore per la regia di Daniele Vicari, uscito nel 2016 e recentemente riproposto in televisione. Il film è a sua volta ispirato a una vicenda salita brevemente agli onori della cronaca nel 2012: la morte di Isabella Viola, stroncata da un infarto a 34 anni proprio la mattina del 18 novembre, sulla banchina della metro A di Roma. (altro…)

I poeti della domenica #410: Nicanor Parra, Preguntas a la hora del té/Domande all’ora del tè

 

PREGUNTAS A LA HORA DEL TÉ

Este señor desvaído parece
Una figura de un museo de cera;
Mira a través de los visillos rotos:
Qué vale más, ¿el oro o la belleza?,
¿Vale más el arroyo que se mueve
O la chépica fija a la ribera?
A lo lejos se oye una campana
Que abre una herida más, o que la cierra:
¿Es más real el agua de la fuente
O la muchacha que se mira en ella?
No se sabe, la gente se lo pasa
Construyendo castillos en la arena:
¿Es superior el vaso transparente
A la mano del hombre que lo crea?
Se respira una atmósfera cansada
De ceniza, de humo, de tristeza:
Lo que se vio una vez ya no se vuelve
A ver igual, dicem las hojas secas.
Hora del té, tostadas, margarina,
Todo envuelto en una especie de niebla.

 

DOMANDE ALL’ORA DEL TÈ

Questo indistinto signore assomiglia
A una figura da museo di cere;
Guarda attraverso le tendine logore:
Che vale di più, l’oro o la bellezza?
Vale di più il ruscello che si muove
O la pianta ben salda sulla sponda?
In lontananza si ode una campana
Che apre un’altra ferita, o che la chiude:
È più reale l’acqua della fonte
O la ragazza che si specchia in essa?
Non si sa, ormai la gente non fa altro
Che costruire castelli di sabbia:
Conta di pù il bicchiere trasperente
O la mano dell’uomo che lo crea?
Si respira una fragile atmosfera
Di cenere, di fumo, di tristezza:
Ciò che è stato una volta non sarà
Più così, dicono le foglie secche.
Ora del tè, pane tostato, burro,
E tutto avvolto come in una nebbia.

 

da © Nicanor Parra, L’ultimo spegne la luce, Bompiani Capoversi 2019

I poeti della domenica #409: Nicanor Parra, Advertencia/Avvertenza

 

ADVERTENCIA

Yo no permito que nadie me diga
Que no comprende los antipoemas
Todos deben reír a carcajadas.

Para eso me rompo la cabeza
Para llegar al alma del lector.

Déjense de preguntas.
En el lecho de muerte
Cada uno se rasca con sus uñas.

Además una cosa:
Yo no tengo ningún inconveniente
En meterme en camisa de once varas.

 

AVVERTENZA

Io non permetto a nessuno di dirmi
Che non capisce le mie antipoesie
Tutti devono ridere a strafottere.

Per questo io mi spremo le meningi
Per arrivare all’anima del pubblico.

Basta fare domande.
Fin sul letto di morte
Ognuno con le unghie sue si gratta.

E infine un’altra cosa:
Io veramente non ho alcun problema
A stare a un gioco più grande di me.

 

da © Nicanor Parra, L’ultimo spegne la luce, Bompiani Capoversi 2019

Rinasce un’impresa. Su “Poesia e destino” di Milo De Angelis

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Rinasce un’impresa. Impavida per essenza e improrogabile per amore.

di Cinzia Thomareizis

 

Poesia e destino è percorso da un unico fremito, da un solo obiettivo, dall’imperativo categorico di buttarsi nell’impresa, di ubbidire all’impresa, di realizzare l’impresa. Ogni sezione, ogni capitolo, voce, racconto fluisce lì: se non fosse Poesia e destino il suo titolo sarebbe L’impresa.
Non per caso è coevo di Millimetri (1983), che fonda consapevolmente, rivendica poeticamente proprio l’impresa: con grido calmissimo e ardore pietrificato, con un’urgenza tanto assoluta e indiscutibile da gettarsi direttamente nel centro di quella circonferenza cui ogni poeta mira. E forse (ripeto, forse…) questo richiamo o desiderio o mito dell’impresa, porta con sé anche un’eco di Franco Fortini, non nei contenuti che furono osteggiati, ma nel tono che non ammette repliche, nella postura da combattente – che innegabilmente si respira e che somiglia all’accento temibile che scorre talvolta in Fortini, frequentato con continuità da Milo De Angelis per anni.

Ma colui che scrive è un giovane uomo, che investe il testo dell’inflessibilità adamantina dei suoi anni. Un poeta con l’udito teso e una mappa da tracciare per riconoscere l’impresa. Non si può definire però un libro di fondazione. Più volte l’autore ha chiarito che la sua è una poetica dello svelamento, che ha radici, tra gli altri, in Cesare Pavese e come lui non sceglie la via della fondazione (…) ma di svelare – attraverso un cammino obbligato e rituale, magico e propiziatorio – qualcosa che già esisteva e che ci aspetta da sempre. Poesia e destino indica questo cammino obbligato e, con la forza assertiva della giovinezza, colloca i suoi punti cardinali senza inseguire un processo di invenzione, senza la volontà di fondare un nuovo linguaggio – come in seguito è stato chiarito e ripetuto anche dallo stesso De Angelis: mostra piuttosto quanto già è in essere e attende il poeta, il quale con orecchio affilato lo accoglie e lo riconosce come origine e bersaglio dell’impresa. Il libro svela questo. (altro…)

Renato Fiorito, Andante con pioggia

Quale può essere la cadenza di un canzoniere, Andante con pioggia, che attraversa più epoche di composizione nel percorso poetico di un amato amante della poesia come Renato Fiorito?
Non può essere, quella cadenza, che mutevole, e non per volubilità dell’autore, quanto piuttosto per un armonico voler assecondare le diverse fasi, le variate condizioni, i paesaggi in movimento così come i paesaggi dell’animo differenti.
Le variazioni della cadenza – nel suo duplice movimento del risuonare e del trafiggere, così come si manifesta compiutamente in Cadono le parole – si accordano, inoltre, al variare di interlocutori e destinatari in questo canzoniere che, per essere precisi, è ‘canzoniere all’amore’ ancor più che ‘canzoniere d’amore’.
Se infatti sono in gran numero i componimenti rivolti a un’amata, non mancano, tuttavia, canti d’amore a paesaggi (Squarcio, Azzurrità, Le nuvole), a scorci urbani (Inverno leccese, Caruggi, Lungotevere, Vicoli), a epifanie che si addensano attorno a visioni (Una donna-cigno) oppure a incontri fortuiti (Treni).
Cadenza varia, dunque, alternarsi di accelerazioni e rallentamenti, cambio di tempi, dal moderatamente lento dell’andante del componimento – Andante con pioggia, appunto – che dà il titolo alla raccolta, al moderatamente veloce di un ‘allegretto’, alla rapidità di un Vivace con brio, come recita il titolo di una delle sezioni che compongono la raccolta.
Così come cambiano i tempi, cambiano anche le tipologie dei singoli brani, nei quali l’aspirazione a fondere musica e poesia – «De la musique avant toute chose»! – si incontra con un lavoro rigoroso sulla nitidezza del dettato, che si distende tra la profusione delle immagini e il coraggio della sottrazione. Così, tra sezioni e composizioni singole, troviamo Notturni, Rapsodie, pastorali, ballate, romanze, Chiaro di luna.
È qui, nel variare le tipologie così come nella ricerca attenta e appassionata della perfetta esecuzione, che l’amato amante della poesia dispiega la sua fidata e fedele consuetudine all’ascolto delle voci altre.
Se dunque, e non soltanto per le origini partenopee dell’autore, più di una volta risuonano echi della poesia di Salvatore Di Giacomo, non di rado ci imbattiamo in suggestioni provenienti da altre lingue, da altre culture: Paul Verlaine poc’anzi menzionato, Wilhelm Müller di Fiori secchi da La bella mugnaia e Heinrich Heine di Quieta è la notte dal Libro dei canti (entrambi i componimenti furono musicati da Franz Schubert). Inatteso e tanto più sorprendente è, rivelato già dal titolo di un componimento, vale a dire Azzurrità, il risuonare di passaggi e paesaggi della poesia di Georg Trakl. Di un testo di Trakl, in particolare, il suono affine giunge con particolare intensità. Quel testo è Canto della sera e i due versi conclusivi, che riporto nella mia traduzione, sembrano essere stati interiorizzati e messi a frutto da Renato Fiorito: «Eppure quando scura melodia l’anima affligge,/ Bianca tu appari nel paesaggio autunnale dell’amico.»
Appaiono degne di nota, accanto alle scelte su cadenza, timbro, velocità e coloritura della parola, quelle su linee prospettiche, inclinazioni dei raggi, moti complementari nel velare e nel disvelare la luce.
Si tratta di scelte oltremodo efficaci nel rendere sia i rari trionfi, sia le frequenti sconfitte d’amore, nella tensione e nella tenzone dell’incontro e dello scontro, nel travaglio dell’abbandono come distacco, separazione, e nell’appagamento donato da un altro tipo di abbandono, quello fiducioso a un’entità che si riconosce come oltreumana, oppure al cosmo, dove  immergersi, smarrirsi felicemente, è motivo di gioia (e se non di gioia, almeno di acquietamento del dolore, come in Più nulla ci serve), o, ancora, alla meta, al bersaglio, all’approdo del sentimento amoroso.
La poesia passa, e non può fare altrimenti, per la cognizione del dolore: di questa universale constatazione l’opera tutta di Renato Fiorito ha fatto tesoro di espressione. Sotto questo aspetto Andante con pioggia è nel segno della continuità, non della rottura.
Nonostante la consuetudine con lo scomodo, aspro, cocente compagno inseparabile, il dolore, la poesia non si insabbia, non si disperde. Così, dal parco a Piedigrotta, dove riposano Virgilio e Leopardi, la poesia riparte, consapevole del mutare delle sue vesti, delle sue visioni e delle sue cadenze, con uno slancio considerevole. Essa si nutre e si fa grande, non uguale nel tempo eppure fedele alla sua forza di testimonianza: «Per questo la poesia, se si fa grande/  non resta uguale nel corso dei decenni/  ma si riempie del dolore altrui,/  di quelli che leggendola hanno pianto./ Allora è la poesia che si rigonfia/ come un fiume che cresce con la pioggia,/ diventa forte e tumultuosa e bella/ si fa parola in bocca della gente» (Piedigrotta).

© Anna Maria Curci

 

Lungotevere

Tra il fiume e la gente
passa senza rumore
la vita sotto i platani.
Risuonano segrete le parole
che un tempo mi dicevi.
Ci ritroveremo una sera
a raccontarci con gli occhi
il dolore di questa vita
passata senza cercarci.
Un fanale si accende contro la notte
e questo ci basta o ci uccide.

 

Andante con pioggia

Cade in baci
la piccola pioggia di marzo,
ha bocche di gelo
che inzuppano il cuore.
Alza le mani la sera
e le passa tra i capelli.
Tira fuori i remi la luna
per attraversare il cielo.
Accartoccio il mio amore
e ne faccio una bolla
per conservarne la luce.
I miei piedi
incontrano i tuoi
e se ne vanno via
senza voltarsi. (altro…)

Giovanna Cristina Vivinetto, Tre poesie inedite da “Dove non siamo stati”

Tre poesie tratte dalle tre sezioni del nuovo libro in uscita la prossima primavera per l’editore BUR Rizzoli, Dove non siamo stati (BUR, 2020) di Giovanna Cristina Vivinetto.

 

In fondo cosa siamo se non creature
elementari, sostrati animali
sedimentati nelle ossa come pigmenti
minerali nelle rocce. Conosciamo il dolore,
lo sappiamo a menadito sin da bambini.
Le mani che proteggono il capo
è un giro di gesti appresi chissà quando,
chissà dove. Eppure quando il rischio
si avvicina, eccoci pronti a gonfiarci
e balzare al collo per difendere la specie.

Questo tratteniamo nel sangue:
un codice indecifrabile, conchiuso
in se stesso, estraneo alla significazione.
Nella speranza che chi verrà dopo di noi,
divinità inferiore col camice bianco,
saprà sbrogliarlo, dissezionarlo,
condurlo alla ragione. Dirci con la calma
logica della scienza perché si soffre,
perché si ama. La sostanza profonda
che ci tiene obbligati al suolo
in posizione ben eretta. Verticale.

(altro…)

Venezia Novecento: per un resoconto critico

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani

Per un resoconto critico

Occasioni come quelle del Convegno Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani (Università Ca’ Foscari Venezia, 17-18 ottobre 2019) si rivelano propizie per ricostruire due profili di autrici, analizzate secondo diversi approcci scientifici. La giornata di studi, infatti, ha contribuito a porre in luce molteplici e sottesi punti di contatto tra le letterate in questione, sia dal punto di vista biografico che da quello della poetica: entrambe espressioni di un’immagine femminile indipendente, votata all’utilizzo della scrittura come mezzo per delineare un ritratto di donna – e, più in generale, della società secondo un’ottica estranea a ogni luogo comune o conformismo –, vivranno un rapporto profondo con Venezia, città d’arte e di incontro con letterati e intellettuali, e spunto per diverse pagine di scrittura anche privata.
Nel caso specifico di Paola Masino (1908-1989), voce letteraria soggetta a una notorietà non sempre lineare nel tempo, gli interventi ne hanno esplorato la produzione e il rapporto con il capoluogo lagunare, spesso complesso e colmo di tensione: nonostante una relazione non idilliaca con l’ambiente – sede di un esilio dorato per lei e il compagno Massimo Bontempelli – e gli abitanti, gli anni veneziani (1938-1950) si rivelarono prolifici da un punto di vista letterario. Risale a quel periodo, infatti, la stesura del più noto romanzo masiniano – Nascita e morte della massaia – edito da Bompiani nel 1945, ora riproposto in una nuova edizione da Feltrinelli. Senza contare i vari scritti della pubblicistica, contraddistinta da un nutrito numero di contributi indirizzati ai periodici locali secondo alcune ricerche condotte da Arianna Ceschin, la quale ha ricostruito il disarmonico legame vissuto dall’autrice con uno scenario sentito come estraneo, criticabile e poco accogliente. Significativi, a tal proposito, sono parsi alcuni passi delle missive indirizzate alla madre Luisa, colmi di singolari aneddoti dedicati specialmente alle veneziane, velatamente accusate da Paola Masino di scarsa consapevolezza e indipendenza emotiva.
Un viaggio, quello nell’universo masiniano, proseguito poi nell’esperienza al Festival del Cinema di Venezia, con pezzi di critica cinematografica che svelano il piglio ironico e l’abilità scrittoria dell’autrice – come emerge dagli esempi riproposti da Cecilia Bello – nonostante la letterata stessa lamentasse sia ai propri cari, che a se stessa in varie occasioni, la seria preoccupazione di non riuscire a mantenere viva la vena creativa e il timore di non essere in grado di ricoprire perfettamente il ruolo di padrona di casa tra le mura dello splendido palazzo Contarini, di cui Marinella Mascia Galateria ha fornito una suggestiva testimonianza fotografica degli interni.
Preoccupazioni del tutto infondate, a giudicare dalla qualità delle opere e degli scritti di quegli anni, densi di abilità stilistica ed esempi di una qualità di scrittura tuttora attuale e dallo stile divenuto il tratto distintivo di una voce letteraria non sempre valorizzata dalla critica e dal canone. Fortunatamente, le pagine di Paola Masino hanno saputo scrollarsi di dosso la polvere del tempo e dell’oblìo di alcuni periodi, giungendo intatte sino ai giorni nostri e conservando vivo lo spirito di un’autrice in grado di esprimere se stessa e la propria poetica, nonostante tutto. (altro…)

Nota di lettura: Anna Maria Curci, Nei giorni per versi

Per le ciliegie c’è un proverbio apposito – che una tira l’altra. È molto più facile finire un pacco di cioccolatini che non una tavoletta di cioccolato intera. A un aperitivo è semplice spazzolare una ciotola di tarallini anche se si ha sì e no la fame per un morso a un tramezzino. Si possono leggere quattro, cinque racconti, la sera prima di dormire, quando con un romanzo non si sarebbero superate le tre pagine.
La forma delle poesie di Anna Maria Curci inviterebbe appunto a piluccarle una dopo l’altra, ma ci si rende immediatamente conto davanti alla prima che ognuna di loro è talmente densa di significato, così densa, che bisogna procedere con calma. Non hanno bisogno di una chiave, ma di capacità tutta oculare di strecciarle e di distenderne le pieghe.
La perizia chiama il verso ben cesellato, il rimbombo delle assonanze, e capire diventa un’arte orientale assai vicina alla meditazione. Ma cosa comunicano, una volta dispiegate, queste poesie?
Anna Maria Curci vive nella vita e da essa, come i guerrieri più pronti alla combattimento, si lascia scoraggiare, così che lo scoraggiamento sia inizio della battaglia. Si lascia ferire dalle brutture nella volontà di propagare la bellezza, che divulga anche, per chi conosce la sua attività di traduttrice, prediligendo testi ancorati a una ferma volontà civile.
E di volontà civile sono colorati anche i più intimi componimenti, fino alla raffinata pasquinata, se mi si passa la rima, dei sentimenti scambiati per altro, dell’approssimazione etica ed emotiva, del non immaginare di essere “pesci rossi” in una boccia e non orgoglioso centro dell’universo tra le glaciazioni. Sono sferzate di umiltà, di presa di coscienza del proprio sentire. A volte e volutamente l’endecasillabo inciampa, a un anfibraco si fa spuntare un dattilo. Ed è come una protesta, contro il fraintendimento del mondo, un’accusa verso la poca cura, la scarsa attenzione, il vero delitto secondo queste poesie che narrano e chiedono un sentimento di fratellanza, un occhio aperto verso il bene e il bello del mondo.

© Giovanna Amato

 

XVIII

Se le frontiere diventano ponti,
scorre limpida l’acqua a dissetare,
la fionda e cerbottana sono un gioco,
David smette di imitare Golia.

 

LI

Devozionale è la tua traduzione
che vai limando con le guance accese.
Lo so: cerchi rifugio dall’orrore,
ma l’imboscata, quella, sa aspettare.

 

CXLIV

Sfonda la mano la cortina torva
si aggrappa a quel prodigio inconsistente
la forma fragilissima e tenace
di arrendersi ed esistere. Disfatta.

 

CLXX

Resistere ogni giorno, vita attiva
soccorre la memoria bersagliata.
In questa città aperta, piaga e porta,
si leva il canto di liberazione.