poesia

Gabriele Galloni, Slittamenti

Gabriele Galloni, Slittamenti, Augh edizioni, 2017

*

Ritorna il padre
a casa, morto. Il muro
è così bianco che
illumina da sé.

*

Sappiamo per esempio
senza dirlo che adesso Villa Sciarra
è di nuovo uno scatto
sovraesposto, un abbassare lo sguardo
per troppa luce, il conto
di questa estate e di quelle trascorse.

*

Scendendo da via Longomerio
possiamo vedere lo scheletro
in certe giornate di sole
dei vecchi edifici al di sotto
di stucchi vernici facciate –
non è qualcosa per cui essere
allarmati; i Misteri è inutile
citarli a caso. Il passo
ritorna indietro, incredulo.

*
In principio è una sala ristorante
affacciata sul mare. Undici tavoli
vuoti, un formicolare di ombre appena

visibile vicino la toilette.
Ci siamo entrambi, fuori fuoco, e tante
altre cose a riempire questi spazi:

ne traccio spesso un inventario inutile.

(altro…)

Oskar Pastior a 90 anni dalla nascita

90 anni fa, il 20 ottobre 1927, nasceva a Sibiu Oskar Pastior. In occasione di questa ricorrenza propongo una mia traduzione inedita di una poesia tratta dalla raccolta Gedichte, del 1965, apparsa a Bucarest per Jugendverlag nel 1966. Altre traduzioni di testi di Oskar Pastior apparse su Poetarum Silva si possono leggere qui, qui  e qui. Sempre nella mia traduzione, alcuni testi di Oskar Pastior sono stati pubblicati sul n. 7 (2017) di “Punto. Almanacco di poesia“. (Anna Maria Curci)

 

SU BROCCHE DI TERRACOTTA CIRCOLANO LEGGENDE,
narrano che fossero le figlie di alberi,
alberi vetusti, che oggi da lungo tempo
sono campi o pozzi o villaggi.
A quel tempo le brocche crescevano ancora
come zucche sospese tra il fogliame,
un po’ più vicine alla pioggia, un po’ più lontane dalla forza di gravità.
Più simili alle nuvole, eppure più resistenti.
Così c’era qualcosa di fresco nel loro fondo
che non si seccava mai; il polline
era di natura astrale, e quando maturavano
si colmavano di ronzio di miele.
D’inverno, quando le fronde erano volate via,
le brocche erano ancora ardenti come soli.
Quelli che le coglievano, erano pastori e pescatori e contadini.
Davano loro nomi come nostalgia o patria
o bellezza o vita o morte,
assegnavano loro il posto nella casa
e da allora in avanti le consideravano
come proprie figlie.

Oskar Pastior
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

VON TONKRÜGEN GEHEN SAGEN UM,
sie seien die Kinder von Bäumen,
uralten Bäumen, die heute längst
Felder sind oder Brunnen oder Dörfer.
Damals wuchsen die Krüge noch
wie Kürbisse hängend im Blattwerk,
etwas näher dem Regen, etwas ferner der Schwerkraft.
ähnlich den Wolken, doch beständiger.
So war etwas Kühles an ihrem Grund,
der nie austrocknete; der Blütenstaub
war sternischer Natur, und zur Zeit der Reife
füllten sie sich mit Honiggesumm.
Im Winter, wenn das Laub fortgeflogen war,
glühten die Krüge noch immer wie Sonnen.
Die sie pflückten, waren Hirten und Fischer und Bauern.
Sie gaben ihnen Namen wie Sehnsucht oder Heimat
oder Schönheit oder Leben oder Tod,
wiesen ihnen den Platz zu im Hause
und betrachteten sie fortan
als ihre Kinder.

Oskar Pastior
(da Gedichte, ora in »… sage du habest es rauschen gehört«, Werkausgabe Band 1, Carl Hanser Verlag 2006, 125)

 

Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, perché appartenente alla comunità di lingua tedesca, fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949. Al ritorno nella città natale, nel 1955 intraprese il corso di studi in lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania. Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino. Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito: nel 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius, nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985), Anagrammgedichte (1985), Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi.

Marino Monti, La vôs de’ vent

Stralcio dalla Prefazione di Maria Lenti a Marino Monti,  La vôs de’ vent,  La Mandragora, Imola, 2017, pp. 120, €  13.00

Marino Monti appartiene ai poeti animati dalla resistenza nel loro essere poeti di un mondo riconoscibile perché vissuto in prima persona, più che di un’uscita verso territori di un altrove poetico. Le sue raccolte (E’ bat l’ora de’ temp, A l’ómbra di de’, L’ ânma dla tëra, Int e’ rispir dla sera, Stasón, Int e’ zét dal mi calér) già dai titoli segnano l’assiduità di temi legati al tempo come tessuto su cui si distende il fiato della vita, o, viceversa, segnalano la consistenza di uno stare dentro le radici spazio-temporali della nascita e della crescita. Lì insiste la vitalità che fa durare e rende vivo il passato dando il “più” di sapore (E’ savôr dla vita) al presente pure in fuga.

A m’afond int e’ salut
a la mi tëra
indò che i vèc
m’ha insigné
 a caminé tra i cùdal
ad arvultéi int e’ soich
dal stasón.
Arturnarò a la mi ca
Sóich dopo a sóich.
Int che zét
Dl’ ónda di chémp
Par sintì e’ savôr dla vita.

(Il sapore  della vita – Affondo nel saluto / alla mia terra, / dove i vecchi / mi hanno insegnato / a camminare tra le zolle / a rivoltare nel solco / delle stagioni. / Ritornerò alla mia casa / solco dopo solco. / In quel silenzio / dell’onda dei campi / per sentire il sapore della vita.) (altro…)

Rileggere Luigia Rizzo Pagnin

La poesia zé l’oro del pensar
Se no tuto sarìa ragionamenti
… roba che pesa

[La poesia è l’oro del pensare/ altrimenti tutto sarebbe ragionamenti/… roba pesante]

 

 

Quando un anno fa si è spenta la fiammella che teneva accesa la lampada di Luigia Rizzo Pagnin, quella piccola lampada simbolica che lei considerava un dono della poesia stessa dopo avere scoperto i versi di Emily Dickinson, io ho perso sia l’amica sia la donna che più di altre mi ha insegnato cosa significhi vivere la poesia. Il rapporto che Luigia da sempre ha instaurato con la scrittura è qualcosa che ancora oggi, a distanza di anni da quel nostro primo incontro, riconosco di avere incontrato molto di rado, a partire anche dal vivere la sua poesia come forma privilegiata per conoscere il mondo. Il suo essere defilata, o, come si usa dire ora, periferica, fin nella scelta degli editori, l’ha resa quasi invisibile alla critica; e se tolgo le prefazioni firmate da Marino Berengo (prefazione alla seconda edizione de Il borghese agli agguati, 1985), da Bianca Tarozzi (prefazione a Lampada, 1990) e da Silvana Tamiozzo Goldmann (prefazione a L’oro del pensar, 2011), credo che sia stato mio il primo tentativo di fare il punto sulla prima fase della produzione in versi di Gigetta (così si è sempre fatta chiamare Luigia da quelle persone che lei considerava più care e prossime). A questo primo articolo, consegnato proprio qui su Poetarum Silva, m’ero ripromesso di dare un seguito quando L’oro del pensar era ancora fresco di stampa. Era l’ottobre del 2011 quando uscì la raccolta; il mese dopo il marito, compagno di una vita, Fioravante “Fiore” Pagnin, figura di tutto rilievo della sinistra veneziana, sarebbe morto. E così quelle poesie piene d’amore che nei versi in dialetto veneziano raccontavano la delicatezza di un sentimento immutato anche avanti negli anni, sentimento già protagonista della sezione Nozze nella raccolta del 2004, Acqua Donna Poesia, in me si chiusero in un’immagine che non poteva essere trafitta da parole vane.

Quello consegnato da Gigetta non è un corpus poetico vasto, e le lunghe pause tra una raccolta e l’altra testimoniano il suo naturale bisogno di riflettere lungamente sulle vicissitudini umane. Ciononostante dalla poesia di profonda e partecipata intonazione civile degli esordi, negli anni, si è fatta strada una vena più lirica rivolta all’osservazione diretta di se stessa come donna, permettendole di riprendere contatto anche con le molte sue rinunce. Sicché non stupisce, nell’ultima fase della sua poesia, l’avere ripreso contatto con il dialetto veneziano, che da lingua parlata quotidianamente in casa, in famiglia e con gli amici (qualche volta pure con me, con rapide battute, uscite fulminee che solo il dialetto sa consegnare alla parola che cerca di definire un momento, un aspetto del discorso, o l’immagine di una persona), s’era fatto lingua della poesia, lingua madre, lingua delle origini, della memoria, lingua necessaria e unica per dare voce e colore alla sfera più intima dei ricordi, dei sentimenti. Lingua capace di contenere tutta la vita di Gigetta, dall’impegno civile negli anni Cinquanta alle battaglie politiche degli anni dell’attivismo femminista, fino al quotidiano più intimo, di moglie e di madre e di nonna, in un continuum narrativo che racchiude in cerchio unico passato e presente. Uno sguardo ancora acceso da quella sua luce che sapeva parlare al cuore di chi l’ascoltava.

© Fabio Michieli

 

*

Aqua dòna poesia
Le se somegia
Drento de mi “afffini”

Le va… le vien
Sensa paroni e
Sensa confini.

[Acqua donna poesia/ Si assomigliano/ Dentro di me “affini”// Vanno… vengono/ Senza padroni e/ Senza confini]

 

*

Ogni donna è la vera croce:
a braccia aperte
tra la madre ed il figlio
nel divaricamento di essere
due in una

Il padre invece sta
sopra la croce
“nell’alto dei cieli”
che si dilacerano
se il figlio morente grida
“Padre padre
perché mi hai abbandonato?”

Per lui si oscura il mondo
per noi continua.

 

*

Mi pongo domande
intollerabili
e intollerata da loro
spaurendo mi ritraggo.

C’è forse un timore dell’altro
– di Chi? –
che muove la mia scrittura?

Come la corda quando freme
teme
lo scatto della freccia.

Ah! Perché non sono io la freccia?
Perché sono la corda?

 

*

Dialeto

A le volte el te caressa
Altre volte el te scavessa

El dialeto zé s-ceto
E co ′l s’inrabia
El morsega.

[Dialetto: A volte ti accarezza/ Altre volte ti spezza// Il dialetto è schietto/ E quando si arrabbia/ Morde]

 

*

Marghera ani ’50

Agli Azotati della Montecatini gli operai tenevano a mo’ di allarme un canarino, che quando chiudeva gli occhi, scappavano tutti fuori.

El canarin
El zé quel’oseléto
Che tuti cognóssemo
Zalo de pene
E s-ceto de beco

Ma forse no savémo
Che in çerte fabriche de la malóra
Co cópa l’ocio el canarin
Vol dir che pol crepar
Chi che lavora.

[Marghera anni ’50: Il canarino/ è quell’uccellino/ che tutti conosciamo/ giallo di penne/ e dal becco schietto// Ma forse non sappiamo/ che in alcune fabbriche della malora/ quando muore il canarino/ significa che può crepare/ chi ci lavora]

 

*

Ani ’70

Lèso che le deputate vol
Che le dòne semplici
– che saremo noaltre –
Che daga ’na man
Par in parlamento
Le lege bóne
Sempre par noaltre
Che sémo dòne semplici.

E inveçe nó, no sémo semgo che lplici un’ostrega
Sémo intrigae:
Dòne de tuti i giorni
Che ciapa da par tuto
E la sera va a dormir mése desfae.

Cossa ne piasaria de far?
Tornar come da tóse
In libertà:
Vardarse dentro e fóra
E cambiar sto mondo
Che non ne vede ancora.

[Anni ’70: Leggo che le deputate vogliono/ che le donne semplici/ – che saremmo noi -/ diano loro una mano/ per fare in parlamento/ le leggi buone/ sempre per noi/ che siamo donne semplici.// E invece no, non siamo affatto semplici/ siamo indaffarate:/ donne di tutti i giorni/ prese da ogni cosa/ e la sera vanno a dormire mezze morte.// Cosa ci piacerebbe fare?/ Ritornare  come da ragazze/ in libertà:/ guardarsi dentro e fuori/ e cambiare questo mondo/ che non ci vede ancora.]

 

Nota.
Le poesie qui sopra riproposte sono tratte dalle due ultime raccolte di Luigia Rizzo Pagnin: Acqua Donna Poesia (Aqua Dona Poesia), 2004, e L’oro del pensar (poesie in veneziano), 2011, entrambe pubblicate dal Centro Internazionale della Grafica Venezia.

Riassunto di Ottobre (seconda edizione)

Bologna, sabato 21 ottobre 2017
seconda edizione di
RIASSUNTO DI OTTOBRE
(a cura di Sergio Rotino, da
un’idea di Marco Giovenale)

@ CostArena, via Azzo Gardino 48
dalle 11:00 alle 21:00
testi editi e inediti di
12 autori contemporanei

(Leonardo ​​Canella, Anna ​​Franceschini,
Marco ​​Giovenale, Alessandra ​​Greco,
Luciano ​​Mazziotta, Simona ​​Menicocci,
Renata ​​Morresi, Lidia ​​Riviello,
Giorgia ​​Romagnoli, Claudio ​​Salvi,
Michele ​​Zaffarano, Luca ​​Zanini)

*

PROGRAMMA

Apertura (salone primo piano): ore 10:30

Letture testi INEDITI: ore 11:00

Pausa: 13:30-15.30 ca.

Letture testi EDITI: ore 16:00-20:30

Conclusione: 20:30 – 21:00

Luca Barachetti, Fuoco prendi tutto (inedito)

Lido di Venezia, foto di Gianni Montieri

Luca Barachetti, Fuoco prendi tutto (inedito)

*

 

c’è stato a un certo punto nel lavoro
di smistamento siderale che disperde
e poi raduna (e si avvicina e si allontana)
un certo collo sterminato: un certo sforzo:
un fuoco muscolare nel freddo magazzino
deverbato dove ogni punto è un centro:

c’è stato un tac di cosmo vertebrale:
una lombare stilettata originaria: un’ernia
al disco protoplanetario da spasmo
e macrotrauma per usura di materia
e materia planetaria indolenzita
traboccata e congregata in vita:

e qui c’è stato il noi: ingenerato
come polpa verterbrale fuoriuscita
da una lesione d’analus stellare: da una fitta
nebulare che da allora i nostri nervi: gli stessi
eternamente indolenziti (di noi sforzati
e fuoriusciti: di noi stellari addolorati): tocca:

*

il fuoco sempre vivente
che con misura divampa
e con misura si spegne:
e d’interstizio misura
e d’interstizio scintilla:

è il senso dentro le cose
e lento le forma e le brucia
e avvampa in un microsegno
e ci colonizza la vita:

*

ma di questo fuoco il crepitio
è uno solo: granulo di suono
fra niente e niente: glitch
nel giganulla densamente
silenzioso: picco di materia
consonante e dissonante
nell’intero: convergente
e divergente: frammentati
in un errore – siamo:

ed è tutto quel che abbiamo:
il nostro vero nome:

ed errandovi vi erriamo
e trascendiamo
il quale il quanto il come:

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Ingeborg Bachmann, Réclame

Ingeborg Bachmann, Réclame [1956]

Ma dove andiamo
senza pensieri sii senza pensieri
quando si fa buio e freddo
sii senza pensieri
ma
con musica
cosa dobbiamo fare
lietamente e con musica
e pensare
lietamente
al cospetto di una fine
con musica
e dove portiamo
al meglio 
le nostre domande e il fremito di tutti gli anni
nella lavanderia di sogni senza pensieri sii senza pensieri
ma cosa accade
al meglio 
quando silenzio di tomba

sopraggiunge

 

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Fabio Strinati, Periodo di transizione (rec. di M. Zanarella)

Fabio Strinati, Periodo di transizione / Perioadă de tranziţie. Testo bilingue. Traduzione in rumeno di Daniel Dragomirescu, Bibliotheca Universalis 2017

Esiste un momento nella vita in cui ci si trova in una sorta di limbo necessario per giungere a un nuovo cambiamento. Questo può succedere anche per la scrittura ed è il caso di Fabio Strinati, poeta marchigiano che ha recentemente dato alle stampe il libro Periodo di transizione, in edizione bilingue italiano/rumeno per «Bibliotheca Universalis».
Ci sono dei passaggi creativi che bisogna saper affrontare, mettendosi alla prova. La transizione indica, infatti, il passaggio da una situazione a un’altra in senso dinamico, quando è in atto un’evoluzione. Possiamo dire che la poesia di Strinati sin dalle prime pagine si manifesta in movimento. C’è un flusso espressivo che indica l’urgenza di liberarsi da uno stato di angoscia. È affidandosi alla bellezza della poesia che il poeta tenta di raggiungere un equilibrio. Il lavoro interiore da compiere è arduo, ma Strinati è consapevole che la forza delle parole supera ogni ostacolo.
Fare chiarezza nel disordine emotivo non è facile: tutto deve avvenire in modo graduale. Si parte dal “groviglio” per iniziare un percorso di riflessione, conoscenza e rivelazione. Il vuoto intorno attanaglia, ed il vento scompare. L’elemento che rappresenta la libertà viene evocato, ma fa fatica e «finisce e straripa». Si sente «privo di se stesso» l’autore, vive una depressione che lo annienta nell’anima come nella mente. Si susseguono tormenti, «l’anima invecchia tra gli alberi» e tutto si fa incerto, provvisorio.
Viene naturale pensare al filone dei poeti maledetti e in particolare a Baudelaire, considerato il dandy dell’angoscia. Il male di vivere che accomuna gli autori francesi è qui la parte buia di Strinati. Anche lui vive una condizione di inadeguatezza e insoddisfazione e si lascia cadere in «nevrotici abbandoni». Il lessico scelto ci fa intuire quanto sia essenziale soffermarsi con attenzione sulle immagini: un buco nero, l’imbuto scuro, i campi spenti. Il nero inghiotte, modifica e trasforma. «Ho l’anima che cerca», scrive Strinati, e il suo andare dentro e oltre le cose è proprio per trovare un lieve approdo di luce. Alla fine il poeta si rende conto che la vita è preziosa ed è la natura stessa a nutrire questo pensiero di speranza. È giusto affrontare le proprie inquietudini, completare un’indagine interiore scendendo in profondità, facendo riaffiorare fragilità, paure, debolezze. La poesia per Strinati assume un valore terapeutico: allevia, alleggerisce. Tutte le ferite del tempo sono meno dolorose, se non si è soli. Il poeta sa di poter contare sulle parole. Ed i versi di questa raccolta sono potenti, spiazzanti, taglienti, hanno l’effetto di un boomerang che, quando ritorna, lascia il segno. Il lettore ha materiale a sufficienza per capire l’importanza del sapersi ascoltare.

© Michela Zanarella (altro…)

Capire di cosa viviamo: Suite Etnapolis

..

Il poema Suite Etnapolis di Antonio Lanza si autopresenta nelle sue ultimissime battute come “un esteso epos di racconti”, dove le storie dei personaggi si combinano fra loro nell’arco dei sette giorni della settimana, intervallate dalla voce di un io lirico sopraelevato, lo stesso che prende la parola per chiudere l’opera. Se Vincenzo Frungillo dovesse immaginare una prosecuzione ideale del suo nuovo saggio sulla scrittura poematica degli ultimi anni (Il luogo delle forze, Carteggi letterari, 2017) non potrebbe ignorare questo impressionante esperimento riuscito, ancora largamente inedito, apparso in quattro sezioni (Domenica, Lunedì, Martedì, Mercoledì) nel Tredicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2017, qui d’ora in poi Tqi) e in precedenza nel primo Quadernetto di poesia contemporanea 4×10 (Algra Editore, 2015).Cos’è Etnapolis? Un grande centro commerciale, realmente esistente, alle porte di Catania e a trenta chilometri dal vulcano: già l’individuazione del referente come materia di poesia preannuncia lapilli di frizione stilistica, residui di lirismo antico dentro un pathos da marketing. All’interno di Etnapolis seguiamo le vicende di alcuni suoi impiegati, persone normali con problemi e incombenze normali, amori infelici, licenziamenti, figli in arrivo, al limite lutti. Il tutto puntualmente esasperato da una focalizzazione che passa da Laura di Lovable, “serena dopo un fidanzamento rotto” (Tqi, p. 111) ma presto vittima di stalking, a Nuccio, malinconica guardia giurata; da Vanessa di Father & Son, giovane mamma ingrassata e depressa, ad Alfredo, barista che invece sta per diventare ansiosamente padre; e altri ancora. La lingua di Lanza procede così per strappi, interferenze, improvvisi cambi di voce, pluristilistica e politonale, e pure unificata dalla struttura, resa ipermercato di sé stessa. (altro…)

I poeti della domenica #206: Jorge Boccanera, da ‘Sordomuta’

 

Non è la musa cantora né l’uccello strillone
né il pupazzo parlante né la signora che detta.
È una Sordomuta
che ti mostra la lingua per una moneta soltanto.

La lingua è vuota.
La moneta dev’essere d’oro.

.
© Jorge Boccanera, in Sordomuta, trad. it. di Alessio Brandolini, Milano, Lietocolle, 2008

.

Poesia scelta dalla poeta Roberta Sireno.

I poeti della domenica #205: Jan Twardowski, da ‘Affrettiamoci ad amare’

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto
solo l’inessenziale come una mucca si trascina
l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso
poi il silenzio normale perciò insopportabile
come la castità che nasce dalla disperazione
quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso.

Non essere sicuro di aver tempo poiché la sicurezza è malsicura
ci toglie sensibilità come ogni fortuna
arriva in coppia come il pathos e l’humor
come due passioni sempre più deboli di una sola
e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio

come un suono un po’ goffo oppure come un inchino secco
per vedere davvero chiudono gli occhi,
benché sia più rischioso nascere che morire
amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi.

Non scriverne troppo spesso ma scrivilo una volta per sempre
e sarai come un delfino mite e forte

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
e quelle che non se ne vanno non sempre ritornano
e parlando dell’amore non si sa mai
se il primo sia l’ultimo o l’ultimo sia il primo. (altro…)

Rosanna Gambarara, Inediti

***

La Verità vorrei…

La Verità
vorrei fosse diritta
come la linea più breve tra due punti
perfetta
come nove diviso tre
liscia come la formula dell’area del triangolo
netta come quella del teorema di Euclide
bella come la progressione di Fibonacci
senza sfilacci colaticci di dubbio.
Invece è inclemente labirinto scarmigliato
che smarrisce il pensiero
screziato numero trascendente
p greco e di Eulero
E uguale a m per c al quadrato.

*

Sala d’attesa

Il magro sospiro agro
della donna
dal perso volto sghembo
che mi siede accanto
silenzioso vento
muove appena.
Solo nelle mani
intrecciate sul grembo
sento
nascosta pena.

* (altro…)