poesia

Roberto Canella, Il nostro amore distruggerà il mondo

Roberto Canella, Il nostro amore distruggerà il mondo,  Edizioni Sartoria Utopia, € 22,00

*

ecco che si ripete:

infilarsi nel letto come
dentro una tasca orizzontale
diventare la lingua sepolta
sotto il palato
eppure parlare nel sonno senza voce
frasi rinsecchite di un amore labiale.

rigirarsi fra le coperte raggomitolato
e trafitto come un pollo allo spiedo.
nel buio non amo, non prego.

*

non potere arrivare a te neanche se
fossi più veloce della mia ombra.

o se avessi parole al posto di pagine
o pagine al posto d’inchiostro
o inchiostro al posto di sangue
o sangue al posto di un corpo
o un corpo al posto di un’ombra.

*

mi piacerebbe chiamarti,
dirti allora passo da te
cinque minuti e arrivo.
ma non chiamo. o correre
nella luce fiamminga che
riempie la piazza del mercato,
oggi venti novembre, sotto
casa tua, proprio adesso che
si sta svuotando. ma non muovo
un dito. e almeno cosa penso?
neanche questo ti dico.
lo scrivo però a fondo
pagina, murato vivo.

*
(ritorno?)

ogni ritorno a casa è una sconfitta
ogni gesto arricchito di perdita
scavo millenario, quotidiano.
la traccia già segnata la via già tracciata
da troppi altri piedi penne pugnali
non avere ali saltando giù dalla finestra
come mandel’stâm senza essere mandel’stâm.

il solito sole sul davanzale non buca
l’ombra suicida del mio salto incompiuto,
il davanzale, anche il davanzale è una strada
che cola a picco a est e a ovest di sé
una sciarada inerme spiaccicata sulla pagina,
nell’aria. mio piede stupido segugio
che segue ancora le via del rifugio.

perché scavi domenica, perché domeniche
una dopo l’altra, perché tutte le volte
castelli di carte morte. giorni come questi
dove ogni movimento ogni sterzata
ogni parola è un replay riflesso incondizionato
dove non si può scrivere niente di nuovo.

non senti la mancanza, la distanza da queste
labbra essiccate, da questa lingua
nacchera rinsecchita. non immagini neanche
che il passato ritorna a ombre, a sassate.

(ogni ritorno ha in sé fughe, fantasmi
finestre aperte, invitanti)

(marzo/maggio 1998)

*

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I poeti della domenica #164: Elio Pagliarani, La ragazza Carla (II)

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, prima edizione Mondadori 1962, ultima edizione Il Saggiatore, 2016

*

Quanto di morte noi circonda e quanto
tocca mutarne in vita per esistere
è diamante sul vetro, svolgimento
concreto d’uomo in storia che resiste
solo vivo scarnendosi al suo tempo
quando ristagna il ritmo e quando investe
lo stesso corpo umano a mutamento

Ma non basta comprendere per dare
empito al volto e farsene diritto:
non c’è risoluzione nel conflitto
storia esistenza fuori dell’amare
altri, anche se amore importi amare
lacrime, se precipiti in errore
o bruci in folle o guasti nel convitto
la vivanda, o sradichi dal fitto
pietà di noi e orgoglio con dolore.

I poeti della domenica #163: Elio Pagliarani, La Ragazza Carla (I)

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, prima edizione Mondadori, 1962. Ultima edizione Il Saggiatore, 2016

*

1

Di là dal ponte della ferrovia
una traversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre e di Angelo e Nerina.

Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.

::::::::::Chi c’è nato vicino a questi posti
::::::::::non gli passa neppure per la mente
::::::::::come è utile averci un’abitudine

::::::::::Le abitudini si fanno con la pelle
::::::::::così tutti ce l’hanno se hanno pelle

Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::o fa contatto
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::o prende la tangente

allora la burrasca
:::::::::::::::::::::::::periferica di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto

:::::::::::::::::::::Solo pudore non è che la fa andare
:::::::::::::::::::::fuggitiva nei boschi di cemento
:::::::::::::::::::::o il contagio spinoso della mano.

Ostri ritmi #10: Milan Jesih

Pa bom oglje

Nasilje pade, če ne umakne pogleda.
Metalurgija postane njegov postelj.

Čas je težak in včasih mi – kot nam vsem – zmanjkuje volje;
čas je takšen, da mi včasih zmanjkuje tudi možgan,
takrat se pribijejo na dan moje temačne strasti
in z njimi blodim križemkražem dolge ure dolgih noči.

Žalosten in sam, razbolelo nepotešen,
ranjen, predan, ognjevit, pa nerazumljen
poln Oriona in črnih fantazij,
takšen, da me je sreča srečna, ko naposled padem.

…..Allora sarò carbone

La violenza scema, se non distoglie lo sguardo.
La metallurgia diventa il suo giaciglio.

Il tempo è pesante e a volte a me − come a noi tutti − manca la voglia;
il tempo è tale, che a volte mi manca persino il cervello,
allora s’inchiodano nel giorno le mie passioni oscure
e con loro vago senza meta per lunghe ore di lunghe notti.

Solo e sconsolato, dolorosamente insoddisfatto,
ferito, devoto, ardente, ma incompreso
pieno di Orione e fantasie nere,
tale che la fortuna mi sorride quando alla fine cado.

*** (altro…)

Festival dei Matti, VIII Edizione, Venezia dal 26 al 28 maggio

 

Festival dei Matti 2017

Ottava Edizione

Temporali

26-27-28 maggio

Venezia

Di questi tempi sono le emergenze, il dire e il fare nell’urgenza, il tempo stretto che gioca con gli effetti, precipita i discorsi in prese rapide e giudizi senza esitazioni. Di questi tempi è il gioco della fretta, la messinscena subito smontata dall’urgenza successiva, la memoria corta, il senso che paralizza le parole, il netto suddividere le cose, gli uomini e tutto il loro andare. Di questi tempi, bruciati in scorciatoie, quello che ancora resta da capire, che si sottrae, dissente o disattende si attarda e invoca tregue, controtempi che rallentino, temporali che rovescino la scena.

 

Temporali, l’ottava edizione del Festival dei Matti che si svolgerà a Venezia il 26, 27 e 28 maggio 2017, è un invito ad esitare, a far sosta intorno alle parole, ai discorsi, ai gesti che segnano il passo di questo nostro scombinato tempo, sfiancato in gorghi senza attese.

La prima sosta, venerdì 26 maggio alle ore 11.00 al teatrino di Palazzo Grassi, è un Contrattempo, fa inciampare: ci sono Claudia Antonangeli, Arianna Bellano, Chiara Busetto, Alessia Camarin, Maddalena Martini, Alessia Mongelli, Valentina Ruzzi e Lisa Thibault, studentesse di Ca’ Foscari, con le loro domande senza preavviso ai passanti, a ragionare di quanto l’impazzire ci riguardi, di quanto le parole in questo campo fatichino a star ferme, deraglino e ci confondano su ciò che pensiamo di sapere su noi stessi.

La seconda sosta, alle 16.00, è Interruzioni: a interrompersi violentemente, nei tre cortometraggi di Valentina Pedicini, Sergio Bertani e Antonio Fortarezza sono storie minori, stralciate da ragioni forti, giochi di potere, discorsi senza via d’uscita: una gang di ragazzini su una spiaggia del Salento, un giovane uomo in un reparto psichiatrico, quattro ragazzi e quattro ragazze migranti in un Centro di Assistenza Straordinaria. Storie che interrogano come fanno un cielo e un mare sottosopra, un fuori chiuso dentro, un altrove messo sotto gli occhi.

La terza sosta, alle 18.00, sono Scampoli di vite: le vite di Janet Frame e Cesare Pavese, fatte a pezzi dai banchi di ghiaccio dell’incomprensione e del dolore, dalla violenza delle istituzioni, dal gioco rischioso del prender parte alla vita. Vite sottratte, ma poi reimpastate e doppiate in prosa e poesia e nei racconti lievi e accorti delle scrittrici Anna Toscano e Nadia Terranova.

La quarta sosta, alle 21.00, è Grandine, l’incontro con Giulio Casale, seduto da sempre “dalla parte del torto”, a dar corpo e voce al sottosuolo, alle vite sghembe, sbagliate, di risulta, di chi esita e non smette mai di dubitare. E sarà musica comunque, che picchia e lava sulla scena. A chiudere la serata, alle ore 22.15  sarà Doppelgänger, performance di Francesco Wolf  per la regia di Mattia Berto, che mette in scena l’ombra, l’altro che ci abita e la nostra identità che scivola.

La giornata di sabato 27 maggio, all’Ateneo Veneto, avrà tre soste sul fronte dei diritti, a guardare cosa accada oggi, in Italia e nel mondo, a chi s’impiglia nel cono d’ombra di un dolore privato e collettivo che le comuni “buone ragioni” non sono in grado di curare.

Ci fermeremo con i tanti ospiti della mattina e della prima metà del pomeriggio a tracciarne la Meteorologia: parleremo, con Gisella Trincas, Stefano Cecconi, Nerina Dirindin e Tommaso Maniscalco – i familiari, la società civile, la politica – dello scarto persistente tra enunciati e pratiche che ancora fa scempio in Italia di intenzioni legislative illuminate perché è davvero Tempo di cambiare, di cambiare il passo.

Dalle ore 15.00 alle ore 18.00, parleremo poi della Follia degli ultimi, della dannazione che ancora grava in troppi luoghi del mondo sulle vite di chi viene detto matto e scambiato per la parola che lo chiama. A parlarne saranno Angelo Righetti, Luciano Carrino, Giovanna Del Giudice, psichiatri basagliani, da sempre impegnati contro le istituzioni totali e nella cooperazione internazionale e con Grégoire Ahongbonon che sottrae alle condizioni disumane a loro riservate in Africa Occidentale i matti, qui demonizzati, incatenati e abbandonati sulle strade.

Infine, con Roberto Beneduce, etnopsichiatra, antropologo e fondatore del centro Fanon di Torino, e Antonio Fortarezza, videomaker e fotografo, parleremo dei Tempi spezzati delle migrazioni e delle follie che ne vengono: le matrici storiche della sofferenza, i limiti e l’ipocrisia del nostro sapere e delle nostre pratiche “terapeutiche” il dolore irriducibile di chi si porta addosso lo strazio di indicibili sopraffazioni e violenze e il carico disumano di impunità senza ritorno.

La sosta che chiude il pomeriggio di sabato è letteraria: Gianni Montieri, poeta e scrittore, incontrerà Filippo Tuena, autore “ipnotico” che aggrega storia, fantasmi, incubi e polvere di sogni, desideri che perdono la strada, ebbrezze diurne e notturne miscelate.  E ci trattiene, senza farci male, all’ordinaria follia del nostro stare.

A chiudere la giornata del 27 maggio alle ore 21.00, nello splendido Chiostro del Liceo Marco Foscarini, saranno Massimo Cirri, scrittore e conduttore di Caterpillar e Lucia Goracci, inviata sui fronti di guerra di Rai News24 a parlare di Cataclismi, dello scandalo delle guerre, del terrorismo, di scenari in cui lo sgretolamento dei diritti e le follie collettive sono il solo ordine del mondo.

La mattina di domenica 28 maggio al Teatrino Groggia, ispirandosi alla Ballata del vecchio manicomio, la lirica dirompente di Paolo Universo, Mattia Berto, regista, attore e padrone di casa, terrà un laboratorio teatrale aperto al pubblico insieme a Pascale Janot, curatrice e traduttrice del volume omonimo di poesie in francese.

Il pomeriggio dalle 16.00 la presentazione dei lavori del laboratorio, e poi Peppe Dell’Acqua, direttore della Collana 180 e Pietro Del Soldà, conduttore di Tutta la città ne parla a parlare di Tempi rubati con Alberto Fragomeni e la prosa mozzafiato dei suoi Dettagli inutili (una storia che a un certo punto impazzisce ma non si ferma lì) e con Alberto Gaino, che ricostruisce la storia oscena e irrimediabile del Manicomio dei bambini, luogo di annientamento sistematico in cui, fino agli anni ottanta, sono stati inghiottiti migliaia di bambini giudicati ineducabili.

Alle 18.00 la sosta Tempi che corrono vedrà il sociologo Alessandro Dal Lago, a raccontare di come cambia la nostra percezione del pericolo al tempo del Califfo, del montaggio di ostilità diffuse e personali contro i migranti, i diversi, i nuovi mostri, le genealogie dell’odio e delle nostre fragili strategie securitarie.

A chiudere il Festival sarà infine il tempo sospeso di Letizia Forever, spettacolo teatrale con Salvatore Nocera, testo e regia di Rosario Palazzolo; un monologo che sfonda le parole, la lingua, l’identità e ci trattiene nel corpo di una storia che si fa e si disfa, forse come tutte le storie, sul confine impreciso e mobile che separa e unisce senza tregua normalità e follia.

I temporali sono prossimi al tempo fermo, stabile. Lo strappano d’improvviso dalla sua inconcludenza e lo rendono migliore. Questo è l’auspicio dell’ottava edizione del Festival dei Matti.

Anna Poma

Curatrice Festival dei Matti

*

I luoghi del Festival

  • Teatrino di Palazzo Grassi – Campo San Samuele, 3231 – Fermata Vaporetto: S. Samuele – Linea 2
  • Ateneo Veneto – Sala Tommaseo – Campo S. Fantin – Fermata Vaporetto: S. Angelo – Linea 1; Rialto Linea 2
  • Liceo Foscarini- Fondamenta S. Caterina 4942- Fermata Vaporetto: Fondamente Nuove – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2
  • Teatrino Groggia – Cannaregio, 3161 – Fermata Vaporetto: S. Alvise – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2

 

 

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fatta eccezione per lo spettacolo teatrale Letizia forever di domenica 28 maggio (entrata 10 euro). Informazioni sul sito www.mpgcultura.it  e alla Pagina Facebook mpgcultura. Prenotazioni per spettacolo e laboratorio di domenica mattina al n. 3298407362 a partire da mercoledì 24 maggio 2017.

 

Ufficio Stampa

Chiara Vedovetto

tel. 3491692486

 

Info

info@con-tattocooperativa.it

tel.338 8603921/ 333 5286990

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Cristina Micelli, A chi scorre

Cristina Micelli, A chi scorre, Qudulibri, 2017, € 10,00

*

La donna che scrive a matita
ha un’età vicina a quand’era bambina
ha l’età di sua madre, l’età di sua figlia.

Ha letto le pietre nelle trincee
e le storie degli uomini seduti di fronte
ha mangiato bacche
visitato più volte la stessa cascata
ha messo i piedi nella rugiada
per sentire quando è fonda la rinascita.

*

Le ragazze sedute in mezzo all’Arzino
fanno isola incontro al destino.
Da sponda a sponda poi verranno i piloni
come deciso
verranno i viadotti e la violenza del profitto.

Ma le ragazze ricorderanno di avere visto
le risate e l’eco del parlare fitto
una luce illesa venire radente
il cemento non corrode la corrente.
L’immagine impressa nei loro occhi di torrente.

*

La tua voce nel riverbero della strada
sorprende un pensiero che abbiamo.
assomigli in suono alle corde grevi e trasparenti
al pieno che ha il suo vuoto attorno
allo spazio dove la visione s’incanala.
Il primo respiro ara la terra
il secondo chiama la pioggia a raccolta
il terzo respiro è il seme che ci amalgama.

*

Le rovine dell’ex-macello
le braccia in croce sul cemento
chi spinge il gancio fin dentro l’anello.
Sul vetro della grappa l’albero compie la sua
danza e come può abbraccia
il tronco, il capo reclinato di lato.

Non vista la mano a deporre il peso
non viste le ali a separare il legno
tu e il tuo volere rimanere appeso.
Tu la tua sete che chiede senza dire
dichiari la fine della rosa con le spine.

(altro…)

Vito Bonito, La bambina bianca

Vito Bonito, La bambina bianca, Derbauch Verlag, 2017 (edizione in 70 copie, non venale)

*

da Le attese

*

La bambina è in fiamme
la bambina è lieve
la bambina è bianca
la bambina è neve

più di tutto
la bambina è pèue

[…]

appena lieve
la fiamma deve
sentire bianca
cader la neve

*
ti ho vista!
in sogno che nascevi

mi dicevi
con le mani al cielo

il caos le ombre le spine

non so perché
ho pensato a bruciapelo

nel tuo principio
inizia la mia fine

*

o mia pèue ti temo

sei fata morgana
di una mente allo stremo

la trama e la brama

la mia rima nirvana

*

da Le risposte

*

chiamatemi pèue
la bianca falena
l’infanta altalena
che scende e risale

io parlo i pesci le api
la neve nivale

divento di rame
le acque l’ossame
persino la fame

io parlo la pietra
la bolla l’anguilla

sono il fumo lo splene
il niente e nessuno
le mani di sangue
già piene

sono il tuo scaccomatto
lo schianto

l’autoritratto
di te a testa in giù

io sono l’astratto

l’incanto

il caucciù

*

fumo nel fumo
buio d’animale
porta di sangue
grifo siderale

toc toc

telegramma
soprannaturale

sono pèue

guarda
c’ho il pugnale

stop

*

 

 

Nel ‘miele’ bruciante di Sandro Campani. Di Paolo Steffan

Nel «miele» bruciante di Sandro Campani
di © Paolo Steffan

Mi trovo qui a scrivere di uno dei più bei romanzi contemporanei che mi sia capitato di leggere in questi anni: è Il giro del miele di Sandro Campani (emiliano, classe 1974), una lettura estremamente facile, se pure questo sia anche un romanzo difficile. Vi è infatti, nella scrittura di Campani una capacità comunicativa che sa trasmettere il piacere e la leggibilità, l’ascoltabilità di qualcosa di lieve, semplice come una chiacchierata in dialetto davanti al camino, di notte, con una bottiglia di grappa sul tavolo. La sua prosa è familiare, pulita, sonora e per questo ascoltabile: perché vi è una encomiabile attenzione all’oralità, ma nella scrittura. E questo è un fattore di stile alto, di cui il tecnico si accorge, mentre il lettore appassionato può godere con l’innocenza che il critico ha perduto. Come quando si legge la grande poesia, Il giro del miele consente in numerose sue pieghe di considerare diversi piani di lettura, senza che questa sia preclusa al semplice fruitore di narrativa. Non occorre cercare a fondo, per spiegare cosa sto cercando di dire basta prendere lo splendido incipit:

«Stavo sognando il fuoco. Davanti ai miei occhi chiusi le fiamme s’erano trasformate in costruzioni dalla sagoma incostante, capanne dalle cui pareti vive si staccavano ogni tanto croste nere, poi bocche d’animali luminosi che mangiavano e scappavano nell’ombra.»¹

A chi di noi non è mai capitato di sognare il fuoco? O perlomeno queste impressioni chiaroscurali, magari influenzate semplicemente dai fosfeni, i puntini luminosi che sotto le palpebre si creano quando la sera spegniamo la luce? Questo è l’effetto che fa, credo, un primo livello di lettura dell’incipit. Poi sottentra la magia, che mescola realtà e finzione quando il dormiveglia fa diventare la luce realistica del camino, presso cui sediamo assieme al narratore interno, immagini realistiche nel sogno. Eppure, questo attacco lascia aperti anche altri livelli di lettura e, senz’altro, la chiave stilistica aiuta: infatti quel settenario, laconico e indelebile, che sancisce «Stavo sognando il fuoco» può lavorare fino a penetrare la natura originaria del Verbo, coinvolgendo un portato mistico che è alla radice dell’umano. E allora sovviene un altro settenario (certo, tale in traduzione), da porre all’inizio di ogni testo, sia esso letteratura o vita: «In principio era il Verbo» (Giovanni 1, 1). Ci accorgiamo così che fuoco e verbo possono essere la stessa cosa, se li intendiamo come lógos, come ragione e principio primo di ogni cosa, e dunque della narrazione, come per l’incipit per un romanzo, punto di incommensurabile peso specifico, che su tutto fa luce, se pure in modo ancora ombroso: «bocche di animali luminosi» ma «nell’ombra», così come in Giovanni 1, 4-5: «Egli era vita e la vita era luce per gli uomini. Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta».

La lettura dell’incipit di Campani, la sua figurazione e interpretazione-base, come si diceva, sono facili, meglio ancora nel prosieguo del libro, quando la trama si chiarisce e quel fuoco si fa concreta azione cui il ricordo dei personaggi allude di continuo, fino al disvelamento. Ma un romanzo non può (sempre) essere solo trama; anzi, se la qualità dell’opera è consolidata, gli abissi possibili che si riparano sotto la pelle sottile del dire familiare stanno alla complessità di ciascun lettore, meglio se questi è un critico, ovvero colui che si pone in dialogo con un gruppo di lettori quale garante. (Proprio il critico, dunque, deve proporre motivati aspetti di precipuo valore, e lo deve fare con una scrittura che abbia a propria volta la bellezza di un’opera cui vale prestare attenzione: poiché, se manca il lavoro su una raffinata ‒ che non vuol assolutamente dire difficile ‒ prosa critica, allora è inutile riporre la propria fiducia in quel recensore.) Per tornare a noi, il testo di Campani è esemplare nel proporre una letteratura che, senza impoverirsi, si mostri elevata ma per sue doti intrinseche, senza pavoneggiamenti: collocata nella sincerità quotidiana del dire. È qualcosa che mi riavvicina ancora una volta alla poesia, in particolare a quella di Emilio Rentocchini, poeta di Sassuolo, località vicinissima all’Appennino del nostro narratore e citata come ambientazione, nei suoi dintorni più periferici, dentro Il giro del miele. Rentocchini ha scritto soprattutto in dialetto, in una di quelle infinite varietà locali che nella nostra penisola hanno rappresentato il dominio dell’oralità nei secoli. Eppure, nel dar forma scritta a questa oralità, egli si è dotato della misura dell’ottava, metro canonico, classicissimo e anche abusato della tradizione in lingua. Sicuramente l’ottava si presta alla cantabilità, alla trasmissione di storie, d’altronde è la misura eletta dell’epica nazionale. Ma forse anche per questo, si rischia di averne repulsione, di sentirla retorica, come lo sarebbe l’edificazione di un edificio in stile romanico-gotico negli anni Duemila: anche i massimi cultori di quelle forme ne capirebbero il cattivo gusto. La scelta del dialetto sposata all’ottava in Rentocchini ha invece qualcosa di cristallino e sublime: è l’incanto della scarpetta da principessa sul piede dell’umile sguattera Cenerentola! Qualcosa di affine succede alla prosa di Campani, quando davanti alla candida copertina einaudiana ci attendiamo un romanzo tutto tecnica, bello ma per palati fini, e invece troviamo la nostra giovinezza periferica, raccontata in una fredda notte appenninica, con coloriture regionali ‒ sempre lievi eppure così calde e onnipresenti, così cantabili ‒ in un intreccio di storie e di piani, complice l’astuto e difficilissimo (da rendere e mantenere, per lo scrittore) punto di vista, che non fa mancare la certezza di avere in mano la storia di un artista della narrazione. Dopotutto, in Europa, da quasi tremila anni, è sempre Odisseo che racconta ai Feaci le solite peripezie, con o senza l’ausilio della grappa, per cui la differenza la fa l’artista.

(altro…)

I poeti della domenica #162: Vittoria Colonna, “Qual tigre, dietro a chi le invola e toglie…”

Vittoria Colonna (Michelangelo)

Qual tigre, dietro a chi le invola e toglie…

Qual tigre, dietro a chi le invola e toglie
il caro pegno, o mia dogliosa sorte!
Cors’io seguendo l’empia e sorda morte
altera e ricca delle belle spoglie.

Ma per colmarmi il cor d’eterne doglie,
chiuse a me sovra ‘l limitar le porte:
ché in far le nostre vite manche e corte,
non empie le bramose ingorde voglie.

Tronca allor l’ali ai bei nostri desiri,
quand’han preso spedito e largo volo,
per gir del cader loro alta e superba.

Uopo non l’è, ch’a numer grande aspiri,
certa d’averne tutti; attende solo
l’ore più dolci per parer più acerba.

.

da Rime, Stampate in Parma [per Antonio Viotti] con Gratia e Privilegio, 1538

I poeti della domenica #161: Gaspara Stampa, “Voi ch’ascoltate in queste meste rime…”

Rime_di_Madonna_Gaspara_Stampa_(1554)

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime…

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime,
in questi mesti, in questi oscuri accenti
il suon degli amorosi miei lamenti
e de le pene mie tra l’altre prime,

ove fia chi valor apprezzi e stime,
gloria, non che perdon, de’ miei lamenti
spero trovar fra le ben nate genti,
poi che la lor cagione è sì sublime.

E spero ancor che debba dir qualcuna:
– Felicissima lei, da che sostenne
per sì chiara cagion danno sì chiaro!

Deh, perché tant’amor, tanta fortuna
per sì nobil signor a me non venne,
ch’anch’io n’andrei con tanta donna a paro?

.

da Rime, in Venetia, per Plinio Pietrasanta [1554]

Anteprima: Viviana Scarinci, Annina tragicomica

Viviana Scarinci, Annina tragicomica. Prefazione di Anna Maria Curci, Formebrevi Edizioni
Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922 Pagine: 90; € 11.

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno da contrasto a spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci, autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro, Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. In questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, Anna è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione. Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: «Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, “molto vicino al bordo”, fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra “queste alture brulle” e intanto pensa “dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione”. Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: “Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.” e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante». Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

***

da Bambole e bambine. Prima parte

20.
La stroncatura aggiunge una differita ai semi del melo che germogliano complici della clemenza di altri allacciamenti. Nascono abiti dagli orli vivi per Eve esposte a un nuovissimo malaffare. E anche queste cercano il loro precariato a partire da un niente, da un dolore da nulla per mangiarsi adagio e dal principio la mela, a fettine sottili.
28
Todos los gestos de mi corpo quest’uomo possiede ed essendo riproducibile qui solo parte dei miei piedi sbiechi, in questo specifico caso sarebbe la mia persona quando si apre come un fiore a rivelare la soglia che non ha caduta avendo fondo rosaceo perché fermo dove sono.
30
Madura e reclusa, pequenina, calada, indifferente. Esterno città a solo un passo. Provare la parte, saperla: calata da altre mani, come carta da gioco su un tappeto di cardi mariani, abbandonato il capo che è possibile immaginarti nell’istruzione di stare ferma.

*

da Annina tragicomica. Seconda parte

4
All’inizio succedute cose erano timidi progressi, fattezze pronte e contigue a disserrare la stessa agonia, io – noi, non che osassimo sfiati descrittivi a divaricarne il glossario ma contare avremmo dovuto, patire racconti nel numero dato anziché collezionare garze, guanciali che il battiloro riduceva spessi il micron dell’ennesima defezione, contigui l’altra durata dei giorni, liminari il loro ammanto di battigia non combaciata.
11
Annina sapeva ciò che si doveva fare: non svagarsi con lo sversamento di qualche liquidità, dibattere con l’apparente assenza di avvenimenti, rivendicare con tutt’altro dalle parole. Ma improvvisamente accadde che le cose bruciate dall’incendio e quelle che smisero di funzionare, persero anche la sventura del deperimento e sopraggiunse il problema di doverle smaltire.

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L’AUTRICE
Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. È co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.

COPERTINA
La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora, oltre che di pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

Sei poesie di Gaetano de Virgilio

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Rischio

Ci è mancato poco che rompessimo
il lampadario dei cieli o i trofei sui ripiani.
Tu che tiravi ad un gioco d’elastico,
io che mi cercavo in un furore da citrullo.
Se avessi crossato la palla poco più in alto
avrei rovesciato al volo,
………………………scassando tutto quello che c’era,
i piatti non lavati dell’altra sera,
la caraffa biancoblu comprata a Praga.
Il genio fu restare immobili,
come due fiammelle di zolfo,
………………………come due micce bagnate inadatte ad esplodere,
tu civetta mezza ubriaca, io mangiatore di fuoco.

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Il grasso del crudo

Il mio sguardo inchioda la salumiera
che sfila il grasso dal crudo.
Prego lo faccia bene, con cura,
poi fisso le onde che la sua mano muove
costeggiando il pezzo di carne col coltello.
Ha una disinvoltura che disinibisce,
spero capisca da sé che da lei dipende
la serenità di un altro pranzo a casa;
perché mio padre non tedierà mia madre
– che lo guarderà mentre sveste l’insaccato
dalla carta lucida -, non la seccherà ripetendole
che la noia del grasso in salumeria,
va chiesta a Serena,
e non a Patrizia, la sorella, perché
Patrizia non è precisa.

 

Tutti quei viaggi

Le notti più alte comprendono
le piste di ghiaccio degli occhi dei francesi,
di quando venni a trovarti chiedendo
un passaggio a quei signori di Alessandria.
Ero molto simile ad una sposa bambina
che balla il valzer delle rane.

D’altra parte è invece il parco grande
dove inventarono le regole del calcio,
e la frammentarietà di quei vuoti
di quei volti di cartone, di quel periodo tutto,
che quando cerco di decifrarlo dopo anni non ci riesco:
i panini con le croquettes scadute,
le insalate, il cibo che mi faceva male.

Solo gli aerei del ritorno hanno il loro valore,
le valigie sul nastro trasportatore,
how do you want me, dico dandomi del tu,
sentendomi come Larbaud,
io che sarei rimasto ore a guardare
le macchie di umido sul soffitto,
le arance morire al sole.

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Nella pancia dell’attesa

Il rumore metallico della macchinetta del caffè
nella sala d’attesa riempie la stanza.
Più tardi ci sarà il tonfo di una lattina
che compie una giravolta intera e cade,
prima di sgasarsi nel contenitore di plastica.
Il badaboing dell’alluminio riempito
mi riporta alle funzioni ornamentali del tuo malumore
giochi di fisica, equazioni da terza liceo.
O a tutte le urla spese nei campetti
per i terzini che non riprendevano posizione.
Come chi ritrae le dita dal manico bollente,
era una questione di secondi
capire che pensavo a delle gambe, a dei corpi,
a dei gesti compresi nei gesti,
a dei versi da buttare giù subito, appena a casa.

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Tu, senza fatica

Ero distratto oppure avevo le palpebre
tremanti, difficili da disincagliare, ma era chiaro che
tenevi nelle mani sei chili di farfalle pesanti
e mi chiedevi se potevo darti un aiuto
mentre io pregavo che non ti distraessi
e quasi gridandomelo dicesti
che sono il bruco nato da un buco ubriaco,
un narciso, una litigata del mare.
Poi gonfiavi le tue guance con l’aria,
mettevi gli occhi al centro e tutt’intorno
i passanti divenivano strabici
mentre noi non avevamo nessuna idea
dell’est, degli steroidi, di noi,
di come si acquistasse il mobilio nelle case nuove,
ed era per questo che tenevi in bilico
senza alcuna fatica diecimila lampadine elettriche,
illuminando anche le macchine in lontananza.

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Hotel a due stelle

Anche i pini di Villa Borghese
avevano una loro coerenza.
Pressoché inutile era guardarli
con gli occhi gonfi di sonno.
Ma perché non siamo tornati subito a casa, Marina?
Albergare da anni i sogni
in un motel da quattro soldi
era una fatica da giganti.
Bere birra calda perché si arrivava
tardi ai buffet, questa era la nostra
avanguardia. Eppure avrei dovuto
tentare che so
di infilare
un ago in un pagliaio
o il dito
nella bocca del tuo sbadiglio
per vedere fino a che punto.

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Gaetano de Virgilio è nato a Molfetta (Ba) il 30 marzo 1993. Dopo essersi diplomato nella propria città, si laurea in Cultura letteraria dell’età moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Bari. Frequenta attualmente il corso di Laurea Magistrale in Letterature moderne, comparate e postcoloniali presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora attivamente con il Centro di Poesia Contemporanea della stessa città. Lavora saltuariamente in pub, bar e sale ricevimenti come cameriere.
Appassionato di poesia, letteratura e lingue straniere è redattore e collaboratore di alcuni blog letterari come l’Orinatoio e Viaggio nello Scriptorium.