poesia contemporanea

Silvia Secco, poesie da “Amarene” (EDIZIONIFOLLI2018)

 

Come faranno i figli a imparare a vivere
le madri a scordarlo, a fare largo
se madri e padri non sanno la vastità
bianca dei campi fatti oceani dalla neve.
Né sanno immaginare di contarle: due
le sillabe nella neve, due nella luna
e nelle due il chiarore. All’amore
occorre tacere, come alla neve cadere.
Occorre accarezzare, se brucia soffiare.
Placare se serve, lenire.

 

Mi hai detto rinomina il mondo
come il primo uomo, pronuncia il gusto
all’infinito, dì il nome del frutto.
Io ogni cosa chiamo ognuna genero
e sono dio nel mio chiuso giardino
e questo è il mio figlio prediletto
che ho dato in cibo al lupo. Questo
che ne rimane lo impasto di nuovo
io, qualche decina di amarene
mi covo nel grembo. Per voi preparo
un pane in dono, minuscolo e agro.

 

Neve, se allevi il male
se alleviare sai il gonfiore, il pulsare
delle labbra cucite, di braccia sfinite
a stare alzate a invocare al cielo e a te.
Vieni neve, se sei capace. Fai tacere
le urla a bocca chiusa. Lenisci, smussa
spine di rosa, di filo spinato.
Fai soffi delle offese, fai carezze
se sai degli schiaffi. Delle mura fai
polvere. Poi sollevala: fanne ali.

(altro…)

Luca Ormelli: poesie da “Gangbang” (Controluna, 2018)

 

Oggi qualcuno è morto.
I fili del tram tagliano la città.
Nessun cielo vi si appende,
nessun Dio da bestemmiare.
Solo questo trascinarsi di giorno
in giorno, senza più fiato.

 

Fosse per me vi ammazzerei tutti
ma sono tre giorni che non bevo
e come dice Nostro Signore
la domenica non si lavora.
Per questo resto qui,
a guardare i colombi
che fuggono sempre ai bambini
tra le piazze sghembe
le bocche incenerite
di questa città
senza fiato.

 

Le nebbie schiudono il loro calice
di cenere sui viali ammalati.
La città chiama all’adunata l’alba.
Stridono senza sosta i treni.
Un altro giorno si spegne. Pazzi
che siamo a non morire d’estate,
a bestemmiare Milano l’autunno.

 

Luca Ormelli, Gangbang, Controluna, 2018

 

Luca Ormelli (Padova, 1974) dopo gli studi in Filosofia, si trascina di lavoro in lavoro. Attualmente lavora come analista informatico. Alcuni suoi testi sono apparsi in rete. Gangbang è la sua prima pubblicazione.

Ben Mazer, Poesie di febbraio (trad. di Angela D’Ambra)

 

Ben Mazer
Poesie di febbraio
February Poems[*]

 

1.

Il sole brucia bellezza, senza posa prilla il mondo,
benché ora a letto tu dorma, un altro giorno
alacre te ne vai sul marciapiede, nel tuo paltò cammello,
in un’altra città, con la mano saluti da un battello,
o studi in una biblioteca d’archivio,
come Beethoven, e pensiero è prodigio.
Non struggerti, come i fiori, il tempo e l’atmosfera
o il lombricaio, le piantine inumate in primavera,
al mattino, col caffè, non supporre non m’importi,
ch’io trascuri quell’eterica vita che in vita tu porti.
Oh, averti ora vorrei, in tutta la tua gloria,
del pluri-popolato transatlantico la storia
di ciò che noi fummo, tempo verrà d’obliare
essere così ricchi e transitori, e pure non bramare.

1.

The sun burns beauty, spins the world away,
though now you sleep in bed, another day
brisk on the sidewalk, in your camel coat,
in another city, wave goodbye from a boat,
or study in an archival library,
like Beethoven, and thought is prodigy.
Do not consume, like the flowers, time and air
or worm-soil, plantings buried in the spring,
presume over morning coffee I don’t care,
neglect the ethereal life to life you bring.
O I would have you now, in all your glory,
the million-citied, Atlantic liner story
of what we were, would time come to forget
being so rich and passing, and yet not covet.

 

2.

Mensola infinita, d’oriuolo sguarnita,
la parete uniforme s’interrompe, e con figure scorre,
in solitudine perfette, il tempo s’è fermato,[1]
e il vento va correndo tra le chiome degli alberi:
questa è perfezione, in pura isolazione,[2]
oblio mai tanto pieno d’ogni senso,
ché sono amato, e la finestra deve fermare
la neve che soffia a raffiche dal polo.
Vasto viavai di fiocchi e fiocchi senza speme di terra,
colma il cielo col brulichio[3] di balenii e brillii
sul lustrore del vento, pel mio albero diletto,
e nel tenebrore io so cosa tu sei per me:
oltre le griglie di luci d’appartamenti impilate,
nella parola che è nulla, e nel mondo che è nottate.

2.

Infinite mantel, bereft of a clock,
the flat wall stops, and runs with figures,
perfect in solitude, time has stopped,
and the wind goes running through the hair of the trees:
this is perfection, in pure isolation,
oblivion never so rich with all meaning,
because I am loved, and the window must stop
the snow that comes blowing down from the pole.
Vast earth-forlorn traffic of flake after flake
fills the sky with the bristle of glimmer and glint
on the sheen of the wind, through my favorite tree,
and in blackness I know what you mean to me:
beyond the stacked grids of apartment lights,
in the word that is nothing, and the world that is nights.

(altro…)

Laura Di Corcia: poesie da “In tutte le direzioni”

 

Fu un tatuaggio violento
quella notte a Bucarest,
e la seta scendeva a fiotti dal soffitto.
Di quello rimasero due capelli
e qualche noce, una poesia
scritta dietro una lavagna.
Il sole per un attimo senza fiato:
poi tutto continuò, sbiadendo dietro la collina.
Le cose più belle non lasciano aloni.

 

Avvelenammo le navi come se fossero corvi.
Per un lungo periodo camminammo
e le mete erano sempre diverse.
Nei nostri occhi bruciava tutta l’Africa.
Eravamo gente come voi, forse meno scaltra:
il passato ci cinghiava la schiena.
A un certo punto gli scrigni si chiusero per sempre.
Dietro ai nostri occhi continuava
violenta come un chiodo, la caccia alle streghe.

(altro…)

Antonio Nazzaro, Amore migrante e l’ultima sigaretta (nota di Melania Panico)

Nazzaro-2018-Amor-migrante-PORTADA-03-red_Página_1

Nel libro di Antonio Nazzaro, amore e viaggio sono i temi principali che si intersecano per dare vita a una poesia a tratti duplice ed evocativa, una poesia fatta di reminiscenze, in cui il passato è qualcosa a cui guardare con dolcezza ma anche con malinconia. Il passato è il luogo del ricordo e come tale è vivo ovvero rivive continuamente negli atti, in una quotidianità legata al senso dell’andare/ritornare: «Tu hai il potere di mancare/ senza averti avuto mai./ Come una terra perduta/ che solo può promettere il cielo.» Nella metafora della terra perduta gran parte del senso di questo progetto bilingue – italiano e spagnolo – lingue entrambe molto care all’autore. La lingua è un margine d’incontro per chi va via, emigra. Incontro con il nuovo ma anche punto di rottura, limite su cui costruire qualcosa di nuovo, come elaborare un lutto e ricominciare a disegnare su una pagina bianca.
Dicevamo amore e viaggio. Eppure il viaggio – se senza ritorno – può far mancare la terra sotto i piedi, proprio come l’amore: «Voglio un mondo semplice tra noi /dove non ci sono paure/ ma solo abbandoni./ Senza poter pensare/ di/ cadere.» Amore è cercare una casa e trovarla. È poter pronunciare di nuovo una parola svuotandola della memoria, se necessario: «non voglio la memoria/ ma solo/ quest’infinito presente.» Un poesia, quella di Antonio Nazzaro, che non ha paura di inseguire la verità, soprattutto quando è una verità dura e delicata allo stesso tempo, una verità per cui può anche mancare il fiato.

© Melania Panico

 

Tu hai il potere di mancare
senza averti avuto mai.
Come una terra perduta
che solo può promettere il cielo.

Tú tienes el poder de faltar
sin haberte tenido nunca.
Como una tierra perdida
que solo puede prometer el cielo. (altro…)

Eleonora Rimolo: poesie da “La terra originale”

 

Ci hanno detto di uscire il meno possibile,
solamente se urgente: polveri sottili,
smog, troppe sirene moleste. Mi difendo
così dai batteri, dalle spore, dai sorrisi
che non avrei incontrato. Trascorro i giorni
della malattia respirando la stessa aria
di sempre, osservo la sua caparbietà
la comparo alla mia penso a chi andrà via
per prima. Intanto la plastica fonde
cerca asilo nei polmoni dei superstiti,
con la pioggia non si può deglutire, brucia
l’ipotesi della resistenza, acre carità.

 

I viali esposti alle luci dei fari
come lunghi manuali dell’attesa:
girarci attorno era ridurre il cerchio
ad un’orma, avere ancora una scelta
perché con l’ansia indecente del ritorno
noi dobbiamo vagare, dobbiamo tornare
in cerca della casa originale,
della prima cellula essenziale.

(altro…)

Poesie di S.G. Dimoski (trad. di Emilia Mirazchiyska)


 

Секојдневна песна

животот не е само курва
туку и ти око мое и ти!

тревата наврапито што расте
и уште побрзо што венее
не е само ненадеен здив
туку и ти срце мое и ти.

каменот не е само обескрилена птица
водата не е само постојан изгрев
туку и ти крв моја и ти.

една ѕвезда паѓа
и гасне во моето крило

ох, вознеси се! вознеси се!

Canzone quotidiana

non solo la vita è una puttana
ma anche tu occhio mio anche tu!

non solo l’erba che cresce in modo veloce
e ancora più velocemente appassisce
è un respiro sorprendente
ma anche tu cuore mio anche tu.

non solo il sasso è un uccello senza ali
non solo l’acqua è un’alba incessante
ma anche tu sangue mio anche tu.

una stella cade
e si spegne nella mia ala

oh, innalzati! innalzati!

(altro…)

Inediti di Michele Fianco da “Delicatisimo”

 

Si arroga, tra l’altro, una disinvoltura nel sorso
che non tiene conto però
fino a che punto si tratti di un esofago oramai cinquantenne,
con un riflesso e una tenuta un poco in disuso.

 

 

A sip which doesn’t consider however that it is an esophagus now fifty years old.

***

Così, un punto di vacanza, un punto di vacanza
quando la convalescenza è anche la domenica,
le sue prime ore.
Lasciar defluire ogni popolo in testa,
ché il disordine delle settimane
e poi degli anni
e poi del cielo bianco, lì accanto,
lo avevano reso invece uno che si volta a salutare, sempre,
in una ricerca improvvisa –
“e non dev’essere così, calma” -,
nella ricerca chissà per quale motivo
di un vademecum,
che non si trova più.

 

 

So, a vacation point, a vacation point when convalescence also means the first hours of Sunday. Let all people flow from the head, but he is looking for the Manual of widespread man again.

(altro…)

Mark Bedin: poesie da “Variazioni in versi” (Controluna 2018)

Variazioni in versi.Bedin3

 

Il cuore mio è tra gli abissi nel più profondo riposto,
e in un vaso in carta dall’interno illuminato sta prigioniero.
Torbido in disgregata mucillagine lo sovrasta l’acqua
del mare, e in stoffa cuprea avvolto, vi si scorge dai
bianchi calici striature di stramonio cosicché più lui
non possa sospirare. E i ginocchi nervati dall’ingordigia
e rosi là dove ancora dei calcagni la pulsione suicida
s’intensifica in un’energia elettrica a eccitare la grigiastra
forma dell’amigdala, giudice ovoidale, io, sputo parole
dal delirio della stomia intestinale punta dai tafani che
con pigrizia scaccio con il palmo della mano.

Come dei polloni che delle cicatrici s’approfittano,
dalle fatidiche condizioni dell’innesco d’un dolore
che non ha motivo, m’accorgo d’un livido interno.
Il verso è un palombaro che s’adopera a rifugio
dalle più estenuanti radiazioni, sebbene coi piombi
alle caviglie, che se volesse disfarsene ne morirebbe
esangue e scarno poiché non avrebbe altra scelta
che tagliarsele o fornace che grida e fischia l’odore
della calcina viva che ascende da fosse scavate
nei campi, nelle quali, con l’utilizzo di un sofisticato
meccanismo di carrucole e corde, vengono gettati
cadaveri e carcasse d’animali.

(altro…)

Fernanda Ferraresso, Alfabeti segreti

Fernanda Ferraresso, Alfabeti segreti, Terra d’ulivi Edizioni 2018

Con alfabeti segreti si leggono e si creano codici, si esplora, si seziona, si ricompone l’esperienza, ché altro non è la poesia: fare un’opera perenne, perché in perenne divenire, ininterrotta, incessante, di codifica e decodifica del dato sensibile che giunge alla coscienza, oppure del bagliore di un lampo afferrato, dell’intuizione strappata nel corso di una immersione temeraria, là dove non osa addentrarsi chi si accontenta della conoscenza monodimensionale.
Questa concezione attiva, proattiva e reattiva della poesia è ai miei occhi alla base di tutta l’opera di Fernanda Ferraresso. È senz’altro caratteristica rilevante in questo suo libro, Alfabeti segreti, apparso in questo anno 2018 nella collana “Parole di cristallo” della casa editrice Terra d’ulivi.
Si tratta di alfabeti segreti in una molteplicità di accezioni. Sono infatti alfabeti secreti, distillati dalle più profonde, dalle più intime considerazioni, esplorazioni, perlustrazioni; sono alfabeti nascosti, dal momento che l’astuzia del passaggio del testimone si avvale di codici accessibili solo a chi è disposto a fronteggiare lo strazio del transitorio, per superarlo e pervenire agli «alfabeti impossibili dell’oltre»; sono alfabeti reconditi, a cui è possibile attingere dopo aver affrontato rischi per raggiungere recessi inesplorati; sono alfabeti intimi, profondamente legati a un lessico che non si spaventa del privato e del visionario e che necessita dunque di chiavi di accesso inusuali.
Ritroviamo, anche qui, come in opere precedenti di Fernanda Ferraresso – per esempio nel libro Nel lusso e nell’incuria del 2014, anch’esso pubblicato da Terra d’ulivi – con la stessa funzione fondante di crocevia, nel dispiegarsi di alternative, lo stilema che consiste nell’avvicendarsi di parole che hanno in comune la sillaba o le sillabe iniziali. Le «arnie» e gli «arnesi» che appaiono le une di fianco agli altri in uno dei componimenti centrali della raccolta si fanno catalizzatori del senso e narrano di una precisa nozione circa operosità e strumenti del dire poetico. (altro…)

Stefano Modeo: poesie da “La terra del rimorso”

Adesso

Adesso:

Volo all’altro capo del Paese
ciò che lascio ogniqualvolta
è un verso che risuona straniero
un’onda di mare che brucia salina
quella ferita mal ricucita di spina.
Un’umanità indecorosa e piena di grazia
dalla faccia istruita alla violenza del sole.
Torno all’altro capo del Paese
lascio una lingua, una gestualità.
la vita fatta a rottami dove rullano i tamburi
e le notti randagi
di giovani padri
di baci rubati.
Arrivo all’altro capo del Paese
mio nipote è già un uomo con delle parole
lo sentirò comprendere e descrivermi dove vive
mi dirà forse un giorno a che punto è la guerra
riconoscerà a fondo ciò che io chiamo: la terra

del rimorso.

 

VII.

Affrancarsi: prendere per mano la lingua morta
riportarla nei laminatoi a freddo
Lingua bene comune!
(poi: additarsi le destre passioni, stanarle)
Non imitare: uccidere lo standard:
A morte l’io.
Il pensiero nasce sempre per contrapposizione
No!:
sovvertire il punto esclamativo:
noi.

(altro…)

«Ma se la rivedessi, che direi?» “Coppie Minime”, Giulia Martini (di S. Vergari)

«Ma se la rivedessi, che direi?»
Coppie Minime
, Giulia Martini

di Sara Vergari

 

«Le mie poesie non cambieranno il mondo», scrive la Cavalli facendo una dichiarazione di “poesia semplice” in opposizione alla grande lirica, e inserendosi in una linea di leggibilità e essenzialità a cui appartengono altri poeti quali Valerio Magrelli. La poesia contemporanea sembra andare verso questa direzione, anche perché si presta innegabilmente a una maggiore fruibilità su internet e sui social, dove sta avendo sempre più visibilità, talvolta a discapito della qualità. Mentre la semplicità della Cavalli ha una voce forte e personale, il rischio della poesia di oggi è di scadere in una semplicità che sa di banalità. Sebbene infatti nessuna poesia nasca da un grado zero, rimane difficile trovare un linguaggio proprio che renda personali gli inevitabili stilemi tematici della lirica. E mi sembra che in questo mare digitale e cartaceo Giulia Martini, classe 1993, sia riuscita su tutti a dare un nuovo respiro alla poesia. La sua raccolta Coppie minime, edita da Interno Poesia, progetto nato su internet, ha girato su Facebook creando attesa e interesse per poi trovare un pubblico reale in libreria. Laureata da poco a Firenze in Letteratura Contemporanea con una tesi appunto su Patrizia Cavalli, Martini ne ha preso la semplicità ironica e disincantata per farne poi un “pezzo di successo” decisamente autonomo.

Il titolo, Coppie minime, ci offre una linea guida alla raccolta dai molteplici risvolti. Le coppie minime sono in linguistica una coppia di parole che si differenziano solo per un fonema e che acquistano significati diversi. La ricerca espressiva di Martini parte proprio da qui, interrogandosi sul punto in cui il linguaggio inizia a esistere e non è più un suono indistinto. Così le sue poesie sono ricche di paronomasie e rime, di elenchi, movimenti e scontri tra parole («Io rime, tu rimedi», «Tu e la tua logica farmacologica –/ io e la mia appena guarita ferita», «Ovunque sali e da ogni parte parti»). Il risultato è un viaggio onirico e delirante che ha l’aspetto di un quadro surrealista dai colori «bianco fantasma», «verde ufficio», «terra d’ombra bruciata» dove l’accostamento di parole crea suoni e effetti desueti.
Se una tale ricerca espressiva avesse solo uno scopo fonico sarebbe fine a sé stessa; dentro i ritmi spezzati di accostamenti lessicali Martini non ci cela la vera coppia minima, l’Io e l’Altro. Questi, come le parole, si vegliano, vigilano e sorvegliano, si illudono e si mancano. Ma il Tu a cui si rivolge Martini è un’assenza e la poesia stessa nasce da questa lontananza perché scrivendo qualcosa resta, come il nome Marta nel suo cognome. Ogni paronomasia, ogni altro mezzo stilistico dà forma all’assenza del Tu che ora vive da qualche altra parte: «Ti versi liquidi, io scrivo versi/ uxoricidi. Tu ridi tra i vivi». Questa assenza è una ritualità che si ripropone nel quotidiano tra il frigorifero e la lavatrice, tra l’Autunno e la Primavera con nostalgia, sofferenza, ma anche con ironia e consapevolezza. (altro…)