poesia contemporanea

CapoVersi, nuova avventura Bompiani, per la poesia

capoversi

Già in ristampa a soli due mesi dall’uscita, l’inizio di “CapoVersi“, nuova collana di poesia Bompiani, si afferma con tre libri di successo. Sotto la direzione di Beatrice Masini, l’editore ha avuto il merito di rinnovarsi in quest’avventura tenendo sì fede a una proposta alta, con tre importanti autori del Novecento, ma guardando anche alla possibilità di una larga diffusione del libro, in un’edizione bella e attraente. Molto merito va riconosciuto all’intraprendenza e all’intelligenza di Gerardo Masuccio, che ha curato i libri con Paolo Bonora.

Con John Ashbery, davanti al suo magistrale Autoritratto entro (così traduce in modo filologico Damiano Abeni) uno specchio convesso, siamo di fronte a una grandezza impossibile da non avvertire. Grandezza suggellata peraltro da Harold Bloom (l’autorevolezza del suo scritto in apertura arricchisce di molto l’edizione) e dalla traduzione come già detto rigorosa di Abeni. L’opera di Ashbery è da leggersi d’un fiato; solo così, seguendo il flusso dei versi, come accade leggendo l’Harmonium di Stevens, è possibile amare la complessità del dettato, la polisemia offerta in tanti nervi e nodi di questo capolavoro della poesia americana e universale datato 1975.
Partendo dai segreti sottesi all’autoritratto del Parmigianino, ci si porta via via leggendo in territori linguistici e mentali vastissimi, stranianti, e proprio per questo attraenti. L’io lirico annega, c’è qualcosa che sentiamo in noi e intorno a noi, qualcosa che ci anticipa, ci precede, una forza antenata pronta a conquistarci tramite la poesia. E c’è tutta l’intelligenza di Ashbery nel dirlo: «Il domani è semplice, ma l’oggi non è cartografato, / desolato, restio come qualsiasi altro paesaggio / a cedere alle leggi della prospettiva». L’uomo vive la propria vita sempre come fosse in un teatro, su un palco, persino in punto di morte, affermava Gilles Deleuze. È proprio così: così Ashbery dipinge la nostra prigionia, la forma che noi stessi ci diamo, consegnando alla nostra anima (parola sempre difficilissima) l’immobilità. Lì, in un posto, in un posto solo:

L’anima deve restare dov’è,
per quanto inquieta, a sentire la pioggia sul vetro,
il sospiro delle foglie autunnali sferzate dal vento,
e bramare d’essere libera, all’aperto, ma deve restare
in posa, in questo posto. Deve muoversi
il meno possibile. Questo dice il ritratto.

E troviamo l’angelo, figura così preziosa eppure oggi così trascurata, che ci viene in soccorso: «Forse un angelo ha le sembianze di tutto/ ciò che abbiamo dimenticato». (altro…)

Quando l’amore arde al condizionale: «La morte di Penelope» (nota di Paolo Steffan)

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Venezia, Marsilio, 2019, 95 pp., 12 euro.

Racconto all’apparenza leggero ma subito penetrante, La morte di Penelope di Maria Grazia Ciani (Marsilio 2019) gioca sulla superficialità di un velo per dare profondità al mistero dell’animo di una donna straordinaria: è Penelope, sposa di Odisseo e presidio incrollabile in quell’Itaca sprofondata nelle gozzoviglie dei Proci, perché rimasta da vent’anni senza Re. Tutti la ricordiamo infaticabile e insonne tessitrice, nel suo fare e disfare la tela grazie alla quale procrastinare la propria scelta e, così, pur assediata dai Pretendenti, mantenere la propria fedeltà a un uomo distante, forse morto. Nel nostro immaginario la conserviamo ferma nella sua immobilità, «pietrificata (…), prigioniera» di un «ruolo» (p. 27). Nessuno di noi ricorda una sua parola: solo il gesto della tessitura, per seguire semmai il filo di qualche lacrima rigarle la pelle non più fresca delle gote, ancora capaci d’altronde di affascinare chi sappia cogliere – dietro gli occhi maturi di Penelope – il suo cuore predisposto all’amore, la sua «bellezza senza tempo». Ma già questa è una soglia oltre cui la lettura di Omero ci impedisce di andare, se non con l’immaginazione.
Così Maria Grazia Ciani, dopo una vita da grecista, traduttrice raffinatissima di Omero (sue le belle edizioni Marsilio dell’Iliade e dell’Odissea), ci fa dono di ciò che da lei desideravamo: sapere come «potrebbe (…) o meglio: avrebbe potuto» (p. 95) tessere la propria tela Penelope, se per un momento si fosse tolta la «maschera austera di sposa fedelissima» (p. 9), quel velo che può renderla agli occhi di un gagliardo Antinoo «misteriosa e sfuggente» (p. 7) e perciò ancor più fascinosa. Così, tutta la prima metà del racconto è all’ottativo: lui e lei sono rapiti egualmente da un fatale desiderio. La felice soluzione narrativa – già impiegata in Mentre morivo da un Faulkner estremamente omerico – è di offrire brevissimi capitoli aventi per titolo il nome del narratore in prima persona, ora Penelope, ora Antinoo: in questo modo siamo facilitati nell’auscultazione di pulsioni che sono attimi, sguardi, che conosciamo all’origine, dalle viscere del sentimento che segretamente i protagonisti covano l’una per l’altro, da noi osservati pedissequamente attraverso un duplice punto di vista interno. Ecco che ci è svelato di pagina in pagina un «pensiero tormentoso» fatto di interrogativi («potrò mai vederla da solo a sola?», p. 19), un «pensiero dominante» (p. 48) che riconosciamo già leopardiano con la nostra sensibilità di posteri. E par proprio talvolta di star leggendo il canto omonimo, quando Antinoo, rapito dall’amore, si sente prigioniero di quel pensiero che non lascia requie:

Da che ti vidi pria,
di qual mia seria cura ultimo obbietto
non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
ch’io di te non pensassi? ai sogni miei
la tua sovrana imago
quante volte mancò? Bella qual sogno,
angelica sembianza,
nella terrena stanza,
nell’alte vie dell’universo intero,
che chiedo io mai, che spero
altro che gli occhi tuoi veder più vago?
Altro più dolce aver che il tuo pensiero?

(Giacomo Leopardi, Canti, XXVI, Il pensiero dominante, vv. 136-147) (altro…)

Luigi Bressan, Quetzal (nota di Renzo Favaron)

Quetzal o quando non ci sono più gli uccelli di una volta

Qualche anno fa scrissi una recensione per Luí (Einaudi editore, 2003) di Giancarlo Consonni, una raccolta di poesie in cui si percepiva acutamente lo stridore, l’urto della civiltà urbanizzata a detrimento della secolare e indifesa natura. Ricordo le immagini perturbanti (ad esempio, l’iguana venduta in un negozio della metropoli milanese) e la malinconia che portavano con sé e suscitavano proprio per le loro incongruenze, anche se erano lo specchio di un gusto ormai generalizzato e rispondente agli strumenti mediatici che ci fanno apparire vicino ciò che è lontano. Nella raccolta Quetzal (Il Ponte del Sale, 2019) di Luigi Bressan ad avvicinare il passato al presente, i luoghi di ieri a quelli che ora ci sono più prossimi, è invece la memoria e una vivida immaginazione. All’origine di ogni testo c’è un uccello o una schiera di uccelli (gabbiani, colombi, storni, eccetera) e va detto subito, anche se può apparire un accostamento un po’ arbitrario, che le immagini tratteggiate da Quetzal, per lo più riconducibili a un territorio circoscritto e delimitato, contengono in sé elementi plastici e rimandano a certe atmosfere che riportano all’occhio della mente alcune opere dell’artista americano Edward Hopper; Cape Code Evening (Sera a Cape Code), tanto per dire, opera in cui è ravvisabile una vegetazione che travalica i confini abituali e minaccia di usurpazione ogni altra cosa; oppure Early Sunday Morning (Domenica mattina presto), dove l’artista americano si sofferma a mostrare e dipinge l’avanzare dei palazzi moderni che minacciano le case più vecchie. Ecco, ci sembra che l’invasione sia una delle chiavi principali per interpretare la narrazione (in versi) sottesa a Quetzal. Di certo, è all’interno di un paesaggio in cui il rapporto tra uomo e natura non è più razionale e rispettoso, per quanto siano presenti toccanti eccezioni di segno opposto, quello in cui respirano, fischiano e volano gli uccelli di Luigi Bressan. Al tempo stesso, passeri, gabbiani, cornacchie si presentano come entità antropomorfe, animali in cui sono stati travasati sentimenti e tratti che appartengono a una specie umana ‒ se così si può dire – in cui è ancora vivo il dialogo orante fatto di gratuità e responsabilità. In fondo, gli uccelli di Luigi Bressan sono un’incarnazione dell’altro, cioè del prossimo come portatore di un’ordine e di un’obbligazione non solo nei confronti degli altri esseri umani, ma anche di tutte le cose create da Dio. In questo senso, il poeta ritesse i fili di una tradizione scomparsa e lontana, come quando un uomo ormai vedovo si ritrova faccia a faccia con la moglie defunta, una moglie che ora ha le sembianze di una civetta e che, dopo avere ripreso posto in lui, risveglia un’affettuosità che si era assopita da tempo immemorabile (Chiuse la porta e depose sul letto/ la cara bestiola con ali spante/ la vegliò per tutta la notte/ la vegliò con tutto il suo amore). (altro…)

Emiliano Ventura, Intervista a Sotirios Pastakas

Sotirios Pastakas, foto di ©Dino Ignani

La poesia è la più aristocratica delle arti».
Intervista a Sotirios Pastakas

di Emiliano Ventura

 

Sotirios Pastakas è uno dei maggiori poeti greci, la sua opera è tradotta in molte lingue (quindici) ed è apprezzata in varie nazioni e continenti; la sua raccolta Trilogia (Food Line) è stata tradotta negli USA nel 2015. Nello stesso anno gli è stato assegnato il premio Annibale Ruccello. La sua opera poetica viene edita in Italia dal coraggioso Multimedia Edizioni (Salerno 2016); Corpo a corpo è un’antologia che raccoglie le varie parti delle sue raccolte da L’esperienza del respiro (1986) all’Incipiente Alzhaimer 2017. Per le prestigiose edizioni dei Quaderni del Bardo (Lecce, 2018), esce la raccolta Jorge; mentre Monte Egaleo, forse la più saccheggiata, è del 2009. Pastakas è anche psichiatra, attività che ha svolto per decenni e che inevitabilmente si riflette sulla sua opera. Nello svolgere un lavoro critico sulla sua poesia ha avuto la cortesia di farmi leggere alcuni suoi racconti editi e tradotti anche in italiano. Queste prose appartengono alla raccolta, Il Dott Ψ e I suoi pazienti, pubblicato nel 2015, da “Melani” editore, Atene. Più che racconti sarebbe meglio definirli “piccoli poemi in prosa” (come le prose di Baudelaire), è come se fosse rimasto fedele al dettame del poeta francese “sii sempre poeta anche in prosa”. Questa breve intervista è debitrice alla sua poesia ma anche ai piccoli poemi che ci ha donato.

1.D) Cosa si prova ad usare la stessa lingua di Omero, Esiodo, Eschilo, soprattutto ad essere capiti usando quella stessa lingua? (non è proprio così ma semplifico per rendere l’idea). Come se io potessi usare il latino, la nostalgia del latino, ed essere compreso da tutti senza sembrare nostalgico, elitario o pazzo. Il greco è una lingua senza nostalgia?

1.R) Il greco è una stratificazione di linguaggi molto ricca, di secoli, e mi sento fortunato ad usare le parole che creano assonanze, allitterazioni e doppi, se non quadrupli, sensi di interpretazioni a posteriori. Una lingua malleabile e ricca, capace di offrire nuove metafore. Omero, Esiodo ci hanno fornito le maggiori metafore… il mare pieno di vino, la notte che ha generato i figli dei sogni… Non parliamo più la stessa lingua ma ci è familiare per via delle metafore… essendo queste poche di numero, è una provocazione reale per noi Greci cercarne di nuove, anzi quell’unica che ci permetta di vedere il mondo di nuovo giovane e sano. La nostalgia si scaccia proprio con la ricerca della nuova metafora che darà la carica all’orologio fermo dell’epoca moderna… Eschilo aspetta di essere scritto daccapo…

2.D) Oltre ad essere poeta sei autore di alcune prose, tra queste volevo chiederti di tornare su Allen Ginsberg, il mio Babbo Natale. Qui racconti del tuo viaggio in autostop a Spoleto per ascoltare Allen Ginsberg, nel ‘75. Un evento che non ti piacque perché suonava un aerofono e non ti fecero fumare. Mentre lo avresti apprezzato, anni dopo, nel ’79 al festival di Castelporziano, quando calmò i tafferugli del pubblico con la recitazione delle sue poesie, l’Om e l’accompagnamento musicale. Volevo chiederti una testimonianza su quell’evento del ’79, il secondo momento traumatico per la poesia italiana, il primo è l’omicidio Pasolini. Dopo questi fatti la poesia italiana si chiude nell’autoreferenzialità, è divenuta ancor più elitaria perdendo la capacità, o volontà, di essere popolare.

2.R) «In our sleep, which cannot forget falls drop by drop upon the heart until, in our own despair, against our will, comes wisdom through the awful grace of god». [Nel nostro sonno, che non può dimenticare, goccia a goccia cadente sul cuore finché, nella nostra stessa disperazione, contro la nostra volontà, arriva la saggezza, come una terribile grazia di Dio]. Parole di Robert Kennedy per la morte di Martin Luther King, sono i versi 179/183 tratti dall’Agamennone di Eschilo, il poeta più amato da Kennedy. La cultura Italiana non ha potuto piangere Pasolini. Un processo di lutto necessario per andare avanti, ci sono state reazioni sentimentali vuote di senso, di fatto nulle. Se Pasolini fosse stato pianto veramente a suo tempo avremmo avuto un’altra cultura, un’altra poesia, forse, in Italia. La negazione del lutto ha creato tutta questa poesia da pettegolezzo condominiale, caro alla Commedia all’italiana, ma non alla poesia alta di Sereni, Saba, Penna. La rimozione poi del Festival di Castelporziano ha creato mostri di rappacificazione. Poeti italiani, anziché aprirsi al mondo si sono rintanati nella piccola Italia di Arbasino. Dimenticando il giorno dopo Yevtushenko, Tomas Gorpas, Gregory Corso, Amelia Rosselli, cito apposta nomi a caso dei partecipanti, per far capire che Castelporziano e stato un momento magico per il pianeta terra e non solo per l’Italietta di Fantozzi. Io partecipo a vari festival poetici in Italia e fuori, quello che non mi convince, nei poeti italiani, è il modo di recitare i propri versi: leggono tutti inspirando la voce, lì dove dovrebbero aspirare, mi fanno pena veramente, per dirne una… Come si fa, caro mio, a porsi di fronte a un pubblico popolare recitando da improvvisato Memè Perlini?

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I poeti della domenica #398: Antonino Caponnetto, Senza titolo

 

Senza titolo

La verità che tante volte inseguo
è quella inafferrabile
di un dormiveglia quando è quasi l’alba,
perturbante pensiero e desiderio
che il risveglio cancella in un istante.
La cerco sul tuo viso mentre dormi.
E tu ti sveli come un singhiozzo.
Un nodo in gola, un vuoto, una morte.

.

Antonino Caponnetto, in Agonie della luce, prefazione di Beppe Costa, Pellicano 2015

I poeti della domenica #397: Ferruccio Brugnaro, Non si può spegnere

 

NON SI PUÒ SPEGNERE

Il mio grido è una ferita angosciosa
.                   una grande ferita.
Il mio grido è un acido
.                   forte, deciso
entro una quiete millenaria
.                             di frustrazioni
una quiete piena di delitti.
Non chiedetemi, non chiedetemi
.                   di soffocarlo.
È dolore antichissimo
.         di profonde differenziazioni
.                   divisioni
.                   morti.
Non chiedetemelo, non chiedetemelo più.
Il mio grido è amore viscerale
.                   uguaglianza
di tutti gli uomini e i popoli.
Non si può, non si può spegnere.

.

da Ferruccio Brugnaro, Le follie non sono più follie, Seam 2014 e Pellicano 2017.

Maurizio Soldini. Lo spolverio delle meccaniche terrestri – Nota di Enzo Rega

 

DaL_Soldini_Alvino

Il titolo del libro di Maurizio Soldini, Lo spolverio delle macchine terrestri (nota di Giuseppe Manitta, Il Convivio Editore, Castiglione di Sicilia 2019, pp. 184, euro 15,00), ci dà il senso dell’interrogarsi sulla condizione umana all’interno della dimensione terrena (su questa «malmostosa terra», p. 94), in una dinamica caratterizzata dalla finitudine nello scorrere inesorabile del tempo. Una condizione che viene esplorata sia sul piano della quotidianità e delle piccole cose che la riempiono sia su quello teorico della conoscenza e della ricerca che va oltre il dato immediato. Da un punto di vista generale, o esistenziale, e da un punto di vista particolare-concreto, o esistentivo, per dirla con l’Heidegger pur citato in esergo.
Testimonianza di questa ricerca ci è data, oltre ovviamente dalle tante pagine in cui si dispiega, riannodando i fili delle stesse questioni più volte riprese, anche dalla comparsa,quasi a fine libro, dell’espressione «meccaniche celesti», come a raccordare terminologicamente macro e microsistema. Un raccordo che avviene anche grazie alla compresenza nel libro di un lessico alto e a volte specialistico e di un linguaggio basso e colloquiale. Lo mette in rilievo anche Gualberto Alvino (treccani.it/magazine/lingua_italiana, 22 aprile 2019) che ci fornisce rispettivamente questi due elenchi: serpigine, albedo, ipocondrio, metanoia, midriasi, miosi, astenia, disbasia, logica binaria, falbo, basculante, tettonica, vindice, resilienza, stocastici, canniccio, mutacico, gemizi, invitto, cogenza, fabulare, aspergine, antalgia, ischiatiche, giugulo, nistagmo, peronospora, sacertà, allotrio per il primo aspetto; bar, chiacchierare, tettoia, scalino prescia e perfino culo per il secondo. E lo studioso mette in evidenza come a testi surreali e oscuri, vedi La differance, si alternino testi limpidi e scorrevoli, e chiede poi al lettore di decidere quale forma rappresenti meglio il fare poetico del nostro autore.
Di «vivacità stilistica», e quindi possiamo dire di “varietà”, parla anche Giuseppe Manitta nella sua nota introduttiva nella quale ravvisa nella poesia di Soldini anche una «molteplicità tematica […] che avanza per scorci e per visioni», senza però rischio di frammentazione perché l’istanza gnoseologica dà all’opera una sostanziale «unità di ricerca». Anche per Manitta, il dettaglio serve a illuminare il tutto, come chiarisce l’esempio dei cerchi concentrici provocati da un sasso gettato nell’acqua e che fa la propria comparsa in uno dei testi della raccolta.
Mi preme mettere in rilievo però l’aspetto – diciamo così – odeporico del libro, laddove il paese straniero e scognito attraversato è la vita stessa, vista come un viaggio in una tensione continua di oltrepassamento di confini, e di soglie, in un andare (per riprendere Heidegger) su Holzwege, sentieri erranti che si perdono nella selva dell’esistere. (altro…)

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo. Disegni di Francesco Balsamo, Arcipelago itaca 2019

Dal cane corallo (Arcipelago itaca 2019) di Giampaolo De Pietro provengono scatti improvvisi, scarti, attese guardinghe e soprattutto tanto, tanto camminare.
L’autore dei versi dichiara che il Cane Corallo è il cane-meticcio cane-da-caccia Tobia, e già il nome apre la via a una serie di associazioni che vanno dal testo biblico alla serie televisiva in bianco e nero di quando al pomeriggio c’era “La TV dei ragazzi”.
Ma Tobia ha una sua personalità fatta di paure e di attenzioni, di mimetizzazioni – «Il cane corallo/ corteggia ogni cespuglio/ fino a sembrare un gatto (che fa le fusa/ e contro il primo che passa si struscia)» – e di attese in sconosciute scansioni del tempo: «il cane a muso stretto per/ la quiete irriflessa dalla bocca/ aperta di sempre, la lingua pendente/ sua attesa di appendersi all’aria del prossimo/ autunno, chissà che nome hanno le stagioni/ delle sensazioni per lui, il cane».
Nel suo camminare, che alterna i movimenti del battere e del levare, che è cadenzato dal fiato e dal fiuto (oltre il semplice e non sorprendente gioco di parole, vale la pena di indagare su questa “altalena del respiro”), si sollevano, si sprigionano domande. O siamo noi umani a immaginare, a ipotizzare quesiti e interrogazioni, a esprimerli sproloquiando, lingue verbose a fronte delle lingue lunghe, ma mute di idiozie, del cane?
Anche questo interrogativo anima le pagine di Dal cane corallo, ed è un interrogativo legato sia all’incontro tra due dimensioni esistenziali, canina e umana, sia agli strumenti espressivi e comunicativi in senso ampio:

La lunga lingua del cane,
per non sapere dire scemenze,
la lingua lunga dell’uomo,
per l’eccesso – opposto – contrario (altro…)

Maria Benedetta Cerro, La congiura degli opposti (nota di Giuseppe Varone)

 

La congiura degli opposti ossia la traducibilità del silenzio

La volubilità dell’anima basta a reprimere, ad alterare la forza del poeta, che nella sua natura riconosce il segreto della mai effimera brevità di ogni illuminazione lirica, evanescente ma non transiente, giacché permanente nella sua inappagabile perpetuità, come fosse controfigura dell’oblio e memoria che brucia nel gelido fuoco della solitudine.
Nell’opera di Maria Benedetta Cerro – La congiura degli opposti (LietoColle, 2012) – si individua il timbro netto e la forma sciolta, la linea nitida e leggera, come pure la temperanza espressiva che finemente contorna il profilo dell’Es, raggiunto nel senso squisito del suono e del modellato ottenuto in esistenza di pena, sorella della creazione. Ogni stanza possiede un tempo entro il quale appare agevole l’ardua permanenza dell’artificio, che vela e non accompagna le disarmanti virtù, vigorosamente irroranti l’indefinita proiezione dell’esistente.
La Nostra è poetessa che indulge senza tregua alla meditazione sul mondo e le sue sfumature, sull’uomo e le sue molteplici apparenze, nonché sui principi che plasmano il vivente, contemplati dal di fuori e poi serbati nell’enigma della parola: la brevitas e la risonanza trainante di un canto silenzioso, evocativo leggende senza perimetro, narrano la mitopoiesi del suo universale soggettivismo, sussistente nell’istinto della propria diversità.
La tenuità dei sentimenti riecheggia nella pronuncia poetica di ogni segno accorto, ritrovato nell’abisso, dove altri non inclinano; ascesa e amorevole elevazione in un’indicibile lontananza che avvince e ammanta. La realtà scompare e rivive il suo senso, senza regole precorse, vergine come lingua di donna, primordiale e autentica come grandi occhi d’infante. (altro…)

Ivan Hristov, Il discorso continuo (di Luca Benassi)

Ivan Hristov. Il discorso continuo.

Traduzione di Laura Corraducci

Il libro più noto di Ivan Hristov è Poesia americane del 2013, dal quale sono tratti i testi qui pubblicati (tranne Acacia e Zaffiro, che sono tratti da Dizionario dell’amore). Poesie americane è un titolo che rimanda a un’appartenenza geografica, spostando l’attenzione dalla penisola balcanica, alla quale il bulgaro Hristov appartiene, al grande continente oltreoceano, che il poeta ha frequentato lungamente per motivi personali.
Del resto, questa scrittura ricorda certe movenze della poesia statunitense, attraverso la tendenza a raccontare con piccoli quadretti che si offrono in pennellate e brevi scoppi di colori. In questo senso la poesia di Hristov va avanti per fotogrammi, istantanee di vita, offrendo una geografia scarna, fatta di interni di appartamento, un soggiorno, la luce di un tramonto, un lago: «E restammo seduti/ Nel mezzo/ Del tramonto/ Sul lago/ In silenzio.» Si tratta di poesia brevi, verticali, dove il linguaggio è asciutto e diretto, e dove emergono la trasparenza del dettato, il tono disarmante e privo di astuzie linguistiche e di retorica. È una poesia quasi senza aggettivi, assoluta, che per certi aspetti ricorda lo statunitense Carver: il tono è discorsivo, quasi un piccolo racconto dialogato negli spazi immensi e assoluti dell’America. Si tratta di ‘discorso continuo’ che cerca di costruire un flusso – spesso un flusso di ricordi – e richiama un’altra grande esperienza poetica d’oltre oceano, la beat generation, i cui poeti sono citati dal nostro autore: «E stavamo seduti/ Da qualche parte/ Nel nostro piccolo/ Paese/ Nel nostro piccolo vicinato/ Nel nostro piccolo appartamento/ Restavamo seduti in silenzio/ Bevendo/ E poi/ Parlammo/ Parlammo/ Di Allen Ginsberg/ E Charles Bukowski/ E di Jack Kerouac/ E William Borroughs/ E parlammo/ degli anni ‘60/ dei nostri amori/ delle nostre Americhe».
Gli Stati Uniti di Hristov si mostrano come uno spazio mentale, nel quale si addensano le nostre paure, sogni, le speranze compiute e quelle infrante; è un’America nella quale ritrovarsi e poter cogliere gli stereotipi che ci appartengono, affondando le radici nell’immaginario, come nel testo dedicato all’attentato alle torri gemelle, rivissuto cinque anni dopo, attraverso un ricordo che si fa presente.
In questa poesia, tuttavia, non mancano i tentativi del poeta di cercare la sua terra, i riferimenti di bellezza che sappiano orientare e stupire come nel testo Un rosa bulgara. Qui il poeta cerca ‘qualcosa’ di bulgaro Fra Andy Warhol/ E Yoko Ono, fra i simboli accesi dell’America, fra i ready made delle gallerie d’arte che non sembrano offrire bellezza, e la grandezza dei musei di scienze. La bellezza è una rosa, simbolo della Bulgaria ed espressione di sinuosa femminilità e semplice gioia, che sboccia fra le vie tutte acciaio e cemento d’America.
Hristov tenta di avvicinare i lembi dei continenti, fa sussultare la terra, fa incontrare mondi. Nella poesia Bernie il poeta racconta un dialogo sulle differenze fra cattolicesimo e protestantesimo. Anche qui emerge il tentativo di creare una connessione fra i due continenti (anche se la Bulgaria è un paese a maggioranza ortodossa), ricordando l’epoca socialista nella quale l’assenza di Dio era imposta dalla politica.
Nelle poesie di Hristov c’è quasi sempre un dialogo o il racconto di un dialogo. C’è un Tu che si fa noi, si racconta di noi che parlammo, bevemmo, oppure rimanemmo seduti davanti al silenzio di un lago. Questa poesia è un’esperienza collettiva, un piccolo diario d’incontri da appuntare nel cuore e nella memoria per «sollevare il dolore,/ riconciliare le contraddizioni,/ donare la vita eterna a coloro/ che la posseggono.»
Poesie americane è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2013, in versione bilingue bulgaro inglese. La traduzione dall’inglese dei testi qui pubblicati è di Laura Corraducci.

© Luca Benassi

 

4.5 on the Richter Scale

Per Vladimir Levchev

E stavamo seduti
da qualche parte
nel nostro piccolo
paese
nel nostro piccolo vicinato
nel nostro piccolo appartamento.
Restavamo seduti in silenzio
bevendo
e poi
parlammo
parlammo
di Allen Ginsberg
e Charles Bukowski
e di Jack Kerouac
e William Borroughs
e parlammo
degli anni ‘60
dei nostri amori
delle nostre Americhe
ed improvvisamente
la terra sotto di noi
sussultò
perché avevamo
riavvicinato troppo
i continenti
Vlado
e per questo Dio
ci punì.

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Antonella Rizzo, A quelli che non sanno che esiste il vortice

 

Antonella Rizzo, A quelli che non sanno che esiste il vortice. Prefazione di Roberto Malini, Lavinia Dickinson Edizioni 2019

Incurante, se non addirittura – così a me pare – beffarda di artificiose distinzioni di generi e specie nelle composizioni poetiche, Antonella Rizzo attraversa, esperisce, esprime, fa ‘detonare’, diverse tra le funzioni del linguaggio, quelle, per intenderci, che Roman Jakobson ha individuato come afferenti all’atto comunicativo, nei testi che costituiscono la sua raccolta più recente, A quelli che non sanno che esiste il vortice.
Adopero intenzionalmente l’aggettivo “comunicativo”, giacché fin dal titolo l’autrice non solo nomina i destinatari della sua opera, “coloro che non sanno che…” (funzione persuasiva), ma illumina sul contesto (funzione informativa) e genera curiosità: che cosa è il vortice, ci si chiede, e, ancora, chi è mai l’emittente del messaggio per essere depositario della nozione, dell’esperienza del “vortice” (funzione emotiva)?
Gli strumenti dispiegati nel far brillare la funzione poetica sono ampi, di varia natura, manovrati con abilità e consapevolezza, penne impugnate come armi in una guerra, che da altri viene condotta come «gestazione malata». I versi liberi di varia lunghezza mostrano una sapienza solida circa impianto sonoro e figure retoriche. Tra queste, va evidenziato l’ossimoro funzionale a una poesia che espone e smaschera contraddizioni feroci nell’esistente: «disarmo assassino di gente allo sbando», recita un verso tra i molti che si imprimono nella coscienza di chi legge.
Non c’è artificiosa separazione di ambiti del dire poetico, l’io si trova a essere sia preda – di dubbi, di lacerazioni, di dolore come dimensione permanente – sia regista della rappresentazione (nel teatro stabile e itinerante di vita e poesia), non priva di memoria pirandelliana, di «figure esili in cerca di un dramma solido». (altro…)

Irene Sabetta, Tre testi inediti

Hanoi. Foto di Sandro Gigliozzi

 

Gente di Hanoi

La città nel fiume
emerge a sprazzi dall’acqua verde.
Non chiede pietà e non dorme la gente di Hanoi.
Si muove agile
su ruote di fuoco
lungo la cresta del dragone
e agli incroci delle strade
ognuno segue il suo destino:
una tomba nel campo di riso.
La dama della foresta
è lontana ormai,
si è persa tra le botteghe di souvenir
o è scivolata nel lago
al richiamo della tartaruga.
Buddha è arrivato via terra
tanto tempo fa
ed è ingrassato qui
dove ogni angolo di strada
si riversa nel piatto.
Le donne indossano tuniche
per non scoprirsi
alla luce violenta del sole
e roteano come libellule
sotto sedici giri di bambù.
Le donne di Hanoi
sono libellule e formiche
e come fenici
rinascono dalla pioggia
e la loro pelle è bianca.
I numeri non si contano
ad Hanoi
e l’indistinto tutto
danza in vortice
fino al mare.

(altro…)