poesia contemporanea

I poeti della domenica #366: Annamaria Ferramosca, “errore: non essere rimasti accanto al fuoco di fila…”

 

errore: non essere rimasti accanto al fuoco di fila
con occhi di cane a implorare o – muso in alto – ad abbaiare

urgenza del mutare
un grido-scheggia che trapassi la retina
apra varchi inattesi
un tempuscolo stabile del coro
torre inattaccabile dove
le lingue si traducono solo sfiorandosi

così i fallimenti possono mutare
in categorie di seduzione
come la catena trasmessa dal seme al frutto
nonostante il marciume     il trambusto dei rami

 

 

Annamaria Ferramosca, Ciclica, La Vita Felice 2014

I poeti della domenica #365: Tommaso Di Dio, “Questo sole che sbatte…”

 

Questo sole che sbatte
sulle impalcature a mezza via; scarno
sistema di tubature e plastiche, pratiche
d’umana ascesa. Pochi giorni dopo
di nuovo l’inverno deriva
la mia faccia dal cemento inerte
e sono tutti gli alfabeti ordini
ordigni; foglie cadono assalti
le parole esplodono
e sono cera pasta biologia, e non tengono
decadono. E allora t’alzi; e ricominci.
Insisti fin che dura questo male
scrivere
le cose che passano.

 

Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, LietoColle, pordenonelegge, 2014

Marco Onofrio, Le catene del sole

Marco Onofrio, Le catene del sole. Prefazione di Vittorio Maria De Bonis, Fusibilia libri 2019

Nella sua “opera mondo” Ulisse, nel capitolo Le mandrie del sole, James Joyce racconta del difficile parto della signora Purefoy, ovviamente il 16 giugno a Dublino, in ospedale, nel reparto di ostetricia. Lo fa, di volta di volta, ricorrendo alle grandi voci della letteratura inglese (per citarne alcuni: Chaucer, Defoe, Dickens) e ripercorrendone i tratti stilistici in una perfetta e arguta imitazione.
Non nascondo di aver pensato spesso alle joyciane Mandrie del sole leggendo l’opera più recente di Marco Onofrio, Le catene del sole, volume di poesia che affonda le mani – e gli strumenti del dire – nel tesoro dei molteplici toni, registri, stili costituito dai ricchissimi ‘repertori’ dell’autore.
Sono mani che affondano e che tuttavia sanno bene che cosa far emergere di testo in testo, esattamente come avviene, nel capitolo menzionato, per la scrittura dell’autore irlandese che Italo Svevo conobbe come “mercante di gerundi”.
È così che in componimenti multiformi e non di rado perfino ‘sovrabbondanti con gusto’ per commistioni linguistiche e per creazioni lessicali, Marco Onofrio dispiega ritratti appassionati e ironici, commossi e ferocemente sarcastici.
Fa bene Vittorio Maria De Bonis nella prefazione a far tintinnare, pertanto, la moneta sonante dei riferimenti a grandi nomi della letteratura italiana – da Folengo a Buzzati, da Campana a Montale, soffermandosi in particolar modo su Gadda e Pasolini, soprattutto in virtù del loro plurilinguismo – e a sollecitare il palato del lettore esigente con il goloso accumulo “à la Rabelais”. Ma ancora altri ponti vanno gettati, altre allusioni vanno identificate e ripescate. L’arco teso verso le suggestioni provenienti da altri autori deve necessariamente spaziare in epoche e luoghi. Sì, perché anche qui, come già per Joyce, il bersaglio – i vizi capitali nelle loro innumerevoli manifestazioni – è mobile, ampio e astuto nel mimetizzarsi.
Gioco, pastiche, acrobazie dei suoni e dei lemmi sono amplificati, senza alcun timore dinanzi al trionfo dell’iperbole, e resi più incalzanti dallo slancio etico, dalla “civile indignazione” che, fin dal 2008, Marco Onofrio ci ha fatto conoscere con il suo Emporium.
Proprio di Emporium. Poemetto di civile indignazione, questa raccolta, Le catene del sole, contiene un significativo estratto, qui intitolato Perdone, my Tycoon nella traduzione in spagnolo di Bernando Santos e Soledad Soler.
Per questo motivo, vale a dire per la tensione etica fortissima,  la rigogliosa e ingegnosa comicità di Al privé (Roma anni ’80) che spalanca il sipario con lo «Strompegone bullo e barracano», l’irresistibile “contrasto”  in salsa erotica di Piccolo naufragio sentimentale – versione contemporanea dell’antico contrasto, con  l’amante pirotecnico a parole e la sua ‘compagna di convegno amoroso’ che si avvia a cocente delusione – sono intimamente uniti ai versi indimenticabili rivolti a lei, la grande esclusa, la Memoria, così come alla ballata dolente Disperatamente Italia, che si apre con la citazione dalla Canzone all’Italia di Petrarca e che chiude la raccolta. (altro…)

Mario Famularo, poesie da “Favēte linguis” (Giuliano Ladolfi Editore)

 

l’utilità del vaso sta nella sua capienza
in quella sua funzione di comprendere e raccogliere
di farsi intermediario di cose in fondo semplici
è vero può cadere frantumarsi e l’entropia
di certo non consente una ricomposizione
bisogna fare il vuoto valorizzare il nulla
che intorno ha prevalenza
su tutte quelle cose che sembrano impedirlo
e poi ad ogni caduta
ricostruire ancora
per trasportare il nettare
di quell’imperfezione che conserva le fratture

 

 

l’impianto dell’esistere è già
così terribile, tra angosce
solitudini distanze ed ossessioni
per essere sereni
scontiamo uno sconforto permanente
e allora
perché rendere ogni cosa più difficile
razziando i nostri simili
cedendo alle lusinghe di vantaggi
predatori
la logica dovrebbe favorire
il formicaio, che invece
tolleriamo con fatica
la cenere sul capo
l’olezzo di impostura
amare la rovina
la resa della logica al veleno
della cura
eppure si era detto di svanire
silenziosi, pacificarsi al cielo
pugnalando le ambizioni

(altro…)

Inediti di Mario Cianfoni

tra i calanchi di Tursi e Aliano (MT)

#1

Torce la lira un Orfeo in agonia
ed è torto il sangue
se stilla in danze macabre
il ritorno in risalita del tempo
perduto come pietra fuor di traccia.

Restano tre passi,
Euridice cade, s’apprende,
ancora come foglia morta cade,
s’arrende.

Venature di giada scorrono su un’ara di sale
che fa più nero il sangue,
e nessun canto
soccorre a piagare il silenzio,
a dare corpo di sostanza a un’ombra
nello svanire a una svolta d’angolo.

Carnaio senza rito,
sibili sventrati,
le luci opache della città.

 

#2

Nero cielo di mani,
una ridda di demònî
sorveglia dalle soglie
rupi e ciuffi di ginestra
che fanno più famelici i burroni.
Neanche sul muro che a notte ci parlava
è più impressa la tua ombra zigrinata,
umidità esausta
tra i tagli di secco delle pietre.

Ritorno al paese
e folate di vento fanno ancora scoppiare
i fuochi di San Giuseppe,
lingue d’assenza e parole perdute
come nostalgie infitte
nel cuore di una sera abbandonata
su trame sfilate della memoria.

(altro…)

“La parola detta”: intervista a Stefania Di Lino

Stefania Di Lino, foto di Silvana Leonardi

Il 24 febbraio 2019, in occasione della presentazione del libro di Stefania Di Lino, La parola detta, ho rivolto alcune domande all’autrice. Riporto qui di seguito il testo dell’intervista (Anna Maria Curci)

AMC: La tua scrittura  entra nel vivo degli universali della  poesia. Con questa espressione intendo una grammatica del poiein  nella quale etica ed estetica sono, insieme, inseparabile principio fondante e nutrimento. Dall’assunto di partenza che ho appena illustrato discendono alcune domande. Eccole:

AMC: Parola detta, ‘licenziata’ e ‘donata’: quale è, in tale contesto, la responsabilità del poeta?

SDL: Il primo pensiero che mi viene in mente è il tradimento reiterato dei politici verso la parola detta perché loro sanno bene che non avrà seguito se non per loro stessi e pochi altri.
Io credo che molto, forse tutto, avvenga attraverso la parola, e in ogni ambito del dire e dell’agire umano ciò comporta responsabilità. Il poeta è colui o colei che, consapevole di questo, se ne assume il carico.
La parola è uno strumento potente. Penso all’imprescindibile legame che ha con la formazione del pensiero, nella costruzione dell’identità di un individuo, con la sua crescita, con l’evoluzione delle idee, la loro modifica o il rovesciamento di prospettiva come può avvenire, per esempio, in un setting psicoanalitico, in cui la parola è al contempo chiave e legame, malattia e cura. E per pensiero intendo anche la formazione, la costruzione lenta nel tempo di una propria visione del mondo e alla relazione che con esso si riesce, o meno, a stabilire. Parafrasando Celan ti dico che la parola è sì un dono, ma è un dono gravoso poiché determina non solo il proprio ma anche l’altrui destino.
Allo scrittore, dice Julio Monteiro Martins, viene chiesto uno “stato di coraggio permanente”,  partendo dalla consapevolezza che se certe cose non le dice uno scrittore, non le dice nessuno. Quando si sceglie la poesia come mezzo espressivo, significa che le cose da esprimere hanno proprio bisogno di quel medium per venire allo scoperto. Non a caso la poesia viene adottata in prossimità di grandi dolori, amori, separazioni o lutti. Inoltre, sia nella poesia che nella prosa poetica, la parola viene passata al setaccio, rarefatta. La poesia è un’architettura sonora ed è importante dare risonanza alla concatenazione che si crea tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro, poiché i versi sono gli architravi che ne sorreggono le entrate, anche in relazione ai diversi piani polisemici che tale costruzione può evocare, ma non necessariamente dichiarare in prima istanza. Chi legge poesia, può anche non capire le parole ma avere la percezione dell’esistenza di un significato ‘altro’ che slitta sul piano della coscienza intellettiva, quasi fosse – passami il termine – una sorta di ‘devianza’, o meglio una ‘deriva’ per dirla alla Guy Debord.  In realtà io credo sia una soglia – o comunque qualcosa che sfugge alle maglie della ragione creando connessioni fino a quel momento inusitate. Si tratta insomma di un profondo percorso interiore.
La poesia si manifesta negli argini rotti della parola. (altro…)

Editrice L’arcolaio al “Festival Internazionale di Poesia – Parole Spalancate”, edizione 2019

Nell’ambito del “Festival Internazionale di Poesia – Parole Spalancate” di Genova, edizione numero 25, L’editrice Arcolaio di Gianfranco Fabbri, è presente con un suo stand che propone al pubblico, attento e incuriosito, sia titoli dal suo ampio catalogo sia titoli freschi di stampa.

Nella serata odierna, inoltre, Gianfranco Fabbri e Luciano Neri presenteranno al pubblico del Salone dei Resilienti di Palazzo Ducale la collana “Phi”, diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticelli, con letture di alcune poesie di Luciano Neri tratte dalla raccolta Discorso a due.

Tra i libri esposti nello stand saranno disponibili: Dire di Fabio Michieli; Discorso a due di Luciano Neri; Esseri umani di Aleksandr Blok, a cura di Dario Borso; La parola e l’abbandono di Mauro Germani; Il profumo delle catacombe di Gian Ruggero Manzoni; Storie Lingualuce di Damiano Sinfonico; e molti altri titoli ancora (tra i quali le raccolte di saggi dedicati ad Antonia Pozzi e Pier Paolo Pasolini).

PALAZZO DUCALE – Cortile Maggiore
h. 16.00-20.30 SALONE DEI RESILIENTI – 2ª edizione
Rassegna delle case editrici, riviste, blog che si occupano di poesia in Italia

PRESENTAZIONI
PALAZZO DUCALE – Sala Spazio Aperto
h. 16.00 PERSEPHONE EDIZIONI Presentazione dei libri: Lo specchio del mare di Giovanna Olivari e Storie da un piccolo cuore di roccia di Danilo Alessi
h. 16.30 EDIZIONI ENSEMBLE presenta Contrabbando di upupe di Ewa Chrusciel
h. 17.00 MILLE GRU EDIZIONI Tania Haberland presenta Water Flame, Fiamma D’acqua
h. 17.30 DI FELICE EDIZIONI presenta l’antologia Lunario di desideri a cura di Vincenzo Guarracino Intervengono gli autori
h. 18.00 Spazio46 GRUPPO GENOVA ESPERANTO KLUB Lettura in esperanto della poetessa e scrittrice Anna Maria Dall’Olio
h. 18.00 CARTEGGI LETTERARI EDIZIONI L’archetipo della parola, René Char e Paul Celan. A cura di Marco Ercolani
h. 18.30 INTERNO POESIA Massimo Morasso presenta American dreams Interviene Daniela Bisagno
h. 19.00 CARTESENSIBILI presenta Nei tempi bui Intervento di Paolo Gera
h. 19.30 CASA EDITRICE L’ARCOLAIO presenta la collana Phi diretta da Gianluca d’Andrea e Diego Conticello. Interviene Luciano Neri, autore del libro Discorso a due
h. 20.00 EDITRICE ZONA Alberto Nocerino presenta Trenità
h. 20.30 EUROPA EDIZIONI Federico Bagnasco presenta Idiofonie

Cliccate QUI se volete consultare il programma dell’intero Festival, giorno per giorno.

Via Crucis, di Francesco Scarabicchi

scarabicchi

La voce in altra lingua

di Angelo Vannini

 

Giorni fa, di passaggio ad Ancona, ricevo un libricino in dono. È una Via Crucis, scritta da Francesco Scarabicchi e pubblicata nel 2018 dalla casa editrice L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, con una prefazione di Vincenzo Consolo e la postfazione di Diego Conticello. Quaranta pagine appena, che sfoglio e leggo mentre cammino.
Reca, questo libro, una data sicura: sono poesie composte tra il 1992 e il 1994. Un cammino di tre anni, nella brevità delle sue tappe. Tappe? Piuttosto sussulti, un improvviso quanto effimero riprendere del fiato. Una via che non ha sosta alcuna, se non nella caduta. Una via in anni che bruciano, dal sapore – sempre vecchio, sempre nuovo – della guerra. Allora non resta che percorrere la terra, per trovare rifugio lungo «vie private», spazi solitari e appartati in direzione del sogno. La ricerca di una lingua sconosciuta, mai parlata da nessuno. Una lingua auspicata per la nostra lingua. Una voce, se non tace.
Da dove viene la voce, e quando? Tre anni, in quindici sussulti. Penso alla durata, al tempo impiegato da Francesco. Suoni che restano nell’aria per meno di un secondo, brevi fiati. Parole che passano e scompaiono, al tempo stesso della loro pronuncia. Parole che invece durano perenni. Quali?
A caratterizzare questa Via Crucis è la Passione di cui si tratta, che non è religiosa, non è teologica, ma storica. Ecco allora La condanna: eterna è la parola se non concede uscita. (altro…)

Piazza Tienanmen 5 giugno 1989

Piazza Tienanmen 5 giugno 1989

A quella porta della pace celeste
bussa spesso il pensiero e a due umani
che testimoni si fecero del nome
a caro prezzo, come sempre avviene.

Chissà dopo trent’anni dove sono
– lui che schivava lui che saltellava –
temerari di pace sulla terra
soppressi oppressi chiusi in manicomio.

Tu, giacca in mano e buste della spesa,
quale sguardo hai lanciato al guidatore
mentre gridavi: basta col massacro?

E tu, alla guida dentro il carro armato
– sorte compagna, direzione ignota –
no, tu non travolgesti la memoria.

 

© Anna Maria Curci

Oven – Festival Internazionale di Poesia 2019

Oven – Festival Internazionale di Poesia 2019
5, 6 e 7 giugno 2019

Oven è il festival internazionale di poesia organizzato dal Centro di poesia contemporanea dell’Uni­versità di Bologna. Il Centro di Poesia nasce dall’esigenza di far incontrare l’attività “militante” di gio­vani poeti con la tradizione culturale ed accademica italiana ed opera da più di vent’anni sul territorio proponendo incontri, laboratori, lezioni e festival di poesia italiana ed internazionale.

Saranno tre giorni ricchi di eventi e protagonisti, che coinvolgeranno diversi luoghi della città di Bo­logna. Questi vanno da una “Lectura Leopardis” alle prime luci dell’alba nella suggestiva Torre Prendi­parte, in cima alla quale si reciteranno versi di Giacomo Leopardi in occasione del bicentenario della scrittura de L’infinito; a luoghi interni all’Università. Nel Dipartimento di Filologia Classica e Italiani­stica dell’Università di Bologna avverrà infatti “Magma”, il primo Meeting Nazionale tra giovani poeti, che vedrà la partecipazione di giovani studiosi e poeti da tutta Italia. Sempre in ambito universitario, presso il Dipartimento di Lingue, Letterature Culture Moderne, ci sarà l’assegnazione del “Premio Lilec” per la miglior traduzione poetica. Aperto a dialoghi tra poesia e narrazione visiva, Oven 2019 prende vita anche nello Spazio Labò, dove si incontreranno il poeta Corrado Benigni e il fotografo Giovanni Gastel per una conferenza-spettacolo a due voci. La Sala del Papa di Palazzo Boncompagni sarà inoltre la cornice prestigiosa nella quale accoglieremo i nostri ospiti nazionali e internazionali, per tutti e tre i giorni del Festival: qui avverrà la cerimonia di conferimento del “Premio Internazionale Elena Violani Landi” al poeta tedesco Durs Grünbein (mercoledì 5 giugno) e la premiazione del poeta dialettale Franco Loi, insignito del premio “Bologna Lecture” (giovedì 6 giugno). Nella giornata conclusiva, nella stessa location, sarà invece il momento della performance poetica del poeta polacco Adam Zagajewski (venerdì 7 giugno). Il Festival Oven si chiuderà con l’antica sfida in versi tra studenti universitari, il Cer­tamen, e con un reading conclusivo in omaggio a Giacomo Leopardi, nella sala “Stabat Mater” della bi­blioteca comunale dell’Archiginnasio.

Comunicato Stampa Oven – Festival Internazionale di Poesia 2019

 

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Roberto Marconi)

Donne che criticano gli uomini

(sul libro di poesia di Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca, Osimo 2019)

si ripete che penelope fosse solo un sogno
di omero, che fosse solo sua sorella, ma la
realtà ci guarda bene, perché lei aveva da
tempo lasciato ulisse, farsi i proci comodi
suoi, s’era emancipata ma non vendicata
e poi aveva fondato una scuola di cucito
con allievi maschi; ora compone poesie
R. Marconi

1.

Molte sono le letture, come occorre, che si possono affrontare con un libro. Ad esempio nell’autrice in merito: riconoscere i legami tra le interpreti (protagoniste) e i loro compagni/antagonisti, oppure sfidare direttamente la sua scrittura (sovente essenza di parole significanti) o, andando in media res, far fronte a una importante questione femminile che perdura da una vita e che potrebbe risolvere tante vicissitudini.
Quest’ultima opera poetica di Maria Lenti (Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago Itaca, Osimo 2019) è un libro di persone, personaggi, donne in evidenza, scritto spesso come se ogni composizione fosse quasi una sentenza che potrebbe esser fondativa di una resa al merito della convivenza civile, come fosse una specie di lezione sul rispetto dell’altra.
Nel viaggio tra le pagine c’è questo metter in discussione l’idea del Mito, che ci siamo fatti. Autrice che rivede Autori per eccellenza e da una conclusione diversa, femminile, alle leggendarie storie che ci hanno accompagnato negli anni di scuola o nei racconti degli sceneggiati per chi non leggeva o studiava, come a dare voce a chi altri hanno scelto per loro. Chi riscrive più che dare un’ultima parola (almeno stampata) preferisce portare un’altra versione (un’altra chance), quindi rifare, come qualcosa che non è andato a buon fine, una sorta di rivincita, senza fare giustizia, sul percorso storico della vita.
Le vendette sono terribili quanto le colpe (e chi ricoprendo un ruolo importante fomenta paure fa lo stesso gioco).
I versi di Maria sono centellinati (è spesso il timbro di tutta la sua poesia, di questa raccolta come delle precedenti), perentori, quasi aforistici. Qui vuole restituire il verso a tante figure mitologiche, rivedute oggi, dopo il ’68, dopo tanti diritti conquistati e non regalati. Un riscatto dall’essere viste soltanto come incubatrici, all’essere etichettate come scandalose.
Oggi qualcosa è cambiato ma non possiamo fermarci.
In conclusione del libro mi sembra di aver avuto sotto mano un ripasso, veloce, dell’Eneide, dell’Iliade, dell’Odissea, delle Tragedie di Euripide, di Ovidio. Storie scritte all’origine con la voce di questi autori, maschili, ora rivivono con la voce anche femminista di Maria Lenti. Nei termini che caratterizzano appunto la storia dei comportamenti umani. Ribadirlo non fa mai male.
Si taglia il filo per inaugurare questa raccolta con Arianna che s’innamorerà di Teseo, lo aiuterà a uscire dal labirinto e lui come ringraziamento la pianterà in Nasso. L’autrice però riscatta la figlia di Minosse perché, se Teseo se n’è andato, lei in fin dei conti è più “leggera e liberata”; così per la donna più bella, famosa e amata del mondo antico, Elena, che preferisce restare con la sua “ombra”, Paride, e non tornare a Sparta con Menelao.
Opera nella sostanza, questa raccolta, in cui le parole sono dosate proprio per non lasciare forse nessuna rivalsa.

 

2.

Una brevissima rassegna,
————————————————dal ragionar col membro

 

Erifile ad Anfiarao

Per una collana e lenzuola candide
ti avrei indotto a marcire contro Tebe.
Sei così sciocco da scambiare orgasmi
con l’esistenza intera?

———————————————–alla tenerezza dell’Amore

 

Bauci a Filemone

Una carezza il vento tra le fronde
antica fedeltà reciproca,
—————-Filemone,
ininterrotta.

———————————————-dal non annullarsi per un uomo

(altro…)

Maria Benedetta Cerro, La soglia e l’incontro

Maria Benedetta Cerro, La soglia e l’incontro. Poesie, Edizioni Eva 2018

Leggere la plaquette La soglia e l’incontro che Maria Benedetta Cerro ha pubblicato nell’aprile 2018 con i tipi delle Edizioni Eva ha significato per me imbarcarmi in un viaggio pieno di bellezza e di pensiero.
C’è la musica della vita e della parola che ha attraversato il fuoco come la salamandra e, insieme, la prova del ritmo, della misura esatta (che tale rimane anche quando, per accentuare l’animata dialettica di movimento e di pausa, novenari, decasillabi, endecasillabi vengono divisi con una cesura all’interno del verso), c’è il canto del dolore e dello stupore, ci sono ascesa e meditazione, ci sono, ancora, la traduzione e la riscrittura come esercizio spirituale quotidiano.
Movimenti in battere e in levare si alternano in una partitura dal respiro ampio: precipitare o calarsi nelle pieghe profonde del sé e sollevare l’occhio, per esempio, al profilo dei monti Lepini nel rosso sangue della sera.
E allora soglia e incontro sono essenziali al dire poetico, ché sulla soglia sta chi non può far altro che consacrarsi al poiein e fare da passatore – passeur – mediatore – costruttore di ponti e scrutatore di abissi e di orizzonti –, e l’incontro con l’altro da sé è molla di quello slancio oltre il narcisismo, il fecondo superamento dell’autoreferenzialità e, perfino, un arretrare dell’io fino alla sua ‘sparizione’, con una sfida che rasenta lo sberleffo e balza poi a divenire serissima riflessione sullo spazio di espressione dello «scrivente» e sull’atto di lettura come aggiunta e sottrazione: «Nella vacanza delle righe/ nel bianco/ è ciò che voglio dire./ In quello leggete». E se, nella poesia Andenken, Friedrich Hölderlin scriveva «Ma ciò che resta lo fondano i poeti», Maria Benedetta Cerro sembra replicare, rivolgendosi direttamente a chi legge: «Ciò che resta è il nulla/ che pensate di me./ Quel nulla sono/ uno scrivente nulla.»

© Anna Maria Curci

 

Dalla sezione Sette poesie manoscritte

Fu la mia morte a margine del sogno.
——Per amore
fui poeta senza corpo.
Fui lingua di seta
——-e una segreta lingua
——-forse non scrissi.
Fui sale nell’acqua
ortica e polvere di gesso.
Scrissi il futuro
come fosse adesso.

 

Tutte le mie labbra
——cantano sottovoce.
Dicono all’abisso:
colma le tue profondità
all’insonnia:
vigila finché il tempo ti è nemico
perché tutto questo finirà.
Allora andrò a prendere la parola
——– per mano la prenderò –
la chiamerò con i sinonimi
——dei miei tre nomi
con i miei occhi dispari
in ogni sillaba la troverò perfetta.
La canteranno in altezza
tutte le mie labbra

 

Ben disegnato
tagliato nel rosso
——-il profilo dei Lepini.
E un cristallo
una coppa svuotata
che quella perfezione sigilla.
——-È sera d’inventario
di parole inerpicate a qualche senso
——-un testo atmosferico
a completare un quadro di apparenze
un azzurro male interpretato
perché è quasi notte
——-anche nell’anima.

(altro…)