poesia contemporanea

Dite, sette secoli dopo. Su “Apocalisse pop!” di Lorenzo Allegrini

Apocalisse pop! di Lorenzo Allegrini (Edizioni IlViandante 2018) risponde innanzitutto alla domanda: come immaginare l’Inferno oggi se qualcuno ripetesse il viaggio di Dante? Fatta salva l’idrografia infernale essenziale (Acheronte e Flegetonte continuano a scorrere come se nulla fosse), è la città di Dite ad essersi allargata fino a occupare tutto lo spazio, creando così un iperbolico paesaggio simile a quello contemporaneo delle “ciniche metropoli” in cui “ci si perde senza via d’uscita” (p. 21), ormai molto più facilmente che in una selva più o meno allegorica. Se insomma Eliot aveva portato Dante dentro la città moderna, Allegrini impianta la città moderna nell’inferno dantesco, sfruttando a sua volta l’associazione immediata tra folla urbana e massa per lo più anonima e indistinta dei dannati. È già questo un elemento di grande fascino, il fatto di aver reso con immagini vertiginose il senso di una metropoli incommensurabile: lo stadio che appare “come elefante che svetta” (p. 65), in cui vengono giustiziati i dittatori; la zona industriale, con “la cimiteriale/ vastità delle fabbriche e dei sili” (p. 95), dove passeggia la moltitudine alienata degli operai; la periferia “che trita tutto nei cariati denti!” (p. 207); la metropolitana che buca l’inferno quale “tana/ di treni in un abisso subalterno” (p. 234, e come a Bruxelles raggiunge il comune di Molenbeek, qui divenuto distesa dei corpi dilaniati di terroristi kamikaze); l’epicentro di Dite, il groviglio dei palazzi, il grattacielo di Satana “che come un artiglio/ impugnava la sua arcuata antenna” (p. 204) e sfidava il cielo “come un proiettile diretto a Dio” (p. 242); e quindi Dite vista dall’alto, dalle vetrate del palazzo centrale, “una distesa di luci e budelle” (p. 251). Il modello della Commedia è però scosso, fin dal titolo, da un altro modello, quello biblico dell’Apocalisse di S. Giovanni. Proprio Giovanni l’Evangelista sarà la guida del poeta, il Virgilio della situazione, pronto però ad azzuffarsi anche fisicamente con i diavoli, al punto da eliminare Malacoda (ai due si aggiungerà dal canto XVII Brahma, il cane di Schopenhauer, che appare sub specie di un pupazzetto della Trudy nell’intelligente e ironica campagna promozionale creata sui social dallo stesso autore). E mentre il mondo terreno viene sconvolto e distrutto per sempre (il protagonista assiste allo show apocalittico davanti a uno schermo nel monastero di Dite), lo stesso Inferno con le sue leggi immutabili risulta essere attraversato da un fremito destinato a crescere: è l’enorme rivolta che si prepara contro Satana, sintesi di tutte le grandi rivoluzioni sociali del passato. Tra le tante ovvie differenze, questa è forse quella che marca più profondamente la distanza tra un poeta di oggi e Dante: non è il vento di Dio che soffia in questo poema, ma il vento impetuoso della Storia.

Il termine apocalisse è però immediatamente diminuito dall’altro che gli viene accostato, pop, in una sorta di plateale understatement. Se pop va inteso come continuo e divertito ammiccamento ai gusti di una certa cultura mediatica di massa, questo nel libro c’è, visto che dentro il mondo ultraterreno inventato da Allegrini trovano posto anche i protagonisti di un immaginario più recente, televisivo e giornalistico, cantanti, attori, politici, imprenditori, medici, criminali, sportivi, a formare una sorta di rutilante apocalisse da rotocalco (ma poteva essere forse la stessa sensazione dei contemporanei di Dante, quando sentivano all’Inferno il nome di alcuni personaggi della vita pubblica fiorentina e non solo?). Così già in apertura incontriamo un Berlusconi per contrasto impoverito e furente (e con lui Bern Madoff, Rockfeller, Louis de Cartier: la regola del contrappasso ricorrerà in modi inediti nelle sue due varianti, somiglianza e inversione rispetto al peccato); in una radura di arbusti, al posto di suicidi e scialacquatori, si nascondono e vengono seviziati i grandi serial killer tra fine Ottocento e Novecento (Jack lo squartatore, Lea Cianciulli, Ted Bundy, Jeffrey Dahmer e altri ancora); tra gli operai prima del tumulto compare Marchionne, mortificato insieme agli altri nel ciclo di produzione del cibo in scatola per Satana (e quindi secondo il poeta colui che diede “fratelli in pasto al capitale” -p. 98- adesso inscatola il pasto del nuovo Padrone); più dolcemente, nella distesa convulsa degli eroinomani (in estasi chimica per analogia di colpa), tra cui Jim Morrison, “ramarro divo” (p. 131), e Charlie Parker, “vero recidivo,/ che simulava un sassofono in mano” (p. 131), e Andrea Pazienza, che decora i muri dell’Inferno, risuona come consolazione la voce di Fabrizio De André, “aedo moderno/ della tristezza” (p. 132, il riferimento è in particolare al suo Cantico dei drogati del 1968); proprio De André, atteso da Guccini e Dalla, condurrà il protagonista nel rione degli artisti, dove un manifesto annuncia i Rolling Stones (ma il dubbio legittimo è che all’Inferno “sia soltanto un conformista/ chi al Diavolo si dice aperto”, p. 138), Duchamp contempla orinatoi, poeti simbolisti fumano il narghilè, abitano poi nello stesso appartamento Andy Warhol e Lou Reed, icone e sineddochi del pop. Sorprende e diverte la continuità con il nostro mondo, visto però da lontano, nelle sue tensioni e nei suoi conflitti, come un grande ridicolo baraccone: il sempiterno Fede conduce il telegiornale, Mario Draghi rassicura sulla Borsa, dentro il Parlamento politici di ieri e di oggi (Moro, Andreotti, Salvini, Renzi, Grillo, Merkel, Trump, Obama, Sarkozy, ma pure Catilina e Cicerone…) sono condannati per l’eternità ad “altercare in dispute dementi/ nella legislatura che non scade” (p. 216). Durante lo scontro conclusivo, per un attimo compaiono Gino Strada e Don Gallo; nell’ultimo canto, infine, il pirata Pantani ci mostra una salita delle sue. Non sarà sfuggito che alcune di queste figure sono ancora viventi (lo stesso Marchionne, al tempo della stesura), e molti non sembrano neanche propriamente peccatori: d’altronde le maglie teologiche non si sono soltanto allargate ma proprio dissolte, e questa apocalisse finisce così per mescolare un bel po’ le carte. Di certo incontriamo personaggi che hanno tratti di familiarità e leggerezza perfino rassicurante, non mancano gli spunti umoristici vicini alla nostra esperienza (per dirne uno che esaspera difficoltà scolastiche più o meno universali, c’è Pitagora stizzito per il teorema a suo dire dimenticato) ed è forse questo accomodamento rispetto al tragico e al sublime che possiamo considerare ancora una volta pop (altra cosa è l’abbassamento comico verso il corporale e il materico che caratterizza il linguaggio dantesco infernale, e fa il colore stilistico anche di questo libro). Tanto più che il poema si conclude ripiegando sul carpe diem del poeta (anche se a pronunciarlo non è Orazio, ma un Omero un poco beffardo: “Corri nel mucchio, su, falla finita:/ nessuno sa quanto duri l’eterno,/ ma della morte prima c’è la vita”, p. 305), e le sequenze precisamente apocalittiche non colpiscono per drammaticità, quanto piuttosto per un grandioso e quasi cinematografico virtuosismo retorico, durante il tracollo delle città e dei continenti (“I capricci bestiali del Tamigi/ cancellarono Londra, diventata/ una discarica putrida, in grigi/ liquami ed in rottami impaludata./ Dissanguavano fiumi i continenti/ come fiotti impazziti, efferata/ rabbia li rese paurosi serpenti/ di strangolare montagne capaci”, pp. 52-53) o quando Satana per vendetta si lascia esplodere (“sentirai l’universo che rimbomba,/ vedrai il diametro della mia pelle/ nel fungo d’oro, l’osanna bollente!”, p. 295). Queste constatazioni per dire anche il timore che un’opera così complessa, una volta recepita dai recensori (dai lettori e dagli spettatori già lo è, entusiasticamente), possa poi sprofondare nella palude definitoria del postmodernismo. (altro…)

Pietà – inedito di Piergiorgio Morgantini

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(foto di Alessandro Margnetti)

Un «poeta di Polonia» è chiamato a difesa di questo testo. Come se Piergiorgio Morgantini volesse stabilirne un orizzonte tanto ampio e profondo da darci sollievo, nonostante il peso specifico dell’enunciato. È un sollievo che accarezza tutta la poesia e ne abbraccia il senso. È Czesław Miłosz il maestro venuto in suo soccorso, in un rapimento di pensiero. Mutuato pensiero dunque, in grado davvero di farsi custode: ogni parola è un uomo, ogni poesia è una persona. C’è infatti “un lamento sopra il loro destino”, dice il poeta; la citazione di Miłosz è tratta dal libro Il cagnolino lungo la strada.
Bisogna sentirli, i volti, cos’hanno da dirci. Capire cosa sta lì dentro, lì dietro. Ecco: i mondi, che in parte i volti nascondono e in parte manifestano. Ognuno nel suo, ognuno in sé. E dall’interno di ciascun mondo, sempre, ogni volta, si alza e si rialza quel lamento. “Sopra il loro destino”, dice il poeta. Il loro? Il nostro: è lo stesso, di un uguale segno. Lo sappiamo per necessaria empatia, obbligata immedesimazione: come non capirli questi mondi se a parificarci c’è «il sole nuovo e lucido e sempre uguale»? Il sole, e lo scatto della visione: «Dice che lavorare dodici ore / (…)»: questa poesia entra in modo diretto nel pieno della materia di vita che è il lavoro, ed è un grande merito.
Viene dalla terra l’anima della poesia, è nella pelle del protagonista, è in questa pizzeria, entra in un coro di figure dentro un’attualità che morde: parla di una storia di immigrazione e di durezza; evoca un fondo di vita venuto così in superficie. Una lotta per la vita, aspra. La conosciamo da tanto: una lotta che strappa dalla terra, fa reinventare una casa, ci tiene stretti in un nodo di «presenza e mancanza sovrapposte». Ma per fortuna c’è quel sollievo, un lamento che può diventare canto. E vera partecipazione, immersa tra le forze fondanti della realtà, proprio come la pietà pretende. (Cristiano Poletti)

 

Dice che lavorare dodici ore
in alberghi dove la gente
del pollo preferiva le alette
era sempre meglio
che sentirsi la terra nelle pieghe della pelle
fin dentro le vene;
parla degli anni andati:
una folla di stelle e punte
e figli da tirare grandi
in una pizzeria, in un altro paese.
Lì in questo preciso istante
tra i tavolini e i pensionati del mattino
il sole nuovo e lucido e sempre uguale
saluta come quello della sua terra distante:
presenza e mancanza sovrapposte.
Poco lontano scivolano studenti sulle ali
verso un mestiere o un amore,
e sull’ultimo sorso di caffè
penso al poeta di Polonia
nella nona decade della sua vita:
se si potesse ricominciare da capo
se si potesse
ogni poesia -scriveva-
sarebbe il profilo di una persona
volti e figure sentiti dall’interno
un lamento sopra il loro destino.

 

I poeti della domenica #310: Davide Castiglione, “Nascevamo davvero…”

Nascevamo davvero, quelle nascite:
vertigini sul foglio a deformarne
l’ottuso orizzontale in un grido;
frane che la carta ha da subire.

Ora ogni parto è in coda alle urgenze:
è un fare e disfare ai bordi del vivere,
nelle piane di calma; ma accertata
la faglia, è paradosso – del costruirci.

 

Davide Castiglione, Per ogni frazione, Campanotto Editore 2010

I poeti della domenica #309: Vittoriano Masciullo, “conta il tempo”

conta il tempo
anche nel ritardo
conta guardare lo stesso
alle briciole lasciate sul labbro
conta ogni resurrezione
senza bagagli arreso
a tutto l’improvviso
benessere di un sole venerdino
tra centinaia di guerrieri
splendidi soli e articolate difese
aperto il sacchetto di gioie
le gemme di questa tempesta
mi piacerebbe averti qui ogni tanto
a confonderti stremato da me ricorda
ricorda altrimenti
a che è servito aver scritto prima di

 

Vittoriano Masciullo, Dicembre dall’alto, L’arcolaio 2018

Letizia Leone, poesie da “Viola norimberga”

Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello

[…] Quando il tempo è dolore non si può far nulla di meglio che farlo passare, e ogni poesia diventa una formula magica. […] Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello; grazie a loro riuscivo a stare in piedi per ore senza svenire, perché c’era sempre un altro verso da recitare, e quando un verso non ti veniva in mente, potevi pensarci, anziché pensare alla tua debolezza. […]

(Primo Levi)

Un cubetto di ghiaccio del 1943. O per meglio dire:
un dado di gelo, urla, ciottoli con dentro l’alba che affiora,
l’insensata montagna di delitti.

Vai a sbattere sulla barriera glaciale della Storia.
Perfino la poesia diventa cera,
la poesia vera, che è un tappo per le orecchie.

Le ballate di cera di Schiller furono i tappi di Primo Levi,
Uno, due, tre molliche di silenzio fino ai timpani.

Senza suono la musica delicata della memoria.
Abbassa il volume di queste raffiche dell’appello.

Ancora tracce fresche
sui fondali immensi delle miniere del Male?

(p. 19)

 

*

 

Mi fermo.
Aspetto il buio.
Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.

Questa Storia
non si può scrivere a mezzogiorno.

Prigioniero ti rendo il bocciolo
Di mestizia.
Il calco bruciante della sua forma.

Il vapore potrebbe
condensare nelle tue iniziali
nelle vocali gonfiare.

Decifrare i Rotoli
Dell’elettrocardiografo.

Bisogna pregare, lo so.
Si può imparare.

(p. 29)

 

*

 

Erebo
Notte
La faccia blu.

Un cupido appesantito
Dalla faretra di cenere

Scocca le frecce della colpa
sullo scandalo
ebreo del tuo corpo.

Erebo
Notte
il sonno e il sasso
dei torturatori
sazi.

Eremo.
Notte ebrea
nell’erebo Nazista.

(p. 76)

Letizia Leone, Viola norimberga, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018

 

Un libro dalla forza espressiva formidabile e dall’equilibrio non comune. La forma impeccabile fronteggia la materia, che sia bruta, ingiallita, cinerea, incandescente, tiene testa alla terrificante evocazione del male elevato a sistema così come alla stolida ripetizione della violenza. Il lavoro poetico, solido e consapevole, si fa carico del rischio altissimo di rendere l’indicibile senza precipitare nel retorico, senza scivolare nel patetico, senza lasciarsi avviluppare nel vago, senza schivare l’orrore con l’eufemismo. Questo è Viola norimberga di Letizia Leone. (Anna Maria Curci)

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Letizia Leone è nata a Roma, dove ha conseguito la laurea in Lettere e il perfezionamento in Linguistica. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce (2000), L’ora minerale (2004), Carte Sanitarie (2008), La disgrazia elementare (2011), Confetti sporchi (2013), Rose e detriti (2015). È redattrice della Rivista Internazionale “L’ombra delle parole” e della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”.

Le “Coppie minime” di Giulia Martini (di Roberto Lamantea)

 

Più che un libro, è un concerto. E dà gioia scoprire un’altra autrice (giovanissima, ha 25 anni) che non solo ha “qualcosa da dire”, ma lo dice con l’abilità di una tessitrice raffinatissima. Coppie minime (InternoPoesia, 2018, 136 pagine) gioca già nel titolo – Francesco Vasarri nella prefazione ricorda che «con coppia minima si intende, in linguistica, una coppia di parole che si differenziano soltanto in virtù di un fonema» ma “coppia minima” è anche, naturalmente, la coppia di innamorati, anche se in questo libro domina l’amore non ricambiato – con l’ambiguità della lingua (cara vecchia parola di un classico libro di William Empson), la sua seduzione. Giulia Martini lo fa anche giocando con la tradizione letteraria, con innesti e variazioni foniche: Dante, Boccaccio, Petrarca, Poliziano, la liturgia cattolica. Più che citazioni, sono come l’eco di una musica che continua a danzare nella mente, “coppie minime” di scatti fonici che rovesciano la scrittura del senso: non più o non solo scrivo per dire (un concetto, un’immagine, un contenuto) ma scrivo ciò che la lingua dice (la forma è il contenuto: in tempi grami per la cultura e un’editoria appiattita sul consumo massmediatico bisognerebbe rileggere lo strutturalismo e la semiologia).
Sempre Vasarri nella prefazione scrive benissimo che i testi oscillano «tra la concisione epigrammatica e il riecheggiamento del sonetto» e che Coppie minime è un libro «ricco di movimenti che dalla lingua puntano alla sua ombra». Verrebbero in mente certe tensioni teoriche del Gruppo 63, ma Giulia non fa un’operazione d’avanguardia, non nega la tradizione ma, zanzottianamente, la riscrive, l’innesta nella lingua del reale, compresi gli anglolemmi dell’informatica (neolingua?): ed ecco che il verso si nutre anche di parole come desktop, pixel, app, password, pdf, hardware, che sono il nostro paesaggio quotidiano (esemplare il testo di pagina 21, che è in realtà molto amaro).

Calendimaggio d’un maggio d’antan,
Mi cali lemme lemme nel lemmario
chanson di gesta. Quale calicanto
del Getsemani tieni tra le mani?

[…]

lacuàle per irrigarti chance.
Nel deserto, la quale ti battezza,

Versi che tra allitterazioni e rime interne sono esemplari della scrittura e della riscrittura del senso (pagina 18). E accanto (19):

Con quanti giri di parole giro
l’isolato dove pianeggi e abiti

oppure (20):

è notte, è notte, è notte, è notte e non te.

E anche (70):

Un foro nel Fosforo.
Un neo nel Neon.

Magnifico il testo, ispirato al Vangelo (Mt 4, 1-4), di pagina 24:

Ti prendo per lacerti in questi giorni
di magra, di magnificat.
Mi mitigo
il tuo deserto con moti per luogo –
diverto ogni tuo niente in desinente
di caso e numero, nome persona
e tempo nel verbo,
se è vero il Verbo
che non di solo pane vivrà l’uomo
ma d’ogni diavolo di parola.

(E così via, e così via dicendo). (altro…)

Audre Lorde, da ‘D’amore e di lotta. Poesie scelte’ (2018)

A Litany for Survival

For those of us who live at the shoreline
standing upon the constant edges of decision
crucial and alone
for those of us who cannot indulge
the passing dreams of choice
who love in doorways coming and going
in the hours between dawns
looking inward and outward
at once before and after
seeking a now that can breed
futures
like bread in our children’s mouths
so their dreams will not reflect
the death of ours;

For those of us
who were imprinted with fear
like a faint line in the center of our foreheads
learning to be afraid with our mother’s milk
for by this weapon
this illusion of some safety to be found
the heavy-footed hoped to silence us
For all of us
This instant and this triumph
We were never meant to survive.

And when the sun rises we are afraid
it might not remain
when the sun sets we are afraid
it might not rise in the morning
when our stomachs are full we are afraid
of indigestion
when our stomachs are empty we are afraid
we may never eat again
when we are loved we are afraid
love will vanish
when we are alone we are afraid
love will never return
and when we speak we are afraid
our words will not be heard
nor welcomed
but when we are silent
we are still afraid.

So it is better to speak
remembering
we were never meant to survive.

Litania per la Sopravvivenza

Per quelle di noi che vivono sul margine
ritte sull’orlo costante della decisione
cruciali e sole
per quelle di noi che non possono lasciarsi andare
ai sogni passeggeri della scelta
che amano sulle soglie mentre vanno e vengono
nelle ore fra un’alba e l’altra
guardando dentro e fuori
e prima e poi allo stesso tempo
cercando un adesso che dia vita
a futuri
come pane nelle bocche dei nostri figli
perché i loro sogni non riflettano
la fine dei nostri;

Per quelle di noi
che sono state marchiate dalla paura
come una ruga leggera al centro delle nostre fronti
imparando ad aver paura con il latte di nostra madre
perché con questa arma
questa illusione di poter essere al sicuro
quelli dai piedi pesanti speravano di zittirci
Per tutte noi
Questo istante e questo trionfo
Non era previsto che noi sopravvivessimo.

E quando il sole sorge abbiamo paura
che forse non resterà
quando il sole tramonta abbiamo paura
che forse non sorgerà domattina
quando abbiamo la pancia piena abbiamo paura
dell’indigestione
quando abbiamo la pancia vuota abbiamo paura
di non poter mai più mangiare
quando siamo amate abbiamo paura
che l’amore svanirà
quando siamo sole abbiamo paura
che l’amore non tornerà
e quando parliamo abbiamo paura
che le nostre parole non verranno udite
o ben accolte
ma quando stiamo zitte
anche allora abbiamo paura.

Perciò è meglio parlare
ricordando
che non era previsto che sopravvivessimo. (altro…)

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura. Intervista di Anna Maria Curci

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura, FusibiliaLibri 2018

«Ci sono vite al mondo che sono morte senza per esempio»: partiamo da questo verso, Giovanna, per ripercorrere la tua raccolta. Senza che cosa? Senza, indubbiamente, l’amore. Nel mio diario in versi scrivevo qualche anno fa: “Tra i cubi che il bambino ricombina/ ha scoperto la A, alfa e amore”. L’inizio della scrittura – e il titolo della raccolta richiama esplicitamente Roland Barthes di Frammenti di un discorso amoroso – davvero coincide con l’esperienza ardente e totalizzante dell’amore. Una scoperta dopo la quale nulla potrà essere come prima. Impetuose e solenni sgorgano le poesie e niente, neppure un verso, andrebbe mutato, tanto che verrebbe da parlare di rigore, di impeccabilità formale, di necessità cogente di dire lo stupore nel modo qui manifesto, e in nessun altro in alternativa. Senza questa rivoluzione, senza il dato sconvolgente dell’esperienza amorosa, non sarebbe mai allora nata poesia?

Ho scritto poesie solo quando ho amato oltre l’umano, e probabilmente ho amato oltre l’umano solo quando non sono stata ricambiata, questo credo sia fondamentale da dire. Il punto successivo è: perché questo amore estremo mi illumina quella zona del cervello deputata a scrivere in versi, a prendersi cura dell’allaccio tra il suono e il contenuto? Che rapporto c’è tra innamoramento non corrisposto e poesia? Nel mio percorso personale la risposta è chiara. L’esergo di Barthes, da cui il titolo del libro, mette bene in chiaro una cosa: la scrittura inizia quando non si scrive per convincere l’altro ad amarci. Non si corteggia, con la scrittura, né si crea un sostituto dell’amore per stare meglio nella sua mancanza. Si sa solo che l’altro non è nostro, e lo si canta perché lo si ama. Non una poesia, non una mail, non un messaggio né una parola io ho mai pronunciato nella speranza di sedurre chi ha messo in chiaro di non amarmi, anche nelle mie parole più infiammate. Questo è lo spirito di ogni parola d’amore pronunciata davanti a un caffè, e questo è lo spirito del libro. Il libro voleva essere il canto dell’amore donato senza chiedere nulla in cambio. Che è una faccenda meravigliosa. Quello che ho imparato è che innamorarsi senza riscontro è un’esperienza affine all’amore, non un fallimento. Ha solo regole più complesse e meno codificate, e diversi margini di gioia. Comporta sì della sofferenza, il desiderio sessuale non realizzato, la convivenza emotiva non pienamente espressa. Ma c’è una componente per cui l’amore dell’altro non è necessario, anzi sarebbe di troppo: la gioia del disinteresse, il dono di sé portato all’estremo. In questo senso, l’amore non corrisposto somiglia a uno stato di grazia che bisogna meritarsi ogni giorno, e che permette di scoprire meravigliosi lati di sé. In questa esperienza monologante, a patto che l’altra persona reagisca con sana apertura (né rifiuto, insomma, né pura vanità), la gioia supera il dolore. Appaga? No, non mi prendo in giro, io non posso possedere quel corpo, e quella persona non ha bisogno di me quanto io di lei. Ma rende felice? Sì, più di molti amori consumati. È questo che attiva il centro nervoso del dono, dello stupore, e quindi della scrittura. Ed è questo che volevo fosse il filo rosso delle mie poesie, più del canto verso una persona. In questo credo di essere riuscita. In altro, credo di aver fallito: nell’universalizzazione di questo innamoramento. Perché quando sono stata capace di innamorarmi di nuovo, ho scoperto un altro odore, altre dolcezze, altri motivi di pianto, altri ritmi di respiro. Ne L’inizio della scrittura credo di aver tratteggiato bene l’amore come dono, ma non l’amore in sé, perché il libro riguarda quell’amore specifico, e non si attaglierebbe bene al successivo. Che avrebbe poesie più lievi, più metriche, più attente alla premura per i dettagli dell’altra persona e meno alle vette emotive raggiunte dal mio sentimento comunque totale. Meno vertigine e più cura, insomma, perché l’amore successivo è nato sulla tenerezza e non sul delirio. Ogni equilibrio tra due persone è diverso. (altro…)

Elena Cattaneo: poesie da “Quasi un compleanno” (raccolta inedita)

da Quasi un compleanno

 

Tanatosi

Entrare nella cosa è morirne.

Perdere contatto dal cavallo in corsa,
abbandonare la vela gonfia in approdo,
leccare sale dalle mani e farsi ciottolo.
Poco prima di tutto, fermarsi e dondolare.

Là dove germinava un dubbio
Ofelia ha reciso il ranuncolo.
Di eterno si era imbellettata,
annodando un bacio a tampone
fingendosi viva e vegetale.
Il bacio non ha retto, ingenua paratia.

Entrare nella cosa è accettarne la fine.

A volte, Amleto caro, si soffre.

 

Orto

il dramma del corpo
che arretra
in ogni linea vitale

è novembre che ci dice della verza ghiacciata
turgida e mesta ai piedi dei cachi d’oro
trafitti su rami neri
le fragole d’agosto come lacci alle caviglie
e ranuncoli a bottone

un ordine cerchi padre
una appartenenza al suolo
il senso che bussa sotto l’ignoranza
tra le lumache gravide di lattuga giovane

non saremo redenti
e luglio l’ibrido ci inganna
siediti padre
attendi settembre

osserviamo lenti e sospesi
le nostre mani nella terra
semino fiori e frutti che mai
saranno dipinti di Willem Kalf

c’è poco nutrimento

non mi hai protetto, padre

da oriente sorge uno stelo ingarbugliato

(altro…)

I poeti della domenica #308: Silvia Salvagnini, Caramelle

 

caramelle

 

“se parli ti spacco la testa con il tombino
ti faccio nera ti rovino fino a sera
se parli ti spacco la testa
e muori impiccati vai fuori:
ti faccio nera ti rovino fino a sera”
.
.
lecco le caramelle e le incarto
incarto ancora caramelle
e lecco lo specchio con la lingua
con insistenza chiudo il tuo dentifricio
lecco il bordo del tubetto
se sono stata capace di leccarti
ogni sotto, di fotterti ogni fotto
sono capace di leccarti il piatto
.
.
la forchetta che ti ho portato
leccarti la merda del cuscino dormito
leccare abbondantemente i bordi
delle finestre, le mutande che ti raccolgo
ogni mattina, il lembo del lenzuolo
che ti piego accurata
leccare la carta scritta che ti scrivo
per dirti amore non dormo non dormivo
per dirti amore sono sveglia sono viva
sono respiro impulso vivo
ti lecco il polsino della camicia
stirata appesa al manichino
ti lecco il calzino che lasci alla porta dello sgabuzzino
.
.
lecco le chiavi che usi e nascondi e
solo tu usi
lecco l’imbuto del vino, lascio tracce
come quando ti piaceva il collo
l’ascella e infilarmi il coltello.
.
.
tutta in silenzio la casa riposa
mentre sei al lavoro e io sono sola
prima del distacco dello scappare
dello scacco.
.
.
“se parli ti spacco la testa
e muori impiccati vai fuori”: (altro…)

I poeti della domenica #307: Lucianna Argentino, Gestazione dell’addio

Gestazione dell’addio

a Valentina Cavalli

“Impossibile pronunciarla
quella parola; ma forse
si poteva farla risuonare”

(Marguerite Duras)

 

Trovarla nella caduta perpendicolare
del sangue la parola giusta
che mi raschi dalla pelle tutto il male,
che mi scavi le ossa e mi faccia cava
per galleggiare almeno in quest’aria
che non riesco più a respirare.
Trovarla negli otto minuti di travaglio
della luce ora che sto come il cielo
dismesso dalle rondini,
la verità dimenticata dall’ombra,
le lenzuola sui davanzali, al mattino,
prostrate in un rigurgito di buio.
Trovarla la parola giusta e difficile
ora che il mondo è tutto e solo visibile,
la parola che è segreto e mistero di te ed io,
quella che dice l’amore
quella che m’è rimasta dentro muta
perché non ho più un te
e nemmeno un io e sono metallo gelido
campana che suona
tamburo che rimbomba.

Non sanno che non è solo il corpo
che m’hanno profanato
ma tutta tutta intera la vita
che il corpo ricco di messi e bello lo sentivo
e adesso non è più mio e mi sta addosso
come guerra, come piazza di mercato
dopo un attentato.
Corpo estirpato, corpo incolto,
concesso alla mancanza
e se Dio esiste
in me non sento più il suo alito
e sono polvere
alla polvere già ritornata.

 

© Lucianna Argentino

da: Cuore di preda. Poesie contro la violenza alle donne, a cura di Loredana Magazzeni. Immagini di Fabiola Ledda, Edizioni CFR 2012, pp 33-34

Andrea Breda Minello, da “Yellow”

 

Anche quando ti neghi
persisti a incidere
il sentiero alchemico
primordiale
…………..del nostro corpo astrale

Anche quando il sole
mi denuda,
fugge, s’invola
verso vette e nebulose
malcelate dalla sua ombra

Risplendi nel respiro delle cose
presenti.

 

Sia lieve

(non tutti hanno
il dono
della parola)

accetti
lo sguardo e il desiderio
dell’anima animale

in autunno faremo l’amore
per istinto

e destino inscritto nell’atomo

 

Come luce piena irrompi nella notte

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Andrea Breda Minello, Yellow, Oedipus edizioni, 2018.