racconto

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

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È canide tra i felini; può essere bruna, maculata o striata. Il suo riso imita la voce umana da bambino isterico, la carne fresca ancora zampillante sangue attira il suo micidiale olfatto.

Questo animale, che certo non ha dalla sua un bell’aspetto – il buon Rosenkranz (allievo di Hegel) ne avrebbe potuto scrivere nell’Estetica del Brutto – è caratterizzato dal muoversi in branco, il quale fa paura anche ai felini più grossi; per parallelo un’unica iena può mettere in fuga anche un branco di lupi o sciacalli.

Con organizzazione matriarcale, questi netturbini della savana (al pari degli avvoltoi) amano rifugiarsi in tane altrui.

Estetica orrorifica, ghigno granguignolesco, stridente metallo infuocato della voce, passo claudicante di vecchio lussurioso e sconcio, viscido cane ingigantito, sozzo predatore del deserto, la iena si muove come se i suoi giorni fossero gli ultimi; non ha l’eleganza dei felini. Se questi ultimi danzano sulla terra, la iena inciampa tra le sue stesse zampe, eppur sublime è la sua apparenza; come sublime è l’ossimorico terrore piacevole che lo spettatore di cui parla Burke prova di fronte a un maestoso paesaggio montano o come il lettore di Lucrezio (tramite Blumenberg) sente a immaginar il naufragio nel De rerum natura.

Cane grosso, grasso e libidinoso, malato di lascivia che odora di sangue e carne maciullata, la iena ridens o macchiata (crocuta, crocuta) digerisce pelle e ossa delle carogne come un malato frullatore metà ferro e metà carne.

Come già ho detto, il loro è un clan, di quelli solidi e inquietanti, di quelli che non vorresti mai incontrare ma che, invece, nelle strade buie di periferia – sotto forma di uomini – ogni tanto si fan beffe del poveraccio di turno, della carcassa sanguinolenta non ancora morta ma già in spirituale decomposizione.

Pipistrello terrestre di dimensione maggiore, non ha ali ma solo mandibole che frantumano le ossa innocenti, spesso di bestie già morte… cadaveri già freddi.

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© Giuseppe Ceddia

 

Elisabetta Meccariello, False finestre n.5: Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre

foto di Elisabetta Meccariello

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Elisabetta Meccariello, False finestre n.5: Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre

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Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre. L’anno non lo ricordo. Ma in fondo che importa. Vogliamo davvero dare un senso al tempo? A chi interessa. Potrei essere morto in qualsiasi tempo e luogo. Adesso sono disteso in questa bara che nemmeno mi piace. Non è adatta alla mia fisicità. Non mi valorizza. Mi aspettavo una cassa più solenne, un legno più scuro. Non è cambiato niente in questa stanza. Gli antenati sono sempre lì penzolanti alle pareti. Mi fissano nelle loro cornici d’argento, mi giudicano, forse mi disprezzano. Mi aspettano. Per tutta la vita ho osservato quei sorrisi emblematici, quegli indici puntati, cosa cercavano di dirmi, cosa mi sussurravano la notte. E adesso dove sono. I loro volti sono così formali, si sporgono dalle intelaiature, posso scorgerne i lineamenti, i profili, i nasi aquilini, posso sentirne il respiro freddo sull’orecchio. Il colore delle stampe si sgretola, la polvere si disperde nell’aria. Mi parlano ma non riesco a comprenderli. E chi sono queste persone. Mi stanno tutti addosso. Hanno certe facce. Alcune non le ho mai viste. O forse non le ricordo. Forse non sono così importanti. Si rivolgono a me come se io avessi le risposte, come se con un cenno potessi dare un senso alle loro esistenze. Come se potessi risolvere le loro esistenze. Non ho deciso nemmeno la mia. O non lo ricordo più.

Mi guardano, qualcuno mi sfiora una guancia, mi tocca una mano. Ma prima? Mi hanno mai guardato così? Mi hanno mai toccato così? E io l’ho fatto? Posso percepire i polpastrelli che mi accarezzano, l’epidermide si squama, le cellule si dissolvono. – Tacete! Stanno dormendo tutti! – Tacete! Stanno dormendo tutti! Vorrei sapere chi ha scelto queste scarpe. Le odio. Sono scomode. Stringono sull’alluce. E chissà quanto tempo dovrò starci in queste scarpe. Ho un armadio traboccante di scarpe. Mi fanno indossare delle scarpe che detesto in una bara che nemmeno mi piace. Un uomo è immobile accanto a me. Mi scruta, muove le mani. Sta mimando qualcosa? Cosa vuole dirmi? Lo guardo attraverso le palpebre serrate. Adesso vedo tutto. Adesso vedo tutti. L’uomo non ha occhi e non ha bocca. È qualcuno che non ricordo più? È qualcuno che non voglio ricordare? È qualcuno che la mia coscienza ha strappato dalla mente? O forse sono io stesso, che mi sono perso, che non mi riconosco più, che non ricordo chi sono. Sei venuto a prendermi?, vorrei chiedergli. Sei venuto a ritrovarmi?, vorrei chiedergli.

Non sta succedendo davvero eppure è tutto vero. Il legno della bara scricchiola, si aprono le prime crepe. Un treno sfila sopra al ponte e io resto fermo a guardare le luci dal finestrino. Tutte le cose che ci siamo detti. Tutte le cose che ci siamo detti solo guardandoci. Dove sono finite. Sono morto quando ho scelto la strada in cui non c’eri tu. Anche se ho continuato a respirare, a mangiare, a dormire, ad amare. Sono morto tante volte. Continuo a morire in ogni tempo, in ogni luogo. Mi chiedo cosa resti. Di quello che facciamo, di quello che pensiamo. Io non voglio lasciare niente. Niente a nessuno. Nessun impegno, nessuna aspettativa, nessun segno. Non riesco a fermare i pensieri. Ne farei volentieri a meno. Dev’esserci un luogo in cui finiscono i pensieri. Un archivio immenso nel sottosuolo di un palazzo di periferia. Buio, umido. Gestito da qualcuno con spessi occhiali di tartaruga che usa Windows 95. Chi sono queste persone. Mi stanno tutti addosso. Piangono. Piangono. Le lacrime scavano i volti, riesco già a vederne le ossa. La pelle si scioglie, i frammenti colano sul pavimento. Cosa resta di quello che facciamo di quello che pensiamo, di quello che siamo. Dei frammenti che colano sul pavimento? Lo chiedo all’uomo senza occhi e senza bocca, lui non mi risponde, muove le mani, l’aria intorno a lui si sposta, con pesantezza, lo ingloba, io lo cerco, non lo trovo più, vedo solo le sue dita che ancora gesticolano, fino a sparire del tutto. Le cornici alle pareti si sbriciolano, gli antenati si polverizzano, le pareti stesse crollano, non c’è più niente, tutto intorno a me si dissolve, non c’è più niente, non c’è più nessuno. Apro gli occhi. Ai piedi ho delle scarpe che detesto. Sono scomode. Stringono sull’alluce. Potevano almeno lasciarmi scalzo.

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© Elisabetta Meccariello

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

 

La lunga e muscolosa coda rende agile il salto di questo marsupiale, il quale è sia bipede che quadrupede, a seconda dell’eventualità. Animale erbivoro, può pesare da uno a novanta chili.

Il mistero che, soprattutto nei bambini, suscita il suo marsupio è uno dei più antichi. Questa tasca addominale nella quale i cuccioli terminano il loro sviluppo accende sempre la curiosità, quella umana che assai spesso non comprende il mondo animale.

Esempio perfetto di mamma, il canguro lascia impronte giganti per tutta l’Australia, qualcuno dice che il colmo per questo animale è avere le borse sotto gli occhi; nel marsupio c’è una vita che si impadronisce dei piccoli, un’esistenza astratta di multiformi tenerezze, un’esperienza che rende estraneo il formicolio esterno.

Questo animale, poderoso ma simpatico, rivela un mistero nel suo nome; si dice che ai tempi delle spedizioni di Cook qualcuno chiese agli indigeni il nome di questo animale e loro risposero “can-gu-ru” (che nel dialetto indigeno significa “non capisco”).

La leggenda fu sfatata negli anni settanta del Novecento, quando la linguistica ha rintracciato l’etimologia del nome, ossia Guugu Yimithirr “gangurru”; da allora si sa che l’animale “boxeur” – simpaticamente ritratto con i guantoni in più di una vignetta – ha natali assai nobili e che i deserti, le steppe, sono i suoi regni.

Regni di pace dove l’erba è gustosa, dove i piccoli canguri giocano alla vita nel marsupio materno, dove l’ostilità esterna non penetra la crescita innocente di questi cuccioli che saranno, un domani, grandi divinità saltanti; riposano come guerrieri stanchi della battaglia.

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Giuseppe Ceddia

 

Martingala #7: Il paese del sole

nap

fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

Barbara Garlaschelli, Vincenzo e Milano

Milano Foto gianni montieri

Barbara Garlaschelli, Vincenzo e Milano

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Vincenzo cammina rasente i muri, sia in casa che fuori. I muri lo proteggono. Un poco, almeno. Se potesse non uscirebbe mai, ma non può. C’è sempre qualcuno – sua madre, suo padre, suo fratello, sua cognata – che gli dicono che non può restare in casa, deve uscire per andare a lavorare.
Lavora come bidello in una scuola media. Una tortura quotidiana. Tutti quei ragazzi, quelle voci, quello sbattere le porte, urlare, salire e scendere le scale. E mai che camminino ‘sti ragazzi. No, sempre di corsa.
Vincenzo, invece, avrebbe bisogno di silenzio per mettere ordine nei pensieri che si aggrovigliano nel cervello. Soprattutto vorrebbe riuscire a costruire un muro dentro la testa in modo che quelli non possano leggergli dentro.
Ha provato a spiegare ai dottori che non è lui quello pazzo ma quelli che vogliono controllargli i pensieri, ma i medici, con quel loro sussiego stucchevole e imbarazzato, gli hanno fatto fare tanti esami, e controlli, e radiografie e poi gli avevano somministrato pillole di varie colori da prendere a certi orari del giorno, preciso mi raccomando, e lo avevano mandato a casa.
Così, un giorno, aveva deciso che forse la forza pubblica poteva proteggerlo. Si era recato in commissariato, senza dire niente in casa, vestito del suo vestito migliore e aveva chiesto di parlare con la persona più importante che ci fosse lì. Aveva finto di non accorgersi dell’occhiata di sospetto compatimento che gli aveva lanciato la guardia con cui aveva parlato e che gli aveva risposto: «Si sieda e aspetti».
Vincenzo, come sempre, aveva ubbidito. Lo faceva sempre, con  tutti, sin da quando era bambino. Ubbidire però non lo aveva protetto da loro. Loro erano riusciti a entrargli nella testa e lo tormentavano.
Dopo una mezz’ora era arrivato un’altra guardia. Un signore più vecchio del primo, con una divisa più bella.
«Mi dica» aveva esordito guardando Vincenzo dritto negli occhi. Non aveva nessuna espressione. La sua faccia era come una lavagna cancellata. Vincenzo si era sentito rassicurato.
«Vorrei fare una denuncia.»
La guardia aveva fatto un cenno al suo collega giovane che nel frattempo era riapparso sbucando da  una porta e si era accomodato dietro una scrivania sulla quale stava un pc, aspettando.
«Mi dica» aveva ripetuto l’uomo senza espressione. E Vincenzo aveva cominciato a parlare e mentre lui parlava, la guardia giovane batteva sulla tastiera del pc senza spostare gli occhi dallo schermo.

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Elisabetta Meccariello, False Finestre n. 4: L’uomo col fiato sul collo

Foto di Elisabetta Meccariello

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Elisabetta Meccariello, False Finestre n. 4: L’uomo col fiato sul collo

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L’Uomo col fiato sul collo le aveva provate tutte: sciarpe, foulard, bandane, maglioncini a collo alto, scialli, stole. Aveva anche azzardato uno scaldacollo su consiglio di un praticante della montagna. Niente. Tessuti di cotone, lana, seta, sintetici, misto lana, misto seta. Si era buttato anche sulla pashmina anche se non sapeva esattamente cosa fosse. Niente. Non era servito a niente. Tutto ciò che faceva, che pensava, che provava. Tutto era scandito da questo costante e implacabile fiato sul collo. Come va? Benissimo! Come stai? Benissimo! Tutto bene? Benissimo! Era il suo acuto quotidiano. L’Uomo col fiato sul collo declamava per lo più superlativi assoluti, prolungava tutte le sillabe, ostentava un sorriso e inclinava leggermente il capo. Mentiva a tutti. Alla moglie, ai figli, agli amici, ai colleghi. Mentiva al conoscente incontrato per strada. Continuamente. Mentiva a se stesso. Ripeteva che c’era tempo, che poteva farcela, che non c’erano problemi. Continuamente. Ostentava un sorriso e inclinava leggermente il capo. E intanto sudava.

L’Uomo col fiato sul collo sudava tantissimo. E si preoccupava anche. Temeva che l’eccessiva sudorazione insieme a questo spiffero costante sul collo potessero compromettere la sua salute. Salute fisica. Dalle tasche straripavano fazzoletti di stoffa. La mattina erano bianchi, candidi, immacolati, freschi di bucato, ben stirati e inamidati, piegati in quattro parti. La sera si tastava i pantaloni ed erano umidi, stropicciati, avvoltolati, impregnati di sudore, ansia, costipazione. Li nascondeva per evitare domande, per non doversi guardare allo specchio. Li nascondeva nei cassetti, sul fondo del cesto della biancheria, nel cruscotto della macchina. E mentre li nascondeva sudava ancora. C’è tempo, posso farcela, non ci sono problemi. L’Uomo col fiato sul collo coltivava brutti pensieri per chiunque. Aveva un piccolo orto nella sua mente, una porzione minuscola del cervello destinata a fustigare le persone. Colpevole di pigrizia! Colpevole di favoreggiamento! Colpevole di inadempienza!, prolungando tutte le sillabe. Trovare il marcio negli altri, individuare i lati deboli, scovare le fragilità. Non era un essere spregevole ma questo sistema lo faceva sentire meglio, gli faceva credere di essere uno dei tanti, uno qualunque.

L’Uomo col fiato sul collo voleva assolutamente essere uno dei tanti, uno qualunque. Non ambiva a spiccare, a essere ricordato per qualcosa. Lui voleva solo vivere in pace, senza grattacapi, senza impedimenti. Invece questo fiato sul collo non lo abbandonava mai. Si guardava intorno cercando di capire chi fosse a respirargli sul collo. Dalla mattina alla sera. Apriva gli occhi, soffitto, crepe nel soffitto, scendeva dal letto, ciabatte, pavimento del bagno sempre bagnato, water, lavandino, specchio, oddio che faccia, cucina caffè un biscotto, camera biancheria camicia pantaloni giacca cravatta, i fazzoletti, ci sono i fazzoletti, bene ci sono, posso andare, scale portone, buongiorno come va benissimo!, parcheggio, chiavi, freno a mano specchietto prima e via, automobili automobili automobili camion autobus motorini motorini bicicletta, semaforo, ufficio, scrivania, il nulla il nulla, schermo del pc, fogli fogli, aggiorna aggiorna, pranzo panino ciao come stai benissimo!, arrivederci, parcheggio, chiavi, automobili automobili lampioni accesi semaforo parcheggio, buonasera, com’è andata la giornata benissimo!, tavola cena, facce, sorrisi, abbracci, divano, circostanze, pigiama ciabatte toilette dentifricio letto, soffitto crepe nel soffitto chiudeva gli occhi.

Tutti i giorni. Dalla mattina alla sera. Qualcosa c’è che ti segue. Che ti fa paura. Un silenzio forse. Che ti guarda da dietro l’angolo, che spia i tuoi movimenti. Qualcosa di remoto, morto, forse. Qualcosa che di notte si inginocchia al tuo capezzale e inizia a respirarti contro. Qualcosa che non rinuncia ai tuoi ricordi, ai tuoi sogni. Che ti sta alle spalle, mentre sei a tavola, soffiandoti sulla nuca. Una voce muta che si insinua. Che ti aspetta sotto casa per esalarti cattivi presagi. Eppure, non c’è nessuno. Ti volti. Una, due, tre volte. Tutti i giorni. Dalla mattina alla sera. Eppure, non c’è nessuno. Solo un tappeto di fazzoletti bianchi, umidi e stropicciati.

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© Elisabetta Meccariello

Daniela Scuncia: Un pomeriggio, in un bosco

fonte google – immagine pubblica

Daniela Scuncia: Un pomeriggio, in un bosco

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Corro. Sento tutti i muscoli contratti, i quadricipiti, i polpacci, le braccia pronte a scattare, le piante dei piedi appoggiano sospettose sul terreno. Non sento rumori, assorbita dal silenzio. È il mio corpo che pompa il sangue, è il respiro regolare, è il piccolo tonfo di passi brevi  tutto ciò che mi circonda. E poi il nero. Perché sto correndo con gli occhi serrati, nel bosco. È una prova. Ho dato un’occhiata al percorso e sto provando: quanto si può andare avanti senza farsi del male, conoscendo così poco? Ho paura, ma continuo. Galleggio in un tempo irreale, dissociata dal mio vivere comune del quale ho perso il filo.

Il tempo passa, ma molto più velocemente di come s’immagina: un battito d’ali è la vita di un uomo. Niente di più. Mi avventuro cieca e circospetta, penso al futuro come a questa strada sconosciuta a cui ho dato solo una breve occhiata, e poi mi sono buttata con entusiasmo e paura. Una pietra rotola sotto il mio piede d’appoggio e cado, l’istinto mi fa spalancare gli occhi e metto le mani in avanti a un passo da un tronco d’albero (cosa facile, essendo in un bosco): salva per un pelo. Riprendo a respirare regolarmente e l’aria è fredda e umida, c’è odore di muschio: gli umori in decomposizione della terra arrivano al cervello. Questa estate sta per essere lavata via da un acquazzone. Il buio si è fatto strada tra le fronde e sembra sera. Mi sono un po’ persa ma avanzo in salita. Resto quasi incantata dal silenzio così fitto e dalla luce metallica sospesa in questa atmosfera, e un passo dopo l’altro mi avventuro, aspettando il temporale o quello che verrà dal cielo ormai scomparso dietro le cime degli alberi.

Le prime gocce portano solo rumore, un picchiettìo senza motivo apparente invade l’aria, poi rotolano dagli alberi agglomerati di acqua e polvere. E i suoni prendono il sopravvento, i tamburi minacciosi e  il lamento dell’acqua sulle foglie mi intimoriscono. È proprio giunto il momento di coprirmi con il telo cerato che porto nelle escursioni. Nella fretta lo zaino resta fuori ma io sono salva, completamente avvolta nel mio bozzolo mi sento al sicuro da questo mondo che rotola a valle in piccole parti che si sgretolano e scompaiono. Si fa strada in me la consapevolezza della più completa solitudine. Chiusa in questo nero, assordata  d’acqua, immersa nell’aria densa di sudore e di fiato. E il tempo si dilata. Cerco conferme dal mondo esterno che percepisco con i sensi in allerta mentre mi sento in questo sangue che scorre veloce e poi rallenta sotto la pelle, nelle vene che pulsano. Mi sento viva, eppure sono già morta in questo sacco nero, come un cadavere all’obitorio in attesa di un riconoscimento o una placenta per chi deve ancora nascere. Chi sono? Diverse volte mi sono persa, altre guardandomi allo specchio neanche mi sono riconosciuta. Una vita qualunque, senza eroismi, piccoli pensieri e piccole storie. Mi sento stanca, o forse annoiata, in un eterno déjà vu, in cui circolano soliti fantasmi destinati a recitare parti in una storia, per poi sparire inevitabilmente all’orizzonte.

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Marco Onofrio, Diario di un padre innamorato

Marco Onofrio, Diario di un padre innamorato, Roma, Città Nuova, 2016, pp. 88, € 8,00

di Ugo Gentile

Diario di un padre innamorato di Marco Onofrio, edito lo scorso luglio da Città Nuova, è un libro breve e fulminante che dovrebbe avere la più ampia diffusione, e il successo che merita,  per i valori universali di cui sa farsi veicolo, sintesi, robusta incarnazione narrativa. Un uomo quarantenne diventa padre e, trasformato per sempre dalle emozioni provate, decide di rivivere e sublimare la sua esperienza in una specie di “parto simbolico”: la paternità consapevole dà vita a una “lettera aperta” destinata alla memoria della figlia; memoria futura, ovviamente, dato che essendo piccina non è ancora in grado di leggere la trascrizione poetica che il papà, perdutamente innamorato, ha compiuto del suo venire al mondo – fatto naturale ma non per questo meno prodigioso –, dalla scintilla del concepimento alla storia quotidiana dei primi tre anni. Il miracolo della nascita di un nuovo essere consente allo sguardo umanissimo del padre di slargare gli orli del mistero, penetrando negli abissi dell’universo. Il racconto fornisce così, in filigrana, “occasione” di un dialogo metafisico con il Vuoto da cui tutto origina e a cui tutto fa ritorno; infatti le riflessioni a cui la paternità costringe, per così dire, l’autore pongono su un piano di equivalenza simbolica i due momenti cruciali, iniziale e conclusivo, della vita. La nascita è opposta e complementare alla morte: in entrambi i casi ruota la “porta girevole” del mistero in cui siamo immersi e di cui siamo impastati, a diversi gradi di coscienza. Ecco perché questo padre-poeta, così dolorosamente consapevole della propria gioia, ha il sacro terrore del parto, cui preferisce non assistere: «L’infermiera indicò un’incubatrice mobile al centro del corridoio. Il cuore mi scoppiava, ero come in trance. Ripercorsi tutta la mia vita, in quei pochi passi verso te». Onofrio sfonda la quarta parete della scrittura e parla con una sincerità tale da non consentirgli di eludere i limiti, le paure, le preoccupazioni e le ombre interiori, prima durante e dopo il “lieto evento”. Eppure la genitorialità trova le sue strade per rivelarsi – anche dal punto di vista paterno – un’esperienza spirituale bellissima, che mette in contatto con le sorgenti invisibili della creazione e cambia per sempre lo sguardo. Il padre rinasce insieme alla creatura che nasce: raccoglie tutto il suo passato di uomo e lo proietta in avanti per imparare ad «essere futuro» favorendo quello della figlia. L’amore oblativo del genitore si traduce in «transito di luce». Egli, così, rinnova la sua fede nella vita. Il dono della paternità, vissuta tanto intensamente, è lievito di una stupenda trasformazione: apre alla scoperta della scintilla divina che abita in ognuno di noi. Con questo «amore impossibile da dire» Onofrio accende il fuoco delle pagine, dando vita a un racconto dolcissimo e struggente, che commuove senza mai smielare poiché sorretto dalla forza stessa della sua poesia.

©Ugo Gentile

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Tre brani dal libro:

Fu tua madre a darmi l’annuncio, prima ancora di esserne cosciente. Ti vidi arrivare dentro lo splendore nuovo dei suoi occhi: mi ricambiavano la certezza che eri già tra noi, che ti stavi agglutinando. Un corpuscolo follicolare  che si sviluppava, dentro la sua nicchia cosmica, avvolto dal tepore della vita: giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto. Era già disceso l’angelo tra noi. La sua presenza ectoplasmatica si era misteriosamente sovrapposta al liquido impuro delle nostre iridi. La sua ala ci aveva silenziosamente sfiorato la fronte, come in un cenno di assenso, con la forza di un segno liberatorio.

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Nascesti alle 9 e 50 minuti. E tua madre poté subito vedere il tuo bellissimo volto, roseo e rotondo, trafitto dagli occhietti luminosi. Lei aveva percepito con tenerezza indicibile il “crac” liquido del tuo emergere alla luce. E poi, dopo qualche istante, il suono del primissimo vagito. E ora, lì sul fianco, la smorfia quasi sorridente del tuo pianto. Il tuo primo assaggio del pianeta: aria, spazio, materia, luce. Ti avvolgeva – con il trauma del suo impatto bruciante – il guscio della nostra condizione. Quasi una nuova placenta, il cristallo fragile del mondo.

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Ricordo benissimo la prima volta che hai visto il mare. Era un giorno di fine giugno, verso le otto di mattina. Ti portavo in braccio, scendendo dall’albergo sulla spiaggia. Eri tutta abbandonata alla mia spalla destra, con gli occhi socchiusi ma sveglia. A un tratto li apristi per guardare nella direzione da cui proveniva lo scroscio delle onde e lo schiamazzo gaio dei bagnanti. E sorpresi il tuo sguardo che s’illuminava di stupore, mentre indicavi la distesa azzurra. E poi vidi affiorare sulle tue labbra dolcissime la gioia di un sorriso confidente. Quello era il mare, amore mio, quello era il mondo. Ah, se potessi avere nei miei occhi almeno un brivido di quello sguardo! E abitare la metà di quel sorriso!

 

Elisabetta Meccariello, False finestre n. 3: Le tue cose sono ovunque

foto di Elisabetta Meccariello

False finestre n. 3: Le tue cose sono ovunque

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Le tue cose sono ovunque. Le scruto, le tocco, le tengo sul palmo per valutarne il peso, le annuso, le accarezzo, le faccio stare in equilibrio sul bordo del tavolo, le spolvero, le osservo, le lucido, le poso una seconda volta sul palmo perché il peso potrebbe essere cambiato. Non è cambiato niente. Penso a come riporle, un modo razionale, ordinato, scientifico. Elaboro un metodo. Compro delle scatole. All’ikea ce ne sono di bellissime. Colorate, resistenti, capienti, di tutte le forme e dimensioni. Prezzi ragionevoli per scatole di cartone. 3.50, 4.99, 6.99, 13.99. Ce ne sono anche da 0.79 ma non mi sento di riporvi fiducia. E quelle da 0.99 non hanno il coperchio. Compro delle scatole e ci metto dentro le tue cose che sono ovunque.

Pensa che le scatole dell’ikea hanno anche una targhetta da attaccare all’esterno per annotarne il contenuto. Io lo faccio. Prendo le tue cose che sono ovunque e le divido per categoria. Escogito un metodo razionale, ordinato, scientifico. E quando credo di aver finito, di aver chiuso per sempre quelle scatole, ecco che da un cassetto, da un angolo del ripostiglio, da una mensola in alto, ecco che spuntano nuove tue cose che sono ovunque. E adesso che faccio. Riapro le scatole? Ne compro di nuove? E questa cosa dove la metto, non c’è una scatola per questa categoria. Penso a un nuovo metodo? Penso a un diverso ordine di catalogazione? Alfabetico? Per stagione? Per colore? Per consistenza? Faccio una scatola per le cose che non so dove mettere? E adesso devo riscrivere le targhette. E adesso come faccio.

Mi hai lasciato qui con le tue cose che sono ovunque e io non ho abbastanza scatole, io non ho il metodo, io non ho l’ordine. Io non ho. Io non so. Allora inizio a riempire gli spazi vuoti con le mie cose, con nuove cose. Compro oggetti che non mi servono, compro oggetti che ho sempre voluto, compro oggetti che hanno un bel colore. Riempio le mensole, stipo i cassetti, colmo gli angoli dietro le porte. Le mie cose sono ovunque, inglobano tutto il resto, la mia casa straripa di cose, io trabocco di cose, vomito cose, piango cose. Ed ecco che le tue cose che sono ovunque si ribellano ed escono dalle scatole, aprono i coperchi e strisciano sul pavimento screziato. Vengono a cercarmi. Non ci rinchiudere, mi supplicano. Non ci nascondere, tirandomi le lenzuola nel sonno. Perché non vuoi vederci, piagnucolano aprendomi il ventre. Perché vuoi seppellire anche noi. Ho freddo. Il sangue, caldo, impregna le lenzuola, il materasso gocciola, sul pavimento screziato.

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© Elisabetta Meccariello

Martingala #6: UFO

da Annales Laurissenses (XII sec.)

Ho fatto le mie ricerche, e pare che i bambini perdano progressivamente la memoria di quello che è successo nei loro primi tre anni di vita. Ma io ho un ricordo esatto e preciso di un evento successo quando avevo due anni, non uno di più.
Era scesa la neve, che dalle mie parti non si fa vedere mai. Il paesino in collina poco distante dal mio era ricoperto da tanto di quel bianco che mio padre aveva deciso di prendere la macchina, intabarrare me e mia madre e guidare prudentemente fino a una curva che segnava il limite tra la zona dove la neve aveva attecchito e quella in cui si era subito sciolta. Ora, io ho stampata in mente l’immagine precisa di mia madre che inciampa e che ride in un cumulo di neve. Abbasso gli occhi nell’immagine e vedo le mie mani afferrare tutta quella massa bianca accanto agli scarponi. Quel ricordo non può essere falso, né quel me può non essere me.
Nel secondo ricordo invece sono davanti al pannello di legno del mobiletto che contiene i miei giocattoli. È uno stipo, poggiato a terra perché io ci possa frugare dentro. Sto grattando via con l’unghia alcuni adesivi che io stesso devo aver incollato. Sono animali, supereroi. Mia madre mi chiama dall’altra stanza, ma io rimango zitto. Lei mi chiama di nuovo. Allora io rispondo: «prima di parlare devo pensare».
Mi era sembrata un’idea geniale, una scoperta raramente raggiunta da spirito umano. Solo qualche tempo dopo mi sono reso conto della sua ovvietà. E solo in tempi alquanto recenti del fatto che la verità è a metà strada. (altro…)

Goliarda Sapienza e Milena Milani in Spagna: un reportage “critico”

Facoltà di Filologia di Salamanca

Mi scuserà chi legge se il contenuto di oggi risulterà molto personale e il titolo di questo post un po’ ingannevole; in effetti avrei potuto intitolare questo “reportage” Una ricerca appassionata, ma l’avremmo sentito tutti come troppo sentimentale e naif. Eppure mi pongo molte domande dopo la prima trasferta fuori Italia per ragioni legate al Dottorato; una di queste riguarda il perché non ho mai fatto l’Erasmus. Una domanda interna e non esterna, senza rimpianti e con la consapevolezza che ciò che non ho affrontato dieci anni fa sia stata una scelta consapevole, e che i propri desideri si possano esaudire anche molti anni dopo e in modo diverso, trovando una forma consona.

Ho conosciuto tante persone a Salamanca in questi giorni, studiosi di varie provenienze, sia italiani sia spagnoli, sia non: eravamo tutti riuniti per il Convegno Internazionale Las inéditas in una delle più antiche università del mondo per la Filologia, che ha accolto la proposta di un gruppo di ricerca molto attivo in Spagna, il cui comitato scientifico è formato da docenti, studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che si muovono in Europa con grande agilità portando avanti un’indagine sopra la letteratura delle donne molto incline alla militanza ma non esclusivamente calata in essa: Escritoras y personages femininos en la literatura.

È utile dire sin da subito che le possibilità del Convegno proprio per la sua struttura, tra interventi che hanno toccato tutti i campi letterari (teatro, poesia, prosa, etc.), discussione, eventi di teatro e di altro genere, presentazioni di libri, denotano un’apertura non usuale al “fuori” dell’ambito accademico, cosa che in Italia non accade. È un’integrazione della realtà di cui ci si occupa (la poesia, il teatro, la canzone popolare in questo caso) all’interno della realtà di studio, una visione più consapevole e completa, un’ammissione di esistenza (!). Forse potrà sembrare ingenuo questo mio commento ma, per esperienza personale, lavorando da sempre come studiosa ora strutturata ma anche in ambito artistico trovo che l’Italia debba sempre più imparare a vedere fuori, ad accogliere il fuori nel dentro, ad avere una mobilità di pensiero che troppo spesso manca non solo nei contenuti ma soprattutto nella visione che sta a monte di questi contenuti.

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Elisabetta Meccariello, False finestre n. 2: La ragazza che aveva qualcosa da dire

foto di Elisabetta Meccariello

False finestre n. 2: La ragazza che aveva qualcosa da dire

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La Ragazza che aveva qualcosa da dire non parlava mai. Costruiva oculate e articolate dissertazioni che restavano intrappolate nelle membrane del suo cervello. Ripeteva dentro la testa intere frasi, interi periodi, sapeva tutto, conosceva tutto, aveva un’enciclopedia di nozioni registrate nella memoria, aveva interiorizzato dati, informazioni, avvenimenti, qualsiasi cosa era archiviata nella sua testa, in ordine di importanza, in ordine alfabetico, in ordine di rilevanza, in ordine di citazione. La Ragazza che aveva qualcosa da dire poteva dire qualcosa su qualsiasi argomento. Aveva un’opinione su qualsiasi argomento. Avveduta, ponderata. Un ricettacolo di notizie. Eppure non parlava mai. La mattina si esercitava davanti allo specchio. Si avvicinava fino ad appannarne la superficie con il respiro, osservava il contrarsi dei muscoli intorno alla bocca, scandiva ogni parola, si soffermava sulla percentuale di dentatura che ciascuna sillaba le scopriva, sulla sfumatura tra il bianco e il giallo che il singolo dente stava stemperando, sullo svilimento delle gote, sulla dilatazione dei pori. E sugli occhi. Gli occhi la tormentavano. Non per il valore simbolico o per la complessità dell’anima, proprio per l’oggetto occhio. L’umidità, la lacrimazione, le venature, l’opacità. E l’inclinazione delle sopracciglia, la curvatura che la peluria assumeva su un accento, su una desinenza. Il volto è un’esplosione di segnali, pensava, indipendentemente dalle emozioni. Trasuda i significati impliciti ed espliciti. Il volto ci tradisce. Quando arrivava il suo turno, quando gli sguardi convergevano tra lo spazio delle sopracciglia e la punta del suo naso, quando il brusio di voci altrui si affievoliva aspettando di sentire la sua, ecco, la Ragazza che aveva qualcosa da dire restava in silenzio. Annuiva se era d’accordo. Che poi non era proprio un annuire, era un leggero scuotere di testa, leggerissimo, quasi impercettibile. Storceva la bocca se voleva dissentire, lievemente, alzava un solo angolo della bocca, pochi istanti, una fossetta le si piantava sulla gota svilita. D’accordo o no restava in silenzio mentre nella sua testa esplodeva un frastuono che la immobilizzava. Gli archivi si spalancavano snocciolando notizie, nomi, fatti, la mente partoriva dati, informazioni, aneddoti, il cervello macinava quantità di parole e numeri e locuzioni da riempire i vuoti di qualsiasi dialogo. Eppure la Ragazza che aveva qualcosa da dire non parlava mai.

Le parole le scendevano giù per la faringe
sillaba dopo sillaba
si appigliavano all’epiglottide per lanciarsi nel vuoto
ancora più giù lungo l’esofago
sillaba dopo sillaba
una decomposizione di lettere
e suoni e apostrofi e virgole e punti
intaccavano la mucosa
graffiavano l’epitelio
laceravano le cellule
e poi tornavano su le parole
sillaba dopo sillaba
un rigurgito continuo
di contrazioni peristaltiche
di pensieri inestricabili
di impalcature intellettuali
le parole si ramificavano fino al cervello
parole sotterrate
parole digerite
parole vomitate
le parole perdevano il proprio significato
diventando solo
caratteri
simboli
segni
privi di valore
senza contenuto

Alla ragazza che aveva qualcosa da dire restava solo una matassa informe di Times New Roman 12.

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© Elisabetta Meccariello