Il ‘Destino coatto’ di Goliarda Sapienza

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La vérité je crois n’a qu’un visage : celui d’un démenti violent. 
[Credo che la verità abbia una sola faccia: quella della contraddizione violenta.]

Georges Bataille, Le Mort

I racconti che confluiscono in Destino coatto di Goliarda Sapienza sono stati scritti negli anni ’50 e sono usciti postumi, nel 2002 per Empirìa, poi per Einaudi nel 2011 anche se tredici estratti figurano già in una prima pubblicazione del 1970 sulla rivista «Nuovi Argomenti». Narrazioni del quotidiano brevi o brevissime, che parlano di ossessioni, di necessità di costruzione e ricostruzione di un sé proprio (o molti sé altri), in racconti acuti di fatti molto improntati sul piano mentale; si tenta di tracciare infatti in essi una o alcune personalità difficili, maniacali, nutrite di disturbi compulsivi. I protagonisti sono “persone qualunque” – spesso senza nome -, che vivono (o incappano in) piccole o grandi tragedie personali. Il coatto del titolo, un destino di coazione, è propriamente inteso in termini psichiatrici. L’operazione che Sapienza compie è programmatica e annunciata nella prefazione ed è quella di calarsi tra la folla, catturare la fotografia di un mentale che ci è molto vicino, dove la violenza domestica (in tutte le sue forme e sfaccettature) è dipanata in brevi prose impressive, fattuali, molto vicine alla “cronaca” giornalistica. Sapienza non utilizza un bisturi letterario per scavare nei propri personaggi e nel suo sé-personaggio celato dietro alcuni “io” qui presenti, ma osserva con rarissima attenzione per sfondare il limite del lecito (siamo pur sempre nel dopoguerra), e valicarlo definitivamente per fare della quotidianità, leggenda. Silenzio, morte, sangue, corpo, capelli, luce, ombra, buio, madre, padre, bianco, tutti temi vividi – assieme a molti altri – attraversati anche da se stessa, perché questo libro come tutta la sua opera, è un tassello fondamentale di richiamo all’autobiografia e agli altri scritti editi; un tassello che va di pari passo con la scrittura delle sue liriche di prossima pubblicazione che, messo in relazione, ci dà un’idea di quale percorso autoriale quest’autrice molto speciale abbia compiuto.

Leggere Sapienza oggi è un atto di coraggio perché si tratta di fare i conti soprattutto con un’innata sensibilità non solo letteraria – anche ingombrante – e un’apertura verso una prosa non priva di tensioni e spinte contraddittorie; un’apertura verso ciò che non si conosce e che si vuole capire senza uno sguardo giudicante, e tuttavia peculiarissimo, che Sapienza aveva, come ravvisa il terapeuta che la tiene in cura, tra i protagonisti de Il filo del mezzogiorno (Garzanti 1969, La Tartaruga 2003):

«[…] sa che mi accorgo di tutto quello che avviene.»
«Sì, è vero, ma questo perché lei ha una sensibilità e una possibilità di associazione e sintesi delle espressioni negli individui. Lo sa che lei avrebbe dovuto fare il medico?»

Non entrerò nei meriti di questo romanzo molto stratificato dal punto di vista dei contenuti: basti sapere che vi è in esso un richiamo ad un’esperienza di trattamento psicanalitico molto travagliata che ebbe delle disastrose conseguenze personali, esperienza cui Sapienza si sottopose per anni dopo la morte della madre Maria Giudice. Una nota importante: è doveroso ricordare che Sapienza è cresciuta in una famiglia socialista assolutamente anticonvenzionale: la Giudice fu proto-femminista e tra le prime sindacaliste italiane, e si legò a Peppino Sapienza, avvocato anarchico catanese. Un’infanzia atipica quella di Goliarda a partire dal nome-ossessione, ricostruita in parte in alcuni di questi racconti, poi nel romanzo Lettera aperta (Garzanti, 1967, Sellerio 1997) nel già citato Il filo del mezzogiorno, e nel postumo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2010) presumibilmente opera-cerniera scritta nel 1979 dopo L’Arte della gioia, e romanzo che si inserisce tra il primo ciclo di prose e il secondo. Il primo ciclo è stato etichettato dalla critica contemporanea come “biografia delle contraddizioni”, da cui sono propriamente esclusi i romanzi degli anni successivi pubblicati ancora in vita, ossia L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983, Einaudi 2012) Le certezze del dubbio (Pellicano Libri 1987, Rizzoli 2007, Einaudi 2013); discorso a parte merita L’Arte della gioia (Stampa Alternativa, 1998 e 2006, Einaudi 2008) che s’inserisce invece su un piano di lavoro ampio e difficile, concomitante la scrittura di altri romanzi – diciamo tra il ’68 e il ’78. Assieme a Io, Jean Gabin, ai Taccuini e alle poesie, è opera postuma. Si presti attenzione all’etichetta “biografia delle contraddizioni”, che si rivela etichetta-immagine, sia qui sia altrove.

Sono nato a Padova da una famiglia molto per bene. Sono l’ultimo di sette fratelli. Tutti maschi. Mio padre era magistrato e mia madre suonava il pianoforte. I miei fratelli si sono tutti laureati. Chi è medico, chi avvocato, chi professore. A me piaceva studiare, molto, ma a un certo punto ho dovuto contare i miei passi, per la strada, in casa, a scuola, dagli amici. Sono arrivato a un milione e ottocentomila passi. Una bella somma, non dico di no, ma cammino poco. Ieri , per esempio, ne ho fatti solo duecento. Ma che si può fare! Pioveva e non mi hanno permesso di uscire in cortile. E ora, in una stanza e stretta per giunta, ditemi, si può accumularne più di duecento al giorno?

Cito un esempio che mi ricordi qualcosa cui io possa accennare, ed è questa prosa aperta a p. 11, dal ritmo paratattico, che contiene l’ossessione e il vero motore del romanzo I quindicimila passi di Vitaliano Trevisan (Einaudi, 2002): una prosa che trae dall’esperienza familiare, che riassume una forma di follia e di tragedia proprie e di tutti, in una forma “mentalizzata” del visibile, non priva di inconciliabilità, ad esempio, quel complemento oggetto lì sospeso: «e non mi hanno permesso di uscire.» Il ritmo ha anche un senso di “trascrizione”, in tutte le accezioni, e quindi anche in quella di “ripetizione” che seguirebbe la coazione del titolo.

Il dialogo con il lettore, nelle opere di Sapienza, è sempre visibilmente un doppio dialogo (e un doppio ascolto anche), che si basa su difficili e incontenibili spinte interne, di una personalità autoriale che sfocia nell’opera; una personalità molto complessa, dominata appunto da contrapposizioni e incompatibilità. Leggere queste prose è mettere in accordo la vita (la sua) e un destino fragile e contorto, con la letteratura, poiché l’uno e l’altra – come ben ricorda Angelo Pellegrino nella prefazione a questo e ai volumi di Sapienza sino ad oggi editi –, si mischiano a vicenda in continuazione in un gioco di rimandi che più che in tanti altri autori del Novecento italiano, risulta importante e basilare tenere a mente. La sua prosa, come il (suo) corpo, si sveste, si denuda all’occhio, e si asciuga (anche nella sintassi) di qualunque artificio: è a tutti gli effetti una prosa nuda e altresì intrisa di ellissi, ma pur sempre una prosa carnale, dove tutto resta unito, insieme, come il corpo e il sangue, tutto umano. Abbassare una certa verità antinomica al livello zero per mostrare la faccia “prima”, quella del corpo, e spostare il senso su un piano di comprensibilità accessibile e necessario, è un’etica e anche una forma di stile unico.

© Alessandra Trevisan

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56537

7 comments

  1. ‘Leggere Sapienza oggi è un atto di coraggio perché si tratta di fare i conti soprattutto con un’innata sensibilità’
    sono assolutamente d’accordo e non potevi dirlo meglio.
    proprio un bell’articolo.
    Madda

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