romanzo

Il libro che avremmo voluto scrivere e che non abbiamo mai letto: Ricrescite di Sergio Nelli

 

Il nulla, ha scritto un mio alunno cicciottello in una mezz’ora che abbiamo dedicato alle metafore, il nulla è un panino vuoto. 

Sì è circa così.
Ricrescite era già uscito nel 2004 per Bollati Boringhieri e ritirato poco dopo dalla vendita. Ci ha pensato Tunuè a recuperarlo dal dimenticatoio e a riproporlo nella sua collana Romanzi curata da un personaggio attento alla buona scrittura come Vanni Santoni. La prefazione di Antonio Moresco risulta un po’ come l’infierire sulla nostra disattenzione, una sorta di monito per una seconda necessaria occasione. Meglio così; Ricrescite è davvero un bel libro anche perché è esattamente l’esempio del paradosso di cui sopra e di cui molti scrittori dovrebbero tener conto.  Non c’è trama, non c’è un finale da attendersi, così come in realtà non esiste un casus belli, un’occasione, un alibi da cui  possa nascere una storia. Ricrescite si presenta come lo stralcio annuale di un diario dove riflessioni apparentemente limpide, essenziali, aprono squarci profondi sulla quotidianità. Dodici capitoli, dodici mesi per raccontare solo un anno di vita dove elementi di una quotidianità mai banale, mai delimitata o stereotipata, si arricchiscono di spunti esterni a volte enciclopedici come le citazioni di vulcanologia, a volte “familiari” come gli improvvisi interventi “devianti” del figlio piccolo ma soprattutto la necessità di tenere memoria su audio cassette dei racconti del gruppo di alcolisti anonimi.

Appena svegli, dico a Federico, che ha da poco compiuto quattro anni: “Domani è l’ultimo giorno dell’anno. Si entra nel 2000”. “Quando si va da Cosimo?” mi chiede preoccupato, ancora sotto le coperte, ancora assonnato. Cosimo è un suo amico e dovrebbe, secondo lui, regalargli un babbuino. (altro…)

Michel Houellebecq, Serotonina

Parlare dell’ultimo libro di Michel HouellebecqSérotonine, Flammarion Paris, 2019 (Serotonina, La nave di Teseo, 2019, traduzione di Vincenzo Vega) – a caldo dopo pochi giorni dalla sua uscita, senza cadere da un lato nelle polemiche che la fama dell’autore e le sue posizioni innescano e, dall’altro, senza dire una serie di banalità o di considerazione a suo riguardo trite e ritrite è molto difficile, ci proverò senza alcuna pretesa, se non quella di mettere a fuoco alcuni nuclei del romanzo che mi sembrano centrali.
Diciamo l’essenziale: la grandezza di questo romanzo è nella mancanza di un’idea eclatante intorno a cui muove il libro, come invece avviene in Sottomissione o in altri precedenti testi dell’autore; la serotonina e il farmaco che l’attiva sono al massimo dei coprotagonisti che accompagnano ma non determinano lo svolgimento della trama e lo stesso vale per il contesto storico-sociale: i tanto pubblicizzati scontri che anticiperebbero la protesta dei gilet gialli, l’impossibile ritorno dell’aristocrazia agraria a protezione dei contadini o l’elogio della politica turistica di Francisco Franco. Questo vuoto, che diventa una vera e propria sospensione per ridefinire e aprire un nuovo spazio narrativo, permette l’emergere del nucleo forte del libro: l’amore, nelle sue diverse manifestazioni attraverso la memoria. C’è qualcosa di profondamente lancinante e commovente in Serotonina, c’è un sentimento e un dolore dell’esistenza che mozza il fiato, anche nei momenti grotteschi e comici, in alcuni passaggi è così devastante che se il lettore se ne lascia trasportare corre il rischio di uscirne, a una lettura attenta, trasfigurato. Lo dico senza esagerazione. Questo libro è al tempo stesso una Ricerca del tempo perduto e una Memoria del sottosuolo contemporaneo, in cui anche il sarcasmo e il cinismo, che certo non mancano, sono funzionali ad una esplorazione profonda, al tempo stesso partecipe e disincantata, dell’esistenza. Ricerca guidata sempre da un linguaggio di una chiarezza estrema, che rasenta la laconicità, senza rinunciare alla sua dimensione dirompente e al tempo stesso rivelativa, in alcuni passaggi autenticamente epifanica. Il protagonista Florent-Claude Labrouste, agronomo al Ministero dell’Agricoltura, è un quarantaseienne allo stadio terminale della sua esistenza, non per qualche malattia inguaribile, se non per l’unica malattia veramente inguaribile: la vita.

Le persone costruiscono esse stesse il meccanismo della propria infelicità, caricano al massimo la molla e poi il meccanismo continua a girare, ineluttabilmente, con qualche intoppo, qualche rallentamento se s’intromette la malattia, ma continua a girare fino alla fine, fino all’ultimo secondo.

La vita, senza neanche la necessità di eventi eclatanti o tragici, lo ha spezzato, lo ha prosciugato, lo ha sfinito. La narrazione, in prima persona, parte dal rapporto che il protagonista ha con la sua compagna giapponese di vent’anni più giovane di lui, con cui convive da due anni, di cui scopre, che oltre a divertirsi in varie gang bang e a farsi penetrare da cani di diverse razze, in fondo non sta aspettando altro che la sua morte per poter godere della sua agiatezza economica; queste scoperte lo portano a decidere di sparire abbandonando sia la compagna che il lavoro e a rifugiarsi in un hotel di un arrondissement periferico di Parigi, dotato di stanze per fumatori, merce ormai più che rara nella furia salutista della nostra società. Per combattere la depressione, per sopravvivere alla vita e a se stesso, Florent (il primo nome è quello che detesta di meno dei due che i genitori gli hanno affibbiato) necessita, oltre che delle massicce dosi di caffeina e nicotina, di un nuovo farmaco, il Captorix, che favorisce la produzione di serotonina e che lo aiuta a svolgere ‘egregiamente’ le funzioni elementari dell’esistenza, e che rispetto agli altri antidepressivi non porta a manie suicide o autolesionistiche, ma ha la controindicazione di inibire la produzione di testosterone e quindi di portare all’impotenza, il sesso per lui ormai è un relitto del passato. Il dottor Azote, eccentrico medico di base a cui si rivolge Florent e che gliel’ha prescritto, è nel libro l’unico personaggio che cerca di aiutarlo concretamente. (altro…)

Sabino Caronia, La consolazione della sera

 

Sabino Caronia, La consolazione della sera, Schena Editore, Fasano 2017

C’è una parola, nel titolo di questo romanzo di Sabino Caronia, che induce a una serie di ragionamenti e di fili conduttori che da un lato indirizzano l’interpretazione verso determinati sentieri e dall’altro, tuttavia, allargano e rendono più complessa e accattivante la ricerca di collegamenti. Questa parola è la parola “consolazione”.
Consolazione, conforto: è sollievo in una situazione di disagio, di sofferenza, è riparo da un contesto ostile. È sollievo, dunque, è riparo. Non è più – e forse non sarà mai – felicità. Che la felicità – intesa come pienezza, come baluardo a qualsiasi rimpianto – sia una condizione avvertita sì come aspirazione, ma come aspirazione utopistica, in una stupefacente triangolazione dialettica di scetticismo, abbandono fiducioso a dispetto di ogni dato sensibile, sospensione del giudizio nell’attesa, è testimoniato, fin dalle prime righe, dalla presenza preponderante di personaggi principali che nella vita sono stati defilati, oppure emarginati, oppure, ancora, messi nell’angolo dagli ‘sgomitatori’ di turno, dai dediti al successo per il successo. Emergono, allora, i collegamenti con le testimonianze umane nella Storia e nelle vicende personali, così come i riferimenti letterari, a partire da quello su cui si basa l’intera architettura di questo “sogno di Sabino”: la vita e l’opera di Franz Kafka, gli episodi di cui abbiamo notizia attraverso amici e conoscenti, nonché i carteggi con più destinatari e le tracce sparse in tutta la produzione narrativa.
Il primo riferimento per questo romanzo così squisitamente letterario e così efficace nel rendere le peregrinazioni dell’animo e i vagabondaggi di una mente aguzza e inquieta non è esplicitato. Per essere più precisi, si tratta di un riferimento che ho voluto vedere io, e che ha come ancoraggio principale proprio il legame con la consolazione, concetto presentato in apertura di questo contributo. Si tratta della Storia meravigliosa di Peter Schlemihl, racconto ad alto contenuto autobiografico, eppure tanto sublime da elevarsi a narrazione universale della figura dell’Außenseiter (solitario, emarginato, outsider), di Adelbert von Chamisso. Non è superfluo ricordare che il nome Schlemihl viene dalla lingua yiddish e sta a designare la persona segnata da un destino sfortunato. L’esito, nel racconto del tardo Romanticismo tedesco, è la consolazione del protagonista, privo dell’ombra e con essa di qualsiasi identità sociale, nel mondo della ricerca naturalistica.
Nel romanzo di Sabino Caronia la consolazione giunge dal ripercorrere à rebours la propria vita e la Storia intrecciandola con la vita e le narrazioni di Kafka, e non soltanto con esse. In peregrinazioni che sono anche pellegrinaggi, il romanzo-sogno agevola l’incontro di chi legge non solo con l’io narrante e con lo scrittore praghese, ma con tante altre persone, a cominciare dal poeta catalano Gabriel Ferrater, traduttore di Kafka (El Procés, 1966), con l’omaggio al quale si apre il romanzo, per proseguire con Italo Alighiero Chiusano, germanista e scrittore conosciuto nel 1986, anno della cometa di Halley, alla presentazione di Il vizio del gambero, a pochi passi da Montecitorio (e dunque presumibilmente nella libreria tedesca Herder, chiusa purtroppo alcuni anni fa), Chiusano del quale troppo poco si è scritto e si scrive, come fa giustamente notare Caronia, che con questo romanzo ha ai miei occhi il merito di rilanciarne gli studi, Chiusano come studioso di Kafka; tra le personalità che appaiono in questo romanzo vanno menzionate ancora quelle di Max Brod e di Italo Calvino, di Walter Benjamin e di Jim Morrison.
Le figure femminili rivestono un ruolo di primo piano in quest’opera. I loro nomi sono altamente evocativi nell’immaginario inteso come bene comune, e la loro capacità di evocazione è raddoppiata dal legame con la biografia dell’io narrante: Diana, innanzitutto, la moglie con la quale il rapporto affettivo si rafforza, si consolida nel tempo, e l’omonima principessa triste, della quale vengono ricordate perfino le ultime parole, poi Laura, Noemi, Ottla, Felice, Milena, Dora. Non manca neppure la signora Tschissik, l’attrice yiddish, e la storia tragicomica del mazzo di fiori e di una insolita (e sbeffeggiata) devozione di Kafka ventottenne che sembra un diciottenne e che si invaghisce di una trentenne «che forse nessuno giudica carina». (altro…)

Andrea Pomella, L’uomo che trema (rec. di R. Calvanese)

 

Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi 2018

L’uomo che trema è l’autore, ma non solo. Perché in questo libro c’è una sorta di trinità, tutt’altro che santissima. C’è un uomo, il protagonista. C’è una generazione, quella del protagonista e c’è l’umanità intera. Perché un libro è davvero efficace e capace di resistere al tempo quando in sé contiene la metafora di qualcosa più grande della singola storia che racconta. Un libro è davvero un gran libro quando, in fin dei conti, in sé contiene una metafora della vita stessa.
Quale metafora più potente della rappresentazione del male oscuro che è il vero protagonista dei tempi moderni? La depressione, che per contrasto lo stesso Andrea Pomella in un capitolo del libro definisce “Il male bianco” assume forme diverse e sempre mutevoli ma contiene anche tratti comuni a tutti gli uomini. Per questo a tremare è l’io narrante, ma narrando la sua storia racconta anche la storia che è quella di una generazione che un po’ alla volta ha perso i propri punti di riferimento, come lo stesso autore all’interno dell’evolversi del racconto della sua vita vede venire meno il punto di riferimento fondamentale per un bambino, la figura paterna. Il rapporto all’interno della famiglia, altro tema fondamentale ancora tramandato in forma di santissimo Totem intoccabile da una società che spesso fatica a fare i conti con tutte le sfumature di grigio che attraversano la nostra vita a partire dal pallido bianco fino alle oscurità del nero che molti si portano dentro.
La sensazione di potercela fare, di poter fare da soli, di potersi portare dentro i propri mali, di poterli in qualche modo nascondere. Credere di poter tenere a bada il mostro, di poter incatenare l’animale che ci portiamo dentro. Quando poi invece un giorno come gli altri, nel parcheggio assolato di una scuola semi deserta la vita ci presenta il conto. Ce lo presenta tutto insieme, compreso di coperto e servizio. Ed allora tutto quello che credevamo a portata di mano comincia a sfuggirci, come cominciano a sfuggire le risposte che credevamo bastassero, la spiegazioni che l’uomo che trema pensava potessero servire a nascondere quel dolore. Da lì sfogliare le pagine de L’uomo che trema (edito da Einaudi) è come osservare il pelo dell’acqua dopo un naufragio, un po’ alla volta tornano a galla i pezzi di tutto quello che è andato in frantumi nella vita del protagonista, che in fondo è anche la nostra. Chiunque leggendo il libro di Pomella può riconoscere i sintomi di quel male bianco in qualcuno a lui vicino. Un genitore, un fratello, un amico o proprio in sé stesso. Ed ecco che la trinità si (ri)compone. Perché c’è l’autore che racconta di sé, ma racconta anche di una generazione che vede la terra mancargli sotto i piedi ed il futuro cadergli davanti agli occhi come un sipario montato male, ed infine c’è il ritratto di un mondo, quello moderno, che va in una direzione ostinata e contraria al benessere di molti. (altro…)

Peppe Millanta, Vinpeel

Esiste un’Isola che non c’è anche per gli adulti e a quanto ci racconta Peppe Millanta sembra che non ci sia alcun bisogno di partire da Kensington per raggiungerla.
Dinterbild, un luogo di adulti dove regna la ripetibile polverosa conformità delle cose, delle relazioni e dei ruoli al punto di aver completamente rimosso la possibilità di altro. Come ci si arrivi a Dinterbild non è dato saperlo, ma gli indizi disseminati da Millanta parlano chiaro e se per un bambino è facile avere la consapevolezza dell’essersi perduto, per gli adulti che ci finiscono no, tutto è apparentemente naturale e necessario: ognuno sembra bastare a se stesso a Dinterbild. eppure ognuno ha la sua storia e il suo aneddoto che si sono incancreniti in una sorta di stereotipo, tale per cui ognuno è così e così resterà. Ma Vinpeel no, il piccolo Vinpeel, protagonista di questo romanzo non ambisce a essere un nuovo Peter Pan, Vinpeel osserva questo mondo alla rovescia dove gli adulti hanno deciso di rimanere tali e quali a come li vedono gli altri. Vinpeel è la “devianza”, è colui i cui comportamenti creano scompiglio nella comunità e smuovono pur temporaneamente meccanismi ingolfati, Vinpeel è il granellino di sabbia che arriva a rompere l’ingranaggio della ripetitività. Vinpeel però non è solo. Vinpeel vive con un padre che si interfaccia solo con un mare che non sembra avere orizzonti. un mare/muro che lascia conchiglie dentro cui cercare messaggi. Il padre è l’unico adulto che mostra a Vinpeel la possibilità di un “prima” di Dinterbild e se c’è un prima, nella mente di qualsiasi bambino, non può che crearsi la possibilità di un dopo, come per i suoi compagni di avventura, personaggi anche loro ai bordi della società di Dinterbild che si uniranno a Vinpeel nella definizione di un percorso eroico che vuole solo trovare la chiave comunicativa per dimostrare una sorta di ovvietà: al di là del mare c’è sempre qualcosa d’altro. Ci sono delle luci lontane, c’è una gamba di legno che viaggia, ci sono storie e oltre la spiaggia e il mare c’è comunque un orizzonte che è diverso da quello che ciascuno degli adulti di Dinterbild non riesce neanche a dimensionare, ma soprattutto ci sono ancora messaggi lasciati nelle conchiglie che un padre deve essere in grado di trovare per poter capire che il mare più vasto è quello che resta tra lui è il figlio e che superato quello, di orizzonti se ne apriranno tanti. Noi ve lo consigliamo questo libro e non solo perché ha già fatto una notevole incetta di premi e perché è candidato al “Premio Strega giovani”. Vinpeel degli orizzonti è un libro che va letto perché ogni tanto pensiamo che ci sia bisogno di fermarsi a cercare quei buchi nell’anima che neanche immaginiamo, grandi come intere emozioni e larghi come sogni.

…Lei sorrise, “Anche noi abbiamo dentro una storia. Come le conchiglie, Ci rimane dentro quando ci tirano fuori dai nostri sogni.”

© Iacopo Ninni

 

Peppe Millanta, Vinpeel degli orizzonti, Neo edizioni 2017, pp. 246, € 15,00

 

Il nostro comune amico (ceci n’est pas un examen)

Quando leggerò Il nostro comune amico ne farò una recensione. Oppure, se non dovesse piacermi, non ne parlerò e voi capirete dal mio silenzio che mi ha deluso. Ma quello che Il nostro comune amico sta facendo a me, in questi giorni in cui attende chiuso sul mio comodino, vale bene più di due parole.
Volevo comprarlo già da qualche mese. Poi mi ero detta: compralo appena ti prenderanno a scuola, come portafortuna per l’anno che viene. Ho aspettato una supplenza quasi più per la voglia di comprare Il nostro comune amico che di mettere assieme il pranzo con la cena. E quando è successo, tempo un paio di giri di librerie e ho potuto poggiarlo sul mio comodino.
È ancora lì.
Ecco, il fatto è che Il nostro comune amico è grande, sono più di mille pagine. Questo vuol dire che non posso portarlo in metropolitana, ed escludo di lasciarlo in un cassetto a scuola. Non posso leggerlo a letto, perché mi prendo molta cura del mio polso e cinque minuti de Il nostro comune amico basterebbero a stroncarmi la carriera di pianista, ammesso che io ne abbia una. Quindi non l’ho letto ancora. (altro…)

Marco Aragno, Cancellare la città

Uscito sul finire dello scorso mese di settembre, Cancellare la città è il nuovo romanzo di Marco Aragno. Vi proponiamo in lettura il primo capitolo.

La solita truffa dello specchietto

 

.  Qualcosa si era guastato nella notte.
.  Tra i caseggiati illuminati l’aria si fece densa; il buio all’orizzonte si gonfiò, come se una materia oscura premesse dall’interno, finché non esplose pulsando un bagliore rossastro.
.  Amanda vide sorgere la macchia vermiglia dell’incendio dai finestroni del bar. L’aureola di fuoco si specchiò nella sua iride azzurra, crebbe nella pupilla divorandone il colore.
.  Lo avevano fatto. Questo fu il primo pensiero che le venne in quell’istante, mentre era in piedi, schiena dritta, con gli occhi accesi dal bagliore delle fiamme. La Resit stava bruciando.
.  Sbatté le palpebre, in un gesto infantile, come a cacciare via quella visione; poi si voltò. La macchia rossa rimase impressa nella retina, naufragò sulla parete bianca della stanza, prima di sparire dal campo visivo non appena gli occhi si ricacciarono nella penombra dell’armadietto aperto.
.  In un attimo, ricordò quanto stava per fare prima che la sua attenzione venisse rapita dal bagliore alla finestra. E lo fece: si slacciò il grembiule nero con le tasche verdi, lo stirò, lo piegò in quattro e lo sistemò sullo scaffale in alto.
.  Poi affondò la mano sull’interno della mensola di mezzo e tirò fuori una Sim. La guardò come si guarda una scelta. Piccola, minuscola, apparentemente insignificante, i circuiti gialli che si intersecavano geometricamente sul riquadro di plastica. Quanto valeva? Nel locale, in quel posto anonimo, era più al sicuro che a casa. Ancora più al sicuro dopo l’ultima notte, quando qualcuno era entrato nell’appartamento mettendo tutto in subbuglio: armadi, cassetti, materasso, scrivania. Forse per recuperare quanto aveva preso. E per darle un avvertimento, certamente.
.  Si guardò intorno, rigirò quella micro-card tra l’indice e il pollice immaginando un nuovo nascondiglio. Infine aprì l’armadietto di Francesca, la collega, e occultò la Sim nell’intercapedine d’acciaio che separava i vani dell’armadio; un nascondiglio provvisorio, un posto sicuro prima di allertare i carabinieri.
.  Poi tornò al suo armadietto. Restò ferma per alcuni istanti e prese a mangiarsi l’unghia del pollice. Staccò il dito dalla bocca ed estrasse il cellulare, tolse la mascherina della batteria e tirò fuori la sua Sim. La guardò e la buttò nel taschino laterale della borsetta; quindi girò l’anta in metallo e la chiuse con un schiocco di chiave.
.  La strada era quella, ormai. Tracciata. Poteva riprendere ossigeno nei polmoni. Si voltò di nuovo alla finestra, d’istinto, per accertarsi che la realtà fosse lì nella sua evidenza: la semisfera del rogo adesso pulsava più forte di prima, aveva conquistato metà della vetrata ingoiando pezzi di buio.
.  Amanda restò con gli occhi sbarrati. Questa volta non socchiuse le palpebre e fissò l’incendio come una presenza inevitabile, uno stato di cose a cui abituarsi. Infine tirò la lampo della felpa, indossò il cappotto di panno blu e uscì dallo stanzino. (altro…)

Francesca Melandri, Il sangue giusto

Mi decido oggi (24/09/2018) a scrivere a proposito di questo libro, perché nel giorno in cui il Cdm approva il cosiddetto decreto Salvini sull’immigrazione bisogna assolutamente rimettere in moto determinati meccanismi per prepararsi a un futuro in cui la presunta sicurezza sarà solo il pretesto per allargare l’intolleranza a qualsiasi forma di dissenso, differenza, crescita e poter definire nuove (vecchie) categorie lombrosiane del giusto/sbagliato. Nel famigerato e sfacciatamente incostituzionale nuovo decreto, tra i vari articoli modificati, vicino alla possibilità della revoca della cittadinanza, ne emerge uno che dovrebbe mettere una pulce nell’orecchio a chiunque: quello che sancisce la non concessione della cittadinanza in caso di reati da parte di familiari. I reati diverranno una questione di sangue quindi, sangue che sempre più marcatamente dovrà essere certificato, battezzato, purificato. Riprendiamo la retta via della critica e torniamo al libro di Francesca Melandri il cui titolo è la causa del mio sfacciato incipit. Sangue giusto è il libro giusto da tenere sempre a portata di mano in questi giorni perché tutti coloro che sull’idea delle migrazioni ancora o finalmente, riescono per un attimo a mettere da parte il “ma…” devono cominciare a reagire non attraverso la “pietà”, ma attraverso la consapevolezza di un fenomeno le cui cause, dinamiche e sviluppi sono molteplici e la cui risoluzione è molto più complessa di un’accoglienza appunto pietistica, ma sicuramente opposta e intransigente a una chiusura protezionistica poco lungimirante, oltre che ridicolmente retorica. Sangue giusto ci racconta dell’Italia coloniale mussoliniana: fatti accaduti oramai 80 anni fa, ma ancora mimetizzati tra chi ne è nostalgico e chi l’ha imparata e conosciuta attraverso quel sottile velo di ironia con cui si accoglie la vetusta esagerata retorica del Ventennio, lasciando quindi che il reale svolgersi di quei fatti lontani nel tempo e nello spazio, sparisse via via in maniera quasi indolore, dietro la rassicurazione storicizzata di un popolo che cerca di ricordare come da quel periodo ne è uscito (ma qualche dubbio nasce oramai anche su questo), ma ha totalmente rimosso il perché e il come ci è arrivato e ci è rimasto. Sangue giusto trova nella (quasi) contemporaneità i motivi per vagare nel secolo precedente alla ricerca di ogni minuzioso particolare che può e deve ricostruire una parte della nostra storia che è stata messa da parte e che poteva essere realmente rimessa in gioco il giorno che Gheddafi arrivò ospite nell’Italia di Silvio Berlusconi. (altro…)

Debuttare col primo romanzo grazie a un festival: Giorgia Tribuiani e “L’anno che verrà” – di Valentina Durante

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Chi scrive lo sa: non è tanto (non è solo) il tempo passato con la mano e la testa sulla pagina. E non è neppure lo straniamento, quel continuo dirigersi dell’attenzione – nelle pieghe e nelle minuzie della vita quotidiana – verso tutto ciò che può essere raccontato o buono per una qualche immaginazione. Non sono le ore sottratte al sonno o l’attenzione distolta dagli affetti e non è neppure tutto ciò che, a monte e a valle di questo, si guadagna: un modo diverso di guardare le cose, un sentire come di sensi costantemente allertati. No: la fatica maggiore, nello scrivere, è l’incontro con il lettore: perché senza lettore nessun testo esiste, senza gli occhi sulla pagina (sul monitor) le parole sulla pagina e sul monitor perdono motivo d’essere. Farsi leggere. Farsi pubblicare. Far transitare il testo dall’intenzione del dire al detto, finalmente scritto e detto.
Ecco perché i festival che mettono in contatto aspiranti scrittori e professionisti dell’editoria sono così preziosi: specie in un mondo che ha fama (spesso giustificata) di essere turrito e assediato da molti, troppi pretendenti (quanti cassetti italiani nascondono un manoscritto?).
Giorgia Tribuiani, che ha esordito lo scorso giugno con un romanzo breve – Guasti – edito da Voland, ha iniziato il suo percorso ufficiale da scrittrice proprio grazie a un festival letterario: “L’anno che verrà: i libri che leggeremo” che, nella sua seconda edizione, si terrà a Pistoia dal 26 al 28 ottobre. Il festival è organizzato in collaborazione con la rivista “The FLR – The Florentine Literary Review” e mette a disposizione degli aspiranti autori un cosiddetto elevator pitch: 15 minuti di tempo per raccontare il proprio progetto di pubblicazione a un editore o a un agente letterario. In questa seconda edizione saranno coinvolti gli editori E/O, Exòrma, Minimum Fax, NNE, Tunué e gli agenti letterari Luca Briasco, Monica Malatesta e Carmen Prestia: incontreranno tre autori ciascuno, domenica 28 ottobre, alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia che ospita il festival (qui tutte le informazioni per candidare il proprio progetto).

Ci racconti, Giorgia, com’è stato il tuo incontro con Voland? Perché, al momento di presentare la tua candidatura al festival di Pistoia, hai scelto fra tutti proprio questo editore?

Quando ho trovato Voland tra gli editori presenti al festival non ho avuto un solo attimo di esitazione. Il motivo è nel catalogo. Un errore in cui si cade spesso, quando si vuole presentare il proprio testo a un editore, è quello di fare degli invii randomici, senza considerare la linea editoriale dell’interlocutore a cui ci si propone. Quando mi sono proposta a Voland conoscevo i punti di contatto tra le mie storie e quelle della collana “Le Amazzoni”, così come mi era nota l’attenzione di Daniela Di Sora nei confronti della lingua. Il bando del festival chiedeva – proprio per evitare l’invio casuale – di inviare anche una lettera di presentazione che motivasse la scelta dell’editore ed evidenziasse i punti di contatto tra il romanzo proposto e uno o più libri del catalogo, e così mi sono trovata di fronte a un’ottima occasione per evidenziare le affinità.
L’incontro è stato di conseguenza molto bello. Difficilmente un autore ha occasione di parlare con un editore del proprio progetto di scrittura, e con “progetto” non alludo solo al singolo romanzo, ma anche al percorso fatto, ai modelli di riferimento e alle idee per i romanzi futuri. I quindici minuti dell’incontro individuale sono stati davvero importanti. Venti giorni dopo avevo tra le email una bozza di contratto e prenotavo i treni per Roma. (altro…)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner (rec. di R. Calvanese)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, ed. Alegre, 2018

Il re è nudo, ma in Tv vederlo costa sempre di più. Si possono ammirare i particolari, lo sponsor, i replay. Il re è nudo ma nessuno se ne accorge, o forse nessuno vuole rendersene conto. Come ritardare la sveglia al mattino all’infinito. Non svegliateci da questo sogno, non destateci da questo sonno come fosse una pre-morte della ragione. Nessuno vuol prendersi la briga di mettere insieme i punti, vogliamo continuare a fissare i primi piani lasciando il contesto sullo sfondo.
Il libro di Luca Pisapia, uscito per la collana de Il quinto Tipo di Alegre Edizioni, fa proprio questo, squarcia il velo di innocenza che tutti ostinatamente vogliamo avere davanti agli occhi. Quel velo inversamente proporzionale alla dietrologia che chiunque abbia guardato anche una sola partita di pallone nella propria vita ha agitato come un’arma spuntata. Io so ma non ho le prove, i tifosi sanno ma non hanno le prove, però poi ogni domenica puntuali allo stadio, oppure a settembre ad abbonarsi alle pay tv.
Non è la fuga dal campo di calcio quella che indica Luca Pisapia, come si potrebbe istintivamente pensare, non è la negazione del tempo che passa, il rifiuto delle cose che cambiano. Non è quella la chiave di un libro che scompone e ricompone il mondo del pallone pezzo per pezzo tramite storie vere e personaggi realistici sempre funzionali alla narrazione. Piuttosto indica le crepe di un sistema che si può combattere proprio insinuandosi nelle sue contraddizioni, provando a evidenziarne le incongruenze, godendo del suo incepparsi.
Ma tutto questo non basta, Uccidi Paul Breitner mette in evidenza come il calcio sia nato già moderno, questo è il vero perno su cui agire per sfatare l’eterno mito dei bei tempi, il culto degli anni d’oro, in una società sempre più innamorata della nostalgia e che rifugge invece la memoria. Lo sport in generale, ed il calcio in particolare, è stato da sempre veicolo del consenso, strumento per esercitare controllo e potere sulle classi meno abbienti. Il calcio come cartina al tornasole della lotta di classe, che a nominarla in questi anni magari qualcuno potrebbe considerarla una categoria desueta, e invece è ancora capace di spiegare il funzionamento della nostra società. Gli eventi sportivi in Brasile partiti con la Confederations Cup ed arrivati ai i mondiali, i Campionati vinti dall’Argentina al servizio del dittatore Videla, la gloriosa nazionale italiana due volte campione del mondo guidata dal balilla Giuseppe Meazza fino ad arrivare ai mondiali negli Stati Uniti del ‘94, sono solo alcuni degli esempi che mette in fila il libro di Luca Pisapia. (altro…)

proSabato: Sergio Claudio Perroni, I capelli di una donna

I capelli di una donna

I capelli di una donna, numerosi come sono, assistono a quasi tutto di lei, i capelli di una donna, ovunque sono, assistono a tutte le storie che la circondano e a molte di quelle che la abitano, assistono agli sguardi che d’istinto la rincorrono e che a volte si trasformano in labbra, assistono allo spettacolo inquieto della sua ombra, a quel buio di sé che a volte si lascia alle spalle, assistono ai suoi brividi di freddo e ondeggiano sul collo per ripararla, i capelli di una donna, volubili come sono, assistono alla sua mano che li accarezza per ripiego quando non può accarezzare chi ha di fronte, chi ha accanto, chi ha dentro, i capelli di una donna, sensibili come sono, assistono alle parole che ascolta e a quelle che dice, ma soprattutto alle parole che tace, perché i capelli di una donna, vicini come sono, assistono d’ufficio al gran teatro dei suoi pensieri, e a volte si rizzano sgomenti, a volte si scuotono in un’ovazione, e più delle volte perdono il filo, perché i pensieri di una donna sono più numerosi, più volubili e più ovunque perfino dei suoi capelli.

 

Da: Sergio Claudio Perroni, Entro a volte nel tuo sonno, La nave di Teseo editore.
[scelta di Ilaria Grasso]

Irmtraud Morgner, da “Trobadora Beatriz”

Irmtraud Morgner nacque il 22 agosto 1933. Poetarum Silva ha dedicato alla figura di questa scrittrice, che meriterebbe di essere conosciuta maggiormente, una puntata della rubrica “Gli anni meravigliosi”, qui. Oggi, a 85 anni dalla nascita di Irmtraud Morgner e a 45 anni dalla data posta dall’autrice stessa a conclusione del brano che segue, pubblico nella mia traduzione l’incipit del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura – “Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo testimonianze della sua musicante Laura”. (Anna Maria Curci).

 

Propositi

Naturalmente questo paese è un luogo di eventi prodigiosi. È quello che mi passò per la testa allorché una donna mi si fece incontro. Nella mia via. Una mattina d’aprile. La sconosciuta mi chiese se avessi soldi. Siccome sono poco incline a conversazioni a stomaco vuoto, restituii il saluto e tirai dritto. Ero pure di fretta, stavo andando all’asilo. La donna, anche lei tirata per la mano sinistra da un bambino, mi raggiunse, mi costrinse a prendere con la destra un pacco e disse: «Cinquemila». Ci fissammo reciprocamente. I bambini si divincolarono. Richiamai alla mente la cifra che avevo udito. Quando ne ebbi coscienza, cercai di disfarmi del peso. Ma la donna indietreggiò e affondò le mani nelle tasche del cappotto, la cui copiosa ampiezza era riempita completamente. Quel corto capo di vestiario non faceva affatto scorgere le ginocchia, a malapena si intravedevano i polpacci. Sebbene avessi tutte le buone ragioni per carpire delle scuse a quella donna invadente, fui io a scusarmi. Lasciai che i suoi occhi marroni tondi come bottoni mi squadrassero il volto. Tollerai, chissà perché, il peso non richiesto. Solo quando avvertii che lo spago che legava il pacco mi stringeva le punte delle dita, mi apprestai a usare la parte posteriore di una vettura parcheggiata come vano d’appoggio. «Tremila», disse la donna. Poi estrasse dalla tasca del cappotto un fazzoletto di cellulosa e si strofinò gli occhi. Subito dopo il naso. Il mio mi prudeva per l’acqua piovana che defluiva dalla scriminatura. I riccioli non naturali della donna si erano sfatti e ridotti a uno stadio tale da far pensare alla lana di un calzino marrone scucito. Tre singhiozzi. Avevo già dimenticato la fatica di portarmi appresso quel pacco. Ero in devota attesa di chissà chi, di chissà che cosa. Quando la carta da pacchi, bagnata fradicia, era ormai buttata via, appoggiai il naso per sentire l’odore. «Un’opportunità unica», disse subito la donna in pianto, «la sua grande occasione, la colga al volo.». L’idioma sassone si accordava armoniosamente con l’espressione del viso rotondo, coperto di efelidi. «Fama», riattaccò in questo idioma avvicinandosi cautamente e infilando un pingue dito indice nel pacco, «fama mondiale, glielo garantisco, lei scrive, non è vero?». Seguì una descrizione dettagliata di una conversazione con il macellaio del Konsum di qui, conversazione che a suo dire l’aveva portata a conoscenza della mia professione. I bambini si conoscevano probabilmente dal parco giochi. Da quando era sposata, purtroppo non poteva più aspettarsi con certezza un posto all’asilo. Il che significava: prospettive incerte per la sua effettiva professione. L’altra, di professione, era andata perduta con la morte della sua amica. Nel caso in cui avessi ancora esitato ad accettare l’offerta, non si sarebbe potuta comprare una pietra tombale a questa donna meravigliosa. Espressi il mio cordoglio. Impaziente di conoscere la reazione. La donna, tuttavia, improvvisamente tacque. Guardai con indifferenza verso il cielo, ulteriormente oscurato da una nube proveniente dalla centrale del gas. (altro…)