romanzo

La Passione secondo Paolo Zardi

 

“E tu cosa vuoi fare, pensi di partire?”
“Cosa dovrei fare, dirgli di no?” Glielo chiese con una faccia rassegnata, quella di uno che ha perso in partenza.

Una storia apparentemente semplice si racchiude in questo nuovo romanzo di Paolo Zardi. Giovanni, padre lontano e poco presente, richiama a sé con urgenza i due figli Matteo e Giulia, nati da donne diverse e con vite completamente diverse. La storia di un viaggio  le cui tappe sono inesorabilmente le memorie, i rimorsi, i sospesi e i rancori. Come nel suo precedente XXI Secolo, Zardi ci traccia le linee di una storia che non solo è un pretesto per riflettere attorno a problematiche attuali, ma che si sviluppa e trova un suo senso quando passato, presente e futuro dei protagonisti cominciano a interloquire e a trovare una loro logica che col passare degli anni si era via via sfilacciata fino a trasformare ogni ricordo nella base per un pregiudizio. Matteo è il protagonista con un suo presente che potremmo dire “sicuro”: una carriera maturata attraverso logiche di branco e di prevaricazione, un cattolicesimo rassicurante ereditato da una madre che lo ha cresciuto nella quiete oratoriale di un paese della provincia veneta, una moglie e due figli in vacanza sulla costiera romagnola.

La preparazione alla prima Comunione era durata sei mesi e si era conclusa con una festa sul grande prato dietro la chiesa; la cresima a undici anni gli sembrò – come scrisse poi in un tema che fu premiato con un dieci – una cerimonia piena di meraviglioso mistero. Era attorno a questi eventi che ruotavano la sua vita, quella di sua madre e quella dei suoi coetanei. In Sicilia invece, a caa di quella sorella della quale non sapeva nulla, si parlava di libri, di teatro e di politica.

Tutto in regola quindi, ma fin dal principio è palese il suo essere sempre su una soglia e Paolo Zardi è abilissimo in questo: paesaggi, dialoghi, memorie, tutto lascia pensare a qualcosa di indefinito, in mutamento, mai strutturato in un suo essere “presente”. La figura di Matteo si muove, pensa, comunica proprio nella sua indefinitezza e per tutto il romanzo appare come un ragazzino, in costante balia delle contraddizioni tra ciò che si deve e ciò che si desidera, fermo a eventi più grandi di lui e ben lontano da quel Matteo serio padre di famiglia e responsabile lavoratore, le due presunte sicurezze che si sgretoleranno via via nel riconoscere e accettare un percorso fatto in apnea, mai come protagonista ma come vittima collaterale di eventi e soprattutto delle altrui pulsioni. Comparsa in storie di altri, figlio di un incontro sporadico tra la madre con cui ha vissuto e un padre che ha incontrato solo anni dopo. Matteo conoscerà la sua sorellastra, Giulia, anch’essa figlia sporadica, ma con un legame più forte col padre e sicuramente meno rancoroso. Fratello e sorella adesso si ritrovano per affrontare assieme un viaggio verso l’Ucraina, ultima meta del padre; un viaggio che per tutti e due sarà l’ultima fondamentale occasione per rimettere in pace il loro passato con un presente irreale, fasullo e ricominciare da quella soglia da cui non sembrano mai essersi mossi e tornare a essere protagonisti e non semplici interpreti come in quelli che sembrano essere i ricordi più indelebili della loro infanzia: Matteo ricordato dal padre nella sua interpretazione della Passione secondo Matteo e Giulia presentatasi a Matteo in una sua performance teatrale nel giardino di casa. E poi c’è Bach e il suo capolavoro che non è solo colonna sonora o un pretesto, ma è parte strutturante del romanzo e che ritroviamo nel procedere, nello scambio dei dialoghi, nel comparire di personaggi che a modo loro hanno un ruolo in questa Passione che non è che l’inevitabile e improcrastinabile bisogno di riconoscersi per accettarsi e amarsi nonostante tutto.

E tu invece, hai scelto la responsabilità, giusto?”. lo disse con una mossa di sarcasmo. “Cosa stai insegnando ai tuoi figli? Il Catechismo e poi? Qual è la soluzione che proponi? Convincerli che è giusto obbedire a Dio e alla Patria? O ti basta che obbediscano a te?…

©Iacopo Ninni

Paolo Zardi, La Passione secondo Matteo, Neo. edizioni, 2017; € 15,00

Cristina Bove, Una per mille

 

Cristina Bove, Una per mille. Prefazione di Franco Romanò, Fusibilia libri 2016

Raccontare la vita nelle sue manifestazioni più diverse: se questa formula, da un lato, riassume ciò che pungola chi scrive e attrae chi legge, essa non spiega, dall’altro, le ragioni dell’impronta forte e durevole che determinate narrazioni sanno consegnare all’immaginario e alla memoria. Dice il contenuto, l’oggetto della narrazione, ma non ne dispiega il come. È il come si racconta, ovviamente, a fare la differenza; qui non contano le ricette a buon mercato, le pillole di saggezza dispensate attraverso tubi catodici, canali telematici, lunghezze d’onda, le messe in guardia dall’autobiografismo e le distillazioni varie – con l’erborista ovvero dispensatore di grappa letteraria di turno in versione “Così parlò…” – di sottili distinguo circa realismo, verosimiglianza, scelta e trattazione della materia grezza narrativa. È la verità a fare la differenza, quella che Albertine, nel finale di Doppio sogno di Schnitzler, tiene ben distinta dalla semplice realtà, fosse anche la realtà di un’intera vita umana: nel romanzo di Cristina Bove è la verità a guidare sguardo e resoconto, rievocazioni e considerazioni.
Tornando, tuttavia, all’enunciato iniziale di questa nota, è necessario qui innanzitutto porre al plurale l’oggetto della narrazione, perché non di una vita si parla, ma di tante vite, delle linee successive o parallele di chi narra, che si definisce, come recita esplicitamente il titolo, Una per mille. È, inoltre, delle vite altrui che si intesse, procedendo nella narrazione, la trama del romanzo. Sono le esistenze altrui, che attraversano ovvero che rendono sempre piena di sorprese, nutrendola perfino, come nel caso dei quattro figli, la vita (le vite) dell’io narrante. Al plurale sono prese in considerazione, ancora, le dimensioni dell’esistenza, con un’attenzione rivolta all’altro da sé, all’altrove, a modalità ‘altre’ di accesso alla conoscenza, alla dialettica tra istinto naturale e coscienza.
C’è un evento – non dimentichiamo che ci troviamo dinanzi a una narrazione che merita pienamente questo nome – dal quale si può cominciare a parlare di pluralità di punti di punti di vista. Giro di vite, svolta, linea spezzata e poi ripresa sul palmo della mano che riporta il tormento e il trauma sul quale lavorano incessantemente due agenti opposti: il ricordo misericordioso e il vergognoso oblio. Questo evento è un volo giovanile, foriero di coma e ossa rotte, ma portatore di visioni ‘oltre’, ‘al di là’, sì che le voci di Cristina Bove sono ‘voci sulla soglia’. Sanno di bivi, di attese, di altre dimensioni. Sono tramite e luogo, come si legge nel romanzo. Sono consapevolezza e empatia, sono, nonostante tutto, speranza. (altro…)

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto, Giunti 2017; € 16,00, ebook € 9,99

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«Papà, c’è un grande fiume in questa storia.»
«Più grande del fiumeterra dei nonni?»
«No, più grande di quello non ce n’è.»

Se mi tornassi questa sera accanto è il primo verso di una meravigliosa poesia di Alfonso Gatto, immenso poeta, che è molto caro a Carmen Pellegrino, l’intera poesia è posta – e non potrebbe essere altrimenti – come esergo al romanzo, uscito qualche giorno fa. Quel verso suona come un richiamo, una speranza, una preghiera, una nostalgia, un’invocazione, una malinconia; suona come suona un ricordo appena palesato, perché si cerca chi è lontano o chi non è più quando si compie un ricordo. E il ricordo non è sempre verità, e il ricordo è sempre realistico. Certe volte il ricordo è tutto. Il ricordo ci riporta indietro, e quell’indietro diventa adesso. Il ricordo crea qualcosa che non è mai esistito in realtà, e quella mancata esistenza è tutto. Questo è uno dei preziosi equilibri su cui si regge questo romanzo.

Due anni fa, eravamo anche allora a marzo, scrivevo del primo romanzo di Pellegrino, Cade la terra (Giunti 2015), e nella prima parte facevo una considerazione: Carmen Pellegrino mi ricordava che si continua a rimanere legati ai morti (concetto caro a Giovanni Raboni), a come questi non se ne vadano, e restino in qualche modo nelle case, nei pensieri che a loro mandiamo, nei gesti che facciamo e che abbiamo imparato da loro. Restano anche negli oggetti che gli sono appartenuti, e spostarne  uno non è mai soltanto il movimento di una persona. È bello quando i libri ti insegnano o ti ricordano. Oggi, con Se mi tornassi questa sera accanto, Pellegrino mi ricorda e forse mi insegna un’altra cosa: come non si possa sfuggire alla vita. Si vive e si deve vivere, si deve tentare. Se i morti non se ne vanno, nemmeno la nostra urgenza di vita se ne va. Per farla breve: non c’è scampo alla vita.

Questa storia ha tre protagonisti e tre nomi: Lulù, Giosuè e Nora. Figlia, padre e madre, legatissimi ma comunque distanti, sempre distanti. Perché la lontananza prima di tutto avviene nelle cucine, negli abbracci mancati, nella severità scambiata per affetto. Si consuma dentro promesse scambiate per voti, sotto sogni mai realizzati. Si realizza tutte le volte in cui si dice “sì” per fare piacere. La lontananza nasce la sera a cena mentre si condividono i bocconi e si certificano le nostre rinunce. La lontananza è una somma di segni, quando uno se ne va non fa altro che tirare la riga per il totale. Ci sono poi mille modi di andarsene.

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Matteo Meschiari, Artico nero

Matteo Meschiari, Artico nero, Exorma 2016, € 14,50

di Martina Mantovan

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Artico nero di Matteo Meschiari è un diorama letterario che propone una panoramica minuziosa e accurata del declino di un modello scientifico in dissoluzione. Attraverso sette racconti in cui il dato scientifico e la finzione si compenetrano, Meschiari offre una mappatura etnografica di popoli e storie custodite, e al contempo erose, dai ghiacci.
Il lettore si trova quindi di fronte a un Artico traslucido da cui emergono scorie e fantasmi: una geografia metafisica in cui si specchiano le sedimentazioni di un sistema culturale millenario a cui tocca fare i conti con una costruzione fittizia della verità postcoloniale, soggetta, ormai, a un incipiente disgelo. Strati e strati di narrazioni viziate da prospettive di razzismo e supremazia culturale hanno fatto sì che si venisse a creare un’idea funzionale alle logiche di potere e di interesse economico nate nella corsa all’ultimo baluardo del mondo emerso. Affiora a poco a poco tutto il potere distruttivo del discorso etnocentrico e la violenta retorica del buon selvaggio, perpetrati da secoli in queste terre dalle albe tragiche.

Lutto, spettralità, e quell’attimo di sospensione onirica di chi sta per morire, tra attesa angosciata e fine insostenibile, gonfiano il nostro immaginario come il metano dell’Artico. Per questo l’Artico, quello nero, quello morente, ci raggiunge da così lontano per farci da specchio, per collaborare da molto vicino, e al di là di ogni esotismo, al nostro adesso-qui.

Quella di Meschiari è un’indagine antropologica pregna di tensione letteraria, un’analisi etnologica che racchiude in sé la radice profonda della ricerca, che fa ritorno alle origini; l’osservazione scientifica che aderisce all’esigenza primaria dell’uomo: raccontare. Le storie di Artico nero creano un solco all’interno di cui confluisce ricerca etnografica ed espediente letterario: l’antropofiction che nasce da tale connubio è una narrazione tesa alla costruzione di microstorie scevre dalla superbia esotista di tanto immaginario occidentale. Meschiari muove dai resti, dai frammenti culturali sepolti di popolazioni apparentemente remote per colpire il nucleo brutale dell’etnocentrismo imperante: pone il focus sulle storie rimosse e insabbiate da politiche coloniali spietate, smantellando teorie evoluzioniste infarcite di razzismo e proponendo una chiave interpretativa delle realtà circumpolari che aggira l’ambizione veritativa e si àncora piuttosto alle ragioni inclusive e plurali della finzione.

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Riletti per voi #14: Peter Pan

Cattura

Carlos Schwabe, Il Fauno (1923)

(Si fa riferimento, per i brani citati, all’edizione Fanucci 2013 a cura di Beatrice Masini con traduzione dall’inglese di Milly Dandolo)

La signora Darling, madre di Wendy, Gianni e Michele, ha un bacio all’angolo sinistro della bocca che nessuno dei suoi familiari può prendere, benché sia perfettamente visibile. Un bacio che lo stesso Napoleone, secondo il narratore, sarebbe costretto a lasciare lì dove si trova sbattendo la porta dopo il tentativo. Con questo bacio, o quasi, si chiuderà il libro, quando Peter riuscirà a coglierlo senza sforzo alcuno. E questo bacio inespugnabile, la profonda natura di una persona che non è permessa neanche ai suoi cari ma che non ha segreti di fronte all’irruente divinità panica di Peter, è il primo motivo di turbamento in un libro quasi insostenibile per un lettore adulto, nella sua capacità di toccare corde inquietanti e critiche come lo scorrere del tempo, la simulazione dell’età adulta, l’ignoranza della sessualità e la sua sostituzione con la messa in scena, la gelosia e l’assassinio, la rappresentazione esatta della strafottenza e del capriccio propri dell’età dell’infanzia, vista non come innocenza ma come infinita possibilità di dominio su tutto quello che è desiderato. (altro…)

Una frase lunga un libro #90: Mercè Rodoreda, Quanta, quanta, guerra…

guerra

Una frase lunga un libro #90: Mercè Rodoreda, Quanta, quanta, guerra…, traduzione di S. M. Ciminelli, La Nuova Frontiera, 2016; € 16,50

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Sono nato a mezzanotte, in autunno, con una macchia sulla fronte non più grande di una lenticchia. Quando facevo arrabbiare mia madre, lei, girata quasi di spalle, diceva, sembri un Caino. Josep aveva una cicatrice sulla coscia sinistra, nella parte interna, a forma di pesce, che faceva ridere. Rossend, il figlio dello straccivendolo che ci prestava l’asino e la carretta per portare i garofani al mercato, aveva la punta del naso rossa e faceva ridere. Ramon, il figlio del macellaio, aveva le orecchie appuntite e faceva ridere. Io non facevo ridere neanche un po’.

Questo libro ha un prologo. In quelle pagine Mercè Rodoreda spiega da dove sia arrivata l’idea di questo romanzo e allo stesso tempo la difficoltà di scriverlo. Due tipi di difficoltà, la prima riguarda la vera e propria narrazione dell’argomento. La guerra, in molti l’hanno raccontata e lo hanno fatto benissimo, si dice Rodoreda e allora pensa ad altro, pensa a una storia che attraversi la guerra, che dentro la guerra nasca e che dalla guerra ritorni; senza però che la guerra venga quasi mai nominata. A Rodoreda interessa raccontare l’effetto della guerra sulla gente, sul paesaggio, sulle emozioni, sulle rimanenze che sono le vesti strappate, i morsi della fame, qualche notte stellata, una stretta di mano, un addio, una pena, un pezzo di pane raffermo, un ragazzo, un uomo, una bambina, una gallina, una vecchia orribile, una ragazza bellissima, un camino acceso, una coltello. La guerra. La seconda difficoltà di cui parla Rodoreda riguarda il tempo e l’uso della lingua. Le occorre tempo per scrivere, le occorre trovare le parole giuste, le occorre accartocciare parecchi fogli. Ne occorrono 700 per farne 400; e così scrive:

È lontano il tempo in cui pensavo che per scrivere un romanzo bastasse conoscere il catalano e saper battere a macchina.

È saggia Rodoreda, ma questa frase è una lezione che va bene per tutti, anche per il più giovane degli scrittori. Poi viene il romanzo.

Siamo in Spagna, da qualche parte c’è la guerra, una guerra senza nome, una guerra che distrugge il paese, tutti partono, nessuno sfugge alla guerra. Per alcuni è un desiderio, per altri è un dovere, per altri è un modo di andarsene dai piccoli paesi, dai luoghi in cui nulla pare accadere. La guerra, mentre distrugge, permette a chi non lo conosce la prima scoperta del mondo. La guerra a cui ragazzini non hanno accesso, salvo poi parteciparvi quando perdono qualcuno, se vengono bombardati, se restano senza un braccio, senza una gamba. E poi c’è un ragazzino che si chiama Adrià, un ragazzino che sogna di vivere libero, senza terra, senza patria, senza soldi, senza casa. Adrià sogna di andare e non importa dove, di andare ovunque, e allora la guerra è una scappatoia, una prima scusa. Adrià si unisce ad alcuni ragazzi più grandi di lui e lascia il suo paese per andare in guerra. Ma la guerra è una scusa per Adrià, è qualcosa che avviene intorno, lui vuole solo muoversi. E si muoverà con un passo che sta a metà tra realtà e sogno, come in un eterno dormiveglia attraverserà luoghi e incontrerà persone. E in ogni incontro ci sarà dolore e in ogni incontro ci sarà magia; e ogni incontro nascerà da un colpo di fucile sparato non molto distante, esploso magari il giorno prima.

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Il grande nudo

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C’è una guerra.
Non c’era una guerra, quando è morta la mamma

Bisogna essere scrittori molto attenti, conoscere il senso del ritmo della lettura e delle labbra, saper mescolare odori, colori e sensazioni così come riconoscere e prevedere i tempi di respiro del lettore per scrivere un libro come Grande Nudo. Bisogna soprattutto essere lettori impuri, disposti a sporcarsi e accettare il fatto che la “civiltà” come la si conosce e come la si desidera si disgreghi davanti e, dissolta ogni ipocrisia, lasci il posto alla primordialità degli istinti, all’idea che in realtà ogni rapporto umano sia una condizione di sopravvivenza, una dualità di prede e cacciatori. Il resto verrà da sé e sarà più facile entrare in questa narrazione potente, viscerale che lascia ben poca speranza, a parte una scogliera su uno specchio di mare che si confonde con il cielo da cui in silenzio un brandello di eletti riuscirà a fuggire, lasciando quel brandello di terra al suo destino. Ma anche detto così è fin troppo semplice. Grande Nudo va oltre. Diciamolo pure, è raro trovare libri di cui ci si innamora pur detestandone visceralmente i personaggi, protagonisti o meno. L’ultimo romanzo di Gianni Tetti ne è un esempio. La stessa Maria, donna televisiva bella e famosa, annichilita nel corpo e nell’anima dalle sevizie di un omuncolo, non può che adattarsi a questa condizione e accettare le ferite, le deformazioni, le cicatrici, la brutalità animale come una normalità fino a dissolversi nella rappresentazione animalesca di una cagna. D’altra parte sarebbe ipocrita non riconoscere in ognuno dei personaggi un’ambiguità e la convivenza schizofrenica del peso di un dolore personale profondo e radicato e un dolore che si diffonde e si perpetua. Lo scambio dei ruoli è imprevedibile e naturale, si fa presto a accogliere la sofferenza e la morte e conviverci al punto che il confine tra suicidio e omicidio diventi quasi impercettibile: il rapporto con il sé sarà sempre conflittuale, tutti sono prede e predatori di se stessi, che si sia preti, ometti da bar, baristi, studenti fuori corso, madri, padri, ma soprattutto fratelli.

 Non sono un infetto, sono tuo fratello. Mi stai ammazzando.
   Sei il mio prigioniero. E purtroppo ho l’ordine di fare prigionieri.
Per questo non ti ammazzo.

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Una frase lunga un libro #88: Giuliano Gallini, Il confine di Giulia

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Una frase lunga un libro #88: Giuliano Gallini, Il confine di Giulia, Nutrimenti, 2017; € 15,00, ebook € 7,99

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È il rancore di un credente, mi scusi. Sono uscito da due chiese, lei non può capire, lei è entrata nella casa di Dio solo per buona educazione quando era bambina e ne è uscita subito subito, è diventata atea, se ho inteso. Agnostica, lo corresse Giulia, non sono atea, sono agnostica, neutrale, siamo in Svizzera. Va bene, agnostica, neutrale, ma insomma, chiuse Silone con insofferenza, non ha mai dovuto tradire, e non è mai stata tradita.

Ignazio Silone e Giulia Bassani si sono appena conosciuti, a Zurigo, l’anno è il 1931, è gennaio, fa molto freddo. Siamo nella Zurigo degli esiliati, dei borghesi rifugiati in alberghi di lusso, di uomini e donne in fuga con documenti falsi dal fascismo italiano o dalla Germania. Ignazio Silone e i suoi mille nomi e cognomi, i passaporti falsi che conserva insieme ai libri e alle lettere. Silone il traditore o il tradito. In fuga dai fascisti, distante ormai dai comunisti. Incompreso, a suo avviso, da Longo e da Togliatti che lo accusano di doppiogiochismo. Silone povero in canna che vive in una soffitta fredda, Silone senza cappotto, Silone malato e depresso, Silone che ha già scritto ma non ancora pubblicato Fontamara, libro su cui apparentemente punta tutto, il suo riscatto, la fine di ogni problema. Silone non più comunista, ma credente, ma comunque ancora alla ricerca di una verità, di una giustizia, un uomo in preda ai dubbi e alle domande. Silone che va in cura da Jung.

Giulia Bassani, milanese, poeta, animo sensibile, donna di intelligenza straordinaria. Laureata in lettere a Milano e poi studiosa a Berlino, e lì è amante di un ragazzo poi fatto sparire dai nazisti, ed è lì che resta incinta. Giulia Bassani indifferente (apparentemente) a tutto ciò che accade, Giulia che riempie taccuini, Giulia che incanta tutti compresa una ragazzina che vive nel suo stesso Hotel. Ragazzina che diventerà la nostra narratrice. Giulia colta, Giulia senza problemi economici, Giulia e i suoi abiti, il suo portamento. Giulia e la sua bellezza. Eppure, Giulia e il suo dolore, il suo tormento che tutto le fa tenere a distanza, che ogni cosa le fa accettare come se accadesse ad altri. Giulia Bassani a Zurigo, nel gennaio del 1931, anche lei in cura da Jung. Jung che vuole essere sempre pagato, che non ama perdere tempo.

Giulia Bassani su una panchina attende l’orario di visita da Jung, ha cura di arrivare qualche minuto prima perché è incuriosita dall’uomo che finisce la visita prima della sua, ne è affascinata. L’uomo è Ignazio Silone, reduce da Davos e dalle sue cure. Le pene di Silone, il fratello in carcere in Italia, accusato di qualcosa che non ha commesso (l’attentato alla Fiera di Milano) per arrivare a Ignazio, per farlo collaborare, per farlo tradire. Silone tradisce e ritradisce, e in fondo va patta, e infatti non piace più ai comunisti, non convince i fascisti e si ritrova solo e fuori dal partito, col fratello sempre in carcere. Silone che è diventato credente. Ed è quest’uomo che si innamorerà di Giulia e ne sarà ricambiato, anche se questo amore consumato in esilio è la somma di altre mancanze e delusioni, e non può essere amore vero, ma affetto sì, passione anche, riconoscimento delle ambizioni e del talento dell’altro sì.

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Marcelo Cohen, L’illusione monarca

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Foto di Martina Mantovan

Marcelo Cohen, L’illusione monarca, trad. di F. Lazzarato, Gran Via 2016, € 14,00

di Martina Mantovan

Marcelo Cohen con il suo romanzo L’illusione monarca pone il lettore di fronte a un esperimento sociologico in vitro: un carcere spalanca le sue celle su una spiaggia, uno sbocco sul mare e ciò che vi potrebbe essere oltre a esso. In un confronto costante con le potenzialità salvifiche e mortifere dei flutti, i detenuti sono costretti a oscillare tra il terrore e la speranza, protagonisti forzati di un laboratorio biopolitico.

Tra i detenuti spicca Sergio. Mente irrequieta e lucida, Sergio guida la narrazione con le sue costanti riflessioni. Egli è la mente che domina il corpo, colui che osserva stando ai margini dell’organizzazione sociale della spiaggia, con le sue lotte e i suoi equilibri precari. Sergio è protagonista nel carcere in quanto mente: all’interno di un dispositivo che mira ad assoggettare i corpi egli è la mente che disciplina il corpo attraverso la scansione rigosa delle azioni; è colui che sottrae il corpo al dispositivo sovrano per riscattarne il dominio. Sergio osserva il mare e soppesa l’orizzonte, calcolando le possibilità.

All’inizio il mare è come tutti i mari. La spiaggia, quel che la spiaggia racconta, è un’altra cosa.

A cento metri dalla costa, tre boe arancioni a forma di trottola suggeriscono un messaggio che a volte scompare, quando le onde le nascondono, e riappare ritmicamente nelle creste, sempre trasformato. Può darsi che le boe significhino qualcosa.

Hanno la dolce costanza dell’ammiccare di un idiota.

In uno scenario statico e definito, compreso e compresso tra due mura e una distesa d’acqua, accade l’azione: Marcelo Cohen non smette mai di rendere ben visibile e onnipresente la violenza del dispositivo carcerario. È l’ideologia della condanna, dell’ineluttabilità della condanna a farsi protagonista silente e strisciante nelle menti dei protagonisti di questa grande e inquietante farsa. Diviene sempre più esplicita l’introiezione del sistema di controllo punitivo: il carcere diviene l’unico territorio in cui il detenuto sente di poter vivere, il solo luogo in cui è in grado di gestire la paura. Davanti a lui vi è l’acqua: utopia e dubbio che ondeggiano sull’abisso della sconfitta. Lo scandirsi delle ore della detenzione è un continuum temporale su cui non cala mai il sipario: il carcere è una scenografia del mondo inflazionario, di un mondo che gestisce e governa i corpi con lo stoccaggio, merce eccedente e caotica.

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Primo Levi, Le nostre notti (estratto)

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.  Non so chi sia il mio vicino; non sono neppure sicuro che sia sempre la stessa persona, perché non l’ho mai visto in viso se non per qualche attimo nel tumulto della sveglia, in modo che molto meglio del suo viso conosco il suo dorso e i suoi piedi. Non lavora nel mio Kommando e viene in cuccetta solo al momento del silenzio; si avvoltola nella coperta, mi spinge da parte con un colpo delle anche ossute, mi volge il dorso e comincia subito a russare. Schiena contro schiena, io mi adopero per conquistarmi una superficie ragionevole di pagliericcio; esercito colle reni una pressione progressiva contro le sue reni, poi mi rigiro e provo a spingere colle ginocchia, gli prendo le caviglie e cerco di sistemarle un po’ più in là in modo da non avere i suoi piedi accanto al viso: ma tutto è inutile, è molto più pesante di me e sembra pietrificato dal sonno.
.  Allora io mi adatto a giacere così, costretto all’immobilità, per metà sulla sponda di legno. Tuttavia sono così stanco e stordito che in breve scivolo anch’io nel sonno, e mi pare di dormire sui binari del treno.
.  Il treno sta per arrivare: si sente ansare la locomotiva, la quale è il mio vicino. Non sono ancora tanto addormentato da non accorgermi della duplice natura della locomotiva. Si tratta precisamente di quelle locomotiva che rimorchiava in Buna i vagoni che ci hanno fatto scaricare: la riconosco dal fatto che anche ora, come quando è passata vicino a noi, si sente il calore che irradia dal suo fianco nero. Soffia, è sempre più vicina, è sempre sul punto di essermi addosso, e invece non arriva mai. Il mio sonno è molto sottile, è un velo, se voglio lo lacero. Lo farò, voglio lacerarlo, così potrò togliermi dai binari. Ecco, ho voluto, e ora sono sveglio: ma non proprio sveglio, soltanto un po’ di più, al gradino superiore della scala fra l’incoscienza e la coscienza. Ho gli occhi chiusi, e non li voglio aprire per non lasciar fuggire il sonno, ma posso percepire i rumori: questo fischio lontano sono sicuro che è vero, non viene dalla locomotiva sognata, è risuonato oggettivamente: è il fischio della Decauville, viene dal cantiere che lavora anche di notte. Una lunga nota ferma, poi un’altra più bassa di un semitono, poi di nuovo la prima, ma breve e tronca. Questo fischio è una cosa importante, e il qualche modo essenziale: così sovente l’abbiamo udito, associato alla sofferenza del lavoro e del campo, che ne è divenuto il simbolo, e ne evoca direttamente la rappresentazione, come accade per certe musiche e certi odori.
.  Qui c’è mia sorella, e qualche mio amico non precisato, e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando proprio questo: il fischio su tre note, il letto duro, il mio vicino che io vorrei spostare, ma ho paura di svegliarlo perché è più forte di me. Racconto anche diffusamente della nostra fame, e del controllo dei pidocchi, e del Kapo che mi ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perché sanguinavo. È un godimento intenso, fisico, inesprimibile, essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono proprio fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.
.  Allora nasce in me una pena desolata, come certi dolori appena ricordati della prima infanzia: è dolore allo stato puro, non temperato dal senso della realtà e dalla intrusione di circostanze estranee, simile a quelli per cui i bambini piangono; ed è meglio per me risalire ancora una volta in superficie, ma questa volta apro deliberatamente gli occhi, per avere di fronte a me stesso una garanzia di essere effettivamente sveglio.
.  Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io, benché sveglio, sono tuttora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono qui l’ho già sognato, non una ma molte volte, con poche variazioni di ambiente e di particolari. Ora sono in piena lucidità, e mi rammento anche di averlo già raccontato ad Alberto, e che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti. Perché questo avviene? perché il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?
.  … Mentre così medito, cerco di profittare dell’intervallo di veglia per scuotermi di dosso i brandelli di angoscia del sopore precedente, in modo da non compromettere la qualità del sonno successivo. Mi rannicchio a sedere nel buio, m guardo intorno e tendo l’orecchio.
.  Si sentono i dormienti respirare e russare, qualcuno geme e parla. Molti schioccano le labbra e dimenano le mascelle. Sognano di mangiare: anche questo è un sogno collettivo. È un sogno spietato, chi ha creato il mito di Tantalo doveva conoscerlo. Non si vedono soltanto i cibi, ma si sentono in mano, distinti e concreti, se ne percepisce l’odore ricco e violento, qualcuno ce li avvicina fino a toccare le labbra poi una qualche circostanza, ogni volta diversa, fa sì che l’atto non vada a compimento. Allora il sogno si disfa e si scinde nei suoi elementi, ma si ricompone subito dopo, e ricomincia simile e mutato: e questo senza tregua, per ognuno di noi, per ogni notte e per tutta la durata del sonno.

.

da Se questo è un uomo, in Primo Levi, Opere. Volume primo, Einaudi, “Biblioteca dell’Orsa”, 1987, pp. 56-58

Luca Briasco: Americana

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Luca Briasco, Americana, minimum fax 2016, 18 euro

È sempre sulla cresta dell’onda Americana, un volume tutto minimum fax che attraversa le fila di un cosmo complesso e affascinante, percorrendone i motivi di unità, le vette di bellezza come le curiosità dei sottoboschi. Il cosmo in questione è la letteratura a stelle e strisce degli ultimi (all’incirca) cinquant’anni, e l’autore del bel libro è Luca Briasco, americanista, editor, traduttore e giornalista. Dopo un’ampia volata di prefazione che già lascia intravedere le strettissime maglie di un’eco continua tra gli autori selezionati (eco che è dialogo quanto contrapposizione), Briasco mette sotto la lente quaranta autori del panorama americano contemporaneo attraverso l’analisi di uno specifico libro; libro che si configura però come un piede puntato nella porta, che può così aprirsi in ogni saggio fino a toccare l’intera produzione dell’autore e la sua importanza, sempre specifica e sempre tracciabile, nella comunità cui appartiene: quella della parola scritta nell’atto di documentare la storia, la geografia, le tematiche ricorrenti o straordinarie che compongono il vasto universo degli USA ai giorni nostri.
Dico “storia” e “geografia” con cognizione, e non come semplici categorie scolastiche. Il viaggio che Briasco compie attraverso la letteratura americana è suddiviso in sezioni, e queste privilegiano le correnti e le tendenze di appartenenza dei vari autori: abbiamo il postmoderno di Barth, Pynchon, DeLillo e altri; il minimalismo di Carver; la letteratura cosiddetta “di genere”, per quanto un’etichetta simile sia stretta attorno ad autori del calibro di King; e ancora l’avanguardia, il realismo, e un canone ancora da scoprire tra le mani di Franzen, A. M. Homes, Foer, solo per citarne alcuni. Eppure l’impressione che lascia questo documentario cartaceo tanto fitto e ben scandito è quella di una letteratura che, anche quando disancorata da qualsiasi volontà di aderenza alla realtà, è in costante dialogo con la storia e la geografia del continente nordamericano: le cupe città ferrose e le vaste praterie, i noir spietati accanto alle dolenti saghe familiari, con il sottofondo quasi costante della desolata critica al sogno americano. Senza dimenticare due date fondamentali che ricorrono come a scandire uno spezzamento, un prima e un dopo nell’immaginario politico e sociale che gli scrittori non possono, neanche a distanza di tempo, ignorare: l’assassinio di John Kennedy e la caduta delle Torri Gemelle. (altro…)

Una frase lunga un libro #86: Domenico Starnone, Scherzetto

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Una frase lunga un libro #86: Domenico Starnone, Scherzetto, Einaudi 2016; € 17,50, ebook € 9,99

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Di passaggio in passaggio montò una smania di lucida denigrazione. Vidi di colpo un vecchio senza qualità, forze scarse, passo incerto, vista offuscata, sudori e gelo improvviso, una svogliatezza crescente interrotta solo da sforzi fiacchi della volontà, entusiasmi finti, malinconie reali. E quella immagine mi sembrò la mia vera immagine, vera non solo adesso, a Napoli, nella casa dell’adolescenza, ma – l’onda della depressione dilagò – vera anche a Milano da tempo, dieci anni, quindici, sebbene non nitida come in quel momento.

Ultimamente mi capita di leggere spesso romanzi che in qualche modo riguardino la comunicazione, ovvero la creazione di un linguaggio, ovvero la determinazione di un codice che consenta a soggetti – in qualche modo distanti tra loro, per distanza fisica, di età, di formazione culturale, per una diversa visione delle cose – di comprendersi, di tessere un filo sul quale camminare e su cui a un certo punto incontrarsi. È successo con La prima verità di Simona Vinci, è successo con Zero K di Don DeLillo, è successo con Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci e faccio solo tre esempi; è successo di nuovo e in maniera diversa un paio di settimane fa quando ho letto Scherzetto di Domenico Starnone. Dichiaro fin da subito che si tratta di un romanzo molto bello, importante, arioso, con un linguaggio pulito, con una punteggiatura perfetta, dichiaro che Starnone ha di nuovo fatto centro. Scherzetto è un romanzo che si svolge quasi tutto in un appartamento, eppure le scene e le memorie di quegli interni sono condizionate da Napoli e da Milano, le città – rispettivamente – in cui è nato e in cui vive il protagonista. Napoli e Milano sono presenti perché sono ingombranti, in modo diverso si capisce, ma entrambe sono in grado di modificare le vite di chi le abita, che le ami o meno. Ecco perché nell’appartamento non troppo distante dalla stazione centrale di Napoli, dove per qualche giorno si muoveranno e capiranno e scontreranno e odieranno e ameranno un nonno e un nipote entrano anche le città. Milano evocata a distanza, dagli anni migliori – forse – e dal lavoro appagante di un nonno; Napoli che si infila con la pioggia, dai vetri, che si materializza con la memoria dei giorni lontani dell’adolescenza. Napoli che è luogo di nascita di un nipote troppo piccolo e intelligente, troppo occupato a essere perfetto, troppo bambino comunque per un nonno che non vorrebbe saperne, non del tutto. E allora scherzetto è anche dispetto è anche stai buono è anche mi fai paura è anche ti voglio bene.

I genitori di Mario devono lasciare Napoli per un convegno di qualche giorno e chiedono al nonno, noto disegnatore che vive a Milano, di occuparsene per qualche giorno. È l’ultima cosa che il nonno vorrebbe, ha da poco subito un intervento e si sente ancora debole e stanco, si sente vecchio forse per la prima volta; in più non gli piace fare il nonno, non sa come si fa, ma lo stesso dice sì. Riceve le istruzioni dalla figlia, pensa tutto sommato di potersela cavare, si tratta di poco più di un weekend. Mario giocherà e lui potrà concentrarsi sul prossimo lavoro da consegnare.

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