romanzo

Antonio Paolacci, Piano Americano (un estratto)

Antonio Paolacci, Piano Americano, Morellini Editore 2017, €  14,90

 

[Esce oggi Piano Americano di Antonio Paolacci, un libro molto bello e al quale sono affezionato, libro di cui scriverò nelle prossime settimane. In accordo con l’autore pubblichiamo un estratto del libro.

Antonio Paolacci ed io, con Nicoletta Bernardi, presenteremo il libro da Open Milano il 19/10 alle ore 19,00. (gianni montieri)]

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[…] Ed è strano. Per certi aspetti, bellissimo. Decidere di abbandonare la scrittura è come riaffiorare da una lunga apnea ostinata. Mando tutto all’aria e, boom, rifiato subito.

La scrittura non mi porta più da nessuna parte, la vita fuori dalle pagine scritte invece sì. Ho pubblicato libri e racconti ed è stato sempre squallido confrontare la fatica del lavoro con il suo valore oggettivo, con il mondo esterno, con l’editoria da prodotto di massa, con il pubblico e la stampa. Stavo viaggiando in direzione dello spreco. Stavo lavorando da anni a un romanzo per niente: anni di lavoro che avrei lanciato ancora una volta nel vuoto pneumatico della comunicazione contemporanea.

Se fossi un personaggio americano, a questo punto della scena – cioè mentre me ne sto nel bagno a fumare da solo – direi allo specchio una frase precisa, una frase da personaggio americano. La frase: Ma andiamo, chi voglio prendere in giro? Frase che, per altro, in questa circostanza avrebbe anche un significato letterale, giacché prendere in giro è in qualche modo il rovescio inevitabile del fare narrativa: un’espressione calzante.

Perché il racconto – ogni racconto – è raggiro, è sempre presa in giro. In un’accezione positiva, se preferite, è il raggiro del prestigiatore, ma è pur sempre questo: l’opera di un artista che distoglie la vostra attenzione dal luogo in cui sarebbe visibile il trucco, in modo da mostrarvi una magia che voi sapete bene non essere affatto una magia. Ecco: ogni scrittura è in qualche misura trucco palese e trucco camuffato. E adesso lo vedo: posso vedere il raggiro di cui sono stato vittima io stesso. Per anni ho creduto che la narrativa potesse arrivare a essere un veicolo di verità autentiche proprio nel suo essere menzogna palese, bugia dichiarata. Allo stesso modo, per anni ho creduto che valesse la pena pagare per leggere, e quindi che si meritassero quattrini per scrivere. Ora so che tutte le regole sono saltate, che regna il caos, che scrivere non serve a niente.

La parola giusta è sollievo, una provvidenziale e rinvigorente sferzata. Poter vivere in riservatezza. Allontanare il fracasso e la fatica di esercitare questo mestiere mi assicura un futuro di ristoro e mi regala la condizione privilegiata di chi può abitare la realtà preoccupandosi solo di guadagnare denaro, vivaddio, e benessere, e conforto, senza dover più occupare il tempo cosiddetto libero a ingegnarsi ancora e ancora per questo niente fatto di incontri e strette di mano senza peso. Potrò dedicarmi ai piaceri, a nuove esperienze che non diventino per forza materiale letterario giacente. Potrò dedicarmi a mio figlio.

Dileguarmi – sottrarmi cioè alla necessità di mostrarmi per svolgere un lavoro mai retribuito a sufficienza – allarga poi anche le mie possibilità di benessere economico, dà spazio al molteplice, mi decentra e apre intorno al mio percorso diverse linee di fuga. La mia nuova identità sarà privata, in tutte le accezioni del termine, e finalmente ignorata senza dolore, e libera. Il mio sarà un atto politico, anche. Una rivoluzione contro il nostro tempo, il nostro tempo crivellato di ragionamenti, opinioni, storie raccontate da chiunque. Questo presente insopportabile, in cui tutti vogliono scrivere e nessuno ascoltare, ha annullato ogni necessità di contribuire al frastuono.

In un mondo di comunicazione ipertrofica, mi dico, è così che fanno i saggi: rintracciano spazi rarefatti e quieti in cui sparire. E fanno silenzio, perché il silenzio permette di assorbire, nutrirsi, farsi concavi e vuoti per includere, invece di aggiungere e aggiungere e aggiungere materiale al materiale esistente.

Quella che voglio abbracciare è la filosofia dell’uomo d’affari Norman Bombardini, il personaggio grottescamente bulimico de La scopa del sistema di David Foster Wallace, impegnato a prendere e non certo a dare, fino a compiere il passo estremo dell’accumulatore compulsivo occidentale: incorporare il mondo nella propria obesità senza limite: non aggiungere materiale, ma assorbirlo tutto, boccone dopo boccone, e infine inghiottire l’intero spazio esistente.

Scrivere, invece, non porta a niente. Si tratta di questo, piuttosto: offrire la propria fatica senza nessun tornaconto. Scrivere significa torcersi le budella, pensare molto intensamente, sempre, e osservare nel profondo, e riflettere troppo, e cambiare se stessi in un mondo che mai cambia. Scrivere è lottare ininterrottamente con la propria intelligenza, contro una stupidità imbattibile. Vuol dire imparare a dar voce a persone diverse, perché ogni persona è un mondo, ecco cosa si è obbligati a capire scrivendo: che la realtà tutta non è che un insieme di punti di vista e che ogni punto di vista, in quanto tale, è erroneo. Vuol dire toccare con mano, sentire in forma concreta, reale, quasi fisica, che da ultimo non esiste nessuna verità da difendere, che le risposte non sono che altre domande, poste sbagliate. La verità sfugge alla comprensione e le parole chiarificatrici sono l’illusione suprema. La retorica lo insegna. Tutte le frasi, anche le più nette e logiche, possono essere ribaltate e mantenere immutata una (sempre apparente) attendibilità. L’arte della parola è arte del sofisma, un inganno che sopravanza un inganno. E dunque, per rivendicare la mia identità, io posso solo opporre il silenzio al rumore, l’immobilità al potere coercitivo, togliermi l’ovatta dalle orecchie e ficcarmela in bocca.

È il passo ultimo dello scrittore, il passo più maturo dell’artista, è il recupero dello Stile assoluto, la più alta forma di eleganza artistica: togliersi dai coglioni.

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© Antonio Paolacci

 

La verità che scrolla: Intervista a Olja Savičević

È disponibile dall’inizio dell’estate, per i lettori italiani, il romanzo di esordio di Olja Savičević, Addio, cowboy (L’asino d’oro edizioni 2017, € 16,00; traduzione dal croato di Elisa Copetti). Un romanzo preciso eppure corale, felicemente dispersivo ma ben aderente al suo tema. Il romanzo tiene ed è tenuto dallo sguardo di Dada, tornata a casa da Zagabria per accudire una madre in depressione; e in un affondo nella memoria che è sia personale che collettiva, generazionale quanto storica, Dada si muove nella sua ricerca di un senso al suicidio del fratello, gettatosi anni prima da un cavalcavia.

La memoria è un tema molto importante nel tuo libro. Credi sia uno sguardo personale, una tua scelta, o che sia legata al luogo cui appartieni?

Probabilmente entrambe, perché vivo in un luogo dove il destino di ognuno è fortemente disegnato dalla società, determinato da circostanze sociali più che nella maggior parte dei Paesi europei. Non è vietato, ma non è comunque desiderabile ricordare certe cose, come quelle collegate al comunismo, alla Iugoslavia o alla guerra degli anni ’90 – così la memoria personale e la menzogna collettiva riguardo ai ricordi non collimano. Questo è il motivo per cui i miei romanzi rappresentano una ricerca, una ricerca di verità attraverso la memoria.

Il tuo testo ha una struttura molto ricca e complessa. Pieno di voci, riempito dalla grande presenza del grande assente, il fratello della protagonista. Sei uno di quegli scrittori che sanno tutto del loro libro prima di scriverlo, o lasci che sia il processo di scrittura a guidare?

Non sono di quegli autori che hanno un modello di costruzione o una struttura ben definita da riempire. Ho una chiara e forte idea che modella il romanzo o la storia. In Addio, Cowboy l’idea è il delitto senza il castigo. Un crimine che non può essere punito, che è commesso dalla società contro ogni individuo. Nel mio ultimo romanzo Singer in the Night è la domanda su come percepiamo l’amore oggi e il significato dell’arte contemporanea, se ce n’è una – ero interessata alle cose senza prezzo nell’economia moderna. Quindi sistemo il narrato in un genere che corrisponde al suo contenuto, nel primo caso in un western, nel secondo in una storia d’amore, e così la mia ricerca di risposte può cominciare assieme alla mia ricerca di personaggi nel romanzo. Ovvio, i personaggi e i loro rapporti sono molto realistici, i generi servono solo a dare uno scheletro e una matrice alla storia.

La vera trama, il vero potere di questo romanzo sembra essere la digressione, che fotografa momenti a partire da luoghi, murales, paesaggi. Come procedi durante la scrittura?

Spesso catturo davvero immagini, luoghi, graffiti dalle strade dalmate. Questi topoi creano atmosfera. Anche se a volte basta una parola inusuale, un bel verso di poesia… Quello che conta è l’incontro con qualcosa di così intenso e vero da svegliarti. C’è molta menzogna oggi, le persone hanno più libertà di dire ogni sorta di cose ma la maggior parte delle volte la usano non per dire la verità ma per manipolare. È per questo che la verità mi scrolla quando la incontro, e cerco di metterla in parola.

La tua sintassi è scorrevole, le immagini si susseguono come in una collanina ma tu sei abile a mantenere il controllo. Puoi dirci qualcosa sulla ricerca del tuo stile?

Ciò che è stato importante per me in questo romanzo era creare una storia non lineare, perché basato sulla memoria che lineare non è mai. Quello che mi interessa è che forma e linguaggio inseguano la storia. Credo sia il percorso che la letteratura contemporanea deve esplorare. Non la letteratura sperimentale, che ha fatto cose simili in passato, ma ogni letteratura che si consideri seria. Oggi non ha senso usare il linguaggio e lo stile di tuo nonno quando scrivi. Il mondo sta cambiando e così il linguaggio e il nostro modo di usarlo.

Ci siamo conosciute a Mantova, durante la prima tappa del tuo tour italiano. Lella Costa, che ti intervistava, ha detto una cosa molto importante: che abbiamo la pessima abitudine di aspettarci delle cose. Nel caso di un autore balcanico, ci aspettiamo la guerra. Tu hai scritto uno spaghetti western.

Sì. mi sono abituata al fatto che la prima cosa che viene in mente quando si pensa alla Croazia o ai Balcani è la guerra. Sfortunatamente, è la stessa cosa qui. Tutte le sfere della vita sono state politicizzate e la guerra, non solo l’ultima ma anche la Seconda Guerra Mondiale, sono manipolate. Si può tranquillamente dire che la guerra è finita, ma è ancora in corso, anche in tempo di pace. Ed è questo tempo di pace, dopo quanto prima della guerra, di cui io scrivo nei miei romanzi. Come questo intero folklore nazionale, questa storia e questo passato influenzino la vita quotidiana dei giovani nel ventunesimo secolo. Riguardo al western come genere, ha un ruolo significativo nel romanzo perché è collegato alle persone che sono cresciute nella Iugoslavia appena prima della guerra. I film spaghetti western erano popolari durante la mia infanzia e la loro poetica, con cui la mia generazione aveva confidenza e con cui è cresciuta, ha oggi influenzato molti autori uomini e donne, inclusa me. In più, mi piace decostruire i tipici generi patriarcali come il western o la storia d’amore, questo gioco mi dà l’opportunità di ridere di loro nel modo in cui possiamo e dobbiamo ridere delle cose che ci hanno resi quello che siamo.

Durante la tua esperienza a Mantova hai anche partecipato al progetto “Vocabolario europeo” con la parola “pietra”: vuoi parlarci di questo progetto?

Avevo il compito di scegliere una parola che descrivesse al meglio le cose di cui scrivevo e ciò che mi circondava. Ho scelto “pietra” perché descrive il dualismo in cui vivo: tra antiche città di pietra e porti da un lato, e paesaggi carsici e rocciosi dall’altro, dai quali le popolazioni hanno preso terreno per sopravvivere e costruito muri di pietra. In più, questa roccia ti dice del temperamento delle persone, che può facilmente riscaldarsi o essere difficile, o flessibile, o scivoloso, rude, freddo. Ho trovato circa cinquanta parole croate per “pietra” e credo ce ne siano molte altre che non riesco a ricordare. Vorrei aver scelto qualcosa di più astratto o contemporaneo, non qualcosa di più antico della vita come la pietra, ma se lo avessi fatto temo sarebbe stata una presa in giro.

Tu scrivi anche per il teatro. Qual è la differenza più profonda tra questi due modi di scrittura?

Nella prosa e nella poesia il testo è tutto, mentre nei lavori per il teatro è solo l’inizio, e può esserci un numero infinito di sue espressioni e vite sul palco.

© Giovanna Amato

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savicevicOlja Savičević
Addio, cowboy
L’asino d’oro edizioni
2017, € 16,00
(traduzione dal croato di Elisa Copetti)

Giuseppe Merico, da “L’amico di Mauro”

Immagine Lisa Wright

Giuseppe Merico, da “L’amico di Mauro” (romanzo inedito)

 

A Teresa

Ci vorrebbe un vento forte, un vento inesorabile. Michel Houellebecq

La ribellione consiste nel guardare una rosa fino a polverizzarsi gli occhi. Alejandra Pizamik

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Non sento niente. Mi portano in una stanza con le sedie di plastica arancioni. La mano di mia madre, due dita, afferrano un lembo della gonna. Il tessuto è leggero, bianco come la pelle del geco albino. Fuori fa molto caldo, nella stanza, nell’angolo più lontano, quello senza sedie, c’è il condizionatore dell’aria. Due dita afferrano il tessuto, la pelle del geco albino si tende sopra il ginocchio ossuto di mia madre, seduto di fronte a noi c’è un uomo che ha la forma di una scamorza, un paio di baffi folti e ispidi del colore della ruggine gli nascondono la bocca, dal condizionatore dell’aria viene fuori un tubo di plastica a fisarmonica, il tubo esce fuori dalla finestra, nella stanza c’è una porta e dietro la porta un uomo che non conosco. Lunedì mattina mia madre ha preso un biglietto sul quale c’era scritto un numero di telefono, Clara incollava l’elegante testa di un’antilope al corpo massiccio di un alligatore, mia madre ha infilato l’indice nella rotella del telefono e l’ha fatta girare sei volte. Quando si è accorta che la stavo fissando, la faccia le si è aperta in basso, si è sistemata con una mano la frangetta e mi ha sorriso. L’uomo scamorza ha gli occhi stanchi e acquosi, non li toglie dalle ginocchia di mia madre. Lei si gira verso di me, la pelle della sua faccia si apre in basso, mi sorride. Il tubo a fisarmonica del condizionatore perde acqua, nell’angolo più lontano dalle sedie di plastica, sul pavimento, si è formata una piccola pozza, dentro sono nate le larve delle zanzare. Tra l’uomo scamorza e la donna magra e pallida, dal collo lungo, sprofondata dentro una sedia a rotelle dallo schienale alto e molto reclinato all’indietro, c’è una ragazza con i capelli tagliati cortissimi, quasi non ce li ha i capelli. Un braccio della ragazza è piegato contro il suo corpo e la mano del braccio piegato è tutta storta e con il pollice nascosto nel palmo mentre le altre dita sono dritte e immobili. L’uomo scamorza toglie gli occhi dalle ginocchia di mia madre, la donna magra e pallida gli dice, “Prendi Elena.” La donna è sua moglie. La porta si apre. Le larve delle zanzare galleggiano.
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Domenica sera Clara, mia sorella, ha alzato la cornetta del telefono e ha alzato l’orecchio, il sopracciglio ha avuto un tremito e l’occhio le si è serrato. “Un attimo,” ha detto. Ha attraversato a passi stretti e lenti la stanza con la ragnatela che le incollava gli occhi al pavimento. Si è torturata l’indice di una mano con il pollice dell’altra fino a quando non ha bussato alla porta dello studio di mio padre. Mio padre è un uomo molto alto, ha i peli delle braccia che sono biondi e numerosi, quando cammina si porta dietro la forma del culo di sua madre che è morta l’anno scorso lasciando mio nonno in compagnia di un secchio di rame. Quando mia sorella ha bussato stava seduto nello studio, è venuto di qua per rispondere al telefono. Lo chiamavano dall’ospedale. C’era bisogno. Clara è dispiaciuta perché era il suo compleanno. Ha sedici anni, quando aveva la mia età alcuni dottori si erano riuniti, avevano parlato tra loro, qualcuno aveva detto che non ce l’avrebbe fatta, invece poi ce l’ha fatta. Quando cambia il tempo, la cicatrice che le segna il petto le fa male. Mia madre e mio padre hanno parlato al centro della stanza. Mia madre ha sollevato un piede portandolo dietro e con le dita si è sistemata la scarpa con il tacco. Mia sorella ha detto, “ma il cinema, pà…,” lui le ha risposto, “lo sai che non posso dire di no quando mi chiamano” e lei, “ma adesso ti sto chiamando io.” Lui non ha saputo cosa dire. Un’amica di mia madre, si chiama Lina, dice che siamo una famiglia molto unita, quando lo dice incrocia le dita di una mano con quelle dell’altra per far capire bene a mia madre quello che intende dire, mi guarda senza sciogliere il nodo delle dita. Dice che sono fortunato.
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(altro…)

La tristezza è una cosa importante.

Si apprestò a tirare giù il bagaglio dalla reticella: la valigia le sembrò molto pesante. Molto più pesante di quando era partita, così, con una certa circospezione, chiese alla valigia: – Che ti è successo?
– I mesti ritorni che appesantiscono l’animo… – borbottò
quella rivolgendosi a tutti e a nessuno.

Tra Lewis Carroll e Gianni Rodari, La donna che pensava di essere triste di Marita Bartolazzi che esce oggi per Exòrma Editore, si rivela come una favola e sicuramente lo è, anche se una doverosa analisi del titolo con la sua possibile doppia interpretazione porta il lettore ad affrontare il libro attraverso un doppio binario percettivo e ad aprire nuovi interrogativi sulla necessità di una definizione qualitativa della tristezza. Tutta la narrazione che procede tra incontri e sogni (rigorosamente scelti e acquistati in un supermercato dei sogni) tende a evidenziare con una leggerezza appunto favolistica quel limite tra ciò che appare triste allo sguardo e ciò che è triste perchè agisce nel profondo. La tristezza non viene letta mai nella sua accezione negativa, ma come una prerogativa nel potersi relazionare con l’altro da sé ed è necessariamente parte della nostra esperienza quotidiana, spesso utile, sana e formativa reazione a una partenza, a un cambiamento, al comparire di un ricordo. La scelta narrativa di Marita aiuta in questo percorso, creando un’aura di disincanto su ogni possibile o interpretabile forma o espressione di tristezza, evidenziando il fatto di come troppo spesso si tenda a cercare e definire una qualità “triste” soprattutto nel contorno che è però alla fine una definizione labile, vaga e estremamente relativa.

– Secondo me il semolino è più triste.
La donna che pensava di essere triste ne convenne e aggiunse arrossendo: – Purtroppo non mi piace molto.
– Il semolino è buonissimo – intervenne la sé stessa nel labirinto. – L’orzo con le zucchine è davvero triste.
– Fettina ai ferri – consigliò perentoria la sé stessa col cappotto rosso.

Tra sogni e personaggi più o meno onirici (ma sempre legati all’idea o al bisogno di un ricordo) la nostra protagonista compie un cammino che si intreccia via via a quello dei suoi incontri; tutti elementi fondamentali nella maturazione di una persona adulta e quindi già formata, definita, ma con delle evidenti carenze e ambizioni che compaiono nel corso della narrazione come piccoli stimoli che portano a possibili interpretazioni sul perchè “si pensa di essere tristi”.

L’indomani ogni cosa riprese con i suoi ritmi consueti: la donna che pensava di essere triste tornò dall’ufficio poco dopo le quattro e, non un secondo dopo le cinque, il suono del campanello annunciò la visita del monumento.

Ma sono proprio i diversi incontri che aggiungono via via complessità a una possibile topografia della tristezza, sia essa un sentimento o semplicemente un “vestito” che compare nelle consuetudini e negli stereotipi (un colore triste, un cibo triste, uno sguardo dal finestrino del treno, una lettera…), ma anche nelle relazioni, nei cambiamenti, negli approcci. Ho parlato di topografia della tristezza perchè c’è una grande cura e sensibilità da parte di Marita nel descrivere elementi che riportano con estrema naturalezza il lettore ad una personale idea di tristezza, scoprendo così quante percezioni, dinamiche, situazioni e quanti oggetti vi siano spesso associati. L’intento però non è quello di fuggirla o di difendersi, ma di “accoglierla”, perchè della tristezza c’è bisogno ed è giusto che venga detto anche e soprattutto così.

Il monumento aveva preso un bel ritmo e si lasciava trasportare
dalle sue stesse parole: – La tristezza è con noi, è
dentro di noi, la tristezza ci rende migliori, più calmi e riflessivi,
meno propensi ad atti irresponsabili. La tristezza è
una cosa di primaria importanza ed è così spesso sottovalutata
che questo museo, oltre ad avere la funzione di preservarla,
evocarla e tutelarla avrà anche una funzione
educativa di grande importanza. Sarà monito ed esempio.

© Iacopo Ninni

Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste, Exòrma Editore, 2017

Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole

Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole, Giunti 2017, euro 16,00

Parto da una considerazione lontana.
Io sono sempre assai arrabbiata quando, e capita spesso, uno dei miei alunni si lascia scappare il finale di un libro o di una saga che in qualche modo riguarda o può riguardare i suoi compagni di classe. Il mostro dello spoiler, che abbiamo imparato a temere nella febbrile ricerca di un episodio ancora non doppiato della nostra serie televisiva oppure, i più raffinati di noi, nella tentazione di andare a spulciare la parola conclusiva di un libro temendo che sia la parola fatale. Ma come, protesta a quel punto il mio alunno: non conosciamo il finale de I promessi sposi e lo leggiamo comunque? Non sappiamo che alla fine della sua prima tappa Dante uscirà a riveder le stelle?
C’è una realtà, a quel punto, che non possiedo gli strumenti per spiegare: qualcosa che fa sì che il danno non sia paragonabile al finale rivelato di Assassinio sull’Orient Express ma che comunque sposta gli equilibri, modifica le percezioni, chiede che l’attenzione si tenga desta in una maniera che prescinde dalla volontà di farsi trascinare dal racconto, di sapere cosa accade.
Non tutti i libri, ecco cosa vorrei dire, sono calibrati per questo.
Tutto ciò per dire: Il contrario delle lucertole (Erika Bianchi, Giunti 2017) è perfettamente calibrato per questo, e ci riesce con maestria. (altro…)

Joyce Carol Oates, I ricchi

Joyce Carol Oates, I ricchi (traduzione di Bosetti, Gorla, Pieretti, Reggiani)
Il Saggiatore, 2017; € 18,00, ebook € 8,99

 

Ho a lungo pensato di scrivere un unico pezzo dopo che avessi letto tutti e quattro i romanzi di Epopea americana, di Joyce Carol Oates e pubblicati da Il Saggiatore; ma dopo aver riflettuto ho deciso di scriverne libro dopo libro, trattandosi di quattro storie autonome, così come le ha immaginate Oates. Quattro storie che raccontano l’America, una certa America, certi anni e certe famiglie, ma tra loro profondamente diverse; il punto è in comune è l’America, il punto in comune è il tratto dei protagonisti, il punto in comune è quel genio di Joyce Carol Oates. Comincio, perciò, dal primo che ho letto: I ricchi, che è il secondo romanzo della quadrilogia (gli altri tre sono Il giardino delle delizie, Loro e Il paese delle meraviglie).

Ci trasformiamo in persone di mezza età senza troppa fatica e, da silenziosi che eravamo durante l’infanzia, con la vecchiaia iniziamo a fare un sacco di storie: per il cibo, per le correnti d’aria in arrivo da finestre solo apparentemente chiuse e per i tempi che cambiano.

Questa frase è qui per far capire subito il passo di scrittura che tiene Oates, il ritmo, la scelta dei termini; noi di questa frase percepiamo perfino il suono, ne vediamo il colore. Oates scrive così, non ha eguali, la sua arma migliore non è la dolcezza, la sua arma migliore è la precisione. Con quell’arma può permettersi qualunque carezza, qualunque delitto. La prosa di Oates è come un colpo di fucile sparato da non troppo lontano, da un tiratore fenomenale, non c’è modo di non essere colpiti, non c’è modo di scamparla. E non scamparla significa entrare con lei nel cuore delle cose, guardare l’America – nel caso di questi romanzi – attraverso ogni fessura, muovendosi di spigolo in spigolo; significa passare attraverso le apparenze, significa guardare sotto il tappeto, sotto un tappeto di lusso. Significa far luce con un candelabro pregiato, significa descrivere uno stato d’animo soltanto facendo scendere uno dei personaggi principali da una Cadilllac gialla.

È come guardare la luce di stelle che non ci sono più, che hanno abbandonato le loro orbite misteriose o sono esplose tramutandosi in polvere. L’universo è incrostato della polvere di cose che non sono più qui con noi.

Il narratore di questo libro è Richard, detto Dickie. Il modo che leggeremo è quello del memoir. Richard è molto deciso e netto fin dalle prime parole. Ci fa capire che qualcosa è accaduto durante la sua infanzia, qualcosa di grave: un delitto. Noi lettori non sappiamo che tipo di delitto possa aver commesso un bambino poco più che decenne, ma sappiamo – Oates ce ne convince – che un bambino può essere capace di commettere atti orribili se orribile è il mondo che lo circonda. Se orribile è ciò che lui percepisce. (altro…)

Alessandro Agostinelli, Benedetti da Parker (di M. Giaconi)

agostinelli benedetti da parker.jpgRecensione a Benedetti da Parker di Alessandro Agostinelli
(Cairo Editore, 2017)

di Marco Giaconi

 

È un libro bebop, come il suo oggetto, Dean Benedetti, malato di grande jazz e di droga, figlio di emigrati lucchesi, proprio come quelli che hanno colonizzato (me lo raccontava la funzionaria della nostra Ambasciata a Ottawa) perfino il North West Territory canadese, fin dentro il Circolo Polare Artico. Temo che anche Agostinelli sia un prodotto del bebop, l’America “altra”, ma mica tanto, che poi introietterà la rivolta nel pop, nella solita e onnipresente droga, nella rivolta contro la guerra nel Vietnam, prima guerra USA pensata per non finire mai, nei manifestini supercomunisti di Allen Ginsberg, nei testi di Jack Kerouac che, comunque, portava in tasca un santo Rosario e votava repubblicano, come poi si riseppe. Non c’è un’America “altra”: la droga di Dean Benedetti è la stessa dei traders di Wall Street, degli attori famosissimi ma tutti dediti alle buone cause umanitarie, tra diffusione di preservativi in Africa e ripopolamento delle galline in Colombia. E poi dei politici che ci vivono sopra, tra sostegni alle banche, come ha dichiarato Hillary Clinton nei suoi wikileaks, e l’ossessione per i “diritti”, soprattutto quelli che non prevedono esborsi di denaro. Un po’ di socialismo mai, cavolo, ma puoi sempre dire che i tuoi “diritti” sono inalienabili. Meno male che sono arrivati Bernie Sanders e Donald Trump a far temporaneamente cessare il trip psichedelico dell’establishment.

Comunque Dean Benedetti, nel testo ritmato e sonoro di Agostinelli, è già un uomo del futuro: mentre c’è la guerra nell’Europa in cui egli ha le sue immediate radici, Dean pensa solo alla pallacanestro e al jazz, indeciso sulle due strade. Il mondo brucia, ma lui cerca la realizzazione del suo sé, e solo di quello. “Dammi Stalin e San Paolo”, canterà un grande Leonard Cohen nel 1994, ma Dean Benedetti, figlio della peggiore America, e della più comune, se ne fotte dei grandi ideali, lui vuole solo, avrebbe detto uno di Woodstock, “godere l’attimo”. E gli “stati alterati” sono passati dall’LSD alla finanza creativa, dalla politica estera agli stili di vita, in una vibrazione continua degli istinti che prefigura il disfacimento della società occidentale, di quella cosa che già in qualche campus della Ivy League si sostiene che “debba andare via”, in omaggio alla pura esternazione degli istinti primari. E qui c’è la questione della droga, che diviene il tema centrale della vita di Dean Benedetti.

Uno che vuole farsi negro, e che perfino dipinge di nero il suo sax, altro tratto postmoderno della vita di Dean, che Agostinelli legge con precisione analitica e sensibilità sottilissima. Ma il segno non è la cosa, così come la droga non è la via per il superamento del sé. Come, in quegli anni bebop, insegnava Don Juan nei romanzi-saggi di Carlos Castaneda, il peyotl non si deve mai dare a tutti, ma solo a chi mostra di saperlo usare per passare, usando una vecchia formula massonica, ad “un altro stato dell’esistenza”. Solo chi è già può essere dopo, è il paradosso parmenideo del mondo moderno. Mi viene in mente un nostro militare, in visita al capo di un villaggio afghano, che si sente apostrofare dal vegliardo con la dura frase: “voi occidentali riuscireste a drogarvi anche con l’acqua minerale”.

Il mondo della quantità è già la fine dei tempi, e la materia, anche quella musicale, tradisce sempre chi non sia adatto, fin dall’inizio dei tempi, a maneggiarla. Dean Benedetti è, però, il registratore dal vivo delle straordinarie analisi musicali di Charlie Parker, un genio mozartiano, almeno secondo la vulgata diffusa dal film, americanissimo, di Milos Forman, sintesi di sregolatezza miserevole e naturalezza della sua perfezione. Sarebbe tutto finito nel vento sporco dei locali malfamati dove suonava Parker, se Dean Benedetti, che non sapeva le regole del Genio, che appunto non esistono, non lo avesse fortunosamente registrate. Ma l’imitazione non insegna la regola, e Dean se ne deve ritornare, per i prevedibili problemi con la giustizia, a Torre del Lago, luogo pucciniano da dove sono partiti i suoi genitori. In Italia Dean Benedetti forse trova una sua identità, tra lavoretti nel giro musicale di Viareggio e del Forte e l’immagine che si crea nel paesino.
Qui Agostinelli fonde magistralmente la storia italiana di quegli anni, gli anni Cinquanta, e le storie che Dean si porta dai suoi States. E poi la morte, marginale come la sua vita, solo per riportare alla luce le sinfonie del bebop di Charlie Parker che Benedetti non avrebbe mai potuto ricreare. Il destino degli imitatori, ma non privi d’ingegno.

Un bel romanzo americano e italiano di Agostinelli, una metafora eterna della separatezza radicale tra Genio e Imitazione, che sono sovrapponibili, per usare una metafora kantiana, come la mano destra con quella sinistra.

© Marco Giaconi

David Costantine, La biografia

David Costantine, La biografia, traduzione di Nicola Manuppelli, Nutrimenti 2017; € 17,00

 

Katrin sposta un piccolo tavolo in legno di pino sotto la finestra, apre il taccuino, prende la penna e fissa lo sguardo oltre il villaggio e il fiume, verso la strada che si sta facendo silenziosa. Dopo un po’, si concentra e inizia a scrivere.

Eric muore, muore piano, muore dolcemente, muore a casa, nella bella casa che divide con sua moglie Katrin. La seconda moglie, una studiosa, una biografa.

Katrin è impeccabile anche il giorno del funerale, invita tutti quelli che Eric avrebbe voluto ci fossero. Gli amici più cari come Daniel, il grande amore giovane che è Monique, la sua ex-moglie (che non verrà), il figlio di Eric, suo fratello. Katrin è dolce e gentile con tutti, fino alla fine, fino a quando tutti andranno via. Poi arriva il silenzio, il sole che cala, la casa vuota, un dolore che è anche fisico e un altro dolore più grande che si insinua piano piano fino a esplodere. Un dolore che è mancanza, assenza: che è non poter più condividere, che è un racconto mancato. Una parola non detta a tempo, un pezzo di formaggio, un libro non letto, una passeggiata non fatta.

Katrin è stata la compagna di vita di Eric negli ultimi vent’anni, anni molto belli, anni felici. Katrin ricostruisce le vite per mestiere, vite particolari, personaggi che avrebbero potuto essere e non sono stati, eccentrici, originali ma mai sfiorati dal vero talento, oppure – peggio ancora – con un talento non riconosciuto, oppure minimo, annullato da un talento più grande: un poeta geniale che viveva nella stessa epoca, un musicista più bravo. Katrin decide di ricostruire il pezzo di vita di Eric venuto molto prima di lei, il pezzo che non le è stato raccontato, tenterà così di colmare una distanza attraverso la conoscenza. Forse sarà una battaglia, forse non servirà a lenire il dolore ma è l’unica cosa che Katrin è in grado di fare.

Si metterà a scrivere, parlerà con Daniel degli anni degli studi, e gli anni di Parigi ovvero quelli di Monique. Monique un grande amore di gioventù, rimasto intatto forse perché finito presto ma che è stato fuoco nel poco che è durato. Monique e Daniel e un vecchio baule colmo di lettere aperte e non aperte, di cartoline e francobolli saranno la guida di Katrin.

David Constantine è un bravissimo romanziere (ed è pure fine traduttore) e ha scritto una storia molto intima con la giusta delicatezza, quasi mai eccede, in alcuni può ricordare la sobrietà di McEwan soprattutto attraverso l’acume dei personaggi che hanno sempre il giusto pensiero, la giusta intuizione, sanno scegliere il tempo dell’abbraccio e quello per andarsene. Persone illuminate dotate di grande intelligenza e di umanità, come accade nei romanzi di McEwan, anche per questo di Costantine ci si domanda se gente così disposta alla comprensione ad accostarsi al dolore dell’altro esista sul serio; ma è solo un pensiero che accompagna una lettura molto godibile. Per tutto il tempo staremo dalla parte di Katrin, vogliamo che riesca anche se non capiamo fino in fondo a fare cosa. Il dolore non passa, nemmeno così, ma forse lo si comprende. Katrin per ogni anno all’indietro che percorre scopre qualcosa di più sull’amore che prova, saprà alla fine – forse – ancora di più di aver amato la persona giusta.

Un romanzo che è una storia d’amore ma che è anche un metodo di lavoro, mentre leggiamo non possiamo non pensare al lavoro degli storici, dei biografi, di chi ricostruisce le vite passate per farcele conoscere e farci conoscere, così, attraverso il passato, qualcosa di noi.

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© Gianni Montieri

 

 

#Festlet #5: Rinascimento privato

 

Mariangela Gualtieri. Fotografia di Giovanna Amato

Ho aspettato per dirvi che venerdì sera sono stata a sentire Mariangela Gualtieri, a Palazzo Te. Ma lasciate che aspetti ancora, e ve ne parli alla fine.
Palazzo Te è la novità di quest’anno. Basta allungarsi poco oltre San Sebastiano, a due pulsazioni di pedale, e il palazzo apre le porte agli ospiti del Festival con il suo giardino perfettamente disegnato, i suoi soffitti celebri e complessi. La libertà con cui si passeggia rende quasi colpevoli. Faccio capolino una prima volta, ad esempio, per ascoltare Milo De Angelis leggere le sue poesie accompagnato dall’arpa di Eva Perfetti; Umberto Fiori leggerà quella stessa sera, mescolato alla chitarra elettrica di Luciano Margorani; ed entrambe le volte chiedo ai volontari: posso attraversare quella porticina, lì? Al loro assenso alzo gli occhi ai soffitti. Ade rapisce Persefone, come nella melagrana che da quattro anni porto al collo. Zeus si fa toro e pretende Europa, come su quei due euro di conio raro che io colleziono per tutto l’anno per spenderli soltanto qui. E mi ricordano, questi due ratti, di qualcosa che ho studiato, di qualcosa che ho scritto, di qualcosa che è ancora conservato, e che mi è caro. Questi due ratti possono riassumere anni di letture e ragionamenti, e sono a portata di sguardo, su due lunette dello stesso soffitto.
Accadono cose care tra gli eventi dei Festlet, durante i suoi spettacoli e nelle pause tra un atto e l’altro. Mentre si ascolta Cognetti parlare della stagione del raccolto, e di come per i tibetani il pellegrinaggio sia girare attorno a un monte e non scalarlo. E mentre si libera un’ape lasciata a intrappolarsi dentro un bicchiere nel tempo rapido del pranzo. Qualcosa che somiglia al concetto di malinconia come lo spiega Mercedes Lauenstein a Chiara Valerio: il bussare di notte della sua protagonista alle porte delle case con le luci accese. E che somiglia, assieme, al cono d’ombra sotto il pozzo medievale a Piazza Leon Battista Alberti, più testardo del sole che lo genera, mentre si limita a ruotare e a offrire sempre un attimo di quiete a chi ha bisogno di una sigaretta.
La fotografia che vedete in apertura è stata scattata proprio a Piazza Alberti, qualche ora prima che Mariangela Gualtieri tenesse il suo rito sonoro a Palazzo Te. Mentre appunto queste cose su un quaderno, con l’intenzione di dirvele non prima dell’ultimo post, sono presente ma molto lontana dal palco dove la poetessa pronuncia le sue poesie. Ho deciso di sedere sull’erba, nel vasto Cortile dell’Esedra. Ascolto e scrivo, perché questo è stato anche il Festival dell’ascolto da lontano, dell’angolatura più velata da cui guardare. In questa mia quarta, privata edizione, mi sono proibita i programmi serrati, per mettermi in grado di regalare il tempo a quello che non era previsto, provare a improvvisare il gesto dell’attenzione. Ho aguzzato l’orecchio passando in bicicletta agli Accenti di Piazza Sordello come ho imparato l’intonazione con cui la barista mi chiede se anche oggi voglio il decaffeinato. Ho incamerato con una sicurezza selvatica l’odore della tendostruttura del campo. Sono diventata il ciclista che ho sempre odiato. Ho goduto delle ore di frenetica attività come di quelle passate di notte in attesa che si caricasse il telefono, china su un libro comprato per essere regalato e aperto con attenzione per non sgualcirne la costola.
Bello, bello mondo, sta dicendo Mariangela Gualtieri dal palco. E io ricordo la mia prima edizione di quattro anni fa, quando Michael Cunningham chiuse la manifestazione con l’affollatissimo evento di Piazza Castello e io pensai: come fa questo luogo a sapere di me e del mio rapporto con i libri di quest’uomo? Come fa questa città a intuire che leggo Le ore quando ho bisogno di avere conferma della grazia del mondo? Perché questo posto ha permesso che io lo dicessi proprio a lui che l’ha scritto? Ricordo Anna Marchesini, la mia felicità di vederla, la mia consolazione di averla applaudita prima che fosse troppo tardi. E ricordo gli incontri fortuiti con autori che ora sono amici stretti, amici cari, e che potevano diventarlo proprio e solo perché nulla, nel Festivaletteratura, avviene dietro vetri oscurati. Da subito si può dire: sei tu, vero?, noi ci conosciamo, io ti ho letto.
A tra un anno, per il prossimo Festivaletteratura. Io devo alzami in piedi per ascoltare, adesso, perché anche quest’anno il Festlet ha scoperto, in quel segreto modo che gli è suo, un qualcosa che mi rende grata, che mi mette spalle al muro con un improvviso morso di felicità. La Gualtieri dice: E che cosa chiediamo? / Una piena falcata d’amore, / una giusta battaglia, aculei nella voce, / narcisi e rose // essere radiosonda / del niente che trasforma / il trascendente in cose.

© Giovanna Amato

Festlet #4: Umano

George Saunders (al centro) a Palazzo Castiglioni

Saunders ci dice immediatamente che Lincoln, all’apice della sua notorietà, era anche un uomo all’apice della sua sconfitta. L’uomo che negli anni sessanta dell’800 diceva che ogni guerra era civile perché riguardava l’uomo, doveva «coniugare l’immane dolore della perdita di un figlio piccolo con il dovere di mantenersi saldo nel suo ruolo». Marco Malvaldi, che lo intervista a proposito del suo romanzo (appunto Lincoln e il Bardo, dove il Bardo è il luogo buddista di intervallo tra la morte e la rinascita), gli domanda come sia riuscito anche lui, da autore, a gestire una contraddizione: quella di poter scrivere su registri commoventi senza perdere mordente negli inserti di ironia. Saunders risponde che dovrebbe sempre essere, nella scrittura, come con la bicicletta: saper pendere da un lato e saper riequilibrare dall’altro. Nel caso di Lincoln aveva cominciato, continua, in un tono troppo tragico, e solo dopo qualche lettura ha deciso di iniettare delle dosi di ironia. Come del resto da giovane, quando «tendevo a togliere ogni passo ironico quando volevo essere tragico e in altri casi a far ridere a ogni costo: non avevo capito che il segreto era l’equilibrio». (altro…)

Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto

Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto (Bompiani, 1959; Garzanti, 2012, con introduzione di Giuseppe Montesano)

Donnarumma all’assalto, ovvero il fallimento dello stato italiano

di Sandro Abruzzese

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Donnarumma all’assalto andrebbe letto su un’altura. Andrebbe bene l’altura di Caserta Vecchia, per esempio. A quel punto, però, magari insieme a La città distratta di Pascale. O andrebbe bene il Belvedere di Tramonti, per non dire delle pendici riarse dal fuoco degli incendi vesuviani o del Monte Somma. Da lì avremmo modo di vedere la distesa senza fine di edifici e strade, quello sviluppo parziale e incontrollato che ha compromesso la Campania felix, trasformandola in una contraddittoria conurbazione di 4 milioni di persone che va da Caserta e Mondragone, passando per Napoli, Pompei, Salerno, fino a Eboli e Battipaglia. Ma a quel punto, sul Vesuvio intendo, andrebbe letto pure Nel corpo di Napoli oppure, ancora meglio, Di questa vita menzognera di Montesano.

Insomma, nella lunga fase odierna in cui prevalgono i Marchionne e le delocalizzazioni, e la parola stessa Lavoro è bandita dai palinsesti, e soprattutto in una lunga fase in cui la politica del Lavoro e quella Industriale risultano praticamente assenti dall’agenda partitica e parlamentare, Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione meridionale e nazionale.

Innanzitutto il protagonista: è lui, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, che nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso, intendo, lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventarne parte, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare indietro, non prima di aver compreso e sviscerato le sue componenti.

Il protagonista è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro di selezionatore del personale lo espone.

Santa Maria poi, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.

Se ne scrivo, e magari ne scrivo da un’altura, è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica e che qualsiasi territorio ampiamento popolato non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione.

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Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale.

dag solstad, copyright MARIA GOSSÉ

Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale

di Renzo Favaron

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Il tempo è il protagonista delle ultime tre opere tradotte e pubblicate in Italia (da Iperborea, traduttori Maria Valeria D’avino e Massimo Ciaravolo) di Dag Solstad (si pronuncia “sulstà”), ovvero Romanzo 11, libro 18, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen. Tutti i personaggi centrali, se così si può dire, ne sono assorbiti, subordinati e dipendenti. E non solo i personaggi, ma anche le cose ordinarie, le idee e i prodotti artistici creati dall’essere umano. In ciascuno dei tre romanzi, ad esempio, l’autore è implacabile nell’indulgere e constatare il decadimento fisico a cui vanno incontro le compagne dei protagonisti (analisi riconducibile a quel “vedere dentro le cose” che è un’eredità letteraria di Gustave Flaubert). Tuttavia, Dag Solstad affonda i colpi delicatamente, quasi in punta di pennello, a parte in Romanzo 11, libro 18, dove la protagonista si macchia di un comportamento fuori luogo e inopportuno. La macchia non riguarda il tradimento del compagno, tanto per dire, ma il tradimento di un testo teatrale. Va detto che la donna tira le fila di una compagnia di teatro amatoriale e che ha un forte ascendente per via della sua bellezza. Bellezza a cui non sa rinunciare nonostante l’evidente azione del tempo e a cui attinge per rimediare alla cattiva piega che sta prendendo l’annuale rappresentazione portata in scena dalla compagnia di teatro. Il testo è L’anitra selvatica (di Ibsen) e a un certo punto il pubblico in sala rumoreggia, non risponde come ci si aspetta, così lei esce dal ruolo. Ed è questo che il compagno non le perdona, il fatto cioè di interpretare Gina Ekdel “con una gestualità e trucchi a buon mercato, e di agitare “perfino il posteriore e sedurre il pubblico locale”.

Anche in Timidezza e dignità Dag Solstad dedica più di qualche pagina allo sfiorire di ciò che è bello e lo fa lasciando intendere e trasparire l’importanza che la bellezza della donna ha nel tenere unita la coppia. Il personaggio maschile la subisce e comunque ne dipende fino a quando la “morbidezza” di chi gli sta accanto non viene meno. Come in Romanzo 11, libro 18, così in Timidezza e dignità il protagonista si dimostra incapace a sostenere gli urti della Storia e del tempo. Del resto, il decadimento fisico è sintomatico di un cambiamento che riguarda e corrompe non solo il corpo femminile, ma tutto l’edificio dell’esistenza umana. Seguendo il protagonista di Timidezza e dignità, ciò è fatto emergere nel corso di una lezione di norvegese, durante la quale si consuma una specie di frattura generazionale tra gli allievi e il loro insegnante. In particolare, la distanza è in diretta relazione al valore educativo riconosciuto e attribuito dagli uni e dall’altro a L’anitra selvatica di Ibsen. Naturalmente, per l’insegnante è qualcosa di essenziale e allo stesso modo lo è il compito “di fornire un’interpretazione de L’anitra selvatica brillante”. Cosa più facile a dirsi che a farsi e non per altro, ma perché gli allievi non attribuiscono la stessa importanza ai presupposti culturali sui quali “anche le loro vite si sarebbero fondate”. Anzi, prima della lettura de L’anitra selvatica, in aula risuona “un gemito viscerale e aggressivo”.

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