romanzo

Francesca Melandri, Il sangue giusto

Mi decido oggi (24/09/2018) a scrivere a proposito di questo libro, perché nel giorno in cui il Cdm approva il cosiddetto decreto Salvini sull’immigrazione bisogna assolutamente rimettere in moto determinati meccanismi per prepararsi a un futuro in cui la presunta sicurezza sarà solo il pretesto per allargare l’intolleranza a qualsiasi forma di dissenso, differenza, crescita e poter definire nuove (vecchie) categorie lombrosiane del giusto/sbagliato. Nel famigerato e sfacciatamente incostituzionale nuovo decreto, tra i vari articoli modificati, vicino alla possibilità della revoca della cittadinanza, ne emerge uno che dovrebbe mettere una pulce nell’orecchio a chiunque: quello che sancisce la non concessione della cittadinanza in caso di reati da parte di familiari. I reati diverranno una questione di sangue quindi, sangue che sempre più marcatamente dovrà essere certificato, battezzato, purificato. Riprendiamo la retta via della critica e torniamo al libro di Francesca Melandri il cui titolo è la causa del mio sfacciato incipit. Sangue giusto è il libro giusto da tenere sempre a portata di mano in questi giorni perché tutti coloro che sull’idea delle migrazioni ancora o finalmente, riescono per un attimo a mettere da parte il “ma…” devono cominciare a reagire non attraverso la “pietà”, ma attraverso la consapevolezza di un fenomeno le cui cause, dinamiche e sviluppi sono molteplici e la cui risoluzione è molto più complessa di un’accoglienza appunto pietistica, ma sicuramente opposta e intransigente a una chiusura protezionistica poco lungimirante, oltre che ridicolmente retorica. Sangue giusto ci racconta dell’Italia coloniale mussoliniana: fatti accaduti oramai 80 anni fa, ma ancora mimetizzati tra chi ne è nostalgico e chi l’ha imparata e conosciuta attraverso quel sottile velo di ironia con cui si accoglie la vetusta esagerata retorica del Ventennio, lasciando quindi che il reale svolgersi di quei fatti lontani nel tempo e nello spazio, sparisse via via in maniera quasi indolore, dietro la rassicurazione storicizzata di un popolo che cerca di ricordare come da quel periodo ne è uscito (ma qualche dubbio nasce oramai anche su questo), ma ha totalmente rimosso il perché e il come ci è arrivato e ci è rimasto. Sangue giusto trova nella (quasi) contemporaneità i motivi per vagare nel secolo precedente alla ricerca di ogni minuzioso particolare che può e deve ricostruire una parte della nostra storia che è stata messa da parte e che poteva essere realmente rimessa in gioco il giorno che Gheddafi arrivò ospite nell’Italia di Silvio Berlusconi. (altro…)

Debuttare col primo romanzo grazie a un festival: Giorgia Tribuiani e “L’anno che verrà” – di Valentina Durante

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Chi scrive lo sa: non è tanto (non è solo) il tempo passato con la mano e la testa sulla pagina. E non è neppure lo straniamento, quel continuo dirigersi dell’attenzione – nelle pieghe e nelle minuzie della vita quotidiana – verso tutto ciò che può essere raccontato o buono per una qualche immaginazione. Non sono le ore sottratte al sonno o l’attenzione distolta dagli affetti e non è neppure tutto ciò che, a monte e a valle di questo, si guadagna: un modo diverso di guardare le cose, un sentire come di sensi costantemente allertati. No: la fatica maggiore, nello scrivere, è l’incontro con il lettore: perché senza lettore nessun testo esiste, senza gli occhi sulla pagina (sul monitor) le parole sulla pagina e sul monitor perdono motivo d’essere. Farsi leggere. Farsi pubblicare. Far transitare il testo dall’intenzione del dire al detto, finalmente scritto e detto.
Ecco perché i festival che mettono in contatto aspiranti scrittori e professionisti dell’editoria sono così preziosi: specie in un mondo che ha fama (spesso giustificata) di essere turrito e assediato da molti, troppi pretendenti (quanti cassetti italiani nascondono un manoscritto?).
Giorgia Tribuiani, che ha esordito lo scorso giugno con un romanzo breve – Guasti – edito da Voland, ha iniziato il suo percorso ufficiale da scrittrice proprio grazie a un festival letterario: “L’anno che verrà: i libri che leggeremo” che, nella sua seconda edizione, si terrà a Pistoia dal 26 al 28 ottobre. Il festival è organizzato in collaborazione con la rivista “The FLR – The Florentine Literary Review” e mette a disposizione degli aspiranti autori un cosiddetto elevator pitch: 15 minuti di tempo per raccontare il proprio progetto di pubblicazione a un editore o a un agente letterario. In questa seconda edizione saranno coinvolti gli editori E/O, Exòrma, Minimum Fax, NNE, Tunué e gli agenti letterari Luca Briasco, Monica Malatesta e Carmen Prestia: incontreranno tre autori ciascuno, domenica 28 ottobre, alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia che ospita il festival (qui tutte le informazioni per candidare il proprio progetto).

Ci racconti, Giorgia, com’è stato il tuo incontro con Voland? Perché, al momento di presentare la tua candidatura al festival di Pistoia, hai scelto fra tutti proprio questo editore?

Quando ho trovato Voland tra gli editori presenti al festival non ho avuto un solo attimo di esitazione. Il motivo è nel catalogo. Un errore in cui si cade spesso, quando si vuole presentare il proprio testo a un editore, è quello di fare degli invii randomici, senza considerare la linea editoriale dell’interlocutore a cui ci si propone. Quando mi sono proposta a Voland conoscevo i punti di contatto tra le mie storie e quelle della collana “Le Amazzoni”, così come mi era nota l’attenzione di Daniela Di Sora nei confronti della lingua. Il bando del festival chiedeva – proprio per evitare l’invio casuale – di inviare anche una lettera di presentazione che motivasse la scelta dell’editore ed evidenziasse i punti di contatto tra il romanzo proposto e uno o più libri del catalogo, e così mi sono trovata di fronte a un’ottima occasione per evidenziare le affinità.
L’incontro è stato di conseguenza molto bello. Difficilmente un autore ha occasione di parlare con un editore del proprio progetto di scrittura, e con “progetto” non alludo solo al singolo romanzo, ma anche al percorso fatto, ai modelli di riferimento e alle idee per i romanzi futuri. I quindici minuti dell’incontro individuale sono stati davvero importanti. Venti giorni dopo avevo tra le email una bozza di contratto e prenotavo i treni per Roma. (altro…)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner (rec. di R. Calvanese)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, ed. Alegre, 2018

Il re è nudo, ma in Tv vederlo costa sempre di più. Si possono ammirare i particolari, lo sponsor, i replay. Il re è nudo ma nessuno se ne accorge, o forse nessuno vuole rendersene conto. Come ritardare la sveglia al mattino all’infinito. Non svegliateci da questo sogno, non destateci da questo sonno come fosse una pre-morte della ragione. Nessuno vuol prendersi la briga di mettere insieme i punti, vogliamo continuare a fissare i primi piani lasciando il contesto sullo sfondo.
Il libro di Luca Pisapia, uscito per la collana de Il quinto Tipo di Alegre Edizioni, fa proprio questo, squarcia il velo di innocenza che tutti ostinatamente vogliamo avere davanti agli occhi. Quel velo inversamente proporzionale alla dietrologia che chiunque abbia guardato anche una sola partita di pallone nella propria vita ha agitato come un’arma spuntata. Io so ma non ho le prove, i tifosi sanno ma non hanno le prove, però poi ogni domenica puntuali allo stadio, oppure a settembre ad abbonarsi alle pay tv.
Non è la fuga dal campo di calcio quella che indica Luca Pisapia, come si potrebbe istintivamente pensare, non è la negazione del tempo che passa, il rifiuto delle cose che cambiano. Non è quella la chiave di un libro che scompone e ricompone il mondo del pallone pezzo per pezzo tramite storie vere e personaggi realistici sempre funzionali alla narrazione. Piuttosto indica le crepe di un sistema che si può combattere proprio insinuandosi nelle sue contraddizioni, provando a evidenziarne le incongruenze, godendo del suo incepparsi.
Ma tutto questo non basta, Uccidi Paul Breitner mette in evidenza come il calcio sia nato già moderno, questo è il vero perno su cui agire per sfatare l’eterno mito dei bei tempi, il culto degli anni d’oro, in una società sempre più innamorata della nostalgia e che rifugge invece la memoria. Lo sport in generale, ed il calcio in particolare, è stato da sempre veicolo del consenso, strumento per esercitare controllo e potere sulle classi meno abbienti. Il calcio come cartina al tornasole della lotta di classe, che a nominarla in questi anni magari qualcuno potrebbe considerarla una categoria desueta, e invece è ancora capace di spiegare il funzionamento della nostra società. Gli eventi sportivi in Brasile partiti con la Confederations Cup ed arrivati ai i mondiali, i Campionati vinti dall’Argentina al servizio del dittatore Videla, la gloriosa nazionale italiana due volte campione del mondo guidata dal balilla Giuseppe Meazza fino ad arrivare ai mondiali negli Stati Uniti del ‘94, sono solo alcuni degli esempi che mette in fila il libro di Luca Pisapia. (altro…)

proSabato: Sergio Claudio Perroni, I capelli di una donna

I capelli di una donna

I capelli di una donna, numerosi come sono, assistono a quasi tutto di lei, i capelli di una donna, ovunque sono, assistono a tutte le storie che la circondano e a molte di quelle che la abitano, assistono agli sguardi che d’istinto la rincorrono e che a volte si trasformano in labbra, assistono allo spettacolo inquieto della sua ombra, a quel buio di sé che a volte si lascia alle spalle, assistono ai suoi brividi di freddo e ondeggiano sul collo per ripararla, i capelli di una donna, volubili come sono, assistono alla sua mano che li accarezza per ripiego quando non può accarezzare chi ha di fronte, chi ha accanto, chi ha dentro, i capelli di una donna, sensibili come sono, assistono alle parole che ascolta e a quelle che dice, ma soprattutto alle parole che tace, perché i capelli di una donna, vicini come sono, assistono d’ufficio al gran teatro dei suoi pensieri, e a volte si rizzano sgomenti, a volte si scuotono in un’ovazione, e più delle volte perdono il filo, perché i pensieri di una donna sono più numerosi, più volubili e più ovunque perfino dei suoi capelli.

 

Da: Sergio Claudio Perroni, Entro a volte nel tuo sonno, La nave di Teseo editore.
[scelta di Ilaria Grasso]

Irmtraud Morgner, da “Trobadora Beatriz”

Irmtraud Morgner nacque il 22 agosto 1933. Poetarum Silva ha dedicato alla figura di questa scrittrice, che meriterebbe di essere conosciuta maggiormente, una puntata della rubrica “Gli anni meravigliosi”, qui. Oggi, a 85 anni dalla nascita di Irmtraud Morgner e a 45 anni dalla data posta dall’autrice stessa a conclusione del brano che segue, pubblico nella mia traduzione l’incipit del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura – “Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo testimonianze della sua musicante Laura”. (Anna Maria Curci).

 

Propositi

Naturalmente questo paese è un luogo di eventi prodigiosi. È quello che mi passò per la testa allorché una donna mi si fece incontro. Nella mia via. Una mattina d’aprile. La sconosciuta mi chiese se avessi soldi. Siccome sono poco incline a conversazioni a stomaco vuoto, restituii il saluto e tirai dritto. Ero pure di fretta, stavo andando all’asilo. La donna, anche lei tirata per la mano sinistra da un bambino, mi raggiunse, mi costrinse a prendere con la destra un pacco e disse: «Cinquemila». Ci fissammo reciprocamente. I bambini si divincolarono. Richiamai alla mente la cifra che avevo udito. Quando ne ebbi coscienza, cercai di disfarmi del peso. Ma la donna indietreggiò e affondò le mani nelle tasche del cappotto, la cui copiosa ampiezza era riempita completamente. Quel corto capo di vestiario non faceva affatto scorgere le ginocchia, a malapena si intravedevano i polpacci. Sebbene avessi tutte le buone ragioni per carpire delle scuse a quella donna invadente, fui io a scusarmi. Lasciai che i suoi occhi marroni tondi come bottoni mi squadrassero il volto. Tollerai, chissà perché, il peso non richiesto. Solo quando avvertii che lo spago che legava il pacco mi stringeva le punte delle dita, mi apprestai a usare la parte posteriore di una vettura parcheggiata come vano d’appoggio. «Tremila», disse la donna. Poi estrasse dalla tasca del cappotto un fazzoletto di cellulosa e si strofinò gli occhi. Subito dopo il naso. Il mio mi prudeva per l’acqua piovana che defluiva dalla scriminatura. I riccioli non naturali della donna si erano sfatti e ridotti a uno stadio tale da far pensare alla lana di un calzino marrone scucito. Tre singhiozzi. Avevo già dimenticato la fatica di portarmi appresso quel pacco. Ero in devota attesa di chissà chi, di chissà che cosa. Quando la carta da pacchi, bagnata fradicia, era ormai buttata via, appoggiai il naso per sentire l’odore. «Un’opportunità unica», disse subito la donna in pianto, «la sua grande occasione, la colga al volo.». L’idioma sassone si accordava armoniosamente con l’espressione del viso rotondo, coperto di efelidi. «Fama», riattaccò in questo idioma avvicinandosi cautamente e infilando un pingue dito indice nel pacco, «fama mondiale, glielo garantisco, lei scrive, non è vero?». Seguì una descrizione dettagliata di una conversazione con il macellaio del Konsum di qui, conversazione che a suo dire l’aveva portata a conoscenza della mia professione. I bambini si conoscevano probabilmente dal parco giochi. Da quando era sposata, purtroppo non poteva più aspettarsi con certezza un posto all’asilo. Il che significava: prospettive incerte per la sua effettiva professione. L’altra, di professione, era andata perduta con la morte della sua amica. Nel caso in cui avessi ancora esitato ad accettare l’offerta, non si sarebbe potuta comprare una pietra tombale a questa donna meravigliosa. Espressi il mio cordoglio. Impaziente di conoscere la reazione. La donna, tuttavia, improvvisamente tacque. Guardai con indifferenza verso il cielo, ulteriormente oscurato da una nube proveniente dalla centrale del gas. (altro…)

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo

 

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo. Edizioni La Gru 2018

Opera tutt’altro che ingenua e impacciata, Il mondo tutto tondo di Mauro Ceccaranelli trasmette a chi legge l’impressione – confortata da riletture e ritorni su singoli passaggi – di una prosa ricca, che corre consapevolmente il rischio del sovrabbondare.
A leggere bene, in una prospettiva che è quella che non mi stanco mai di caldeggiare, vale a dire la prospettiva di una lettura trasversale a generi, stili e culture, pur nella consapevolezza dei caratteri peculiari di ogni singolo fattore in gioco, in tale prospettiva a ‘cavalcioni dei confini’, occorrerebbe ricorrere al verbo “travalicare” piuttosto che al verbo “sovrabbondare”.
Trovo fecondo e confortante constatare che, in un panorama generale di gridolini di approvazione lanciati all’indirizzo di un minimalismo non di rado sciatto, Mauro Ceccaranelli, esordiente ma non ignaro di impalcature e ibridazioni, scelga un percorso che lo avvicina ai grandi, più noti e meno noti, del massimalismo italiano: e dunque farò i nomi, seguendo l’esempio di Sonia Caporossi nei suoi saggi di critica letteraria pubblicati nel volume Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, menzionando le “quattro emanazioni” del massimalismo italiano: Carlo Emilio Gadda, peraltro esplicitamente menzionato da Mauro Ceccaranelli nella prefazione al romanzo, Guido Morselli, Giorgio Manganelli e Paolo Volponi.
La prosa che contraddistingue Il mondo tutto tondo attraversa stili e generi, non teme di mostrarsi carica di immagini, perfino sotto il pungolo di una espressività visionaria. Per quanto riguarda il romanesco, esso appare con un preciso timbro letterario: più che spronato da intenti mimetici o realistici, il romanesco che fin dal Prologo o del delitto,  fa la sua apparizione in inserti da “discorso vissuto”, è un romanesco che si distingue per gli espliciti richiami – chiariti anch’essi, preventivamente, nella prefazione – a Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Pasolini di Racconti romani, e dunque a un romanesco adottato per fini narrativi da due scrittori provenienti dall’Italia settentrionale. Dei due autori menzionati nella prefazione, sembra tuttavia che altre caratteristiche abbiano esercitato influssi significativi: del lombardo, il plurilinguismo creativo, tra neobarocco ed espressionista, che trionfa, ad esempio nell’opera La cognizione del dolore, del friulano la lucida desolazione del regista di Mamma Roma. (altro…)

Letizia Pezzali, Lealtà (rec. di I. Grasso)

pezzali lealtàLetizia Pezzali, Lealtà
Einaudi, 2018

 

Lealtà è un romanzo che racconta “l’ossessione amorosa di una donna giovane per un uomo che ha vent’anni più di lei. Intorno, l’ambiente della finanza raccontato con precisione feroce” (dalla quarta di copertina). Che attinenza potrà avere la lealtà con tutto questo? Ecco l’interrogativo che mi ha spinto ad acquistare il libro. Prima di iniziare a leggere mi sono dunque soffermata sul termine lealtà.
Letizia Pezzali, l’autrice, mi porta prima in una Londra alle prese con il referendum sulla Brexit, poi a Milano, città dove è nata Giulia (protagonista e voce narrante), e anche a Treviri, in Germania, dove sono nati Marx e il padre di Giulia, scomparso prematuramente.
In questi luoghi assieme a Giulia c’è Seamus (il capo, altrimenti detto Capo Meraviglioso), Michele (l’ossessione amorosa), Fred (il collega colto ma anche un po’ “grillo parlante”), Gabriele (il corteggiatore, per la maggior parte della narrazione “il ragazzo dalla polo rossa”) e Luca (il compagno della madre di Giulia).
Londra, Giulia, Seamus e Michele sono portatori di un conflitto interno e le tensioni sono incredibilmente simili ai mercati finanziari.
Giulia non ha fratelli, sorelle, cugini. Ha solo Luca, il compagno che la madre ha avuto dopo la morte del padre di Giulia. L’unica figura che per lei somiglia a un familiare.

Mi preoccupo di lui, allo stesso tempo mi stancherei se ci avessi a che fare sempre. Il nostro è un legame familiare sintetico, inventato, eppure sembra naturale. Contiene tutte le contraddizioni.

Seamus è il capo di Giulia, forse un modello per lei. Eccentrico, per gran parte del libro sembra essere l’unico vero amico di Giulia. A un certo punto deciderà di svelare una parte di sé tenuta nascosta per tanto tempo.
Michele è l’ossessione amorosa di Giulia. Si occupava anche lui di finanza e lavorava con Seamus. Ha lasciato il suo lavoro in banca, la stessa banca in cui lavorano sia Giulia sia Seamus.
Il conflitto fra i personaggi non è subito manifesto, ma a un certo punto diverrà lampante e tutti i tasselli torneranno al loro posto (in maniera definitiva?). Durante la lettura non ho quasi mai la sensazione che di questa crisi ci sia consapevolezza da parte dei personaggi. È la Pezzali che con grande abilità la rende visibile descrivendone i segnali con precisione chirurgica. Man mano che leggiamo lo stato di crisi è sempre più evidente ai nostri occhi. I personaggi continuano la loro vita senza grossi scossoni, né interrogativi. Come se il tempo non esistesse o fosse per certi versi sospeso. (altro…)

Ritorno a Freiburg. Nota a ‘Una sognatrice a Trieste’ di Claudio Segat (di Luca T. Barbirati)

Claudio Segat, Una sognatrice a Trieste, Treviso, Santi Quaranta, 2017, pp. 174, € 13

Dove stiamo andando?
Sempre verso casa
Novalis, Enrico di Ofterdingen

Perché si può desiderare la fuga dal proprio paese? Cora Sorgfalt, l’indimenticabile illustratrice botanica di Claudio Segat, non teme la sincerità e, fin dall’inizio del romanzo, confessa di essere fuggita perché si sentiva in pericolo. Alla fine degli anni ’90 del ‘900, nel Baden-Württemberg non c’era la guerra, non c’era una violenza sulle donne maggiore a quella di qualsiasi altro periodo, né tanto meno c’era la povertà. Tuttavia, nonostante questo, mancava l’essenziale che per Cora vuol dire il suo spirito creativo, la sua esistenza interiore e, in definitiva, la sua utopia. Anche se questa utopia, vale il caso di dirlo, sconfina il campo semantico comune e copre quello che altri autori hanno chiamato felicità (Guido Morselli), consolazione (Stig Dagerman) o trentesimo anno (Ingeborg Bachmann).
È la necessità di fuggire al già visto, al già vissuto. È l’innamoramento sbagliato che ti traghetta verso l’amore di sempre. Fuggire è l’inizio del viaggio che ti porta a casa. Cora lo sa, o meglio Claudio Segat lo sa e grazie alla sua maestria – paragonabile solo a quella di Fleur Jaeggy – ci dona un gioiello perfetto che ci fa sperare, ridere e piangere a fianco della dolcissima Cora. È questo il compito della letteratura. Il suo tourbillon – complicazione delicata quanto geniale – non è dissimile a quello dei suoi predecessori letterari, uno su tutti all’Io bachmanniano del racconto Il trentesimo anno.
(altro…)

‘L’Arminuta’ di Donatella di Pietantonio (nota di P. Grassetto)

Donatella di Pietrantonio, L’Arminuta, Einaudi 2017, pp. 197, euro 17.50

Cimentarsi a commentare un romanzo vincitore del Premio Campiello 2017, probabilmente a oggi uno dei più ambiti, può essere ardua impresa, non se si procede unendo le osservazioni come in un piccolo quadro, per immagini, tasselli, illuminazioni.
Data la notorietà del romanzo ormai tutti conoscono il significato della parola “Arminuta” ossia “Ritornata”, tuttavia la prima impressione delle pagine del romanzo pare essere invece l’amore che traspare, da parte di Donatella di Pietrantonio, per la sua terra di origine. La terra d’Abruzzo viene velatamente esplicata dal linguaggio (resiste lì dentro), dalla personalità dei personaggi (dai loro ‘modi’), da brevi descrizioni del paesaggio – sono il mare, i monti, la campagna –, il tutto avvolto da una sorta di ‘tenerezza’ anche quando la trama si fa più intensa e stratificata.
L’autrice ha la capacità, nei momenti in cui gli episodi narrati sono emozionalmente complessi, laceranti e disgreganti, di non rendere mai né duro né ostico il racconto mantenendo, sotto questo profilo, una rara qualità di scrittura, come se non volesse mai ‘ferire’ dall’interno i vari personaggi del racconto; anche laddove emergono limiti o difetti, si avverte l’assenza di giudizio, una trasparenza delle intenzioni. Di Pietrantonio lascia fluire il racconto della condizione umana.
I temi tracciati sono vitali, vitali per la protagonista ma anche per il lettore, e portano a riflettere sul nostro destino in relazione alla famiglia; sul ruolo dei genitori – siano essi naturali o coloro che crescono figli d’altri –; sul mondo che ci portiamo dentro; sull’accoglienza, l’amore, l’abbandono o sulla loro mancanza; sulle parole d’amore o sui troppi silenzi e i “non detti”, e come ciò ci faccia crescere e cosa ci faccia diventare.

La vicenda inizia quando l’Arminuta, bimba piccola, viene riconsegnata dai genitori che sino a quel momento l’anno cresciuta ai genitori naturali, che l’avevano lasciata perché gravati da tanti figlioli in una situazione di povertà. La sua vita è spezzata: viene catapultata da una quotidianità serena dove nulla manca a una vita relegata in un piccolo paese di montagna a una casa povera dove manca anche l’essenziale. E nella casa non c’è nemmeno un letto destinato a lei. La piccola Arminuta scopre improvvisamente, drasticamente, che questa è la sua vera famiglia.
Nel baratro che le si apre davanti non riesce a ritrovarsi e la parola «”mamma” si annida nella sua gola come un rospo». L’autrice, con passaggi brevi e incisivi, narra il dentro di sé: «A 13 anni non conoscevo più l’altra mia madre». Nella sua drammaticità, questa frase fa cogliere il precipizio dell’abbandono devastante e del nulla che attende la protagonista da quell’istante.
Arminuta per dare un senso all’assurdo e inspiegabile gesto pensa che la madre – che fino ad allora l’ha allevata e che lei credeva sua – non la possa più tenere perché malata. La sogna morta; sogna il funerale accompagnata dalla mamma vera. E il sogno fa vedere la verità che vogliamo per non farci troppo male. Così iniziano in lei gli incubi, le angosce, i risvegli notturni e la certezza di una continua disgrazia imminente, pur non sapendo da dove questa possa arrivare. L’abbandono sgretola le sue certezze, ferisce la sua anima nel profondo.
Il tempo scorre in questa nuova famiglia con la continua ricerca della prima madre, che lei (per differenziarla) indica come la “madre del mare”, in quanto prima viveva vicino alla spiaggia. In questo mondo nuovo di solitudine si affeziona alla sorella più giovane con la quale, inizialmente, divide il letto, e che si rivelerà forte e in grado di cogliere piccole verità nonché tramandare un’antica saggezza contadina. La sorellina, nel primo giorno di ripresa della scuola, si reca nella classe media dell’Arminuta e dice alla professoressa di essere venuta per controllare se sua sorella stesse bene perché «lei viene dalla città», come a dire che non è preparata a quella vita di stenti, di persone così diverse da e lei, sebbene più piccola, ne coglie i disagi, la non adattabilità. Sempre la piccolina difenderà la mamma da un gruppo di bulletti che la definiscono una “coniglia” per tutti i figli che mette al mondo. La vita dura ha dotato la sorella minore delle difese necessarie, facendone un personaggio d’appoggio fondamentale.
Questa trama, tuttavia, è anche intrisa di un lutto dopo il quale la madre si abbandonerà al dolore e non riuscirà più a curarsi degli altri figli forse perché i figli, in fondo, per lei sono il solo valore che ha, anche se mai espresso esplicitamente.
Un momento chiave del romanzo si ha sotto un sole cocente, dove avviene un colloquio anzi “il colloquio” fra la mamma e l’Arminuta; il tema è la ricerca che quest’ultima ha continuato a fare della verità sulla famiglia in cui è cresciuta. Lei è seduta per terra con lo sforzo di non piangere e la mamma risponde con poche parole ma «non riesce a muovere quell’unico passo che ci separava dalla consolazione». Probabilmente uno dei passaggi paradigmatici del libro, in cui si coglie tutta la disgregazione della vicenda; qui c’è una ricerca attenta delle parole che denota la capacità della scrittrice di esprimere uno stato d’animo in pochi lampi, dove si “misura” il distacco emotivo ed esistenziale.
Sebbene l’explicit del romanzo porti l’Arminuta verso una sorta di risoluzione della condizione iniziale si conviene a verificare che la rottura presente-passato è diventata troppo lacerante, e le vite di ciascun personaggio hanno ripreso cammini diversi, di andirivieni e separazioni finali.
Resterà tuttavia sempre forte il rapporto ritrovato fra le due sorelle, fatto di una complicità che sarà in grado di salvarle. L’Arminuta, proprio della sorella minore dirà essere «un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia», così ritornando al ‘duplice ricordo’ tra terra e umano.

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© Patrizia Grassetto

 

Su questo romanzo ha scritto anche Irene Fontolan, qui

Gregorio Magini, Cometa

 

Le comete sono cicliche, lo sanno anche i bambini e hanno questa bella peculiarità di tornare a tracciare il nostro arco di cielo a differenza di noi che solo in casi rarissimi abbiamo la possibilità di assistere al ritorno. L’altra peculiarità, ancestrale, radicata è quella che l’arrivo della cometa è sempre foriera di novità, spesso più disgrazie che fortune. Ecco, partiamo da qui per provare a spiegarvi che cosa è veramente Cometa, il ritorno spiazzante di uno scrittore come Gregorio Magini per NEO, una casa editrice che difficilmente (e meno male) offre una letteratura “accomodante”. A proposito, istruzioni per l’uso: questo è un romanzo da assaporare con cautela e possibilmente da non agitare prima del consumo, perché il flusso narrativo è già di per sé qualcosa di estremamente preciso ma sospeso sul filo sottilissimo dell’imprevedibilità; quindi consiglio di leggerlo tranquilli tranquilli senza alcuna aspettativa, ma soprattutto va spazzato dal cervello, perché assolutamente fuorviante, ogni filo di nostalgia per oggetti, mode, riferimenti mediatici pre-facebook. Versatevi quindi un grappino e pensate proprio a quello che c’è nel bicchiere: hanno tolto testa e coda per lasciare il cuore. Ecco in questo romanzo, testa e coda si presentano quasi come storie a sé, ma in realtà il principio è solo l’annuncio, sono le avvisaglie di quanto sta per accadere. Un incipit che spiazza e ci scaraventa nell’infanzia di Raffaele dove sesso e morte si definiranno stabilmente come uniche coordinate per la crescita, l’incontro e lo scambio, e poi il finale, che lascia lì sospesi con lo sguardo verso l’alto, cercando un punto di vista diverso, una coordinata Z necessaria, dopo un continuo vagare casuale tra x e y nell’attesa di capire se quello che doveva essere raccontato, detto, fatto è già atto compiuto o no. Quanto resta nel mezzo è la narrazione intensa, asincrona di personaggi i cui pensieri vanno sempre fuori tempo rispetto alla vita che gli succede attorno. (altro…)

Sandro Abruzzese, CasaperCasa (un estratto)

Periferia

Un giorno come un altro, con ancora la storia di Tenora nella testa e una strana sensazione d’impotenza, ho preso l’auto e infilato la pianura verso nord, determinato a passare del tempo completamente solo. E già questa iniziativa, avrei dovuto intenderlo, non poteva che produrre risultati singolari. Non c’è che dire. Tuttavia avvertivo l’esigenza insopprimibile di uscire e prendere una strada qualsiasi verso l’esterno. In effetti, è stato come liberarsi da una morsa. Sì, perché le mura recidono le arterie, proteggono e a un tempo escludono. Fuori dalla cinta, la città risulta priva di radici. Si dirama, cresce, ma già non è più la stessa. Non c’è legame né continuità.
Oltrepasso le mura, dicevo, e prima della campagna luminosa e leggera non resta che imbattersi nella periferia. La periferia cittadina è fatta così: è un’esile raggiera che vive a ridosso di un’idea e se ne sta al suo posto, senza competere. Sa bene che l’idea non è sua, e ne rispetta i diritti. Quindi si rassegna agli attraversamenti. E rimane attigua e staccata, contemporanea- mente. Per cui verso Casaglia, Porotto, Ponte, per esempio, lo so che è banale ma c’è proprio un’aria di fumo e fuliggine che odora di legno impiallacciato e colla vinilica, di mobilifici, di segherie e prodotti seriali, di residence per famiglie e ferramenta. L’aria lascia in bocca, sulle mani, un impasto di silicone e resina. La periferia, insomma, sa di riproducibilità.
Santa Maria, per esempio, è reclinata ai bordi della via principale. L’attraverso in direzione Rovigo, in un primo pomeriggio caldo, scoprendola assopita, poco trafficata. Sui lati della strada camminano qua e là degli uomini neri. Camminano spaesati, si aggirano tra le auto, scrutano e frugano nei cassonetti gialli della Caritas, quelli per la raccolta degli indumenti. Tra qualche incolonnamento, una lunga serie di semafori, oltrepasso binari ferroviari, viadotti, l’autostrada e il fiume. Sicché, all’improvviso, quando mi ero abituato a quella confusione, ecco che la periferia, in un lampo, discreta scompare. Dopo Ponte, Santa Maria, Occhiobello, attraversato il Grande Fiume, ecco che il mondo intero si dirada. Rimane solo la campagna, sguarnita e silenziosa. La campagna sottomessa, vangata e dissodata dalle sue macchine, seminata da ampie coltivazioni e resa opulenta da nitrati, azoto, concimi minerali e organici. Oggi, mentre l’attraverso, la pianura è accarezzata da un vento orientale debole, che sparge lontano la sua polvere, la trasporta in piccole nuvole senza meta.
L’ampiezza del Polesine per esempio, quella sì che la trovo liberatoria. Ormai ho imparato. Conosco le strade, i bar, i percorsi. Dopo Stienta, Canda, supero il Canal Bianco e prendo la Transpolesana. Ecco che d’incanto sto solcando l’America interna degli sterminati belt, o quella più recondita e non meno affascinante, fatta di pompe di benzina fallite, di ristoranti malandati che ti accolgono col cartello CAMBIO GESTIONE. Per dirne una, sulla Transpolesana, sotto un cavalcavia, leggo la scritta a pennellate bianca FINI TRADITORE. Più avanti, addosso a un muro, campeggia quel solito disegno della foglia di marijuana con un’altra scritta in spray verde: PADANIA LIBERA, lo annoto. Una volta uscito dalla Transpolesana, all’altezza di San Giovanni Lupatoto, alle porte di Verona, decido di percorrere la Statale regionale 11. D’un tratto riconosco il volto dello Sviluppo. Mi ritrovo in mezzo a tutte le auto, ma tante auto, che sono proprio quelle che non c’erano sulla Transpolesana e che il nostro assessore sogna di portare in città. Ora sta di fatto che sotto una pensilina, ad attendere l’autobus, scopro una famiglia di indiani o pachistani e allo stesso tempo di fronte, sul lato di un rudere, campeggia la scritta INDIPENDENSA. Invece sulla facciata principale dello stesso rudere qualcuno ha cancellato VIA DA ROMA e sovrascritto MAFIA MERDA. Nei pressi del casolare diroccato seguo la superstrada che incrocia la strada regionale. Ha come sfondo le Alpi. (altro…)

Silvia Ferreri, La madre di Eva

 

Bisogna essere onesti da subito e raccontare le cose come stanno: Eva è su un lettino in una sala operatoria di una clinica di Belgrado mentre la madre fuori dalla stanza attende che ne esca Alessandro. Non c’è equivoco, nessun finale a sorpresa. Come in un processo entropico, dati per certi punto d’inizio e punto di fine, quello che ci interessa approfondire è il percorso nel suo essere assolutamente definito e irreversibile. Solo partendo da questo presupposto possiamo addentrarci nella logica narrativa di questo romanzo di Silvia Ferreri meritatamente inserito nella dozzina finalista del premio Strega 2018. Sarebbe stato molto facile ma molto probabilmente fallimentare raccontare in prima persona il tema del cambio di sesso e invece Silvia Ferreri sceglie di affrontare la “disforia di genere” dal punto di vista di una madre, arrivando a definire un percorso narrativo che spiazza in quanto non si limita a ribaltare il punto di vista ma lo specchia nell’altro utilizzando l’indistruttibile, irreversibile, immodificabile amore materno come “espediente” per non far (s)cadere i lettori nell’inevitabile giudizio (attenzione che con il termine “espediente” non voglio togliere nulla al reale processo creativo di questo romanzo che potete conoscere qui).
Eva, nome non casuale, nasce e cresce con un corpo che non le/gli appartiene fino alla decisione di regalarsi definitivamente e irreversibilmente un corpo da maschio per la sua maggiore età. Fino a qui tutto sembra lineare, una storia sentita tante volte, ma nel momento in cui è la madre a raccontarcela, allora tutto cambia perché la narrazione non è più neutra, pulita, ma si evolve in un continuo alternarsi tra conflitto e complicità nella difficoltà di accettare l’idea che la propria “creatura” sia un errore, un pensiero nato in un corpo sbagliato o molto peggio: un dono non gradito, mentre si fa sempre più enorme la fatica nel cercare e mantenere la lucidità e l’obiettività per scardinare pregiudizi e materni sensi di colpa. Perché prima o poi arriva il momento preciso in cui dover scegliere da che parte stare, soprattutto quando si fa ancora più opprimente la consapevolezza di quanto sia impari la lotta tra una bambina che cresce e si forma volendo coerentemente comportarsi da maschio con gesti sempre più inequivocabili e un mondo esterno che non è attrezzato eticamente, socialmente, moralmente e normativamente per accogliere questa possibilità. La madre stessa inesorabilmente fa parte di quel mondo esterno, quello che gira attorno a quella sala operatoria dove il corpo di Eva già modificato nella voce e negli ormoni e quindi disarmonico, incoerente, viene svuotato della sua femminilità funzionale e estetica e si adatta in maniera irreversibile a diventare il corpo di Alessandro, privo (finalmente) di seni e organi riproduttivi. Attorno a Eva e alla madre girano altri personaggi mai minori che si configurano metaforicamente come le difficoltà e le paure comuni nell’accettazione di un tale cambiamento; un marito/padre architetto che a fatica capisce e accoglie ciò che può apparire come il fallimento del suo “progetto” più importante; i genitori/nonni che fanno culturalmente parte di una generazione stereotipata nei ruoli di genere, la psicologa che guida Eva in questo suo percorso e quindi nemica/amica della madre, le amicizie, le attonite insegnanti, i divertiti, esterrefatti compagni di scuola. È un romanzo particolare questo; nella sua concezione che lo rende innovativo, nella sua profondità nell’affrontare tutti gli sguardi e tutti i punti di vista sul dramma che si consuma nella testa e nel/sul corpo di Eva, ma anche nel suo svilupparsi quasi in maniera epistolare con un equilibrio tale per cui nessuno possa sentirsi autorizzato a sviluppare una qualsivoglia banale e bigotta compassione per la madre, perché alla fine quell’attesa fuori dalla sala operatoria fortemente voluta proprio da Eva non può che essere letta come la preparazione per l’imminente, necessario parto di un nuovo corpo che rimetta così in pari i conti tra madre e figlio.

© Iacopo NInni

Silvia Ferreri, La madre di Eva, Neo edizioni. 2017