romanzo

proSabato: Marco Papa, da Le nozze

Bruno mi fece: Eugenio, mi sono innamorato. Davvero? Davvero? dissi. Aveva un’espressione sconvolta. Era illuminato e disfatto dalla felicità, sembrava che la gioia lo avesse pestato. Era morto di vita. Non avevo mai visto uno innamorato sul serio: era una cosa così bella e deprimente, nei suoi occhi azzurri che guardavano oltre, come se stesse pregando in quella strana maniera che mi aveva insegnato, che ne ebbi paura. Puoi dirlo con certezza che sei innamorato? dissi. Cosa provi? Non te lo so dire, è una specie di ansia, una voglia di cose nuove, e anche, anche un po’ di sonno. E di chi ti sei innamorato? Di quella ragazza con il grembiule nero, la vedi? Mi sporsi un po’, lui si sporse insieme a me, indicandomela col dito. Arianna era tutta concentrata sul dolce, mangiava in fretta in fretta, come se avesse timore di non fare in tempo prima della fine della ricreazione. Teneva la merenda tra le mani come uno scoiattolo tiene la ghianda tra le zampe. Io, quella lì, la conosco, dissi. La conosci? Come si chiama? disse lui, quasi afferrandomi per il bavero. Arianna, si chiama. Abita nel mio palazzo, nell’appartamento accanto al mio. È la figlia della Papessa. Bruno non sapeva chi era la Papessa. E chi era? chiede anche Bruna. La madre. La chiamavo la Papessa. Una donna molto religiosa: perciò la chiamavo così. Andava a messa tre volte al giorno: la mattina prestissimo si comunicava. Usciva alle sei del mattino. Poi tornava a casa, svegliava la figlia e le preparava la colazione. Usciva per la spesa, più tardi, e faceva una capatina alla messa delle undici. La sera, alle cinque, di nuovo a messa. Si confessava, per essere pronta, pulita, per la comunione dell’indomani. L’ostia doveva essere la prima cosa che metteva in bocca, prima di iniziare la giornata: non sapeva muovere un passo, senza Cristo nello stomaco. Quando si ammalò, una volta, e non si poteva comunicare, le venne una crisi isterica, diventò matta. Aveva le visioni, vedeva tutti gli oggetti della casa muoversi contro di lei, precipitarle addosso, lo si capiva dalle sue urla che schizzavano per tutto il palazzo: niente stava più al suo posto, il suo stesso corpo si spezzava e ogni pezzo picchiava la sua anima. Arianna era molto piccola, allora. Gridava e piangeva: Mamma, mamma, calmati! Ma lei nemmeno la riconosceva più. La bambina fu vista sulla porta, fu sentita chiamare aiuto disperatamente. Dovette venire un prete a comunicare la Papessa a domicilio, come si fa con i moribondi. Appena ebbe l’ostia sulla lingua e la sentì sciogliersi dentro di sé, si placò, sorrise, disse alla figlia: Cara, tesoro mio. Un attimo dopo era guarita anche dalla malattia che l’aveva costretta a letto. Si alzò, aprì le finestre e si mise a cantare a squarciagola: Cristo è proprio una gran vitamina! Ero terrorizzato da quella donna. L’ho sognata infinite volte. Facevo un sogno ricorrente, con lei. Sognavo di cavalcare un cavallino nero, in una piazzetta di paese che aveva una fontana al centro. Il mio cavallino trottava intorno alla fontana. Alle finestre che davano sulla piazza stavano affacciati gli abitanti del paese: applaudivano cavallo e cavaliere. Ero ebbro di approvazione universale. Facevo anche l’equilibrista: mi mettevo in piedi sulla groppa del cavallo, allargavo le braccia, poi puntavo le mani sulla groppa e spingevo le gambe verso l’alto. Gli applausi erano sempre più forti e ritmati, era come se decine di tamburi suonassero all’unisono. All’inizio i colpi apparivano ravvicinati, stretti in un’allegra marcetta. Poi gradualmente si distanziavano, cupi, lenti, sempre di più, rimbombavano come cuori. Mi rimettevo a cavallo del mio cavallino, gambe in giù, e lui non trottava più, si trascinava alla meno peggio, arrancava, stanco, intorno alla fontana. Il ritmo delle mani diventava patibolare: era la marcia che accompagna i condannati a morte. Alzavo lo sguardo verso il mio pubblico, tutti battevano le mani con espressione triste, compassionevole. Che succede? domandavo. Nessuno mi rispondeva. Le donne piangevano silenziose, reclinavano le teste sulle spalle dei mariti. A un certo momento la fontana smetteva di buttare acqua e tutti smettevano di battere le mani. Il mondo era secco, immobile. Il cavallino, anche lui si era fermato. Si piegava sulle gambe per invitarmi a scendere. Scendevo. Camminavo, sbandando, per la piazza. C’era una porticina aperta, fatta apposta per entrare. Capitavo in un andito scuro e dicevo: Ma che succede, insomma? Per terra c’era la Papessa nuda, gonfia, con la bocca spalancata, immobile anche lei. Mi curvavo su quel corpo, pareva morta. Signora, che succede? Mettevo l’occhio nella bocca nera e vedevo ardere dentro, dentro quel corpo, una fiammella tremolante. La fiammella si agitava tutta, lanciava imprecazioni in una lingua strana, che però comprendevo. Comprendevo, cioè, ed ero il primo a meravigliarmene, il linguaggio del fuoco, della fiamma. Imprecava come una donnaccia, diceva tutte le parolacce che conoscevo, si protendeva verso di me come per appiccarmi il fuoco. Io mi ritraevo inorridito, mi voltavo verso la porta per scappare. La porta era chiusa. Tentavo allora di passarci attraverso, spingevo con le ginocchia, con le spalle, con la testa, con le mani, con i piedi, con le braccia. E la porta diventava molle, gommosa, appiccicosa. Mi si appiccicava addosso: non sarei mai riuscito a passarci attraverso. Restavo lì, invischiato per l’eternità. Forse la morte non è altro: colla, miele, gomma masticata e sciolta al sole. (altro…)

proSabato: Enzo Striano, Il resto di niente

«Meu Deus, que calor!»
Lenòr si levava all’alba, estenuata. Nelle notti d’agosto, alla vecchia casa di Ripetta imposte semiaperte e dilagavano i miasmi: vapori di vino, erbe putride, urina, bulicanti dall’acqua marcia che infettava gli scalini melmosi nell’antico porto.
Cosa non si disfaceva per quel tratto sordido di fiume! Barconi tenuti insieme con spago, carogne d’animali, stracci.
Norcinai e pesciaroli sventravano sul molo capretti, polli, pesci di mare o di Tevere, poi spazzavamo a secchi d’acqua, facendo precipitare pei gradini  torrenti di rigaije (dicevano così, aveva imparato bene la pronuncia) sanguinolente, pallidi gomitoli di grasso, cordate palpitanti d’intestini.
Ma le piaceva osservare la vita sudicia, clamorosa, di Ripetta, dal balconcino delle sue prime esperienze romane. Da lì vedeva canne e olivastri a riva di Trastevere, le acque finalmente pulite nell’ansa dopo Ponte Sisto.
Verso Ponte Sant’Angelo galleggiava il gran mulino delle sue fantasie, fatto di rami e di corde. Era attraccato a un pontile per due gomene sfilacciate. Se il padrone avesse voluto, sarebbero bastati una voce, un frullo di ormeggi e via: il mulino avrebbe ripreso a navigare, spinto dalla corrente. Magari verso il mare.
Dal balconcino imparò le prime parole del dialetto  in quel circoscritto osservatorio l’era nata la convinzione un po’ paurosa che i Romani fossero attaccabrighe, violenti, nulla al mondo amassero più di carne vino insulti.
Ora, però, contava quasi undici anni. Pensava. E i Romani le parevano pure tribolati da inspiegabili angosce. (altro…)

Claudio Morandini, Le pietre

Claudio Morandini, Le pietre, Exòrma 2017, € 14,50

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Così come si muovono le pietre in questo romanzo, prima di nascosto, di soppiatto, di notte, di rimbalzo, di sponda, dall’acqua alla terra, dalla montagna a una stanza, allo stesso modo si muovono le parole di Claudio Morandini, si muovono piano. Sono prima pulviscolo, poi granello, poi sassolino, poi sasso, poi pietra, poi pietre, poi valanga, e dopo tornano indietro fino al pulviscolo, fino alla carezza. C’è poi dell’altro, c’è un particolare modo di raccontare, che è tipico delle persone che vengono dai luoghi in cui Morandini è cresciuto e quindi dalla montagna, ma che ricorda anche la maniera di ripetere una storia di chi vive vicino ai fiumi o nelle campagne. È la maniera di raccontare di chi vive (di chi sa vivere) nel luogo isolato, dirsi una storia, portarla avanti negli anni, nei bar, davanti ai bicchieri di vino o di grappa; farla montare di parola in parola, mischiarla di anno in anno tra realtà e finzione, e così una cosa accaduta si trasforma in leggenda, una leggenda assume contorni e dettagli reali, se ne ciba, dove sta la verità lo stabiliscono le generazioni. Un ragazzo ascolta, uno vive, comincia il racconto, la vita continua; il sasso, molti anni dopo, all’osteria mentre fuori nevica, diventa valanga nei ricordi dei vecchi. Questo è il modo di Morandini, poi c’è quello che scrive.

Si capiva che per Agnese la scuola era tutto, e si sarebbe ammazzata pur di non andare in pensione. Invece il marito, Ettore, professore di scuola media, alla pensione aveva preso gusto, restava alla finestra a guardar passare i paesani, li salutava, scambiava con loro qualche parola, ma si capiva che non avrebbe mai voluto essere davvero come i nostri vecchi, sudare nei campi sotto il sole a picco, correre con i cani dietro alle bestie, aiutarle a partorire, ammazzarle, macellarle, fare i fieni, spalare il letame. Lui salutava con la mano o con il mento, appoggiato con la pancia al davanzale del soggiorno, ed era finita lì.

 

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Giordano Tedoldi, Tabù

Giordano Tedoldi, Tabù, Tunué 2017, € 14,90

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C’è un primo e più importante tabù che Giordano Tedoldi affronta con questo romanzo, quello del linguaggio: abbatte, cioè, quello che ormai è diventato una sorta di divieto di transito in narrativa, il cartello con la scritta “Divieto di scrivere in lingua italiana”. Non sto scherzando! Colpisce di questo romanzo la costruzione delle frasi, e sarebbe sbagliato dire che si tratta di una costruzione classica, mentre è corretto dire che si tratta di una costruzione secondo grammatica, che bello. Niente periodi brevi quando non occorrono. Il ricorso al periodo breve è molto spesso una scorciatoia, un modo per cavarsi d’impiccio, è un’abitudine che viene dallo scopiazzamento della narrativa americana (narrativa che amo molto), che quando diventa abuso rende i libri italiani un po’ sciatti, mi permetto. Un personaggio italiano si comporta diversamente da un personaggio americano, comprimerlo dentro una frase smozzicata, una descrizione vagamente brillante, rischia di renderlo ridicolo. Qui, invece, ci accorgiamo della sintassi corretta, dell’accuratezza delle scelte lessicali, della bravura nella costruzione dei dialoghi (una delle cose più difficili da rendere in scrittura), dei rimandi tra azione presente e passata senza che la lettura inceppi. Queste poche righe, per quel che mi riguarda, dovrebbero già bastare per convincervi a comprare il libro, ma voglio dirvi qualcosa di più.

«Mi dispiace» esclamai ad alta voce, che è una frase incredibilmente più efficace di quanto certa idiozia virilistica non autorizzi a pensare. Certo, dipende anche da chi la pronuncia. A me è sempre venuta discretamente.

Tabù parte da un assunto molto semplice, un uomo decide di sedurre la moglie del suo migliore amico, questa è la partenza, da qui comincia il racconto con Piero (colui che seduce), Domenico (il migliore amico), Emilia (la sedotta), tutto sembra molto chiaro e definito, ma si intuirà quasi da subito che non è così, il lettore capirà che questi tre attori non sono capaci di scelte comuni e non possono essere racchiusi in un triangolo amoroso, sono altro, il romanzo è altro, è questo ed è molto altro. Il vero protagonista è Piero, destinato ad essere indimenticabile, ho la sensazione che un personaggio così complesso ce lo ricorderemo a lungo. Piero affascinante e colto, Piero ossessionato, Piero padrone di un modo non comune di ragionare, capace di vedere oltre, capace di stare nelle cose e di fuggirle. Piero capace di distruzione, capace della noia totale e dell’inventiva sublime. Piero tormentato e tormentatore. Piero che non si accontenta, Piero che domanda e che si domanda. E dietro lui gli altri, Emilia e Domenico naturalmente, sposati in un senso e in un modo che va oltre la consuetudine che conosciamo, sposati nel senso che forse è vero rituale. La morale, quella che gli usi e costumi ci raccomandano, è qualcosa da sovvertire con un’altra morale. La vita non può procedere lungo un solo binario, Tedoldi lascia che deragli, lascia che scambi più che può, che passi da una linea morta all’alta velocità.

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Giovanna Amato, “Terzafascia”: romanzo

Romanzo-reportage di Giovanna Amato sul precariato della scuola, prefazione di Anna Maria Curci, FusibiliaLibri editore. Per altre info, qui. Ma intanto, perché privarsi di un assaggio? Buona lettura!

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Quando avevo la loro età, sedevo sulle stesse piccole sedie di legno tenute insieme dalla torsione di una sbarra di ferro cavo. Erano sedie così leggere che bastava avere uno zaino troppo pieno perché la tracolla le trascinasse a terra.
Mi rendo conto di non aver più messo piede in un’aula di scuola media dagli anni Novanta. Cerco con gli occhi le penne a scatto multicolor, i walkman sotto i banchi, i quaderni con i personaggi di Beverly Hills. Ma siccome so che anche Cicerone si lamentava della decadenza dei costumi rispetto alla precedente generazione, mi limito ad accogliere con tenerezza i loro zaini trolley, i diari dei Gormiti e la penna laser di cui al momento ignoro la funzione ma che sarà grande protagonista delle nostre litigate in futuro.
Dico tenerezza per intendere quel ghigno isterico di panico che mi sfigura mentre la bidella mi presenta alla classe.
Dico bidella per evitare l’offensiva locuzione di collaboratore scolastico coniata solo per far passare come offensiva la parola bidella.
Dico classe per riassumere ventinove persone tra i dieci e i dodici anni (tredici maschi, sedici femmine) con diverse storie personali ed esigenze private nei confronti delle quali il mio compito è portarle a un grado omogeneo di competenze, fiducia e conoscenze riguardo ad alcuni settori della formazione umana.
Ingoio il mio buongiorno. Soprattutto, dico generazione non sapendo di cosa parlo, non avendo mai capito a che punto scatti la separazione (mi hanno spiegato che è una forbice di venticinque anni ma non ho capito mai a partire da chi), e so soltanto che supero di poco il doppio dei loro anni e che tra l’altro ho vaghissimi ricordi di tutto quello che mi è successo prima di aver compiuto la loro età. (altro…)

Crepapelle, di Paola Rondini

Crepapelle

Paola Rondini, Crepapelle, Intrecci Edizioni, 2017, € 14,00

Crepapelle, o, dividendo, «crepa-pelle»: la possibilità cioè, anzi la dimostrazione della possibilità, che vedere le cose diversamente (cose, persone, situazioni) è possibile. Sempre che, certamente – ed è il caso che avvenga, è giusto che accada, nella vita – il dubbio abbia la possibilità d’insinuarsi, di fare ingresso nelle nostre esistenze attraverso lo scherzo del caso.
Qui il caso è rappresentato da un semaforo, da un’attesa, un incrocio, e la metafora è subito pronta: l’incrocio è quello dei destini, il cambio di direzione è un cambio di sguardo, di prospettiva, cui sempre, improvvisamente, siamo soggetti.
Rondini, al suo quarto romanzo (dopo Miniature, I fiori di Hong Kong, Il salto della rana) è bravissima a fare entrare in scena i personaggi, in modo eloquente e raffinato. Siamo a Firenze, in un aprile luminoso. Edo, il professor Edoardo Valeri come più tardi nel libro si capirà, è un uomo di origine umbra, ormai anziano e carico di storia, che una volta al mese esce da Villa Clara, la casa di riposo dove dimora, e distribuisce agli automobilisti fermi al semaforo un foglio di carta, riportante un messaggio che possa colpirli, distogliendoli dalla ripetitività dell’ordinario. In una di queste occasioni ne consegna uno al dottor Giacomo Selvi, chirurgo plastico alla Clinica Casa Monteverde, che ha il «polso flessibile e determinato di uno scultore», tutto «tecnica, dedizione, aggiornamenti, e bellezza». Greta, cliente in attesa di essere operata al volto, è una cinquantenne che ha «deciso di farsi tagliare», una donna che, spesso in preda «a un’apnea perlustratrice» e svuotata dalle sue magre esperienze, ripone in un cambiamento fisico la possibilità di mutare interamente il corso della sua vita.
Solo apparentemente sono frutto di pazzia – così d’acchito pensa Selvi – le parole che quell’uomo ha voluto consegnargli. Ma così non è: “Due espressioni. Vedi l’occhio diverso?”. Il dubbio, il doppio, l’asimmetria del volto. Il bersaglio, l’ossessione di sempre di Selvi, è stato colto. «L’osservazione maniacale del volto umano l’aveva condotto alla certezza che la naturale, impercettibile, millimetrica diseguaglianza dei nostri due lati, fosse in realtà molto più complessa e interessante e sfociasse in una specie di sovrapposizione con punti di rottura e punti di incollamento».
Quel foglio ha una portata enorme. Basterà notare un minuscolo tatuaggio sul corpo della signora Greta Lensi, a far precipitare il dottor Selvi in un «grumo di nulla dolorante che si era impossessato del suo stomaco e del suo cervello». Uno sconvolgimento, del tutto imprevedibile, e forte al punto che Greta è costretta a non poter soddisfare il desiderio covato a lungo di riavvolgere l’età: l’operazione salta, e lei deve tornare a casa. Ha «la testa come un cielo nuvoloso», corre «incontro a un’onda di sconforto gorgogliante e densa: gli ultimi anni del matrimonio, suo figlio indipendente, il vuoto degli uomini che aveva incontrato, il vuoto». Il talento della scrittura, la brillantezza dello stile di Paola Rondini sono evidenti. Come nei corsivi, che punteggiano il racconto riportando la voce e il vissuto di Edo: «Quel luogo iniziò il suo movimento disallineando spazio e tempo in geometrie sentimentali, costruendosi in nuovi piani sopraelevati, nuove pareti di ignoto metallo, inedite profondissime gallerie, arditi scivolamenti lucidi. La porta era sempre aperta per chi avesse guardato meglio». Viene da quel mondo, Crepapelle, sgorga da quella terra immersa nel ricordo, in piena Seconda Guerra Mondiale: è il nome affibbiato al calzolaio del paese del vecchio Edo. Orlando, detto “Crepapelle”, morto sotto tortura per mano dei tedeschi.
La vicenda poi prosegue, mentre le parole scritte sul foglio da Edo continuano a risuonare nella mente: “Legati, permeati, attraversati. Due espressioni”. Tutto in effetti dipende da dove facciamo cadere l’accento, nella lettura.
Così l’intreccio si sviluppa seguendo il disegno esistenziale di ciascuno dei protagonisti, l’incrocio dei destini si fa sempre più affascinante, e solitario, una volta smosso dal turbine del caos. Pensieri e ripensamenti, un mescolarsi di vite, di solitudini appunto, di psicologie, di fughe e di tentativi di comprendere l’accaduto: uno sviluppo che è tutto da leggere. La traiettoria di ognuno di loro sembra inesorabilmente prendere la via della grotta evocata subito nel vissuto “antico” di Edo: «eravamo funamboli sopra una corda tenuta da chi era già stato lì e da chi sarebbe entrato dopo di noi, altri coraggiosi armati solo di visioni». La visione, dunque la gioia e il dolore che affidiamo al gioco delle sembianze. C’è grazia e profondità tra queste pagine, talento e stile. Pagine attraverso le quali sentire il mondo, pagine in cui immedesimarci.

Cristiano Poletti

Tina Emiliani, La ballata di Ginevra (di Plinio Perilli)

Tina Emiliani, La ballata di Ginevra, Empiria Edizioni 2015

Colpisce con quanta sicurezza e quale eleganza stilistica una poetessa di ruolo e di percorso come Tina Emiliani, abbia insomma cercato e sùbito trovato il romanzo con scelta felice, equilibrio brioso e profondo assieme… Colpisce la facilità della resa narrativa, che invece snoda e rivela un ordito complesso, un’aura onirica continuamente rispecchiata in una ricapitolazione urgente e saggia della mera Realtà (dialogata con filosofica compostezza, o arresa viceversa a un intimo, smottante flusso di coscienza – non ne cambia la sorgente profonda, densa e introiettata!):

Gli anni non avevano riempito quel vuoto e quell’uomo lo aveva intuito subito e fu una bambola il suo primo regalo, ma il tempo era inesorabilmente scaduto e lei l’aveva distrutta in mille piccoli pezzi quella bambola perché ormai la malinconia si era insediata nei suoi occhi e non sarebbe mai più scomparsa e aveva da tempo capito quanto sua madre l’avesse amata comunque anche se a modo suo, ma ormai la malinconia era entrata nei suoi occhi e anche in quelli di sua madre, inesorabile, e tutto per una stupida bambola dai riccioli biondi.

C’è una pagina decisiva della lunga conversazione/intervista di Marguerite Yourcenar con Matthieu Galey, Ad occhi aperti, in cui la grande autrice delle Memorie di Adriano e de L’opera al nero parla del “romanzo” come evento fulcro non solo della nostra, ma di ogni epoca:

Lei ha scritto da qualche parte che in questa nostra epoca si ricade sempre, fatalmente, nel romanzo, nel “solco del romanzo”. Perché? Perché scrivere un romanzo, e non un trattato o un libro di storia?

Perché volevo esprimere un certo punto di vista, offrire una certa immagine del mondo, una certa descrizione della condizione umana che può passare solo attraverso un uomo, o degli uomini …

Il libro parte come un buffo, strano e suadente film hollywoodiano (Il paradiso può attendere? – o magari una vecchia commedia “surreale” di Frank Capra col miglior James Stewart, dinoccolato e angelico, probo cittadino sull’orlo della bancarotta e del suicidio: La vita è meravigliosa… Attenzione, edificante parabola del 1946, dopo la Guerra Mondiale, i genocidi e la Bomba Atomica).

La luce è bianca e assoluta, il luogo improbabile e fatato, fatale. Come in un falansterio avveniristico di matrice buzzatiana, si avvera un “hereafter” (aldiqua? aldilà?) che chiama a colloquio la nostra eroina come puro spirito con puri spiriti.

Lei osservò l’ambiente con attenta curiosità. Le pareti erano bianche e nude. Notò che i divani, rivestiti in una tonalità molto chiara di beige, sembravano appena usciti di fabbrica e che la luminosità di cui era invasa la stanza non proveniva da una fonte visibile.

Gli eventi sono solo narrati, o meglio ripercorsi, ripensati come nell’alveo neutrale, nella tregua feconda d’un retroscena teatrale. Ma tutta la vita di Ginevra scorre in rewind e forward sul piccolo schermo della pagina, come non soltanto la sintesi, ma molto di più l’essenza – il quid inesprimibile e finalmente romanzato – di un’intera vita, spinosa o efflorescente come ogni concreta storia o vicenda di realtà.

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Terrarossa edizioni

 

Libri:

“Né padri né figli” di Osvaldo Capraro
“Nicola Rubino è entrato in fabbrica” di Francesco Dezio

Terrarossa edizioni

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Al Salone Internazionale del Libro di Torino 2017 una delle novità capaci di destare una particolare curiosità è stata Terrarossa Edizioni, piccola casa editrice pugliese, new entry nel panorama degli editori indipendenti. Intriga l’impostazione iniziale del catalogo, con due collane, entrambe di narrativa: una – “Fondanti” – dedicata al (benemerito!) recupero di romanzi recenti che però sono spariti troppo presto dalla distribuzione nonostante i loro meriti di rinnovamento del panorama letterario meridionale e l’altra – “Sperimentali” – al tentativo di individuare voci capaci di scavare nell’attualità con una identità stilistica originale. Un filo teso tra passato e futuro, e soprattutto una grande attenzione agli spazi lasciati vuoti dall’offerta editoriale nazionale. Entrambe le collane sono dirette da Giovanni Turi, editor con diverse esperienze alle spalle e molto noto in rete come acuto e attento lettore della contemporaneità sul suo blog Vita da editor. La casa editrice rivela la sua ambizione già nella cura grafica ed editoriale. Interessante inoltre la scelta di proporre nei risvolti di copertina (come anche sul sito dell’editore) l’identikit ipotetico del lettore ideale di ciascun libro: una carta di identità curiosa che può senz’altro invogliare a una prima conoscenza tra i lettori e gli autori di Terrarossa.

Le difficoltà del nostro tempo, e in particolar modo del meridione, la fanno dal padrone nelle prime uscite del catalogo, molto attento a evitare una letteratura troppo compiacente o addomesticata, sia da un punto di vista contenutistico sia dal punto di vista del linguaggio. Il tema del lavoro è un filo rosso che unisce entrambe le collane attraverso la presenza in entrambe di Francesco Dezio, con la riedizione a 13 anni di distanza di Nicola Rubino è entrato in fabbrica e con la prima pubblicazione di “Gente per bene”: quasi a voler proprio costituire uno sguardo lungo che in un prima e un dopo unisce i destini della condizione operaia con quelli dell’attuale precarietà diffusa.

L’altro tema dominante è quello del crimine, non in senso generico ma nelle declinazioni che esso può assumere in un dato momento storico e in un luogo specifico, come la Puglia. È sicuramente una scelta sensata, da questo punto di vista, quella di rimandare in stampa a dodici anni di distanza Né padri né figli di Osvaldo Capraro. Il romanzo ha il merito di essere stato uno dei primi a mettere su pagina le vicende legate alla criminalità organizzata pugliese, la Sacra Corona Unita, prima che il noir – come accade a ogni genere che diviene di moda – perdesse gran parte della sua carica di denuncia per divenire perlopiù un genere di intrattenimento. I protagonisti del libro sono Mino, adolescente con la passione del calcio, dato in affido per sfuggire agli abusi subiti dal padre, e il prelato don Paolo, prete anomalo dalla vocazione contrastata. Due personaggi che, nel loro mescolare luce e ombra, volo e gravità, sembrano distillare l’anima del noir, forse un poco meccanicamente ma attraverso le loro vicende si giunge a toccare con mano la bruciante realtà nascosta dietro le apparenze, nei rapporti che il mondo del crimine intrattiene e consolida a ogni livello sociale nella Puglia raccontata da Capraro, senza risparmiare – anzi – le forze di pubblica sicurezza e la Chiesa, avvelenando anche i legami amorosi, familiari e di amicizia; rendendo la vita un’impresa impossibile e le aspettative destinate a spegnersi tutte nella stessa cenere. Montaggio alternato, ritmo serrato, linguaggio spedito con inserti di intercalare dialettale, “Nè padri né figli” ha gli ingredienti adatti per una casa editrice che vuol presentarsi al proprio pubblico come garante di un equilibrio tra ambizione letteraria e leggibilità, adatto – per usare l’indicazione dell’editore – a “chi si fa prendere dalla narrazione e si affeziona ai personaggi; chi crede che il noir non sia un sottogenere e chi invece ne è convinto ma potrebbe ricredersi; chi non immagina quanto sia labile il confine tra criminalità e istituzioni.” Parola di Terrarossa.

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© Martino Baldi

Tom Drury, La fine dei vandalismi

Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino, NN editore 2017; € 19,00, ebook € 8,99

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Bisognerà domandarsi seriamente perché ci piacciano i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

Chi legge le mie recensioni sa che un certo tipo di narrativa nordamericana è da me particolarmente amata. La narrativa della staticità, dei lunghi silenzi, dei tormenti vissuti sottotraccia, delle vecchie cucine, della puzza di vacche e cavalli, la narrativa che attraversa gran parte del territorio degli Usa, la parte centrale principalmente, e quindi il Midwest (di cui parleremo più avanti), della Holt di Haruf, dei romanzi di John Williams, dell’Ohio di Sherwood Anderson, fino ad arrivare alle frontiere di McCarthy, al Texas, all’Arizona. Sento miei certi luoghi, riconosco subito l’atteggiamento dei personaggi. Ho capito che certe case di legno e pietra, certi fienili, alcune strette di mano, le manifestazioni di antipatia o di solidarietà sono per me una sorta di riparo. Datemi un luogo in cui non vivrei mai e mettetelo un romanzo. Datemi le sigarette che non ho mai fumato, datemi l’ubriacone che non sono mai stato. Fatemi leggere di donne e uomini disperati, fategli trovare conforto. Fatemi commuovere davanti a una nevicata o un timido bacio. Portatemi, infine, a mietere il grano in una novella di Carson McCullers.

Questo nulla che ci appassiona è semplicemente il tutto in cui non abbiamo mai vissuto, lo spazio dentro il quale non ci siamo mai potuti muovere. Non pensavo di essere pronto per un altro romanzo di questo tipo ma poi è arrivato Tom Drury con La fine dei vandalismi e tutto è ricominciato da capo. (altro…)

Franca Cicirelli, Le sorelle Sblendorio

 

Franca Cicirelli, Le sorelle Sblendorio, Il Grillo Editore, Gravina di Puglia 2017

Quali sono gli ingredienti di un romanzo che fanno sì che esso requisisca, con fermezza dolce e aspra, chi legge? C’è un passaggio in Le sorelle Sblendorio di Franca Cicirelli nel quale il mistero, il nodo di splendide previsioni non mantenute, il bilico tra stupore e amarissimo disincanto, si concretizzano nella ricetta delle “olive ala monaca”, di cui è scorbutica depositaria nonna Carmela, la nonna delle quattro sorelle Sblendorio. Gli ingredienti sono noti, tanto da sembrare banali, addirittura, ma la morbidezza, il sapore e l’aroma unici di quelle olive hanno un segreto che, fa comprendere Angelina, la primogenita delle quattro bellissime sorelle – «le sorelle in A» – rimaste precocemente orfane di entrambi i genitori, non va divulgato. Già dal titolo, che ricorda Le sorelle Materassi (e la scena in cui il medico Giannelli, che qui incarna il personaggio del pensoso investigatore, con i sensi allertati e con l’olfatto particolarmente perspicace, viene raffigurato in rapporto alla misteriosa Angelina come “nipote e zia”, assume a questo proposito una luce significativa), i riferimenti – gli ingredienti letterari – si affollano, e non riguardano soltanto una presenza che ai miei occhi aleggia piuttosto forte, Passaggio in ombra di Maria Teresa Di Lascia, bensì anche poesia e prosa d’oltre confine e di altre epoche, l’Antologia di Spoon River (gli epitaffi e le topografie individuate da Giannelli nel corso delle sue ripetute passeggiate al camposanto) e Il conte di Montecristo (ma Dumas ritorna a trionfare qui anche con Il grande dizionario di cucina) innanzi a tutti.
Il romanzo è presentato nel risvolto di copertina come un “giallo sentimentale”, e del giallo ha l’architettura solida. Non resta a digiuno, rassicuro, chi cerca delitti e colpevoli. Ci troviamo tuttavia dinanzi a un’opera che conferma quanto sia fuorviante procedere a un’analisi per generi letterari. Gli ingredienti, per tornare alla similitudine con le ricette, richiamate dal riferimento esplicito al Grande dizionario di cucina di Dumas, citato peraltro nell’originale francese, sono vari e sapientemente dosati e mescolati. Identificare topoi e temi è motivo di gioia, invece, per la passione indagatrice, ben nutrita da questo libro: il bello inquietante e ‘selvaggio’, la vendetta, l’emigrazione, perfino il doppio e, come si è visto prima, l’archetipo del ricercatore. (altro…)

Recensioni ibride #2: #LaStanzaProfonda di #VanniSantoni

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Recensione ibrida a La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza)

di Ilaria Grasso

Molti hanno scritto de La stanza profonda di Vanni Santoni con le più varie chiavi di lettura e interpretazioni. Chi mi ha preceduto ha parlato dei giochi di ruolo, di controculture, della forma ibrida del romanzo ma nessuno ancora ha parlato della copertina del libro e del personaggio di Leia.
L’artista che ha illustrato la copertina si chiama Luca Maleonte. Il writer romano, classe ’83, adotta, per sua stessa ammissione, come simbolo, l’icosaedro che è anche la forma del dado di Dungeons and Dragons, un gioco di ruolo, oggetto dell’indagine del libro. L’originalità delle opere di Luca Maleonte sta nel fatto di riuscire a far coesistere moderno e antico. Troviamo infatti, nei suoi murales, richiami ai disegni medioevali, tratti dalla catalogazione di piante o animali, o rimandi alla scultura classica, statue ad esempio.
Pure nella copertina troviamo modernità (la t-shirt con lo smile e la camicia nerd a quadri rossi e neri) ed evocazioni medioevali (lo sfondo) e ovviamente richiami ai giochi di ruolo (parti di armatura e il noto icosaedro).

Chiacchierando con Angelantonio, caro amico e decennale giocatore di ruolo, ho scoperto di alcune sue opere a Roma. Nella stazione metro di Piazza di Spagna ad esempio c’è un murales di Luca Maleonte che rappresenta una dea con due leoni. Al posto del volto, un icosaedro, il noto icosaedro. Chissà se il personaggio di Leia, a cui Santoni dedica una parte sostanziale del libro, sia nato proprio da lì, dalla visione di quella dea?
Già nel suo precedente libro avevo avuto modo di apprezzare il linguaggio lirico e ispirato e mi erano piaciute molto alcune sue espressioni. Indimenticabile l’espressione “i lampi della genesi e dell’apocalisse” in Muro di Casse. Anche questa volta Vanni Santoni non si è risparmiato. Prima di Santoni molti hanno descritto, in prosa o versi il panorama del centro Italia. Penso ad esempio ad Attilio Bertolucci in questa poesia:

Io sono solo
il fiume è grande e canta
Chi c’è di là?
Pesto gramigne bruciacchiate.
Tutte le ore sono uguali
per chi cammina
senza perché
presso l’acqua che canta.
Non una barca
solca i flutti grigi
che come giganti placati
passano davanti ai miei occhi
cantando.
Nessuno.

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Brian Panowich, Bull mountain

Brian Panowich, Bull mountain, trad. Nescio Nomen, NN editore 2017, € 18,00, € 8,99

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Ci sono libri che rimangono dentro più di altri, per molto tempo. Libri che ci si attaccano anche per una frase soltanto, è una specie di magia che cerchi di ritrovare in libri di uno stesso o di altri autori che leggerai negli anni a venire. Una ricerca non così evidente, un po’ nascosta. A un certo punto una serie di sensazioni, oppure di frasi, o di immagini, si nascondono da qualche parte e aspettano di riaffiorare e di congiungersi con qualcosa che accade in un altro romanzo. A me è successo con Alabama blues di Tom Franklin (Sartorio 2007, trad. di Flavio Santi), una raccolta di racconti incredibile che non ho mai più dimenticato. Racconti dall’atmosfera un po’ cupa, a volte ironica, fatti e vissuti nei paesaggi dell’Alabama. Racconti dove gli uomini si scambiano poche parole, dove vince l’aspro, dove entra ogni tanto la commozione.

“Devi arrivare alla resa dei conti virilmente, con un po’ d’onore, allontanare un bambino dai binari, restando tu stesso sotto il treno. Lanciarsi su una bomba a mano in battaglia e salvare undici compagni, roba del genere. La pistola alla tempia è una possibilità, ma allora ci vuole un bel colpo di scena.”

Storie malinconiche e disperate (raccomando in particolare il racconto Bracconieri), che qualche volta ho sfiorato nei libri di Lansdale e che sono rimaste lì, come dicevo più su, nascoste fino a che non ho cominciato a leggere Bull Mountain.

Bull Mountain si trova in Georgia, che è proprio accanto all’Alabama, il paesaggio si somiglia e la gente è tanto diversa, ad esempio, dalla vicina Florida. C’è un filo grigio che lega i due territori e c’è un filo fatto di cattiveria, vendetta e speranze nascoste che lega gli uomini e le donne di questo romanzo. C’è una condanna che grava sulle teste dei protagonisti, una condanna che è familiare, calata per diritto di nascita dai nonni, dai padri, fino ai figli. Gli attori di questo romanzo sono attraversati da un dolore profondo che è quasi invisibile, ed è celato nel dominio che esercitano sugli altri, nel loro essere malavitosi, nel controllo territoriale fatto metro per metro, curva per curva, albero per albero. Saprebbero questi uomini chiamare ogni masso per nome ma non saprebbero abbracciarsi. Uomini che sono capaci di rispettare un animale e che ridono mentre vedono un altro uomo bruciare. Uomini che non danno scampo e che non hanno scampo. Brian Panowich, al suo primo romanzo, scrive del cuore nero delle persone e di quanto filo spinato ci stia intorno, e quante fatiche/ferite bisogna sopportare per liberare uno zampillo di sangue buono.

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