critica letteraria

Bruciare tutto, bruciare se stessi (di V. Sturli)

Bruciare tutto, bruciare se stessi.
Il desiderio, l’assoluto e lo scandalo nel nuovo libro di Walter Siti

di Valentina Sturli

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1. Di cosa parla la letteratura?

La letteratura ha sempre parlato di tutto e di questo ci si è sempre molto inquietati. Ma perché deve parlare di tutto? Perché se non lo fa lei, che dovrebbe essere libera da servaggi, corvées, diktat e bienséances – e che se anche non è libera ‘ufficialmente’, in qualche modo la libertà se la prende – non lo farà nessuno, e questo sarebbe un problema. Una perdita incalcolabile. Ciò di cui ci parla la letteratura è piuttosto il tutto di una vita che vivono tutti: l’esperienza di ciò che sta dentro la natura umana, potenzialmente di ogni uomo e della sua esperienza vitale nel brodo in cui siamo costantemente immersi. La letteratura non dovrebbe limitarsi a confermarci quello che già sappiamo (o che crediamo di sapere), ma proporre domande più scomode, spostarci anche soltanto di due millimetri dalla normale attività cognitiva su cui tendiamo a restare adagiati. Se la letteratura non torce almeno un po’ le budella, allora forse non è tanto degna di questo nome. E con questa espressione non penso solo alle seghe circolari e ai martelli di American Psycho: alcune delle visioni più atroci, delle domande più terribili, delle conclusioni più devastanti sulla natura umana sono reperibili dentro la storia di una ragazza di Rouen intrappolata in un matrimonio sbagliato.

Se ha un senso dire che la letteratura sa e può produrre conoscenza è perché, ponendoci implicitamente delle domande attraverso le storie che racconta, costringendoci a riconsiderare anche solo un po’ il nostro abituale punto di vista, sfruttando i meccanismi di identificazione e le infinite possibilità del narrare, ci fa provare qualcosa che non è semplicemente la conferma dell’uguale a noi, bensì il richiamo – potente e contraddittorio – di quello che invece è diverso. La letteratura ci fa tornare sull’esperienza della vita umana nelle sue multiformi varietà, mostrandocene sempre nuovi lati, senza morali e dichiarazioni di intenti, restando (nei suoi risultati migliori) empirica, vitale e avventurosa. Così, nel leggere un testo letterario ben fatto possiamo essere posti davanti a problematiche anche spinosissime, su cui però, proprio perché sono esperienze che avvengono in uno spazio immaginario, e non fatti che stanno accadendo davvero, abbiamo il tempo di riflettere, sperimentare, assaggiare cosa emotivamente e cognitivamente proviamo senza doverci schierare subito da una parte o dall’altra. Perché il problema è questo, e vedremo che è anche al centro della polemica sul nuovo libro di Siti: c’è un intero ‘mondo reale’ che sempre più, ad ogni apertura di TG o di giornale, ci chiede di reagire, condannare, indignarci, boicottare, oppure solidarizzare, difendere, propendere. C’è un mondo intero che ci domanda a ogni istante di arrivare alle conclusioni ancora prima che si sia capito cosa pensare. Ma appunto, leggere un libro da cima a fondo, e magari rifletterci su, è una cosa che richiede del tempo. Certo che costa sforzo, ma può regalare un’esperienza che difficilmente potremmo fare altrove con altrettanto giovamento. Quale?

Per esempio farci entrare dove non possiamo entrare, dove la società ci dice che è sbagliato o pericoloso mettere i piedi, dove non avremmo mai il coraggio di addentrarci per conto nostro nella vita reale. Pensiamoci: omicidi, desideri perversi, tradimenti, parossismi di aggressività e barbarie sono una fetta bella grossa della materia di cui sono fatti i nostri testi più importanti e più amati. E dove ci portano? Per esempio dentro la testa di uno che medita di ammazzare la vecchia del piano di sopra perché tanto che ci fa al mondo quella ripugnante usuraia? Poi i parametri dell’accettabile variano col tempo: Flaubert a metà dell’800 fu processato perché raccontava la storia (potenzialmente, la nostra vicina di casa) di un’adultera senza prendere parte contro di lei; Pasolini fu processato per scene che oggi ci fanno sorridere. Bene, stavolta è capitato con Siti, che col suo nuovo libro – come lui stesso dichiara – tocca uno degli ultimi tabù in giro nel ventunesimo secolo: quello della pedofilia. Intendiamoci, non penso affatto (come è stato proposto da alcuni articoli all’indomani del lancio) che questa sia un’operazione di mercato per attirare l’attenzione sul testo. Penso invece che Siti sia partito dalla domanda circa quale potrebbe essere una situazione umana e morale che la letteratura – che per sua stessa natura si presta a sospendere il giudizio morale e a farci entrare in una dimensione ‘virtuale’ in cui è possibile guardare le cose da più punti di vista – può indagare per dirci qualcosa dell’attuale congiuntura storica e sociale in cui annaspiamo. (altro…)

Nota di lettura: Michela Murgia, Chirù

Michela Murgia, “Chirù”, Einaudi 2015, euro 18,50

Come molti, ho conosciuto Michela Murgia anni fa con il suo potente e necessario Il mondo deve sapere (ISBN 2006, ora Einaudi 2017). Eppure mi sento di averla realmente incontrata nello splendido finale di un racconto inserito nel progetto collettivo Sei per la Sardegna (Einaudi 2014), dal titolo L’eredità. Mi scuso in anticipo se rovinerò la sorpresa su cui il racconto fa perno, ma credo sia necessario per stabilire con chi sta leggendo questa recensione di cosa parlo quando parlo di scrittura. Ecco le ultime frasi del racconto:

I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore.
Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.

L’economia di questo linguaggio, la cristallina precisione delle parole nel castone della sintassi, le giravolte retoriche studiate fino a diventare invisibili, vanno a formare quella prosa che ho ritrovato, anni dopo, in Chirù.

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Due ninne nanne inedite di Silvia Salvagnini

copyright Vivian Maier – 1954. New York. NY

Il papà mi porta a nanna

Ninna nanna della cicatrice
ninna nanna del sola a letto
ninna nanna del coriandolo
ninna di tutto il perso
dell’azzurro caduto cemento
ninna nanna del mondo
che incontri che incontro
dello sforzo che dentro

ninna nanna che ti guardo
ninna nanna che esci quando
e rimane riflesso allo specchio
il naso mentre ti aspetto

ninna nanna papà
che ti addormenti
per primo nel letto

ninna nanna che sembra
tra le tue braccia sollevato
il senso il buio il tormento

ninna che bella papà
la mano quando la dà
ninna che mi lasci sola
ma mi lasci libera
mi lasci lanciata
ninna libellula lineare
ninna come ti pare

ninna nanna papà
mi lasci atterrare
mi lasci nella terra
sperando sia viva
docile la guerra

ninna nanna papà
che ti addormenti
la sera prima di me
ninna a me ninna a te
ninna noi in insieme

se mi dimentichi a scuola
ninna nanna non fa niente
ninna nanna alle arance
alle mele alle barbie
alle sorprese alle scomparse
ai biscotti, all’autogrill
ai biglietti delle giostre

ninna
a tutto il senza regole
e a tutte le regole

*

Ninna nanna senza me

ninna nanna non lo sai
non lo sai se a me fai
meno male meno guai
non lo sai quali ferite
quali più forti farai

ma ti contenterai
ninna nanna ti gioirai
di riperdermi
pulviscolarmi
non navigare
non astronavicellarmi
non accompagnarmi?

ma ti allegrerai
di anche tu la mano
disinafferarmi
di immaginarmi
in lontananza
di rinunciarmi?

Ninna nanna del lascio andare
ninna del mi lascio abbandonare
ninna degli miei scappare. (altro…)

“Salgo sul palco che un giorno ho contemplato”. Hohenstaufen, di Andrea Leone

hohenstaufen

 

Venti poesie, un distillato. Una fermezza speciale nel testo, una forza che deriva, io credo, da un tremore a lungo appartenuto all’autore. Una poesia “grossa”, vasta, alta e solenne, quella di Hohenstaufen, larga, capiente: un dettato che possiede senz’altro molta grandezza, e molta vertigine. La scrittura di Leone ha in questo un fascino terribile, e invita continuamente, profondamente, all’analisi del testo, quasi richiamasse il lettore in un vortice analitico, piena di festa e di sacrificio com’è, capace come in pochi casi di una voce che non si risparmia: «Invado i documenti e i demoni, il metro e l’esito, il sepolcro e l’esordio».
L’oggi del mondo si fissa nel presente delle epoche passate: lo spirito moderno (l’eco di Hölderlin); l’età medievale (gli Hohenstaufen appunto, i duchi di Svevia imperatori e re di Sicilia tra XII e XIII secolo); l’antichità soprattutto, la sua prospettiva che in noi continua a riformarsi, quella luce nella quale ci troviamo costantemente risospinti: «Non so chi tu sia,/ mia età nuovissima./ Non so quale Dea/ stia preparando la mia età antica». L’intendimento dell’autore è questo: legare anni, età, epoche, ere.
Un’opera d’arte ci fa pensare, sempre. Ci sono immagini e termini in questo libro che sono categorie della mente, che “spietatamente”, vorrei direi, fanno da collante poematico: Dèi, teatri, matematica e musica (la musica, assolutamente, i suoni che emergono ad esempio in questo passaggio: «Sto per essere/ abbandonato al sacro/ massacro del calendario e del miracolo»). E poi nascite e dinastie, sentenze, mattatoi, mentre s’inscena di continuo la rincorsa tra esordio ed estinzione.
Già, s’inscena: è una messa in scena infatti, quest’io. In teatro, sul palco, la pronuncia dell’io è l’unica via per poter rappresentare il mondo, sembra volerci dire Leone, l’unico sguardo che può mettere a fuoco il noi e il voi del mondo. Un io-linguaggio, la costruzione del linguaggio che è la casa dell’essere.
Ci sono due luoghi indicati con precisione, Martina Franca, Pizzo del Vento, Viale Jenner, Via del Duomo. Ma c’è di più, di più ampio e di difficile definizione: c’è l’Europa, c’è l’Occidente dietro e dentro quest’io, un io alato che si muove nel tempo e nello spazio, un io sovrano che incorona. Non a caso in copertina campeggia la Siegessäule di Berlino, la Colonna della Vittoria che svetta nel Tiergarten.
È una voce che non si risparmia, dicevo, quella di Leone. Si nota un uso ripetuto del vocativo, quei «vocativi incantati e terribili», come giustamente evidenziato dalla preziosa prefazione di Lorenzo Chiuchiù, e con il vocativo vediamo l’iterazione, l’anafora e la costruzione progressiva del verso, i motori di questa poesia. Un esempio: «Questo è l’innamoramento./ Questo è il monumento del momento./ Questo è l’immens / segreto che recito». O ancora, più chiaramente: «O storie/ o storie delle colpe/ o storie delle colpe io vissi/ o storie delle colpe io vissi per estinguervi». Un nascere e un rinascere ininterrotti, meccanismo all’interno del quale troviamo non nascosta la lezione di un maestro come Milo De Angelis, del quale a tratti assume il medesimo respiro. In versi come: «L’adolescente, immortale/ nelle frane della frase» o in una formulazione come: «corte marziale dell’istante», lo sentiamo quel respiro, lo riconosciamo bene, insieme ad altre lezioni, antiche e sempre nuove e mai scontate, che l’autore ha imparato e porta in sé. Per nascere nuovamente, certo: «esaltato dal sacro// spettacolo in cui nasco», scrive. E rinascere, in un passato pronto a iniziare, in un presente che è sempre stato, ed è «il miracolo contemporaneo».

Cristiano Poletti

Goliarda Sapienza e Milena Milani in Spagna: un reportage “critico”

Facoltà di Filologia di Salamanca

Mi scuserà chi legge se il contenuto di oggi risulterà molto personale e il titolo di questo post un po’ ingannevole; in effetti avrei potuto intitolare questo “reportage” Una ricerca appassionata, ma l’avremmo sentito tutti come troppo sentimentale e naif. Eppure mi pongo molte domande dopo la prima trasferta fuori Italia per ragioni legate al Dottorato; una di queste riguarda il perché non ho mai fatto l’Erasmus. Una domanda interna e non esterna, senza rimpianti e con la consapevolezza che ciò che non ho affrontato dieci anni fa sia stata una scelta consapevole, e che i propri desideri si possano esaudire anche molti anni dopo e in modo diverso, trovando una forma consona.

Ho conosciuto tante persone a Salamanca in questi giorni, studiosi di varie provenienze, sia italiani sia spagnoli, sia non: eravamo tutti riuniti per il Convegno Internazionale Las inéditas in una delle più antiche università del mondo per la Filologia, che ha accolto la proposta di un gruppo di ricerca molto attivo in Spagna, il cui comitato scientifico è formato da docenti, studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che si muovono in Europa con grande agilità portando avanti un’indagine sopra la letteratura delle donne molto incline alla militanza ma non esclusivamente calata in essa: Escritoras y personages femininos en la literatura.

È utile dire sin da subito che le possibilità del Convegno proprio per la sua struttura, tra interventi che hanno toccato tutti i campi letterari (teatro, poesia, prosa, etc.), discussione, eventi di teatro e di altro genere, presentazioni di libri, denotano un’apertura non usuale al “fuori” dell’ambito accademico, cosa che in Italia non accade. È un’integrazione della realtà di cui ci si occupa (la poesia, il teatro, la canzone popolare in questo caso) all’interno della realtà di studio, una visione più consapevole e completa, un’ammissione di esistenza (!). Forse potrà sembrare ingenuo questo mio commento ma, per esperienza personale, lavorando da sempre come studiosa ora strutturata ma anche in ambito artistico trovo che l’Italia debba sempre più imparare a vedere fuori, ad accogliere il fuori nel dentro, ad avere una mobilità di pensiero che troppo spesso manca non solo nei contenuti ma soprattutto nella visione che sta a monte di questi contenuti.

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Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice: nota di lettura

Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice, Hacca edizioni, € 14,00

Il libro ha in esergo una citazione da Fernando Pessoa, da Fu un momento, ma sembra quasi prenderne le mosse: come se tu / senza volerlo / mi toccassi / per dire / qualche mistero / improvviso ed etereo, / che neppure sapevi / dovesse esistere. / Così la brezza / dice sui rami senza saperlo / un’improvvisa / cosa felice. E non è al titolo che penso quando mi sembra che il libro rubi a piene mai a questa poesia, ma al gesto del toccare senza volerlo, dell’apertura attraverso il tocco verso qualcosa di leggero.
Penso questo perché il toccarsi dei personaggi, i loro scontri quando sono troppo vicini e i fortuiti incontri quando sembrano lontani, sono carichi di un’involontarietà che da sola rende più profondi i solchi che si lasciano l’un l’altro, come se l’intenzione (nel fare amicizia, nel programmare un viaggio, nell’innamorarsi) avesse potuto al contrario rendere più blando il loro conoscersi. Per non parlare di quanto involontarie, se si può usare una parola del genere in questo caso, siano le morti raccontate: perché il filo rosso che lega il racconto è l’assurdità della gran parte delle dipartite.
Marta in terza persona, e Nino in prima, sono i protagonisti di Un’improvvisa cosa felice di Silvia Greco (Hacca edizioni 2017), e alternano la loro vicenda durante tutta la prima parte del libro in capitoli brevi come istantanee e con un unico, anonimo incontro. La seconda parte vede dispiegare la loro stramba amicizia: ragazzino naïf lui, che incarta le uova del negozio di sua madre nei giornaletti porno che gli passa suo cugino, ragazza sregolata lei, sovraccarica di un lutto per l’adorata zia morta e insofferente alle regole di sua madre, alla vita di università, alle responsabilità del piccolo lavoro di commessa fioraia del cimitero. Sarà proprio la passione per i giornaletti porno a permettere il loro incontro: passione che, per Nino, è sui generis, dal momento che ritaglia le facce dopo che suo cugino ha usato i corpi come modelli anatomici per i disegni. (altro…)

Peter Handke, Canto alla durata

Peter Handke, Canto alla durata. Traduzione e postfazione di Hans Kitzmüller, Einaudi 2016 (ultima edizione), € 10,00, ebook € 6,99

di Davide Zizza

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Nella vastità che ritorna

Nel Canto alla durata di Peter Handke sospensione e riconoscimento diventano condizioni importanti per chi fa esperienza del sentimento della durata. Ma cos’è di preciso la durata e com’è possibile percepirla, comprenderla, viverla, come insomma averne sentimento? L’autore riversa nel poema una ricerca serrata la cui finalità è tanto la definizione, o meglio la scoperta della durata nei meandri più nascosti del quotidiano, quanto la conservazione della sua dimensione più viva e interna e per fare ciò elegge la poesia come la più appropriata perché «la durata induce alla poesia», la richiama, la evoca. Da ciò si intuisce che la durata non è un tempo o un intervallo misurabile: essa si realizza quale esperienza rivelatrice, un’epifania a tutti gli effetti. Per dirla con un ossimoro è un lampo duraturo e tale si riproporrà nella vita interiore di una persona; a distanza di anni, luoghi, sensazioni, questo flash della consapevolezza non si limiterà a ricondurre una mera suggestione o percezione, anzi la porterà “aldilà” della sua temporalità. Il Canto è perciò un poema dei luoghi e dei momenti cui si lega l’esperienza personale dell’autore (il lago di Griffen in Carinzia, l’incrocio di Porte d’Auteuil a Parigi e, in particolare, una piccola radura del bosco di Clamart e Meudon, alla periferia di Parigi), qui richiamati non in una sequela di posti collegati ad aneddoti occasionali, ma come luoghi interiori che contribuiscono al sentimento della durata, per Handke «il più alto di tutti i sentimenti» (Hans Kitzmüller).

Nonostante il risvolto filosofico del poema, l’autore stesso fa sottintendere che non è facile avvicinarsi all’essenza della durata. Ne capta le spie, sente il suo realizzarsi nell’attimo, sotto il segno di una rivelazione pura Handke mette su un impianto teorico attraverso il canto accompagnato da una vibrante commozione. Il tentativo dell’ineffabile trova una consonanza con Sant’Agostino e la  sua definizione di tempo («Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene; ma se volessi  darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so» leggiamo nel passo delle Confessioni). Il paragone non vuole spingersi oltre la similitudine, tuttavia sia Sant’Agostino sia Handke sviluppano due concezioni correlate e interdipendenti, tempo e durata, entrambi parlano cioè di idee e stati d’animo che esondano le cui parole non riescono a contenerli proprio per il senso di vastità capace di disorientare, eppure queste parole gettano segnali illuminanti e significativi.

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#StefanoBortolussi #ILabiliConfini

Stefano Bortolussi, I labili confini, Interno Poesia, 2016

recensione di Carlo Tosetti

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Stefano Bortolussi, I labili confiniStefano Bortolussi, scrittore, poeta e traduttore, dopo Califia (Jaca Book 2014), ritorna nell’amata terra di California (Califia è il nome dato alla California da Cortés) con I labili confini (Interno Poesia Editore, 2016).
Il libro è diviso in due sezioni: la prima, La scelta del plantigrado (un noir in versi) è un atipico poema in ottave, nel quale il protagonista – detective – accetta l’incarico di ritrovare una ragazza scomparsa, tale Gazelle.
La seconda sezione, Di altri spiriti guida, è composta da sei poesie, che trattano di sei animali “in odor di sciamanesimo” (la Velella Velella è una colonia di idrozoi della famiglia Porpitidae), mantenendo l’intero libro immerso nell’atmosfera del culto dei nativi, scintilla e linfa anche al susseguirsi degli eventi narrati nella prima parte.

Lungi da me smentire lo stesso autore, ma la sottotitolazione della prima sezione, come “Un noir in versi” potrebbe disorientare un neofita lettore di Bortolussi: quanto proposto è molto di più. La poesia, a verso libero, narrativa, è una sovrapposizione, una commistione, di diversi mondi (natura, metropoli, mitologia, sciamanesimo), in un unicum fascinoso e fluidamente allucinato.
In alcuni passaggi, per la coloritura del testo, gli ambienti e i ritmi, sorge in me il ricordo del sax impazzito di Ornette Coleman, che musicò con Howard Shore il film Naked lunch di David Cronenberg (1991), trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di William S. Burroughs (1959), a dimostrazione della varietà di riferimenti e spunti condensati e risonanti da e con Bortolussi.
Qui si riversa la profonda conoscenza e passione dell’autore per questa terra, la California, che trova ragione anche nella sua affermata attività di traduttore di grandi scrittori americani (Bill Bryson, Don Carpenter, James Ellroy, Stephen King, per citarne alcuni). Vi sono echi poundiani mediati dal continuo e martellante tema della metamorfosi e, come già nel precedente lavoro, aleggia fra le pagine il nume di Walt Whitman.

Nell’approcciarsi alla lettura, sia la prefazione – a firma Roberto Mussapi (fra i due è vivo un sodalizio artistico) – che la poesia/introduzione dell’autore, ci avvertono che il libro è una germogliazione del precedente Califia:

Le sventurate imprese che di seguito si cantano
hanno un inizio che non è di queste pagine:
affonda le radici in terra di Califia
e nel libro che le è proprio, e narra
l’innato autolesionismo del plantigrado
che da detective e spione d’albergo
negli spenti corridoi del Marmont,
irretito da una rossa di miele d’acacia, 

prese troppo sul serio il proprio incarico […] (I Labili confini, p. 15)

È pacifico: il lettore, se già introdotto nel complesso labirinto intellettuale di Bortolussi, potrebbe avere delle chiavi di lettura utili a gettare luce su alcuni interrogativi, inevitabilmente stimolati dal nuovo lavoro, quando affrontato da digiuni. (altro…)

«Niente mi ha fiaccato!» conversazione con Ferruccio Brugnaro

foto a cura di Paolo Steffan

«NIENTE MI HA FIACCATO»
Conversazione con Ferruccio Brugnaro
di © Paolo Steffan

Quando arrivo al terzo piano della palazzina in cui Ferruccio Brugnaro vive con la moglie Maria, nella periferia di Spinea (Ve), trovo una figura amichevole e distinta, un ottantenne forte che mi saluta sorridente sulla soglia. Entro, c’è un simpatico sottofondo di giochi puerili, sono le voci dei nipotini, impegnati con la nonna. Ci sediamo nel salotto, e lì inizia la nostra conversazione, di cui è frutto la bella intervista qui pubblicata.

È fiero della propria storia personale, di essere un autentico poeta-operaio, di quelli che hanno vissuto la fabbrica dal di dentro, mettendoci anima e corpo, credendo profondamente nell’uomo e nelle sue risorse, nell’uguaglianza e nella bellezza. Alle pareti, quadri e ricordi, manifesti e testimonianze. E tantissimi libri e opuscoli.

Non ha rimpianti, Ferruccio Brugnaro, se non quello ‒ mi confessa ‒ di non aver coltivato le lingue, così importanti per capirsi in questo mondo globale; ma intanto i suoi ciclostilati vengono tradotti in moltissime lingue, in tutto il mondo. Solo dal 2002 a oggi, oltre 160 riviste ‒ in francese, inglese, spagnolo… ‒ hanno ospitato sue poesie. “Lì” ‒ mi indica, entrando nel suo studio, una borsa piena di fascicoli ancora da ordinare ‒ “ci sono anche delle riviste in cinese…”.

Varcare l’ingresso della sua stanza è entrare in un mondo a parte, dove è custodita un’intera vita in versi, assieme alle letture amate e ai manifesti di un’esistenza passata nella fabbrica, nel sindacato, tra gli studenti e i lavoratori.

Prima di salutarci, la signora Maria prepara il caffè e mi fa salutare i bambini; parliamo del rapporto coi figli, uno dei quali è Luigi Brugnaro, attuale sindaco di Venezia, e della diversità, talvolta abissale, delle idee che li contraddistinguono: “Non li ho mai indottrinati”, rivendica, “da ragazzi venivano alle volte con me alle manifestazioni, ma non li ho mai obbligati. Poi ciascuno ha preso la sua strada e oggi discutiamo animatamente, io da comunista non dogmatico, e i miei figli con le loro idee, ma c’è grande libertà di pensiero e soprattutto grande rispetto reciproco”.

Che cos’è per lei il lavoro?

È una cosa fondamentale per l’uomo, purché tenga al centro la dignità, altrimenti si scade nel disprezzo della vita. La dignità è stata al centro delle lotte operaie che abbiamo fatto, che erano per il lavoro, non per qualcosa che portasse malattia e morte.

Prima della fabbrica, si veniva da un mondo contadino, che ho vissuto nell’infanzia, di cui ho ricordi collocati negli anni Quaranta. Era una vita difficile fatta di malattie, artriti, tubercolosi, dentro case malsane. Ricordo che avevo una zia che faceva le iniezioni di canfora per l’asma e fuori casa sua c’erano sempre file di venti persone. Era una vita dura, con lotte quotidiane per un uovo, per tutto, alle volte sembrava che mancasse il respiro. Vita dura che ho poi ritrovato in fabbrica, tale e quale se non peggio.

Poi si è passati alle lotte operaie, qualcosa che alla mia generazione oggi suona distante, ma di cui calandosi nella sua scrittura si sente ancora l’attualità e il vigore.

La questione del lavoro è tutta sul piatto, senza lavoro marcisce tutto, si ha una deriva autoritaria.

Negli anni Cinquanta sembrava una follia mettersi contro gli apparati. Si veniva fuori dal nazifascismo, e i dirigenti erano ancora quelli, mica erano cambiati. La filosofia era che l’operaio non era niente: guai a chi si ribellava!

Mi ricordo una mattina, io ero in reparto alle 9.45 e non si respirava. Era fuoriuscita dell’anidride solforosa, e io ho spento le macchine per tutelare noi lavoratori. Azioni così si pagavano molto. Come oggi dovrà pagare molto chi si rimetterà a lottare.

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Riletti per voi #14: Peter Pan

Cattura

Carlos Schwabe, Il Fauno (1923)

(Si fa riferimento, per i brani citati, all’edizione Fanucci 2013 a cura di Beatrice Masini con traduzione dall’inglese di Milly Dandolo)

La signora Darling, madre di Wendy, Gianni e Michele, ha un bacio all’angolo sinistro della bocca che nessuno dei suoi familiari può prendere, benché sia perfettamente visibile. Un bacio che lo stesso Napoleone, secondo il narratore, sarebbe costretto a lasciare lì dove si trova sbattendo la porta dopo il tentativo. Con questo bacio, o quasi, si chiuderà il libro, quando Peter riuscirà a coglierlo senza sforzo alcuno. E questo bacio inespugnabile, la profonda natura di una persona che non è permessa neanche ai suoi cari ma che non ha segreti di fronte all’irruente divinità panica di Peter, è il primo motivo di turbamento in un libro quasi insostenibile per un lettore adulto, nella sua capacità di toccare corde inquietanti e critiche come lo scorrere del tempo, la simulazione dell’età adulta, l’ignoranza della sessualità e la sua sostituzione con la messa in scena, la gelosia e l’assassinio, la rappresentazione esatta della strafottenza e del capriccio propri dell’età dell’infanzia, vista non come innocenza ma come infinita possibilità di dominio su tutto quello che è desiderato. (altro…)

Scritture ducali, parte II: Silvio D’arzo

 

Riprendo oggi il discorso lasciato qui sospeso.
L’occasione nasce anche dal ritrovamento su una bancarella di Casa d’altri e ne approfitto così con un certo entusiasmo per introdurvi alla seconda parte del libro di Bertoni che, lasciata la Modena di Delfini, si sposta verso Reggio Emilia per dedicarsi ad un’altra figura tanto importante ma purtroppo altrettanto fulminea della letteratura italiana della prima metà del secolo scorso.
Di Silvio d’Arzo morto nel 1952 all’età di 32 anni ci siamo già occupati  tempo fa e riteniamo che sia comunque sempre necessario ricordarlo, in questo caso grazie anche all’aiuto dell’approfondita lettura critica qui proposta da Alberto Bertoni.
Il D’Arzo che qui si rivela non è più solo quella figura iconica (oramai quasi stereotipata) del narratore il cui romanzo breve Casa d’altri è stato considerato da Montale il racconto perfetto.  Qui Bertoni affronta la figura di D’Arzo (e Comparoni e tutti gli altri possibili e ancora scopribili pseudonimi) nel suo percorso formativo. Poeta precoce, adolescente immerso per forza di cose nella cultura dell’epoca che trasudava di Pascoli e D’Annunzio, ma con un suo approccio metrico, compositivo e lessicale che già si preannuncia innovativo e  che non sarà difficile ritrovare nella prosa dei molti suoi racconti. Poeta ma anche traduttore, studioso non solo di dialetti ma anche della letteratura anglosassone, traduttore sporadico ma non per questo poco innovativo dei versi di Yeats e poi autore di saggi sulla letteratura inglese e americana, dove sono fortemente evidenziati gli amori, i riferimenti, la ricchezza di un “mondo” narrativo che faranno di D’Arzo uno scrittore estremamente polifonico, tanto radicato nella sua terra quanto capace di arricchirla di una narrazione che tende a diventare universale, quella che lo stesso Bertoni definisce “l’opera mondo”. Parliamo quindi di Stevenson, Kipling, James, ma non mancano i riferimenti alla Spoon River che proprio in quegli anni faceva la sua comparsa in Italia grazie a Einaudi e alla traduzione di una giovanissima Pivano. Alberto Bertoni traccia un percorso ben preciso della scrittura di D’Arzo e lo approfondisce con cura partendo dalla consapevolezza di una presenza fin troppo breve nella storia della letteratura e in un periodo in cui è evidente il prepararsi a una netta transizione culturale, ed è proprio partendo da quell’articolo scritto nel 1954 da Montale che andando oltre lo slogan, si leggono chiaramente i riferimenti puntuali per analizzare quella forma di narrativa (quella breve appunto) che è più legata alla tradizione di Cechov e James, dove permane viva e quella sospensione tra romanzo breve e prosa poetica piuttosto che a una cultura Italiana dove regna beato il neorealismo. Bertoni ci guida attraverso la scrittura di D’Arzo/Comparoni generando una ricchissima rete di riferimenti, visioni critiche, letture e riletture che ci ri-presenta uno scrittore che sorprende ancora per la sua attualità nonostante il suo essere rimasto congelato sulla soglia di una storia della letteratura che stava per modificarsi radicalmente e che ancora doveva veder pubblicati Levi, Gadda Calvino, Fenoglio o lo stesso conterraneo Delfini.

Alberto Bertoni, Scrittori da un ducato in fiamme. Delfini, D’Arzo e il Novecento, Corsiero Editore 2016.

© Iacopo Ninni

Ritratto inedito di de Libero, ‘la poesia si fa coi ritagli del macellaio’

Libero de Libero, questo “ciociaro dai baffi di ferro e dalla sensibilità di velluto”, nato a Fondi all’inizio del 1900, ha scritto molto e molto è stato scritto su di lui, sicuramente meglio di quanto saprò fare io, che proverò a tracciarne un ritratto da semplice lettrice dei suoi diari, dei suoi romanzi ma soprattutto delle sue poesie, che egli definisce “pulci che io cerco di togliermi dagli orecchi per aver requie”: quelle che parlano di fiumi, di aranci, di cicale, e quelle del dopoguerra, che narrano fatti di cronaca nera e avvenimenti storici. Era piccolo di statura e aveva occhi vivacissimi, con lampi di dolcezza infinita per gli amici e di durezza incredibile per chi non gli andava a genio. Aveva un “carattere fumantino”. Così si racconta: «Con me era facile arrivare al bisticcio, al litigio, alle recriminazioni: la mia vita risentiva gli affanni di lunga data, le offese e i patimenti subiti sin dalla infanzia, la sua incomunicabilità, il suo bisogno di sostituire continuamente una cosa all’altra».
Qualcuno lo ha paragonato a Giovanni Pascoli, per la serie di luttuosi eventi verificatisi nella sua famiglia, riassunti in queste parole tratte dal suo diario:

Nato e vissuto in una famiglia karamazofiana: sbattuto, sin dalla nascita, tra morti e miserie, in una famiglia incapace a difendersi e a lottare; con mia madre tutta la vita disperata nel suo inutile amore per mio padre; con mio padre tutta la vita dilaniato dalla sua onestà e dai politicanti; con mio fratello assassinato per trecento lire [«aveva un pugnale fra le spalle»]; e bisogna dire le angosce di me adulto a dieci anni, e la vita che s’affolla insospettata con tanti mali e tanti beni, con danni e doni; e lo sforzo di comprendere subito quanto è intorno universale e mediocre e la lotta e un eterno, disingannato amore; e la disperazione di non riuscire uguale alle mie ambizioni?

La sua numerosa famiglia (Libero era il quarto di otto fratelli) si trasferisce a Patrica, dove il padre ricopriva l’incarico di segretario comunale. Frequenterà le scuole a Velletri, poi a Ferentino e infine il liceo ad Alatri, finché nel 1927 arriva a Roma per gli studi di Giurisprudenza: è in ritardo di qualche anno, per motivi familiari. Ma gli studi di Giurisprudenza non li porterà a termine. La vita nella Capitale è difficile per un giovane privo di mezzi; comincia subito a pubblicare racconti sul «Popolo di Roma», e «L’Ambrosiano di Milano».¹
Incontra Luigi Diemoz e per merito suo conoscerà “gli autori che già ammira e gli artisti che gli piacevano”, frequentando assieme a lui la saletta riservata del caffè Aragno, famoso ritrovo di artisti oggi scomparso. «Diemoz, che voleva entrare nel giornalismo, ebbe in dono 20 marenghi dalla madre, e con me creò nell’ottobre 1928 un quindicinale di letteratura e arte, «L’Interplanetario» e noi direttori, lui scriveva articoli di fondo e corsivi polemici, e io cronache d’arte, le prime». Di questa rivista usciranno 8 numeri: esauriti i marenghi della signora Diemoz, le difficoltà ricominciano; de Libero continua le sue “cronache d’arte” su «L’Italia Letteraria» diretta da G. B. Angioletti e in altre riviste. «Quando arrivava qui a Fondi «L’Italia Letteraria» era per noi un grande avvenimento», racconta il pittore Domenico Purificato, «allora non vi erano i mass-media, le fonti di informazione che ci sono adesso; De Libero era il tramite attraverso il quale riuscivamo a conoscere quello che avveniva al di qua del confine provinciale e al di là del confine nazionale.»
A Roma c’è anche Anton Giulio Bragaglia, altro ciociaro, fondatore del Teatro degli Indipendenti dove si rappresentavano opere di autori italiani contemporanei. Qui, nel gennaio 1929 viene rappresentata una commedia di de Libero, Frangiallo, che suscita scandalo. Al caffè Aragno incontra Ungaretti, che nel 1934 gli fa pubblicare la prima raccolta di poesie, Solstizio. (altro…)