critica letteraria

Maria Grazia Calandrone, “Giardino della gioia”, Mondadori 2019 (rec. di Michele Paoletti)

Giardino della gioia, Maria Grazia Calandrone (Mondadori, 2019)
Nota di Michele Paoletti

Dopo Il bene morale – e ancor prima con Serie fossile – Maria Grazia Calandrone ci consegna un lavoro praticamente perfetto, dalla struttura solida e appassionata. Il Giardino della gioia costruito da Calandrone mi ha subito portato alla mente un altro giardino, la monumentale opera costruita da Niki de Saint-Phalle a Capalbio (GR) nel corso degli anni ’90: Il giardino dei tarocchi.
Nel 1985 andai a Barcellona e vidi per la prima volta il meraviglioso Parco Guell di Gaudì. Capii che mi ero imbattuta nel mio maestro e nel mio destino. tremavo in tutto il corpo. Sapevo che anche io, un giorno, avrei costruito il mio Giardino della Gioia.” scrive Niki. Nel parco, gli arcani maggiori dei tarocchi sono stati realizzati dall’artista sotto forma di sculture, talvolta gigantesche, rivestite da specchi e piastrelle, ogni figura carica del suo simbolismo primigenio arricchita dalla personale visione dell’artista. Nulla è più rivoluzionario della gioia dice Niki De Saint Phalle e Maria Grazia Calandrone sembra accordare la sua voce a quella dell’artista francese.
Giardino della gioia è dunque un’opera rivoluzionaria perché nasce dall’amore e all’amore torna incessantemente.
Il poemetto che apre la sezione omonima altro non è che uno struggente canto d’amore pieno di meraviglia:

canto il vento sottile che non sentiamo e spira
nella distanza tra le stelle

canto il nostro stendardo
che schioccava nel vivo della menta romana

canto il letto di foglie
e il guscio candido della ninfea

e canto l’oro crudo dei tuoi occhi
semplici e trasparenti come un sì

La voce percorre la materialità del corpo, la materialità dell’esserci, indugia sulle cose forti, sul corpo nudo esposto alla felicità e questo senso di esposizione rappresenta al tempo stesso abbandono ed energia, comunione con la terra e con l’altro. 

quando ti esponi sei la piena estate
con la sua gloria di alberi maturi

Accettare l’altro, sparire nell’altro, rinunciare all’io è la forma più pura di amore: perdendoci ci ritroviamo altro da noi, sparendo finalmente siamo anche se l’anima umana risulta un contenitore insufficiente per il sentimento amoroso. In tutto questo la poesia, profondamente anarchica, intona la sua voce/ al rombo delle stelle intergalattiche che compongono la materia di cui siamo fatti e di cui è fatto tutto l’esistente intorno a noi e intercetta il corale profondo e ininterrotto di questa/ forza che «move il sole e l’altre stelle», la forza che Dante chiama amore.
“La mia poesia è dedica. Nient’altro. Anche quando è testimonianza, è dedica” raccontava Maria Grazia Calandrone in un’intervista di qualche tempo fa (qui) e sono dediche i testi che compongono la sezione Tempo reale, dove la parola poetica tocca vertici altissimi (basti leggere Fototessera di Lucia Galante scritta per la madre naturale dell’autrice o Interiore invernale, per la nonna Gaetana, ma anche Dell’utopia del volo, per Marcello Benvenuti, record italiano di salto in alto 1989). In ognuno di questi testi la vicinanza con l’altro è totale, la parola consente di rompere una distanza, riesce a farci sentire, a far vibrare all’unisono la nostra materia insieme alla materia di questo indescrivibile, inafferrabile (meraviglioso)/ mondo. (altro…)

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani. Convegno Internazionale a Ca’ Foscari

Convegno Internazionale di Studi
Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani
Università Ca’ Foscari di Venezia
17 e 18 ottobre 2019

Venezia e due autrici al centro di un Convegno Internazionale di Studi che si terrà il prossimo 17 e 18 ottobre all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Protagoniste Paola Masino e Milena Milani, la loro comune esperienza d’esilio imposto dal fascismo ma anche gli inediti legami all’interno di un’ampia comunità artistica isolana vissuti tra primo e secondo Novecento; questi sono solo alcuni dei temi che emergeranno da “Venezia Novecento”, organizzato dalla Professoressa Ilaria Crotti, docente ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università Ca’ Foscari e dalla Professoressa Monica Giachino, ricercatrice in Letteratura Italiana presso l’Ateneo.
Paola Masino (1908-1989) visse un periodo di confino decennale nella città lagunare a fianco del compagno, lo scrittore Massimo Bontempelli. Qui trovarono inizio le sue riflessioni sulla relazione donna-società e fu concepito il romanzo “Nascita e morte della massaia“, a oggi la sua opera più celebre. Proprio a Venezia, inoltre, la scrittrice ebbe l’opportunità di incontrare e conoscere numerosi intellettuali, tra cui Anna Maria Ortese, misurando in pochi anni il proprio difficile senso d’appartenenza all’isola, frequentando alcune tra le manifestazioni artistiche più importanti che vi trovano ancora oggi spazio, tra cui La Biennale Cinema. Proprio nel 2019 ricorre il trentennale della sua scomparsa.
Anche per Milena Milani (1917-2013) Venezia fu un luogo di scambio con figure del panorama dell’arte, uno spazio di costruzione della propria poetica ma anche la sede privilegiata del mestiere di traduttrice per il Cavallino di Carlo Cardazzo. In città pubblicò le prime raccolte di poesia, tra cui “Ignoti furono i cieli” (1944), ambientò “La ragazza di nome Giulio” (1964) – romanzo che le costò la censura e un processo, in cui fu coinvolto anche Longanesi, il suo editore. In laguna la Milani fu operatrice culturale e costruì una rete di rapporti importanti, che valicavano i confini dell’acqua per arrivare in terraferma, soprattutto a Cortina e nel trevigiano. Un soggetto “geniale”, come l’ha definita Silvio Riolfo Marengo, che fece di Venezia, dopo Albisola, la propria casa.

Durante la due giorni saranno proiettate alcune immagini delle autrici provenienti dall’Archivio Paola Masino di Roma, dalla Fondazione Milani in memoria di Carlo Cardazzo di Savona grazie al Presidente Silvio Riolfo Marengo e dall’Archivio privato di Maria Ester Nichele, fotografa ed amica dell’autrice.

Il Convegno si terrà presso l’Aula Magna S. Trentin della sede di Ca’ Dolfin (17 ottobre, dalle 15.00) e presso l’Aula Morelli del Dipartimento di Studi Umanistici, a Malcanton Marcorà (18 ottobre, ore 9.00). Ingresso libero.

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Dipartimento di Studi Umanistici
Dottorato in Italianistica
MOD – Società italiana per lo studio della modernità letteraria

Comitato scientifico
Professoressa Ilaria Crotti
Professoressa Monica Giachino

Comitato organizzativo
Dottore di ricerca in Italianistica Arianna Ceschin
Dottoranda in Italianistica Alessandra Trevisan

17 ottobre 2019
Aula Magna Silvio Trentin, Ca’ Dolfin

ore 15.00
Saluti del Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici Giovannella Cresci
e del Coordinatore del Dottorato in Italianistica Daniele Baglioni

Presiede Ilaria Crotti

Sabina Ciminari, Université Paul-Valéry Montpellier 3
«Vorrei diventare una scrittrice importante», l’esordio narrativo di Milena Milani

Angela Fabris, Universität Klagenfurt
Seduzioni e scenari veneziani: la percezione del corpo e le categorie del maschile e del femminile in La ragazza di nome Giulio

Irena Prosenc, University of Ljubljana
Quando acqua e sole bastano a consolare: paesaggi urbani e paesaggi marini nella narrativa di Milena Milani

Marinella Mascia Galateria, Università “La Sapienza” di Roma
Dalla scrivania tutta per sé al confino della Massaia: la Venezia di Paola Masino

Cecilia Bello, Università “La Sapienza” di Roma
«Il festival rinascerà», Paola Masino inviata alla Manifestazione d’Arte Cinematografica di Venezia

* (altro…)

Dante Virgili: l’apologia dell’apocalisse e il rifiuto dell’umano – di Federico Zumpani

Non esiste progettualità nell’universo di Dante Virgili. La progressione di segni e immagini si dilata solo attraverso l’ossessione delle parole. Un torrente spinoso di pensieri travolge il ragionamento, lo umilia fino a ridurlo ad estrema demolizione di istinti, fino ad un baratro emotivo. La costituzione autodistruttiva che pervade l’autore non è dannazione, ma quasi una logica conclusione del processo storico. Il tempo in cui si impone La distruzione non è un futuro immaginato o anche solo profetizzato dall’autore, ma la quotidianità intrisa di umiliazione nella visione di un nazista italiano. I fantasmi della Seconda guerra mondiale, all’umanità proposti come monito di orrore, rappresentano una gioia sontuosa per l’anima nera di Virgili, il cui desiderio di sterminio supera la ragione e tocca il midollo e i nervi del nichilismo. La condizione di straniero del protagonista si impone in modo antitetico all’alienazione totalizzante che Camus trasmetteva in modo immediato nell’uomo inadeguato; la visione di Virgili costruisce, diversamente, la condizione emotiva dell’uomo contro l’umanità, che rinnega ogni virtù e abbraccia la violenza come desiderio necessario.
Non c’è nessun disagio che giustifichi o ideale esistenzialista che bilanci questa percezione dell’autore, ma soltanto un razionale coinvolgimento emotivo nel ritorno all’inferno, unico percorso accettabile.
Il rifiuto della libertà – anzi della Liberazione – rispecchia il pensiero di Virgili, che compendia in un’opera unica differenti universi umorali, stati progressivi di sentimenti demoniaci, tutti accomunati da un odio puro, che scorre e si fortifica in se stesso, senza mai cercare perdono, ma divenendo rifiuto della società post-bellica.
La trama narrativa si evolve senza alcuna prospettiva specifica, se non l’annullamento. Questa progressione di pensieri oscuri sul concetto di ritorno alle armi, al sangue, rievoca un nulla quasi necessario, celebrazione del terrore che non conosce limite morale, ma si contrae nell’autocondanna di una realtà opprimente. Virgili non racconta un punto di vista, sentenzia la maledizione del fallimento umano, dannando se stesso e la sua stessa stirpe. Voler morire non è mai stato così reale, soprattutto in queste parole, che si scardinano dall’ordine logico, annullando un’idea precedente per favorire il caos emotivo successivo. (altro…)

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine – nota di lettura

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine, Marsilio 2019, 16 euro

Sta di fatto che Sacca, per tutta risposta, ha chiesto a Giulia di bussare sul muro di camera sua, e a me di andare a bussare su quello della camera per pellegrini globali, entrambi confinanti con la parete che stava auscultando da chissà quanto.
Così Sacca, con la faccia di chi si è appena svegliato dopo un turno di notte, ha fumato sei sigarette e si è messo ad abbracciare pareti, ci dice ma voi vi siete mai accorte che avete un gradino sotto il termosifone? E noi: ma non è un blocco di cemento?
Sì, ma è un gradino, e questa parete dietro è vuota. Non lo vedete che le due stanze sono distanti tra di esse il doppio rispetto alle altre?
Hai veramente usato “tra di esse” nel parlato?
Sì, che problema c’è?
Nessuno, sono solo molto ammirata.

Questo è il punto della narrazione in cui dovrei spiegare, in modo abbastanza misterioso, ma non pedante, di come Giulia e io abbiamo in più di un’occasione sognato questa casa con una diversa planimetria, che lì dove c’è il gradino comprendeva una stanza in più, oppure un passaggio che portava al piano di sotto. Dovrei dunque arrivare sino a Sacca che conclude che, dato il diametro, lì è per forza stata murata una porta di accesso a una scala che saliva o scendeva verso qualcosa (un sottotetto? un’altana? l’appartamento dei vicini?). Se fossi proprio bravissima arriverei a metterci delle picconate, e un cadavere mummificato sui gradini nascosti, un’urna, lettere segrete, un tesoro, avendo così buone possibilità di essere a posto con il reddito dell’anno fiscale successivo alla pubblicazione.

Esiste questo libro flâneur, capitolato come un’esperienza dickensiana e vivace come Tre uomini a zonzo (non in barca, perché manca di una sua volontà propriamente comica). Si chiama Perché comincio dalla fine, è di Ginevra Lamberti ed è uscito, da poco appena, per Marsilio. Ginevra Lamberti comincia dalla fine, dalla morte di tutti noi e specialmente quella altrui, su questioni che a nominarle possono apparire macabre e invece sono gustose come le olive con lo stuzzicadenti, una collezione di racconti sul passaggio, una sequela di incontri, tutto un dedalo di riflessioni e nulla che non sia leggero, dagli episodi più frizzanti a una rispettosa (mi si passi la parola) quiete. (altro…)

Giovanni Peli, Onore ai vivi. Nota di lettura di Michele Paoletti

Di fronte a sedici millimetri di vita altra che sarà, Giovanni Peli sceglie di cantare in maniera lucida e onesta e lo fa con parole crude e affilate. Canta la nascita, canta il desiderio, l’attesa e non la speranza e attraverso il canto cerca di riportare la parola alla sua origine, ad una nudità, una sorta di magma primordiale. Da questo magma ha origine la poesia, poesia che è vita – deve necessariamente esserlo – e non letteratura, pena la sua perdita di senso, di contatto profondo con la realtà: onorare i vivi è dunque cantare della vita stessa tenendo presente che ciò che scriviamo esiste da prima.
Onore ai vivi è anche una critica ad un certo tipo di poesia fine a sé stessa, morta nel momento in cui lascia traccia sulla carta, incapace di attraversare il foglio, di bucare la realtà; una poesia che onora soltanto chi la scrive, non è catastrofe dubbio eterno ma semplice esercizio. La poesia secondo Giovanni Peli deve necessariamente essere un atto rivoluzionario, così come lo è la vita nella pancia di mia moglie, perché il libro racconta anche questo: in verità arriva un figlio – scrive Peli – hai paura di non saper scrivere dopo di lui.
L’Altro – i sedici millimetri di ecografia – contiene in sé una potenza distruttrice e generatrice, già si colloca in uno spazio bianco, una distanza irraggiungibile, incolmabile, può scegliere se vivere/ o occupare il suo posto nel mondo. Il poeta-padre decide dunque di regalare terra fertile da coltivare, come scrive Giulio Maffii nella prefazione, consegnare un mondo imperfetto così com’è, con le sue innumerevoli trappole, i luoghi comuni e altre truffe, dove massimo non significa migliore, dove nascere non è una colpa e neppure sopravvivere.

© Michele Paoletti

 

1

dici cantiamo ancora
abbiamo distrutto a sufficienza
così la voce torna
da pulsazioni di roccia
cosa canteremo
non come i vecchi poeti
travestiti di nuovo
non come l’intelligenza artificiale
che imita il meglio di noi
canteremo il desiderio
pericoloso
ancora e ancora

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Nino Muzzi: La sera del poeta (Trakl)

La sera del poeta

C’è un’ora, quella della sera, che contiene per Trakl il momento in cui il mondo appare più vero, pur nella sua crudezza e malinconia.
Trakl, al pari di Hölderlin e di Rilke, ha avuto la ventura di passare sotto l’analisi critica di Heidegger, il quale vi ha trovato quel che vi ha cercato: la lingua (die Sprache, intesa come “la parlata” di un popolo o di una etnia). Con questa impostazione filosofica e filologica ogni poeta incorso appunto nella ventura heideggeriana, si fa oggettivamente portavoce di qualcosa di più grande di lui, di cui lui diventa il tramite inconsapevole.

Una biografia non produce poesia

Rivelare al lettore che un poeta, nato da famiglia agiata e numerosa, si sia invaghito della sorella fino all’incesto, che abbia fatto uso di droghe e sia morto suicida di un’overdose, distendendo il tutto su un tratto di Storia civile (per esempio sul periodo che include la Grande Guerra), non riesce a spiegare quasi niente della sua produzione poetica. La biografia del Nostro purtroppo è stata chiamata troppo spesso in causa per spiegare i moti del suo animo e le sue scelte poetiche, come d’altronde le sue esperienze di guerra sono state prese per cause del suicidio che invece era stato da tempo maturato e annunciato.
D’altronde ogni strada intrapresa dai critici al fine di un’esegesi risolutiva della poesia di Trakl si è conclusa con le parole di Rilke: «Wer mag er gewesen sein?» (Chi mai potrà essere stato?).
Una disamina completa delle varie posizioni critiche su Trakl venne poi intrapresa per il centenario della nascita del poeta da Fausto Cercignani in un convegno organizzato nel 1987 alla Statale di Milano. Cercignani, comunque, dopo aver esposto tutte le posizioni altrui, tentava una sua propria interpretazione evocando la figura di Elis, il fanciullo cantato da Trakl. Sarebbe stata questa l’immagine che ci avrebbe permesso di penetrare nel mondo di Trakl, che era quasi programmaticamente precluso al lettore.
Noi pensiamo di penetrarvi evocando l’immagine della sera.

La sera senza simbologie

La sera ci richiama alla mente il famoso sonetto del Foscolo che ne esplicita – forse fin troppo – i significati simbolici. Noi non pensiamo però che la sera di Trakl si debba interpretare su quella falsariga. Pensiamo piuttosto che il poeta ci abbia regalato delle stupende atmosfere serali che non sono affatto scevre da un carattere naturalistico né da un’aura di reminiscenza personale:

Passeggiata attraverso un’estate morente
accanto a manne di grano ingiallito. Sotto la volta imbiancata,
dove la rondine entra ed esce sfrecciando, bevemmo vino generoso.

Forse non si è riflettuto abbastanza su quanto sia importante certo paesaggio per un occhio austriaco. Basta scorrere le pagine di Musil per capire in che modo quell’occhio legga il paesaggio, al di là della famosa frase dell’autore de L’uomo senza qualità per cui “La montagna d’inverno e il mare in piena estate sono le due grandi prove dell’anima”. Quella particolare lettura di quel certo paesaggio, che in fin dei conti va inteso come terra dei padri, sbocca sempre in una visione filosofica, mentre, al contrario, la visione del filosofo non saprà mai ripercorrere quella lettura partendo dalle sue categorie di pensiero. Per questo la visione heideggeriana rimane esterna alle ragioni poetiche di Trakl. Il poeta parte da un sentimento di esilio che gli nasce dalla visione di un determinato paesaggio urbano, e quindi si definisce “esule”, mentre Heidegger parte dal concetto di “esule” e lo applica a Trakl.
Sentiamo il poeta:

Voi grandi città
costruite di pietra
nella pianura! Così muto segue
il senza-patria
con fronte bassa il vento,
gli alberi spogli sulla collina.

Il poeta risale quindi sempre dall’immagine al concetto:

– Il bosco che disseccato si allarga –
con ombre intorno, come siepi di rovi.
La selvaggina esce tremante dai covi,
mentre un torrente silenzioso sgorga
e fra le vecchie pietre segue felci
e brilla argenteo fra intrecci di foglie.
Tosto il suono in buie gole si coglie –
forse già brillano in cielo le luci.

È chiaro che qui il percorso è quello di cui parlavamo sopra: le siepi, il torrente, le felci, le foglie e tutti gli altri elementi naturalistici -che fanno anche pensare ad un Trakl impressionista- nell’ora della sera vanno trasformandosi in qualcosa di astratto e concettuale, in qualcosa che perde fisicità e diventa sentimento e idea al contempo. Quindi niente di definitorio a priori che poi si vada sciogliendo in immagini poetiche: questo percorso non è di Trakl. (altro…)

Stanze che imprigionano: su una figura ossessivo-generazionale in De Lisi, Gallo, Mazziotta

 

Proverò in questo intervento a mettere in rapporto tre libri più o meno recenti di poesia, La stanza vuota di Noemi De Lisi (d’ora in poi Lsv, Ladolfi 2017), Appartamenti o stanze di Carmen Gallo (Aos, Edizioni d’if 2016), Posti a sedere di Luciano Mazziotta (Pas, Valigie rosse 2019), che sembrano in qualche modo richiamarsi tra di loro, agitarsi a vicenda, condividere una problematicità. Intanto (non è questo il punto, ma vale la pena di dirlo) si tratta di tre pubblicazioni eccellenti, che testimoniano uno stato di salute dell’attuale poesia italiana. I tre autori appartengono inoltre alla stessa generazione (praticamente coetanei Gallo e Mazziotta, 1983 e 1984, appena più giovane De Lisi, 1988), e sono tutti e tre meridionali (palermitani De Lisi e Mazziotta, napoletana Gallo). Cercheremo più avanti di capire se questi aspetti contingenti si colleghino a ragioni di sostanza propriamente letteraria. Diciamo subito invece, che è poi la costante che impone l’accostamento, che queste tre opere, di tendenza poematica, si fondano sulla stessa macrofigura ossessiva, propongono cioè, unicamente o quasi, interni, spazi chiusi, locali ermetici, appartamenti… o stanze dove qualcosa avviene, ma non sappiamo definire bene cosa. Non dico che sia una prerogativa assoluta della generazione a cui appartengono i tre poeti (basterebbe guardare a quella immediatamente precedente, e a un’opera come Storie del pavimento, Tic Edizioni 2018, di Gherardo Bortolotti, classe 1972), ma sembra comunque rappresentarne una peculiarità, e infatti questi autori non esauriscono la casistica tra i nati negli anni ottanta (pensiamo ancora una volta a Suite Etnapolis di Antonio Lanza, la cui straordinaria tenuta strutturale deve molto alla forza e coerenza dell’unità di luogo, e dove il termine suite, oltre al significato musicale, richiama anche quello, appunto, di stanza). In linea molto ipotetica, per una generazione cresciuta in mezzo al progressivo dissolvimento, perlomeno virtuale, dello spazio, è facile immaginare una qualche nostalgia di luoghi chiusi, privati, al limite protetti. Ma il punto è che gli spazi in questione hanno davvero poco di rassicurante, risultano piuttosto inquieti, inospitali, troppo vasti o troppo stretti (“Abitavamo una casa troppo grande”, Lsv, p. 13; “Le persone intorno ai tavoli/ sono andate ad abitare/ uno spazio chiuso, laterale”, Aos, p. 15; “la testa sul muro che sbatte/ che apre una faglia nel mezzo”, Pas, p. 20), in ogni caso si respira male (“Mia madre dormiva con affanno”, Lsv, p. 11; “Tutti sentono la mancanza dell’aria”, Aos, p. 17; “aria vera è dopo i vetri ma dentro/ c’è un polmone che scoppia”, Pas, p. 19), si soffre senza poterne uscire. Di fatto sembrano diventare zone di drammatica conflittualità, in cui si addensano contenuti psichici irrisolti. Tutte e tre le opere si dispiegano lungo una sorta di andirivieni pronominale che attesta una frantumazione e dispersione dell’io, e che produce una complicazione o totale accantonamento di un lirismo tradizionale. Proverò adesso ad analizzarle singolarmente, per poi tentare nel finale una qualche sintesi significativa. (altro…)

“Temporali” di Cristiano Poletti (Marcos y Marcos, 2019)

Sette anni separano Porta a ognuno (L’arcolaio 2012) da questo nuovo capitolo della poesia di Cristiano Poletti: Temporali (Marcos y Marcos 2019; collana “Le Ali” diretta da Fabio Pusterla). E in questi anni la poesia è stata centellinata, quasi custodita e protetta; rare e contate apparizioni di qualche componimento ci sono state, vero, e ci raccontavano di una fase meditata, silenziosa della poesia di Poletti. Ci raccontavano, quelle poesie, di un uomo condotto dalle vicissitudini a un completo ripensamento di sé come individuo e come poeta. I viaggi verso i luoghi del pensiero ci avevano avvisati che gli orizzonti si erano spostati, che il silenzio si era in realtà trasformato in tempeste di domande. E la poesia, questa poesia, ne è la risposta possibile.
Queste poesie sono il rombo che squassa l’animo e ne testimonia ogni tormento, l’agitazione dell’essere che agita pure le parole fino a ricomporle in versi e poesie; e nulla sa di calcolo, di mestiere. Sette anni sono serviti (non so se sono pure bastati) a dare a Cristiano Poletti la materia per ricostruire l’esistenza dalle basi; magari partendo dalle persone care, poche e fidate, gli amici che contano; magari soffrendo per quelle che sono venute a mancare e che ora si rievocano in folgoranti passaggi. Passando pure attraverso la storia; la storia che ha segnato chiunque sia nato negli anni Settanta del secolo scorso, con le sue tensioni politiche, i suoi morti, le molte contraddizioni che ancora paghiamo, e che ancora chiedono di essere chiarite. Tutto questo è qui dentro, in queste poesie, scandito per passi, passaggi delicati ma non scontati di lunghe ore di riflessioni rischiarate da una luce (magari quella «bassa, d’inverno […] dove la luce ha il suo piccolo fuoco»), dalle sue improvvise accensioni che paiono lampi.
Gli stessi lampi che chiariscono le pagine del libro di prose critiche, dei poeti (Carteggi Letterari Le Edizioni 2019), uscito lo scorso mese di marzo e che si palesa, inconsciamente certo, come immenso paratesto di questa raccolta nuova. Tutto ciò che ha portato a questo nuovo libro sta in quell’altrove, in quel limbo dove Cristiano ha condotto le sue letture e le sue riflessioni, ha meditato sull’altrui parola per ritrovare la propria, perché un poeta che parli di altri poeti sarà sempre un poeta che parla di sé; ora qui in Temporali c’è posto solo per la poesia senza la necessità di inventarsi un romanzo, senza rincorrere disperatamente il lettore da imboccare. Qui c’è solo la poesia a parlare, a farsi leggere, a stagliarsi netta sulla pagina e a consegnarci l’opera di chi ne ha cura.

Temporali è in tutte le librerie da oggi e attende solo il lettore che ha cura della Poesia.

(fm)

***

Fuga, o ritorno

Tu torni dove tornano al vento
di tutti i nostri amori le figure
e i fiori. O tu non torni,
sapranno riferire. In quale luce

tu, voce, stai avvicinandoti muta
alla fonte del fiato? Lì sei nata,
formi da poco parole e in natura
di buio cresci, e non muori o divieni,
tu taci sulla strada.

La sfiori non il vento
al limite del fiato
la voce dei tuoi giorni,
la ferma solitudine dei giorni.

(altro…)

Su “Dire” di Fabio Michieli (di Emiliano Ventura)

DIRE di Fabio Michieli (ed. 2019)

di
Emiliano Ventura

 

Anche l’essere lettore è soggetto al karma, il mio è in uno stato di grazia, evidentemente, visto il cospicuo numero di bei libri in cui continuo a imbattermi. Una spiegazione più prosaica sarebbe ricondurre il fatto a una acquisita e raffinata capacità di selezione, ma sarebbe pur sempre una spiegazione prosaica. Così come per la scrittura, anche per la lettura è giusto parlare di uno stato di grazia, questa è infatti un’attività tutt’altro che passiva, contrariamente a quanto si crede. Dopo un’ottima lettura il pensiero tende all’astrazione e all’argomentazione, si schiarisce alquanto l’ombra dell’idea (direbbe Bruno); e la conseguente azione è diretta, pulita, raramente imprecisa. Come se lo stile poetico ‘provocasse’ un’azione dalla precisione chirurgica, da ricondurre lo stilo che incide la parola.
Questo accade dopo la lettura di Dire, la raccolta poetica di Fabio Michieli che L’arcolaio riedita in questi giorni (2019) in una nuova veste. È raro trovare una poesia che sia al contempo giusta misura e leggerezza; ciò che è troppo leggero sfugge via, così come ciò che troppo pesa cade e Michelstaedter ci ha insegnato che “il peso pende”:

seppi volare un giorno questo cielo:

distesi le ali in sogno-[1]

Si noti la doppia leggerezza, e la maestria, del verso “distesi le ali in sogno”. Per Dire di Michieli sarebbe meglio parlare di leggiadria, di sottile eleganza del verso, più distici che terzine o quartine, un dire che vuole farsi aforisma; ci sono filtri alla voce poetica e sono dettati dal corsivo alternato, dalla pagina bianca e da Euridice stessa. Siamo abituati a ‘sentire la voce’ di Orfeo mentre Michieli lascia dire alla seconda voce del mito. Non si può evocare Orfeo senza ritrovarsi in compagnia di Édouard Schuré, Angelo Poliziano e Dino Campana, eppure le atmosfere di Michieli non sono infere ma acquoree, la presenza di Venezia si attesta nell’idea di maschera e di carnevale, appaiono anche le gondole.
È leggiadro questo Dire perché tanto ricorda quel dantesco “Poscia che amor m’ha lasciato”, anche per il pathos, dall’amore al lutto, è necessario sia anche ethos. A un corretto sentire corrisponde un corretto agire, ecco la leggiadria dantesca; solo così amore che mi ha lasciato potrà tornare da me, ora che ne sono degno.
Ci si aspetterebbe, da un poeta contemporaneo, un agone in atto con il mondo, mentre Michieli trova la misura in sé, e se agone c’è stato è più interiore che esteriore. (altro…)

Testi da “Omonimia” di Jacopo Ramonda (con nota di lettura)

Omologazione o universalità?

Omonimia, l’ultimo libro di Jacopo Ramonda (Interlinea 2019), si presenta (e possiamo intendere il verbo proprio alla sua forma riflessiva, visto che mi riferisco alla quarta di copertina e alla nota al testo) come una raccolta di prose poetiche che affrontano “il tema dell’identità e dell’omologazione nella società contemporanea”. In due sezioni, Nomi e Omonimia, la silloge, leggiamo sempre nella nota, “propone quindi una sorta di piccolo viaggio”, “dal tentativo, talvolta disperato, di difendere un’identità o ciò che resta di essa, alla resa, alla sconfitta, alla totale omologazione, rappresentata dall’immagine dell’omonimia, che significativamente dà titolo all’intero libro”. Perché ho iniziato a parlare di quest’opera citandone il paratesto piuttosto che il testo vero e proprio? Direi per manifestare un piccolo disagio rispetto a quando, come in questo caso, la sovrastruttura (e in parte la struttura stessa) e poi i discorsi che si fanno intorno a un libro finiscono per fargli torto, semplificandolo, appiattendolo, inchiodandolo a un messaggio in fondo moralistico. Il fatto è che la prosa di Ramonda ha una potenza rara, capace di creare frammenti che in poche righe condensano il senso di esistenze intere, e non solo quindi quella di un singolo personaggio, ma l’esistenza di tutti noi (un “de te fabula narratur” in frantumi, che si ripete di prosa in prosa per spiragli e accensioni). E non c’è nulla di moralistico nella resa dei testi, tranne forse, non per caso, nei frammenti che accennano ai social network (#80, p. 109; #494, p. 95). Altrove, Ramonda riesce invece a dare a quelle individualità forza e valore veritativo, in una maniera dimessa e fredda, che fa però risaltare per contrasto l’intelligenza che illumina aspetti di singole vite, se pure prese in una rete apparente di omonimia/anonimato. Al posto di omologazione, parlerei allora del suo contrario positivo, e cioè universalità, proprio per questo rischiaramento continuo che ci fa dire: ma sì, anche io mi impressiono quando cammino sopra le grate! (#1321, p. 121), ma sì, anche io soffro spesso, o mi rifugio, in una nostalgia senza un perché (#594, p. 69), e così via. In direzione quindi opposta a un messaggio pessimista sui tempi, che non rende onore alla complessità di questa scrittura nel suo svolgersi. Una scrittura che ci parla forse più della nostra possibilità di riconoscerci nell’altro piuttosto che del rischio di perderci nell’uniforme, perfino dentro i frangenti virtuali di Facebook. Volevo insomma segnalare questa frequente contraddizione, che non riguarda solo il libro di Ramonda, tra ideologia e poesia, per dire che la scrittura di valore scalpita e va da un’altra parte rispetto a ogni spinta didascalica, come i testi qui proposti dovrebbero bastare a dimostrare.

@Andrea Accardi

 

Dalla sezione Nomi

Nicolò (#1)

Nicolò si è finalmente deciso a cambiare la disposizione dei mobili in salotto, immutata dai tempi in cui sua madre era ancora viva e autosufficiente. Con la nuova sistemazione, la stanza gli sembra più grande e addirittura più luminosa. A un primo sguardo non sembra trattarsi semplicemente di una versione rimaneggiata della quotidianità, ma – come per effetto di un’illusione ottica – di un’altra stanza, del tutto nuova. Inoltre la novità non gli procura quello spiacevole effetto di disorientamento provato pochi giorni fa, svegliandosi nel letto di sempre; ma che aveva spostato da un lato all’altro della sua camera prima di andare a dormire, per poi riportarlo nella posizione originaria già la sera dopo, appena rientrato dall’ufficio.
Nicolò osserva il salotto, godendosi il senso di rinnovamento; fino a quando nota i segni dei piedini dei mobili rimasti sulla moquette e i leggeri aloni lasciati dai quadri sulla carta da parati. Coordinate del passato, probabilmente indelebili; una mappa sbiadita che documenta la geografia originaria del salotto, prima della deriva dei suoi continenti. (altro…)

Festivaletteratura2019 #5: Unplugged

Abraham Yehoshua

Voglio dire subito, per favore: siamo agli sgoccioli di questo festlet, e io lo ricorderò come quello degli imprevisti più spiazzanti, eppure non c’è stata cosa che i volontari non abbiano provveduto ad aggiustare, trovare, mandarmi, indicare, risolvere, recapitare. Voglio dire subito il mio consueto grazie. Senza scendere nel dettaglio degli imprevisti; non per privacy, ma perché perderei ai vostri occhi quel po’ d’aura di compostezza che mi sono costruita.
Va così. Ho la testa sulle spalle più di quanto la mia migliore amica potrebbe credere, quando vengo qui, eppure a volte è un attimo e sono distratta come gli innamorati. Dopo sei anni, valicare il Ponte San Giorgio è ancora un colpo al cuore; simile a quello che ci ha raccontato Nadia Fusini, quando la riservata e tenera e cerebrale e fragile e acutissima Virginia Woolf venne trascinata nell’esistenza da una selvatica Vita Sackville-West, che dal canto suo le portava un amore abbastanza accorto da avere l’accortezza di non amarla troppo, per non destabilizzarla. Il racconto del carteggio tra le due scrittrici, di cui si è già accennato in uno scorso articolo Festlet, ha tenuto banco in una mattina finalmente piena di sole nella bellissima chiesa di Santa Maria della Vittoria, gremita di ascoltatori. E una folla quasi da record ha aspettato lo scrittore Abraham Yehoshua nel pomeriggio, a piazza Castello, atteso con Wlodek Goldkorn per parlare del tema “ascoltare l’anima e non il cervello”. Guardare la fila formarsi con un’ora e un quarto di anticipo e diventare sempre più lunga mi ha dato una lezione sul tempo, su come investirlo. Su come valga la pena anche di provare un’ora e un quarto di noia stretti in una fila se il tempo che ci aspetta sarà ben speso. Mantova ha sempre avuto, nel mio passo mentale, questa capacità di dilatare e contrarre, negli impegni affastellati che schiudono sacche di vuoto, nello scorrere più veloce dell’orologio durante un evento particolarmente riuscito. (altro…)