critica letteraria

Enzo Campi, Uno sguardo su “Hypnerotomachia Ulixis” di Sonia Caporossi

Enzo Campi

La coscienza e il desiderio. Ulisse e l’idea del viaggio
Uno sguardo su Hypnerotomachia Ulixis di Sonia Caporossi (Prefazione di Anna Maria Curci, Carteggi Letterari, 2019)

Hypnerotomachia Ulixis è un testo che pretende, anche e soprattutto, una lettura ad alta voce. E non solo, non basta una semplice dizione, il testo pretende un diktat a scansione veloce, quasi ribattuto in crescendo ad ogni passaggio, come per sottolineare l’idea di un accumulo progressivo di elementi a partire dal quale l’autrice costruisce la struttura del viaggio. Perché qui stiamo parlando proprio di un viaggio che rinvia palesemente alla Hypnerotomachia Poliphili attribuita a Francesco Colonna,[1] ovvero a quel “combattimento amoroso in sogno” che fu dato alle stampe da Aldo Manuzio agli albori del cinquecento. Un viaggio onirico dove Polifilo si incontra e scontra con una miriade di personaggi allegorici.
Sulla scorta di Wilhelm von Humboldt sembra che la nostra autrice sia orientata a considerare la Bildung (nell’accezione di auto-educazione al sapere) come un processo dinamico in divenire che si dà attraverso il fissaggio archetipico di figure volte a sconfiggere la chiusura del testo, ad oltrepassare quelli che Kristeva definiva “gli stati limite del linguaggio e della letteratura”.[2] Tutto si basa sull’intertestualità (una certa predisposizione alla musicalità del dettato, i continui richiami e rinvii, le citazioni-emblema o medaglie verbali, l’innesto di figure mitiche nella quotidianità, le pressoché continue digressioni sono dispositivi ricorrenti nella letteratura caporossiana), ovvero su quel procedimento che, sempre secondo Kristeva, può aiutare “la teoria letteraria a fare uscire la comprensione di un testo dalla propria chiusura, per inserirla in un quadro più ampio, che includa al contempo la storia di altri testi e ottiche diverse”. Per far sì che accada una cosa di questo tipo, niente è più adatto del viaggio o, se preferite, dell’idea del viaggio, un’idea che Caporossi sviluppa estrapolando da testi pre-esistenti quei personaggi che – innestati in un contesto altro – possano estendere e amplificare la propria esistenza letteraria.
Ma in cosa consiste questo viaggio?
L’Ulisse caporossiano, sebbene si alimenti di altre, infinite opere, non è propriamente un’opera-mondo, casomai un Theatrum Mundi di stampo prettamente delminiano[3] ove compiere una sorta di percorso a ritroso. Se il theatro delminiano (il teatro più sovraccarico di simboli che la storia ricordi) si innalzava per sette gradi, ebbene la nostra autrice parte dal grado più alto per compiere la sua contorta discesa fino al grado più basso, ovvero si cimenta nel viaggio dalla fabbrica del celeste all’inferiore. Ed è proprio quello che accade nelle sette tappe hypnerotomatiche dove, per dirlo con le stesse parole dell’autrice, il centro è dappertutto e la circonferenza è in nessun luogo. Le sette tappe dell’Ulisse caporossiano sono quindi sette prove iniziatiche in cui viene evidenziato e, per così dire, cesellato un bestiario dove è abbastanza agevole riscontrare un’innata predisposizione a delineare archetipi e figure, animalìe e enigmi in un gioco al massacro tipico di chi aspira a costruire una personale enciclopedia ove legittimare il sapere attraverso una narrazione che, per dirlo con Lyotard, “ha per soggetto l’umanità rappresentata come eroe della libertà”[4], la libertà di sfiancarsi nell’esplorazione delle proprie possibilità evolutive e involutive.
Nel corso dell’ultima edizione del Festival “Bologna in Lettere” la sezione in cui è stata inscritta o,  se preferite, innestata Sonia Caporossi col suo ultimo parto letterario, con questo puzzle linguistico in prosa che viene definito romanzo ma che in realtà è qualcosa di più e qualcosa di laterale rispetto a ciò che viene comunemente inteso in tal senso, la sezione dicevo reca la medaglia verbale di “prosa aumentata” (che ricalca e, per così dire, santifica la definizione di neo-massimalismo più volte veicolata dall’autrice). Medaglia verbale, sia come frase-emblema che riconduce immediatamente a un concetto sia perché cade pesantemente sulla carta come se fosse un pezzo di metallo. E aumentata perché eccedente, fuori misura, fuori registro. Il titolo Hypnerotomachia Ulixis è già emblematico in quanto a sovradeterminazione onirica, straniante, dilaniante di un corpo-mente perennemente impegnato, per dirlo con Foucault, a “far nascere in sé la propria immagine in un gioco di specchi il quale, a sua volta, non ha limiti”.[5]
Ma, chi era già edotto sulle produzioni letterarie dell’autrice non poteva aspettarsi qualcosa di diverso. Gli echi manganelliani, gaddiani e morselliani rinvengono a piene mani,  non solo in quel fenomeno denominato “narrazione per la narrazione” (anche a costo di rischiare un certo auto-compiacimento, che va però considerato anche nell’accezione di auto-educazione [vedi la Bildung di cui prima]), ma anche per conferire alla finzione un plusvalore semantico che, per dirlo con Jankélévitch (con le dovute approssimazioni e attraverso un processo estensivo), potremmo sistematizzare tra la menzogna e il malinteso,[6] ovvero tra la coscienza e il desiderio, tra la consapevolezza di mentire e la voglia di creare un malinteso (si consideri il malinteso come un intendimento strutturato a più livelli, e quindi kristevianamente aperto) per meglio mentire. (altro…)

Lorenzo Pompeo, Rio de Janeiro e il modernismo brasiliano (1929-1945)

Rio de Janeiro si impose come centro di attrazione delle figure più importanti della scena letteraria brasiliana degli anni Trenta a partire dalla crisi del ’29, che in Brasile ebbe forti ripercussioni sul piano economico prima che su quello politico. Il crollo del prezzo del caffè, effetto del crack, mise in ginocchio un settore che aveva costituito il motore dello sviluppo di un paese come il Brasile, che basava la sua economia sull’esportazione di questo prodotto. Per lo stesso motivo e nello stesso momento anche l’egemonia degli oligarchi legati a questo settore dell’economia, di cui San Paolo era stata la capitale, venne messa in discussione. Fu in questo quadro che nel 1930 prese il potere Getulio Vargas, che governò il paese ininterrottamente fino al 1945. A sua volta questa lunga parentesi può essere suddivisa in una prima parte, fino al 1937, in cui vi fu una relativa libertà, malgrado il potere fosse saldamente nelle mani del presidente, e una seconda, tra il 1937 e fino al 1945, quando con un nuovo colpo di stato si insediò una vera e propria dittatura. Senza entrare nel dettaglio, dal punto di vista politico-ideologico, Vargas fu una figura per molti versi affine a quella dell’argentino Juan Domingo Peron: per entrambi può essere usato il termine “populisti”, seppure con qualche riserva e non senza alcune approssimazioni.
I letterati brasiliani, dopo il ’29, dovettero fare i conti con la realtà e con problematiche sociali e politiche, in un paese nel quale di colpo venne messa in discussione l’impostazione di una economia fondamentalmente coloniale (latifondi, monoculture ed esportazione di prodotti agricoli). Rio de Janeiro fu la città nella quale negli anni Trenta vissero Manuel Bandeira, Carlos Drummond de Andrade, Murilo Mendes, Jorge de Lima e Cecilia Meireles. Quest’ultima fu l’unica nata in città, mentre gli altri vi erano giunti dal Minas Gerais (Carlos Drummond de Andrade, Murilo Mendes) o dal nordest (dal Pernambuco veniva Manuel Bandeira, mentre Jorge de Lima era originario dello stato di Alagoas). A quella che allora era la capitale del Brasile è legata anche la figura del grande e prolifico compositore e musicista Heitor Villa-Lobos, autore di una geniale sintesi tra la musica occidentale, quella dell’America precolombiana e quella di origini africane.
La figura di Manuel Bandeira è sicuramente una delle più interessanti in questo gruppo e conviene cominciare da lui, anche perché è il più “anziano” del gruppo. In Autoritratto così il poeta si descrive con queste parole: «Provinciale che non ha saputo/ Scegliere bene una cravatta;/ Pernambucano cui ripugna/ Il coltello del pernambucano;/ Poeta dappoco che nell’arte della prosa/ è invecchiato nell’infanzia dell’arte,/ E perfino scrivendo cronache/ è rimasto un cronista di provincia;/ Architetto fallito, musico/ Fallito (ha ingoiato una volta/ Un piano ma la tastiera è rimasta/ è rimasta fuori)/ senza famiglia,/ Religione o filosofia;/ Appena toccato dall’inquietudine di spirito/ Che viene dal soprannaturale,/ E quanto a professione/ Un tisico professionista.»
Nato a Recife, la capitale del Pernambuco, nel 1886, quando aveva quattro anni, nel 1890, i suoi genitori si trasferirono a Rio; nel 1892, tuttavia, i familiari tornarono a Recife, per tornare a nel 1896 a Rio, nel quartiere di Laranjeiras. La vita di strada a Laranjeiras lo affascinò e nelle sue poesie compaiono riferimenti a questo quartiere di Rio. Tisico professionista Bandeira lo era divenuto nel 1904, a diciotto anni. Ma a questo male è direttamente collegata la sua vocazione poetica, come confessa nelle sue memorie: «mi sono ammalato e ho dovuto abbandonare gli studi, senza sapere che era per sempre. Senza sapere che i versi, che io avevo fatto da bambino per divertimento, li avrei iniziati a fare per necessità, per fatalità».[1] La tubercolosi lo porterà fino in Svizzera, a Clavadel, dove conoscerà Paul Éluard. E del clima tardo-simbolista, anarchico-decadente di cui in quegli anni si impregnerà lo stesso Éluard, risente A Cinza das horas (in it. “La cenere delle ore”, del 1917), il volume dell’esordio pubblicato a Rio, che Luciana Stegagno Picchio definisce: «un librettino in versi invaso da una nebbia crepuscolare, ma in cui la parola chiave è “ternura”, “tenerezza”, ora disperata, ora autoironica che sarà poi registro di tutta la futura poesia di Bandeire e legherà fra loro le varie esperienze espressive».[2] La satira ai parnassiani “Sapos” (I rospi) declamata durante la Semana de Arte Moderna collocherà Manuel Bandeira fra le voci più autorevoli del modernismo e ne farà il un certo senso il leader del gruppo dei modernisti di Rio.
O Ritmo Dissoluto (con la doppia connotazione applicata al metro e all’atteggiamento esistenziale di colui che la malattia ha in un certo senso “liberato”) compare nelle Poesias del 1924, dopo la Semana. Il verso libero che lo distingue è ormai divenuto la forma di espressione collettiva.
In questa raccolta inoltre compaiono elementi della sua infanzia a Recife mescolati a descrizioni della vita quotidiana nella strada di Rio dove abitò (Rua do Curvelo) tra il 1920 e il 1933: «Questa via dove abito, fra due curve di strada,/ Interessa più di un viale urbano./ Nella città tutte le persone si somigliano./ Tutto il mondo è uguale. Tutti sono come tutti./ Qui, no: si vede bene che ognuno ha la propria anima./ Ogni creatura è unica»,[3] immagini ben diverse da quelle di San Paolo, quella metropoli frenetica descritta da Mario de Andrade (che di Manuel Bandeira fu grande amico) in Paulicea desvairada. Malgrado quest’ultimo lo avesse definito “Il San Giovanni Battista del Modernismo”, nei bozzetti di vita quotidiana il poeta dimostra una spiccata sensibilità sociale. Quelle che Bandeira propone sono immagini nitide, quasi fotografiche, delle strade di Rio, come, ad esempio, la poesia Bambini carbonai descritti mentre «Spingono gli animali con una frusta enorme»: «Gli asini sono magrolini e vecchi./ Ognuno porta sei sacchi di carbone di legna./ Il traliccio è tutto rappezzato./ I carboni cadono./ (Sul far della notte viene una vecchietta che li raccoglie, piegandosi con un lamento)/ […]»,[4] oppure la fiera del piccolo sobborgo descritta in Palloncini: «Nella fiera del piccolo sobborgo/ Un uomo loquace offre palloncini colorati: – “Il miglior divertimento per i piccoli!”/ Attorno a lui c’è un assembramento di ragazzi poveri,/ che fissano con occhi molto rotondi i grandi palloncini molto rotondi./ […]».[5] (altro…)

Paolo Carlucci, Sulla poesia di Antonio Machado

Caminante en la historia:  il profumo dello sguardo in Campi di Castiglia. Sulla poesia di Antonio Machado

di Paolo Carlucci

Primavera soriana, primavera
umile, come il sogno d’un beato,
d’un povero viandante, su brughiera
immensa, di stanchezza addormentato!

Pochi poeti come Antonio Machado (Siviglia, 1875 – Collioure, 1939) hanno saputo trasfigurare in toccante lirismo di ricordanza i paesaggi di Spagna e della terra castigliana in particolare. O Campi di Soria,/ dove sembra sognino le rocce/ venite a me!/ colline inargentate,/ grigi poggi, violacei dirupi!…  Il poeta, di origini andaluse, sale, caminante in profumato sogno di sguardi, tra città e mesete…  Se ne va il Nostro lungo le vene dei fiumi, il Duero soprattutto, verso le azzurre sierre, come un viandante alla scoperta della propria voce; che intende come un vero profumo dello sguardo.
Il paesaggio d’amore idealizza la perdita dell’amata, giovanissima sposa Leonor:

Sognai che tu mi guidavi
lungo un bianco sentiero,
nel mezzo del campo verde, verso le azzurre sierre…
la tua mano nella mano
la tua mano di compagna
la tua voce di bambina
come una campana nuova
come vergine campana
di un’alba di primavera

com’erano vere in sogno la tua voce, la tua mano! …
Vivi, speranza, chissà
quello che inghiotte la terra.

Qui, come in altri versi, la sofferenza per la perdita della sposa si fa simbolicamente passaggio cristico-mariano, mediazione di un corpo che si fa suono, luce, insomma un’altra prova della forza sinestetica della poetica del paesaggio che Antonio Machado prodigiosamente delinea nei versi di Campos de Castilla, una delle sue raccolte più celebri, la cui prima edizione risale al 1912, ma la cui elaborazione completa occuperà il poeta per almeno un decennio, tra il 1907 e il 1917.

Il filo di una memoria che ha occhi e vento si dipana attraversando le sierre calve, così l’arida e fredda terra di Soria pare rinascere, ingentilita dal soffio della primavera. Ovviamente il rapporto in simbiosi o spesso dicotomico tra stati dell’animo e stagioni è un topos della poesia, antica e medioevale, basti pensare ai provenzali o al Petrarca, che Machado qui e altrove, ampiamente recupera, tracciando la geografia di un’anima pellegrina e appassionata. Il poeta ci si offre come caminante en la historia, nella malinconia elegiaca dei ricordi, la vastità dei luoghi, calcinati di sole o notturni, son resi con l’estro dell’ombra di un pittore cordiale, che porta nella tela degli occhi, selve di ricordi…
I Campos de Castilla, pur costruiti su queste coordinate emozionali, di modernismo simbolista allargano la geografia memoriale del sogno. Il descrittivismo soffuso di mistero dei luoghi è ben espresso già nei versi delle giovanili Soledades (“Solitudini”, 1907). Si veda il timbro metafisico di questo attacco: Alla deserta piazza/ conduce un labirinto di viuzze./ Da una parte il vecchio e grigio muro/ di una chiesa in rovina;/ dall’altra parte la muraglia bianca/ d’un giardino di palme e di cipressi. Qui il grembo pure delle, emozioni, il patio dell’infanzia andaluso- sivigliana pare farsi quasi essenzialmente un tocco pittorico.
La tecnica della gouache regionalistica, il canto al folclore di solitudini nel favoloso dei sogni, moresche lune di ricordi caratterizzano gran parte della produzione poetica della cosiddetta “Generazione del ’98”, si pensi alla Siviglia di Jiménez, al Lorca gitano e, appunto, a queste Solitudini di Machado; opere tutte da intendersi come omaggi, a retablo, di un intero orizzonte di profumi, di sguardi, in cavalcata memoriale, alla lampada magica e moderna del simbolismo e del decadentismo europei, cui i vari poeti guardano  con forza ed interesse, nella dedizione di una variante iberica di cromatismi, tra natura e storia, nell’adesione a una musica nuova che veniva principalmente dall’esempio di Verlaine, e degli altri grandi francesi. Senza questi elementi, si coglierebbe con maggior fatica la gran via del colorismo lirico di Machado, poeta emblematico della terra di Castiglia. (altro…)

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope: nota di lettura

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Marsilio 2019, euro 12

 

Ho sempre creduto che qualsiasi cosa si scriva non è, ormai, che la rielaborazione di un mito. Che conosciamo o no il nome di quella primigenia narrazione, di quel modo di dare un viso a una pulsione umana.
A volte ho creduto che anche qualcuno dei miei gesti, di certo i più eclatanti ma forse anche i più quotidiani, non facesse che ripercorrere i binari di qualche racconto antico. Come quando ho mosso guerra senza sapere se c’era un’Elena dietro le mura, oppure ho chiesto di sopravvivere come un’Andromaca sopra la torre. Come quando ho respinto una ninfa per continuare a indagare il mio riflesso, o sono scesa a chiedere se era possibile riavere indietro quello che avevo perduto.
La differenza, nel rielaborare intenzionalmente un mito, è dare un nome, ragionare e sentire fino ad appartenere a una selva di varianti, frugare tra le mutazioni, e uscirne bagnati di qualcosa di vivido, ancora nuovo e pronto a essere raccontato. (altro…)

Bioetica della compassione: Maria Grazia Calandrone e “Il bene morale” (di G. Martella)

Bioetica della compassione: Maria Grazia Calandrone e Il bene morale (Crocetti, 2017)

di Giuseppe Martella

 

In questa sua ultima raccolta, Maria Grazia Calandrone mette in scena un vero e proprio dramma bio-logico, cioè un intreccio (e un conflitto) tra forme di vita e di linguaggio-pensiero, in vista di un’educazione dello sguardo e di un auspicabile cambiamento del cuore umano. L’autrice lo fa indagando tutta una serie di dimensioni della scala naturae, che vanno dal micro al macrocosmo, dalla cronaca alla paleo-storia, dalla biologia alla geologia, indagando i tempi del nostro essere al mondo e i luoghi del nostro abitarlo. Esplorando lo spazio profondo che va dai microrganismi alle galassie per trovare gli snodi dove si cela quel minimo margine di libertà che ci è concesso per l’esercizio di una più che umana compassione. La prima lirica della raccolta, Un semplice esercizio di libertà, una toccante interpellanza al lettore, ha dunque un valore esplicitamente programmatico. E la varietà deliberata dei registri linguistici, dall’umile al sublime, dal semplice all’ornato, e dei metri poetici impiegati risulta perfettamente congrua con i cambi di scala e di prospettiva che caratterizzano questa indagine bioetica in versi, questa lucida e accorata ricerca del bene morale. La portata bioetica e biopolitica dell’opera appare infatti evidente fin dalla prima sezione, una delle più intense e compatte dell’intera raccolta, dove gli Alberi, con la loro «capacità variabile/ di sopportare tagli/ tra i filamenti vivi» (13) ci mostrano la disponibilità al ritorno alla terra, alla pacificazione con la morte così come con la vita: «essere terra/ bisogna, sotto la loro macchina da fiore» (14).
Per molti versi questa silloge di Calandrone costituisce una summa della sua attività precedente, non solo poetica ma anche socioculturale in genere, in quanto portavoce della poesia italiana contemporanea nelle sue valenze sia estetiche che politiche. A testimonianza di una dedizione e di una competenza che sono davvero rari a ritrovarsi insieme. Questo testo di andamento diaristico ci consegna insomma l’ethos dell’autrice nella sua interezza, cioè il tono fermo e pacato della sua voce insieme alla costanza del suo fare, civile oltre che poetico.
L’opera è divisa in nove parti piuttosto eterogenee fra di loro quanto ad argomenti, stile e lunghezza. Tuttavia, in questo caso, la tenuta dell’intero non va misurata sulla omogeneità delle parti quanto piuttosto sulla loro intenzionale diversificazione, che mima a livello formale le diverse scale su cui viene condotta l’indagine bioetica, la ricerca di un possibile bene morale. Non ci troviamo di fronte dunque a una struttura lineare ma piuttosto rizomatica, una sorta di giardino dei sentieri che si biforcano o di labirinto del cuore umano, dove ci appaiono i più svariati incroci tra il dire e il fare, nonché tra il controllo cartesiano e l’abbandono epifanico. (altro…)

proSabato: Sandra Petrignani, Elsa Morante: madre barbara e carnale

«Tutte le volte che l’arte, oltre a farci conoscere le cose, ci dà il superiore benessere di riconoscerle, vuol dire che ha toccato e sfiorato qualche grande immagine primitiva, anche se non sa dircelo il nome. E sono lì immagini affidate ai miti e poi alle favole». Giacomo Debenedetti scriveva queste parole a proposito di Elsa Morante in un saggio raccolto nel volume Intermezzo (Milano, 1963), sottolineando quanto la scrittrice «ci attira a cercare il nocciolo della sua verità nei domini del mitico». La grande immagine primitiva che torna in ogni libro di Elsa Morante ha un nome imponente e preciso: si chiama Madre, e come nelle favole, assume le sembianze a volte di madre-fata, a volte di madre-matrigna, a volte di fata e matrigna insieme. Nessun altro scrittore ha saputo sondare l’inferno/paradiso del materno con altrettanta lucidità, disperazione e ferocia. I miti sono feroci ed Elsa Morante è stata narratrice crudele nello svelare, senza addolcimenti di maniera, il contenuto profondo, barbaro e violento della maternità.
Nel 1970 in un saggio introduttivo a un volume su Beato Angelico che intitolò Il beato propagandista del paradiso (in L’opera completa dell’Angelico, Milano, 1970) dice lei stessa: «… i santi dell’arte mi si fanno riconoscere perché portano sul corpo i comuni segni della croce materna, la stessa che inchioda noi tutti. Solo per aver scontato in se stessi, fino alla consumazione, la strage al comune, i loro corpi hanno potuto, a differenza dei nostri, rendersi al colore luminoso della salute». Cos’è la «croce materna» e perché «inchioda noi tutti»? Tutti, uomini e donne, abbiamo un’esperienza comune la separazione dal corpo della madre, la cacciata dal limbo. E «fuori del limbo non v’è eliso», recita il verso di una poesia introduttiva a L’isola di Arturo (Torino, 1957). E in Aracoeli (Torino, 1982): «Vivere significa l’esperienza della separazione».
La «croce» è dunque quell’antico abbandono, il tradimento originario che dobbiamo tutta la vita scontare. I romanzi di Elsa Morante sono drammatizzazioni di quell’evento indicibile. In tante variazioni possibili, attraverso diverse incarnazioni del rapporto madre/figlio siamo chiamati a confrontarci con la nostra ferita primordiale, con l’abbandono e la separazione iniziali, iniziatici.
Che il rapporto sia idilliaco e appassionato, carico di odio e incomprensione non fa differenza. L’esistenza è comunque un’illusione destinata provvisoriamente a velare la verità della morte; la bellezza è illusione, maschera temporanea della putrefazione del cadavere; la giovinezza è illusione, aspettativa leopardianamente vana di una festa che non verrà o verrà deludente o mortuaria. Forse nessun altro scrittore, se non Kafka, aveva voltato il pugnale nella piaga con altrettanta crudezza e senza mediazioni.
L’originalità della Morante su questi temi, rispetto agli scrittori che sempre si citano per lei, appunto Leopardi, Kafka, Schopenhauer, sta proprio nell’aver ricondotto lo strazio e la contraddizione insiti nella condizione umana a un moderno carnale «trauma della nascita». E questo senza indulgere a didascalici psicologismi semplicemente mostrandoci il girare a vuoto dei suoi invasati passionali personaggi, il loro vano tormento, lo scacco delle loro umili ho sproporzionate ambizioni. Ricorriamo ancora ad Aracoeli, straordinario romanzo finale in più sensi (oltre una lacerazione e una rivelazione tanto definitive quale strada ancora avrebbe potuto percorrere la Morante?): «Per troppi anni non ho voluto riconoscere, nei giri monotoni della mia canzone, il tema ossessivo di un destino necessario. E finalmente vedo adesso tutta la ridicolaggine di certi miei contorcimenti assurdi, nei tentativi ripetuti di uscite dalla mia pelle. E dalle tante camminate e rincorse e accattonaggi di me che andavo mendicando risposte d’amore contro ogni riconferma spietato della Necessità. E le attese incalcolabili di una smentita. E le ricadute. E i sorrisi confidenti davanti a facce fredde. E le povere gratitudini per concessioni svogliate. E i brividi e le presunzioni irrisorie. Niente. Nessuna risposta. Da quando ho perso il mio primo amore Aracoeli mai più mi si è dato un bacio d’amore».
Manuele il protagonista del romanzo ha avuto un’infanzia felice: è stato amato teneramente dalla madre Aracoeli d’un amore avvolgente, totale, esclusivo. La sua fortuna non l’ha però messo al riparo dalla «croce materna». Aracoeli s’ammala e lo rifiuta, fugge e lo abbandona, muore e lo lascia definitivamente e per sempre. Comincia il suo destino di reietto. Se nemmeno la madre ha saputo conservare l’affetto e proteggerlo dalla crudeltà della vita, chi mai potrà farlo? L’esperienza del rifiuto viene rivissuta in mille altre variazioni possibili attraverso la crudeltà di «carnefici» diversi e diversamente motivati. Manuele crede di sapere la ragione della sua infelicità: è brutto e sgradevole, Aracoeli l’ha amato finché era un bambino bello e riccioluto che suscitava l’ammirazione dei passanti. La favola del brutto anatroccolo è qui offerta capovolta secondo un procedimento tipicamente morantiano. Pensiamo alla fiaba del carbonaio in Menzogna e sortilegio (Torino, 1948), dove il principio cristiano «gli ultimi saranno i primi» è ribaltato: gli ultimi resteranno gli ultimi. E la legge dantesca del contrappasso viene ironicamente corretta: il signore che non faceva nulla in vita continuerà a sollazzarsi da morto, il macellaio che sgozzava sarà sgozzato, il carbonaio che bruciava gli alberi per fare carbone sarà straziato è bruciato. (altro…)

A. (tre recensioni senza recensione)

da “Quel che resta del giorno”, Einaudi 1989, traduzione di Maria Antonietta Saracino

Un quarto d’ora dopo il suo arrivo nella cittadina di A., la cittadina di A. è finita.
Le è bastato il tragitto dalla stazione al bed&breakfast. La cittadina è di quelle che stanno alle loro piazzette principali come un acino d’uva sta ai suoi semi, e poco più. Cittadine così si possono distinguere dalle cartoline esposte nelle tabaccherie, che riguardano più che altro le bellezze dei dintorni, per l’impossibilità a riprendere più di due scorci della cittadina in questione.
Dunque, in un quarto d’ora A. è finita, ma è molto bella, e la proprietaria del b&b molto ospitale. Le ha chiesto se per caso gestisce un blog di turismo o ristorazione, e per un attimo lei si è spaventata, temendo che la sua risposta sarebbe stata il discrimine tra il bagno in camera e la pipì notturna in corridoio, ma non è così, anzi, la sua stanza prevede un disimpegno tra la camera e il bagno e una seconda cameretta con un lettino. Sua sorella, raggiunta poco più tardi al telefono, le consiglierà di puntare la sveglia di notte per provare pure quello.
«Ma il tempo non reggerà», prevede la signora ospitale cerchiandole con una penna i luoghi di interesse su una mappa, tutti a portata di una mano stesa.
«Per sicurezza, allora, mi indichi anche una libreria», risponde. Non si è portata dietro nulla perché aveva in mente di cambiare scenografia ai pensieri, non c’è storia che avrebbe voluto continuare né lasciare in sospeso in un’ambientazione diversa, ma alle brutte non avrà problemi a chiudersi in una stanza d’albergo con un libro per rifugiarsi dalla pioggia. (altro…)

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

Stefania Pelleriti, Cercando Mrs. Brown: Virginia Woolf e la costruzione del personaggio

Il giorno dopo il suo trentottesimo compleanno Virginia Woolf scriveva sul diario di essere contenta di aver trovato «a new form for a new novel». La questione si era posta con prepotenza in quei primi decenni del Novecento, per lei come per una intera generazione di scrittori e poeti ormai consapevoli della necessità di dover trovare nuovi strumenti per una nuova arte. Ciò che spinse la scrittrice ad affermare che nel 1910 il carattere umano era mutato non fu solo la morte di Edoardo VII che sanciva simbolicamente la fine di un’era e il declino dei valori vittoriani. Si aggiungeva, infatti, il manifestarsi delle nuove questioni sociali: la militanza suffragista, i movimenti di massa dei lavoratori, la minaccia di una guerra civile irlandese, ma anche la comparsa nell’Europa delle avanguardie di proposte culturali dai risvolti sociali oltre che estetici come la mostra “Manet and the Post-Impressionists”. Si collegava a tutto ciò il problema di dover sostituire delle convenzioni letterarie ormai percepite come inadeguate per la nuova generazione soprattutto dopo aver registrato i scarsi risultati di chi tentava di perpetuarle. Con la perdita di una visione solida della realtà, infatti, era venuto meno anche il linguaggio che la sosteneva ed erano perciò necessarie nuove strategie espressive che riflettessero l’ambiguità e le contraddizioni del reale. Nell’ambito del modernismo, i cui esponenti si fecero interpreti di questo smarrimento, la Woolf era portatrice di un importante punto di vista critico e di una personale elaborazione del problema che in lei si legava fortemente alla questione del personaggio. Ciò risulta particolarmente evidente se nel percorso che la porta dai primi due romanzi di fattura tradizionale a Jacob’s Room si pone l’attenzione su quel nucleo sperimentale significativo rappresentato dai racconti della raccolta Monday or Tuesday e dalla quasi contemporanea formulazione critica contenuta nel saggio Modern Fiction. Quest’ultimo rappresenta la prima dichiarazione da parte della scrittrice della presa di coscienza del nuovo corso e della conseguente necessaria ridefinizione del romanzo; la Woolf propone una separazione tra scrittori “materialisti” e “spiritualisti” determinata dal concetto di “proper stuff of fiction”. Mentre i primi si dedicano a ciò che la Woolf giudica triviale e non importante, i secondi hanno compreso che il contenuto del romanzo deve essere ciò che risiede nei recessi oscuri della psicologia, ogni pensiero, sensazione o percezione. Da qui si determinano le premesse dei successivi sviluppi della letteratura inglese: scegliere di privilegiare la dimensione interna del personaggio a scapito del resto ben presto significherà riprodurre le oscillazioni dei pensieri e delle percezioni, anche se ciò comporterà un adattamento delle strutture linguistiche, in altre parole utilizzare la tecnica dello stream of consciousness. Gli eventi non avranno più importanza propria, ad avere valore sarà il modo in cui essi sono percepiti e le ripercussioni che hanno non sulla trama, ma sulla mente dei personaggi; se, come afferma la Woolf, la vita non è una serie di lampioncini disposti simmetricamente, ma un alone luminoso, sarà, necessario abbandonare o rielaborare i concetti di trama, tempo e identità e tutte le categorie che impongono un ordine arbitrario alla realtà.
Si tratta di una presa di coscienza che prosegue senza soluzione di continuità nella raccolta Monday or Tuesday del 1921 in cui il racconto The Mark on the Wall è avvertito come un punto d’arrivo dalla scrittrice perché privo di intreccio e interamente basato sulle impressioni di una mente che osserva e interpreta il mondo circostante, nel caso specifico una macchia sul muro. Nella stessa raccolta An Unwritten Novel è un perfetto esempio di metafiction, quel tipo di narrazione che ha come contenuto le sue stesse strutture, che pone l’attenzione sugli stessi processi che mette in atto. Nella Woolf, che non smetteva mai di scrivere in maniera assolutamente cosciente di sé, scrivere e contemporaneamente osservarsi, mantenersi a distanza di riflessione, si scorge il divario che si sta creando tra il narratore impersonale e mai visibiledi flaubertiana memoria e quello modernista e più avanti postmoderno estremamente presente e consapevole del mezzo. (altro…)

Gian Piero Stefanoni, Lunamajella

“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella

Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.
Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.
Se è vero che, nel suo moto, la poesia individua, orchestra e progetta ponti e dimore, essa trova in questa raccolta di Stefanoni una terra d’elezione (non è del “suolo natio”, infatti, che il poeta canta, ma di una determinata area nel Teatino divenuta per il poeta paese dell’anima e terra del cuore) che si va manifestando come “madreterra”, come un universo nel quale geografia e sonorità concorrono a ri-nominare e a ri-fondare.
I nomi di luoghi, di rilievi e di corsi d’acqua – Pennadomo, innanzitutto, poi, tra gli altri, Lama dei Peligni, Fara San Martino, il Sangro e, a stagliarsi su tutti, il massiccio montuoso della Majella – animano quest’universo, lo caricano di sensi e ruoli.
Una delle direzioni nelle quali il moto del dire poetico si mostra qui particolarmente efficace e fondante è quella di una ricollocazione di singoli elementi nel sistema dei segni.
Riporto qui due esempi illuminanti. Il primo riguarda la creazione della parola-universo che dà il titolo alla raccolta, Lunamajella, la quale viene così definita e invocata: «globo sospeso/ che quasi ci tocca». È una parola, Lunamajella, che raccorda la lontananza con la prossimità, il cielo e la terra, la spiritualità («globo sospeso») con la fisicità («che quasi ci tocca»).
Il secondo si concretizza nell’uso particolare e inedito del termine “rassetti” nel componimento omonimo, Rassetti, appunto: «Sempre prima di addormentarmi/ penso alla morte, al rassetto che sarà/ sotto questa montagna di immenso lumino». Anche in questo caso la singola parola si apre a una pluralità di significati che essa, allo stesso tempo, racchiude e protende, collega intimamente ai luoghi e invia in altre direzioni. Se “rassettare”, infatti, è, per un verso, riordinare, ripristinare un ordine preesistente, il termine “rassetto”, usato nel vocabolario tecnico dell’edilizia con il significato di “assettamento” (si parla infatti di “lesioni da rassetto”), indica un incontro tra movimenti tellurici e l’opera umana.
Ecco che la “nobile semplicità” del dire poetico di Stefanoni si illumina e arricchisce di un uso linguistico che raccoglie, rielabora e restituisce, in una forma che prende nuova vita, sostanza e colori, una lunga tradizione di poesia, in lingua italiana, in dialetto (con una perla in epigrafe, due versi del letterato abruzzese Tito Verratti, che al suo paese d’Abruzzo, Sant’Eusanio del Sangro, dedicò un libro e versi nell’idioma locale; di un altro poeta abruzzese, Vittorio Clemente, che fu incluso nell’antologia curata da Pasolini e Dell’Arco, è riportato un verso prima del componimento Fantasia), in traduzione da altre lingue. I versi di Stefanoni sanno attingere, con la conoscenza data dalla consuetudine amorevole, a un ampio patrimonio di poesia conosciuta, frequentata assiduamente, amata, diffusa con  la cura e l’entusiasmo della condivisione. (altro…)

Stefania Pelleriti, Alle radici del modernismo: il caso Laforgue

È difficile stabilire con certezza se avremmo potuto godere di certe opere di T.S. Eliot se nel 1908 quest’ultimo, ventenne e ancora dedito all’imitazione dei romantici inglesi, non si fosse imbattuto, nella biblioteca di Harvard, nel saggio di Arthur Symons The Symbolist Movement in Literature. Se senza la scoperta di quei versi che ebbero la funzione inestimabile di mostrargli come sfruttare le possibilità poetiche della lingua inglese il poeta di St. Louis sarebbe mai stato in grado di scrivere un capolavoro come The love song of J. Alfred Prufrock. Ciò che per lui si rivelerà fondamentale per sviluppare finalmente un’identità poetica propria sarà cogliere la somiglianza tra il blank verse dei poeti elisabettiani e il modo in cui un poeta francese vissuto nella seconda metà del diciannovesimo secolo aveva trasformato il verso tradizionale francese in vers libre.
Accade talvolta, infatti, che un autore trascurato, se non sconosciuto in patria, diventi un’influenza determinante per gli sviluppi della letteratura di un altro paese, come nel caso del poeta Jules Laforgue, ancor oggi per lo più classificato come minore nella storia della letteratura francese. A questa circostanza contribuì con molta probabilità la sua morte prematura che a ventisette anni ne impedì la totale affermazione, ma pochi anni di attività furono sufficienti a renderlo un punto di riferimento per coloro che sarebbero stati i protagonisti del modernismo inglese; un movimento nato in un Inghilterra che mai come nei primi decenni del ventesimo secolo si apriva alle influenze esterne e mai come allora riconosceva la predominanza culturale di Parigi, tappa obbligatoria per quasi tutte le personalità letterarie.
Laforgue, secondo la definizione dello stesso T.S. Eliot «If not quite the greatest French poet after Baudelaire, was certainly the most important technical innovator», riuscì a creare, nel poco tempo avuto a disposizione, una poesia caratterizzata da un utilizzo straordinario e per certi aspetti rivoluzionario degli strumenti formali, un modo di fare poesia che Ezra Pound cercò di inquadrare nel concetto di logopoeia «the dance of the intellect among words». Instancabile sperimentatore, oltre che uno degli iniziatori del vers libre, fu creatore di numerosi neologismi fra i quali i più noti restano quelli formati dall’unione di due aree semantiche diverse (per citare solo i più noti: eternullité composto da éternité e nullité, vioulopté dall’unione di volupté e viol, ennuiverselle formato da ennui e universelle). Il suo linguaggio era mobile nella grammatica e nella sintassi e si caratterizzava per l’uso di espressioni popolaresche anche gergali o volgari e di termini tecnici o stranieri o arcaici impiegati in maniera spiazzante nei contesti di più classico sentimentalismo, procedimento del disincanto in cui si scorgono con facilità le radici del modernismo. Un uso del linguaggio che era giustificato dalla volontà di sfuggire alla comprensione totale del senso da parte del lettore, da un lato per una devozione simbolista nel segreto delle parole, dall’altro per il bisogno di una costante fuga dall’ovvio e la ricerca dell’originalità a ogni costo. La parte del suo linguaggio poetico che più si avvicinava alla lingua parlata lo rendeva differente dalla maggior parte dei simbolisti e più vicino al naturalismo di cui però rifiutava la volontà di riprodurre mimeticamente la realtà, piuttosto portato a serbarne il mistero. Nella sua poesia non passano, d’altra parte, inosservati certi scenari urbani e suburbani e immagini così realistiche da arrivare al grottesco; la scelta, in poche parole, di adoperare in poesia l’impoetico, quello che i migliori simbolisti, nel solco di una compostezza tradizionalmente francese, non avrebbero mai adottato e che lo proietta insieme a Baudelaire ancor di più tra le fonti di ispirazione di Eliot. (altro…)

“dei poeti”, di Cristiano Poletti

dei poeti 2019

Cristiano Poletti, dei poeti, Carteggi Letterari le edizioni, 2019

Da poco pubblicato per Carteggi Letterari, dei poeti raccoglie alcuni interventi critici di Cristiano Poletti, usciti negli anni (tra il 2013 e il 2019) qui, su Poetarum Silva.
La cura del libro, che presenta anche due importanti traduzioni, poesie di John Ashbery e Joyce Carol Oates, è di Fabio Michieli.
Articolata in quattro sezioni (In una poesiaIn una figuraIn una parolaIn un libro), è un’opera che passa dall’analisi di testi e delle figure più amate all’interrogazione filosofica di alcune parole-chiave. Ecco gli estratti che abbiamo scelto:

 

da Il mondo non è più remoto. Per Fernando Bandini (p. 14)

“(…)
stoltamente sperando che una grazia celeste
mi rimanga impigliata tra le dita.”

“(…) un richiamo per ognuno di noi. Noi che misuriamo il farsi del tempo come il poeta conta le sillabe dei versi. Noi che speriamo «stoltamente» (ma felicemente) in una grazia celeste: che l’azzurro torni a farci visita; che qualcosa ci rimanga eternamente fra le dita; che qualcosa di noi resti nella mente degli altri.”

 

da In una poesia di Ashbery (p. 17)

“(…) Così, l’ultima stanza abbraccia la forza della catastrofe. Il nodo cruciale lo troviamo nel passaggio, altissimo, di due versi: «And in some room someone examines his youth, / Finds it dry and hollow, porous to the touch». Si rivela a questo punto, in maniera del tutto impersonale, lo svuotamento del tempo e della persona. E dello scrivere: «porosa al tatto», infatti, è speculare alla penna che nella prima stanza al tatto «era fresca».”

 

da Mario Benedetti, sulla strada per Attimis (p. 27)

“(…)
Madre, persona morta

in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.”

“(…) Perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie? Quando si scrive si fa questo (…) Scrivere non è una questione privata, è veramente lanciarsi in una questione universale».
È quello che Mario Benedetti ha fatto.”

 

da Solitudine (p. 59)

“(…) Uno sguardo cos’è, se non un cammino solitario, un atto d’amore, di un amore antenato e fatto proprio, ma che in fondo resta primordiale, originario?
Lo sguardo è atemporale ed è questo forse il motivo per il quale attribuiamo tanto valore agli occhi e alla potenza della visione, nella vita come nell’arte. E tanto più da lontano proviene lo sguardo, più lontano punta.
A questo serve la lettura, a riempire la solitudine. La solitudine del lettore si potrebbe definire una ‘piena solitudine’, un ‘io popolato’.”

 

da Bonnefoy, parole scelte (p. 77)

“(…) «La parola non salva, talvolta sogna», avverte nella poesia intitolata Nessun dio. Il corridoio sognante di Bonnefoy prosegue i corridoi della tradizione e si concentra in questo: vedere quello che è, nominare ed essere. Che sia arte o vita, continuano nel sogno.”

 

da Historiae, Antonella Anedda (p. 91)

“(…) Restano all’orizzonte una calma livida, la fisica, l’osservazione, la contemplazione.”

“(…)
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Ricorda Amour, il film magistrale di Haneke, del 2012. Come ci si può stupire ancora della bellezza, di una poesia.”