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Gramsci: Intellettuali e carattere italiano

 

Gramsci, fonte: Istituto Gramsci di Torino

Gramsci: intellettuali e carattere italiano

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, scriveva l’ordinovista Antonio Gramsci nel ’19. Dietro questo motto, giustamente segnalato da Eugenio Garin in Con Gramsci, vi è l’intuizione che fa da sfondo a una delle più interessanti riflessioni del leader comunista: quella sul ruolo degli intellettuali nella società moderna. Se la borghesia rurale ha i suoi funzionari statali e liberi professionisti, argomenta Gramsci, se la borghesia cittadina fornisce i tecnici delle industrie, l’unica classe produttiva che non possiede dei rappresentanti e che anche quando li produce finisce per perderli poiché assimilati alle altre categorie, è quella contadina. A tal proposito, occorre staccare gli intellettuali dal blocco dominante per creare una nuova cultura che li saldi al popolo, generando un inedito blocco nazionale.

Tornando agli intellettuali classici, restano celebri alcune pagine in cui il sardo traccia il profilo di oratori eloquenti e sentimentali, avulsi dalla realtà effettuale, dalla vita pratica e dai problemi delle masse: si tratta di “parolai”. A questo genere di intellettuali Gramsci replica che “le idee sono grandi in quanto attuabili”, per cui occorre mostrare concretamente la strada da percorrere e, nel farlo, occorre rappresentare una volontà collettiva, essere in grado di organizzarla.

“Gramsci è nell’alveo di Lenin”, scriverà in merito a questa concezione Luciano Gruppi. Gli intellettuali sono gli organizzatori, il trait d’union tra teoria e pratica, gli educatori di un carattere nazionale e internazionale che superi la mera appartenenza a un gruppo socio-economico specifico. E a chi sottolinea un carattere italiano individualista, che vive e si affida ad espedienti piuttosto che a forme organizzative moderne, di stampo politico e sindacale, egli ribatte che il proliferare di forme criminali come le mafie o le consorterie politiche corrisponde all’incapacità delle classi dirigenti nazionali di risolvere i bisogni economici immediati dei cittadini. (altro…)

Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

fabbri_01Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

di Luca Cenacchi

 

In questo articolo mi propongo di analizzare Stato di Vigilanza (Manni, 2007) di Gianfranco Fabbri al fine di delineare un rapporto tra lirismo e rappresentazione della realtà che non ponga unicamente l’enfasi sulla modalità diaristica e autobiografica, sempre aperta ai pericoli della mitizzazione privata, ormai invalsa in molti autori del panorama contemporaneo.
In questo libro Fabbri riprende il lirismo proprio dei maestri (per lui Saba e Caproni sopra a tutti, ma anche Sereni), e pone l’accento sulla descrizione-rappresentazione che finisce per trasfondere l’esperienza personale nella realtà stessa. L’autobiografismo, se è lecito parlare in questi termini – in realtà pare di essere più davanti a un diario di un osservatore scrupoloso, dunque diario-mappa –, è utilizzato da Fabbri come strumento in grado di stabilire un rapporto di continuità con il reale e la propria intimità.

Prima di passare al cuore del libro, con la sezione gli oggetti i sogni e l’altra vita, la parte prima del radio­dramma merita una menzione non solo per competenza stilistica, ma anche perché è in questa sede che vi è la riappropriazione del femminile, che permette l’autocoscienza e dunque consente di mettere in moto la macchina della nominazione centrale nelle fasi successive del libro.
In questa sezione il femminile sembra sottrarsi continuamente. Sin dalla prima poesia Fabbri rimarca la distanza tra l’io e la figura femminile, ma nonostante il continuo sottrarsi questa si dimostra necessaria, come se desse la possibilità all’io lirico di riconoscersi: «come se la coscienza/ potesse no­minarsi senza di te». Anche quando si pensa di averla scovata essa si disfa palesando la propria sfuggenza: «assalti nel cono/ d’ombra ricoprono l’amore a fior di pelle». Per questo si può in fondo dire che il libro si apra con l’enunciazione di un’assenza. Dimensione idilliaca, che collima sempre con la sofferenza e l’infezione del giorno. È in questo frangente che Fabbri torna nel tessuto della tradizione e dimostra di saperla variare tra Saba e Palazzeschi: l’assenza diviene un fantasma fra gli echi di un rubinetto gocciante.

L’acqua si riaggiusta,
gocciando lenta dal rubinetto
come il tocco e il controcanto
di un coro a cappella.
.                   Sei tu che gemi
.                   Nelle ossa di una
.                   morte apparente?
Tu che ritorni
ad ogni vagito di luna
-ad ogni allarme
sull’alba, ancora lontana?-

Come si evince da questo testo la figura femminile è rappresentata come entità sfuggente; tuttavia si rivela centrale poiché, come espresso nella lirica ti so frangente, è solo attraverso il ricongiungimento con quest’ultima che l’io poetante potrà chiamare «le cose col nome delle cose». Fabbri, poi, procede a delineare con chiarezza i momenti fondamentali in cui il poeta opera. Il primo di questi è una dimensione di sospensione e potenza rituale: l’alba. Un secondo è la notte nella quale si dispiega l’intimità dell’io «un porta-gioie dove conservi l’oro di famiglia». In ultimo abbiamo il giorno leopardianamente inteso come infettato anzitutto «dell’abominevole colpa del vissuto». La tripartizione in questi tre periodi intende fungere da spazio in cui il poeta si muove e osserva la vita, le cui parti ed elementi potranno essere ‘detti’ attraverso una riduzione oggettuale. (altro…)

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare, Einaudi 2016; € 12,00, ebook € 6,99

 

Il motivo per cui ho molto amato Da questa parte del mare, libro postumo di Gianmaria Testa, curato dalla moglie Paola, innanzitutto sta nei suoi presunti “difetti”. È come se fosse sopraffatto dalla sincerità e dall’urgenza, ed è come se la sua intimità, la delicatezza, ci rendessero intrusi in un mondo nobile, ma nobile perché spurio e mescolato, semplice e umanissimo, che è il contrario della purezza sofisticata a cui vorrebbero anelare certe idee di libri e cose perfette.
Da questa parte del mare possiede una lingua altrettanto semplice e autentica. Testa mette gli occhi sulle ginocchia e guarda il mondo. Da lì vede lo spaesamento, lo smarrimento di un’epoca, percepisce la perdita dei nomi e dell’identità del prossimo, lo sradicamento di Babasunde per esempio, rassegnato a farsi chiamare in altro modo: un uomo che ha perso tutto, anche il nome.
Quello che mi sono chiesto, però, è la provenienza della pietas di Testa? È lui stesso a lasciarlo intendere in un racconto autobiografico del 1965 o ne La Nostra città, nei rimandi all’odore del ferro di Torino, alle strade di campagna senza nomi, oppure ne I seminatori di grano, per esempio. Sono brani che dicono molto delle origini della sensibilità dell’autore. Dicono come mai Gianmaria abbia una tale riconoscenza per le radici, da comprendere e voler testimoniare il dolore di chi le ha perdute.
La sua pietas viene da quel mondo contadino in grado di ridurre tutto all’Uno, in quella prossimità fatta di necessità che è la campagna, dove vi è la consapevolezza, a volte tragica, del destino comune. Provenire dal mondo degli ultimi, della semplicità rurale, aiuta a guardare i “nuovi ultimi moderni” con questa consapevolezza innata. Non c’è nulla da spiegare o giustificare oltre. Non servono tante parole, direbbe Testa, ma “porte aperte”.
Ecco, penso che Gianmaria venga da lì e sappia cosa vuol dire vedere le comunità, la lingua, i gesti svanire, e assistere alla perdita di senso e significato, dei valori, di una vita precedente. Per questo a lui basta posare lo sguardo su queste storie semplici e quotidiane di sradicati, perché sa decifrarne ogni gesto, ogni postura, ne intuisce naturalmente la portata e gli esiti.
Credo sia questo il mondo di Gianmaria, un luogo in cui naturalmente alberga un forte senso dell’amicizia. Ne danno prova i brani su Jean-Claude Izzo, Erri De Luca. Rital, spiega Testa, è il nomignolo dispregiativo per gli italiani in Francia: rital è il terrone o l’extracomunitario odierno. Izzo, come Testa, ma per altra via, perché figlio di Gennaro da Castel San Giorgio, lo sa bene cosa si prova a essere Rital, così come Testa conosce il disprezzo dei ragazzi di città per quelli di campagna, il senso di inferiorità che andando avanti diventa ricchezza.

Da questa parte del mare, grazie a Paola Farinetti e Giuseppe Cederna oggi è diventato uno spettacolo teatrale. Uno spettacolo che riporta sul palcoscenico le parole, lo sguardo e la musica di Gianmaria, le quali si fondono con la recitazione e la presenza scenica dell’attore romano. È solo un altro tassello, un’altra storia di amicizia, quella con Giuseppe Cederna, che si somma al resto e porta nuovo affetto, nuovi viaggi e altri racconti intorno a una persona di cui si sente la forte mancanza e di cui quest’epoca aveva ancora bisogno.

© Sandro Abruzzese

Il mondo grande e terribile di Gramsci

fonte dell’immagine Fondazione Feltrinelli

Il mondo grande e terribile di Gramsci

Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.

Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse la vita degli operai e dei contadini italiani. Fu condannato a vent’anni e passa di carcere. Avrebbe fatto in tempo a scontarne undici.

Di quando da ragazzo, al ginnasio di Santulussurgiu, vendeva pasta, olio, formaggio della sua dispensa, per acquistare i libri prediletti. Fin dalle elementari, dirà egli stesso in una lettera alla moglie Julca, aveva maturato “l’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie (…) esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna, ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione. (…) Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx (…)”.

O di quando a Cagliari, per l’ultimo anno del liceo, non usciva per la vergogna dei vestiti lisi e scriveva al padre Francesco la sua impotenza, l’umiliazione. Cosa che avrebbe replicato a Torino, consumandosi nel freddo gelido del capoluogo sabaudo, senza possedere nemmeno un cappotto. All’epoca di Cagliari, viveva ancora con Nannaro, il fratello maggiore, un socialista. Il fratello qualche tempo dopo sarebbe poi stato scambiato per Nino e massacrato fino a perdere un dito e rischiare la morte per dissanguamento, dopodiché sarebbe fuggito in Francia.

Ma già nel ’24, a capo del Pci, Gramsci aveva compreso la natura e le difficoltà del suo compito: i compagni “Credono che io sia una sorgente inesauribile (…) Domandano troppo da me, si aspettano troppo e ciò mi impressiona sinistramente”. Risulta eletto alla Camera, in Veneto, e questo gli farà scrivere: “Quando penso a ciò che sono costati agli operai e ai contadini i voti datimi, (…) che parecchi sono stati bastonati a sangue per ciò, giudico che una volta tanto l’essere deputato ha una valore e un significato”.

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Sara Vergari, Sulle poesie erotiche di Ritsos e Kavafis

Come vivono i morti senza amore?
Sulle poesie erotiche di Ritsos e Kavafis

di Sara Vergari

 

 

Ci sono collane editoriali che andrebbero comprate e lette per intero un numero dopo l’altro senza troppo domandarsi e con la sola certezza che, giunti al termine, avranno cambiato, sconvolto, emozionato ogni fibra del nostro corpo. Una di queste è Lekythos di Crocetti editore. Nicola Crocetti, fondatore della casa editrice nata nel 1981, è uno degli ultimi grandi intellettuali editori sulla scia di Luciano Foà, Roberto Bazlen e ancora Italo Calvino e Roberto Calasso. La cura estrema e personale di ogni volume rende i libri di Crocetti oggetti preziosi nella forma e nel contenuto. Alla carta pregiata e la raffinata veste grafica, sempre bianca con titolo rosso, si accompagna una scelta di autori che compone un canone isolato in Italia. Il nome della collana, Lekythos, si accorda con le origini e la formazione di Nicola Crocetti, nato in Grecia e studioso di cultura classica. Quasi tutti i nomi delle sue collane in effetti rimandano a una particolare tipologia di vaso greco; nel caso specifico si tratta di un vaso dalla forma allungata usato per oli e unguenti. Il logo stesso della casa editrice è la kylix, una coppa da banchetto.
Lekythos, che conta al momento circa cinquanta numeri, raccoglie una scelta raffinatissima di poesia contemporanea. Una particolare attenzione va ancora alla poesia greca, a cui vengono affidati i primi due volumi della collana con Erotica di Ghiannis Ritsos e Poesie erotiche di Kostantinos Kavafis. I due testi sembrano perfettamente dialogare tra loro, suggerendoci l’avvio di una collana in cui nessun libro sarà un’isola.

Leggendo queste due raccolte che Nicola Crocetti ha scelto e tradotto dal greco (il testo in lingua originale è comunque presente nei volumi) è evidentemente il tema dell’eros a dominare. L’eros in tutte le più sottili sfumature che assume nel significato greco, nella passione bramosa del tatto di un corpo vivo, nello struggimento per il dolore mortale che questo comporta, nella dolcezza del ricordo sfumato e quasi perduto.
La sezione Corpo nudo in Erotica di Ritsos (la raccolta contiene anche Piccola suite in rosso maggiore e Parola carnale) è insuperabile, indigeribile, è una serie purtroppo finita di colpi di lirismo brevi e intensissimi. I versi, spesso ridotti a singole parole, sono crudi, fatti di lessico semplice e quotidiano, che nella sfera sensoriale dell’erotismo assumono una forza carnale e disperata. C’è un corpo lontano dall’io del poeta che un tempo si è lasciato sfiorare con tenerezza e possedere con bramosia e c’è un’assenza insopportabile senza la quale l’arte non sarebbe nata e la vita sarebbe continuata. I versi di Ritsos sono pieni del corpo amato, solido, tangibile ma non delineato da tratti caratterizzanti. È sicuramente di donna ma non femminino, fatto di piedi, ginocchia, unghie, capelli. Sembra un corpo fatto a pezzi dal dolore del poeta, i cui brandelli sono per lui ossessivamente presenti. Al contrario non si costituisce mai l’immagine di una figura intera perché, per quanto sentita come reale e carnale, non si concretizza nell’oggi del poeta. (altro…)

Il valore del fischio in letteratura (di C. Trombetta)

Il valore del fischio in letteratura: una riflessione sul “fare letterario”

 

Che genere di azioni si aspetta un lettore dai personaggi di un romanzo? Facile: che pensino, parlino, si muovano, amino, gioiscano, lavorino, piangano, odino, partano e soffrano. Nessuno direbbe facilmente di aspettarsi un bel fischio sonoro, forte ed eloquente. Quante opere letterarie i cui protagonisti si abbandonano al fischio come atto significativo si potrebbero elencare? Poche, anzi, davvero pochissime. In letteratura sono i treni a fischiare (si pensi all’avvio di un celebre mottetto montaliano: «Addii, fischi nel buio, cenni, tosse/ e sportelli abbassati…»), al massimo il vento o gli uccelli, le persone invece piuttosto raramente. Infatti, parlando di fischi dal valore importante o simbolico, viene di certo in mente la novella pirandelliana Il treno ha fischiato. L’impiegatuccio Belluca, il personaggio principale, prende coscienza dell’esistenza di altre dimensioni al di fuori della sua, oppressiva e ansiogena, proprio grazie al fischio di un treno, avvenimento banale che riesce però a scuoterlo dalla grigia quotidianità in cui era seppellito. Come volevasi dimostrare, non è Belluca a esibirsi nel fischio, bensì il treno. Guardando invece alla poesia, gli esempi restano comunque pochi. Potremmo citare la poesia Fischi di Trilussa:

L’Imperatore disse ar Ciambellano:
– Quanno monto in berlina e vado a spasso
sento come un fischietto, piano piano,
che m’accompagna sempre indove passo.
Io nun so s’è la rota o s’è un cristiano…
Ma in ogni modo daje un po’ de grasso.

Anche in questo caso l’Imperatore si limita a percepire il fischio, probabile sinonimo di malessere popolare, ma non ne è la fonte. Restando in ambito poetico, Giorgio Caproni ha composto Il fischio – parla il Guardiacaccia, in cui il suono di un fischio avvertito durante una partita di carte è in grado di richiamare al dovere il Guardiacaccia che, fedele al suo compito e alla divisa, spiega ai compagni le ragioni del suo allontanamento dalla tavola e conclude così:

Lasciatemi perciò uscire
Questo Io vi volevo dire.
Per quanto siano bui gli alberi,
non corre un rischio più grande di chi resta,
colui che va a rispondere
al fischio della foresta.

Lo stesso anche stavolta, è la foresta a fischiare, non un uomo dal volto o dal nome definito. (altro…)

Francesco Guazzo, 13 (di I. Grasso)

Francesco Guazzo
13
Edizioni Corte Micina
Premio Città di Fiumicino
2016

Recensione di Ilaria Grasso

 

Alla raccolta 13 di Francesco Guazzo ci sono arrivata casualmente come spesso capita “in rete”. Chi la scrive, vincendo il Premio Poesia Città di Fiumicino, è pressoché un ragazzo. Vi confesso di aver letto più volte la data di nascita dell’autore perché mi sembrava incredibile che un ragazzo così giovane po­tesse produrre versi di questa portata. Dovetti convincermi sull’età e iniziai a pensare di aver di fronte un enfant prodige. La sua raccolta ha il grande pregio della semplicità e al contempo dell’eleganza. Per me questi due elementi sono sinonimi, ma giudicate voi. La prima poesia che avevo letto on line era la se­conda della raccolta. Mi colpì molto il senso del movimento dei suoi versi e mi richiamò subito l’arte cinetica di Bruno Munari per alcuni aspetti, e l’arte astratta di Bonalumi per la modalità di trattare le luci e le ombre.
Il richiamo all’arte cinetica, nella sua compagine non strettamente legata alla scultura, mi balza agli occhi perché leggere i versi di Guazzo è come assistere ad una proiezione commentata di diapositive. In tutta la raccolta le immagini si susseguono in slow motion raccontandoci il dettaglio delle scene che hanno fatto nascere l’ispirazione e la contemplazione filosofica che ne consegue.
Qui ad esempio è palpabilissimo il movimento dalle cose grandi e lontane (l’orizzonte da invertire) alle cose piccole e vicine (il bambino con la bicicletta) Le immagini mi passano di fronte agli occhi e il mio pensiero anche come costretto a riflettere su quanto rappresentato.

A cadenza regolare, si è fatto
più urgente il desiderio
di invertire gli orizzonti,
e non è soltanto un sentimento
di esitazione per la monotonia
del giorno, stando almeno
alla spiegazione senza congetture
del ciliegio in fiore o al moto
perfetto del bambino dietro
la siepe, che gira su se stesso
con la bicicletta in mano.

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Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole

Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole, Giunti 2017, euro 16,00

Parto da una considerazione lontana.
Io sono sempre assai arrabbiata quando, e capita spesso, uno dei miei alunni si lascia scappare il finale di un libro o di una saga che in qualche modo riguarda o può riguardare i suoi compagni di classe. Il mostro dello spoiler, che abbiamo imparato a temere nella febbrile ricerca di un episodio ancora non doppiato della nostra serie televisiva oppure, i più raffinati di noi, nella tentazione di andare a spulciare la parola conclusiva di un libro temendo che sia la parola fatale. Ma come, protesta a quel punto il mio alunno: non conosciamo il finale de I promessi sposi e lo leggiamo comunque? Non sappiamo che alla fine della sua prima tappa Dante uscirà a riveder le stelle?
C’è una realtà, a quel punto, che non possiedo gli strumenti per spiegare: qualcosa che fa sì che il danno non sia paragonabile al finale rivelato di Assassinio sull’Orient Express ma che comunque sposta gli equilibri, modifica le percezioni, chiede che l’attenzione si tenga desta in una maniera che prescinde dalla volontà di farsi trascinare dal racconto, di sapere cosa accade.
Non tutti i libri, ecco cosa vorrei dire, sono calibrati per questo.
Tutto ciò per dire: Il contrario delle lucertole (Erika Bianchi, Giunti 2017) è perfettamente calibrato per questo, e ci riesce con maestria. (altro…)

Simone Weil, Sulla guerra

Simone Weil, Sulla guerra, traduzione di D. Zazzi, Il Saggiatore (nuova edizione 2017); € 18,00

di Sandro Abruzzese

 

In Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale lo sforzo continuato di Weil è volto contro le forme di dominio, contro la parte di società che opprime spiritualmente e moralmente i suoi sottoposti. Weil vuole semplicemente difendere chi è più debole da chi comanda, e in generale l’individuo dalla collettività. Per questo, nel tentativo di pensare una società più giusta, finisce, a volte rasentando l’anarchismo, per concludere che solo nelle società con un livello basso di produzione, dove la divisione del lavoro è quasi del tutto assente, l’oppressione si affievolisce. Via via che la società si specializza però, che si passi dai riti religiosi alla tecnica al servizio della produzione, si avvia il monopolio degli specialisti e con esso la diseguaglianza. Ecco che l’equilibrio diviene una chimera, mentre la lotta per il potere pone subito il dominio e l’oppressione. Che siano la ricchezza, la produzione, la guerra a guidare una società, sostiene Weil, ciò che la compromette è il rovesciamento “del rapporto tra mezzo e fine”.

“Non è possibile concepire nulla di più grande per l’uomo di una sorte che lo metta direttamente alle prese con la necessità nuda, senza che egli possa attendersi nulla se non da se stesso, e tale che la sua vita sia una perpetua creazione di se stesso da parte di se stesso”, scrive a un certo punto la filosofa. Il fatto è che la società, la collettività, non consentono all’uomo di agire e determinare in toto la propria vita. Allora l’ideale di libertà sarà avere la possibilità di agire sulla società, di controllarla affinché ci renda indipendenti. A tal proposito la cultura è chiamata a incidere “sulla vita reale”.

Per quanto riguarda la vita contemporanea, il dominio quantitativo della tecnica sulla razionalità e la giustizia diventa totalitario. Gli stati centralizzati concentrano nelle loro mani un potere schiacciante sulla massa dei cittadini. Per vivere, gli uomini necessitano della società e del denaro e qualsiasi saggezza o buon senso è soppiantato dal criterio scientifico dell’efficacia, dello sviluppo, non dell’utilità sociale.

Weil, nel ’34, a poco più di vent’anni è già in grado di descrivere un mondo caotico di sprechi e stoltezza, dove la pubblicità e la speculazione regnano incontrastate opponendo le opinioni alla verità e facendo del mondo un luogo di debiti, di “spese folli”. È il capitalismo, ma anche la società totalitaria (Hitler vince le elezioni tedesche nel ’33), è il potere a incidere sul pensiero. Ne nasce una umanità addomesticata dalla scomparsa di idee chiare, disavvezza ai procedimenti logici, ragionevoli; una società che nulla può contro chi possiede i mezzi di produzione, le armi, la tecnica, i media. Ma pur trovandosi di fronte a quesiti insolubili, Weil ricorda “che la vita sarà tanto meno inumana quanto più grande sarà la capacità individuale di pensare e agire”.

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Luca Benassi, Contro la poetica dell’ovvio

Contro la poetica dell’ovvio

 

Sul numero 7/2017 di «Punto Almanacco di Poesia Italiana» (puntoacapo editore), dato alle stampe la scorsa primavera, pubblicavo un editoriale dal titolo Contro la poetica dell’ovvio. L’occasione era, oltre a quella di rendere conto di un lavoro critico protrattosi per 7 anni, quella di ragionare sulla tendenza di sostituire il pensiero poetico (e la capacità di scrivere poesia) con la spettacolarizzazione di sé, l’affermazione in gruppi e consorterie, la sovraesposizione sui social e su internet.
Il problema non è di poco conto. Basti osservare come gli editori tendano sempre di più a selezionare scrittori – soprattutto nell’ambito della narrativa – sulla base del numero di followers, likes e condivisioni sui social network, visti come proiezioni statistiche delle possibili future vendite. Questa modalità di selezione degli autori, che prescinde dalla qualità letteraria della scrittura per affidarsi a dati meramente numerici, ha aggredito anche un ambito di nicchia e poco incline a ragionamenti di natura economica come la poesia. Si vedano casi come Guido Catalano, Franco Arminio e Francesco Sole, quest’ultimo approdato dal nulla (o meglio dalle visualizzazioni su Youtube) alla Mondadori con un libro di poesia dal titolo Ti voglio bene. Si tratta delle versioni italiche di quelli che oltralpe vengono chiamati Instapoets – i poeti di Instagram – ai quali appartengono autori come il misterioso californiano Atticus, l’australiana Lang Laev, la libanese Najwa Zebian, gli americani Tyler Knott Gregson e Nikita Gill, e l’indiana Rupi Kaur che conta centinaia di miglia di followers, e che con il suo primo libro Milk and honey ha venduto oltre mezzo milione di copie. Si tratta di poesia che lascerà il segno nella storia della letteratura e del pensiero o di fenomeni social destinati a scomparire nello scorrere frenetico dei post?
L’almanacco «Punto» ha cercato in questi anni di scandagliare le regioni più remote della poesia, anche straniera, e non si è sottratto al dibattito critico. Ripropongo l’editoriale del numero 7 nella speranza di alimentare una discussione che ritengo fondamentale per il futuro della poesia. (altro…)

“I detective selvaggi”: un romanzo sulla poesia (di C. Trombetta)

bolano-detective-selvaggiI Detective Selvaggi: un romanzo sulla poesia

di Chiara Trombetta

 

Che si ami o che si detesti Roberto Bolaño, I detective selvaggi resta un romanzo incredibile. Quasi 700 pagine che tirano il lettore per la collottola da un capo all’altro del mondo sulle tracce di Ulises Lima e Arturo Belano. Due poeti, un messicano e un cileno. Nient’altro che spacciatori di marijuana, ladri di libri, perdigiorno senza speranza, forse. Due ingenui fuori di testa allucinati dalla droga. Due ombre inafferrabili, oggi in Messico, domani nel Sonora e poi in Europa, a Parigi, Berlino, Londra. Un libro su due poeti fantasmi che a loro volta inseguono poeti e poesie perse nel nulla. La povera Laura Damián, morta giovanissima, Cesárea Tinajero, di cui tanto si parla ma di cui nessuno riesce a ricordare un singolo verso. Assenze che riempiono la bocca di fiumi di parole in piena. C’è di tutto in questo romanzo: letteratura, politica, sesso, amicizia, ossessioni, magnaccia inferociti e ospedali psichiatrici. Ma scompaiono sempre dietro l’angolo, quei due, Ulises e Arturo, all’inseguimento della Poesia.
E alla fine la trovano, l’unica poesia di Cesárea mai pubblicata. Finalmente scovano la Poesia. È una notte di Gennaio del ’76, nel DF di Città del Messico, in Calle República de Venezuela, vicino al Palacio de la Inquisición. Tra una bottiglia di mescal e una di tequila, Amadeo Salvatierra, vecchio scrittore ubriacone e un po’ sentimentale, mostra loro l’unica copia sopravvissuta della rivista Caborca, sulle cui pagine figura Sión, la sola testimonianza del passaggio di Cesárea sulla Terra:

trombetta

La Poesia si svela in una sola occhiata, in tutta la sua semplicità. «Qual è il mistero?» chiede loro Amadeo, che da quarant’anni spreme le meningi su quell’enigmatica pagina. I ragazzi lo guardano. «Non c’è nessun mistero, Amadeo». È proprio questo il punto. È uno scherzo, la poesia è uno scherzo che nasconde qualcosa di molto serio. Nessun mistero, è facilissima da capire. E non è, forse, simile alla vita? Tutti i santi giorni a lambiccarci il cervello nella pretesa di capire la vita, i giorni, le ore che passano. I fatti, gli eventi intono a noi sembrano spesso intrisi di un’aura misteriosa, segni incomprensibili di un codice sconosciuto e imposto dall’alto, da accettare e decifrare con la minuzia di un chirurgo in sala operatoria. E se ciò che rende tale un uomo fosse semplicemente il suo essere dotato di vita, di qualsiasi forma, misura e consistenza essa sia? Allo stesso modo di una poesia che, dicono Lima e Belano, non deve per forza significare qualcosa, eccetto il fatto che essa è una poesia, a prescindere dalle parole, dai tratti che la compongono. Del resto, è ciò che anche Julio Cortázar, che per Bolaño è «il migliore», afferma nel ’63 in Rayuela: «Non esistono messaggi, esistono messaggeri, e questo è il messaggio, così come l’amore è colui che ama».

Una linea retta, una linea ondulata e una spezzata. Mare calmo, mare mosso, tempesta. Tranquillità, inquietudine, dolore. Naturale. Trasparente. La poesia è poesia. La vita è vita. Non c’è inganno in attesa nel buio.

 

© Chiara Trombetta

“Aspettare la rugiada” di Damiana De Gennaro (di R. Canaletti)

aspettare_la_rugiadaDamiana De Gennaro e il palmo aperto della poesia
Su Aspettare la rugiada (Raffaelli Editore, 2017)

di Riccardo Canaletti

 

[…]
cos’è questa danza a cielo spento
che ferisce con i fiori
e costringe a camminare?

Man mano che si avanza nella lettura si compila l’inventario delle sorprese; in ogni misura la poesia di Damiana de Gennaro sorprende. Una delicatezza tutta orientale (la stessa di quel “aspettare la rugiada”) si intreccia alla chiarezza realistica della poesia italiana di un certo Novecento (quello di Pasolini, quello – in qualche forma – di Penna). Così l’intero libro, appunto Aspettare la rugiada, va costruendo un tessu­to denso a cavallo tra il sogno, o contemplazione, e la vita reale, o la registrazione. C’è infatti tutto, un’idea di viaggio prima di tutto; e l’idea, in particolare l’idea di viaggio, è tutta umana e legata ad un es­sente, ad un esserci qui e ora dai quali non si prescinde. Si aggiunge poi la “danza”, ovvero la pittura ae­rea, dunque più delicata, del concetto, il medium atto modellare la parola e l’idea piegandole ad un uni­co peso, quello della raffinatezza. Nella poesia assolutamente musicale di Damiana De Gennaro manca la vena narrativa, anzi potremmo definirla spoglia della greve masticazione che è il racconto. C’è la se­gnalazione, l’intuizione, la percezione che definisce lo spazio e la memoria, nessun “c’era una volta”, nessuna sovrastruttura. Tutto è sensibile e fermo al primo sguardo. Poi si rielabora, certo, lo si nota nel­la posa tecnicamente notevole dell’Haiku, ripresa qui non come struttura metrica, ma come cadenza ritmica.

taglia l’autunno di fianco
camminando nell’aria
e sulle labbra mi preme dei vuoti
che non so partorire

Ma la sua non è poesia icastica, né poesia concettosa. In Aspettare la rugiada Damiana De Gennaro asse­conda il gesto di ogni oggetto (ovvero la loro postura nello spazio) descrivendo l’ambiente con preci­sione clinica, eppure utilizzando una terminologia apparentemente lontana e di rimando. Forse in que­sto impianto “analogico” possiamo ritrovare il più importante riferimento occidentale: quello a una cer­ta poesia simbolista che, volendo o meno, esce dal libro.

ho visto lo spezzarsi delle albe
tra i cavi elettrici del cielo
almeno mille volte
per scivolarle dalle dita –

Il libro si presenta ben costruito e si apre all’interpretazione pur rimanendo nel suo assetto lineare da “gialloismo”, come a dire “non ci sono interpretazioni”. Infatti la poesia di De Gennaro è discreta, mo­desta seppur limpida, mai sovraccarica, mai eccessiva. È una poesia che come lei, anche con un po’ di malinconia (che altro non è che la “felicità di essere tristi”, Hugo), può essere appoggiata al lato senza dar fastidio: “depositami dove non ingombro”. Ma una volta letta non si può accantonare, anzi si rima­ne a riflettere sulla forza di ogni singolo termine, cucito addosso ad un qualunque oggetto, ereditando la tradizione della Szymborska e delle sue “pillole” e dei suoi “libretti per le istruzioni”. E in qualche mi­sura la poesia in Aspettare la rugiada funziona così: non pretende di insegnare nulla, ma si rivela un vero e proprio manuale di osservazione e di silenzio, un libro tecnico sul come costruire la propria architettura di acqua limpida sopra la realtà di ogni giorno, sopra quella realtà che Damiana De Gennaro ha saputo fotografare con folgorante autenticità.

© Riccardo Canaletti