Reloaded – riproposte natalizie #7 – Goliarda Sapienza x 2 (cinema e teatro)

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

Lettera aperta 1970 1-bis

 

«… Io, che ho fallito il matrimonio per l’università, per salire su di una cattedra come te: il mio vero idolo, vera figura dell’intellettuale… Perché non mi hai mai detto che la mamma era stata partigiano? Forse ce l’ho fatta a diventare un uomo, che dici papà? Pensare che ci ho fatto pure tre anni di analisi per capirlo, con un cretino come te… la verità è che il talento di una donna si può buttare o bruciare perché rende più in casa in adorazione del tuo…» 

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A quasi un mese dall’uscita dell’ultimo volume di inediti di Goliarda Sapienza, Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice, da cui è tratta anche la citazione di Perfetto delitto che apre il post), e dopo un approfondito articolo di Fabio Michieli che riassume il senso della pubblicazione di questa nuova raccolta di scritti, si pone qui oggi l’accento sull’importanza e sull’influenza che anche il cinema ha avuto nell’Opera della scrittrice catanese, sperando di evidenziare alcuni punti d’interesse sinora mai toccati altrove, tentando infine una riappropriazione di alcune peculiarità autoriali necessarie a ‘tenere assieme’ tutto ciò che ella ha scritto.[1]
Il titolo proposto già connota due qualità di Sapienza mutuate dagli studi condotti secondo le due principali linee critiche, quelle di Monica Farnetti e Giovanna Providenti: “personaggia” porta con sé la straordinaria capacità d’invenzione nella scrittura che ha avuto il suo massimo con il romanzo L’arte della gioia attraverso la creazione della figura di Modesta, e anche il personalissimo stile scrittorio di Goliarda che ricalca i modi del parlato nella sintassi e nella lingua, basandosi in parte sull’utilizzo del dialetto siciliano. “Cinematografara” evidenzia invece l’inclinazione filmica presente e sottesa a tutto il corpus edito, la predisposizione all’inquadratura e all’avere una visione d’insieme della scena (testuale), un’attenzione all’immagine ma anche al sonoro, se si pensa a quanto asserito poco fa riguardo il linguaggio.
La complessa vicenda artistica di Sapienza (non solo come scrittrice) si completa perciò oggi, a poco più di diciotto anni dalla sua morte (avvenuta, lo ricordiamo, nel 1996), con ben tre testi per il teatro, tre per il cinema e un canovaccio teatrale in prosa che prende le fila dall’esperienza a Rebibbia ben narrata nei due romanzi-diario L’università di Rebibbia (Milano, Rizzoli, 1983) e Le certezze del dubbio (Catania, Pellicanolibri, 1987) entrambi riediti più di recente da Einaudi, casa editrice che ha pubblicato anche i Taccuini dell’autrice contenenti parte dell’esperienza carceraria.[2]

in "Gli Sbandati" di Citto Maselli, 1955

Di Goliarda si conosce la storia, il suo aver calcato il palcoscenico dapprima nella sua Sicilia poi a Roma, attraverso gli studi presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico negli anni Cinquanta e Sessanta sino a qualche sporadica apparizione tra i Settanta e gli Ottanta. Il suo talento teatrale e cinematografico si è espresso in molteplici modi, come ricorda anche il vedovo Angelo Pellegrino nella prefazione al volume Tre pièces, mentre la sua carriera si è interrotta per un passaggio quasi fisiologico alla scrittura.[3]
Questa pubblicazione possiede pertanto un’importanza capitale nell’opera di Goliarda e ci si augura possa essere di stimolo ai lettori per (ri)scoprire l’autrice per intero: dopo la raccolta Ancestrale (Milano, La Vita Felice, 2013), questo volume completa il significato del percorso di Sapienza, voracissima conoscitrice di molte pratiche artistiche, in grado di percorrerle tutte con grande versatilità, curiosità, intuito (!), riuscendo ad applicare l’insegnamento che ognuna di esse le aveva fornito all’arte dello scrivere romanzi.
La sua prosa è fatta di poesia, certamente, ed è anche per questo che Fabio Michieli ha più volte sostenuto che Sapienza nasce ‘poeta’.[4] Ma la sua prosa è fatta anche di tutto ciò che la pratica attoriale le ha insegnato: il mettere al centro della scena il corpo, la carne con tutte le sue pulsioni. I suoi personaggi recitano sulla pagina come lei recitava in scena, in uno straordinario intrico di fatti, dialoghi, sequenze, che rivelano (di nuovo!) al mondo come la scrittura sia per lei il prolungamento del lavoro sperimentato altrove, sul palcoscenico vero e proprio che volutamente (!) e autobiograficamente (!) si confonde con il palcoscenico della vita. Tutto ciò che c’è di psicologico e ‘mentale’ nella sua prosa è sempre sostenuto dall’azione del corpo, impressa di seguito come scelta e con cognizione sulla pagina scritta; la modalità secondo la quale Sapienza si esprime è dunque il risultato di una mediazione tra il ‘corpo attoriale’ e il ‘corpo testuale’. Così, l’esperienza reale e concreta della recitazione[5] è trasferita e anche narrata ovunque, dai romanzi ai Taccuini; si tratta di un sentire che fa già parte della vicenda di Sapienza bambina che, nelle strade della Civita catanese, giocava a impersonare il suo eroe Jean Gabin[6] ma anche di Goliarda docente al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma negli anni Novanta.
Lo stile di Sapienza dopo la scrittura del ‘grande romanzo’ L’arte della gioia (composto tra la fine dei Sessanta e la fine dei Settanta) non sarà più lo stesso: è mutata irreversibilmente, e ciò è ravvisabile sia nei testi teatrali (concepiti secondo le ricostruzioni di archivio tra gli anni Settanta e Ottanta), sia nei soggetti tutti proposti nel volume de La Vita Felice, molto probabilmente appartenenti al medesimo periodo. Non si tratta soltanto di un mutamento di gusto dovuto al canone vigente e ai modelli che la letteratura, nei diversi decenni, andava proponendo: si può ragionevolmente ipotizzare che si tratti di un radicale ‘modus operandi’ e che il distacco dal palcoscenico e dal cinema, l’aver percorso tracciati diversi per scelta, l’aver ripensato la propria storia personale anch’essa sottesa all’Opera tutta, siano i punti focali da cui (ri)partire per (ri)leggere Sapienza. Far dialogare i diversi testi, ricercare le analogie, farli parlare ognuno per sé e con gli altri, per ridare voce a una scrittura troppo a lungo ignorata è, a questo punto, d’obbligo. Così come avviene in ogni opera, anche in Tre pièces Goliarda-autrice parla di sé al mondo, e al mondo del mondo, con voce limpida e chiara: parla forte per farsi ascoltare, senza aver paura di esprimere ciò che pensa. La sua vitalità, la sua posizione da “outsider” ed “eccentrica” si manifesta senza pudore, affrontando la sessualità, la maternità, la relazione con l’altro sempre con una grande libertà incarnata altresì dal personaggio di Modesta, ricalcato su di sé come fosse una “sorella gemella di carta”, che le somiglia nei gesti e nei movimenti e che parla con le sue parole.

© Alessandra Trevisan

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[1] Mi riferisco agli articoli, saggi ed interventi a cura di Lucia Cardone e Emma Gobbato, rintracciabili in miscellanee, riviste e sul web.
[2] Il capitolo “Rebibbia” meriterebbe uno studio a sé nell’Opera di Sapienza che non si avrà il tempo di trattare in questa sede oggi. Si vedano comunque i volumi Il vizio di parlare a me stessa (Torino, Einaudi, 2011) e La mia parte di gioia (ivi, 2013) che ricoprono un arco temporale che va dal 1976 al 1992. A questi si aggiunga il recentissimo Elogio del bar (Elliot, 2014). A proposito della testimonianza sul carcere, si può ascoltare un’intervista condotta nel 1983 da Enzo Biagi, qui.
[3] Molte le ipotesi che riguardano questa scelta, personali e lavorative. Esse possono trovare ragione, tuttavia, in una necessità di esplorare nuovi ambiti artistici, sostenuta da Sapienza stessa durante tutta la vita.
[4] Questa posizione è stata espressa numerose volte in occasioni pubbliche dedicate all’autrice e trova inizio in un articolo apparso qualche mese fa sempre sul nostro blog (e fino ad ora tra le poche pagine critiche che si occupino dell’opera poetica dell’autrice. Alcune poesie si possono leggere anche qui).
[5] I titoli che potremmo citare sono moltissimi ma rimandiamo alla filmografia sull’autrice reperibile online. Le immagini qui utilizzate, tuttavia, la ritraggono in due tra le pellicole più importanti cui abbia mai preso parte, come da didascalia.
[6] Si veda il romanzo postumo Io, Jean Gabin (Torino, Einaudi, 2009) concepito presumibilmente nel 1979, dopo la conclusione di AdG.

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Goliarda Sapienza, Tre pièces

Goliarda Sapienza,
Tre pièces e soggetti cinematografici
Introduzione e cura di Angelo Pellegrino
La Vita Felice, 2014

€ 14,50

«Non ti spaventare, animella tenera e smarrita! Non ti spaventare! Tutto questo è per noi: i morti sono per noi. Non ti spaventare: per voi è tutta un’altra cosa in questa vita e dopo la vita.»[1]

Recita così una battuta di Anna, protagonista di La grande bugia, prima delle tre pièces teatrali di Goliarda Sapienza, fino a oggi inedite. In questa battuta e nella locuzione che la precede, «voi del Continente», si palesa tutta Goliarda Sapienza e il suo rapporto sia con la morte sia con la scrittura che è la manifestazione della gioia di vivere. So che può sembrare un paradosso ciò che ho appena affermato, eppure basterebbe soffermarsi un solo istante sulla prima poesia scritta da lei, quella A mia madre che, seppur seconda nell’ordine, apre in verità Ancestrale perché è la prima poesia a essere stata composta in assoluto dalla scrittrice, nella piena consapevolezza di volersi concedere alla scrittura poetica. E ora, ancora una volta, la scrittura si apre con una riflessione sulla morte.
Ciò che però possiamo scoprire grazie a questo nuovo volume, che insieme ai tre testi teatrali raccoglie pure tre soggetti cinematografici e il canovaccio per un quarto dramma tratto da L’Università di Rebibbia, è un elemento in più del profilo complessivo (e complesso) della scrittrice, poiché il primo amore vero che fu per lei il teatro (e per il quale lasciò la Sicilia per spostarsi a Roma nel 1941), seguito dal secondo amore che fu il cinema, si uniscono ora col grande amore della sua vita: la scrittura. E se grande fu la sorpresa, poco più di un anno fa, per l’uscita delle poesie raccolte in Ancestrale, pubblicate dopo decenni dalla loro stesura e sistemazione, immenso è ora lo stupore nel ritro­varsi tra le mani quest’altro capitolo della creatività di Goliarda Sapienza.
Affidato alle cure di Angelo Pellegrino, che fu suo marito, e che da sempre si spende affinché di lei si possa conoscere ogni sfaccettatura, il volume si apre con una breve, ma ricca di notizie accuratamente selezio­nate, introduzione che ha il difficile compito di fare luce su queste pagine totalmente avvolte dall’oscurità. E così veniamo a sapere che La grande bugia è un dramma in due atti pensato e composto appositamente per Anna Magnani, e a lei dato in lettura confidando, forse ingenuamente, in una reazione entusiasta che avrebbe comportato rapidamente all’allestimento. L’effetto ottenuto invece fu di segno nettamente oppo­sto, con una Magnani indignata nel vedersi ritratta probabilmente con elementi che appartenevano al suo privato – noto a Goliarda in virtù di una conoscenza diretta e di un’amicizia non profonda, ma nemmeno così superficiale – frammisti ad aspetti che appartenevano al carattere e al vissuto della scrittrice siciliana. La pièce segnò, perciò, sia la fine di un’amicizia sia la condanna all’oblio (uno dei tanti) del testo stesso. Evi­dentemente, come detto prima, la Magnani scorse qualcosa di troppo personale, se non addirittura biogra­fico, che l’amica aveva riversato direttamente nel testo; qualcosa che si rifletteva nel rapporto messo in scena tra il personaggio della protagonista, l’attrice Anna, e il figlio sacrificato alla fama; qualcosa che a prima vista non s’allontana molto, o quanto meno va oltre al banale richiamo di un famosissimo film in cui la Magnani stessa recitò, Bellissima.
E qui capiamo subito come anche la scrittura teatrale attingesse da quel grande e unico palcoscenico che fu la vita per Goliarda Sapienza. Sia chiaro, non vita vissuta recitando un personaggio diverso ogni volta da sé stessi: ma vita ritratta nel suo più intimo essere e divenire, senza distinzione che si trattasse della sua vita o di quella d’altri, perché di vita si trattava e di essa sola si doveva, poteva, parlare con massima onestà e massima (forse troppa) fedeltà. Nessun compromesso con la finzione, perciò, nel teatro; nemmeno se que­sto avrebbe permesso di superare la rigida struttura del teatro classico, sicché le unità (aristoteliche) di luogo, di tempo e di azione si ritrovano rispettate prima ancora che come scelta stilistica, come espressione connaturata all’idea di teatro che Goliarda Sapienza portava con sé per eredità degli anni catanesi: un vero e proprio imprinting. Non sono poche del resto, da quel che mi è parso di capire, le pagine dei taccuini, uti­lizzati anche da Giovanna Providenti, biografa della scrittrice,[2] in cui ci viene descritta una poco più che bam­bina alle prese con interi copioni, o estasiata innanzi al teatro dei pupi; per non parlare dei molti aned­doti su di lei intenta a “recitare” i film appena visti dal cinematografo per quegli amichetti che non vi pote­vano entrare, film che inevitabilmente si appiattivano nell’unica dimensione dell’azione recitata, e perciò nella forza della voce.
Ed ecco allora che acquistano una luce ancora più intensa le parole di Peppino Sapienza custodite in una lettera alla figlia, prossima a salire sul palco nei panni di Dina, dal pirandelliano Così è (se vi pare), nell’inverno del 1942: «Vedrai, avrai un trionfo, se la parte, come dici, è bella e si presta: se no, parla tu, creala tu!– Dalle la tua anima»[3] (mio il corsivo).
Sempre divise in due atti si presentano pure le altre due pièces: La rivolta dei fratelli e Due signore e un che­rubino.
Difficile, per ammissione dello stesso Pellegrino, datare con esattezza La grande bugia e Due signore e un cherubino; mentre risalirebbe al clima generale degli anni della contestazione (non solo giovanile) La rivolta dei fratelli, la cui «favola si svolge nel lontano 1969», come riporta un’indicazione volutamente inserita nel testo; e dove quel “lontano” non dovrà essere inteso come indicatore di una distanza temporale (e perciò di una composizione avvenuta molti anni dopo), quanto piuttosto della lontananza dagli ideali portati in scena dai personaggi del dramma, la stessa lontananza che, a ben vedere, aveva assunto Goliarda Sapienza rispetto alle contestazioni mentre lei era intenta a comporre e rivedere il romanzo L’arte della gioia.
Risalirebbe, infine, alla seconda metà degli anni Ottanta, o al massimo ai primissimi anni Novanta, Due si­gnore e un cherubino, ossia la pietra tombale sopra ogni velleità mondana di un’ormai isolatissima scrit­trice, tutta presa dal riempire pagine e pagine di taccuini, capace però di rappresentare ancora una volta uno spaccato della società che lei osserva da distante, quella spenta mondanità decaduta di una ricca si­gnora, forgiata sulla figura di Marta Marzotto, e una povera ma più che talentuosa scrittrice. Insomma, an­cora una volta una finestra che guardava a qualcosa che proveniva direttamente dalla vita di Goliarda Sa­pienza, nel crepuscolo della luce sulla sua vita.

© Fabio Michieli

[1] Goliarda Sapienza, La grande bugia in Ead., Tre pièces e soggetti cinematografici. Introduzione e cura di Angelo Pellegrino, Milano, La Vita Felice, 2014, p. 25.
[2] Giovanna Providenti, La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza. Con un saggio di Stefania Mazzone, Catania, Villaggio Maori Edizioni, 2010 (rist. 2014).
[3] Goliarda Sapienza, Tre pièces e soggetti cinematografici, cit., p. 5.

Articoli pubblicati in origine il 15/10/2014  e il 13/11/2014